Sto cercando di capire il perché impazzisco per i celebrity pattern di My metal Hand

Gainesville è una città degli Stati Uniti, capoluogo della Contea di Alachua, nello Stato della Florida e proprio qui lavora Jeff T. Owens, da alcuni conosciuto come JTO, mentre dai più come My  Metal Hand.
Il lavoro di Jeff può tranquillamente rientrare nel grande universo del pop graphic, quell’universo grafico popolato – soprattutto negli U.S.A. – da illustratori e creatività che traggono le loro maggiori idee dal mondo della musica, della TV e più in genere dello star system.
Anche Jeff rende l’immancabile tributo stilistico a colui che forse per primo ha davvero capito la bellezza che si può nascondere dietro ad un ritratto di Bob Dylan o di qualsiasi altra star, quel Robert Crumb che davvero si può dire che ha dato inizio al tutto.
Da qui però inizia il mistero per cui, da giorni, non riesco a stare senza dare una sbirciata a quelli che lo stesso Jeff definisce i suoi Celebrity Patterns, una raccolta ancora in corso d’opera di suoi lavori che, partendo dal lavoro su un personaggio celebre, arriva ad uno sfondo moltiplicato e simmetrico che i miei occhi non riescono a non ammirare.

 

Emory Douglas è colui che inventò la grafica delle Pantere Nere

Letterform Archive è il centro per l’ispirazione, l’istruzione, l’editoria e la comunità che è stato fondato senza scopo di lucro da Rob Saunders, un collezionista di di libri e riviste da oltre 40 anni. L’obiettivo del centro è quello di condividere la sua collezione privata con il pubblico e offrire l’accesso a una strabiliante collezione contente oltre 40.000 articoli relativi a lettering, tipografia, calligrafia e progettazione grafica.
Perché ve ne parlo proprio oggi? Perché LA ha da pochissimi giorni acquisito ben 121 numeri del magazine “The Black Panther” che risalgono al suo periodo seminale tra il 1967-72, insieme a poster e grafiche di Emory Douglas.
“Riconosciuto nel partito delle Black Panthers per il suo uso impavido e potente del graphic design come strumento di lotta per i diritti civili e contro il razzismo, Douglas è una figura di spicco nel mondo degli artisti che rivendicano i diritti delle minoranze attraverso l’arte.

Come artista rivoluzionario e ministro della cultura per le Black Panthers dal 1967 all’inizio degli anni ’80, Douglas e i suoi compagni di partito hanno subito atti di sabotaggio da parte dell’FBI. Secondo un rapporto del Congresso, quegli atti includevano saccheggi di uffici e  distruzione di giornali che contenevano articoli sulla controversa figura di Douglas.
Cosa doveva temere il governo dal lavoro di Douglas? La sua innata capacità di provocare un risveglio nelle persone più deboli.
Douglas usava i materiali che poteva racimolare come i pennarelli e poco altro con quel poco riuscì a lanciare il giornale ufficiale dl movimento giustamente intitolato “The Black Panther”.
Per Douglas, quello con il Black Panther Party fu solo l’inizio di una carriera basata sulla convinzione che l’arte debba servire per le cause sociali. Negli anni ha continuato i suoi attacchi contro il potere, il razzismo, l’avidità e il sistema carcerario.
Nel 2015 Douglas ha ricevuto una medaglia AIGA. L’organizzazione lo ha riconosciuto per “il suo uso senza paura e potente della progettazione grafica nella lotta per i diritti civili“.

Una serie di poster generati da modelli matematici rendono visibile il suono della musica

Gunther Kleinert è un interior designer che vive e lavora ad Amburgo, in Germania. Nel suo curriculum si nota che quando aveva 20 anni ha vissuto per un periodo di tempo nel Devon, in Inghilterra. Questo per imparare l’arte del restauro e costruzione di mobili e arredi. Poi è tornato ad Amburgo per conseguire la laurea in Disegno Industriale presso l’Università di Belle Arti nel 2008.
Oggi può vantare più di 10 anni di intensa esperienza interdisciplinare nella progettazione di prodotti e spazi interni. Oltre a progettare mobili, interni ed esposizioni per aziende del come Rolf Benz, FC Bayern Monaco e molti altri.
Vi parlo di Gunther perché ha realizzato un progetto che a me ha davvero colpito innanzi tutto perché fonde insieme mondi apparentemente distanti e lo fa in modo del tutto nuovo ed originale.
I due poli su cui si basa questo lavoro sono da una parte il cosiddetto generative design, un processo di progettazione basato sull’Intelligenza Artificiale che consente ai sistemi di generare proposte, suggerimenti se non addirittura componenti e parti di progetto a chi sviluppa prodotti e soluzioni.
Dall’altra la passione per la musica di Gunther, appassionato chitarrista.
Il suo obiettivo è quello di usare il suono e la musica per tentare di visualizzare in diretta ciò che può essere ascoltato ma finora non visto dall’occhio. Da qui ha creato alcuni modelli matematici su cui proprio non ho intenzione di addentrarmi che riportano in forma grafica il suono della musica.

Inizialmente ne ha stampati alcuni su una stampante laser, ma non era totalmente soddisfatto dei risultati finché non si è imbattuto in un vecchio plotter a penna della metà degli anni ’80, quelli che all’epoca erano furono una vera rivoluzione soprattutto per gli architetti che potevano elaborare i loro piani con la macchina, piuttosto che a mano. Con questo Gunther è riuscito a stampare linee con inchiostro e pennarelli molto più definite e questo ha fatto si che il progetto vedesse la luce.
A guardare la grafica generata da modelli musicali viene subito alla mente il lavoro di Manfred Mohr e tutto il filone minimale della grafica e dell’architettura.
La serie delle visualizzazioni musicali ha un processo abbastanza complesso. In primo luogo, viene creato il file audio tramite un codice che legge ed estrae determinati parametri come le curve di ampiezza di frequenza, il beat, la dinamica generale ecc. All’interno del codice si impostano i parametri per la visualizzazione grafica per poi convertire l’output in modo che sia stampabile con il plotter con la relativa impostazione dei colori ecc.
Credo però che adesso sia giunto il momento di dare un’occhiata a questi lavori…

Esbjörn Svensson Trio, Believe Beleft Below
Keith Jarrett, The Köln Concert, Part I

Keith Jarrett, The Köln Concert, Part II C
The Rolling Stones, Gimme Shelter

Esiste un libro dove sono raccolti gli annunci della più bella rivista degli anni Sessanta in California

Il “San Francisco Oracle” era un giornale controculturale pubblicato nel quartiere epicentro della rivoluzione psichedelica degli anni Sessanta californiani, quell’Haight Ashbury in cui tutte le principali novità anche in campo grafico ed editoriale avvennero tra il 1966 ed il 1968. Proprio in questo periodo di tempo uscì infatti questo meraviglioso prodotto editoriale, forse l’apice di gran parte dei prodotti a stampa della cosiddetta underground press e vera summa dell’inconografia psichedelica del periodo.
Nei 12 numeri che uscirono si trovava un mix esplosivo di poesia, spiritualità, saggistica e musica e soprattutto si sperimentarono alcune delle prime tecniche di stampa con effetti di inchiostrazione arcobaleno allora davvero rivoluzionari.
La raccolta dei 5 volumi dal titolo “Where to Score” è veramente interessanti per gli appassionati perché riporta ed approfondisce un aspetto davvero particolare e rivelatore dello spirito del periodo e cioè la sezione degli annunci.
Proprio lì infatti si trovano quelle che erano le richieste e le offerte che circolavano in città nel circuito alternativo: richiesti di batteristi, di falegnami insieme ai negozi di abbigliamento e alle disperate inserzioni dei genitori che cercano i propri figli scappati di casa.
Nel mezzo di questo vero e proprio materiale da antropologia culturale ecco spuntare anche alcune vere e proprie chicche come quella del poeta Michael McClure ha bisogno di un’arpa e la Sexual Freedom League è affamata di reclute.
“Where to Score” è quindi una collezione tascabile di annunci a cura di Jordan Stein e Jason Fulforddel “San Francisco Oracle” classificati e suddivisi in base alle tematiche e pubblicati in un volume stampato in cinque diversi diverse copertine colorate, con diversi nomi sulla spina dorsale, ma con i medesimi contenuti all’interno.

 

Un illustratore realizza un libro dove le opere sono ordinate in base agli hashtag di Instagram

Oggi vi parlo di un libro di Patrik Mollwing, un illustratore svedese che attualmente vive a Lisbona, in Portogallo, con alle spalle una vasta esperienza trasversale che lo ha portato a lavorare sia nella progettazione grafica che nella direzione artistica, fino all’illustrazione e all’animazione.
Questo suo ultimo libro parte dalla costatazione di come negli ultimi anni Instagram sia diventato un luogo virtuale ma molto utilizzato dagli illustratori per condividere il proprio lavoro. Non mi voglio addentrare sul fatto che questo fenomeno sia una cosa buona o cattiva, IG è senz’altro è una piattaforma che consente ai creativi in genere di raggiungere un pubblico più ampio, spesso attraverso l’uso dei fantomatici hashtag.
Il tentativo di Mollwing è quello di rendere fisico, materiale, reale l’interazione fra hashtag ed il contenuto ed è proprio qui che è nato “Two Hundred e Forty-Two Hashtags“, un libro di illustrazione che prende spunto dalla cultura della ricerca per hashtag.
L’inizio del libro presenta un elenco di hashtag ordinati alfabeticamente, per capirsi si va da da #abnormal a #yum e dopo ogni parola si reinvia alla pagina in cui è possibile trovare i lavori creati dallo stesso Patrik Mollwing nel periodo compreso fra il 2015 ed il 2017 che sono stati condivisi su IG utilizzando proprio quell’hashtag.
Pubblicato da Stolen Books, il libro si presenta quindi come una raccolta di opere di Mollwing il cui stile è da sempre sghembo, pieno di corpi allampanati e forme morbide ritratti con colori vivi e sgargianti mentre pattinano, lottano e chissà che altro.

Lo sport come non lo avete mai visto è fra le pagine di Athleta Magazine

Oggi è proprio uno di quei giorni, uno di quei giorni.
Oggi è uno di quei giorni in cui sono felicissimo di ospitare in questo mio sito una delle realtà italiane che stanno emergendo con forza, e soprattutto stile e competenza, nel panorama internazionale dei new magazines.
Si tratta di “Athleta”, un prodotto tutto italiano che vede coinvolti Giovanni Gallio (Editor), Sara Capovilla (Photo Editor) e Alessandra Pavan (Graphics).
Sono felice perché è dal primo numero che li seguo e apprezzo molto il loro lavoro fatto di piccoli passi ma idee chiare che li hanno portati oggi alla terza uscita.
La loro presentazione si sviluppoa dall’etimologia classico latina del termine Athleta ovvero

colui che è proteso nello sforzo di superare la sfida sportiva, ma, ancora di più, nello sforzo di superare sé stesso.

“Athleta” è un magazine indipendente che racconta la cultura dello
sport da un punto di vista non convenzionale spingendo molto sulla qualità del suo perno centrale, la fotografia.
Utilizzando proprio il loro linguaggio, “Athleta” è un viaggio nel principio di resilienza, nella scoperta dei propri limiti attraverso il corpo. E’ un viaggio nella propria identità, nella condizione umana, nei valori della competizione. In nome dello spirito agonistico, ma anche in nome dell’estetica dell’immagine. E’ la luce impressa, essenza di figura, gloria. E’ ombre di anonimato. E’ dove grafica ed equilibrio incontrano la fatica ed il rumore.
Ecco, come spero vi rendiate conto quando sfoglierete questa rivista, “Athleta” è una narrazione visiva di quelli che sono – di volta in volta – gli infiniti aspetti unici ed originali del concetto di sport, una  narrazione che nella terza uscita mostra come lo sport sia un gesto che ti consegna all’eternità.
Buona lettura e complimenti ancora a tutto il team di “Athleta”, vi aspettiamo per il numero 4!

OIOI minimarket torna per il secondo anno a Prato

Squadra che vince non si cambia e quindi, ad un anno di distanza dalla riuscitissima prima edizione (qui l’intervista dello scorso anno), Bianca Vagnoli e Giovanni Frasconi riformano il duo dell’OIOI di Prato e ne parlano alle Edizioni del Frisco presentando le conferme e le novità della versione 2018.


Per chi non lo sapesse, OIOI è un minimarket di editoria indipendente, comprendente fotografia, illustrazione, autoproduzioni, tipografia, grafica etc.
Nel 2017 è partito con la sua prima edizione al Giardino Buonamici a Prato, tramite il festival annuale Settembre – Prato è Spettacolo.

OIOI Team

Bianca Vagnoli (grafica) e Giovanni Frasconi (illustratore) hanno sentito il bisogno di mostrare alla città di Prato queste realtà e di dar voce ai vari e talentuosi grafici, illustratori e fotografi della zona.
In Italia esistono diversi festival/market di editoria, ora anche Prato ha il suo.
I giorni 9 e 10 Giugno grazie alla collaborazione con l’Associazione il Pentolone, farà parte della rassegna estiva di Prato Estate organizzata dal Comune di Prato. Anche quest’anno la tipografia Eliograf sarà sua sponsor per la comunicazione e avrà tra i nuovi collaboratori la fondazione Opera Santa Rita.
L’evento si svolgerà all’interno della Saletta Campolmi, in via Puccetti n.3, Prato. Un bellissimo spazio adiacente al Museo del Tessuto e la Biblioteca Lazzerini.

Saletta Campolmi

I nostri due organizzatori preferiti ci avvisano che nella versione 2018 ci saranno diverse novità. Oltre alla mostra mercato con 30 espositori provenienti da tutta Italia, saranno esposte ben 2 mostre:

– una a sorpresa su cui ancora adesso i due mantengono le bocche cucite;
– una sul tema Spazio (qui il link della call che scade il 20 maggio);

Inoltre saranno presenti diversi ospiti:

– L’illustratrice pratese Silvia Baroncelli, che terrà un workshop di illustrazione digitale per l’infanzia (iscrizioni qui);
Momora Design Lab da Bologna, verrà a trovarci per spiegare l’utilizzo della stampa 3d in editoria e le sue varie possibilità;
– Studio Sofa, un nuovo collettivo di Pietrasanta che ci racconterà la sua esperienza nell’aprire uno studio di comunicazione.

INFO:
Sabato 9 giugno apertura ore 12:00 – chiusura ore 24:00
Domenica 20 giugno apertura ore 15:00 – chiusura ore 20:00
Entrata gratuita
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Un libro dedicato alla serie originale di emoji disegnata nel 1999

Nel 2016 il Museum of Modern Art di New York ha fatto scalpore dopo aver acquisito l’originale serie di 176 emojiper la sua collezione permanente. Si tratta di piccoli disegni riportanti volti, oggetti e luoghi, ciascuno illustrato su una griglia di 12×12 pixel, raggruppati e disposti ordinatamente. A vederli adesso traspare il tempo passato e la rozzezza del risultato ma, allo stesso tempo, anche la loro familiarità con il nostro mondo.

Progettato dal giovane artista Shigetaka Kurita, a soli 25 anni, fu rilasciato nel 1999 dalla società di telecomunicazioni giapponese NTT DOCOMO.
Ora l’editore indipendenti Standards Manual, che amo da quando vi parlai di quest’altro progettolancia il primo libro interamente dedicato alle emoji originali insieme ad una vera nuova tastiera per smartphone che ripropone proprio gli originali di Kurita.
Semplicemente intitolato “Emoji”, il libro studia e onora la creazione di Kurita e DOCOMO cercando di mettere in evidenza quello che è stato, ed è tutt’ora l’enorme e sottovalutato impatto sul mondo della comunicazione fra individui che le cosiddette faccine hanno avuto.
In una vecchia intervista lo stesso Kurita spiega come la maggior influenza sulla sua invenzione sia stato il pittogramma, usati come segnali in molti luoghi del Giappone mentre il secondo riferimento è l’arte giapponese dei Manga che usa la grafica per esprimere emozioni. Infine, ma non per importanza, le riviste giapponesi e i dettagli sparsi qua e la nelle loro pagine.
Il progetto può essere sostenuto e realizzato attraverso la piattaforma Kickstarterquindi, se pensate ne valga la pena, fatevi avanti. 🙂

Sta per arrivare il nuovo Lök Zine e noi abbiamo deciso di fargli qualche domanda

Vi avverto, io sono di parte. Seguo il lavoro di Lök Zine oramai da un bel pò di tempo, ho conosciuto Elisa Caroli fra le sedie ed i tavoli di svariati festival e mi è sempre piaciuto l’atteggiamento aperto e sperimentale della rivista.
Ma adesso sta per arrivare fra noi un Lök Zine tutto nuovo, un numero 10 che porterà con se diverse novità tutte da sfogliare.
Si tratterà di un bel volume di 120 pagine completamente a colori con rilegatura brossurata in un formato ampio e moderno da 21,0 × 29,7cm.
Poco altro da dire, se non di farvi un salto sul loro progetto Kickstarter per rendervi conto di quanto sia coraggioso e affascinante questo nuovo Lök Zine.
Mentre scrivevo questo mi è venuta l’idea di chiamare Elisa e chiederle se aveva voglia di fare due chiacchiere prendendo spunto da questa nuova uscita per allargare il perimetro del discorso al panorama italiano dell’editoria indipendente.

Ecco cosa ne è venuto fuori, un breve ma interessante scambio di opinioni  che spero sia solo un primo seme di discussione..

Ciao Elisa, raccontaci cosa sta succedendo a Lök Zine e cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo numero che promette sorprese e cambi di passo..

Era da tanto tempo che avevamo voglia di evolverci, di crescere, usare i colori, avere più spazio, scegliere più autori che amiamo, connetterci con altre persone. Aspettavamo solo il momento giusto: un po’ per superstizione, un po’ per necessità, il numero 10 ci è sembrato un ottimo inizio per cambiare tutto e così ci siamo lanciati.
La campagna di crowdfunding è stata un po’ una sfida, per vedere se quello che facevamo e che stavamo per creare poteva essere interessante per un pubblico più ampio e per raccontare meglio lo sviluppo del numero grazie agli updates che si trovano all’interno della pagina kickstarter.

Descrivi quello che è l’obiettivo di una rivista indipendente come Lök Zine oggi in Italia..

Il nostro obiettivo è sicuramente condividere la nostra visione e la nostra passione per fumetto e illustrazione, raccontare storie e creare una rete senza limiti geografici.

Manteniamo comunque il tutto bilingue per restare collegati alle nostre origini.

Raccontami un po’ del lavoro di questi anni: quando e come è nata la rivista, i momenti bui e quelli pieni di gioia..

Il progetto LökZine è nato nel 2011, eravamo tutti studenti all’accademia di Belle arti di Bologna e avevamo tante idee e voglia di fare, ma ci sentivamo ancora troppo acerbi per qualsiasi forma editoriale definita così scegliemmo la dimensione della rivista dove potevamo sfogarci senza limiti (ci abbiamo messo dentro poesia, fotografia, moda, cucina, racconti brevi, street art…) poi nel tempo siamo diventati sempre meno, abbiamo sperimentato, siamo cresciuti individualmente, abbiamo conosciuto tanti luoghi e persone diverse e abbiamo visto crescere il mondo del fumetto indipendente e dell’autoproduzione che era un po’ assopito quando avevamo iniziato. I momenti bui sono quelli di incomprensione che rallentano, a volte i lavori, e sono dati dall’impossibilità di avere una sede fissa perchè siamo sparpagliati per l’europa, ma questo ci permette anche d arricchiere il progetto delle nostre esperienze.

Come Lök Zine siete da anni un punto di riferimento nel circuito indipendente sempre presente agli appuntamenti di settore ed in contatto con i migliori illustratori. Da questo punto di vista privilegiato, raccontaci cosa pensi del panorama editoriale indipendente italiano: punti deboli, punti di forza, ambiti da sviluppare.

Come ho già detto di realtà come noi all’inizio ce n’erano veramente poche era come se ci fosse stato un assopimento del panorama quando abbiamo deciso di creare LökZine, però poi è stato bellissimo vedere quanti gruppi si assemblavano quante altre idee prendevano forma quanti festival iniziavano ad aprire delle “selfarea” e quanti festival specifici aprivano i battenti. Mi sento un po’ vecchia a dirlo, ma abbiamo visto tutto questo evolversi e adesso mi sembra che il panorama italiano sia brulicante di progetti bellissimi, fantasiosi e sfaccettati: mi sembra ci sia una nuova attenzione per qualcosa che resta sempre di nicchia, ma ha preso sia valore agli occhi di editori e pubblico che una propria identità nel tempo. L’editoria indipendente in ogni caso rimane un ambito dove si può ancora sperimentare, sognare, sentirsi liberi di esprimersi, effettivamente mai farci i soldi, ma non si può aver tutto 🙂

Esiste oramai un vasto ecosistema composto da creativi, editori e illustratori che si muove in tutta Italia attraverso un infinita seria di market molto frequentati ma che, chiusi i battenti, poco incidono sulle opportunità lavorative e sulla distanza esistente fra l’editoria mainstream e quella indipendente. A mio avviso siamo quasi arrivati alla saturazione, quali pensi siano gli scenari futuri e quali potrebbero essere gli aspetti da sviluppare? Penso per esempio ad un maggiore coinvolgimento delle grandi realtà  editoriali, a contest per avvicinare il mondo del lavoro o idee simili…

Sicuramente quello che dici può essere vero, ma rispetto a qualche tempo fa penso che il panorama editoriale indipendente e mainstream sia in ebollizione, non saturo di sicuro (quello francese è molto più pieno). Credo sia un processo di assestamento in cui va educato il pubblico, ad esempio vedo realtà come Eris edizioni, Diabolo edizioni, Grrrzt, ecc, che sono fatti da persone che amano i fumetti e aprono case editrici piccole, piccolissime, ma che ci mettono molta passione e arricchiscono il panorama editoriale, molte volte incrociando autori che si muovono nel sottobosco dell’autoproduzione. C’è una sorta di sinergia nei vari campi artistici che si può tramutare in un lavoro concreto, bisogna solo trovare il modo di non perdere la speranza.

Un nuovo magazine con molto giallo in formato quotidiano tutto dedicato alla Grande Mela

Il designer e art director Richard Turley, già conosciuto anni fa per i suoi video spot su MTV ha deciso di creare un suo nuovo progetto dal titolo “Civilization”.
L’idea nasce innanzitutto dal ricordo dello stesso Turley dell’emozione che lo pervadeva ogni qual volta si trovava in un negozio di fronte al muro dei magazine ed all’eccitazione provata durante la scelta di quelli da acquistare e delle novità da spulciare.
Proprio grazie a questo suo fanatismo da rivista cartacea, Turley ha deciso di dare via ad un proprio progetto editoriale. La decisione di riaccendere questo sentimento creando la propria pubblicazione è stata anche parzialmente influenzata dal lavoro che Richard ha fatto con un gruppo di studenti che spesso e volentieri si lamentavano della tristezza e dello stile superato dei loro media di riferimento. Avevano voglia di qualcosa di tangibile e permanente. Queste due esperienze simultanee hanno spinto Turley a dare il via a “Civilization” un classico giornale su New York e su com’è vivere in questa città.
Civilization è co-edito da Lucas Mascetello e Mia Kerin, due amici e colleghi di Turley che descrivono il progeto “Civilization” come una sorta di autobiografia, un diario di bordo della loro vita nella Grande Mela, attraverso il loro lavoro quotidiano, gli incontri, i locali e le persone che vi enrano ed escono continuamente. Accanto alle parole e alle immagini di Richard, Lucas e Mia sono gli autori o i committenti di numerosi contributi.
Oltre all’immancabile colonna di recensioni e segnalazioni musicali di Bráulio Amado il lavoro presenta opere di Bertie Brandes, Babak Radboy ed Emily Segal.
Grande formato, colore giallo su sfondo bianco, ampio utilizzo di grafica e impaginazione dal taglio classico da newspaper, ecco “Civilization”,

Un libro raccoglie i poster punk dell’Est Europa dei primi anni Ottanta

Mentre assistiamo in questi giorni e mesi ad un prepotente assalto delle politiche di una destra pericolosa e prepotente in Polonia ed in Ungheria, è interessante notare come invece circa 30 anni fa questi stati furono dei veri e propri laboratori vivaci e scoppiettanti dove nacque e si sviluppò il movimento punk.
Le band punk e new wave erano moltissime ed alla costante ricerca di visibilità, pur volevano mantenere il loro status di fenomeni underground. Proprio in questa scena sono stati creati poster che con il tempo hanno preso il nome di  antiplakas.


Si tratta di un fenomeno visivo, di un vero e proprio stile grafico che rappresentava anche e soprattutto un codice di comportamento per chi si riconosceva un’estetica della cultura giovanile chiamata Kádár.
Questi poster ebbero una vita brevissima prima che venissero strappati e cancellati eppure hanno funzionato in quello che era il loro scopo principale: comunicare la via e gli spostamenti dei concerti e delle band del periodo.
“Golden Age of Hell” è un enorme libro eccezionale realizzato da due collezionisti György Szabó e Tamás Szőnyei.
Il mondo underground resiste e vive pulsante, più o meno nascosto, anche in queste splendide attività di rivisitazione che dimostrano, se mai ce ne fosse bisogno, che il tempo cambio ma non cancella.

Una mostra celebra Paul Rand attraverso i poster di servizio creati dai dipendenti della IBM

Al Museo di Belle Arti di Jules Collins presso l’Auburn University è allestita in questo periodo la mostra dal titolo “Visual Memoranda: The IBM Poster Program, 1969–1979”.
Il materiale esposto è composto da poster prodotti per gli arredamenti da ufficio e questo rende la mostra veramente originale e interessante. Robert Finkel, professore associato di graphic design in Alabama afferma in proposito: “Abbiamo creato un sito web appositamente dedicato alla mostra che fornisce ulteriori dettagli sui poster, le biografie dei designer e una galleria con oltre 100 poster”.
I poster sono stati tutti creati da personale della IBM, più precisamente da designer interni con la collaborazione e consulenza di Paul Rand ed Elliot Noyes, insomma, non proprio gli ultimi arrivati in fatto di grafica e design.
Ma qual è l’obiettivo di una mostra del genere?
Far conoscere l’eccezionale livello di lavoro raggiunto dai progettisti che hanno realizzato presso IBM negli anni Settanta. Mentre infatti Noyes e Rand erano i leader spirituali riconosciuti da tutti, le immense risorse di IBM hanno anche consentito l’assunzione di alcuni dei designer che hanno creato poster per obiettivi a prima vista più banali come le insegne per le bacheche o lo scarico del raffreddamento dell’acqua o altre indicazioni di servizio.
Nel 2016 John V. Stram, ex designer industriale presso IBM, ha regalato l’80% dei suoi poster alla facoltà della Auburn University mentre il restante 20% è di proprietà di Tom Bluhm, l’ultimo dei tre designer dello staff presenti nella mostra ancora in vita.
L’intera mostra è in linea con i pensieri di Paul Rand secondo cui tutto è design e tutto il design è importante e quindi perché snobbare questi lavori solo per il loro iniziale obiettivo?

Italianism porta a Napoli un evento unico dove si celebra il matrimonio fra musica e grafica

Italianism riparte dalla musica italiana” con questo gustoso claim, Renato Fontana presenta il suo ultimo progetto che porterà a Napoli la quinta edizione della conferenza creativa indipendente che negli anni è diventata un appuntamento che in molti, non solo il sottoscritto, attendono con ansia.
Oltre 100 contributi di artisti e creativi per due giorni speciali all’insegna del pop e della cultura visiva tutto rigorosamente made in Italy.

Una due giorni che si svolgerà il 10 e 11 Maggio 2018 nella splendida cornice della Reggia di Portici a Napoli e che vedrà alternarsi mostre, talk e molto, molto altro… ma andiamo un pò a spulciare nel programma.
L’edizione 2018 di Italianismruota attorno al rapporto fra la musica italiana degli ultimi 50 anni e la sua rivisitazione, la sua ispirazione grafica e più in generale la sua creatività vista attraverso gli speciali filtri di giornalisti, designer, fotografi, art director, e di altri professionisti che lavorano all’interno del poliedrico mondo del pop.
Il programma è davvero interessante e si snoda fra una sfida tutta da gustare, chiamata per l’occasione Creative Match in cui 11 tra le più importanti università/accademie/scuole di specializzazione dell’area comunicazione/creatività/arte italiane si affronteranno live su un brief avente per oggetto un progetto di comunicazione richiesto da un vero committente.
Le squadre che potrete vedere all’opera rappresentano quanto di meglio c’è oggi in Italia in tema di creatività: AANT Roma, ABAN Napoli, IED Milano, IED Roma, IUAD Napoli, Politecnico Milano, Politecnico Torino, Quasar Roma, RUFA Roma, Sapienza Roma, Università Federico II Napoli.
Ci sarà l’opportunità di partecipare alla Creative Conference dal titolo “Le parole della musica italiana” ed alla mostra “Forma e funzione per la musica” dove viene indagato il rapporto tra Musica e Design attraverso il racconto delle aziende, dei laboratori e delle persone che in Italia hanno saputo innovare il mondo dei supporti musicali, degli apparecchi per la diffusione del suono e degli strumenti musicali.
Se questo non bastasse è in programma una masterclass di John Barnbrook, il grande creativo inglese noto per il sodalizio artistico pluriennale con David Bowie e, per finire, due eventi come “Italianisimm” con 21 eccellenze autoriali della musica napoletana raccontate attraverso altrettanti scatti fotografici e illustrazioni, forse l’evento che aspetto con maggior interesse, “Dieci copertine”, la presentazione dei 30 artwork vincitori del contest online aperto a tutti dove  dieci copertine di dischi importanti per la musica italiana degli ultimi cinquanta anni sono state reinterpretate liberamente da creativi che sicuramente sorprenderanno come Silvia Boschero. Damir Ivic, Raffaella Oliva, Luca Pacilio, Carlo Pastore, Francesca Pignataro, Claudio Rossi Marcelli, Barbara Santi, Gianni Santoro e Giorgio Valletta.

Francesca Depalma[/caption]

Insomma Italianism è un evento da non perdere sia per gli amanti della musica che per tutti coloro i quali vivono e lavorano per la grafica ed il design. Un momento unico nel panorama italiano per originalità della proposta e per livello di realizzazione di cui deve senz’altro esser dato merito al gruppo di Renato Fontana che comprende, a vario titolo, anche Giovanna Talocci (Curatela mostre), Loredana De Luca (Organizzazione locale), Printaly (Produzione), Studio Mistaker (Branding) e Francesca Pignataro (Concept).

Grottangeles
Chiara Clerici

La rivoluzione grafica nei dischi disegnati da Reid Miles per la storica etichetta jazz Blue Note Records

Dopo la sua designazione come Goodwill Ambassador for Intercultural Dialogue dell’UNESCO per il Dialogo Interculturale il 22 luglio 2011, Herbie Hancock annunciò la sua intenzione di creare una Giornata internazionale per celebrare il ruolo diplomatico della musica jazz e scelse il 30 Aprile.
Nel Novembre 2011, a seguito di una favorevole raccomandazione del Comitato Esecutivo, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha proclamato ufficialmente il 30 Aprile come l’International Jazz Day riconoscendo il jazz come “un mezzo per sviluppare e aumentare gli scambi interculturali e la comprensione tra le culture allo scopo di comprensione reciproca e tolleranza“.
La data del 30 Aprile è stata inizialmente proposta per l’International Jazz Day in modo da essere il gran finale dell’aprile Jazz Apprezzation Month (JAM), uno dei più importanti appuntamenti Jazz di tutto il mondo.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente inserito la Giornata Internazionale del Jazz nel suo calendario ufficiale nel Dicembre 2012.

Proprio qualche giorno dopo questa data, mi viene voglia di ripercorrere brevemente insieme a voi il viaggio lungo la via della memoria di quella che è stata una vera e propria rivoluzione tipografica effettuata dal grande grafico Reid Miles per Blue Note Records (qui trovate una bella carrellata di lavori dal sito Jazz nella storia).
Con il suo straordinario design visivo Reid Miles, il graphic designer e fotografo nato a Chicago ha portato la tipografia nel jazz.
Dopo aver lavorato a New York nei primi anni ’50 per la rivista John Hermansader e Esquire, Miles fu ingaggiato nel 1955 da Francis Wolff dell’etichetta discografica jazz Blue Note per la progettazione delle copertine degli album quando l’etichetta iniziò a pubblicare le loro registrazioni su 12 ” LP.
Miles disegnò più di cinquecento copertine, incorporando spesso le fotografie delle session di Francis Wolff e, più tardi, direttamente le sue all’interno di grafiche al tempo mai viste.
Miles non era particolarmente interessato al jazz, professando di avere molto più interesse per la musica classica.
L’uscita di scena di Alfred Lion come produttore discografico nel 1967 coincise con la fine del legame di Miles con la Blue Note che può essere ammirato sfogliando il libro “The Cover Art Of Blue Note Records” di Graham Marsh e Glyn Callingham.

L’abilità artistica di Miles ha reso la Blue Note un case study per il suo design unico, nuovo e sperimentale.
Miles ha fatto letteralmente suonare le cover come se il suo design astratto emettesse musica fatta da simbolismi, tipografia e colori. I suoi disegni immediatamente riconoscibili erano un esperimento, suo un modo unico di suonare il jazz che non si è mai fermato.
Un certo numero di altri designer ha contribuito a ciò che Blue Note è diventato come Shawn Hazen, Paul Bacon, John Hermansader e addirittura l’onnipresente Andy Warhol.

Un poster tipografico sulla storia della stampa a caratteri mobili in Occidente ed in Oriente scritto in inglese e cinese

Non è un libro e neppure un magazine, ma il progetto che vi presento oggi era d’obbligo apparisse sulle Edizioni del Frisco, non fosse altre che riguarda colui, oramai un bel pò di tempo fa, diede il via a tutto.

“Dream Pool of Gutenberg” è una stampa tipografica sperimentale ideata e realizzata dallo Studio di Onion Design Associates, una meravigliosa che ama fare web design e graphic design con sede a Taipei, Taiwan di cui io – oramai da anni – sono follemente innamorato.
“Dream Pool of Gutenberg” racconta la storia del carattere mobile ideato dal grande tedesco partendo da due diverse prospettive storiche.

Questa stampa utilizza infatti due script, l’alfabeto romano ed i caratteri cinesi per rappresentare il famoso Johannes Gutenberg ed il meno conosciuto – ma ugualmente rivoluzionario – Bi Sheng che sono entrambi accreditati come gli inventori della tecnica di stampa che ha cambiato il mondo.
In questa grande stampa il testo in inglese scorre regolarmente da sinistra verso destra, mentre i caratteri cinesi si sviluppano – come previsto dalla lingua cinese – dall’alto verso il basso e da destra verso sinistra contemporaneamente.
Entrambi raccontano le rispettive storie sull’invenzione della stampa a caratteri mobili con due diversi punti di vista storici.
Il titolo è una combinazione di 2 eventi storici diversi: la storia dell’invenzione di Johannes Gutenberg della stampa a caratteri mobili che si fa risalire in Europa alla produzione della “Bibbia a 42 linee” in caratteri gotici del 23 febbraio 1455 e di uno specifico paragrafo del libro “Dream Pool Essays” dello studioso Shen Kuo dove la stessa invenzione è stata menzionata in Cina per la prima volta ben 400 anni prima (!) tra il 1041 e il 1048 d.C. di Gutenberg.
Bellissima l’idea, bellissima la realizzazione, per una vera e propria chicca.

Dai creatori di Polvere ecco adesso “Lei” un altro capitolo tutto italiano che anima l’amore per la bicicletta ed il ciclismo

Ne avevo già dato segnalazione qualche tempo fa qui perché si tratta davvero di un bel progetto e di un lavoro dove,insieme alla passione per il ciclismo, emerge chiara anche la competenza tecnica e la voglia di creare dei prodotti editoriali di livello. Ecco dunque che, dopo le monografie sulla “Fatica” e sulla “Velocità” arriva adesso un terzo volume dal bellissimo titolo “Lei“.
Come si legge nella descrizione del libro, troviamo in queste 120 elegantissime pagine tavole, pensieri, segnalazioni, interviste, progetti e racconti per rimuovere la polvere dai ricordi a pedali e rimanere sempre in sella.
Fra i contributors di questa ultima uscita troviamo: Antonella Bellutti, Attilio Scarpellini, Ausilia Vistarini, Cosimo Cito, Claudia Tifi, Elisa Longo Borghini, Fernanda Pessolano, Francesco Ricci, Giovanna Rossi, Marco Pastonesi, Rosti team, William Fotheringham.
Mentre per la parte grafica: Achille Lepera, Elenia Beretta, Ilona Kamps, Luca Benedet, Marta Pantaleo, Marco Renieri, Paolo Ciaberta, Sebastiano Favaro, Teresa Enhiak Nanni.
Sono prporio felice di vedere che il progetto continua, si evolve e alza il livello sempre di più lasciando sempre accesa la curiosità su cosa ci riservi il team di POUPOU Edizioni per la prossima uscita…

I supereroi del mondo pop nelle incisioni di Brian Reedy

Brian Reedy è un artista e insegnante d’arte con sede a Miami che crea queste bellissime incisioni attraverso la tecnica dell’incisione su legno. Uno strato di legno viene ripulito da tutto ciò che non deve essere stampato, viene quindi ricoperto da uno spesso strato di inchiostro per poi essere stampato su carta.
Il risultato varia leggermente ad ogni impressione particolare questo che conferisce ad ogni pezzo prodotto un carattere unico mettendo in risalto la parte artigianale dell’incisione.
Brian Reedy fa anche altre bellissime incisioni prendendo spunto da quelle che sono delle vere e proprie icone della cultura geek come i personaggi dei famosi film animati dello Studio Ghibli oppure i personaggi della serie TV come Stranger Things.
Il contrasto evidente e affascinante fra l’utilizzo di una tecnica così classica e la scelta di soggetti così contemporanei rende i suoi lavori davvero speciali.
Andiamo da Superman a Darth Vader e Godzilla
Il lavoro di Reedy è un contributo satirico ed a volte critico su quelli che sono gli eroi della società attuale. Il suo stile è un’esagerazione continua unita alla ricerca dell’iper realismo di dettaglio che trae origine dal mondo del fumetto e dei cartoni animati.

Ecco la preview del numero 16 di “No Cure Magazine”

Ecco il nuovo numero di “No Cure Magazine“, un prodotto che io personalmente amo come dimostrano altri articoli in proposito e che non vedo l’ora sempre di scoprire.
Per questo, non appena i ragazzi hanno tirato fuori la previw del numero 16, eccomi qui a condividerla con voi.
Buona visione…

Un libro spiega tutto ciò che cambia quando la tipografia deve essere utilizzata e non sulla carta

E’ uscito “Type on screen” il bellissimo – e attesissimo – libro che stavo aspettando da un pò scritto da Ellen Lupton, già autrice dello splendido “Graphic Design Thinking“, scrittrice, curatrice e grafica, direttrice del programma Graphic Design MFA presso il Maryland Institute College of Art (MICA) di Baltimora, dove è anche direttrice del Center for Design Thinking.
Pubblicato da Princeton Architectural Press, questo libro è appunto il tanto atteso seguito del bestseller mondiale “Graphic Design Thinking”.
Si tratta di una vera e propria guida critica per designer, scrittori, sviluppatori e studenti ma è anche un’introduzione all’uso delle applicazioni tipografiche in ambito video come film, web e soprattutto le moderne app mobili.
La parte secondo me più interessante è quella infatti dove vviene affrontato il tema di come combinare i principi classici della tipografia con le nuove tecnologie. Il libro offre una guida su come scegliere il carattere giusto per un utilizzo sullo schermo, come renderlo bello e utilizzarlo in modo funzionale.
Ricchissimo di illustrazioni provenienti da esempi realizzati dalla comunità internazionale di grafici e tipografi
Un volume tecnico, specifico, approfondito per forse non per i semplici amanti ma per coloro che sono già ad un livello avanzato, che sicuramente porterà argomenti, spunti e idee da non perdere.

Sara Panepinto ha ideato e realizzato una sua piccola autoproduzione sul tema della Psichedelia e Controcultura

Sara Panepinto è una graphic designer di 25 anni originaria della Sicilia.
Nel 2015 si è laureata in graphic design e comunicazione visiva ed attualmente sta frequentando il corso di comunicazione e progettazione editoriale all’ISIA di Urbino.
Principalmente focalizzata su identità e branding, visualizzazione dei dati e illustrazione, fra i suoi lavori, ho notato un piccolo libretto dedicato alla controcultura realizzato nel 2016 dal titolo 
Psichedelia e controcultura“.
Stando alle sue parole “Psichedelia e controcultura è un progetto di analisi e ricerca svolto durante il corso di storia dell’illustrazione, in riferimento al movimento artistico della controcultura degli anni Sessanta e dei movimenti di contestazione giovanile in Nord America e in Europa.
Sono presentati i principali nomi e fenomeni che hanno contribuito a dare una forte spinta innovatrice al mondo della grafica e dell’illustrazione. Nomi quali Milton Glaser e Peer Max fino a due dei cosiddetti Big Five della poster art californiana: Wes Wilson e Vicotr Moscoso.
Molto composto nella sua veste grafica, il piccolo volume di Sara contribuisce però bene ad inquadrare un fenomeno fornendo brevi spunti per conoscere i punti di riferimento e le influenze così come le principali figure e derive stilistiche.
Spero sia un primo lavoro che venga ulteriormente approfondito in futuro visto che in Italia ne esistono pochi ben fatti e quasi tutti di pochi autori di riferimento che, pur conoscendo benissimo l’argomento, restano pur sempre voci isolate e sempre le stesse.
Avanti.

 

Una fanzine vecchio stile sui viaggi e la natura selvaggia

Adam Void trasforma i problemi e della società contemporanea in prodotti editoriali caratterizzati da uno stile volutamente ispirato al vintage underground, che affrontano questioni sociali e politiche. Il lavoro di Void Si dedica a esplorare i dettagli delle controculture: il mondo del DIY, i graffiti, i viaggi, il misticismo e l’esperienza di tutti i cosiddetti outsider.
Void collabora nei suoi lavori con istituzioni come The Brooklyn Academy of Music, Printed Matter, Steinberg Museum of Art e Wexner Center for the Arts.
Il suo lavoro è stato recensito su magazine quali JuxtapozMaximum Rocknroll e Brooklyn Street Art.
Attualmente Adam vive in una sperduta località nel profondo delle montagne dell’Appalachia meridionale.
Il suo ultimo lavoro è la fanzine dal titolo “Misadventures & Musings from the Train Brain” che racchiude in più storie la nostalgia, il dolore ed il sublime che si trovano in quelle che Adam chiama dust adventures, le avventure polverose. Dai treni merci, alle vecchie altalene costruite con la corda fino ai viaggi in bosco ed agli incontri  con i lupi nelle riserve.
Una sorta di catalogo di questi viaggi dove quello che mostra la strada è il desiderio per la vastità del paesaggio.
Da un punto di vista grafico, l’urgenza comunicativa e l’approccio dDIY è rivendicato in tutte le forme: taglia e incolla vecchio stile senza tani fronzoli estetici, utilizzo della macchina da scrivere per le parti testuali.

Swissted è il progetto che ricrea i poster dei concerti delle migliori band indie seguendo le regole del modernismo svizzero

Attenzione, questo è un articolo lungo e articolato e quindi, molti di voi, immagino che molleranno arrivati a questo punto. Bene, solo pochi arriveranno in fondo.

Swissted è un progetto del graphic designer Mike Joyce proprietario di Stereotype Design uno studio grafico di New York specializzato in progetti di multidisciplinari per l’industria dell’intrattenimento.. Attingendo dal suo amore per il punk rock e per il modernismo svizzero, due movimenti che non hanno quasi nulla a che fare l’uno con l’altro, Mike ha avuto l’idea geniale di ridisegnare i volantini vintage punk, hardcore, new wave e indie rock in base alle linee guida tipografiche tipiche proprio del modernismo svizzero.
Ogni lavoro è rigorosamente impostato su un minuscolo Berthold Akzidenz ed è bene far notare che ognuno dei poster creati si riferisce ad un concerto realmente esistito.

Dopo il successo travolgente ricevuto nella fase iniziale del progetto sia dai fan del graphic design che da quelli delle band presenti nei poster, Mike ha deciso di creare un negozio ufficiale che ha chiamato appunto Swissted dove tutti i poster sono stampati in HQ su carta opaca e disponibili in tre misure.
I manifesti di Swissted sono stati anche oggetto di mostre in alcuni dei luoghi più suggestivi del mondo quali il Victoria & Albert Museum di Londra, del Museum of Contemporary Art di Chicago, del Baltic Centre of Contemporary Art e dello spazio espositivo di Tokyo Terrada.
Per fortuna, “Swissted” è diventato anche un libro che presenta oltre 200 poster di leggendari gruppi come The Clash, The Pixies, Green Day, The Ramones, The Sex Pistols, The Replacements, Dead Kennedys, Public Image Ltd., The Cure, Danzig, Pearl Jam e Nirvana.

 

 

Hayley Berridge ed i suoi progetti editoriali metaforici

Originaria delle Midlands, Hayley Berridge è una giovane laureato in Graphic Design & Illustration alla Liverpool John Moores University.
La sua passione è attualmente tutta incentrata verso lo studioe l’approfondimento del cosiddetto design tattile e metaforico, fatto di trame, materiali, colori e finiture di cui si dice ossessionata. Il lavoro sui materiali è infatti per lei una parte fondamentale del suo approccio alla grafica ed al design e la costante ricerca di prodotti ed emozioni  tattili l’ha portata oramai ad avere una certa esperienza nel settore.
Di seguito alcuni suoi progetti…

Imperfection” è una pubblicazione in risograph giocosa e visivamente intensa che mostra la combinazione tra motivi moiré e tipografia attraverso i mezzi di scansione grafica. Il libro mostra il passaggio da schemi semplici a disegni moiré più complessi attraverso un uso forte e scanzonato del colore.

Il progetto “Fading Forest” è invece una pubblicazione tascabile che esplora il problema della distruzione della foresta pluviale amazzonica a causa della deforestazione. Sono pagine di carta fotosensibile che esposte alla luce solare per un periodo di circa 2-3 settimane scompariranno del tutto e torneranno pagine vuote di un libro essenzialmente vuoto. Bella metafora di ciò che attualmente sta accadendo alla foresta pluviale.

Se i lavori di Hayley vi sembrano interessanti almeno quanto lo sembrano a me, date un’occhiata al resto sul su sito..

Un magazine svizzero esce con un numero interamente dedicato alle stazioni ferroviarie ed ai loro elementi imprescindibili

Immersions” è il nome di un magazine svizzero appena arrivato alla seconda uscita che si intitola Gares, ovvero Stazioni.
Ponti di transito per alcuni, luoghi di residenza per gli altri, cornici quotidiane di chi ci lavora e terra prediletta per chi vaga, le stazioni ferroviarie sono anche questo: luoghi familiari pieni di storie dove le vite si incrociano senza mai veramente incontrarsi.
Queste storie sono l’oggetto di questa seconda uscita che si apre con una prefazione firmata Didier Burkhalter, noto politico svizzero.
Il magazine si compone di una serie di racconti dello scrittore francese Jon Monnard; il ritratto della famosa ma non per questo meno anonima, Carole, la voce diffusa in tutte le stazioni della rete ferroviaria svizzera; la storia del leggendario orologio CFF che da sempre è presente nelle maggiori stazioni d’oltralpe con un’incursione nel cuore della fabbrica di Mondaine e molto, molto altro.
Splendido l’apparato grafico con numerosissime fotografie a corredo dei testi a testimonianza della cura del prodotto veramente rilevante.
Un pò come abbiamo già visto in occasione della presentazione di “SUQ”, splendida rivista sulla Sicilia meno conosciuta, anche “Immersions” è un prodotto di pregio e veramente ben realizzato.

Un libro ripercorre la storia del nudo nella grafica con 5 esempi particolari

Il corpo umano è una contraddizione, partiamo da questo assunto.
Esso racchiude infatti una moltitudine di elementi e caratteristiche. E’ allo stesso tempo affascinante, grottesco, familiare e inaspettato.
Sebbene gli artisti abbiano usato il corpo umano per la propria arte da per migliaia di anni, il mondo della grafica riesce ancora oggi a scandalizzare e ha provocare con il corpo alcune reazioni inaspettate.
Immagino questo sia stato uno dei punti di partenza per la realizzazione del volume “Head to Toe: Nudity in Graphic Design” di Mirko Ilić e Steven Heller tracciano la storia dei designer che utilizzano il corpo nudo come dispositivo grafico. Il libro documenta centinaia di esempi, dall’ovvio al provocatorio esplorando come la percezione pubblica del corpo nudo si sia evoluta da audace provocazione a efficacissimo strumento di marketing. Heller e Ilić indicano anche cinque usi significativi del corpo nudo nella recente storia della grafica spiegando come è cambiato il modo in cui pensiamo alla nudità e, per estensione, a noi stessi.
1 – Rolling Stone Cover, 1968

“Suspiria” è il magazine sui brutti sogni e sul perché non riusciamo a farne a meno

Oramai sappiamo che questi ultimi anni sono una continua esplosione di carta e grafica. Oramai ne abbiamo viste un numero così imprecisato che a volte capita di non credere nemmeno più di poter sorprendersi ancora ed invece….
Ed invece ecco “Suspiria Magazine”, che fin dal nome risulta un accattivante progetto che non potevo approfondire e presentarvi.
Il progetto nasce dalle menti dei ragazzi della Dreadful Press, già in giro con l’altro progetto editoriale intitolato “Sabat Magazine” che fonde Stregoneria e femminismo come archetipi antichi e arte istantanea.
Capite che stiamo parlando di originalità, visionarietà, provocazione e arte in un mix difficilmente riscontrabile in altri magazine indipendenti.

Sabat 4: Elements

Nel nuovo progetto “Suspiria Magazine” si cerca invece di analizzare ed approfondire alcuni aspetti della psiche umana sempre attraverso una lente tutta al femminile. Partendo infatti dai sogni si vuole gettare una luce su quelli che sono gli archetipi della paura e soprattutto sul perché continuino ad emanare un fascino tutto particolare e, per alcuni, addirittura irresistibile.
Con la grafica assolutamente black e perfettamente in tema a cura degli inglesi StudioFax e la direzione artistica di Valentina Egoavil Medina, regista tedesca di 30 anni, “Suspiria Magazine” mette in scena

Un libro ripercorre la storia degli strumenti utilizzati per registrare la musica dal 1800 ad oggi

Un sacco di libri eccellenti sono stati scritti sul design della dei dischi e quello che vi presento oggi si aggiunge a questa lista. Prima che Alex Steinweiss pensasse che il disco dovesse essere un’opera grafica e si mettesse a creare i capolavori della Columbia Record con opere d’arte originali, i dischi venivano venduti in basiche buste colorate opache con fori perforati al centro, in modo che i dettagli del disco potessero essere letti dall’etichetta centrale. Dopo il 1939, data in cui Steinweiss iniziò la sua attività di splendida innovazione estetica, le vendite dell’industria discografica si impennarono e l’importanza dell’immagine di un disco – e successivi prodotti – non si è più fermata.
La Blue Note Records ha assunto negli anni Sessanta addirittura Andy Warhol mentre per le cover dei dischi della CBS Records si è pensato alla grandissima Paula Scher con gli album di Charles Mingus e dei Cheap Trick.
“The Art of Sound: A Visual History for Audiophiles” di Terry Burrows è lo splendido volume che documenta la storia di come la musica registrata è stata prodotta e commercializzata nel tempo a partire dalle origini dei primi del 1900 e seguendo la sua evoluzione nell’era digitale di oggi.
Burrows ha messo insieme questa storia incredibile perlustrando realtà storiche del mondo della produzione musicale quali la EMI Archive Trust, uno degli archivi di musica e tecnologia più grandi e diversificati del mondo.

The Chocolate Record Player (1902)

Burrows divide i suoi capitoli nei quattro periodi più importanti delle musica in studio: acustico, elettrico, magnetico e digitale.
Oltre 800 illustrazioni riempiono queste pagine con incredibili reliquie tutte usate almeno una volta per consegnare il suono agli ascoltatori nel tempo.
Si scopre così che nel IX secolo a Baghdad in Iraq, i fratelli Banū Mūsā escogitarono il primo sequencer musicale usando una serie di orologi alimentati ad acqua che potevano ripetere modelli di fischi e tamburi.

Portable Music (1967)

Un altro aspetto fantastico di questa storia è come le tecnologie di registrazione si sono sviluppate nel tempo. Fino agli anni ’20 le registrazioni infatti veninvano realizzate con mezzi meccanici, ma la valvola termoionica ha inaugurato un’era nuova per la registrazione del suono. Durante i primi anni del ventesimo secolo, esperimenti sull’uso dell’elettricità per trasmettere le onde radio e amplificare il suono hanno portato all’utilizzo dei singoli microfoni per effettuare diverse registrazioni.
Arriviamo poi a fenomeni più facili da rcordare per alcuni di noi, la cosiddetta Portable Music del 1967, la cassetta compatta che rivoluziona il modo in cui la musica viene consumata. Piccole macchine portatili alimentate a batteria come il Telefunken Magnetophone CC Alpha permettevano alle persone di portare con sé la propria musica preferita ovunque si trovassero, qualcosa che in precedenza era del tutto impossibile.
Terry Burrows, esperto di musica e audio, ci guida quindi attraverso l’evoluzione di ogni era tecnologica in un testo informativo e coinvolgente intervallato da concise biografie dei grandi innovatori, da Emile Berliner a Thomas Stockham.

 

Il Black & Report è un prodotto editoriale per lo sviluppo della grafica e del design nelle regioni dell’Africa e del Sud Est Asiatico

B&W è un’organizzazione indipendente che aspira a riconoscere, premiare e coltivare l’eccellenza creativa all’interno della regione MENA acronimo di Medio Oriente e Nord Africa.
La creatività è una delle forze motrici fondamentali che determinano il successo sociale e commerciale di uno stato e di una regione, per questo B&W guida una serie di iniziative ideate non solo per riconoscere e premiare i talenti presenti nelle aree, ma anche per educare e sviluppare i futuri creativi.
La prima iniziativa è il “B&W Report“, pubblicata nel febbraio 2018, che serve per dimostrare e analizzare i progressi reali raggiunti dal lavoro costante di B&W creando così un benchmark dettagliato di riferimento per il futuro.
Da questo documento si possono dunque evidenziare le informazioni su cosa funziona e cosa no e diffondere i dati che sono stati raccolti.
Il rapporto Black & White mira a celebrare quindi le persone, sia clienti che agenzie per valutare ogni anno le prestazioni ed aiutare a misurare il progresso e la crescita di ogni individuo, azienda e marchio basandosi sull’unica cosa che conta: il lavoro.
Il “B&W Report” è il primo capitolo di un progetto molto più ampio per la regione MENA, che consentirà di comprendere meglio le sue prestazioni e creare un ambiente sano dove la competizione fornisce una prospettiva futura per la popolazione interessata agli ambiti creativi.

Progettare un quotidiano a Londra

Jordan-River Low ha condiviso un suo lavoro di progettazione editoriale sul suo profilo Behance. Il lavoro è stato fatto per un brief universitario di Editorial Design. Il progetto prevedeva la progettazione di un numero unico di newspaper locale che contenesse le informazioni del territorio suddivise in sezioni e la creazione di contenuti in linea con lo stile del giornale.
“Il grande giornale E” è quindi un giornale per gli abitanti londinesi della zona nord orientale, più precisamente nella zona E di Hackney Borough.
Le notizie, gli articoli, le informazioni ed in generale tutti i contenuti sono stati individuati appositamente tenuto conto del territorio di riferimento e per le persone che ci vivono.
Si suppone che sia un prodotto editoriale stampato quotidianamente e che quindi svolge il ruolo di un newspaper a distribuzione popolare ma di alto livello in termini di contenuti. I riferimenti indicativi posso no essere The Independent o The Guardian.
Il design della rivista è stato pensato per rappresentare al meglio l’estetica giovane dei quartieri di Shoreditch, Dalston, Hackney e altrove.
Si tratta di uno stile con chiari rimandi ai riferimenti classici e quindi vagamente retrò, ma associato il più possibile alla vivacità della zona e dei residenti.

Il progetto è stato infine realizzato con un numero speciale cartaceo che ha riscosso un buon successo fra i lettori che hanno ricevuto una copia tramite gli uffici dell’University of Reading, Londra.
Ecco quindi il risultato finale del brief di Jordan-River Low.

“LEAP Dialogues” un libro di discussioni sulla progettazione editoriale ed il suo impatto sull’innovazione sociale

Lo studio di design TwoPoints.Net è stato fondato nel 2007 con l’obiettivo di realizzare lavori di progettazione editoriale e grafica collaborando con professionisti di interior designer, architetti, musicisti, fotografi, sviluppatori di software e scrittori, tra molti altri. Il team è composto dai grafici e designer Lupi Asensio e Elio Salichs e da Martin Lorenz, comunication designer.
Vi parlo di loro perché un progetto specifico mi ha molto colpito in termini di realizzazione editoriale soprattutto per quanto riguarda un’eccentrico utilizzo del colore e delle griglie tanto classiche quanto sofisticate.
Il progetto si intitola “LEAP Dialogues” ed è un’analisi di progettazione grafica vista però attraverso la lente dell’innovazione sociale. I lettori hanno cioè a disposizione una potente sezione trasversale di casi di studio e percorsi di carriera di persone di successo che dimostrano come il design influenzi il cambiamento sociale.
“LEAP Dialogues” è un libro che esplora 84 leader di diverse discipline e settori tramite inaspettati accoppiamenti di prospettive nei dialoghi che spingono l’un l’altro a scoprire spunti e idee a volte provocatorie, a volte riflessive, a volte informative ma sempre coinvolgenti e accessibili.

I ragazzi di TwoPoints hanno sviluppato un’identità visiva per la pubblicazione e tutto il materiale di marketing come sito Web, poster, cartoline, flyer e newsletter. L’identità visiva consiste in uno schema cromatico semplice ma distintivo (rosso neon, blu petrolio e oro tenue) e un carattere tipografico appositamente creato.

“Press Fold” il magazine di moda per chi è stanco dei magazine di moda

Press Fold” è una nuova rivista indipendente di moda che mira a esplorare forme di narrazione alternative ed originali. La rivista, che esce con cadenza semestrale, può essere vista anche e soprattutto come uno spazio per i professionisti della moda irregolari, fuori dagli schemi e sperimentatori di spazi e soluzioni nuove ed eccentriche e che quindi decidono di vivere ed operare al di fuori di quello che è lo spazio mainstream del fashion di oggi.
In un momento in cui tutto ciò che è di moda è un continuo flusso di novità, si è molto ristretto lo spazio in cui la moda ed i gusti diventano oggetto di discussioni ed approfondimenti. Nei magazine di settore sempre più spesso il vero obiettivo è quello di venderci più cose possibili, soprattutto più cose di cui non abbiamo realmente bisogno.
Si tratta, oramai è stata analizzata da infiniti punti di vista, di una vera e propria ossessione per il nuovo. “Press Fold” vuole invece discutere e, forse il vero aspetto di rottura del suo progetto, immaginare come sarebbe la moda se togliessimo le patinatissime pubblicità e gli inutili editoriali per concentrarsi invece sulla produzione, sulla presentazione, sul consumo di vestiti e sui contesti in cui tutto ciò avviene.


“Press Fold” si concentra su una realtà della moda che non è basata esclusivamente sul consumo di ciò che sul momento è hype, ma su quelle che sono le nostre esperienze della moda, della ricerca di un discorso fashion alternativo che va oltre il trattare la moda come una merce.
Ai testi di Hanka van der Voet viene quindi affiancato un apparato grafico molto lontano dagli standard attuali del mondo della moda su carta e questo grazie al grafico olandese Beau Bertens che ricerca il contesto e il significato del linguaggio visivo in modo sempre provocante e giocoso.
Un particolare fantastico? La possibilità di scegliere la busta in cui ricevere la rivista….

Una mostra ed un catalogo analizzano come la grafica ed il design rispondono alle turbolenze politiche di questi anni

Oggi prendo spunto dalla mostra dal titolo “Hope to Nope” attualmente al Design Museum di Londra fino al 12 agosto 2018.Già da qualche anno, forse decennio, abbiamo capito che il nostro è un periodo storico turbolento, senza certezze, caratterizzato da profonde divisioni sociali e da conflitti più o meno latenti sparsi in tutto il pianeta. In particolar modo l’ultimo decennio è stato praticamente un costante periodo di turbolenze politiche e questo non lascia certo indifferente il mondo del design che si fa sempre più politicamente attivo attraverso poster, meme, GIF, stampe, magliette prodotti tanto dagli attivisti dilettanti quanto da designer e studi professionali. Non vi viene subito in mente il famossissimo poster “Hope” di Shepard Fairey meglio conosciuto come OBEY?

Barack Obama “Hope” poster

Ecco, per celebrare tutto questo, una nuova mostra al Design Museum di Londra dal titolo Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18 esplora il ruolo della grafica in quei 3.650 giorni. L’obiettivo degli organizzatori è quello di guardare il risultato grafico che gli avvenimenti politici di questi anni hanno prodotto.Margaret Cubbage quindi i criteri di scelta non è stato solo il design buono o meno buono, quanto il tipo di impatto e influenza che questo ha avuto.
Lo spettacolo è stato concepito da GraphicDesign & Lucienne Roberts e David Shaw, con Rebecca Wright insieme al Design Museum.
I temi affrontati sono moltissimi ed il relativo catalogo, un bel volume ricco di immagini, fotografie e approfondimenti riporta fedelmente le principali tensioni politiche di tutto il mondo fra cui le proteste contro le molestie sessuali in Cina, il movimento Occupy e 99%, la protesta in Brasile per la povertà delle periferie, le manifestazioni di Je Suis Charlie, Trump, Brexit e molto, molto altro fino al famosissimo Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Oltre alle sezioni che abbiamo già visto, nel libro ci sono interviste con il celebre grafico Milton Glaser e lo street artist Shepard Fairey, i designer e artisti internazionali presenti in questo libro poi sono: Gorilla, Dread Scott, Edel Rodriguez, TEMPLO, ThoughtMatter, Michael Bierut, Sagmeister e Walsh, Marwan Shahin, Barnbrook e Metahaven .

Dalla Spagna ecco l’annuario di STAF Magazine, la street culture ma non solo

Attiva fin dal lontano 1997 “STAF Magazine” è una rivista e casa editrice indipendente con sede a Malaga, in Spagna che si occupa di street culture, illustrazione, fotografia, skate and surf e molto altro.
Per presentarvela al meglio, risaliamo a loro ultimo progetto editoriale lanciato alla fine dello scorso anno: una raccolta, un annuario, un best of…
La copertina del libro, che risulta essere la 46ima uscita del magazine, è stata progettata dall’illustratore californiano Steven Harrington e contiene inoltre interviste esclusive con altri artisti assai interessanti del panorama internazionale fra i quali: Phil Hackett, Colt Bowden, John Witzig, Chris Burkard e molti altri…
In un’epoca in cui i contenuti hanno una data di scadenza molto ravvicinata, a volte addirittura precedente anche a quella di pubblicazione ed il loro valore si concentra solamente sul numero di “mi piace” che si ottengono sui vari social network, si è oramai diffusa un’idea di lettura come un atto di pura trasgressione nel senso che i contenuti devono essere scioccanti, forti. Avere un impatto, pena la immediata scomparsa.
Il team di “STAF” vuole invece dare tranquillità, sia allo scrittore che al lettore. Per questo motivo hanno realizzato questo questo annuario 2017 come un ritorno alle origini. Un viaggio emozionante, accompagnato da una colonna sonora unica che rimanda a quel lontano “STAF Magazine” del 1997 realizzato al tempo solamente grazie da una vecchia fotocopiatrice in bianco e nero.

“Pickles” è un magazine di storie calcio con un nome dalla storia fantastica

Fondata nel 2011, “Pickles” è una rivista indipendente di calcio che celebra il meglio della cultura calcistica e fa luce sulle storie più interessanti cavacando un trend oramai molto diffuso di utilizzare lo storytelling su aspetti a prima vista secondari del mondo del calcio per renderli delle vere e proprie storie da leggere con calma.
Questo approccio lo si può notare anche dal titolo del magazine inglese. Pickles in italiano infatti potrebbe essere tradotto con un normale sottaceti ma non sarebbe davvero troppo facile e banale e quindi andiamo a scoprire il perché di qesto nome a prima vista molto strano per un magazine calcistico.
Siamo nel marzo del 1966, quattro mesi prima del calcio d’inizio della Coppa del Mondo prevista per quell’anno proprio in Inghilterra. Il 20 Marzo per la precisione, il Trofeo Jules Rimet – come allora si chiamava la Coppa del Mondo –  venne rubato mentre si trovava esposto alla Metodista Central Hall di Westminster in pieno centro a Londra.
Fortunatamente la latitanza si concluse dopo qualche giorno ed il colpevole – tale Edward Bletchley – fu arrestato. Il problema però era che non aveva con se il prezioso bottino e quindi la Coppa era sparita.
Dopo sette giorni di panico assoluto che si diffuse in tutta l’Inghilterra e oltre, proprio mentre il signor David Corbett stava portando come ogni giorno il suo cane a fare la passeggiata, ecco che il piccolo a quattro zampe trova dietro una siepe del giardino a Upper Norwood, nel sud di Londra, il tanto ambito trofeo.
Era il 27 marzo 1966 e quel cane dal simpatico nomignolo “Pickles”, passò alla storia per aver salvato il Mondiale, l’unico che ancora oggi è stato vinto proprio dall’Inghilterra.

David Corbett qualche anno fa sulla tomba del suo amato Pickles

“Pickles” si concentra sulla cultura che circonda il gioco, approfondisce le grandi storie di calcio ed i problemi che vanno anche oltre lo sport. Molta attenzione viene data al design, alla fotografia ed all’illustrazione per presentare le storie in modalità più coinvolgenti e originali
Di recente è uscito il numero 14 che, per i veri appassionati di calcio, rimanda ovviamente al genio con i capelli lunghi: Johan Cruyff.
L’impatto del VAR, la caduta e l’ascesa del Parma Calcio e la storia della rivalità calcistica più antica e più combattuta del mondo che si trova in Uruguay quando va in scena il Clásico.

Il libro di illustrazioni di Ellen Weinstein è una chicca per occhi appassionati

Ellen Weinstein è nata e cresciuta a New York City. Si è laureata al Pratt Institute e alla New School of Art and Design di New York e ha vinto nella sua carriera una lista incredibile di premi internazionali fra i quali: Society of Illustrators, Communication Arts Illustration AnnualSociety of Publication Designers.
Il libro di oggi, disponibile dal mese di Aprile sul sito della Chronicle Books di San Francisco, è una vera chicca per gli appassionati di illustrazione, in particolar modo per quel settore sempre più specifico dell’illustrazione editoriale, quella cioè che compare soprattutto nei magazines e che intrattiene con il testo che accompagna un rapporto particolare e sempre più importante.
“Recipes for Good Luck” è il titolo del libro che dimostra come alcune menti geniali e atipiche ricerchino la propria ispirazione nel loro specifico ambito lavorativo. Qualche esempio?
Che cosa fa la poetessa Maya Angelou per mantenere attivo il proprio flusso di parole? Qual è il portafortuna di un ingegnere della NASA? Come si prepara Thom Yorke per un concerto?
Questo libro contiene le illustrazioni relative ai trucchi di creativi, politici, scienziati e atleti rivelando una serie di pratiche che stanno in mezzo fra le superstizioni stravaganti ed i classici riti scaramantici prima delle performance. Questo vero e proprio compendio visivo celebra sia con una parte testuale, ma ancor più negli affascinanti ritratti illustrati di Elle Weinstein quelle che sono le vere personalità, i reali processi creativi e le curiose abitudini di queste persone.

Oggi è il Martin Luther King Day

Come ogni 4 Aprile, come in ogni parte del mondo, anche oggi, anche le Edizioni del Frisco, ricordano il reverendo Martin Luther King.
Il modo con cui lo facciamo è il nostro, con il linguaggio della grafica, della stampa, della tipografia dei libri e della comunicazione in generale.
Con questo, aggiungiamo il nostro piccolo sassolino alla valanga di massi che moltissime persone portano ogni giorno in favore di una causa, quella dei diritti civili, su cui ogni voce in più, su cui ogni parola in più, su cui ogni mano alzato in più, fa accender le luci e, per le Edizioni del Frisco, è sempre il momento di tenere le luci bene accese e far splendere la vita. La vita di tutti.

Comparso nel 2015 proprio a Montgomery in Alabama, questo pezzo King si chiama “I Have a Dreamcatcher” e potrebbe riferirsi alle affermazioni di King sulle ingiustizie subite dai nativi americani. King infatti più di una volta osservò: “La nostra nazione nacque in un genocidio quando accettò la dottrina secondo cui l’originale americano, l’indiano, era una razza inferiore. Ancor prima che ci fosse un gran numero di negri sulla nostra costa, la cicatrice dell’odio razziale aveva già sfigurato la società coloniale“.

I Have a Dreamcatcher, sconosciuto

L’immagine di Martin Luther King Jr. dell’americano Romare Bearden, intitolata “Mountain Top” rappresenta un omaggio a un leader caduto. Il lavoro si riferisce ad un discorso pronunciato da King a Memphis il 3 aprile 1968, dove annunciava l’arrivo di giorni difficili. Il giorno fu assassinato.
King proprio nel suo ultimo discorso disse: “Non potrò venire con voi, ma voglio che tu sappia stasera, che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa“.

Mountain Top, Romare Bearden

La citazione scelta dall’illustratore Nip Rogers è tratta invece dalla “Lettera da un carcere di Birmingham” scritta da Luther King Jr. e divenuta un testo fondamentale sia del movimento per i diritti civili che delle aule di storia.
Le tenebre non possono scacciare l’oscurità; solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio; solo l’amore può farlo“.

Quote Art, Nip Rogers

Lo studio grafico Vocal Type nel 2016 ha reso omaggio a Martin Luther King con un carattere sans serif, che porta il suo nome e che è basato sui cartelli portati dai seguaci di King, durante il Memphis Sanitation Strike del 1968 quando i lavoratori dei servizi igienici di Memphis, la maggior parte dei quali afro-americani, hanno scioperato chiedendo il riconoscimento del loro sindacato, salari migliori e condizioni di lavoro più sicure dopo che due spazzini erano morti. Mentre marciavano gli operai in sciopero mostravano le copie di un poster passato alla storia con il nome di “IO SONO UN UOMO”.

MARTIN: A Non-Violent Typeface, Vocal Type

Quello di Camille Ravassat è invece un omaggio che include i più grandi discorsi di alcuni famosi oratori, Charles de Gaulle, Nelson Mandela e appunto Martin Luther King. Per la giovane grafica francese, si tratta di diffondere, attraverso mezzi grafici, la vivacità e la forza di questi discorsi. Questo obiettivo viene raggiunto tramite i forti contrasti tra la grandezza delle foto e la loro cornice. Il formato richiama quello dei giornali, un formato diverso da quello standard del libro tascabile per sottolineare l’importanza dell’oralità dei discorsi.

Agorà – Camille Ravassat
Agorà – Camille Ravassat
Emmanuel Cook, un graphic designer parigino, ha invece ideato e realizzato un vero e proprio giornale gratuito che ha personalmente distribuito nella città di Aix-en-Provence per fare in modo che il maggior numero possibil e(ri)scoprire
il più famoso dei discorsi del reverendo King, “I have a dream”.

Un libro illustrato vi guida attraverso la storia dei più memorabili concerti della storia del rock

Da sempre ho molti amici che, più o meno, a diversi livelli, girovagano intorno al mondo della musica. Se per voi è un pò lo stesso, il libro di oggi penso sia un’idea interessante per i prossimi regali o, se proprio non resistete, per aggiungere un bel volume illustrato e profondamente rock’n’roll alla vostra libreria.
Stiamo parlando di “Where’s My Welly: A Rockin’ Seek and Find“, volume edito da Laurence King ed opera di una strana coppia formata da Matt EverittJim Stoten.
I grandi concerti rock, quelli famosi in tutto il mondo come Glastonbury, Reading, Coachella, South by South West e un tempo Woodstock e l’Isola di Wight.
I Beatles, i Rolling Stones, gli Oasis, Jimi Hendrix. Oppure le tende, i furgoni, il backstage, gli impianti di illuminazione e, per che no, quel fango che dal 1969 sembra essere diventato un elemento imprescindibile per ogni festival estivo che si rispetti.

Matt Everitt è un presentatore, giornalista, consulente musicale e produttore della BBC & BBC Radio.
Jim Stoten è invece una mente colorata. Disegnatore dal tratto tipico, forte e deciso le cui grafiche consistono in vasti e intricati paesaggi pieni di personaggi colorati e folli.
Questo libro celebra i più grandi festival musicali di tutti i tempi in un formato editoriale importante sdrammatizzato della grafica di Stoten. Per ogni festival, oltre ad un utilissima ed interessantissima guida storica della manifestazione, vengono riportati gli headliner e gli highlights dove trovate da Bob Dylan Blur, dai Pearl Jam a chiunque abbia varcato uno di questi storici palchi.

Tra poco sapremo chi vincerà il premio di miglior magazine e miglior brand del 2017 per la Society of Publication Designers

Friday, May 4th at Cipriani 25 Broadway in New York City.

La Society of Publication Designers è una fondazione nata nel 1965 senza scopo di lucro dedicata a promuovere e incoraggiare l’eccellenza nella progettazione editoriale.
Come ogni anno, la Society of Publication Designers (SPD) ha annunciato i finalisti del 53° Annual Design Competition che vedrà la sua conclusione il 4 Maggio prossimo a New York.
Il concorso di progettazione editoriale di SPD celebra l’eccellenza nel design, nella fotografia e nell’illustrazione all’interno delle pubblicazioni cartacee e digitali.

I progetti caricati attraverso il sito on line di SPD sono suddivisi in 85 (!) di appartenenza, vengono giudicati da una giuria (qui trovate l’elenco dei giurati) composta da con due co-presidenti: Copresidenti: Tim Leong (Executive Editor di Entertainment Weekly) e Toby Kaufmann (Direttore esecutivo della fotografia in Refinery29) che sveleranno i vincitori il 4 maggio prossimo.
Rispetto al premio organizzato da STACK si può tranquillamente di re che SPD è molto più incentrato sui magazine statunitensi e soprattutto sulla produzione editoriale mainstream.
Per quanto riguarda l’Italia, facciamo assolutamente il tifo per Wired Italia, oramai semprè più assimilabile al cugino d’oltreoceano e a Rvm Magazine, avventura editoriale sulla “fotografia e altre narrazioni” interessantissima ed indipendentissima portata avanti da Agnese PortoGiammaria De GasperisFrancesca PignataroVeronica Daltri.

I finalisti per i premi di Magazine e Brand dell’anno sono:
The California Sunday Magazine, Garden & Gun, Gather Journal, Harvard Business Review, New York Magazine, The New York Times Magazine, Refinery29 e WIRED.

The California Sunday Magazine

 

Gather Journal

 

Gather Journal

I finalisti per il premio di Magazine cartaceo sono:
5280 Magazine, Accent, AFAR, American Builders Quarterly, APICS, ARCHITECT, Bloomberg Businessweek, Bon Appétit, The California Sunday Magazine, CHAOS, COMMOTION, Cooking Light, Condé Nast Traveler, Departures, Dwell Magazine, Earnshaw’s, Eight by Eight, Entertainment Weekly, ESPN The Magazine, Esquire, Eye Magazine, The FADER, Fast Company, FEED. Jerónimo Martins World’s Magazine, Footwear Plus, Gather Journal, Genome, Golf Digest, GQ, GQ Style, The Hollywood Reporter, Idea Book, In Touch Magazine, The JW Marriott Magazine, Men’s Health, Middlebury Magazine, MIT Technology Review, Mother Jones, National Geographic, National Geographic Traveler, Nature Conservancy Magazine, New York Magazine, New York Weddings, The New Yorker, The New York Times Magazine, Outside Magazine, Pacific Standard, Parents, Profile, Rhapsody Magazine, The Ritz-Carlton Magazine, Rvm Magazine, Smithsonian Magazine, Stanford Medicine, T: The New York Times Style Magazine, Tec Review, Texas Monthly, Vanity Fair, Washingtonian, WIRED, WIRED Italia e WSJ. Rivista.

L’importanza della tipografia nel cinema spiegata attraverso 3 film che avete visto

Prima di iniziare a leggere il pezzo di oggi che riguarda il rapporto fra tipografia e cinema, è bene stabilire una regola: l’arte della realizzazione del film è interconnessa con la progettazione grafica. L’arte tipografica è necessaria e importantissima per trasmettere l’essenza stessa di un film e questo vale sin dalle prime pellicole nate nella Hollywood oramai di un secolo fa.
La tipografia racconta molto di un film, più di quanto generalmente si creda. Attraverso le sempre più ricercate sequenze dei titoli iniziali e finali, con i poster ufficiali e non e con tutta una serie di altri elementi grafici, la tipografia da il senso e lo stile al film.
Sull’onda lunga della serata degli Oscar 2018, ecco dunque alcuni casi che dimostrano meglio di tante parole come specifici caratteri tipografici siano riusciti a trasmettere una precisa personalità con un linguaggio visivo iconico e ultra riconoscibile.

Psycho” di Saul Bass
Psycho di Alfred Hitchcock è un ottimo esempio di ciò che la tipografia può offrire al grande schermo. In questo progetto il grande Saul Bass, grafico e poster artist geniale, ha utilizzato una serie di linee strutturate per scomporre e ricomporre il carattere News Gothic. Con questa idea, Bass invita lo spettatore a entrare e uscire dallo schermo. Il News Gothic, parente stretto del ben più famoso Franklin Gothic, è uno dei caratteri più iconici progettati da Morris Fuller Benton, per molti anni a capo del design department dell’American Type Founders (ATF). Questo austero carattere tipografico è stato ampiamente utilizzato in editoria e pubblicità fin dalla sua nascita risalente all’incirca al 1908.
Le linee sulla sequenza del titolo del film provengono da diverse aree dello schermo e non interrompono mai la formazione o l’intersecazione delle parole, questo continuo movimento conferisce un effetto drammatico e, allo stesso tempo, emozionale.
Tuttavia, il vero logo di Psycho che tutti conosciamo è stato mantenuto rigorosamente uguale all’originale creato da Tony Paladino perché Hitchcock riteneva che fosse un esempio di perfezione tipografica.


Saul Bass, uno dei più importanti grafici della storia del cinema e non solo, ha lavorato per alcuni dei più grandi registi di Hollywood tra cui si possono ricordare Billy Wilder per Uno, due, tre!, Stanley Kubrick per Shining, Martin Scorsese per Cape Fear ed un’altra infinità di leggende.

Pulp Fiction” di Pacific Title
Forse il film più cool degli anni ’90, “Pulp Fiction” è una commedia nera con dialoghi eclettici, ironia e violenza scritta e diretto da Quentin Tarantino. Per il titolo principale, Pacific Title utilizzava un carattere tipografico Serif Slap piuttosto particolare chiamato Aachen progettato da Alan Meeks sotto la supervisione di Colin Brignall e pubblicato da Letraset nel 1969.
Pur essendo un lettering particolarmente corposo ed ingombrante, dopo Pulp Fiction, Aachen è diventata una font assai popolare per i title sequence.
Un aspetto che a me ha colpito molto è l’utilizzo spinto di effetti tipografici dai colori assai vivaci come le ombre esterne e le lettere evidenziate, escamotage riuscitissimo per attirare l’attenzione dello spettatore.

Alien” di R / Greenberg Associates
La sequenza del titolo e la creazione del poster del film “Alien” diretto da Ridley Scott nel 1979 appartiene allo studio R/Greenberg Associates di Richard & Robert Greenberg. Per il poster di Alien e soprattutto per la sequenza di apertura il font utilizzato è una versione tiny della classica Helvetica Black, appositamente progettata con le lettere spezzettate e un maggiore spazio tra gli elementi.
Greenberg Associates hanno collaborato negli anni ad alri film di grande successo come Superman, Flash Gordon, Arma Letale, etc.

In questo libro fotografico si parla di un paese di motociclisti che ha deciso di dichiarare guerra al Giappone

Il cineasta Zach Sebastian e il provocatore Richard Prince si sono uniti in una progetto che riguarda le moto e lo spirito americano per una zine classica pèubblicata da Innen Zines già introvabile.
I due si sono avvicinati tramite una corrispondenza iniziata dallo scambio di alcune foto che hanno dato l’idea ad entrambi per una collaborazione.
Si tratta di foto che provengono dalle riprese di un film inedito che Sebastian ha girato su una comunità di americani a Dayton Ill, una città sperduta e priva di senso a sud di Chicago, che ha una particolarità abbastanza unica: gli abitanti di Dayton Ill credono infatti che i giapponesi stiano tramando in silenzio per acquistare il loro paese e dunque vogliono dichiarare guerra al Giappone.
Per dimostrare ai giapponesi che le loro intenzioni sono serie e che nessuno si può permettere di appropriarsi di Dayton Ill, i cittadini locali organizzano una grande festa simile ad un rito propiziatorio in cui incendiano e distruggono una grande quantità di macchine e moto giapponesi.
Quello che mostrano queste foto è veramente straniante. Si può tranquillamente passare dall’ironia alla stupidità, dallo spavento ai più classici cliché sul WASP americano. C’è molto ammiccamento al sesso ed al nostalgico mondo americano che fu, ma qualunque sia il sapore che avvertite guardandole, difficilmente resterete impassibili.
Lo stesso titolo del volume “They started it… and we’ll finish it” è un altro cenno alla storia dell’America e al suo rapporto con i giapponesi. “Loro hanno iniziato … e noi lo finiremo” è una vecchia frase fatta che proviene chiaramente dai fatti risalenti alla seconda guerra mondiale.
Le immagini sono piene di didascalie testuali come Distruggiamo auto straniere perché vogliamo mostrare che gli americani non si tirano indietro” oppure Questa è la nostra comunità. Ci aiutiamo a vicenda e siamo stanchi di pagare il modo di altre persone.
Un libro strano, unico, provocatore e attualissimo dove la qualità e soprattutto la scelta del tema riesce a trasmettere un sentimento che nei giorni di oggi tutti noi ben conosciamo ma non riusciamo a controllare con il rischio di esserne travolti.

 

“EGO” è un libro in formato magazine che presenta alcuni personaggi con una sviluppata coscienza di sé

Il termine “EGO” deriva dal latino ego che significa io. La capacità cioè tipica dell’essere umano di avere autocoscienza di sé come unità distinta dal resto che lo circonda. Senza scomodare filosofi o psicoanalisti, il prodotto editoriale che vi presento oggi, hanno invece puntato sull’aspetto più pop del termine declinandolo in maniera elegante e intelligente su quelli che sono alcuni esempi di EGO assai sviluppato nella nostra società.
Tutti i personaggi che sono stati inclusi nella pubblicazione sono personaggi famosi di cui sentiamo parlare quotidianamente anche se in ambiti assai diversi tra loro.


Per non lasciare comunuqe il lettore sperso nei meandri delle varie teorie e per contestualizzare quella che è la storia infinita dell’Io, nel libro ci sono alcuni suggerimenti e informazioni utili per capire quella che è l’analisi dell’Io da Freud a Erik Erikson. Lo scopo dichiarato dei tre giovani grafici portoghesi: Marisa PassosMariana PerfeitoDavid Salgado che hanno progettato e realizzato questo lavoro è quella di evidenziare il forte contrasto tra i classici approcci al tema dell’Io e come questo si manifesta nella società contemporanea in settori quali la musica, lo sport, i media etc. Una scelta interessante è quella di utilizzare per questi diversi tipi di informazioni, diversi tipi di carta con diversa luminosità, consistenza e dimensione.
Inoltre, anche la griglia risulta diversa a seconda che riguardi le informazioni classiche o quelle contemporanee.
“EGO” è un libro in formato rivista, ricercato nelle scelte tipografiche e relativamente classico in quelle grafiche che mostra come si possa unire un tema insondabile come l’EGO alla realtà quotidiana senza per questo divenire banali o incomprensibili.

“Prison Nation” dimostra come la vecchia carta sia molto più avanti della coscienza civile di uno stato considerato civile

Questa primavera, la rivista “Aperture” pubblicherà “Prison Nation”, affrontando il ruolo unico che riveste la fotografia nel creare una didascalia, una legenda visiva di quella che è oramai una vera e propria piaga nella società degli Stati Uniti d’America e cioè l’incarcerazione di massa.
Per chi ancora non la conoscesse, Aperture è una fondazione senza scopo di lucro che collega una vasta community di fotografi di tutto il mondo.
Creato nel lontano 1952 da fotografi e scrittori come terreno comune per il progresso della fotografia, Aperture oggi è un editore e una piattaforma per la comunità fotografica.
Ogni anno vengono prodotti 4 numeri dell’omonima rivista. ognuno dei quali incentrato su un tema diverso ma sempre attuale, tanto per capirci gli ultimi erano Future GenderElements of Style.
Questo coraggioso lavoro sulle carceri americane è progettato dal team di “Aperture” insieme a Nicole R. Fleetwood, studiosa di cultura visiva, fotografia, storia culturale black, studi di genere e femminista. I suoi articoli compaiono su African American Review e American Quarterly
“Prison Nation”, in uscita il 6 marzo 2018, parte dalla constatazione che ben 2,2 milioni di persone sono detenute negli Stati Uniti e 3,8 milioni sono in libertà vigilata e da qui Aperture inizia il suo viaggio fotografico in aulcune di queste storie.
“Prison Nation” dimostra ancora una volta come la carta, strumento considerato oramai superato da molti, riesca ancora ad essere – invece – avanti, molto più avanti di gran parte della società civile che tollera e convive con scempi e vergogne come quelli illustrati in queste pagine.

 

Robert Crumb ha disegnato 36 carte da gioco per i 36 maestri del blues del Delta del Mississippi

Il libro che vi presento oggi è un volume che forse è un pò datato visto che è uscito oramai nel 1980 ma non per questo meno interessante.
i tratta di una raccolta di illustrazioni, di cards più correttamente, disegnate dal genio di Robert Crumb, uno che la storia della grafica e del fumetto in particolare non l’ha solo studiata, ma l’ha scritta con le proprie opere, il proprio stile, la sua irriverente innovazione.


Tralascio per rispetto di Crumb la sua storia che potrebbe essere benissimo oggetto di un volume a se stante e mi concentro sul libro “Heroes of the Blues Trading Card Setche proprio un libro non è, ma è bensì un mazzo di carte vero e proprio.
Come detto la prima edizione del set di carte “Heroes of the Blues” di Robert Crumb viene pubblicato nel 1980 da Yazoo Records, un’etichetta discografica americana fondata alla fine degli anni ’60 da Nick Perls specializzata nei primi blues americani, country, jazz e altri generi rurali noti collettivamente come roots music.

 

Robert Crumb, noto fan e musicista di blues, country e jazz, ha creato il suo set di carte da gioco composto da 36 bellissimi ritratti di blues leggendari come Blind Blake, Mississippi John Hurt, Blind Gary Davis a Son House, Charley Patton, Blind Lemon Jefferson e altri. Il testo biografico sul retro di ogni carta è stato scritto dal famoso storico e scrittore Blues Stephen Calt.
Dal 10980 ad oggi “Heroes of the Blues Trading Card Set” è stato ristampato molte volte ed in molti paesi del mondo e le immagini sono state utilizzate per diversi calendari, come copertine di album e CD e sono state infine inserite in un bel libro.


Il gruppo dei bluesman illustrati comprende:
1. William Moore 2. Peg Leg Howell 3. Clifford Gibson 4. Blind Blake 5. Frank Stokes 6. Jaybird Coleman 7. Blind Willie Johnson 8. Scrapper Blackwell e Leroy Carr 9. Blind Lemon Jefferson 10. Curley Weaver e Fred McMullen 11 Whistler & His Jug Band 12. Mississippi Sheiks 13. Rube Lacey 14. Skip James 15. Bo-Weavil Jackson 16. Furry Lewis 17. Sam Collins 18. Ramblin ‘Thomas 19. Sleepy John Estes 20. Cannon’s Jug Stompers 21. Memphis Jug Band 22. Big Bill Broonzy 23. Roosevelt Sykes 24. Blind Gary Davis 25. Papa Charlie Jackson 26. Charlie Patton 27. Buddy Boy Hawkins 28. Barbecue Bob 29. Ed Bell 30. Blind Willie McTell 31. Son House 32. Memphis Minnie 33. Mississippi John Hurt 34. Tommy Johnson 35. Peetie Wheatstraw 36. Bo Carter