Un carattere diverso nello strano calendario “Typodarium 2019”

Progettato da Florian Hauer e curato da Raban Ruddigkeit e Lars Harmsen, “Typodarium 2019” è molto più di un semplice calendario con le classiche pagine a strappo, è un prodotto editoriale creato strizzando l’occhio a tutti coloro i quali amano la grafica, la tipografia ed il design.

Per alcuni, è un calendario colorato che sta molto bene appeso alle pareti, mentre per altri – sicuramente tutti coloro che seguono e amano da sempre il sito NovoTypo – è uno strumento utilissimo per scoprire nuovi caratteri tipografici o per trarre ispirazione nella progettazione tipografica.
Ogni pagina una font diversa con caratteri originali e coloratissimi che formano un libro vero e proprio rilegato elegantemente e presentato in una solida scatola a incastro cartonata, il tutto acquistabile sul sito dell’editore tedesco Hermann Schmidt.

Studio Rebigo ritorna con un libretto dedicato proprio agli animali che odiate tanto

Lo Studio Rebigo, termine che nel dialetto genovese sta ad indicare lo scarabocchio disegnato col pennino, io l’ho conosciuto grazie ad un bellissimo progetto dal titolo “Ciclismo epico” che acquistai non appena uscito nel 2017 e che evidenziava già l’anarchia grafica e le moltitudini di stili originali e sempre nuovi che si cela dietro a questo gruppo di creativi.

Dopo aver ideato e realizzato “Laika“, un altro bel prodotto nato in occasione del sessantesimo anniversario del lancio della capsula spaziale sovietica Sputnik 2 sulla quale venne imbarcata la cagnetta Laika, i ragazzi di Rebigo tornano con un nuovo prodotto destinato ancora una volta a sorprendere i lettori.

Zanzine” è infatti un prodotto spillato pensato per l’estate, dedicato alle zanzare e composto da testi e immagini inedite realizzate ad otto mani, dal gusto nonsense umoristico, in un susseguirsi di approfondimenti storico- scientifici, metodi antizanzare e dottrine zen.

Rebigo è Matteo Anselmo, Matilde Martinelli, Valeria Nieves, Alessandro Mato Parodi, Luca Tagliafico, Ste Tirasso, Silvia Venturi, Arianna Zuppello.

“Ouff!” è la raccolta dei lavori di un artista che vi farà impazzire

La casa editrice Dokument Press è un editore nato nel 2000 che affonda le sue radici nel movimento hip hop svedese e nella rivista che ne fu manifesto cartaceo e cioè “UP“.
La Dokument oggi lavora su più fronti ma soprattutto si mette in evidenza per il suo lavoro editoriale che realizza e produce volumi sempre incentrati sui movimenti artistici e musicali più indipendenti di tutto il mondo.
Nelle prossime settimane pubblicherà il libro di illustrazioni dall’artista e designer svedese Martin “Mander” Ander.
Il libro, intitolato “Ouff!” è una raccolta di poster, pubblicità, skateboard e tanto altro.

L’arte di Mander è fatta di maghi, scarafaggi, pietre tombali e robot; un mix apparentemente caotico, colorato e pieno zeppo di fantasia e creatività.
Martin Mander oggi ha 40 anni ed ha scoperto la skate culture, i graffiti e la poster art  e se ne è innamorato fino a farli propri per riproporli mixati con un’estetica punk tutta da ammirare.
Da molti considerato uno dei migliori illustratori del mondo, Mander rivendica comunque sempre il suo debito continuo verso l’editoria underground degli anni ’60, la sua grafica e il suo approccio indipendente e creativo.
Un grande.

Un libro vi spiega cos’è la Library Music e perché è così meravigliosa

Quella che comunemente viene chiamata library music è la musica ed i dischi che nella maggioranza dei casi non furono pensati per titoli cinematografici specifici, quanto invece per essere messi in enormi cataloghi audio a disposizione dei programmisti RAI, che poi potevano farne l’uso che più ritenevano appropriato.
La library music fu un fenomeno trasversale che negli anni Settanta esplose in maniera più o meno clandestina in paesi come la Francia, l’Inghilterra e – come avrete capito – l’Italia, che a questo strano genere regalò un’impressionante quantità di perle quando non capolavori veri e propri. Alcuni dei nomi che contribuirono alla causa sono tra i pesi massimi della più nota musica per film: Ennio Morricone, per dirne uno, o anche Piero Umiliani, che in ambito easy listening espresse le sue cose migliori.
Pur essendo un genere conosciutissimo e diffusissimo sin dagli anni Cinquanta e Sessanta, il materiale è da sempre molto difficile da scovare.
In poche parole è tra i generi musicali più difficili da decifrare e forse è proprio per questo che Anthology Editions ha deciso di pubblicare il volume “Unusual Sounds: The Hidden History of Library Music“.


È un lavoro brillante e ricchissimo di materiale che apre una porta su di un mondo ampiamente sconosciuto e incompreso.
Attraverso le sue 332 pagine e 422 immagini, “Unusual Sounds” si tuffa in un universo musicale pieno di interviste, racconti e gustosi dietro le quinte meticolosamente divisi per etichetta.
“Unusual Sounds” presenta anche l’arte di Robert Beatty e un’introduzione di George A. Romero, il cui uso della library music in “Night of the Living Dead” ha cambiato la storia del cinema.
Lettura obbligatoria per chiunque sia interessato a questo campo enigmatico e alla sua influenza culturale nascosta ma pervasiva.

“Protest” ovvero un libro che analizza la grafica di protesta degli ultimi 100 anni

Protest” è un libro edito da Lars Müller Publishers che può apparire come l’ennesimo volume sulla cosiddetta grafica di protesta mentre invece ha delle caratteristiche che lo rendono molto interessante.
Il volume infatti presenta e riflette sulle forme di protesta presenti e passate e si concentra sulle pratiche di resistenza delle comunità emarginate da un’ampia varietà di prospettive.
Protest” mostra infatti come la protesta si basi sull’ironia, sulla sovversione e sulla provocazione da una posizione di impotenza. Il suo ruolo è quello di spina nel fianco, di virus impazzito che punzecchia il sistema per sabotarne le forme di controllo e di regolamentazione della convivenza.

Dal classico “Make Love Not War” fino all’ultimo ”We are the 99%“, gli ultimi decenni sono stati accompagnati da un flusso costante di dichiarazioni e metodi e forme di resistenza.
Le forme della protesta attingono magistralmente e creativamente ai segni ed ai simboli contemporanei, sovvertendoli e trasformandoli in nuove estetiche e significati, aprendo così uno spazio che sfugge al controllo.
Illustrato con fotografie e poster,”Protest” considera le prospettive sociali, culturali, storiche, sociologiche e politologiche, nonché ottimi approfondimenti sulla teoria visiva, la cultura popolare e gli studi culturali.
Nel processo, il libro tiene conto in particolare di sviluppi contemporanei come la virtualizzazione della protesta, come è stata trasformata in finzione e il suo sfruttamento in politica da parte di detentori del potere di tutte le sfumature.
Un libro tosto e piacevole, denso e ricco di teoria e spunti verso altre letture. Acquistabile QUI.
Bello.

Sapete cos’è il cianometro? Ecco un libro d’arte che ve lo spiega in modo elegantissimo

Lo Studio Elana Schlenker è uno studio di progettazione grafica multidisciplinare guidato guarda caso proprio da Elana Schlenker specializzato in identità visive, lavori interattivi e, proprio quello che interessa alle Edizioni del Frisco, prodotti editoriali e stampati.
Light Blue Desire” è un libro d’artista di Magali Duzant che analizza e approfondisce la definizione ed il significato della parola blu attraverso una moltitudine di lingue differenti.
La raccolta di idiomi rivela infatti un compendio di contraddizioni, di concetti diversi fra loro che si rincorrono attorno ad un colore che può essere sia alto che basso, pacifico e pornografico, malinconico e manipolativo e costantemente votato come il colore preferito dalle persone di tutto il mondo. La copertina fustellata del libro fa riferimento a uno strumento magico e misterioso come il cianometro.
Nel 1789, durante un viaggio sulle Alpi svizzere in compagnia del chimico Benedict de Saussure, Alexander von Humboldt mise a punto infatti uno strumento che aveva l’obiettivo di misurare scentificamente l’intensità del blu del cielo, il cianometro appunto, romantico sinonimo dell’unione fra osservazione scientifica e visione poetica del mondo.

Come si vede, il cianometro consiste in quadrati di carta tinti in gradazioni di blu sfumate e disposti in un cerchio di colori o in un quadrato che può essere sostenuto e confrontato con il colore del cielo.
La forma e la tipografia del libro traggono ispirazione dai manuali tecnici, mentre il design rimanda proprio al cianometro.
La pulizia, il rigore grafico e la pulizia di questo piccolo libro sono a mio avviso degni di nota e confermano la bellezza del prodotto, non solo dell’idea.

Questo manuale ti insegna ad ideare e realizzare il tuo magazine indipendente

Ogni tanto, anche non volendo, torno a parlare della proposta editoriale della casa editrice Laurence King che, con la consueta classe, sforna regolarmente opere di valore e qualità.
Questa volta vi parlo di un volume un pò datato, risalente infatti al 2016. Un volume di Angharad Lewis scrittrice inglese, da sempre interessata al design e alla grafica.
La Lewis è infatti co-editrice della rivista Grafik, collabora con varie pubblicazioni ed è tutor presso la Cass School of Design di Londra.

Il suo ultimo libro si intitola “So You Want to Publish a Magazine?” ed è una vera e propria guida che tenta di mostrare il percorso per realizzare una pubblicazione indipendente accompagnando il lettore passo dopo passo.
Tutti i dettagli e le fasi del processo che stanno alla base di una rivista indipendente vengono affrontati meticolosamente, dal bilancio economico al design fino alla stampa.
Pieno di spunti ed informazioni utili, questo libro ti fornisce gli strumenti del mestiere portandoti dietro le quinte del mondo editoriale ma restando aperto anche alla lettura di un curioso neofita.
Ritengo che, pur come detto un pò datato, “So You Want to Publish a Magazine?” rimanga ancora oggi un must per chi ama le riviste e soprattutto per tutti coloro i quali sognano di realizzarne una.

Paperback
270 illustrations
168 pages

Arriva Tatanka numero 2: La Danza degli Spettri

Nuovo numero, nuove pagine, nuove storie, nuove illustrazioni.
Mi piace Tatanka con la sua idea delle grandi pagine poster ricche di colori e le sue scelte tematiche differenti ad ogni numero.
Un gran bel progetto da promuovere e sfogliare di cui ho già parlato e di cui continuerò a parlare.
Adesso però lasciamo parlare direttamente chi lavora dietro e dentro a questo bel progetto..

La copertina di questo numero è ispirata al massacro di Wounded Knee, nome con cui è passato alla storia l’eccidio di un gruppo di Lakota Sioux da parte dell’esercito degli Stati Uniti d’America, il 29 dicembre 1890. Massacro scatenato dalla paura della cosiddetta Danza degli Spettri, un rito evocativo con cui gli Indiani credevano di riottenere le terre sottratte ai propri antenati. Non fu così, perché i bianchi decisero di sterminare chiunque adottasse quella pratica pagana.
A Wounded Knee gli Indiani vennero fatti fuori con le mitragliatrici.

Paura, odio, emarginazione, razzismo, sterminio, spari. Parole tornate d’attualità in Italia negli ultimi due mesi. Ogni giorno sui social network sembra di assistere alla guerra dei penultimi contro gli ultimi, descritti come degli intrusi da chi comanda e percepiti come una minaccia da chi si fa comandare, mentre il Paese arranca tra un cambiamento che non arriva (qualcuno dirà “per fortuna”) e la perdita di figure storiche dell’industria italiana (a proposito di sovranismo e Made in Italy).
Sono terminati i Mondiali di calcio (una delle più belle edizioni degli ultimi anni) e sta per ripartire la serie A.
Panem et circenses sono serviti al popolo. Più circenses che panem al momento, ma nessuno sembra lamentarsene. Le grandi capitali dell’Europa meridionale sono in sofferenza ma l’Europa non se ne accorge, e ancora una volta sono le categorie più fragili a subire le violenze di una società che tende a escludere e a lasciare indietro chi non ce la fa.
Esiste ancora la speranza? Forse sì e arriva dal cielo, dove le stelle continuano a brillare. Un po’ come per gli indiani di Wounded Knee che – è vero, non ce l’hanno fatta – ma sono qui, più vivi che mai, sulla prima pagina di Tatanka a danzare con i loro spettri. Noi i nostri – di spettri – dobbiamo ancora disinnescarli.
Del resto la speranza è una trappola inventata da chi comanda.

Grazie ancora al team di Tatanka (acquistatelo QUA) per la loro disponibile collaborazione e avanti tutta!

12 Libri di stampe coloratissime per raccontare il design industriale di Londra attraverso i suoi tombini

“Overlooked” è il primo lavoro per Pentagram di Marina Willer ed è una celebrazione di un certo tipo di design industriale, quello più artigianale.
Un opuscolo pieno di piccoli tesori colorati che celebrano uno degli esempi più duraturi del design industriale tipico di Londra, le cosiddette street covers.
Le strade di Londra sono infatti piene di vicoli sotterranei. Vasti tubi cavernosi che contengono elettricità, acqua e gas che muovono l’intera città.

“Overlooked” è una celebrazione dei guardiani di questo mondo sotterraneo: i tombini stradali e la loro grafica. “Overlooked” utilizza sfolgoranti colora al neon per presentare questi tombini in metallo come se fossero pezzi di prestigioso design industriale.
L’obiettivo della Willer è quello di ricordare che la bellezza di una città non è limitata solo alle gallerie d’arte o alla grande architettura e che il design più sofisticato e affascinante può trovarsi ovunque, anche sotto i vostri piedi.
Il volume è composto da 22 stampe riprese da altrettanti tombini di Londra, da Islington a Kensington.

Le grafiche derivano dalla pratica tipografica in voga tra i devoti cristiani del 1800 che per creare immagini dettagliate di oggetti religiosi.
“Overlooked” porta questa tradizione religiosa in un territorio diverso, usandolo per celebrare la bellezza del design industriale.
Il libro è accompagnato da un testo che ripercorre la storia di Londra attraverso i tombini, delineando i ruoli vitali che ogni pezzo di arredo urbano ha avuto nella vita dei londinesi.
“Overlooked” ha vinto la categoria 2016 Design Week Award ed è stato esposto al 2016 London Design Festival.
Visto l’enorme successo, sono seguiti altri 11 volumi che sono tutti acquistabili QUI, o quasi..

Un diario lungo un anno con il meglio della tipografia di tutto il mondo

Una storia al giorno. 365 storie sulla tipografia e la grafica di un anno intero.
365typo” è un volume che nasce dall’esperienza del blog 365typo dove quotidianamente sgorga un flusso di notizie dal mondo del type design, della tipografia e del graphic design.
Pubblicato in collaborazione con Association Typographique Internationale (ATypI) contiene le storie dei migliori scrittori del settore provenienti da tutto il mondo.
Il primo volume risale oramai al 2015 ed era giunto il momento di dare un seguito a questo fortunato esordio.

Come per il primo volume, gli editori hanno raccolto storie interessanti durante tutto l’anno per poi ricostruirle all’interno di questa nuova pubblicazione di 320 pagine. All’interno troverete perciò 365 storie di oltre 80 autori provenienti da tutto il mondo.

Gli argomenti sono divisi in 12 capitoli che riflettono i principali temi raccolti da maggio 2015 a maggio 2016 e guidano i lettori attraverso un labirinto fittissimo di eventi, tendenze e idee nate e sviluppate durante questo periodo.
Il volume è acquistabile qui.

“Polyester” è una zine di rottura che a me piace assai

Polyester” è una pubblicazione di moda e cultura femminista autoprodotta che sostiene di voler colmare il vuoto presente in quello che il team dietro alla rivista definisce il cyberfemminismo.
Celebrando tutto ciò che è trash e kitsch, “Polyester” è una zine londinese che esplora il femminismo e l’identità di genere attraverso la moda.
Nel quarto numero appena pubblicato si trovano delle interessanti chiacchierate con Tavi Gevinson e Gogo Graham.

Il progetto è un’idea di Ione Gamble, redattore capo e fondatrice di Polyester. Ione è davvero un personaggio interessantissimo che commissiona, produce e supervisiona tutti i contenuti di “Polyester” e del relativo sito online, comprese collaborazioni e partnership.
Con una particolare attenzione al femminismo, alle arti, alla cultura e alla moda Ione è anche una freelance per pubblicazioni cartacee e online, tra cui Vice, Noisey, Huck Magazine, Dazed, Crack Magazine, Bustle, Riposte e altro ancora.
Inoltre, è molto impegnata ad organizzare festival e seminari tra cui al London College of Communication, il London College of Fashion, Tate Modern e molti altri.
“Polyester” è dunque un’emanazione della notevole forza creativa di Ione che si propaga in ambiti differenti ma sempre mantenendo una coerenza di contenuti e di gusto estetico.

Un designer ed una band punk rock creano un libro di grafiche dal chiaro spirito DIY

Per oltre un decennio, il designer Brian Roettinger ha collaborato con il duo punk rock No Age di Los Angeles (Dean Spunt e Randy Randall) su album e progetti secondari che ha portato alla creazione di un ampia gamma di progetti e lavori di audio e video.
Dal 2007 con una serie di cinque EP e poi con molto altro materiale fra cui una custodia per CD che è fantastica soprattutto perché è molto più simile a una fanzine che ad altro.

Roettinger ed i No Age hanno sempre cercato modi per sfidare le convenzioni della confezione dell’album pur mantenendo un senso di urgenza che è diventato centrale in ognuno dei loro lavori.
Tutto questo lavoro ha portato oggi a “No Age & Brian Roettinger: Graphic Archive 2007-18”, un libro testimonianza e archiviodella lunga collaborazione creativa timbrato da un lessico sinceramente di strada.
In tutta la pubblicazione ogni release di No Age viene meticolosamente sezionata nei suoi vari elementi grafici, dal nome dell’artista al codice a barre (e tutto il resto), emanando l’effetto di una fanzine curatissima ma pur sempre fanzine.
Oltre 288 pagine di grafica in bianco e nero in cui il lettore sarà in grado di tracciare la storia della collaborazione e, nel contempo, gustare quelle che sono le idee e lo spirito underground del progetto.
Stampato in edizione limitata e pubblicato da The Pacific Design Archive di Los Angeles, il libro è distribuito da Hat & Beard Press e progettato da Ben Schwartz.

“Leste” è un magazine in risografia che parla di sesso

Anche nella settimana di Ferragosto, le Edizioni del Frisco, segnalano quanto di meglio esiste e nasce nel panorama editoriale, preferibilmente indipendente, italiano ed internazionale.
Oggi tocca a “Leste“, bellissimo magazine annuale, pubblicato dalla poetessa di Montreal Sara Sutterlin.
Questo ibrido fra magazine e fanzine contiene interviste con donne tutte a tema sesso, intimità, scrittura e arte.
Progettato da Kevin McCaughey dello studio di progettazione grafica Nonporous di Chicago, con il consueto approccio molto controculturale e indipendente rafforzato dalla grinta della stampa risografica che da alle pagine un tono giocoso, sexy e volutamente disordinato.
“Leste” vuole raccontare tutte le storie, esplorare tutte le narrazioni, parlare di tutto il sesso.

La copertina del numero 3 è particolarmente indicativa del tono intimo e diretto di “Leste” con un primo piano di un torace appiattito illuminato sensualmente e privo di ritocchi o abbellimenti.
L’immagine individua una sensualità proprio nelle pieghe della pelle e anche nel modo in cui un corpo si ritrae. Celebra un movimento che è diametralmente opposto alle forme di una ragazza pin-up stereotipata. Dal punto di vista del design, il senso di trasparenza si riflette anche nell’uso dell’involucro di plastica che vuole sottolineare la differenza con i normali sacchetti di carta marrone che da sempre avvolgono i magazine erotici e porno.
“Leste” è quindi un progetto caratterizzato sia dalla schiettezza, sia dal taglio artistico e, riuscendo a unire questi due fattori, propone un prodotto nuovo e interessante.

“The Long 1980s” un libro sull’importanza degli anni Ottanta

The Long 1980s” è l’ultima fatica pubblicata da Valiz Edizioni, un editore internazionale indipendente con sede ad Amsterdam di arte contemporanea e design e affari.
Oltre alla pubblicazione, Valiz organizza conferenze, dibattiti e altri progetti culturali in cui vengono esplorati determinati argomenti dell’arte contemporanea.
The Long 1980s” analizza quello che è stato il significato degli anni ’80 per la cultura e la società di oggi. Rivisita questo decennio cruciale attraverso una raccolta di storie provenienti da tutta Europa che abbracciano i campi dell’arte, della cultura e della politica.
Il punto centrale di tutte le storie di questo libro è il mutevole rapporto tra ideologie, governi e pubblico, i cui effetti sono giunti a plasmare la condizione contemporanea dell’Europa e oltre.

Artisti, scrittori e attivisti rispondono e articolano questi cambiamenti in una miriade di modi: nelle strade, attraverso parole, immagini, oggetti e azioni. Allo stesso tempo, nuove soggettività stanno emergendo sui temi della razza, classe, genere e sessualità, tutte voci che oggi sono quanto mai attuali.

Il libro è divisa in quattro capitoli tematici:
1. Nessuna alternativa? (sulle controculture, forme alternative di auto-organizzazione e arte come attivismo);
2. Conosci i tuoi diritti (sulle libertà civili, sulla crescente coscienza planetaria e sulle nuove ecologie);
3. Processi di identificazione (sulle posizioni anticoloniali e la spinta per l’uguaglianza sessuale e di genere attraverso la cultura);
4. Nuovo ordine (sugli effetti di vasta portata del regime neoliberista e, infine, sul significato dell’anno 1989).

Composto da saggi di recente commissionati da importanti pensatori e da una settantina di studi di casi, tra cui immagini e materiale d’archivio pubblicato per la prima volta, questo lettore offre una lettura inestimabile e alternativa del recente passato.

Un volume ripercorre il modernismo estetico degli anni Sessanta ed il suo rapporto con la controcultura

Hippie Modernism: The Struggle for Utopia” di Andrew Blauvelt e Greg Castillo un costoso e corposo libro edito dalla Walker Art che esamina le intersezioni tra arte, architettura e design con la controcultura degli anni ’60 e dei primi anni ’70.
Il libro accompagna la mostra organizzata per celebrare il famoso mantra di Timothy Leary, “Turn On, Tune In, Drop Out” che ha segnato le rivoluzioni sociali, culturali e professionali del periodo.
Il libro catalogo che accompagna la mostra va però oltre, considerando anche le teorie di architettura radicale ed i movimenti anti-design emersi attraverso l’Europa e il Nord America, nonché la rivoluzione della stampa e le nuove forme di teatro e di politica radicale.
Quando pensiamo agli anni ’60, di solito lo associamo a molti altri movimenti artistici: Pop, Concettualismo, Land Art, Body Art, Minimalismo, ecc.

Il libro intende invece concentrare maggiormente l’attenzione su queste pratiche altamente sperimentali e così facendo aprire nuovi spazi per comprendere il lavoro del periodo che non si adattava alla narrazione canonica.
E’ un libro per appassionati dal costo proibitivo che però analizza a fondo aspetti meno conosciuti di un periodo troppo spesso banalizzato.

Le incredibili infografiche di W. E. Du Bois risalenti al secolo scorso sembrano di oggi

Per la Exposition Universelle del 1900 a Parigi, l’attivista e sociologo afroamericano W. E. Bo Bois – che tra l’altro varrebbe la pena approfondire – decide di creare oltre 60 grafici e mappe che visualizzavano i dati sullo stato della vita delle persone di colori.

Le illustrazioni disegnate a mano sono poi confluite in una mostra dal titolo “American Negroes“, che Du Bois, in collaborazione con Thomas J. Calloway e Booker T. Washington, organizzò per rappresentare il contributo della popolazione nera alla presenza degli Stati Uniti alla fiera mondiale.
Questo era meno di mezzo secolo dopo la fine della schiavitù americana e in un periodo in cui nei giardini zoologici si potevano trovare ancora persone importate da paesi colonizzati.
Le charts di Du Bois (recentemente condivise dal data artist Josh Begley su Twitter) si concentrano sulla Georgia, tracciando le rotte della tratta degli schiavi verso lo stato meridionale, il valore economico di uno schiavo tra il 1875 e il 1889, confrontando le occupazioni dei neri e dei bianchi per effettuare varie analisi.

Polar area visualization of mortality rates by Florence Nightingale, 1857

Guardando le risposte date a Du Bois dai suoi numeri, ma soprattutto pensando all’aspetto grafico, si scopre quanto siano sorprendentemente attuali, quasi anticipatorie rispetto alle linee di Piet Mondrian o le forme intersecanti di Wassily Kandinsky.
Dal punto di vista più dei contenuti i lavori di Du Bois sono in linea con l’innovativa visualizzazione dei dati del XIX secolo, che includeva i diagrammi coxcomb della fantastica infermiera nata a Firenze Florence Nightingale sulle cause della mortalità bellica e sulle analisi dinamiche del colera con le mappe di William Farr.
La Library of Congress ha digitalizzato le immagini di visualizzazione dei dati sopravvissute dalla “Exhibit of American Negroes“, con alcune di queste incredibili infografiche del primo Novecento.

“Hip Hoptimism” è un vademecum per conoscere la storia dell’Hip Hop

Il linguaggio della musica hip hop è l’oggetto di cui si occupa questo bel libro di Zan Barnett dal titolo “Hip Hoptimism“. Attraverso la scelta di una tipografia con soluzioni estreme quali l’utilizzo diffuso di testi in grassetto e scritte a mano, il libro è una guida completa dalla A alla Z con un artista musicale diverso per ogni lettera, da Andre 3000 a Jay Z.

Il testo è accompagnato da illustrazioni creative e inserzioni ad aperture pieghevoli che citano i testi più importanti rendendo la lettura una vera e propria avventura.
Zan Barnett ha ideato e prodotto l’intero progetto appositamente per un seminario universitario che ha tenuto presso la Tyler School of Art di Philadelphia.

Il sito archivio dove sfogliare una delle riviste più belle del mondo

Mindy Seu è una designer ed insegnante residente a Los Angeles che negli anni si è specializzata nel tema dell’archiviazione al tempo del digitale.
Intorno al 2013, Mindy Seu era a San Francisco che stava girovagando nel Mission District quando in uno degli infiniti negozietti in zona si imbatté nel quinto volume di una delle più iconiche e adorate riviste egli anni Sessanta:  Avant Garde, la breve pubblicazione degli anni ’60 di Ralph Ginzburg e Herb Lubalin che ancora oggi mantiene uno status di prodotto editoriale di culto tra i grafici e gli art director di tutto il mondo.
Fu l’inizio di un vero e proprio amore che, n el corso degli anni, ha portato Mindy prima a collezionare l’intera serie della rivista e poi, ad elaborare un piano per digitalizzare tutti i numeri per renderli pubblicamente accessibili online.
Il risultato di questo ottimo lavoro è disponibile oggi per tutti con  avantgarde.110west40th.com, un archivio digitale straordinariamente completo ed esteticamente sfogliabile di ogni numero pubblicato della rivista.
Il sito, che Seu ha lanciato in collaborazione con gli archivi del Lubalin Center nel 2016, consente agli utenti di sfogliare ciascun volume e di scorrere tutte le pagine che sufficientemente nitide da poter essere lette online.
Presenta gli indici di tutti i numeri, un sommario con i collegamenti ipertestuali e una avvincente esperienza di navigazione che possiamo a spingerci a dire, rende questo archivio più organizzato e più piacevole da esplorare rispetto a molti archivi fisici.
Potere di internet, potere della condivisione.

Due fanzine in onore delle squadre di basket più forti di sempre

Adam Villacin è un nativo di Los Angeles, dove vive con sua moglie e suo figlio. Ha frequentato il California Institute of the Arts.Il lavoro di Adam Villacin raccoglie gli ultimi 50 anni di storia ed estetica del fumetto e della cultura sportiva e pop americana.
Nelle sue illustrazioni e nelle sue zine Villacin esplora vari argomenti che vanno dalle culture underground contemporanee ai miti dello sport come il wrestling, il baseball ed il basket NBA visti qua come degli archetipi mitologici tutto caratterizzato da uno stile classico e artigianale unito alla giusta dose di umorismo illuminante che non guasta mai.

Già in passato, nella zine oramai introvabile dal titolo “Dream Team” aveva immortalato con le sue illustrazioni corredate da haiku i grandi giocatori della squadra nazionale USA di basket che ha partecipato alla spedizione olimpica di Barcellona 1992 che possiamo definire la più grande squadra di basket mai vista su di un campo di pallacanestro.

Nel 2015, a testimonianza di un amore sempre vivo, torna con il secondo capitolo, “Dream Team II” riprendendo il discorso dove l’aveva interrotto.

Una colossale storia della cultura Hip-Hop

Hip-Hop: A Cultural Odyssey” è un grosso librone dalla copertina nera con logo d’ordinanza pubblicato da Aria Multimedia Entertainment di Jordan Sommers.
Il volume è un ricchissimo tributo all’hip hop composto da ben 420 pagine rilegate con copertina in pelle nearissima, che mostra le radici, la nascita, l’evoluzione e l’impatto globale della cultura hip hop negli ultimi quarant’anni.
Il libro è composto da 30 scritti originali sull’evoluzione della cultura Hip Hop che accompagnano 40 profili originali e personali di influenti nomi storici, da Kurtis Blow a will.i.am.
Vengono riproposte playlist di singoli e album essenziali per ciascuno degli ultimi 40 anni dell’Hip Hop con 154 interviste con i DJ, MC, produttori, Graffiti Writers, B-boys e B-girls della cultura più influenti.
La parte fotografica del libro è eccezionale ed include ritratti scattati con la Polaroid catturati da Jonathan Mannion, oltre a centinaia di potenti immagini fornite da testimoni oculari.

Rolling Stone cambia logo, ma voi la conoscete la sua storia?

Non so se qualcuno di voi si appassiona come me al moto sempre più dinamico che interessa il design delle testate giornalistiche italiane e non, ma stiamo vivendo in un periodo di profondi cambiamenti che svelano un bisogno quanto mai necessario di cambiare pelle, adeguarsi a nuovi ritmi e strumenti da parte della carta stampata, prima ancora che del mondo digitale.
Se negli U.S.A. hanno iniziato questa mutazione alcune delle riviste storiche come il National Geographic e Glamour (qui l’analisi di Designweek) fino ad arrivare all’indipendente per antonomasia, MAD magazine (qui l’analisi di DesignTaxi e Print Magazine), in Inghilterra ha fatto molto rumore il nuovo vestito che si è dato lo storico Guardian (qui l’analisi di Prima Comunicazione).

Anche noi in Italia stiamo assistendo ai nostri scossoni tellurici con il primo e fortunato lavoro fatto su Repubblica (e Robinson) da Angelo Rinaldi e Francesco Franchi (qui l’analisi del Post) e lo sfortunato ma coraggioso tentativo sul Mucchio Selvaggio da parte di Francesca Pignataro (qui le analisi di FrizziFrizzi e Dearwaves) fino a quelli molto meno coraggiosi de La Stampa e Il sole 24 Ore.
Adesso siamo arrivati ad un’altra icona dell’editoria, storicamente indipendente e attenta ai sommovimenti della cultura di massa come da sempre lo è Rolling Stone che dal mese di Luglio cambierà decisamente stile e, a giudicare dall’eco che sta avendo, la cosa ha appassionato più di quanto mi aspettassi.
Se qualcuno si vuole fare un’idea del cambiamento che anche la storica rivista underground americana, nata nel 1967 a San Francisco, ha deciso di affrontare, ecco qua qualche link dove poter approfondire le analisi ed i commenti che sono comparsi un pò dappertutto.

Alcuni ottimi approfondimenti potete leggerli su Design Taxi, storico sito di grafica, design e (oramai ahimè) molto costume, Underconsideration, Eye on Design e la nostra italianissima Rivista Studio che ne entra nel dettaglio dimostrandosi come spesso accade una delle poche realtà attente a questi aspetti.

Ma prima di vedere in cosa consiste questa rivoluzione, forse a qualcuno interessa anche sapere come nasce il famoso logo tipografico di Rolling Stone e che percorso ha avuto prima di giungere a quest’ultima mutazione targata 2018.
Il primo direttore artistico, Robert Kingsbury, che in realtà era uno scultore e non un designer, chiese nel 1967 al grande artista psichedelico Rick Griffin di disegnare il logo. Griffin mandò una bozza realizzata a matita per l’approvazione e questa bozza divenne immediatamente lo storico logo utilizzato poi per diversi anni.

Rick Griffin
Rolling Stone, n.1, 1967

La versione che tutti noi conosciamo venne invece presentata a metà degli anni Settanta dal grande type designer Jim Parkinson a Roger Black che, dopo Salisbury e Tony Lane era subentrato nel ruolo di art director della rivista.
Parkinson ha alterato il design di Griffin pur mantenendone il DNA artigiano e manuale, modificando le maiuscole in minuscole ed eliminando i cosiddetti swash.

Oggi, per la prima volta dopo decenni, il logo di Rolling Stone non avrà più la sua storica tridimensionalità che è stata così tanto importante nel rendere unico questo marchio, forse anche più della stessa forma del lettering.
Questa nuova linea – disegnata ancora da Parkinson – riesce a mantenere viva la tradizione ma, al contempo, getta un ponte nella contemporaneità che sembra sempre più voler eliminare tutto ciò che è superfluo.

www.underconsideration.com

La storia di Kim Gordon e la vita dentro una band leggendaria

Ci sono pochi artisti che ispirano tale riverenza come Kim Gordon. In “Girl in a Band” viene raccontata con dettagli e foto inedite, l’incredibile storia della sua famiglia, del suo lavoro nelle arti visive, il suo trasferimento a New York, gli uomini nella sua vita, il suo matrimonio, il suo rapporto con sua figlia, la sua musica e soprattutto la sua band ed il rapporto con la scena musicale internazionale.
Il libro è una vera e propria chicca per appassionati, disponibile in versione economica, deluxe e limited.


È una memoria che ci riporta alla New York perduta degli anni ’80 e ’90, quella che ha dato alla luce il fenomeno unico ed irripetibile dei Sonic Youth e la rivoluzione alternativa nella musica popolare da loro guidata.
Ma al suo interno, “Girl in a Band” è anche un’analisi interessantissima di ciò che significa vivere e lavorare in una band e cosa succede quando questa si dissolve.
Editore: Faber & Faber
288 pagine, 15,5 x 23,5 cm, libro in brossura

“Moments” è la raccolta di attimi rubati alla città di Philadelphia

Fodder Press è la creatura dell’artista multidisciplinare di San Francisco Rich McIsaac.
McIsaac cura i contenuti per mostre ed eventi e pubblica libri, stampe, cassette e altro ancora, tutto ovviamente in edizione ultra limitata.
Nello spirito della comunità DIY, Fodder Press pubblica utilizzando la tecnica risografica e/o le stampanti laser.
I libri sono poi rilegati a mano privilegiando i contenuti artistici grezzi e senza compromessi mantenendosi aperti a tutti i tipi di collaborazioni.

Quello che vi presentiamo oggi è un prodotto assai particolare in ci la Fodder Press ha convocato un cast di artisti tutti residenti a Philadelphia per definire ciò che significa “un momento di Philadelphia” e poi ha riunito tutte le loro risposte sotto forma di foto, disegni, collage e aneddoti in un libro dal titolo “Moments”.
Il libro è assurdo e affascinante com il progetto che ne è alla base e si compone di 44 pagine stampate in risografia sia a colore che in bianco e nero, pezzi fotocopiati e tanto, ma davvero tanto, altro.. Rilegato a mano, il libro è tirato in un’edizione da sole 100 copie.

All’interno di questo universo privato di Philadelphia ci sono contributi di: Mark Beyer, Greg Biche, Dan Isaac Bortz, Emilia Brintnall, Robert Chaney, Marley Dawson, Shelby Donnelly, Joy Feasley, Richard Harrod, Lynnea Holland-Weiss, Jake Kehs, Gabrielle Lavin, Preston Link, Tristin Lowe, Jacob Lunderby, Mackenzie McAlpin, Rich McIsaac, Matthew Neff, Nakima Ollin, Paul Swenbeck, Clint Takeda e Sophie White.

Appassionato, romantico, diretto e pieno di sincerità.

“Read and Destroy”, la storica rivista di skate sta per lasciarvi a bocca aperta

Quello di oggi non è un articolo come tutti gli altri, ma bensì la presentazione di una pietra miliare per tutti gli appassionati di skateboard.
E’ infatti un articolo sul progetto del “Read and Destroy magazine” di pubblicare in due volumi tutta la storia di questa vera e propria leggenda che dai primi spericolati funamboli in BMX, è passata alla tavola con le ruote.

Marzo 1987
Febbraio 1988

Tutto parte manco a dirlo dalla rivista indipendente “RaD” (Read and Destroy), pubblicata per la prima volta oltre 30 anni fa per mostrare il panorama inglese prima e mondiale poi dello skateboard e della sua cultura negli anni ’70, ’80 e ’90.
RaD ha documentato un tempo, un luogo e un atteggiamento unici all’interno della cultura giovanile, catturando in modo significativo la morte, la rinascita e la definitiva consacrazione dello skateboarding.
Per una generazione di giovani degli anni ’80 pre Internet, la rivista era una connessione vitale con la loro cultura underground in cui si presentavano tutti i migliori skater dilettanti e professionisti sia americani che provenienti da tutto il Regno Unito ed Europa.


Sotto la direzione di Tim Leighton-Boyce “RaD” aveva un approccio sperimentale, apparentemente irriverente, più vicino ad una fanzine che non ad una pubblicazione tradizionale.

Il progetto è attualmente su Kickstarter per ricevere aiuti dai moltissimi fans di tutto il mondo e mira a creare un libro in due volumi che ripercorre la storia della ormai scomparsa rivista RaD.
Oltre ai fotografi più importanti della rivista, il libro presenterà i pezzi salienti dei contributors originali tra cui Skin Phillips, Andy Horsely, Thomas Campbell, James Hudson, Percy Dean, Leo Sharp, J. Grant Brittain, Spike Jonze e Chris Ortiz tra gli altri.
Migliaia di negativi fotografici e trasparenze, stampe, opere d’arte originali, fanzine, volantini e riviste costituiscono questo archivio significativo…. un vero e proprio tesoro!
La struttura editoriale prevede come detto due volumi con una timeline divisa in 4 sezioni:

VOLUME 1
Pt 1: The Roots to RaD 1978-1986.
Pt 2: In Full Colour 1987-1993.
VOLUME 2
Pt 3: In Full Colour 1987-1993.
Pt 4: New Blood 1993-1995.

“Editorial Magazine” è una rivista su ciò che oggi si definisce interessante ma assurdo

Editorial Magazine” è una pubblicazione indipendente di arte e moda che esce trimestralmente a Montreal, in Canada.
Claire Milbrath è la fondatrice della rivista che ad ogni numero riesce ad inventarsi qualcosa di nuovo e questo vale anche per il diciottesimo numero appena uscito.

I temi affrontati da “Editorial Magazine” sono sempre originali e affascinanti come l’approfondimento del concetto di masthead, un formato innovativo di grandi dimensioni (970×250 px), collocato tra la testata di un sito sito e il corpo della pagina.
Inoltre per questo numero Maya Fuhr e Talvi Faustmann hanno lanciato un servizio di moda ispirato alle donne più famose del cosiddetto televangelismo, un fenomeno assurdo e allo stesso tempo oramai diffusosi in tutto il mondo.; l’apice della religione, del glamour e dell’avidità si sono uniti per formare un immane miscuglio.
Di questo e di molto altro si legge su “Editorial Magazine“..

“Design Giving” è un nuovo magazine interamente dedicato al design di prodotto ecosostenibile

Il Magazine che vi presento oggi è “Design Giving“, una pubblicazione annuale che presenta sia designer affermati che emergenti, produttori di abiti, gioielli, libri, articoli di cancelleria e accessori per la casa pensati con cura e passione artigiana.
Il team di “Design Giving” seleziona con eleganza i designer solo fra coloro che condividono i loro valori e si impegnano ad avere un impatto sociale e ambientale positivo. Ogni designer che viene presentato opera di volta in volta con un materiale diverso.

L’obiettivo del magazine è quello di fornire una piattaforma dove condividere e supportare designer e creatori indipendenti.
Il nome “Design Giving” deriva dalla compressione della frase “where design thinking becomes thoughtful giving” una definizione concettuale della fondatrice Laura Jane Boast che descrive un processo e un modo di progettare caratterizzato dall’attenzione sia per le persone che per il pianeta.

Il primo numero della rivista “Design Giving” presenta 68 pagine di interviste e storie accuratamente selezionate e appositamente commissionate a designer e produttori indipendenti affermati ed emergenti di varie discipline creative.
Ogni volume della rivista è composto da quattro sezioni:

1 – approfondimenti sul design contemporaneo che indagano i razionali significativi dei designer
2 – interviste ai designer e celebra i loro processi lavorativi
3 – quali sono i pensieri e le idee che stanno dietro alla realizzazione di un prodotto
4 – Approfondimento sul tema delle risorse materiali utili

“Faim” un nuovo e molto strano magazine sui giovani che ci stanno cambiando la vita

FAIM“, che in francese significa “fame”, è il magazine che vuole scoprire e far scoprire la vita di una generazione nuova, giovane, creativa e ambiziosa che si aggira per il mondo. Una generazione affamata di nuovi progetti ed esperienze, di nuovi modi di lavorare e di creare e di nuove possibilità di immaginare il proprio futuro.


Ogni sei mesi, la”FAIM” esce a scovare queste nuove menti per trovarle nelle loro città d’origine, per mostrare come stanno promuovendo i cambiamenti nelle nostre culture e nelle nostre società a livello locale, ma anche a livello globale.
“FAIM” si muove attraverso tre categorie principali – persone, luoghi e cibo – elementi che accompagnano questi giovani nel loro viaggio attraverso le loro città.
E poiché “FAIM” è un magazine  che intende arrivare forte e chiaro a più persone possibili, è pubblicato in due versioni e tre lingue (inglese, francese e spagnolo) ed è distribuito in tutto il mondo.
Nel secondo numero “FAIM” ci porta a Bristol (UK).

E’ arrivato “Tatanka” ed è qui per restarci a lungo

Tatanka” è un periodico indipendente che racconta i principali fatti di attualità nazionale e internazionale.
E’ un supporto mnemonico, un racconto per immagini e un rovesciamento del tradizionale sistema di informazione dove le notizie vengono guardate prima di essere lette.
E’ un diario, dove gli illustratori fermano sulla carta quello che succede nel mondo.
“Tatanka” esce ogni due mesi e ospita 10 notizie, 10 illustratori, 10 manifesti, 24 pagine, 3 colori e 6 fogli sparsi.
“Tatanka” è bello, è fresco come l’aria che entra dalle finestre nei giorni di afa e si fa sfogliare davvero volentieri.

Con “Pittori di cinema” i ragazzi di Lazy Dog ci regalano un’altro piccolo capolavoro editoriale

A cominciare dal dopoguerra, l’industria cinematografica italiana ha
avuto la necessità di coinvolgere artisti per illustrare e promuovere i propri film. Così nacquero i “pittori di cinema”, volgarmente detti “cartellonisti”, termine che non rende giustizia a ciò che viene definita come una vera e propria corrente artistica.
In questo volume di 432 pagine, prima opera di questo genere, vengono presi in esame 29 pittori, con 500 illustrazioni a colori spesso inedite che comprendono schizzi, bozzetti, opere provenienti da collezioni private, lavori scartati o destinati ad altri impieghi. Maurizio Baroni, profondo e appassionato conoscitore, autore e collezionista, attinge dal proprio nutrito archivio personale e passa in rassegna cinquant’anni di cinema italiano attraverso le sue locandine, i suoi manifesti e innumerevoli gustosi aneddoti.
Il calligrafo Luca Barcellona e l’art director e docente Andrea Mi prendono in esame gli aspetti legati rispettivamente al lettering e alla composizione grafica, mentre la storica dell’arte Alessandra Cesselon presenta uno per uno i pittori, contestualizzando le loro opere nell’ambiente artistico dell’epoca, da lei vissuto in prima persona in quanto figlia di Angelo, uno dei suoi principali esponenti. Il libro è rivolto ai cinefili e ai collezionisti, ma anche ai graphic designer e agli illustratori, agli studenti e ai professionisti, come documento storico per gli appassionati e insieme ispiratore per le nuove generazioni di comunicatori.
Il libro è rivolto agli appassionati di cinema, ai collezionisti e a chiunque voglia ispirarsi o approfondire le tematiche legate alla comunicazione visiva: illustratori, graphic designer, professionisti del settore, studenti.

Ho preferito utilizzare direttamente le parole scelte dal team di Lazy Dog per presentare questo splendido lavoro che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, come questa realtà tutta italiana, stia velocemente divenendo un riferimento per quanto riguarda un certo modo di fare editoria che mischia sapientemente la tradizione grafica italiana, la cura artigiana del prodotto editoriale e un certo gusto pop tutto da scoprire.
Complimenti a Lazy Dog, un’altra gemma preziosa è stata inserita in un catalogo di per sé già ricco di tesori.

“Jezga” è un magazine sulla nascente scena artistica e creativa della Lettonia

Da quando la Lettonia è uscita dall’Unione Sovietica nel 1991, questo piccolo Stato è cresciuto e si è sviluppato, dimostrando una ricchezza e molte nuove energie che sta sprigionando in diverse forme d’arte. Questa indipendenza relativamente nuova ha portato una diffusa creatività che il nuovo magazine “Jezga” vuole esplorare per definire quella che è una vera e propria nuova identità nazionale che la Lettonia si sta ricavando attraverso l’arte.

L’obiettivo di questo ennesimo nuovo magazine è quello di mostrare il lavoro di pittori, illustratori, fotografi, stilisti, musicisti, attori e molti altri, con l’aiuto di un approccio grafico ed estetico innovativo e molto vicino al mondo del design.
Tutte queste nuove ed originali voci che nascono dalla cultura lettone portano a galla una prospettiva del tutto nuova e diversa che deve ancora essere vista e ascoltata.
Questa massa di idee e creatività è senz’altro una fonte di ispirazione positiva per chiunque voglia alimentare il proprio lato artistico o semplicemente per coloro che amano le arti visive.

Un bellissimo progetto indipendente di un libro interamente dedicato alle mani

Da quando l’ho incrociato sui miei assurdi giri nel web, questo progetto mi ronza in testa e finalmente sono riuscito ad incrociare la mia tastiera ed un attimo nel nostro tempo con Diego Garbini e Michela Brondi, le due teste pensanti che stanno dietro a Platò da cui mi sono fatto spiegare un pò meglio l’idea che sono molto felice di supportare e promuovere attraverso le Edizioni del Frisco.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

“A Book about Hands” è un libro e un progetto internazionale indipendente interamente dedicato alle mani.
Il libro raccoglie i lavori di 47 artisti da 13 nazioni, immagini provenienti da grandi musei e collezioni e particolari ritratti anonimi.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com
Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com
Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Questo progetto nasce da una collezione di circa 700 immagini selezionate da Michela Brondi su Pinterest nel corso di anni di ricerche. In collaborazione con una delle più antiche tipografie della Toscana
Bandecchi&Vivaldi è stato realizzato il prototipo del libro e ora, questo progetto, cerca una grande MANO per realizzare la prima edizione limitata attraverso una campagna di crowdfunding su Eppela.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Per quello che posso, vi dico di sostenere il progetto che vede coinvolti decine di artisti fra i quali nomi del calibro di: Michael WaraksaJason Travis, Bo Lundberg, Claire Curneen, Ayako Kurokawa, Jim PhilippsNina Myers // Matthew Cox // Joni Majer // Adrian Velasco // Ben Kruisdijk // Sarah Burwash // Jonathan Zawada.

Ecco dunque il progetto “A Book about Hands” che se vi piace, potete sostenere e spingere!

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Gli schizzi disegnati diventano vere e proprie opere d’arte in questo libro di Mike Perry

Hand Job : A Catalog of Type” di Mike Perry è una gioia da guardare, è un librone bello grosso pieno zeppo di scarabocchi grafici e piccole opere d’arte di design dalla copertina fino all’ultima pagina.
Il design del libro dà proprio la sensazione di aver raccolto un mondo di sketch solo per scoprire che molti designer / artisti / tipografi hanno lasciato i loro pensieri amorevolmente disegnati su fogli occasionali.
È davvero fantastico e stimolante guardare un libro del genere dove ci sono molte illustrazioni intrecciate tra lettere disegnate a mano, ci sono disegni di invito, di poster, disegni di CD tutti creati rigorosamente a mano. Alcuni dei pezzi presentati sono vere e proprie opere d’arte e mostrano davvero cosa si può ottenere con un pezzo di carta, una penna e un po ‘di immaginazione.
L’uso dell’umorismo nei disegni è forte e chiaro in tutto il volume, con molti piccoli personaggi, frasi divertenti e detti illustrati.
È un vero sollievo vedere che esiste ancora qualcuno nel mondo che da peso e importanza a questi aspetti del dietro le quinte, a questo tipo di lavoro di progettazione, in un’industria del design dominata sempre più dalla grafica perfetta e rigorosa, dalla tipografia lineare e dalle immagini digitali con tutto il freddo che portano con se.
All’interno del libro troverete disegni di un sacco di gente come: Andy Beack, Kate Bingman, Dan Black, Deanne Cheuk, Damien Correll, Jeremy Dean, Demo Design, Dan Funderburgh, Gluekit, Mario Hugo, Impero umano, Adrian Johnson, Jim  the illustrator, Lifelong Friendship Society, Kevin Lyons, Stefan Marx, Geoff McFetridge, Garrett Morin, National Forest, AJ Purdy, Luke Ramsey, Andy Rementer, Sagmeister Inc., Andy Smith, Todd St. John, Strange Attractors, e molti altri!

“Mohawk Maker Quarterly” è lo splendido magazine prodotto da una cartiera di New York

Dietro ogni grande azienda c’è una storia. La storia di Mohawk Connects inizia nel 1931, durante la turbolenza della Grande Depressione, quando George O’Connor coglie l’occasione comprando una cartiera oramai in bancarotta a Upstate New York convinto che il materiale, le macchine e soprattutto gli artigiani che lavoravano lì valevano la pena di essere risparmiati.
Si sforzò poi di produrre della carta che fosse tanto duratura e unica quanto ben fatta e bella. Questa avventatezza, lungimiranza e spirito imprenditoriale divenne ben presto la filosofia della nuova azienda portata poi avanti con orgoglio da quattro generazioni di O’Connor e che oggi fa ancora di Mohawk un soggetto assai importante del settore.
Oltre alla carta, esce con uscite irregolari, anche il magazine “Mohawk Maker Quarterly“.
Iniziato nel 2013 come una celebrazione di creatori, creativi e della cultura artigianale a cui Mohawk da sempre si ispira, “The Mohawk Maker Quarterly” è diventato con il tempo una fonte d’ispirazione indispensabile per i designer grafici di tutto il mondo.
Ogni numero di Maker Quarterly cerca di approfondire i confini dell’espressione creativa con caratteristiche editoriali ogni volte speciali, un design attentamente studiato e varie tecniche di stampa utilizzate su una vasta gamma di carte chiaramente Mohawk.
Il numero 14 di “Mohawk Maker Quarterly” è intitolato Lead & Serve e celebra coloro che aprono la strada, i precursori di diversi ambiti grafici e tipografici, aiutando a loro volta gli altri a trovare le loro strade.

Hypebeast riporta in auge gli anni ’90 anche nella grafica editoriale

Continuando a scavare dietro le storie che compongono il panorama creativo di oggi, Hypebeast esplora le ultime tendenze attraverso le lenti di ingrandimento di un team esperto e oramai di primissimo livello.
Pensieri, interviste e guide fanno da anni di Hypebeast un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la moda e più in generale le tendenze estetiche di tutto il mondo.
Oltre al sito, aggiornatissimo e ricchissimo, seguo le scelte del team che cura il magazine arrivato al numero 21.

Hypebeast – numero 21

“Hypebeast 20 – The X Issue” è quindi un’uscita precedente che però mi piace riscoprire per il design editoriale creato dallo studio Hybrid Design.
I designer dietro questo bellissimo progetto sono un vero e proprio super team: Carl-Hampus Vallin, Patchara Charoensiri, Frédérique Gravier, Olivia Ward, Dave Weber.
A mio avviso una delle cose più interessanti di questo progetto sono i rimandi visuali, gli elementi grafici tipici degli anni ’90 e il l’aspetto totalmente decostruito della grafica dell’intero numero. Dal mix del layout editoriale composto da elementi molto classici fino agli elementi tipografici ed al modo in cui le immagini sono state disposte sulla pagina.
Questo progetto mi fa venire il dubbio se, come da più parti sento dire, anche nel mondo della grafica editoriale, gli anni ’90 stiano tornando attuali visto che anche altri progetti condividono la stessa estetica e soprattutto la miriade di film in arrivo che saranno ambientati in quel decennio.
Date un’occhiata..

Suq e la sua sconosciuta Sicilia muovono i suoi passi e ne siamo felicissimi

Quando mi è arrivato il numero 0 di “Suq” ero felicissimo non tanto per la qualità del prodotto che si è poi rivelata molto alta e superiore, lo ammetto, alle mie aspettative, ma perché è l’idea stessa che ne sta alla base ad avermi affascinato.
Suq, come si legge dalla presentazione, è un ibrido editoriale tra il taccuino di viaggio e il libro fotografico e racconta di una Sicilia lontana dai cliché e dalla sua folcloristica iconografia.
Un magazine specifico, di nicchia, molto simile a certi prodotti internazionali che si concentrano su un tema a prima vista molto limitato per esploderlo in miriadi di punti di vista, di fotografie, di parole e colori diversi mostrando come non si possa mai davvero dire di conoscere niente o quasi.

Suq è la Sicilia, quella mai raccontata. Quella che trovi frugando tra ciò che conosci e ciò che non sai ancora. Che sia a pochi o a molti chilometri da te non importa perché ciò che conta davvero è lo sguardo, quello senza distanze capace di afferrare lo sconosciuto.
In questi giorni e settimane di tristi notiziari dove la Sicilia viene mostrata solo come orizzonte di drammi e tragedie, Suq la riporta al centro mostrando che tutto può essere rivisto da altre prospettive.
Suq è fotografia, racconto, sentimento, viaggio, nostalgia, desiderio e bellezza, quella di una cultura nuova e di un nuovo modo di vedere e vivere la Sicilia. Per far sì che tutto quello che Suq può essere lo sia per davvero e tutto quello che della Sicilia ancora si sconosce, venga conosciuto.

 

Con il magazine “The Smudge” riassapori lo spirito sixties con la stampa risograph di oggi

Ecco “The Smudge” di Giuigno il Numero 6 del 2018.
“The Smudge”, lo ammetto, è uno dei miei magazine preferiti e che seguo con appassionata regolarità sia per la qualità del prodotto, sia per l’originalità del progetto, ma soprattutto perché rievoca orgogliosamente una certa idea di editoria indipendente che arriva direttamente dagli anni Sessanta, quando tutto ebbe inizio.
“The Smudge” è un mensile di interviste, fumetti e recensioni presentati da dei redattori che non si definiscono tali, preferendo dichiararsi veri e propri attivisti.
La rivista è ideata e stampata dal team di Tan & Loose Press, un editore indipendente di libri e zines che noi amiamo da sempre (vedi qui e qui) con sede a Los Angeles, in California.

Diciamo che i ragazzi di “The Smudge” hanno una stampante risograph e sanno bene come usarla.

Il nuovo meraviglioso numero di Eye Magazine dedicato interamente al design editoriale ed alle riviste indipendenti di oggi

L’ultimo Eye Magazine è il primo di due speciali sul magazine design e sull’art direction per celebrare il mondo dei magazine in molti modi diversi.
Ci sono molti infatti infiniti progetti stampati o digitali che rientrano nella categoria generale del cosiddetto editorial design. Le riviste, tuttavia, sfidano oggi più che mai il mercato e stuzzicano sempre di più la creatività di direttori, art director e designer di tutto il mondo.
Attraverso i rapidi cambiamenti della tecnologia delle comunicazioni e della produzione a stampa, la moderna rivista si è evoluta in una qualcosa di divrso dal passato e molto molto più sofisticato. il magazine oggi può essere prodotto in una moltitudine di formati e occuparsi di qualsiasi argomento.
Mentre molti storici magazine hanno chiuso i battenti, l’attuale mercato delle riviste indipendenti ha permesso a molti titoli di settori piccoli ma agguerriti di prosperare come mai prima.
Nel numero di Eye Magazine su questi temi troverete ampie e diverse analisi: dall’intervista con il direttore del design del New York Times Gail Bichler, al pezzo intitolato “Town shaped the sixties” di Anne Braybon che rende omaggio a Tom Wolsey (1924-2013), considerato uno degli editorial design più audaci e innovativi della sua generazione.” il numero 96 di Eye Magazine tratta anche un settore in forte crescita e sviluppo, quello delle riviste indipendenti di calcio cme Eight by Eight.

Nella copertina “Anatomia di una rivista” illustrata da Jason Ford, otto scrittori esaminano alcuni degli elementi chiave che rendono una rivista una “vera” rivista fra cui: la copertina, i contenuti, le caratteristiche, le recensioni, la pubblicità e così via.
Come si addice a mag di riviste specializzate, Eye 96 presenta un design fantastico (come sempre del resto) e la direzione artistica di Holly Catford e Simon Esterson ed è stato splendidamente stampato a Pureprint.

“Una rivista è più che un contenuto, è un artefatto, una scelta di stile, un trattamento, un mini-manifesto, una fonte di conforto o di fedeltà e un modo per plasmare pensieri e opinioni…

 

 

Un libro ricostruisce la storia di uno dei locali di Londra più famosi al mondo

Il 100 Club, lanciato nel 1942 come Feldman Swing Club, era frequentato durante la seconda guerra mondiale dai militari e dalle stelle del jazz come BB King e Muddy Waters negli anni ’50, ma è stato negli anni ’70 quando che è diventato un luogo storico e di culto per la scena punk ospitando il “The 100 Club Punk Special”, un evento che comprendeva band quali Sex Pistols, Siouxsie e Banshees, The Clash, Buzzcocks e The Damned, praticamente il punk e tutto la cultura underground che esso stava lanciando nel mondo.

Per celebrare questo leggendario club Fred Perry e Ditto pubblicano adesso un libro di storie e aneddoti sulla sua storia lunga 75 anni. Dai musicisti che hanno suonato lì alle persone dello staff del bar fino ai clienti che hanno servito.. ogni storia è una storia unica che aggiunge pagine alla leggenda ed al mito di questo club.
Tuttavia non erano solo le band la forza di questo locale indipendente, ma anche e soprattutto le tribù di fan che stavano scoprendo il punk e l’intera cultura underground che esso trascinava con se.
La copertina bianca serigrafata in viola, le carte interne colorate e gli inchiostri speciali utilizzati , uniti alle fotografie di artisti come Elaine Constantine, rendono questo volume un opera ricercatissima come si conviene per una delle istituzioni più amate del Regno Unito.

Un magazine celebra il 550 anniversario della morte di Johannes Gutenberg

Tre lettere tre, per dare una ventata di novità al mercato editoriale spagnolo.
Dal quotidiano EL MUNDO è arrivato da qualche mese il progetto/rivista EME, una grande vetrina di tendenze, stile e arte.
Uno degli ultimi speciali di EME è un progetto per i festeggiamenti del 550 ° anniversario della morte di Johannes Gutenberg che non sto a spiegare che importanza riveste per il sito e immagino per tanti altri…
Probabilmente il buon vecchio Johannes non aveva chiaro in mente che la sua invenzione avrebbe suscitato tanto scalpore mentre perfezionava la tecnica di stampa con caratteri mobili. Da allora infatti, la tipografia si è evoluta strutturando la storia e il pensiero di una grande fetta del mondo occidentale moderno.
Questo viaggio dalla tipografia a piombo alla tipografia contemporanea è l’oggetto del lavoro di EME… dal Basso Medioevo del 12 ° secolo e fino al 15 ° secolo per un progetto di magazine dal fascino che cattura non solo i tecnici.

Un diario, ma non nel senso tradizionale del termine

“World Problem Solution Book” è un diario, ma non nel senso tradizionale del termine. Prodotto in due anni, il libro è una visualizzazione di momenti sporadici, conversazioni e memorie scritte dell’illustratore Chris Harnan.
È una rappresentazione grafica di un periodo di tempo nella sua vita modificato infinite volte in base agli accadimenti che si susseguono incessantemente nel tempo.
Stampato su Risograph a quattro colori in 176 pagine, i disegni del “World Problem Solution Book”, pubblicato da Studio Operative, sono un continuo susseguirsi di novità stilistiche e grafiche sebbene il libro presenti sempre gli stessi personaggi creati attraverso linee rette generate al computer che sono uno dei suoi aspetti caratteristici.
Sia che si tratti di alcune semplici righe di testo su una pagina o di uno stile minimale o ancora di un fumetto, tutto è stato realizzato in reazione alle cose che stavano accadendo nella vita di Chris.
Chris ora vive nel sud di Londra. Lavora part-time in uno studio di architettura, un lavoro che gli offre la libertà di scegliere i progetti sui quali lavorare e fra questi, ecco questo diario, ma non nel senso tradizionale del termine.

Un progetto di riconversione grafica adattato ai poster razzisti dei campus universitari

Le settimane successive alle elezioni presidenziali del 2016 hanno visto un aumento senza precedenti di incitamento all’odio, crimini d’odio, atti vandalici e violenze contro le minoranze e le persone di colore. Secondo le statistiche dell’FBI, il giorno successivo alle elezioni si è registrato un aumento del 127% nel numero di crimini segnalati e tale numero ha continuato a crescere nei mesi successivi. Come se Trump avesse scoperchiato un vaso di Pandora di nazionalismo bianco che demonizza e attacca in un vortice di negatività che ancora oggi è vivo e vegeto.
Sempre più spesso i cosiddetti hate groups si stanno infiltrando nei campus universitari basti pensare che nel febbraio 2017 alla Kutztown University, nelle zone rurali della Pennsylvania, i manifesti di reclutamento dei suprematisti bianchi hanno invaso l’intero campus.

Sebbene l’Università abbia denunciato pubblicamente questi gruppi ed i loro messaggi razzisti e violenti, Vicki Meloney, professore associato del dipartimento di design della comunicazione, si è sentita in dovere di fare di più.
Ha inviato velocemente una mail ai suoi studenti aprendo una call per chiunque trovasse uno dei poster e lo trasformasse in qualcosa di bello trasformando un messaggio di odio in un messaggio di bellezza.
L’e-mail è arrivata ai social media ed in 24 ore il post ha ricevuto più di 20.000 “likes” con circa 2.000 commenti tutti di sostegno all’iniziativa.
La risposta è stata così grande che la sua casella di posta elettronica è stata inondata di richieste da parte di organizzazioni locali e nazionali che volevano saperne di più sulla sua offerta agli studenti. Quasi tutti quelli che hanno commentato volevano vedere ciò che gli studenti avevano creato.

Il workshop è stato organizzato rapidamente e senza finanziamenti riunendo materiali e attrezzature a disposizione e utilizzando inchiostro, carta, kit per timbri e pennelli.
E’ stato un modo per affrontare la crescente ed odiosa retorica della destra del campus e la loro esibizione pubblica di poster suprematisti.
Così è nato il progetto Replace-the-Hate, uno sforzo guidato da specialisti del design per costruire legami comunitari, rinunciare all’odio e apprezzare invece la diversità attraverso espressioni creative e eventi artistici comunitari.
Il potere dell’arte e del design nelle mani delle persone è stato utilizzato per promuovere il cambiamento, rinunciare all’odio e rafforzare un ambiente di inclusione.

Prima di aprire il proprio studio grafico, Tony realizza il proprio libro di memorie grafiche

Severn è uno studio grafico inglese, situato in un piccolo paese che se ne sta indisturbato nel mezzo fra Liverpool e Birmingham, diciamo non proprio il massimo in termini di panorama ed estetica del paesaggio.
Ve ne parlo perché il team di Severn ha da poco realizzato il volume dal titolo “Ten Yrs Ltr” e a me personalmente è piaciuto molto.

Il libro è una sorta di flashback su quello che può significare diventare grande professionalmente parlando ed è stato ideato e realizzato da Tony Clarkson che in queste pagine racconta come ha vissuto i suoi anni precedenti di lavoro nel mondo della progettazione grafica e del design editoriale lavorando per una agenzia.

Questo libro è dunque una celebrazione del fatto che Tony, ad un certo punto della sua vita, ha deciso di cambiare e di lasciare ciò che oramai avvertiva come banale e privo di stimoli verso un futuro ignoto e pieno di punti interrogativi.
Da qui è nata l’idea della creazione di un proprio studio grafico.
Il lavoro successivo è stato quello di cercare ogni dettaglio, lavoro, bozze e appunti del suo lavoro precedente che per lui valesse ancora qualcosa.
Il risultato di questa retrospettiva affettuosa e forse un pò anche malinconica è il libro chiamato Ten Yrs Ltr. Un volume di 100 pagine, ricco di riferimenti al lavoro e agli eventi degli ultimi dieci anni di Tony Clarkson.
Si può dire che queste pagine veicolano un messaggio, quello cioè di andare sempre avanti e di guardare indietro solo quando si cerca un incentivo per continuare a crescere.

I fumetti e Star Wars visti attraverso una deliziosa serie di infografiche ultra pop

Tim Leong è stato il direttore del Digital Design di Wired Magazine, poi il Design Director di Fortune Magazine e adesso il direttore reativo di Entertainment Weekly Magazine dove si occupa di supervisionare la grafica, le copertine ed il design.
Dal 2013-2015 ha fatto parte del Consiglio di amministrazione della Society of Publication Designers di cui è Presidente del 2016.
Amante dell’arte infografica e dei dati, cerca di unire il suo mestiere di grafico e desingner creando visualizzazioni molto pop.
Parlo di lui perché oggi presentiamo due dei suoi lavori…

Tim Leong

Il mio primo è il libro dal titolo “Super Graphic: A Visual Guide to the Comic Book Universe” che è stato nominato addirittura il miglior libro del dell’anno di arte e design da Amazon.
In questo corposo volume il mondo dei comincs viene descritto ed analizzato attraverso una raccolta di grafici a torta, grafici a barre, timeline, grafici a dispersione e altro ancora. “Super Graphic” offre così ai lettori uno sguardo nuovo ed originale sulle trame intricate che si intrecciano nei fumetti illuminando il lettore sui dati anagrafici di lettori della DC Comics..

Oltre al volume sui comics Leong ha da poco prodotto una seconda delizia dal titolo “Star Wars Super Graphic“, una guida visiva di Star Wars che è sia un prodotto per piccoli fans, sia un’utile guida informativa per gli appassionati più grandi.
Anche in questo caso si passa con naturalezza da un diagramma di Venn sulle idiosincrasie di Yoda a un organigramma dell’Impero fino ad un grafico a linee delle decisioni gestionali di Grand Moff Tarkin.

“Buffallo” di Ben Duvall gioca con i segni per creare un libro unico ed enigmatico

“Buffalo” di Ben Duvall più che un prodotto editoriale è una visione estrema, artistica e poetica nel suo leggere la realtà attraverso formule e segni.
Nei  suoi lavori Ben Duvall  sviluppa da sempre pratiche basate sull’etetca del web e dell’informatica ricercando continuamente legami o correlazioni con il mondo della stampa.
Ben distorce l’utilizzo della parola e dell’immagine rendendola sempre meno leggibile e favorendo in questo modo la convergenza di questi due elementi in un unico metodo e linguaggio comunicativo che si presenta come del tutto nuovo e originale.
Il libro utilizza infatti un linguaggio visivo fatto di codici informatici resi in forma poetica su enormi pagine rettangolari.
Il testo si evidenzia attraverso diagonali e matrici in cui ogni minimo cambiamento di formattazione cerca di contribuire allo sforzo di decifrare e comprendere il tema scelto.
Capisco che leggere queste frasi possa sembrare assurdo e incomprensibile ma la sensibilità stilistica di Duvall crea un oggetto a mio avviso carico di poesia. Il libro è rilegato in un elegante cartoncino marrone in cui è stampato il titolo e il nome dell’autore tramite semplici stencil di colore nero. La complessità di questo lavoro, si capisce bene anche da queste scelte tipografiche, non sta nella forma, ma bensì nel contenuto.
Queste 18 pagine stampate in sole 75 copie con il risograph dimostrano una volta di più l’estrema flessibilità del prodotto libro che non risente affatto del tempo che passa ma anzi si permea alla contemporaneità come forse niente altro è in grado di fare.

L’amore per i loghi vintage e la loro classificazione può dare risultati eccezionali

Reagan Ray è un ragazzo con i capeli lunghi, nativo del Texas, che insieme a Trent Walton e Dave Rupert lavora nello studio di grafica e design Paravel a Austin.
Il suo lavoro lo ha portato a collaborare con brand quali Microsoft, Wired, Typofonderie e altri ma non lo ha mai allontanato dalla sua passione per i loghi soprattutto dal forte sapore vintage ed old style.
Attraverso il suo blog personale è infatti di questo che discute presentando sempre più spesso collezioni di loghi e non solo, suddivisi per tipologia riuscendo così a creare un vero e proprio archivio di eccezionali grafiche anche e soprattutto del passato.
Dando un’occhiata alle sue ultime pubblicazioni mi sono imbattuto in un sacco di materiale fra cui mi pare il minimo citare la raccolta di VHS del terrore parte 1 e 2, quella delle etichette di abbigliamento in stile Far West, dei loghi delle ferrovie statali americane e quella dei loghi delle case di distribuzione di VHS.

Railway Logos
Railway Logos

Quest’ultima riporta un gran numero dei loghi di società che vengono stampati sul retro e sul dorso della confezione del VHS ma si tratta di un numero così alto che secondo Reagan se ne possono contare oltre 2.000.
Alcune di queste società sono ancora attive anche se credo non si occupino più di film in VHS..

VHS Distributor Logos
VHS Distributor Logos

Devo però ammettere che la lista che più mi ha impressionato e affascinato è senz’altro quella relativa ai loghi delle etichette discografiche che trovo davvero splendida e ricca di spunti creativi e originalità. In questo caso si tratta davvero di un lavoro abnorme tenuto conto che le stesse etichette potevano cambiare logo anche da Stato a Stato e sono soggette ad un’attività incessante di rebranding.
Quindi quesllo di Reagan non si tratta di un lavoro esaustivo, ma che comunque rende assai bene la sconfinata quantità di materiale che esiste sul tema e fa intravedere la bellezza che potrebbe scaturire da un lavoro davvero scientifico di ricerca e di archivio.

Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos

Un libretto per ricordare cosa e come gli Anni Sessanta hanno cambiato il mondo e le persone

Jacklyn Munck è una bella ragazza che si auto definisce una persona ossessionata dal design che non riesce a stare ferma.
Frequenta l’università di Syracuse e si laurea in Design della comunicazione ricercando sempre e con orgoglioso di muoversi in direzioni originali e fuori dagli schemi, alla ricerca di nuovi approcci e nuovi confini.
Quello che vi presento oggi è un progetto che Jacklyn ha pensato e realizzato con l’obiettivo mostrare quella che è stata la rivoluzione sociale, politica e culturale avvenuta in America negli anni Sessanta.
L’immagine è provocatoria come del resto lo è stata tutta la controcultura americana e non con un a volte dirompente senso di emergenza e irreversibilità che ha portato al superamento di molti degli ostacoli più problematici della cultura di allora.

AGO – Una fanzine per una Tesi o una Tesi per una fanzine?

AGO” la fanzine “Terapeutica per persone un po’ annoiate” realizzata da Camilla Reginato e concepita per una tesi di laurea, è un prodotto che pur essendo al passo con i tempi, la si può benissimo definire di vecchio stile, semplice, diretta e, come alle origini, fotocopiata. Immagini, testi e grafica per proporre, chiarire e sostenere la posizione dell’autrice sul tema del Do It Yourself, come lei stessa afferma:
“Perché una fanzine? Ritengo che sia un medium valido, interessante e genuino: viene creato ‘dal basso’, da chiunque abbia la necessità e la volontà di comunicare ad altri una propria passione cercando un confronto.
Perché il Do It Yourself? Chiama in causa la valorizzazione della progettualità dell’individuo, della sua creatività e del suo ingegno, risponde al bisogno di essere parte attiva di questo mondo, soggetti pensati e protagonisti del proprio tempo”.
Interessante la definizione del significato relativo al titolo, AGO, che ruota attorno a tre concetti: l’ago può pungere, ma senza far troppo male, a go in inglese significa un inizio, un tentativo e ago si traduce dal latino come agire, fare. Dunque AGO è una fanzine che vuole fare capolino nella mente dei suoi potenziali lettori e suscitare curiosità nei confronti del Do It Yourself.
All’interno di questo primo numero, lo 0, Camilla ha programmato scelte di contenuti interessanti, come IL DO IT YOURSELF IN 11 PUNTI che presenta l’interpretazione del DIY suddivisa in 11 punti che a parer dell’autrice ne caratterizzano il concetto, SPROUT notizia inerente alla sostenibilità ambientale poiché il DIY ha inevitabilmente a che fare anche con l’ambientalismo, oltre alle impostazioni che vedono, grazie anche alla scelta della carta color giallo oro, la fanzine assumere un carattere caldo e gioioso, in perfetto accordo con il messaggio che l’autrice vuole trasmettere, arrivando a realizzare un numero completo e bello da sfogliare.
Senza alcun dubbio, un lavoro progettato appositamente per sensibilizzare i lettori sull’attività del Do It Yourself, base portante della stessa tesi di laurea che vede al suo interno un intero capitolo, il Quarto, dedicato alla stessa fanzine. Circa 10 pagine per spiegare il Perché una fanzine: le motivazioni della scelta, Il concept, Le scelte progettuali, I contenuti della fanzine e La distribuzione della fanzine.
E non dimentichiamo il poster centrale, con le istruzioni per l’uso del Come fare il sapone in casa!
Camilla Reginato si è laureata a Venezia in Scienze e Tecniche della Comunicazione Grafica e Multimediale.
La fanzine è una parte rilevante di quella laurea.
“AGO” è disponibile online da scaricare gratuitamente dal sito della Fanzinoteca d’Italia 0.2.
La Call To Action invita il lettore ad inviare un feedback oppure, meglio ancora, a contattare l’autrice per iniziare a cooperare con lei nella realizzazione dei numeri successivi, quindi per gli interessati a tali tematiche, disponibili alla
condivisione, e pronti a collaborare siete avvisati, mail: reginato.camilla@gmail.com

FRUTE è una grafica sensuale, uno strumento di discussione e una rivista indipendente di cui correte il rischio di innamorarvi

Eccoci di nuovo qua e questa volta vi presentiamo un progetto tutto italiano che ho visto e preso al Fruit di Bologna e che da tempo speravo di avere qua alle Edizioni del Frisco.
Grazie a Cecilia abbiamo oggi la possibilità di presentarvi questo magazine molto rosa e molto interessante sia per i contenuti che intende trattare ma anche per una grafica che a me ha conquistato subito per quel non so che di ricercatezza sfrontata che fa sempre piacere alle pupille ed ai polpastrelli…

Il progetto Frute si occupa di femminismo intersezionale, confini del genere sessuale, relazioni, prevenzione della discriminazione, sessualità e tanto altro, intorno al tema centrale delle pari opportunità di genere.
I temi chiave sono trasformazione e accettazione, e vengono trattati insieme al concetto di identità femminile che gravita intorno al mondo del racconto personale e dell’attivismo.
L’obiettivo è quello di rappresentare una mobilitazione attraverso l’editoria indipendente, per promuovere uno sviluppo culturale in cui le diversità di genere, orientamento sessuale o provenienza non siano affrontate come tali, ma tutelate come valori per arrivare ad una vera inclusione.

Il progetto, di cui è da poco disponibile QUI il secondo numero, parte da una approfondita conoscenza dell’editoria femminile, in ogni sua forma, da quella sbarazzina a quella più tipicamente controculturale e proprio da qui nasce il valore aggiunto che mescola sapientemente l’alto ed il basso, il sociale con l’estetico riuscendo in pieno in questo lavoro di cut up.

Lo si può fare in modo ironico, come per esempio nella pagina Cuori Sfranti che si rifà ad una estetica da teen-magazine (ma aggiungendo un livello di lettura diverso includendo una drag queen), oppure in maniera più seria, come nelle interviste e nelle rubriche che racchiudono racconti vissuti in prima persona.

Frute si basa sulla grande ispirazione che danno le riviste femministe del passato, italiane e internazionali.
Questa grossa ricerca, sia visiva che di contenuto, è affiancata al tentativo di unire una comunicazione fresca, una grafica contemporanea e colorata a contenuti forti e tematiche sociali come la parità di genere, i diritti lgbt+ e la sessualità.
Frute cerca di presentarsi meno come una fanzine ma più come una rivista, a partire dalla distribuzione, nelle librerie indipendenti aderenti, ma soprattutto formandosi grazie non ad amatori ma a giovani autori, illustratori, fotografi e professionisti del mondo editoriale.

Da queste parole di Cecilia si percepisce che l’intento di Frute non è solo quello di trasmettere dei messaggi – in questo caso anche socialmente potenti ed a mio avviso utili – ma di farlo con stile, competenza e passione. Questo potente ed efficace mix produce una rivista che fa piacere. Una rivista che trovo giusto esista in un panorama editoriale che troppo spesso risente di un certo timore – o peggio ancora paura – nel farsi strumento di dibattito sociale preferendo nascondersi dietro ad un’apparenza carina, ricercata ma, in fondo comodamente vuota e sterile.

“Interview” lo storico magazine fondato e curato per anni da Andy Warhol ha chiuso

“Interview” è stata una rivista americana fondata alla fine del 1969 nientepopodimenoche da Andy Warhol insieme all’amico e giornalista britannico John Wilcock, storico fondatore anche del Village Voice di New York e promotore di gran parte delle iniziative più importanti della stampa underground degli ani Sessanta e Settanta in America.
La rivista, soprannominata The Crystal Ball of Pop, ha da sempre presentato conversazioni intime con alcune delle più grandi celebrità del mondo fra cui artisti, musicisti e creativi. Le interviste erano solitamente inedite e facevano parte di questo magazine le cui copertine, curate direttamente da Warhol insieme all’artista Richard Bernstein dal 1972 al 1989, hanno fatto la storia di un certo tipo di editoria indipendente americana e non solo.

Nei primi tempi la rivista veniva distribuita gratuitamente alla folla e ideata e realizzata interamente da Andy Warhol che ne ha curato ogni numero fino alla sua morte accettando con un gran mal di pancia lo stile editoriale ben più convenzionale che “Interview” dovette adottare una volta acquistato dal nuovo editore Bob Colacello. Nonostante questo Warhol ha continuato a diffondere e promuovere la sua rivista creando eventi ad hoc per le strade di Manhattan.
Dopo la morte di Warhol avvenuta nel 1987 la rivista è passata all’editore Brant Publications ed è stata diretta per ben 18 anni da Ingrid Sischy.
Questo duraturo rapporto di lavoro si è interrotto quando è scoppiato un bel colpo di scena visto che proprio Ingrid Sischy, in un’intervista uscita sul The New Yorker a margine di un servizio fotografico del fotografo Robert Mapplethorpe, dall’interessante titolo The Perfect Moment, la stessa Sischy ha dichiarato pubblicamente pubblicamente di essere lesbica. Diciamo che la bomba vera e propria è esplosa quando ha dichiarato candidamente di avere una storia con Sandra Brant, proprio la ex moglie di Peter M. Brant, editore della rivista….
A questo punto le due hanno lasciato “Interview” vendendo la propria quota alla Brant Publications e passando il testimone di capo redazione a Christopher Bollen, poi a Fabien Baron e Glenn O’Brien nel settembre 2008 ed a a Karl Templer nel 2017 quando però la rivista navigava già in bruttissime acque a causa della perdita di identità e caratura stilistica e contenutistica che aveva subito nell’ultimo decennio.
Il 21 maggio 2018 è stato annunciata la chiusura di questo storico magazine.