In un elegante libro fotografico in bianco e nero si restituisce gli anni Ottanta di Londra dove nacque il movimento New Romantic.

Poursuite è un editore francese specializzato in fotografia e argomenti correlati che ha prodotto questo affascinante volumetto di cui oggi vi voglio parlare.
“Blitz Club Blitz Kids è un’elegante raccolta di immagini scattate durante il 1980 dal fotografo Homer Sykes dai cosiddetti Blitz Kids nel famoso club di Covent Garden chiamato Blitz Club.
Il Blitz Club era il luogo dove Steve Strange, un’artista camaleontico, seguiva la religione del Duca Bianco (aka David Bowie) e imponeva il suo personalissimo dictat di selezione al suo stranissimo ed originalissimo pubblico. Una volta entrati al Blitz Club, culla dell’eccesso, le libertà regnavano supreme e le inibizioni erano morte e sepolte a favore di nuove calde e controverse esperienze. La storia narra che celebrità di quegli anni, Boy George, Rusty Egan, Princess Julia, Billy Idol e David Bowie su tutti, erano parte integrante del locale stesso che in poco tempo da fenomeno stilistico divenne vero e proprio manifesto di una generazione stanca della cultura punk troppo aggressiva e alla ricerca di un nuovo e più sofisticato culto estetico.
Infatti, negli anni ’70 la Gran Bretagna era ancora nel mezzo della depressione economica con una settimana lavorativa di tre giorni a causa di una disoccupazione ancora in forte aumento.
Steve Strange, un giovane imprenditore gallese, era arrivato a Londra, e si stava facendo un nome per l’organizzazione di concerti di gruppi punk. Collaborando con l’amico e batterista Rusty Eagan, si iniziarono a far conoscere nei club organizzando le cosiddette Bowie Nights, quasi sempre di martedì sera in un seminterrato sotto un bordello di Soho. Nel 1979 abbandonarono quel luogo angusto per trasferirsi in un wine bar senza troppe pretese a Covent Garden. Un locale decorato con i manifesti della Seconda Guerra Mondiale e una fotografia del primo ministro Winston Churchill. Nei loro martedì mentre Rusty faceva il DJ, Steve imponeva una severa politica di selezione all’ingresso facendo entrare solo quello che lui definiva “strano e meraviglioso”. Per darvi un’idea, uno come Mick Jagger è stato più e più volte bloccato.
Il Blitz Club iniziava a fare notizia.
Era frequentato da molti studenti di moda che erano stufi del genere punk e volevano esprimersi in modo diverso, molti in un modo molto più androgino, ambiguo, provocante. Il Blitz Club fu un banco di prova per le loro idee sulla nuova estetica, sul design e sulla moda facendo diventare questo nuovo look famoso con il nome di New Romantic.
Il libro, di 32 pagine scritte in inglese e francese, in un bianco e nero senza dubbio elegante, ricercato e privo di fronzoli, restituisce alla perfezione il clima e lo spirito dell’epoca.
Ottima testimonianza, ottimo esempio di ricostruzione di un periodo fra i più innovativi degli anni Ottanta. E’ possibile acquistarlo qui.

Un magazine che ama l’arte e la provocazione nel suo discutere di democrazia all’interno del mondo dell’architettura

Take Shape” è una nuova rivista con sede a Chicago, USA che si occupa di architettura ideata e realizzata da un gruppo di editori (Nolan Boomer, Cole Cataneo e Julia Goodman) che si definiscono attratti da tutto ciò che è al limite, ai margini, non di facile analisi cercando di individuare le domande giuste più che fornire risposte.
Il direttore artistico del progetto è Sean Suchara.
Il primo numero si incentra sul tema del riuso industriale, con un focus sui loft, spazi residenziali creati da ex spazi commerciale e manifatturieri che vengono talvolta offerti come alloggi a prezzi accessibili. Nel primo numero troverete anche utili consigli di sicurezza illustrati per la creazione di oggetti e spazi fai-da-te, una serie di acquerelli di Jimmy Mezei sul loft del suo defunto suocero e molti altri articoli e approfondimenti tutti tesi a dimostrare come l’architettura abbia bisogno di democrazia nel rapporto fra popolazione residente e chi si occupa di progettare, costruire e gestire le abitazioni e, più in generale, gli edifici.
Oltre alla parte tecnica relativa all’architettura, mi ha colpito moltissimo la cura del magazine per quanto riguarda la grafica e la stampa, una bicromia risograph con inserto colorato che mette al centro di  questa prima uscita il colore oro. Il tutto concorre ha creare una certa atmosfera da rivista patinata anni Settanta che a me proprio non dispiace.
Il primo numero della rivista è andato immediatamente sold out, ma per chi non vuole arrendersi, consiglio di dare un’occhiata ai rivenditori (qui) perché si possono trovare piacevoli sorprese.

SOFFA, arriva da Praga il magazine sulla bellezza del mondo artigiano

SOFFA” è una rivista bimestrale di design e lifestyle con base a Praga pubblicata ogni due mesi in inglese (e ora anche in ceco) in formato cartaceo e online già al suo quarto anno di vita. SOFFA mira a ispirare il lettore presentando la bellezza nascosta nella vita di tutti i giorni tramite il meglio del mondo del design contemporaneo.
Ogni numero è incentrato su un tema unico e presenta fotografie, illustrazioni e articoli longform. Stampato su 160 pagine di alta qualità, la rivista è distribuita in tutto il mondo. Oltre alla rivista pubblicata e ai contenuti online aggiuntivi – blog, mini-numero bimestrale e post sui social network – SOFFA ospita workshop creativi con artisti e specialisti da tutto il mondo che interessano una vasta gamma di tipologie di lavori artigianali, interior design e pelletteria.
L’e-shop SOFFA vende i numeri stampati della rivista, l’abbonamento annuale e i prodotti originali SOFFA, dai poster agli accessori di moda.
Il primo numero in uscita nel 2018 riguarderà il centenario della fondazione della Cecoslovacchia e i ragazzi di SOFFA hanno deciso di onorare la cosiddetta prima repubblica assaporando la bellezza della rivista stampata non solo in inglese, ma come detto anche in ceco.
SOFFA è acquistabile qui.

L’arte della macchina da scrivere toglie il significato alle parole e lascia il piacere agli occhi

L’amata macchina da scrivere continua a non mollare, a resistere anche quando tutto e tutti sembrano averla abbandonata. La sua bellezza estetica, la piacevole azione percussiva di battere sui tasti, l’unicità delle pagine impresse e un pò stropicciate sta vivendo un vero e proprio rinascimento attraverso l’infinito mondo dei cosiddetti creativi.
Nella pubblicazione che vi presento oggi, anche se uscita oramai 3 anni fa, i fondatori del Sackner Archive of Visual and Concrete Poetry, forse una delle più grandi collezione al mondo di arte grafica e visuale mettono a disposizione la loro collezione creata in oltre quattro decenni per presentare esempi di grafica, design, illustrazione a tanto altro ancora prodotti, proprio con la macchina da scrivere, da oltre 200 tra i migliori artisti al mondo. Dalle prime opere ornamentali prodotte dai segretari alla fine del 1800 a opere più recenti che analizzano quella che è la situazione particolare del documento dattiloscritto nell’era digitale.
“The Art of Typewriting”, questo il titolo del grosso volume, è suddiviso in tre sezioni principali: un’introduzione alla storia della macchina da scrivere e della sua arte; una sezione che mostra lavori chiave o comunque considerati particolarmente importanti e una sezione di riferimento con le biografie degli artisti e degli scrittori più influenti di questo tanto particolare quanto affascinante genere.
Il layout del libro è stato creato dallo studio di progettazione grafica di Londra Graphic Thought Facility che, con un lavoro simile a quello di Eye Magazine (di cui abbiamo qui parlato in occasione degli STACK Awards 2017) ma come detto con un anticipo di circa tre anni, ha creato una copertina unica per ogni copia del volume tramite una combinazione di immagine anteriore e posteriore.. questo per confermare che di questo libro non esistono due copie uguali.
“The Art of Typewriting” destabilizza la comunicazione lineare come le parole che diventano oggetti. Nell’era di Google, dell’iphone e dei tablet, la macchina da scrivere ha un fascino nostalgico ma, nonostante questo, le splendide opere proposte sembrano esistere al di fuori del tempo e del luogo … I Sackner organizzano le opere tematicamente: testi alfabetici, labirinti e meandri di testi. L’effetto è piacevolissimo. a me sembra addirittura che il libro concorra a creare una piccola ma importantissima tregua dalla nostra costante ricerca di significato. Una finestra di calma nel mezzo alla continua e confusionaria tempesta comunicativa.
Il libro, edito da Thames & Hudson, di cui vi abbiamo già presentato altri lavori (qui e qui), è acquistabile qui.

Ecco la nuova posterzine “Volve”: la piega, il formato e l’avventura del molteplice

Dalla bella esperienza di Moodboard, nasce oggi Volve una posterzine semestrale nata dalle menti creative di Martina ToccafondiClaudio FabbroLucrezia Cortopassi, e con la parte relativa alla redazione dei testi a cura di Samir Galal Mohamed.
Dando un’occhiata alla presentazione del progetto, si legge che Volve è un dizionario visivo, sentimentale, fatto di pieghe, tracce, risvolti, incontri. Un racconto per immagini, semestrale, monotematico. Il tema del primo numero uno è la tristezza, quella prossima e quella «a venire».


I contributi visivi degli autori di questo primo numero, così come per le prossime uscite, sono raccolti attraverso delle open call. Potete già segnarvi in agenda che la prossima è prevista per marzo/aprile 2018.
Stampata completamente in offset, Volve è un poster dalle belle dimensioni 50×70 stampato con stile e attenzione ai dettagli in 250 copie numerate, piegate e tagliate a mano che vi arriva a casa confezionato sottovuoto in una elegante busta trasparente.
Volve può essere acquistata online sul sito Volvezine.

 

 

Chiara Dal Maso – Bonjour Tristesse
Isabella Petricca – The moon, the moon

Dentro al nuovo GRAM, fra gli altri, 5 spassosi poster di Filippo Fontana

Come voi che ci leggete avete senz’altro capito, oltre alla passione in generale per i prodotti editoriali più interessanti e curati che scoviamo in gira per l’Italia e nel mondo, un’altra passione che ci caratterizza è quella per la grafica e i progetti indipendenti, underground come si diceva una volta.
Ecco, GRAM è proprio uno di questi. GRAM è un collettivo di autoeditoria con sede a Milano, Venezia e Bolzano. Il suo scopo è quello di dare vita a nuove idee e progetti culturali attraverso prodotti editoriali. Una creatura dalle mille facce in costante mutazione. Come si legge nel loro about, GRAM è una pianta infettiva che si nutre di una varietà di contributors e di diverse tecniche progettuali e realizzative. GRAM è un centro per creativi finalizzato ad un percorso che tende a conoscere la contemporaneità e diffondere arte attraverso la selezione delle migliori opere. Il loro processo curatoriale utilizza nuovi contesti.
L’unità di misura di GRAM è il grammo e per questo ogni prodotto viene pesato e inserito in una busta numerata che reca appunto l’indicazione del peso esatto del prodotto.

Presentato il nucleo, oggi mi piace mostrarvi l’ultima uscita, la quarta dal 2014, del progetto editoriale omonimo, GRAM #4 appunto che si presenta all’interno di una busta con grafica serigrafata in 300 copie. GRAM #4 vi offre 4 poster, 3 zines, cartoline, adesivi, polaroid e altro creato da 12 diversi autori quali Mauro BubbicoCalvin Calenda, Filippo Fontana e Jonathan Mendel. Fra questi artisti mi piace segnalare il lavoro di Filippo Fontana, giovane designer italiano di Venezia laureato in graphic design presso l’ESA Saint Luc School di Bruxelles nel 2013, laurea specialistica in graphic design presso la scuola IED di Milano e un master in comunicazione visiva presso il Royal College of Art di Londra. Il suo lavoro, dal titolo “Void”, utilizza la cultura popolare per evidenziare le ridicolezze della ricchezza trasmessa da alcuni dei volti famosi dell’Italia.
Cinque poster pubblicati appunto dai ragazzi di GRAM, dove si riconoscono figure riconoscibili del mondo social e dalla stampa degli ultimi 20 anni. La serie di poster intende ritrarre, in modo ironico e satirico, i diversi canali di informazione e intrattenimento italiani  dove l’ostentazione della ricchezza, il materialismo, l’ignoranza, la volgarità, il lusso e il sesso sono il fulcro ed il motore di tutto. Usando uno stile illustrativo che ricorda Kyle Platts e Simon Landrein, Filippo cerca con Void, di far riflettere lo spettatore su come l’establishment possa aver plasmato il mondo dei media e, più in generale, la cultura pop italiana. Il provocatorio titolo del progetto, Void (Vuoto), rappresenta anche il sentimento di Filippo sull’argomento scelto e la sua volontà di sottolineare come, contrariamente al suo spirito originario, il mondo dell’informazione invece di creare contenuti culturalmente preziosi, sia invece un contenitore vuoto.

GRAM è acquistabile qui.

Un libro documenta il processo creativo per arrivare alla creazione di un nuovo font

Alistair McCready è un giovane diplomato in Design della comunicazione ed oggi parliamo di lui perché si è aggiudicato il premio per il miglior design grafico australiano del 2017. Il premio è arrivato per l’eccellente lavoro di McCready dal titolo “Type as Monument” che è stata premiato con il Pinnacle Award agli Australian Graphic Design Awards (AGDA). Questa è la prima volta che il Pinnacle Award è stato assegnato a uno studente non ancora laureato a testimonianza del fatto del tutto speciale e della bontà del lavoro di editorial design fatto da Alistair in questo progetto.
L’alunno di Bachelor of Art and Design ha consegnato due progetti separalti ma fra loro correlati, un carattere tipografico chiamato Kahu, progettato specificamente per un utilizzo specifico in lavori cn particolarità grafiche che rimandano all’antichità come per esempio su monumenti storici, e un libro “Type as Monument” creato per documentare i processi e lo sviluppo del carattere Kahu.
Per sviluppare il carattere tipografico, McCready ha viaggiato attraverso la Nuova Zelanda fotografando memoriali, statue e monumenti da cui trarre ispirazione e quindi ha ricreato digitalmente quelle lettere aggiungendo elementi extra dove reputava necessario.
Il suo supervisore scolastico, Senior Lecturer Dr Peter Gilderdale, ha dichiarato che il successo di McCready è stato meritato perché sostiene che Alistair è spinto dagli elementi che tutti gli studenti dovrebbe possedere: una curiosità infinita, una costante volontà di andare oltre l’ovvietà, la cura per i dettagli e un enorme rispetto per la Nuova Zelanda e la sua storia.

“The Blind Man” la fanzine di Marcel Duchamp che inondò di DADA gli Stati Uniti

Sempre interessante seguire gli spostamenti di Steven Heller, grafico, storico del design e giornalista curiosone che regolarmente scrive per Wired e Design Observer. È anche l’autore di oltre 170 libri sul design e sulla cultura visiva per cui nel 1999 ha ricevuto la medaglia AIGA.
Sempre interessante dicevo perché non finisce mai di scovare tesori, di promuovere editoria e grafica rendendo il suo lavoro di scopritore anche utilissimo nella divulgazione.
In questo caso, l’ultima gemma che mi ha fatto scoprire è il libretto, o forse è meglio definirla fanzine, dal titolo “
The Blind Man”, prodotta nel lontano 1917 a New York da Marcel Duchamp, Henri Pierre-Roché, Beatrice Wood.
The Blind Man è una rivista chiave del 20esimo secolo, il prodotto di una ricca rete di personaggi fantasiosi che gravitavano attorno al pazzo universo Dada, modernisti e altri avanguardisti di New York che, gazie a questa editoria underground, introdussero il pubblico al Dada negli Stati Uniti.
Sono stati prodotti solo due numeri di The Blind Man ma sono bastati per sconvolgere New York con la presenza del meglio della provocazione artistica del periodo: Mina Loy, Walter Conrad Arensberg, Francis Picabia, Gabrielle Buffet, Allen Norton, Clara Tice, e tantissimi altre e altri sono apparsi tutti nelle sue pagine.
Presumibilmente, il destino dell’uscita o meno di Blind Man fu deciso in una partita a scacchi tra Roché e Picabia che a sua volta stava per pubblicare la sua pubblicazione Dada, “391“.

E la rivista fece il botto visto che nel secondo ed ultimo numero veniva presentata per la prima volta la fotografia di Stieglitz sulla “Fontana” di Duchamp e una difesa di quell’opera, considerata oggi una delle più importanti del XX secolo.
Artbook, una storia libreria antiquaria di New York, ripresenta la rivista in una ristampa facsimile insieme al poster disegnato da Beatrice Wood, il tutto confezionato insieme in un bellissimo e romanticissimo cofanetto acquistabile qui.

Un libro illustrato presenta la scuola di attività paranormali

Jefferson Cheng è un designer e illustratore di San Francisco che si occupa di stampa, brand identity con una vasta gamma di clienti, grandi e piccoli. Attualmente lavora anche come designer per Google mentre in passato ha collaborato anche con Monocle, YouTube e tanti altri.
Mi ha colpito questo suo lavoro dal fantasioso titolo “Q.S.R. Class no. 001” e, andando ad approfondire un pò, ho scoperto essere veramente un bel prodotto, ricercato quanto basta per conservare un approccio totalmente underground ma sempre stiloso ed elegante.
L’immaginazione scorre libera in questa zine totalmente grafica.
Illustrata a quattro colori con una linea accattivante utilizzata per narrare le storie di una scuola che intende insegnare attività paranormali.
Tutto imperniato sull’utilizzo di forme geometriche che vengono trasferite da una pagina all’altra creando sempre nuove forme e disegni il tutto con un forte spirito giocoso e irriverente.
Il libro non è in vendita in quanto si tratta di un prototipo che speriamo divenga presto stampato in più copie.

 

Una fanzina dedicata all’effetto “bouba-kiki” la tendenza ad associare oggetti arrotondati a nomi che richiedono arrotondamenti della bocca

Madeleine Toth è una giovane designer indipendente attualmente residente a Cleveland, Ohio dove porta avanti l sue ricerche sulla creazione di nuove immagini relative al mondo delle lettere e dell’alfabeto. Tutti i suoi lavori sono caratterizzati da un approccio multidisciplinare alla grafica ed al design che la portano spesso a sconfinare anche nello studio delle diverse tecniche di stampa e soprattutto, come nel caso del prodotto che vi propongo oggi, nell’insondabile rapporto che lega lo spazio con gli oggetti che vi stanno intorno, dentro, sopra e sotto.
“Make This Sound” è una fanzine sperimentale di quelle che mi piacciono perché devono essere scoperte, conosciute e che non si fanno conquistare al primo sguardo. L’intero progetto si sviluppa attraverso quello che viene normalmente chiamato effetto “bouba-kiki” la tendenza cioè delle persone ad associare oggetti arrotondati a nomi che richiedono arrotondamenti della bocca per la pronuncia.
Capite bene che si tratta davvero di un progetto in cui la parte sperimentale rappresenta il fulcro e il cuore pulsante e che quindi mi ha ammaliato immediatamente per lo splendido lavoro di concept fatto da Dirk Elijah Edwards e soprattutto dal design di Madeleine Toth.
Il volume non è in vendita, forse siamo troppo oltre.

Quando un calendario diventa un’opera d’arte tipografica

Fabien Barral è un graphic designer che nel 2008 ha unito le forze con la moglie Frédérique per creare “Harmonie intérieure”, un’azienda ed un marchio che intende sviluppare e sperimentare nei settori del design, poster art e wall sticker. Fabien gestisce anche il blog “graphic-exchange“, un fighissimo blog che gli amanti del genere non possono proprio perdersi. Da qualche anno lavora sotto lo pseudonimo di Mr-Cup che sviluppa i suoi prodotti: calendari, sottobicchieri ed un sacco di altra bella roba di cui oggi presentiamo l’ultimo arrivato, il “2018 Mr Cup Letterpress Calendar”.
Nel 2018 potrete infatti seguire i mesi che passano trovando sempre nuove ed interessanti perle di saggezza. Si tratta di un’edizione limitata numerata a mano di cui sono state realizzate due edizioni: l’edizione DELUXE è su carta blu scuro, con stampa RAME FOIL e WHITE FOIL, l’edizione NORMAL è stampata a inchiostro in 2 colori con inchiostri argento e bianco. Il calendario è stato stampato su 2 gamme di carte eco-compatibili sviluppate da Favini. La collezione REMAKE include residui di pelle per sostituire la cellulosa FSC e viene prodotta con il 100% di energia verde. La collezione CRUSH è una gamma di carte realizzate utilizzando residui di processo da prodotti biologici: kiwi, caffè, nocciole o mandorle. Certificata FSC, senza OGM, questa carta contiene il 40% di rifiuti riciclati post-consumo ed è prodotta con il 100% di energia verde.
Il calendario è stampato in Francia, presso Studio Pression. La stampa tipografica ha la capacità di dare lo splendido rilievo alla carta aggiungendo tonnellate di pressione durante la stampa. Si chiama deep impression o debossing e a me fa impazzire. Più è spessa la carta, più profonda è l’impressione.
La copertina è stata progettata da Tom Lane noto anche come Ginger Monkey mentre per quanto riguarda la grafica, presenta disegni unici di Salih Kucukaga, Nick Misani, Reno Orange, Keith Tatum / The Type Hunter, Jeff Trish, Stefan Kunz, Lauren Hom, Kelli Anderson, Francis Chouquet !

Ragazzi, il calendario è davvero fantastico, o per lo meno io me ne sono innamorato. E’ acquistabile qui.

Un libro interamente dedicato al carattere tipografico “Felice”

Attivo dal 2013, Nootype è uno studio grafico fondato da Nico Inosanto specializzato nella creazione di lettering e font originali ed estremamente classiche con sede a Neuchâtel in Svizzera. Il suo obiettivo principale è quello di offrire caratteri nuovi e freschi per vari e differenti usi. Tutti i caratteri tipografici offerti da Nootype dispongono di molti stili e funzioni che li rendono un’ottima scelta sia per edizioni ricercate sia per i progetti più semplici e minimali. Inosanto concentra il proprio lavoro principalmente sulla tipografia per la realizzazione di nuovi caratteri tipografici e oggi vi presento il suo libro interamente dedicato a un carattere elegante e di classe chiamato Felice. Seguendo l’approccio del suo lavoro di progettazione editoriale, il libro è semplicemente bello per chi ama conoscere e studiare lparte della creazione di una lettera, le sue caratteristiche e soprattutto i dettagli di quella che è una vera e propria arte artigianale.

Un libro di cucina per descrivere un ristorante a conduzione familiare australiano

Sembra che il periodo natalizio e di fine anno mi abbia messo la voglia di segnalarvi solo libri inerenti al cibo ed alla cucina, ma non è del tutto così, vedrete…  anche se oggi rimaniamo in tema e vi presento il volume intitolato “Cazador” ideato da Tim Donaldson del SeaChange Studio di Auckland, in Nuova Zelanda.
Come detto si tratta di un libro di cucina stampato in una tiratura in edizione limitata di 1000 copie ispirato da un piccolo ristorante australiano, il Cazador appunto, a conduzione familiare. I proprietari volevano creare qualcosa di profondamente personale per il loro luogo, che mettesse in mostra le loro ricette di famiglia tramandate oramai da generazioni.
All’interno del libro si respira un’aria vintage, dallo stile retro, come nei vecchi ricettari in cui ti vengono presentate le immagini che mantengono ancora quei colori oramai superati, accompagnate però da un molto più attuale utilizzo della tipografia. Un piccolo indice è stampato all’interno del libro in un grande carattere nero, ben distanziato e bilanciato. Il nome di ogni piatto è stampato in un semplice carattere nero insieme ad un piccolo punto in diversi colori. Il libro contiene anche immagini di chef che preparano i piatti, creando contenuti accattivanti per un lettura utile e gradevole.

Un libro racconta per immagini e grafica la storia del movimento pacifista in Inghilterra e nel mondo

“People Power” è un bel libro che traccia la storia del movimento contro la guerra nel Regno Unito dallo scoppio della prima guerra mondiale ai conflitti attuali in Medio Oriente raccontando la storia degli obiettori di coscienza e di tutti coloro i quali si sono impegnati in prima persona per protestare contro ogni forma di conflitto o guerra.
Basandosi su testimonianze raccolte da diretti interessati e soprattutto sulla vastissima collezione del Museo Imperiale della Guerra e del suo ricco archivio di materiale visivo, tra cui fotografie, dipinti, poster, cartoni animati e distintivi, il libro esplora le molteplici ragioni che da sempre uniscono le persone che si oppongono alla guerra ed esamina i cambiamenti e le costanti presenti nel movimento. Viene inoltre esaminato il ruolo delle principali organizzazioni e gruppi all’interno del movimento, come la Peace Pledge Union negli anni ’30 e il Greenham Common Women’s Peace Camp negli anni ’80, così come quella di singoli sostenitori di alto profilo, tra cui Fenner Brockway e Tony Benn.
Il libro, edito dalla storica casa editrice inglese Thames & Hudson è acquistabile qui.

Un libro ben fatto vi insegnerà i segreti del perfetto hamburger

In questi giorni di mangiate senza fine, di spasmi e lotte per riuscire ad alzarsi indenni dai pranzi e dalle cene, non poteva mancare un consiglio culinario fra le nostre segnalazioni editoriali.
Ecco infatti “The Huxtaburger Book”, un libro prodotto e realizzato a cura dell’omonima catena di ristoranti australiani Huxtaburger.
L’obiettivo del volume è dichiarato all’inizio, quello cioè di cambiare e tutto ciò che pensi di sapere sugli hamburger fornendoti tutte le informazioni necessarie per riuscire a creare hamburger di culto anche standotene tranquillamente a casa tua.
L’autore del libro è lo chef Daniel Wilson, cofondatore di Huxtaburger, che illustra e dettaglia una ampia lista di deliziose ricette, da come portare il tuo cheeseburger standard al livello successivo, con una serie di dati, condimenti e addirittura le giuste bevande da abbinare fra cui varie coke, birre e frappè.
Vincitore del Best Designed Cookbook 2016 agli ABDA (Australian Book Designers Association Awards), il libro è veramente gradevole pien di infografiche, rimandi, informazioni e grafiche di ogni tipo.

Il libro, ideato da A Friend of Mine Design Studio è acquistabile qui.

“YEAH”, la rivista di poesia e provocazione dei Tuli Kupferberg

Nei primi anni ’60 la controcultura spinta dai Beat nell’East Village di New York iniziò a pubblicare una sfilza di quelli che presto divennero noti come magazine “underground”.
Ci siamo già occupati di editoria underground in altre pagine di questo sito, ma oggi andiamo un pò agli albori del fenomeno. Molte di queste pubblicazioni stampate a basso costo seguirono la tradizione dei Samizdat e soprattutto del fantastico movimento (ops!) Dada. Alcuni erano noti per raccogliere le informazioni e le notizie che i media tradizionali si erano rifiutati di stampare mentre altri avevano pubblicato delle vere e proprie notizie false che, paradossalmente, si rivelavano false notizie vere.
La rivista YEAH è stata originariamente pubblicata in dieci numeri tra il 1961 e il 1965 da Tuli Kupferberg (membro fondatore, con Ed Sanders, del gruppo rock satirico The Fugs) e Sylvia Topp’s Birth Press. Kupferberg, infilando l’ago della politica di sinistra nel dibattito con il sarcasmo e lo spirito creativo per cui è diventato  subito famoso”.
Kupferberg e altri abitanti dell’East Village hanno contribuito con poesie, disegni e collage contro la guerra nucleare, il razzismo, la supremazia bianca e i valori conservatori della classe media che erano diventati il ​​segno distintivo dell’America degli anni ’50. Con il numero 8, Kupferberg ha dispensato i contributori, scegliendo invece di presentare solo il proprio lavoro.

Le copie di YEAH sono acquistabili qui.

 

Questo “Manuale di tirannia” tenta di dimostrare graficamente i limiti della nostra società.

Theo Deutinger, fondatore dello Studio TD, è un architetto, scrittore e designer di mappe socio-culturali. I suoi lavori sono stati pubblicati su varie riviste tra cui Wired, Domus e Mark Magazine.
Il volume che vi presento oggi, si intitola “Handbook of Tyranny”, in italiano “Manuale di tirannia”, edito dalla Lars Müller Publishers e descrive le crudeltà del XXI secolo attraverso una serie di illustrazioni dalla grafica minimale, moderna e assai dettagliata. Nessuna di queste crudeltà rappresenta una violenza assoluta ma riflettono invece l’implementazione quotidiana di leggi e regolamenti così come avvenuto più o meno allo stesso modo in tutto il mondo.
Ogni pagina del libro mette in discussione il nostro mondo attuale fatto sempre più di muri e recinzioni, tattiche della polizia e prigioni, controllo della folla e campi profughi.
Lo stile asciutto, concreto e fattuale dello storytelling di Theo Deutinger è accompagnato da un saggio di Brendan McGetrick e si sviluppa nelle 160 pagine del libro attraverso i disegni dallo stile tecnico è l’equivalente grafico della rigidità burocratica che nasce da leggi e regolamenti sotto i quali stiamo soccombendo sempre più. Il livello di dettaglio delle illustrazioni del libro rispecchia gli sforzi repressivi intrapresi dalle autorità di tutto il mondo e dimostra come il ventunesimo secolo rappresenti lo sforzo massimo dell’uomo per la costruzione di una società sempre più regolamentata e protettiva.
Il libro è acquistabile qui.

Un libro che spiega il rapporto fra il gesto e la parola nella lingua italiana

Mentre studiava le lingue, i segni e più in generale la comunicazione in uno dei suoi corsi di laurea all’università, la giovane studentessa italiana di stanza a Colonia, in Germania, Silvia Gaianigo ha capito quanto sarebbe stato divertente ed interessante mettere a fuoco la propria lingua, l’italiano appunto.
Si tratta infatti forse della lingua con maggiori trasposizioni gestuali del mondo così alla fine ne è saltato fuori un libro, un piccolo dizionario che contiene i segni ed i gesti delle mano più popolari nell’uso comune da parte della popolazione italiana mentre parla.

Anche per il 2018 ecco “Standard Memorandum”, l’agenda super retro creata da Jon Contino per Word Notebooks

Son anni che seguo i lavori di Jon Contino, anche quando quel suo stile totalmente fuori dalla contemporaneità non aveva ancora assunto quel glamour che oggi lo fa essere uno degli art director più ricercati (e pagati) di una certa New York. Detto questo è chiaro che, come nel 2017, anche per il prossimo anno non sarebbe male acquistare l’agenda frutto della sua collaborazione con lo storico marchio Word Notebooks che ripropone esattamente e ostinatamente la stessa identica forma e layout della precedente.

“Standard Memorandum” si ispira infatti alle riviste tascabili dei primi del ‘900, periodo assai caro come gusto e sensibilità al designer e illustratore Jon Contino che ha creato una versione moderna e attuale di questo che, per gli americani, è stato un taccuino leggendario. Proprio come con l’originale, lo spazio per le annotazioni giornaliere è ridotto al minimo, una o due righe ogni giorno per un anno e alla fine ti ritroverai un anno della tua vita su carta.
Il progetto Standard Memorandum iniziò dopo che Jon Contino scoprì i diari tascabili del bisnonno di sua moglie risalenti ai primi anni del ‘900, ognuno dei quali gli raccontò un quadro dettagliato della sua vita facendo nascere il desiderio di iniziare a riprodurre quell’agenda.
Come spesso accade quindi gli incontri fortuiti, in questo caso i ritrovamenti, possono essere la scintilla per una nuova idea
Lo “Standard Memorandum” 2018 lo potete acquistare qua.

Il nuovo numero di “B” interamente dedicato al fenomeno Monocle

B” è una pubblicazione coreana pubblicata dalla JOH & Compan che ho scoperto solo recentemente ma che ha una lunga e solidissima storia alle spalle per quanto riguarda il branding aziendale e di prodotto ed in questo ultimo numero, il n.60 dal 2011 ad oggi per capirci, si occupa di un marchio che per gli amanti dei magazine e dell’editoria in genere  è un vero e proprio punto di riferimento, “Monocle“.
Dalla nota dell’editore Suyong Joh si legge che il suo incontro con Monocle risale oramai a 10 anni fa e fu folgorante per la notevole influenza su quelle che erano le sue ambizioni per la nascita del magazine “B”. Gli articoli lunghi e densi da tutto il mondo lo hanno affascinato in un modo impensabile per lo schermo di uno smartphone.
Parlare di “Monocle” è di per se un attività interessante per scoprire cosa, in questi anni, può ancora nascere da un progetto editoriale che si sviluppa sulla produzione cartacea. Lanciato nel 2007 da Tyler Brûlé, Monocle ha nel tempo allargato il suo raggio d’azione producendo una serie di libri, giornali e un canale radio che funziona 24 ore al giorno. Monocle gestisce anche negozi e caffè ed i suoi contenuti pubblicitari, creati in collaborazione con molti marchi, hanno fornito una fonte di reddito costante per quella che oggi è una vera e propria azienda multimediale globale.
“B” presenta dunque un approfondimento su questo che è un vero e proprio caso editoriale tramite approfondimenti sul futuro della stampa e dei mass media Andrew Tuck e Anders Braso, rispettivamente direttore ed editore di Monocle.
Vengono presentati i suoi servizi come la radio, gli shop fisici e on line ed il quartier generale di Londra ed un’interessante punto di vista sul fenomeno Monocle da parte di Steven Watson, fondatore e direttore di Stack.

 

Tutto il numero, come l’intero progetto editoriale di B magazine è molto, ma molto, elegante, direi classico e integrato con fotografie e grafiche molto affascinanti che accompagnano i lettore nei mille punti di vista con cui viene affrontato il tema.
Un progetto che, oltre a informare su un caso – a dir poco – di successo, si pone anche come un gesto d’amore e di speranza verso quello che è un settore che, se sei segui questo sito, anche tu ami
B è acquistabile qui.

Erica Coppa & The Big Lebowski Art Collection

The interviews with the artists who collaborated in the creation of the book “The Big Lebowski Art Collection” continues. Today we present Erica Coppa from USA.
If you want to read previous interviews or buy the book, just click HERE.

Erica is currently a student at Macomb Community College. She is double majoring in Interactive Web Media and Deisgn & Layout. After school She plan to work as a freelancer selling her art and making websites.

1 – Describe how it was the first time you saw the movie “The Great Lebowski”

EC – The first time that I had watched The Big Lebowski, I was attending school at Adrian College in Michigan. My boyfriend at the time loved the movie so he suggested that we should watch it. I remember falling instantly in love with the characters and how different they all were. The Dude was the leader of the group. Walter was an unpredictable Vietnam vet. And Donnie was the mild-mannered sidekick.

2 – To give readers an idea of your art try to describe what are some of your cultural references. At least 3 sources of inspiration that are important to you and why

EC – My art is mostly minimalistic. I am very attracted to art that can show the most minimal work but still tell a story without major details. It fascinates me how the mind can put together all the details of somebody’s face or know who a person is by the most minimal images.

3 – Describe what is your environment where you live and where you work

EC – My environment in where I live is a small city called Macomb, Michigan USA. I am currently working at a plant in Shelby, Michigan USA called Champion Laboratories. Although, it does not pertain to what I want to do in my future, I still get a lot of inspirations while working there. I am a full-time student at Macomb Community College and will be graduating in Spring of 2018 with a double major in Design & Layout and Interactive Web Media and Development. I usually spend my free time with my family and friends. We normally all go to local bars/clubs on the weekends. My favorite place to be is my apartment. I love to be inside or on my porch looking at the lake behind my building and work on my Web or Graphic Designs. It is very peaceful and ideas just come to me faster.

4 – Indicate which of 2 of the artists you attend regularly and what you think are the most you can find today in your creative environment

EC – My inspiration for wanting to create minimalist posters is Chungkong. Chungkong is a Netherlands based designer. Chungkong spends time creating his own artwork, his posters are really eye catching. Chungkong strips the subjects down to their bare bones and brings them to life in vibrant and playful designs, covering a variety of subjects from cult movies, books and sports.

5 – Now that we are at the end. Try to explain what is the “Big Lebowski” for you and why do you think it has so much influence the world of graphics and illustration

EC – The Big Lebowski for me is more than just a comedy. The Coen brothers had may inspirations and ideas for these characters they were bringing to life in movie. I believe the film has so much influence to the work of graphic and illustrations because it’s just a very funny premise for a film. The Dude (Jeffrey Lebowski) is a listless L.A. pothead wiling away the early 1990s playing in a recreational bowling league with friends Walter Sobchak and Donny Kerabatsos. When a pair of clumsy thugs confuse the Dude with another Jeffrey Lebowski – peeing on his prized rug– the Dude is thrown into a whacky adventure that involves a family feud, a gang of nihilists, the avant-garde art world, the SoCal porn scene, lost homework, Tara Reid and a missing toe.

Le interviste con gli artisti che hanno collaborato alla creazione del libro “The Big Lebowski Art Collection” continua. Oggi presentiamo Erica Coppa dal Michigan, USA.
Se volete leggere le precedenti interviste o acquistare il nostro piccolo grande libro, basta cliccareQUI!

1 – Descrivi come è andata la prima volta che hai visto il film “Il grande Lebowski”..

EC – La prima volta che ho visto The Big Lebowski, frequentavo la scuola all’Adrian College in Michigan. Il mio ragazzo in quel momento adorava il film, quindi mi ha detto che dovevamo assolutamente guardarlo. Ricordo di essermi innamorata all’istante dei personaggi e di quanto fossero strambi. Il Drug era il leader del gruppo. Walter era un veterano del Vietnam imprevedibile e Donnie era l’aiutante mite.

2 – Per dare ai lettori un’idea della tua arte, prova a descrivere quelli che sono alcuni dei tuoi riferimenti culturali, almeno 3 fonti di ispirazione che sono per te importanti e il perché

EC – La mia arte è per lo più minimalista. Sono molto attratto dall’arte che può mostrare la parte più minimale del soggetto per riuscire a raccontare comunque una storia senza omettere i dettagli importanti. Mi affascina come la mente possa mettere insieme tutti i dettagli del volto di qualcuno o sapere chi è una persona dalle immagini più minimali..

3 – Descrivi quello che è il tuo ambiente dove vivi e dove lavori.

EC – L’ambiente in cui vivo è una piccola città chiamata Macomb, Michigan, USA. Attualmente sto lavorando in uno stabilimento di Shelby, Michigan, negli USA, chiamato Champion Laboratories. Anche se non è proprio ciò che voglio fare in futuro, non è male. Sono una studente a tempo pieno al Macomb Community College e mi diplomerò nella primavera del 2018 con un doppio incarico in Design & Layout e Interactive Web Media and Development. Di solito trascorro il mio tempo libero con la mia famiglia e gli amici. Normalmente andiamo tutti nei bar / club locali nei fine settimana. Il mio posto preferito è il mio appartamento. Mi piace stare sotto il mio portico a guardare il lago dietro casa mia e lavorare da li sul Web o sul Graphic Designs. E ‘molto tranquillo e le idee mi arrivano più velocemente.

4 – Indica quali sono 2 degli artisti che segui regolarmente e che pensi siano il massimo che si può trovare oggi nell’ambiente creativo

EC – La mia ispirazione per i poster minimalisti è Chungkong. Chungkong è un designer con sede in Olanda. I lavori di Chungkong sono davvero accattivanti. Chungkong spoglia i soggetti fino alle loro ossa nude e li riporta alla vita con disegni vivaci e giocosi, coprendo una varietà di soggetti da film di culto, libri e sport

5 – Adesso che siamo alla fine, prova a spiegare cosa rappresenta per te “Il grande Lebowski” e perché pensi che abbia così tanto influenzato il mondo della grafica e dell’illustrazione

EC – The Big Lebowski per me è più di una semplice commedia. I fratelli Coen hanno avuto ispirazione e idee meravigliose per questi personaggi che popolano il film. The Dude (Jeffrey Lebowski) è un personaggio di L.A. dei primi anni ’90 che gioca in una lega di bowling amatoriale con gli amici Walter Sobchak e Donny Kerabatsos. Quando un paio di teppisti goffi confondono il Dude con un altro Jeffrey Lebowski – fanno cioè la pipì sul suo prezioso tappeto – il Dude viene gettato in un’avventura bizzarra che coinvolge una faida familiare, una banda di nichilisti, il mondo dell’arte d’avanguardia, la scena porno di SoCal, chi ha perso i propri compiti scolastici, Tara Reid e un dito del piede mancante.

ANXY #2, il magazine questa volta esce con un numero alla dipendenza da lavoro

A suo tempo (qui l’articolo) presentai “Anxy” perché mi colpì molto il soggetto stesso della rivista e sono stato molto felice di vedere che questo coraggioso progetto è stato l’unica nuova uscita del 2017 ad essere premiata ai recenti Stack Awards come lancio dell’anno e scelta degli abbonati (qui il pezzo sui premi di quest’anno).
Eccomi dunque a presentare la seconda uscita del progetto ideato dalla designer californiana Indhira Rojas insieme a Jennifer Maerz questa volta dedicato al così detto Workaholism, lo stress tipico di chi diventa dipendente dal lavoro.
Anche in questo caso, leggendo l’intervista fatta da It’s Nice That ad Indhira Rojas, si ribadisce che l’obiettivo della rivista è quello di far aprire le persone, leggerne la vita e le esperienze, dimostrare che nessuno è solo. Mettere le persone a proprio agio nel condividere i propri pensieri scomodi, i sentimenti e le esperienze vulnerabili di cui solitamente si parla solo in contesti chiusi.
La scelta del tema del secondo numero è ricaduto sul workaholism sia per l’esperienza personale di Indhira e Jennifer sia perché sempre più persone usano il lavoro come una forma di evasione e questo porta a non differenziare più il lavoro duro da quello compulsivo.
La splendida cover è a cura di Ori Toor, geniale illustratore di Tel Aviv che ha illustrato l’articolo della psicologa Malissa Clarke sul concetto di workaholism e se volete saperne o sfogliarne di più, accaparratevi la vostra copia qui.

Attraverso la grafica il libro “The Scale of Things” ti fa scoprire un nuovo mondo

Uno di quei libri che non capisci al primo sguardo, di quelli che ti chiamano e ti costringono ad avvicinarti, sfogliare, eggere e capire. Per poi, in fondo, finalmente avere chiaro il progetto e goderne il significato.
Se poi, il tutto, pè condito da un accurato lavoro editoriale e da una certa spregiudicatezza visiva, allora io sono vinto e l’innamoramento scatta inevitabile.
Sto parlando del libro “The Scale of Things” edito da Quadrille Editions e opera dello studio Praline Design e del suo fondatore David Tanguy.
The Scale of Things è accattivante, ti porta oltre la distanza per esplorare fatti e fenomeni trasformando il loro significato attraverso un nuovo stile grafico.
La grafica è infatti parte integrante della comprensione delle affermazioni di ogni essere umano, un mix di informazioni grafiche, tipografia e illustrazioni formano le rappresentazioni visive con cui noi tutti afferriamo i concetti.
Il libro è rivolto a tutte le età da 10 anni in su perché può essere divertente per tutti scoprire la nuova veste data a concetti quali la Biologia, il Cosmo, l’Economia, l’Ambiente, la Tecnologia ecc.

Il libro è in vendita qui.

La più grande collezione al mondo dedicata agli stati alterati della mente è di un uomo colombiano e la potete trovare racchiusa in un libro

Mi sono imbattuto nella realtà di Anthology Eitions ramai qualche anno fa, mentre stavo cercando di comporre una bibliografia sulla poster art californiana.
Mi piace il loro stile, mi piace il mix elegante fra il palese amarcord del loro gusto e la voglia di stare in questo presente incasinato. Mi piace il contenuto dei loro lavori, i criteri di selezione e la cura con cui presentano il tutto.
Oggi vi parlo di Anthology Editions e della loro ultima fatica, su carta ovviamente.
Anthology Editions è una bella realtà editoriale con sede a Brooklyn, NY che indaga con passione il patrimonio della cultura pop senza porsi limiti di genere o di forma. Il vero cuore pulsante del progetto editoriale sta infatti nell’amore verso l’archiviazione e la catalogazione di materiali di un tempo passato con l’obiettivo di ripresentarli con un sempre accurato e accattivante lavoro di redesign e un ottimo lavoro di ricerca e commento.
Il progetto si basa su due colonne principali, quella di Anthology Recordings in cui vengono riportati a galla i suoni e le vibrazione passate per illuminare il presente. Si parla molto di surf revival sound e di quelle certe good vibration di cui, almeno quelli della mia generazione, hanno solo letto sui libri senza mai davvero assaporarle se non di rimbalzo.
L’altra parte del lavoro è appunto Anthology Editions dove vengono ideate e prodotte attività culturali come edizioni di libri, raccolte musicali o grafiche e mostre. 

Tutto il racconto parte dalla figura quasi mitologica di Julio Mario Santo Domingo (1958-2009), il collezionista e soprattutto visionario colombiano che per tutta la sua vita e spendendo una vera e propria fortuna, ha riempito le sue innumerevoli case e i suoi svariati magazzini con la più grande e sterminata collezione privata del mondo legata ai temi della droga, del sesso, della magia e del rock and roll. Sto parlando di una collazione che comprende una libreria di oltre 50.000 titoli dove trovare da manoscritti e foto rarissime e poster, stampe, serigrafie originali. Bottiglie, lettere, pipe da oppio e addirittura diversi flipper che, – ovviamente – riguardavano il tema dell’alterazione.
La collezione mostra le innumerevoli influenze che gli stati di alterazione della mente hanno avuto su arte, scienza e politica nel corso dei secoli attraverso anche opere di artisti quali Andy Warhol, Timothy Leary, Sigmund Freud, il Marchese di Sade, Charles Baudelaire, Allen Ginsberg, i Rolling Stones, Aleister Crowley e molti, moltissimi altri.
La collezione è stata depositata all’Università di Harvard da suo figlio, Julio Santo Domingo.

Tutto questo lo potete trovare in “Altered States: The Library of Julio Santo Domingo” un volume pesante, grosso, costoso e fantastico che mette in evidenza i pezzi della collezione nelle sue densissime 480 pagine e 650 immagini.
I testi sono curati da Peter Watts e la parte grafica da Yolanda Cuomo.

Per chi ha un pò di soldi da spendere, il libro si acquista qua.

Una bella zine autoprodotta per ricordarsi di due viaggi fatti negli States

Ognuno di noi nella propria vita compie viaggi, spostamenti più o meno lunghi, più o meno piacevoli e, ognuno di noi, ha i propri modi e le proprie metodologie di archiviazione del materiale di viaggio: foto, fogli sparsi, gadget e quant’altro.
Oggi vi presento quello che è  stato il modo con cui il giovane Jakub Lehmann, grafico e art director polacco che lavora presso il Blürbstudio, ha deciso di archiviare e consegnare al tempo che passa il materiale riportato a casa da 2 viaggi negli Stati Uniti fatti negli anni scorsi.

Jakub (qui i sui profili IG e FB)ha pensato bene di affidarsi al sempre verde formato libro cartaceo e di farlo con stile e passione. Il risultato è “10.000 miles”, una rappresentazione grafica e una sintesi di due viaggi negli Stati Uniti per una durata totale di 109 giorni e un percorso di 15.772 chilometri, che è poi la distanza tra New York e la California.


Le due pubblicazioni sono organizzate cronologicamente e traboccano di informazioni testuali, grafiche e fotografie selezionate da Jakub.
Per meglio aiutare il lettore a seguire quello che è il tragitto del viaggio, ognuno dei 2 volumi contiene la mappa del percorso intrapreso.
Ulteriore lavoro di classificazione, forse quello che più mi è piaciuto, è relativo al tipo di contenuto utilizzato a cui Jakub ha assegnato uno specifico colore: testo, luogo, stampa o foto.

Independent Press Fair e la fanzine sulla cybercultura di Katarzyna Wieteska

La parte più bella del nostro progetto Independent Press Fair è che ognuno è libero di inviarci il proprio prodotto editoriale indipendente con la descrizione e le immagini e quindi alle Edizioni del Frisco siamo in costante attesa di nuovo materiale e quando arriva, beh, immaginatevi la curiosità, la festa e tutto il resto.
Oggi presentiamo il lavoro di Katarzyna Wieteska di cui avevo già segnalato il bellissimo progetto editoriale sul regista Lars von Trier in questo post e che ritorna con un libro nuovo, diversissimo, eccitante e pieno di idee.
Come parte principale del suo diploma, Katarzyna Wieteska ha creato una linea di prodotti fra cui una rivista in formato newspaper, una serie di poster (in versione digitale e stampata) e un design per pagine web.
Vediamo, dalle parole della stessa Katarzyna, i particolari di questo bel prodotto editoriale…

The Darknet Zine è una pubblicazione dedicata alla cybercultura, alle nostre relazioni con altre persone attraverso i media digitali e al nostro attaccamento ai dispositivi elettronici. Questo lavoro è il risultato della mia riflessione sul ruolo di un uomo guidato dal capitalismo nel mondo digitale e la critica della realtà odierna in cui i valori umanistici sono sostituiti da valori economici.
Il linguaggio visivo di questo lavoro è il risultato della mia ricerca di archetipi visivi del mondo virtuale. Ho usato molti elementi, che si riferiscono all’estetica di Internet e alle interfacce dei vecchi personal computer. Ho anche creato diversi modelli ispirati a quella che considero l’estetica dell’errore.
Ho deciso di stampare la fanzine senza particolari layout editriali per mostrare l’idea della narrazione non lineare che è il modo particolare con cui noi assorbiamo le informazioni dal web. Ogni piega di pagina proviene dall’unione di altre pagine non complementari fra loro per creare un ritmo visivo originale e spiazzante in cui ogni foglio può anche essere visto come un unico piccolo poster.
Ho scelto la forma del giornale, perché, a differenza dei media digitali, è passivo. Non raccoglie cioè i dati sulla nostra posizione o su quanti minuti dedichiamo a un articolo. Il lettore può essere sicuro, che non è osservato. Volevo creare una fanzine che ti dà un piacere analogico nel vedere e toccare il giornale insieme a contenuti critici sulla realtà contemporanea senza essere oppresso dal digitale che resta sempre in agguato.

Creata solamente in 2 copie a causa dei costi elevati di produzione, la fanzine “The Darknet Zine” ha un gran bel formato da 345 x 495 mm per 52 pagine integrate da un poster a due lati all’interno.
Al momento non è in vendita, ma potete sempre contattare Katarzyna e richiedere, come abbiamo fatto noi, di continuare con i suoi splendidi lavori.

 

 

Lo skate come liberazione ed emancipazione in questo nuovo magazine dalla Palestina

Una delle cose che più mi fa impazzire della attuale scena dei magazines italiani, ma soprattutto internazionali, è la sensazione che stia sempre per uscire una sorpresa, quel non sapere mai cosa aspettarti da un settore vivo più che mai, aperto più che mai, curioso più che mai.
Questo continuo movimento oggi mi porta a parlarvi di “Roll With The Punches”, una nuova rivista sullo skateboarding uscita da qualche settimana e proveniente da una zona da dove non arrivano poi tanti magazines, anzi: la Palestina.

Questo bel progetto è stato ideato e realizzato dallo skateboarder, Tom Bird, dopo aver collaborato con SkatePal, un progetto di collaborazione a sfondo sociale cresciuto a dismisura in Cisgiordania.
SkatePal è un’organizzazione senza scopo di lucro che lavora con le comunità Palestinesi per migliorare la vita dei giovani e promuovere la funzione sociale dello skateboarding.
Dal 2013 SkatePal ha realizzato moltissimi progetti che hanno raggiunto centinaia di giovani in tutta la Cisgiordania e ottenuto consensi e riconoscimenti da tutto il mondo.

Un team di volontari locali e internazionali insegnano a ragazzi suddivisi in classi di età lo skateboarding costruendo skatepark e fornendo le attrezzature necessarie. Queste attività stanno consentendo a un numero sempre crescente di giovani skater palestinesi di allargare i loro confini, assaggiare i benefici di uno spirito collaborativo basato sullo sport e soprattutto di essere in gradi di supportare a loro volta quelle chesaranno le future generazioni.

Il magazine contiene un’intervista al fondatore di SkatePal, Charlie Davis, sullo skateboard come “via” verso l’emancipazione, un approfondimento su Nefarious, un prgetto tutto femminile di skaters e come, questo strumento, possa essere utile anche per l’uguaglianza di genere. Una storia illustrata di 16 pagine del conflitto israelo-palestinese e molto altro materiale che, come avrete senz’altro capito, rende questo magazine speciale.
A renderlo ancora più interessante ai miei occhi è che l’intero progetto ha l’obiettivo di supportare le attività di SkatePal e quindi non a scopo di lucro.
Ogni numero sarà stampato in circa 500 copie da 64 pgine per un formato standard di 240mm x 170mm.
Per chi fosse interessato ad acquistare una copia, potete farlo qui.

“Entrose” un magazine sul basket come cultura underground

Chi ama lo sport sa cosa significa esserne onnivoro, appassionarsi anche per l’ultima delle partite di calcio, sudare insieme ai ciclisti nelle salite del Giro d’Italia o svegliarsi di anno in anno alle 3 di notte per seguire fino a mattina le Finals NBA.
Proprio di basket abbiamo già parlato in un articolo su “Franchise” altro magazine fra arte e design, perché stanno, anche se più lentamente di quanto mi aspettassi, iniziando a sbucare anche magazine sullo sport della palla a spicchi ed oggi ve ne presento uno davvero nuovo… “Entorse“.

Intanto, la parola “Entorse” in francese rimanda alla distorsione, forse l’infortunio più comune dei giocatori di basket, ma se allarghiamo il senso del termine vediamo che diventa infrangere le regole o andare contro la norma. È questa doppia interpretazione che ha portato il fotoreporter e fotografo Benjamin Schmuck, redattore capo Stephane Peaucelle-Laurens e lo studio di design Helmo a chiamare così la loro nuova rivista sulla cultura del basket.
La rivista è incredibilmente visiva, molta fotografia e storie illustrate con opere di illustratori come Simon Roussin e Kitty Crowther.
Il design particolare di Entorse è l’aspetto che lo rende più intrigante con una font personalizzata ispirata alle linee di un parco giochi. La pubblicazione è in un grande formato che una volta aperto forma la stessa proporzione di un campo da basket.
Personalmente mi sono innamorato di Entorse per l’idea della copertina che in un bel colore arancio è stampata con il titolo nero in rilievo così da rimandare alla sensazione di tenere in mano una palla da basket.

Łukasz Samsonowicz & The Big Lebowski Art Collection

The interviews with the artists who collaborated in the creation of the book “The Big Lebowski Art Collection” continues. Today we present Łukasz Samsonowicz from Poland.
If you want to read previous interviews or buy the book, just click HERE.

Born in 1983 in Lubsko in Poland obtained Masters in Fine Art in 2007.
Łukasz works as a comic artist, illustrator, painter and graphic designer.

1 – Describe how it was the first time you saw the movie “The Great Lebowski”

LS – It was a good story! The film immediately attracted me to his surreal mood and inebriated and infected me. If I’m not mistaken I looked at it with my friends in my room. It was probably 1999. At that time I had a video player for VHS tapes and sometimes we did film shows together. There was a rental of videotapes next to my house and at that time we often smoked grass. The conclusions I pulled out of the film … quite a few would say, more than anything else I think can make you fall in love if you lead a relaxed life, you have friends and do what you love.

2 – To give readers an idea of your art try to describe what are some of your cultural references. At least 3 sources of inspiration that are important to you and why

LS – I find inspiration in everyday life. I like horror and science fiction movies, comics, hardcore music, punk and rock’n’roll, the absurd and black humor, Dadaism, pop art, the productions of the Monty Python group. I am also inspired by anarchist thought. I’ve studied it for years and I really like it. This is why I try to follow what happens in the world and sometimes comment on it through my work. I’m not looking for inspiration, I’m calmly waiting for something to kick my ass or my head off! When it happens, I react and create a new job. Obviously, even the lack of money is an inspiration … you have to live with something, that’s why I run my studio.

3 – Describe what is your environment where you live and where you work

LS – I currently live in the small town of Lubsko, Poland, near the border with Germany. The city is surrounded by farmland and numerous forests. There are ponds, grassland for breeding, lakes, good recreational areas for cycling, picturesque ruins of old factories covered with shrubs and trees. I often walk with my family in the Karaś lagoon, in the summer season we rest at the Białków basin in the nearby town of Nowiniec. The neighborhood is calm, I like it.
If man has good contact with nature, he can recharge his mind with positive energy. Every day I work in an old house, in a room of about 11 square meters. There is a large drawing table, a bookshop for comics and books, a work cabinet and various painting equipment. A good place to live is for me a place where there is internet access … and friends.

4 – Indicate which of 2 of the artists you attend regularly and what you think are the most you can find today in your creative environment

LS – My favorite artists are comic cartoonists Simon Bisley and Przemysław Truściński. I appreciate them for their line, for the perfect design that they use as a means of expression. Their creative research, experiments and their expressions give the comic book a great freshness as a work of art and therefore inspire me.

5 – Now that we are at the end. Try to explain what is the “Big Lebowski” for you and why do you think it has so much influence the world of graphics and illustration

LS – The film is about life, it’s authentic, it has everything you need to understand life: laughter, friendship, love [alcohol or bowling], adventure, death. He talks about these important things in a discreet, ordinary, relaxed way … just like the main character – a relaxed guy. That’s why I love him. It presents a surreal mosaic of intrigues, events that could happen to each of us in real life, which is why it stimulates the imagination of various artists in the world.

Le interviste con gli artisti che hanno collaborato alla creazione del libro “The Big Lebowski Art Collection” continua. Oggi presentiamo Łukasz Samsonowicz.
Se volete leggere le precedenti interviste o acquistare il nostro piccolo grande libro, basta cliccareQUI!

1 – Descrivi come è andata la prima volta che hai visto il film “Il grande Lebowski”..

LS – E ‘stata una bella storia! Il film mi ha immediatamente attirato nel suo umore surreale e mi ha inebriato e contagiato. Se non sbaglio l’ho guardato con i miei amici in camera mia. Probabilmente era il 1999. A quel tempo avevo un lettore video per cassette VHS e talvolta facevamo proiezioni di film insieme. C’era un noleggio di videocassette accanto a casa mia e a quel tempo fumavamo spesso erba. Le conclusioni che tirai fuori dal film… piuttosto poche direi, più che altro penso possa farti innamorare se conduci una vita rilassata, hai amici e fai ciò che ami.

2 – Per dare ai lettori un’idea della tua arte, prova a descrivere quelli che sono alcuni dei tuoi riferimenti culturali, almeno 3 fonti di ispirazione che sono per te importanti e il perché

LS – Trovo ispirazione nella vita di tutti i giorni. Mi piacciono i film horror e di fantascienza, i fumetti, la musica hardcore, il punk e il rock’n’roll, l’assurdo e il black humor, il dadaismo, la pop art, le produzioni del gruppo Monty Python. Mi ispiro anche al pensiero anarchico. L’ho studiato per anni e mi piace proprio. Per questo cerco di seguire cosa accade nel mondo e a volte commentarlo attraverso il mio lavoro. Non cerco per forza l’ispirazione, sto aspettando con calma qualcosa che mi prenda a calci il culo o la testa! Quando succede reagisco e creo  un nuovo lavoro. Ovviamente anche la mancanza di denaro è una fonte d’ispirazione… devi vivere con qualcosa, ecco perché gestisco il mio studio.

3 – Descrivi quello che è il tuo ambiente dove vivi e dove lavori.

LS – Vivo attualmente nella piccola città di Lubsko, in Polonia, vicino al confine con la Germania. La città è circondata da campi coltivabili e numerose foreste. Ci sono stagni, pascoli per allevamento, laghi, buone aree ricreative per il ciclismo, suggestive rovine di vecchie fabbriche ricoperte di arbusti e alberi. Cammino spesso con la mia famiglia nella laguna Karaś, nella stagione estiva riposiamo al bacino Białków nella vicina città di Nowiniec. Il quartiere è calmo, mi piace.
Se l’uomo ha un buon contatto con la natura, può ricaricare la sua mente con energia positiva. Ogni giorno lavoro in una vecchia casa, in una stanza di circa 11 metri quadrati. C’è un grande tavolo da disegno, una libreria per fumetti e libri, un armadietto da lavoro e varie attrezzature per la pittura. Un buon posto dove vivere è per me un posto dove c’è l’accesso a internet … e gli amici.

4 – Indica quali sono 2 degli artisti che segui regolarmente e che pensi siano il massimo che si può trovare oggi nell’ambiente creativo

LS – I miei artisti preferiti sono i fumettisti comici Simon Bisley e Przemysław Truściński. Li apprezzo per la loro linea, per il perfetto disegno che utilizzano come mezzo di espressione. Le loro ricerche creative, gli esperimenti e le loro espressioni danno molta freschezza al fumetto come opera d’arte e quindi mi ispirano.

5 – Adesso che siamo alla fine, prova a spiegare cosa rappresenta per te “Il grande Lebowski” e perché pensi che abbia così tanto influenzato il mondo della grafica e dell’illustrazione

LS – Il film parla della vita, è autentico, ha tutto il necessario per capire la vita: risate, amicizia, amore [all’alcool o al bowling], avventura, morte. Parla di queste cose importanti in modo discreto, ordinario, rilassato … proprio come il protagonista – un tizio rilassato. Ecco perché lo amo. Presenta un mosaico surreale di intrighi, eventi che potrebbero accadere a ciascuno di noi nella vita reale, è per questo che stimola l’immaginazione di vari artisti nel mondo.

“No Cure Magazine” ovvero quando è amore è amore vero

Si, quando è amore è amore vero e niente e nessuno può cambiare questo stato di cose.
Amo “No Cure Magazine” dal 2014, anno in cui lo scoprii quasi per caso, partendo da un adesivo trovato per strada in una delle mie trasferte anomale. Da li in poi non ho potuto scegliere, seguirlo, sfogliarlo, aspettarlo, sono stati un appuntamento fisso di mese in mese fino ad oggi, ma lo sarà anche domani visto cosa ci stanno preparando per il nuovo numero.
La quindicesima uscita infatti, dal curioso titolo “Straya”, inzierà a riempire le cassette delle lettere degli abbonati dalla prossima settimana e sarà interamente dedicata a tutto ciò che è confusione, turbolenza, creatività esplosiva con lavori fantastici di gente del calibro di Lauren e The Lost Boys, Cassie Stevens, Russel Ord, Sindy Sinn, Rach Pony Gold, Jack Irvine, Kiel Tillman, Scotty Williams, Chris Nixon, Kentaro Yoshida e altro ancora!

Puoi ordinare la tua copia di Straya cn la splendida cover di Lee McConnell andando qua.

Un libro/calendario con una grafica al giorno tutte in bianco e nero prodotto da Fedrigoni

“Fedrigoni 365” è un progetto dello studio londinese TM creato per commemorare il 2018 chiedendo ai principali creativi inglesi di contribuire con un lavoro a quello che risulta essere un vero e proprio compendio di design e che in questo progetto prende la forma del calendario annuale di Fedrigoni.
Il risultato di questo processo è un sorprendente libro nero dimensioni 165x220mm di ben 400 pagine che contiene 365 disegni monocromatici all’interno. Ogni disegno è stato creato come interpretazione di una data che è stata fornita a caso a ciascun partecipante. Le regole con cui creare il disegno sono stati stabilite per sfidare al massimo la creatività di ciascun designer imponendo i limiti di utilizzo di una sola pagina e del Bianco e nero che ha costretto tutti i creativi interessati a concentrarsi rigorosamente sul concetto e sulla forma.
Il Calendario che ne è venuto fuori è veramente un bellissimo prodotto editoriale, ha una forma organica il cui ritmo varia da una pagina all’altra senza un vero e proprio filo conduttore se non appunto quello del bianco e nero.
Altro aspetto importante del progetto è che tutti i profitti ricavati dalla vendita del libro andranno direttamente all’associazione benefica Make-A-Wish.

Com’è l’inserto “Playlist” di Internazionale? La recensione

Con molta curiosità sono andato in edicola a prendermi “Playlist”, l’inserto one shot realizzato da Internazionale con l’ormai obbligatoria lista di liste del meglio di questo 2017 che sta andando in archivio.
Come sempre ho misurato prima le mie aspettative anche alla luce di 2 diverse considerazioni:
– la prima è che Internazionale è oramai un must per una piccola – ma nemmeno poi tanto piccola – fascia di lettori. Un ruolo che si è costruito negli anni con coerenza, professionalità e attenzione alla qualità in ogni aspetto della rivista cartacea prima e dell’intero progetto editoriale poi.
– la seconda è che, pur apprezzando i piccoli ma continui aggiustamenti grafici e i lenti adeguamenti a nuovi standard estetici, Internazionale sembra muoversi in maniera pesante e impacciata quasi come se si fosse adeguata al suo standard qualitativo che – ripeto – è eccellente. Questo però ha impedito alla testata di Giovanni De Mauro di presentarsi con novità rilevanti più di forma che di contenuto, oramai da un pò di tempo a questa parte.

Partendo da questi due punti, ho sfogliato “Playlist”….

Il progetto grafico e l’art direction è come sempre del resto, a cura di quel geniaccio di Mark Porter, mentre la bella grafica di cover e gli inserti grafici delle sezioni interne sono tutti di Marco Goran Romano, già attivo protagonista del panorama editoriale italiano prima in Wired Italia e poi con lo studio Sunday Büro in cui lavora con Valentina “Alga” Casali e con il quale ha recentemente contribuito al re design dei font utilizzati dalla storica rivista musicale Il Mucchio Selvaggio.

Sono un ammiratore del lavoro e dello stile di Goran Factory e quindi rischio di essere di parte, ma sfogliando la rivista si nota come sia stato centellinato il suo apporto in favore, come già accennato, di un più rigoroso e conservativo layout che non si discosta quasi per niente da quello del settimanale.
La griglia è la medesima, il font titolo e corpo del testo sono i medesimi, tutto sembra Internazionale e quindi la scelta è stata chiaramente quella di lasciare il lettore all’interno del suo spazio di confort settimanale, di non metterlo di fronte a qualcosa di nuovo e di un pò spregiudicato come mi sarei aspettato da un progetto one shot come questo che sicuramente non era del tutto un azzardo dal punto di vista commerciale tenuto conto anche della forte devozione dei lettori per l’intera produzione di Internazionale.

Certo, da un punto di vista del contenuto niente, ma proprio niente, da dire. Come sempre ci siamo ed è un vero piacere scandagliare tutti i consigli e le dritte che ci vengono fornite da ospiti italiani ed internazionali: dai film, alle serie tv, dalla narrativa alla saggistica, fino ai videogiochi, non tralasciando mai la bella sezione dedicata ai fumetti e quella oramai diventata standard dei gadget.

 

Altro punto forte, direi una colonna portante del progetto Internazionale è l’utilizzo della fotografia. Grandi, belle, originali, sono le foto sparse per le pagine che contribuiscono non poco al piacere della lettura conferendo anche a Playlist quell’alone di oggetto ricercato e ben confezionato da sempre marchio di fabbrica della casa.

Ecco, finito di sfogliare e tirando le (mie) somme, Playlist non mi ha convinto del tutto dal punto di vista della grafica lasciandomi l’idea che si potesse davvero osare di più, che si potesse utilizzare questa parentesi di fine anno per sondare, per provare, per far assaggiare ai lettori oramai fidelizzati e abituati alla storica griglia a 8 colonne di Internazionale, una sensazione di maggiore freschezza e voglia di avventura.
Squadra che vince non si cambia, dicono i saggi, e Internazionale oramai da tempo ha visto la sua scommessa, ma sono certo che, Giovanni De Mauro ed i suoi hanno ben chiara la necessità di essere sempre più strumenti ibridi, flessibili e, a volte, anche spregiudicati. Forse non è ancora giunto il momento, ma arriverà e come sempre Internazionale sarà all’altezza della situazione, anzi forse ancora una spanna sopra agli altri.

INDEPENDENT PRESS FAIR: “Poster” la raccolta di grafiche di Tomaso Marcolla

Independent Press Fair
Il progetto IPF ha l’obiettivo di dare spazio a chiunque abbia un progetto editoriale indipendente da promuovere, che si tratti di libri, magazine, fanzine o editorial design più sperimentale. Aspettiamo i vostri lavori !

Questo libro raccoglie una selezione di poster dell’artista Tomaso Marcolla.
Opere che vogliono essere testimonianza di un percorso creativo nel mondo della satira e dell’umorismo ed affrontano temi di attualità per offrire una lettura ironica su argomenti spesso tragici. Alcuni di questi poster sono stati premiati in concorsi internazionali. Un vocabolario non solo deve “catalogare” un linguaggio e un concetto intriso di conoscenze storiche ma deve anche recuperare e indagare le varie declinazioni che da esso scaturiscono, in quanto (appunto) sequenza storica.  L’espressività artistica è pura e semplice stratificazione che implica uno stile e uno “sguardo” in grado di analizzare la straordinaria complessità che possediamo, che troviamo intorno a noi e che solo le movenze artistiche sanno poi tradurre in possibilità. Nell’artista questo non si esaurisce quasi mai in se stesso ma al contrario, come fosse una palla che rimbalza contro un muro, ci rimanda a giochi più intimi ed essenziali. Questo in special modo quando si tratta di tematiche sociali, d’impegno in campo pacifista, di giustizia e lotta alla criminalità a ogni latitudine essa si manifesti. Solo un cuore “fanatico” riesce a pompare sufficiente sangue dando nutrimento e voce ai propri silenzi, comunicandone all’esterno le pulsazioni. La sperimentazione di stili e tecniche diventa mestiere serio e scrupoloso in Tomaso Marcolla che ormai ci ha abituato a produzioni esibite suo malgrado quasi volesse solo suggerirci un percorso da seguire assieme ma senza clamore e chiacchiericci inutili. Si attraversa un bosco in silenzio, ascoltando i suoi suoni profondi, cadenzati da qualche ramo secco rotto sotto i piedi. Tomaso Marcolla ha il merito di regalarci tutto questo, di ricordarci che tutto questo in fondo ci appartiene, magari senza averne un merito particolare ma solo un preciso dovere da riconquistare ogni giorno facendolo proprio.
Roberto Fonte

Autore
Tomaso Marcolla nasce nel 1964 a Trento, dove attualmente vive e lavora.
Diplomato all’Istituto d’Arte di Trento ha iniziato l’attività di grafico nel 1985.
Socio dell’AIAP (associazione italiana progettazione per la comunicazione visiva) e membro del BEDA (Bureau of European Designers associations). Comincia a sperimentare la sua passione per l’arte con l’acquerello, «utilizzato anche su supporti non tradizionali, dalla carta giapponese al gesso». In seguito le sue opere sono una contaminazione tra grafica, arte pittorica, arte digitale, illustrazione, che crea un curioso rapporto, un interscambio tecnico-comunicativo fra l’attività professionale e attività artistica. Penna biro, collage, fotografia e computer grafica. L’arte digitale ben si adatta alla frenesia dei tempi: «La scelgo soprattutto per la sua immediatezza e la velocità di esecuzione – sottolinea – oltre, ovviamente, per l’effetto. Non trascuro le altre tecniche tuttavia, penna, acrilico, figurativo. L’effetto del digitale è immediato, compresa la possibilità di pubblicazione istantanea sul web».

Il libro è acquistabile su IBS.

Lo splendido lavoro di riprogettazione di Lotta Nieminen per il magazine Posture

Dopo 2 numeri il magazine Posture ha già sentito il bisogno di una riprogettazione grafica e per questo si è affidato allo studio grafico di Lotta Nieminen, uno studio di grafica, art direction e illustrazione che crea soluzioni visive leggere ma incisive che mi piace molto e quindi ho deciso di approfondire. Molto attenta ai contenuti ed alle relative forme di visualizzazione più appropriate, Lotta lavora come partner creativo in tutti gli aspetti del branding, cercando di affermare l’identità visiva del prodotto e di dare una forte connotazione e riconoscibilità attraverso stampe e implementazioni digitali pensate con cura.
Lotta Nieminen, originaria della Finlandia, ha studiato graphic design e illustrazione presso l’Università di Arte e Design di Helsinki e la Rhode Island School of Design, prima di fondare il suo studio a New York nel 2012. È stata nominata come una delle più importanti giovani art director under 30 dalla rivista Forbes e tiene regolarmente conferenze in conferenze presso università e aziende sia negli Stati Uniti che in Europa.
Diciamo che Lotta sa il fatto suo insomma ed anche il lavoro fatto con Posture lo dimostra.
Posture è un magazine biennale con sede a New York City che parla di artisti e imprenditori che spingono la loro attività al limite. E’ una piattaforma per artisti e designer indipendenti che esplora temi a volta scomodi quali il sesso, la razza e il femminismo attraverso l’arte e la moda.
Per il rebrand del magazine Lotta Nieminen è partita proprio dallo slogan di Posture: l’esplorazione creativa dell’identità con l’obiettivo di ridisegnare la rivista in favore di un prodotto audace e divertente con una raffinatezza sofisticata per un pubblico adulto.
La soluzione individuata è un forte uso del colore che consente di interpretare ogni articolo con la propria tonalità. L’abbondanza quindi di colori forti lega tutto il magazine insieme.
Il primo numero uscito con il nuovo format è il terzo della rivista, The Boss issue ed è acquistabile qui.

“Måuudhi” è il nuovo magazine che fa del minimalismo un punto fondante

E’ uscito da qualche settimana il primo numero della rivista dal sapore ultra minimal “Måuudhi”.
Progettato dal giovane designer Lucas Owen, il primo numero contiene un’intervista con il designer Ross Baynham dello studio di design Instrmnt; la dj Chloe Martini, Esteban Saba fondatore di Handvaerk. 

Questo è solo un assaggio, c’è molto di più dentro alla prima uscita e tutto è inserito con una cura maniacale tendente sempre alla sottrazione, dove ogni elemento che è presente ha un suo ruolo nel progetto editoriale e nella lettura del testo mentre il superfluo è stato drasticamente tagliato e cancellato in favore di un notevole piacere degli occhi e di una voglia di minimalismo che qui trova forse un suo stile tutto.

“Måuudhi” lo potete acquistare qui.

 

“Footnotes” ovvero le note a piè di pagina: la seconda uscita del magazine per gli appassionati della tipografia

Circa un anno fa è uscita il numero 1, o meglio A Issue, di “Footnotes”, in italiano significa appunto note a piè di pagina, una rivista nata dalla collaborazione del designer svizzero di Ginevra Mathieu Christe. con La Police, uno studio grafico specializzato nella tipografia digitale.
La prima uscita di “Footnotes” è stata davvero un bella sorpresa, con articoli di settore quindi non proprio per tutti, di František Štorm, Atelier Carvalho Bernau, Brigitte Schuster ed il grande Alan Bartram.
Mi è piaciuta la cura che si accompagna alla semplicità della rivista, dove ogni articolo è pensato e impaginato con un proprio carattere tipografico correlato all’argomento in questione.

Footnotes #A

E’ da poco disponibile la seconda uscita, Issue B, di Footnotes che, anche se ancora non ho avuto modo di vedere, immagino mantenga gli alti standard del progetto.
Si può dire che è un prodotto per pochi che però ne godranno sicuramente sfogliando le pagine e leggendo gli approfondimenti.

Footnotes, issues A e B, sono acquistabili qui.

Footnotes #B

Broccoli è una rivista creata da e per le donne che amano la cannabis.

Broccoli è una rivista creata da e per le donne che amano la cannabis.
Questo è il chiaro e semplice preambolo che recita proprio il sito del nuovo magazine creato da Anja Charbonneau e, udite udite, regalato al solo prezzo delle spese di spedizione (attenzione però, alla fine, le spese di spedizione sono molto salate!).
Broccoli esplora e approfondisce la moderna cultura dello sballo da cannabis guardandola attraverso un obiettivo artistico, culturale e molto molto attento al mondo fashion e di tendenza.
Pubblicato tre volte l’anno, Broccoli è un magazine ideato e realizzato da un team di sole donne che lavorano nel campo dell’editoria, della pubblicità, della vendita al dettaglio e del design.
All’interno delle 80 pagine del numero uno, stampato su carta patinata di alta qualità leggerete articoli sulla controcultura e sulla legalizzazione, ammirerete le sculture di piante e fiori di Amy Merrick e molto altro..

Se volete avere la vostra copia gratuita di Broccoli, potete farlo qui, ma attenti alle spese di spedizioni, come detto non sono proprio basse.

Presentare il nuovo magazine “Dust Catcher” mi ha fatto riflettere sullo strano rapporto fra magazines e pubblicità

Dust Catcher è una rivista indipendente che ha fatto il suo esordio proprio in questo 2017 dove, in fatto di nuovi magazine, ne abbiamo viste di tutti i colori e forme.
Il primo ed unico numero finora uscito, dal classico formato 210 x 275 per 96 pagine, si caratterizza per la sovracopertina traslucida e per la scelta di una totale assenza di pubblicità. Questa volontà di rinunciare alla pubblicità rappresenta oggi una vera e propria sfida per chi la compie, soprattutto se si intende portarla avanti anche nelle successive uscite, perché è forse l’unica modalità di potersi davvero fregiare dell’aggettivo (veramente oramai svuotato di senso nella maggior parte dei casi) di indipendente.
A fronte dei costi rilevanti che si devono affrontare per la produzione, la promozione e la diffusione di prodotti del genere, risulta infatti estremamente difficile e coraggioso gettarsi nella mischia e, proprio per questo, degno di maggior considerazione, a mio avviso, rispetto ai colossi che oramai veleggiano anche nel settore magazine, sospinti dal vento di ricchi sponsor distesi a tutta pagina.
Non è certo un’accusa o una presa di distanza, esistono realtà editoriali bellissime che non avremmo mai potuto sfogliare senza la pubblicità, ma piuttosto una questione di chiarezza e onestà intellettuale che dovrebbe riportare tutti a chiamare le cose con il loro vero nome, anzi in questo caso, aggettivo.
Diciamo che considero indipendente chi può lavorare senza dipendere e quindi senza dover rendere conto agli sponsor che, in casi ancora più spinti di supporto economico diventano i veri e propri commitment del prodotto.
Quindi continueremo a godere di magazines sempre più belli, sia con che senza inserzioni pubblicitarie, ma almeno sapremo di cosa stiamo parlando quando scriviamo indipendente.

Rientro dalla digressione forse teorica ma a mio avviso obbligata per parlare di Dust Catcher che affronta, come molti altri magazine, il tema della grafica e del design contemporaneo cercando di ritagliarsi un proprio spazio in questa sovraffollata categoria attraverso la sperimentazione e la ricerca di artisti emergenti e non ancora affermati.
L’antipolvere, come si traduce in italiano Dust Catcher, dà uno sguardo alle persone che solitamente vengono etichettate come i creativi spaziando liberamente da illustratori a pittori a scultori, progettisti di giocattoli e molto altro ancora.
Dust Catcher lo potete acquistare qui.

 

Thomas Raimondi & The Big Lebowski Art Collection

The interviews with the artists who collaborated in the creation of the book “The Big Lebowski Art Collection” continues. Today we present Thomas Raimondi from Italy.
If you want to read previous interviews or buy the book, just click HERE.

Thomas Raimondi was born in Legnano (MI) on May 17, 1981.
Graduated at the Politecnico di Milano in Design of Communication. Graphic designer, visual artist, freelance illustrator active in the underground scene with numerous publications.

1 – Describe how it was the first time you saw the movie “The Great Lebowski”

TR – why was it looked at ?!

2 – To give readers an idea of your art try to describe what are some of your cultural references. At least 3 sources of inspiration that are important to you and why

TR – I’m attracted to everything. I am passionate and curious, I do not want to be prejudiced. I’m very interested in subcultures, what is on the margins and comes from below, but at the same time I undergo the ephemeral charm of ultra pop culture. In my works I try to recreate these shorts. Ask questions, create paradoxes by moving content from one semantic field to another, having fun, teasing, dissecting, replaying. Art for me is a game, a party, a labyrinth in which to get lost to find different.
I do not want to make lists of names of people who might have inspired or influenced me, if you think they are.

3 – Describe what is your environment where you live and where you work

TR – At this time I live in Pavia, a pretty rhetorical city in Lombardy. Few cultural initiatives, several self-referential and almost none organized by under 100! There was no independent artistic scene and general immobility. To be a university town, living there was a big disappointment. High human potential that can not meet to create. Sin.

4 – Indicate which of 2 of the artists you attend regularly and what you think are the most you can find today in your creative environment

TR – Now as I now follow the creative blend between Arca and James Kanda! I find them absolutely brilliant. The central point in art is to rebuild / invent a world that has imaginary and proper, coherent and original codes and they do it magnificently. Then Michele Guidarini and Stefano Cerioli two Italian artists with whom I am collaborating on an arty punk traveling project “KILL YOUR IDOLS” and I have to keep them under the eye ahaha !!

5 – Now that we are at the end. Try to explain what is the “Big Lebowski” for you and why do you think it has so much influence the world of graphics and illustration

TR – Surely the super-character characters, the story with its absurd situations and bizarre walks, the soundtrack and the attention to detail make “The Big Lebowski” a cult movie of a certain 90s culture. In the film there are a lot of ideas, hyperlinks, styles, shattered clichés … in short, creative ideas and reflection for everyone.

Le interviste con gli artisti che hanno collaborato alla creazione del libro “The Big Lebowski Art Collection” continua. Oggi presentiamo Thomas Raimondi.
Se volete leggere le precedenti interviste o acquistare il nostro piccolo grande libro, basta cliccare QUI!
1 – Descrivi come è andata la prima volta che hai visto il film “Il grande Lebowski”..

TR – …Ah perché andava guardato?! 

2 – Per dare ai lettori un’idea della tua arte, prova a descrivere quelli che sono alcuni dei tuoi riferimenti culturali, almeno 3 fonti di ispirazione che sono per te importanti e il perché

TR – Attingo da tutto. Sono appassionato e curioso, non voglio avere pregiudizi. Mi interessano molto le sottoculture, ciò che è ai margini e arriva dal basso, ma nello stesso tempo subisco il fascino effimero e patinato della cultura ultra pop. Nei miei lavori cerco di ricreare questi cortocircuiti. Fare domande, dare vita a paradossi spostando i contenuti da un campo semantico all’altro, divertirmi, prendere in giro, dissacrare, riplasmare. L’arte per me è un gioco, una festa, un labirinto nel quale perdersi per ritrovarsi differenti.
Non voglio fare liste di nomi di persone che potrebbero avermi ispirato o influenzato, cercatevele voi se pensate che ci siano.

3 – Descrivi quello che è il tuo ambiente dove vivi e dove lavori.

TR – In questo momento vivo a Pavia, una graziosa quanto retorica cittadina lombarda. Poche iniziative culturali, diverse autoreferenziali e quasi nessuna organizzata da under 100! Non pervenuta scena artistica indipendente e immobilismo generale diffuso. Per essere una città universitaria, viverci è stata una grande delusione. Potenziale umano elevato che non riesce a incontrarsi per creare. Peccato.

4 – Indica quali sono 2 degli artisti che segui regolarmente e che pensi siano il massimo che si può trovare oggi nell’ambiente creativo

TR – Ora come ora seguo molto il connubio creativo tra Arca e James Kanda! Li trovo assolutamente geniali. Il punto centrale nell’arte è ricostruire/ inventare un mondo che ha immaginario e codici propri, coerenti e originali e loro ci riescono magnificamente. Poi Michele Guidarini e Stefano Cerioli due artisti italiani con i quali sto collaborando ad un progetto arty punk itinerante “KILL YOUR IDOLS” e devo tenerli sott’occhio.. ahaha!!

5 – Adesso che siamo alla fine, prova a spiegare cosa rappresenta per te “Il grande Lebowski” e perché pensi che abbia così tanto influenzato il mondo della grafica e dell’illustrazione

TR – Sicuramente i personaggi super caratterizzati, la storia con le sue situazioni assurde e i suoi intrecci bizzarri, la colonna sonora e la cura dei particolari rendono “Il Grande Lebowski” un film cult di una certa cultura dei ’90. Nel film ci sono un sacco di idee, collegamenti ipertestuali, stili, cliché in frantumi…insomma spunti creativi e di riflessione per tutti.

“Fuck You: A Magazine of the Arts” non era un magazine, era un manifesto per la rivoluzione della vita

Fuck You: A Magazine of the Arts è stato qualcosa di unico.
E’ stato un magazine fondato nel lontano 1962 dal poeta Ed Sanders in una New York dove inventare, creare e tutto il resto, era molto facile e alla portata di tutti.
Quello che era il motto della rivista, inventato dallo stesso Sanders, era I’ll print anything e, non so a voi, ma a me fa star bene solo a leggerlo.
Prodotta su un vecchio ciclostile prestato da amici e stampata su carta economica multicolore, vive incredibilmente dal febbraio ’62 al giugno ’65 per un totale di ben 13 uscite in 3 anni.
Sul primo numero, distribuito sul Lower East Side di New York City, si leggeva la seguente dedica: “Dedicato al pacifismo, al disarmo unilaterale, alla difesa nazionale attraverso la resistenza nonviolenta, alla sincronia multilaterale indiscriminata, all’anarchismo, al federalismo mondiale, alla disobbedienza civile, agli ostruzionisti e ai sottomarini e a tutti quelli che barcollano da J. Edgar Hoover nelle stanze segrete del Congresso“.

Il quartier generale era il Peace Eye Bookstore, libreria che Sanders gestiva spavaldo ed in cui passavano strani personaggi fra cui bohémien, scrittori e radicali. Il 1° gennaio 1966 la polizia fa però irruzione nella libreria accusando lo stesso Sanders di oscenità e la notorietà generata dal caso mediatico porta alla sua apparizione nella copertina del 17 febbraio 1967 di Life Magazine, che lo proclama leader della controcultura di New York.


Alla fine del 1964 Sanders fondò anche il grupppo musicale The Fugs con il poeta Tuli Kupferberg (qui qualche info su di lui dal blog di Ernesto Assante).
Per darvi un’idea dell’aria che si respirava e della forte sensazione di poter essere soggetti attivi nel cambiamento della vita di tutti, ricordo che il 21 ottobre 1967 al National Mobilization Committee, durante una grande manifestazione organizzata contro la guerra in Vietnam, nella marcia verso il Pentagono, Sanders con i suoi The Fugs e il gruppo dei San Francisco Diggers organizzarono un rito di massa per “esorcizzare” il Pentagono.

Fuck You: A Magazine of the Arts fece parte integrante della cosiddetta Mimeo Revolution o Mimeograph Revolution, la Rivoluzione degli anni ’60 e ’70 in cui i piccoli prodotti editoriali indipendenti, non commerciali, facilitati dall’accessibilità del ciclostile – mimeograph appunto – e altri diavolerie, si misero in moto distinguendosi dalla tradizionale stampa per il forte grado di sperimentazione, di fantasia e di eccentricità.
Le riviste principali, associandosi fra loro, favorirono la pubblicazione di lavori sperimentali e clandestini che accompagnavano presentazioni molto vicine al teatro e alla recitazione, di giovani poeti così pieni di parole da traboccare.
Per tutti i suoi 3 anni di vita Fuck You: A Magazine of the Arts fu il magazine che si fece  portavoce delle battaglie per la libera espressione, sfidando i tabù del sesso e della droga, sostenendo il libero amore e l’uso delle sostanze psichedeliche molto prima che venissero prese in considerazione dai più diffusi movimenti controculturali della fine degli anni Sessanta.
Molto spesso tenuto in ombra da altri personaggi del periodo come Ginsberg o Kerouac, Ed Sanders ed i suoi compagni di riviste, sono stati invece uno dei principali anelli di congiunzione che hanno unito la generazione Beat degli anni Cinquanta e la successiva controcultura Hippie della metà degli anni ’60.

Motto Distribution ha ristampato e rilegato i primi 4 volumi di Fuck You: A Magazine of the Arts che potete acwuistare qui.

An elegant golden book with the treasures inside

I fell in love with this product called “Sendings” producred by Aggie Toppins.
Aggie teaches graphic design at the University of Tennessee at Chattanooga and serves as Associate Head of the Art Department. After working for more than 15 years as a commercial designer, Aggie is directing her creative energies towards self-publishing editions through The Unofficial Press, writing about design, and doing community-based projects. Aggie received her MFA from the Maryland Institute College of Art in 2012. She lives beside a mountain with her husband and their two silly dogs.
“Sendings” is elegant, refined, with some graphic experimentation elements that I really enjoyed.
This independent product is made up by four essays relating to travel, theory, and the work Aggie mades in France, including the Sendings and Palimpsests projects.

Sendings from 2016. A series of collages on paper with an examination of symmetry and its connotations, this series draws on Jacques Derrida’s text “La Carte Postale”, in which the author disassembles binary oppositions in favor of readings that flip around an axis like a post card.
Palimpsests. from 2016–ongoing. Silkscreen and digital printing on fine papers. Printed in editions of 10 each. This series of collage-based prints is rooted in the practice of psychogeography. I mark my movements through the world as a solo female traveler by using the scraps of ephemera that pass through my life while traveling. The project indexes my own embodied experiences, while at the same time capturing how these experiences have left their trace on me.

You can buy the book in the shop of Aggie Toppins here.

“Chaos SixtyNine” è un nuovo magazine in formato A3 con poster staccabili creato e realizzato dentro il mondo della moda

Forse qualcuno ancora non ha ben capito che uno dei territori di massima creatività oggi attivi nel mondo del design e della grafica è quello dei magazine. Come ho già avuto modo di dire in altri post, questo settore è in continua crescita, direi che oramai lo possiamo addirittura definire a la pàge.
A dimostrazione di questo continuo ricercare novità e forme nuove per catturare l’attenzione del lettore ecco oggi un nuovo prodotto, Chaos SixtyNine.
CHAOS è un marchio di lusso nell’ambito fashion con sede a Londra, nato da un’idea di una partnership creativa tra alcuni cosiddetti fashion addicted e due giovani stiliste, Charlotte Stockdale e Katie Lyall.
Ispirato alle moderne ossessioni della moda: ultra personalizzazione del prodotto, tecnologia spinta e un senso di posticcia spensieratezza, CHAOS produce accessori super pop con costi vertiginosi.
A leggere il loro about, si capisce che il loro brand rappresenta “l’incontro fra la tecnologia e la moda; la praticità ed il punk, con una dose di individualità tipicamente londinese. Questa è l’ethos di CAOS.”
Da qui nasce anche il magazine Chaos SixtyNine, un maestoso formato A3 super patinato composto quasi esclusivamente di foto selezionate e tipicamente aderenti allo stile del mondo modaiolo.
Ogni pagina è un poster staccabile che uscirà con cadenza biennale con una scelta di cinque cover differenti scattate da Karl Lagerfeld, Cass Bird, Dexter Navy e Phil Poynter. All’interno, ogni pagina ha una piega perforata ed i lettori sono incoraggiati a strappare le pagine e incollarle sulle loro pareti.

Al momento non è presente alcuna pubblicità, almeno nel senso convenzionale, anche se immagino che il tutto sia molto, ma molto supportato da capitali interessati alla diffusione del prodotto…..
Diciamo non il mio prodotto editoriale preferito ma da segnalare per l’azzardo, la sfrontatezza con cui si è presentato sul mercato e la qualità delle firme presenti fra i contributors.

Chaos SixtyNine è acquistabile QUI.

 

 

INDEPENDENT PRESS FAIR: Janelas Lisboetas from Portugal

Independent Press Fair
Hey folks,
we are so happy that our Independent Press Fair project is finding so many people and so much interest!
Anyone who has an indifferent editorial product to promote, show, sell, we are here for this.
Send us your jobs by email and wait confident, we are working to develop the project but we need to see how many you are and what jobs you have in your head and hands, get ahead!

Today we present Camilla, from Brazil with his book about the windows of Lisbon. I love it and i’m so happy to have she with us now and for the future books..

About the publication
The Janelas Lisboetas fanzine was born from the homonymous project developed by Brazilian visual artist Camilla Cossermelli. The project consists of a series of illustrations of the people of Lisbon at their windows, a habit so common of theirs that becomes itself a peculiar feature of the city’s urban landscape. The series invites locals to reflect about what such a phenomenon may tell us about what it is like to live in Lisbon. The fanzine is a selection of these windows, put together into a single publication, printed using risograph technique and finalised with a simple and intuitive folding scheme that transforms a single sheet of paper into an A6 booklet when closed and, when open, an A3 poster.

About the artist
Camilla Cossermelli is a Brazilian visual artist and writer born in São Paulo, Brazil in 1995, currently concluding a bachelor’s degree in Social Communication at the University of São Paulo and on exchange at NOVA University in Lisbon, Portugal. Drawing has always been a prominent part of her life, but it only began to take professional paths since the beginning of 2017. The themes Camilla’s works approach often question concepts of femininity, appearance, and purpose.

After two years and a half working as a copywriter in a major branding consultancy in São Paulo, a significant period for her studies in the area of identity, verbal communication and poetry, Camilla moved to Lisbon to expand her investigation. Her experiences in the city levered her artistic production and involvement, which resulted in her first exhibition, her admission to her first gallery, the publication of her first book with her own poems and artwork, activity in the street art scene with paste-up posters, participation in art fairs, and also development of many new projects.

How to purchase my work
Send me an e-mail or direct message on Instagram (@camillacoss)
My complete works are on my shop.

Il libro raccoglie il meglio della stampa risograph in Europa

La casa editrice spagnola Monsa Pubblications, di cui abbiamo già avuto modo di parlare (qui),  ci regala un altro bel prodotto questa volta tutto dedicato alla risografia.
La stampa in risograph infatti è una sottocultura e un metodo di stampa con una riuscita estetica molto particolare e unica con la quale molti artisti, designer, creativi e bookmaker si stanno confrontando per le sue caratteristiche di relativa facilità di utilizzo e per quell’effetto simil serigrafico che tanto piace ai creativi di tutto il mondo.
Uno degli aspetti infatti che rende unica la risograph è l’accettazione, direi forse l’amore, verso le imperfezioni, verso l’unicità di ogni singola copia che, a differenza del processo serigrafico, viene qui ricreato attraverso strumenti digitali e automatici.


Il libro “Risography. Loving imperfections” è formato da 144 pagine in inglese e spagnolo, ricco di illustrazioni e prodotti a stampa originali creati dai rulli di inchiostro che vi faranno, se ancora non lo siete, innamorare di questo processo che sta sempre più diffondendosi anche in Italia.
Qui potete dare un’occhiata alla preview su Issu.

Il libro  acquistabile sul sito Monsa.

“Layout now” ti insegna ad usare le griglie per impaginare i tuoi prodotti editoriali

Con la convinzione che i buoni libri coltivino menti più solide e più interessate al miglioramento della vita di tutti, il team di SendPoints continua orgoglioso a pubblicare sempre ottimi libri. Dalla sua fondazione nel 2006 in Cina, SendPoints è diventata una delle migliori case editrici di arte e design di tutto il mondo. Lo splendido catalogo si muove su diversi settori quali la grafica, l’interior design, l’architettura ed il design di prodotto.
Io personalmente mi sono innamorato dei loro lavori partendo dalla splendida rivista BranD (di cui ho parlato qui per il numero speciale sul panorama attuale dei magazine) e che, dal suo lancio nel 2012 è diventata un riferimento anche nel settore magazine.

Il volume però di cui vi voglio parlare oggi si intitola “Layout now” e, come è facile intuire dal titolo, riguarda essenzialmente chi ama avere a che fare con griglie, margini, font e tutto quanto prevede una materia ampia e affascinante come l’editorial design.
Il layout design gioca un ruolo importante in quasi tutte le forme di design grafico, basti pensare ai giornali, ai libri, alle riviste, alle brochure, ai poster, alle pagine web e così via. “Layout now” illustra i principi del layout riconducendolo essenzialmente alla conoscenza ed alla padronanza dell’uso delle griglie, veri e propri strumenti del mestiere per chi ne conosce i segreti.
Tutti gli esempi riportati vengono scomposti spiegando quelli che sono i passaggi per una corretta costruzione che parte dal foglio bianco per diventare un layout definito grazie proprio alle griglie.

Quindi, per chi volesse iniziare o per chi già si confronta con la creazione di progetti di design, questo bel librone di 256 pagine a colori è disponibile anche in Italia presso la splendida libreria Limond di Paolo Cardinali.

“Qué Rico” la fanzine targata Nike Skateboarding

Nike SB, la divisione Skateboarding del baffo, ha commissionato ad High Tide di creare una zine stampata in edizione limitata per celebrare l’apertura del loro garage per skate indoor a Williamsburg, a Brooklyn.
La fanzine, intitolata “Qué Rico”, presenta le foto che documentano il recente viaggio del team Nike SB in Porto Rico con fantastici scatti di Zach Malfa-Kowalski.
Le foto, dai colori solari e nitidi, rendono benissimo l’atmosfera caraibica di Portorico e soprattutto mostrano il tema SK di Nike all’opera nelle loro spericolate avventure sulla tavola insieme a personaggi e momenti colti al volo dal bravissimo Zach Malfa-Kowalski.

Il Modernismo statunitense finalmente trova casa in un libro arancione

Display è una realtà editoriale gestita dallo studio creativo newyorchese Kind Company formato da Greg D’Onofrio e Patricia Belen. Il progetto mi piace e lo seguo da un pò perché amo particolarmente il suo approccio che sta a metà fra il prodotto classico, imponente e una certa ricercata spregiudicatezza nei soggetti su cui sofferma la propria attenzione con volumi tanto ben curati quanto interessanti.
Tutto il catalogo si concentra sul design modernista statunitense degli anni Cinquanta prendendo spunti da ogni tipo di prodotto: periodici, tipografia, arredo, pubblicità e oggettistica in genere. Dare visibilità a questo tipo di materiali per un pubblico di appassionati è davvero un modo utile di fare documentazione ed educazione per le scuole, per gli insegnanti, studenti, designer e ricercatori indipendenti.
Ultimamente pare abbiano interrotto i loro lavori e la cosa mi rende davvero triste anche se un’occhiata ogni tanto continuo a darla sperando in nuove notizie.

Greg D’Onofrio e Patricia Belen

Il libro di oggi è “The Moderns: Midcentury American Graphic Design”, un grosso volume sul movimento del Modernismo che ha trasformato il design grafico americano nella metà del XX secolo e ha stabilito un linguaggio visivo che conserva ancora oggi un’enorme importanza. A ben guardare, a differenza con quanto accaduto per le sue versioni europee, il Modernismo americano è stato poco analizzato ed infatti questa è la prima raccolta esaustiva su questo fenomeno che ha plasmato l’ambiente visivo del paesaggio urbano delle città americane.
Si tratta del lavoro di 63 grafici di cui vengono presentati sia i maggiori lavori, sia le rispettive biografie. Alcuni di questi veri e propri innovatori erano immigrati europei che portarono dall’Europa dove era nato, il vento nuovo del Modernismo.

Il libro è acquistabile sul sito della Casa Editrice, la Abrams Books, QUI.

Freak City, un libretto per farvi conoscere un artista dalle mille facce

Inizio la settimana con una segnalazione un pò data forse ma che continua a piacermi un sacco.
Si tratta dei lavori di Freak City, nome d’arte dell’illustratore di Bordeaux nato nel 1984 cofondatore dello studio design Atelier Kobalt attualmente impegnato anch ein numerosi altri progetti come il duo di pittura murale Royal Beton ed il collettivo Mondo Zero.
Dando un’occhiata ai nomi dei suoi clienti capiamo come Freak City si sia oramai ritagliato un certo nome nell’ambiente della grafica e del branding: Microsoft, Le Monde, Newsweek, ESPN, GQ, Jägermeister, Red Bull. Nonostante questo però continua a creare anche lavori per puro divertimento e lo ringrazio per questo visto che si tratta di materiale davvero interessante e del tutto indipendente e innovativo.
Come detto, un altro dei progetti di Freak City è Atelier Kobalt che porta avanti insieme alla grafica tessile Marianne.
Un’avventura grafica che intende collegare il mondo del design tessile, dell’arredamento, dell’illustrazione, dell’editoria e della serigrafia. Una trasversalità che è divertimento e sperimentazione e che dimostra una forte curiosità e soprattutto il desiderio di autonomia e indipendenza a cui il duo evidentemente tiene veramente moltissimo.
Sempre con l’attenzione rivolta al futuro ed al passato, la coppia mostra un vero amore per le sue influenze anni ’70 e ’80, per il cosiddetto Memphis design lanciato dal grande Ettore Sottsass e per la cultura grafica del Punk.
A fonte di tutto ciò e per darvi un’idea migliore dei lavori di Freak City, presento oggi il libro “A Well Filled Day”, prodotto da Freak City e Atelier Kobalt.
Si tratta di un libro di 20 pagine in classico formato A4 in edizione limitata di 200 copie.

Date un’occhiata e, se come me vi innamorate del libro, potete sempre acquistarlo qui.

Michele Varinelli & The Big Lebowski Art Collection

The interviews with the artists who collaborated in the creation of the book “The Big Lebowski Art Collection” continues. Today we present Black Mallard from Italy.
If you want to read previous interviews or buy the book, just click HERE.

 

 

Le interviste con gli artisti che hanno collaborato alla creazione del libro “rtfg” continua. Oggi presentiamo Black Mallard.
Se volete leggere le precedenti interviste o acquistare il nostro piccolo grande libro, basta cliccareQUI!
1 – Descrivi come è andata la prima volta che hai visto il film “Il grande Lebowski”..

Non ricordo la prima volta che ho visto Il GRANDE LEBOWSKI ma è stato amore a prima vista.

2 – Per dare ai lettori un’idea della tua arte, prova a descrivere quelli che sono alcuni dei tuoi riferimenti culturali, almeno 3 fonti di ispirazione che sono per te importanti e il perché

I miei riferimenti sono:

1) Tutta la street art degli anni 80 e 90 (graffiti, skateboarding ect..)
2) la mia passione per i films
3) La mia personale esperienza come Graphic Designer nel mondo della musica.

3 – Descrivi quello che è il tuo ambiente dove vivi e dove lavori.

Io sono Graphic Designer per una WeB Agency in Milano e vivo a Bergamo.
Durante il tempo libero mi piace giocare a Basketball,andare ai concerti,andare al cinema, andare in snowboard e molto altro.

4 – Indica quali sono 2 degli artisti che segui regolarmente e che pensi siano il massimo che si può trovare oggi nell’ambiente creativo

Seguo differenti artisti ma i miei favoriti sono:

1) Jimbo Phillips. Adoro la sua tecnica e il suo stile.
2) DAIM. Per me il writer migliore al mondo

3) Mike Mignola. Amo i sui fumetti e il suo stile dark.
http://artofmikemignola.com/

5 – Adesso che siamo alla fine, prova a spiegare cosa rappresenta per te “Il grande Lebowski” e perché pensi che abbia così tanto influenzato il mondo della grafica e dell’illustrazione

D – Il Grande Lebowski è un film originale, pieno di dettagli e messaggi. Deve essere visto molte volte. Jeff Bridges rappresenta un’intera epoca di ribellione e rottura dei paradigmi. La fotografia è incredibile ed i suoi colori e personaggi affascinanti. Penso sia un film essenziale per tutta la comunità creativa, uno dei film più cool e divertenti di tutti i tempi, un capolavoro!