Un magazine che ama l’arte e la provocazione nel suo discutere di democrazia all’interno del mondo dell’architettura

Take Shape” è una nuova rivista con sede a Chicago, USA che si occupa di architettura ideata e realizzata da un gruppo di editori (Nolan Boomer, Cole Cataneo e Julia Goodman) che si definiscono attratti da tutto ciò che è al limite, ai margini, non di facile analisi cercando di individuare le domande giuste più che fornire risposte.
Il direttore artistico del progetto è Sean Suchara.
Il primo numero si incentra sul tema del riuso industriale, con un focus sui loft, spazi residenziali creati da ex spazi commerciale e manifatturieri che vengono talvolta offerti come alloggi a prezzi accessibili. Nel primo numero troverete anche utili consigli di sicurezza illustrati per la creazione di oggetti e spazi fai-da-te, una serie di acquerelli di Jimmy Mezei sul loft del suo defunto suocero e molti altri articoli e approfondimenti tutti tesi a dimostrare come l’architettura abbia bisogno di democrazia nel rapporto fra popolazione residente e chi si occupa di progettare, costruire e gestire le abitazioni e, più in generale, gli edifici.
Oltre alla parte tecnica relativa all’architettura, mi ha colpito moltissimo la cura del magazine per quanto riguarda la grafica e la stampa, una bicromia risograph con inserto colorato che mette al centro di  questa prima uscita il colore oro. Il tutto concorre ha creare una certa atmosfera da rivista patinata anni Settanta che a me proprio non dispiace.
Il primo numero della rivista è andato immediatamente sold out, ma per chi non vuole arrendersi, consiglio di dare un’occhiata ai rivenditori (qui) perché si possono trovare piacevoli sorprese.

SOFFA, arriva da Praga il magazine sulla bellezza del mondo artigiano

SOFFA” è una rivista bimestrale di design e lifestyle con base a Praga pubblicata ogni due mesi in inglese (e ora anche in ceco) in formato cartaceo e online già al suo quarto anno di vita. SOFFA mira a ispirare il lettore presentando la bellezza nascosta nella vita di tutti i giorni tramite il meglio del mondo del design contemporaneo.
Ogni numero è incentrato su un tema unico e presenta fotografie, illustrazioni e articoli longform. Stampato su 160 pagine di alta qualità, la rivista è distribuita in tutto il mondo. Oltre alla rivista pubblicata e ai contenuti online aggiuntivi – blog, mini-numero bimestrale e post sui social network – SOFFA ospita workshop creativi con artisti e specialisti da tutto il mondo che interessano una vasta gamma di tipologie di lavori artigianali, interior design e pelletteria.
L’e-shop SOFFA vende i numeri stampati della rivista, l’abbonamento annuale e i prodotti originali SOFFA, dai poster agli accessori di moda.
Il primo numero in uscita nel 2018 riguarderà il centenario della fondazione della Cecoslovacchia e i ragazzi di SOFFA hanno deciso di onorare la cosiddetta prima repubblica assaporando la bellezza della rivista stampata non solo in inglese, ma come detto anche in ceco.
SOFFA è acquistabile qui.

Ecco la nuova posterzine “Volve”: la piega, il formato e l’avventura del molteplice

Dalla bella esperienza di Moodboard, nasce oggi Volve una posterzine semestrale nata dalle menti creative di Martina ToccafondiClaudio FabbroLucrezia Cortopassi, e con la parte relativa alla redazione dei testi a cura di Samir Galal Mohamed.
Dando un’occhiata alla presentazione del progetto, si legge che Volve è un dizionario visivo, sentimentale, fatto di pieghe, tracce, risvolti, incontri. Un racconto per immagini, semestrale, monotematico. Il tema del primo numero uno è la tristezza, quella prossima e quella «a venire».


I contributi visivi degli autori di questo primo numero, così come per le prossime uscite, sono raccolti attraverso delle open call. Potete già segnarvi in agenda che la prossima è prevista per marzo/aprile 2018.
Stampata completamente in offset, Volve è un poster dalle belle dimensioni 50×70 stampato con stile e attenzione ai dettagli in 250 copie numerate, piegate e tagliate a mano che vi arriva a casa confezionato sottovuoto in una elegante busta trasparente.
Volve può essere acquistata online sul sito Volvezine.

 

 

Chiara Dal Maso – Bonjour Tristesse
Isabella Petricca – The moon, the moon

Il nuovo numero di “B” interamente dedicato al fenomeno Monocle

B” è una pubblicazione coreana pubblicata dalla JOH & Compan che ho scoperto solo recentemente ma che ha una lunga e solidissima storia alle spalle per quanto riguarda il branding aziendale e di prodotto ed in questo ultimo numero, il n.60 dal 2011 ad oggi per capirci, si occupa di un marchio che per gli amanti dei magazine e dell’editoria in genere  è un vero e proprio punto di riferimento, “Monocle“.
Dalla nota dell’editore Suyong Joh si legge che il suo incontro con Monocle risale oramai a 10 anni fa e fu folgorante per la notevole influenza su quelle che erano le sue ambizioni per la nascita del magazine “B”. Gli articoli lunghi e densi da tutto il mondo lo hanno affascinato in un modo impensabile per lo schermo di uno smartphone.
Parlare di “Monocle” è di per se un attività interessante per scoprire cosa, in questi anni, può ancora nascere da un progetto editoriale che si sviluppa sulla produzione cartacea. Lanciato nel 2007 da Tyler Brûlé, Monocle ha nel tempo allargato il suo raggio d’azione producendo una serie di libri, giornali e un canale radio che funziona 24 ore al giorno. Monocle gestisce anche negozi e caffè ed i suoi contenuti pubblicitari, creati in collaborazione con molti marchi, hanno fornito una fonte di reddito costante per quella che oggi è una vera e propria azienda multimediale globale.
“B” presenta dunque un approfondimento su questo che è un vero e proprio caso editoriale tramite approfondimenti sul futuro della stampa e dei mass media Andrew Tuck e Anders Braso, rispettivamente direttore ed editore di Monocle.
Vengono presentati i suoi servizi come la radio, gli shop fisici e on line ed il quartier generale di Londra ed un’interessante punto di vista sul fenomeno Monocle da parte di Steven Watson, fondatore e direttore di Stack.

 

Tutto il numero, come l’intero progetto editoriale di B magazine è molto, ma molto, elegante, direi classico e integrato con fotografie e grafiche molto affascinanti che accompagnano i lettore nei mille punti di vista con cui viene affrontato il tema.
Un progetto che, oltre a informare su un caso – a dir poco – di successo, si pone anche come un gesto d’amore e di speranza verso quello che è un settore che, se sei segui questo sito, anche tu ami
B è acquistabile qui.

ANXY #2, il magazine questa volta esce con un numero alla dipendenza da lavoro

A suo tempo (qui l’articolo) presentai “Anxy” perché mi colpì molto il soggetto stesso della rivista e sono stato molto felice di vedere che questo coraggioso progetto è stato l’unica nuova uscita del 2017 ad essere premiata ai recenti Stack Awards come lancio dell’anno e scelta degli abbonati (qui il pezzo sui premi di quest’anno).
Eccomi dunque a presentare la seconda uscita del progetto ideato dalla designer californiana Indhira Rojas insieme a Jennifer Maerz questa volta dedicato al così detto Workaholism, lo stress tipico di chi diventa dipendente dal lavoro.
Anche in questo caso, leggendo l’intervista fatta da It’s Nice That ad Indhira Rojas, si ribadisce che l’obiettivo della rivista è quello di far aprire le persone, leggerne la vita e le esperienze, dimostrare che nessuno è solo. Mettere le persone a proprio agio nel condividere i propri pensieri scomodi, i sentimenti e le esperienze vulnerabili di cui solitamente si parla solo in contesti chiusi.
La scelta del tema del secondo numero è ricaduto sul workaholism sia per l’esperienza personale di Indhira e Jennifer sia perché sempre più persone usano il lavoro come una forma di evasione e questo porta a non differenziare più il lavoro duro da quello compulsivo.
La splendida cover è a cura di Ori Toor, geniale illustratore di Tel Aviv che ha illustrato l’articolo della psicologa Malissa Clarke sul concetto di workaholism e se volete saperne o sfogliarne di più, accaparratevi la vostra copia qui.

Lo skate come liberazione ed emancipazione in questo nuovo magazine dalla Palestina

Una delle cose che più mi fa impazzire della attuale scena dei magazines italiani, ma soprattutto internazionali, è la sensazione che stia sempre per uscire una sorpresa, quel non sapere mai cosa aspettarti da un settore vivo più che mai, aperto più che mai, curioso più che mai.
Questo continuo movimento oggi mi porta a parlarvi di “Roll With The Punches”, una nuova rivista sullo skateboarding uscita da qualche settimana e proveniente da una zona da dove non arrivano poi tanti magazines, anzi: la Palestina.

Questo bel progetto è stato ideato e realizzato dallo skateboarder, Tom Bird, dopo aver collaborato con SkatePal, un progetto di collaborazione a sfondo sociale cresciuto a dismisura in Cisgiordania.
SkatePal è un’organizzazione senza scopo di lucro che lavora con le comunità Palestinesi per migliorare la vita dei giovani e promuovere la funzione sociale dello skateboarding.
Dal 2013 SkatePal ha realizzato moltissimi progetti che hanno raggiunto centinaia di giovani in tutta la Cisgiordania e ottenuto consensi e riconoscimenti da tutto il mondo.

Un team di volontari locali e internazionali insegnano a ragazzi suddivisi in classi di età lo skateboarding costruendo skatepark e fornendo le attrezzature necessarie. Queste attività stanno consentendo a un numero sempre crescente di giovani skater palestinesi di allargare i loro confini, assaggiare i benefici di uno spirito collaborativo basato sullo sport e soprattutto di essere in gradi di supportare a loro volta quelle chesaranno le future generazioni.

Il magazine contiene un’intervista al fondatore di SkatePal, Charlie Davis, sullo skateboard come “via” verso l’emancipazione, un approfondimento su Nefarious, un prgetto tutto femminile di skaters e come, questo strumento, possa essere utile anche per l’uguaglianza di genere. Una storia illustrata di 16 pagine del conflitto israelo-palestinese e molto altro materiale che, come avrete senz’altro capito, rende questo magazine speciale.
A renderlo ancora più interessante ai miei occhi è che l’intero progetto ha l’obiettivo di supportare le attività di SkatePal e quindi non a scopo di lucro.
Ogni numero sarà stampato in circa 500 copie da 64 pgine per un formato standard di 240mm x 170mm.
Per chi fosse interessato ad acquistare una copia, potete farlo qui.

“Entrose” un magazine sul basket come cultura underground

Chi ama lo sport sa cosa significa esserne onnivoro, appassionarsi anche per l’ultima delle partite di calcio, sudare insieme ai ciclisti nelle salite del Giro d’Italia o svegliarsi di anno in anno alle 3 di notte per seguire fino a mattina le Finals NBA.
Proprio di basket abbiamo già parlato in un articolo su “Franchise” altro magazine fra arte e design, perché stanno, anche se più lentamente di quanto mi aspettassi, iniziando a sbucare anche magazine sullo sport della palla a spicchi ed oggi ve ne presento uno davvero nuovo… “Entorse“.

Intanto, la parola “Entorse” in francese rimanda alla distorsione, forse l’infortunio più comune dei giocatori di basket, ma se allarghiamo il senso del termine vediamo che diventa infrangere le regole o andare contro la norma. È questa doppia interpretazione che ha portato il fotoreporter e fotografo Benjamin Schmuck, redattore capo Stephane Peaucelle-Laurens e lo studio di design Helmo a chiamare così la loro nuova rivista sulla cultura del basket.
La rivista è incredibilmente visiva, molta fotografia e storie illustrate con opere di illustratori come Simon Roussin e Kitty Crowther.
Il design particolare di Entorse è l’aspetto che lo rende più intrigante con una font personalizzata ispirata alle linee di un parco giochi. La pubblicazione è in un grande formato che una volta aperto forma la stessa proporzione di un campo da basket.
Personalmente mi sono innamorato di Entorse per l’idea della copertina che in un bel colore arancio è stampata con il titolo nero in rilievo così da rimandare alla sensazione di tenere in mano una palla da basket.

“No Cure Magazine” ovvero quando è amore è amore vero

Si, quando è amore è amore vero e niente e nessuno può cambiare questo stato di cose.
Amo “No Cure Magazine” dal 2014, anno in cui lo scoprii quasi per caso, partendo da un adesivo trovato per strada in una delle mie trasferte anomale. Da li in poi non ho potuto scegliere, seguirlo, sfogliarlo, aspettarlo, sono stati un appuntamento fisso di mese in mese fino ad oggi, ma lo sarà anche domani visto cosa ci stanno preparando per il nuovo numero.
La quindicesima uscita infatti, dal curioso titolo “Straya”, inzierà a riempire le cassette delle lettere degli abbonati dalla prossima settimana e sarà interamente dedicata a tutto ciò che è confusione, turbolenza, creatività esplosiva con lavori fantastici di gente del calibro di Lauren e The Lost Boys, Cassie Stevens, Russel Ord, Sindy Sinn, Rach Pony Gold, Jack Irvine, Kiel Tillman, Scotty Williams, Chris Nixon, Kentaro Yoshida e altro ancora!

Puoi ordinare la tua copia di Straya cn la splendida cover di Lee McConnell andando qua.

Lo splendido lavoro di riprogettazione di Lotta Nieminen per il magazine Posture

Dopo 2 numeri il magazine Posture ha già sentito il bisogno di una riprogettazione grafica e per questo si è affidato allo studio grafico di Lotta Nieminen, uno studio di grafica, art direction e illustrazione che crea soluzioni visive leggere ma incisive che mi piace molto e quindi ho deciso di approfondire. Molto attenta ai contenuti ed alle relative forme di visualizzazione più appropriate, Lotta lavora come partner creativo in tutti gli aspetti del branding, cercando di affermare l’identità visiva del prodotto e di dare una forte connotazione e riconoscibilità attraverso stampe e implementazioni digitali pensate con cura.
Lotta Nieminen, originaria della Finlandia, ha studiato graphic design e illustrazione presso l’Università di Arte e Design di Helsinki e la Rhode Island School of Design, prima di fondare il suo studio a New York nel 2012. È stata nominata come una delle più importanti giovani art director under 30 dalla rivista Forbes e tiene regolarmente conferenze in conferenze presso università e aziende sia negli Stati Uniti che in Europa.
Diciamo che Lotta sa il fatto suo insomma ed anche il lavoro fatto con Posture lo dimostra.
Posture è un magazine biennale con sede a New York City che parla di artisti e imprenditori che spingono la loro attività al limite. E’ una piattaforma per artisti e designer indipendenti che esplora temi a volta scomodi quali il sesso, la razza e il femminismo attraverso l’arte e la moda.
Per il rebrand del magazine Lotta Nieminen è partita proprio dallo slogan di Posture: l’esplorazione creativa dell’identità con l’obiettivo di ridisegnare la rivista in favore di un prodotto audace e divertente con una raffinatezza sofisticata per un pubblico adulto.
La soluzione individuata è un forte uso del colore che consente di interpretare ogni articolo con la propria tonalità. L’abbondanza quindi di colori forti lega tutto il magazine insieme.
Il primo numero uscito con il nuovo format è il terzo della rivista, The Boss issue ed è acquistabile qui.

“Måuudhi” è il nuovo magazine che fa del minimalismo un punto fondante

E’ uscito da qualche settimana il primo numero della rivista dal sapore ultra minimal “Måuudhi”.
Progettato dal giovane designer Lucas Owen, il primo numero contiene un’intervista con il designer Ross Baynham dello studio di design Instrmnt; la dj Chloe Martini, Esteban Saba fondatore di Handvaerk. 

Questo è solo un assaggio, c’è molto di più dentro alla prima uscita e tutto è inserito con una cura maniacale tendente sempre alla sottrazione, dove ogni elemento che è presente ha un suo ruolo nel progetto editoriale e nella lettura del testo mentre il superfluo è stato drasticamente tagliato e cancellato in favore di un notevole piacere degli occhi e di una voglia di minimalismo che qui trova forse un suo stile tutto.

“Måuudhi” lo potete acquistare qui.

 

“Footnotes” ovvero le note a piè di pagina: la seconda uscita del magazine per gli appassionati della tipografia

Circa un anno fa è uscita il numero 1, o meglio A Issue, di “Footnotes”, in italiano significa appunto note a piè di pagina, una rivista nata dalla collaborazione del designer svizzero di Ginevra Mathieu Christe. con La Police, uno studio grafico specializzato nella tipografia digitale.
La prima uscita di “Footnotes” è stata davvero un bella sorpresa, con articoli di settore quindi non proprio per tutti, di František Štorm, Atelier Carvalho Bernau, Brigitte Schuster ed il grande Alan Bartram.
Mi è piaciuta la cura che si accompagna alla semplicità della rivista, dove ogni articolo è pensato e impaginato con un proprio carattere tipografico correlato all’argomento in questione.

Footnotes #A

E’ da poco disponibile la seconda uscita, Issue B, di Footnotes che, anche se ancora non ho avuto modo di vedere, immagino mantenga gli alti standard del progetto.
Si può dire che è un prodotto per pochi che però ne godranno sicuramente sfogliando le pagine e leggendo gli approfondimenti.

Footnotes, issues A e B, sono acquistabili qui.

Footnotes #B

Broccoli è una rivista creata da e per le donne che amano la cannabis.

Broccoli è una rivista creata da e per le donne che amano la cannabis.
Questo è il chiaro e semplice preambolo che recita proprio il sito del nuovo magazine creato da Anja Charbonneau e, udite udite, regalato al solo prezzo delle spese di spedizione (attenzione però, alla fine, le spese di spedizione sono molto salate!).
Broccoli esplora e approfondisce la moderna cultura dello sballo da cannabis guardandola attraverso un obiettivo artistico, culturale e molto molto attento al mondo fashion e di tendenza.
Pubblicato tre volte l’anno, Broccoli è un magazine ideato e realizzato da un team di sole donne che lavorano nel campo dell’editoria, della pubblicità, della vendita al dettaglio e del design.
All’interno delle 80 pagine del numero uno, stampato su carta patinata di alta qualità leggerete articoli sulla controcultura e sulla legalizzazione, ammirerete le sculture di piante e fiori di Amy Merrick e molto altro..

Se volete avere la vostra copia gratuita di Broccoli, potete farlo qui, ma attenti alle spese di spedizioni, come detto non sono proprio basse.

Presentare il nuovo magazine “Dust Catcher” mi ha fatto riflettere sullo strano rapporto fra magazines e pubblicità

Dust Catcher è una rivista indipendente che ha fatto il suo esordio proprio in questo 2017 dove, in fatto di nuovi magazine, ne abbiamo viste di tutti i colori e forme.
Il primo ed unico numero finora uscito, dal classico formato 210 x 275 per 96 pagine, si caratterizza per la sovracopertina traslucida e per la scelta di una totale assenza di pubblicità. Questa volontà di rinunciare alla pubblicità rappresenta oggi una vera e propria sfida per chi la compie, soprattutto se si intende portarla avanti anche nelle successive uscite, perché è forse l’unica modalità di potersi davvero fregiare dell’aggettivo (veramente oramai svuotato di senso nella maggior parte dei casi) di indipendente.
A fronte dei costi rilevanti che si devono affrontare per la produzione, la promozione e la diffusione di prodotti del genere, risulta infatti estremamente difficile e coraggioso gettarsi nella mischia e, proprio per questo, degno di maggior considerazione, a mio avviso, rispetto ai colossi che oramai veleggiano anche nel settore magazine, sospinti dal vento di ricchi sponsor distesi a tutta pagina.
Non è certo un’accusa o una presa di distanza, esistono realtà editoriali bellissime che non avremmo mai potuto sfogliare senza la pubblicità, ma piuttosto una questione di chiarezza e onestà intellettuale che dovrebbe riportare tutti a chiamare le cose con il loro vero nome, anzi in questo caso, aggettivo.
Diciamo che considero indipendente chi può lavorare senza dipendere e quindi senza dover rendere conto agli sponsor che, in casi ancora più spinti di supporto economico diventano i veri e propri commitment del prodotto.
Quindi continueremo a godere di magazines sempre più belli, sia con che senza inserzioni pubblicitarie, ma almeno sapremo di cosa stiamo parlando quando scriviamo indipendente.

Rientro dalla digressione forse teorica ma a mio avviso obbligata per parlare di Dust Catcher che affronta, come molti altri magazine, il tema della grafica e del design contemporaneo cercando di ritagliarsi un proprio spazio in questa sovraffollata categoria attraverso la sperimentazione e la ricerca di artisti emergenti e non ancora affermati.
L’antipolvere, come si traduce in italiano Dust Catcher, dà uno sguardo alle persone che solitamente vengono etichettate come i creativi spaziando liberamente da illustratori a pittori a scultori, progettisti di giocattoli e molto altro ancora.
Dust Catcher lo potete acquistare qui.

 

“Chaos SixtyNine” è un nuovo magazine in formato A3 con poster staccabili creato e realizzato dentro il mondo della moda

Forse qualcuno ancora non ha ben capito che uno dei territori di massima creatività oggi attivi nel mondo del design e della grafica è quello dei magazine. Come ho già avuto modo di dire in altri post, questo settore è in continua crescita, direi che oramai lo possiamo addirittura definire a la pàge.
A dimostrazione di questo continuo ricercare novità e forme nuove per catturare l’attenzione del lettore ecco oggi un nuovo prodotto, Chaos SixtyNine.
CHAOS è un marchio di lusso nell’ambito fashion con sede a Londra, nato da un’idea di una partnership creativa tra alcuni cosiddetti fashion addicted e due giovani stiliste, Charlotte Stockdale e Katie Lyall.
Ispirato alle moderne ossessioni della moda: ultra personalizzazione del prodotto, tecnologia spinta e un senso di posticcia spensieratezza, CHAOS produce accessori super pop con costi vertiginosi.
A leggere il loro about, si capisce che il loro brand rappresenta “l’incontro fra la tecnologia e la moda; la praticità ed il punk, con una dose di individualità tipicamente londinese. Questa è l’ethos di CAOS.”
Da qui nasce anche il magazine Chaos SixtyNine, un maestoso formato A3 super patinato composto quasi esclusivamente di foto selezionate e tipicamente aderenti allo stile del mondo modaiolo.
Ogni pagina è un poster staccabile che uscirà con cadenza biennale con una scelta di cinque cover differenti scattate da Karl Lagerfeld, Cass Bird, Dexter Navy e Phil Poynter. All’interno, ogni pagina ha una piega perforata ed i lettori sono incoraggiati a strappare le pagine e incollarle sulle loro pareti.

Al momento non è presente alcuna pubblicità, almeno nel senso convenzionale, anche se immagino che il tutto sia molto, ma molto supportato da capitali interessati alla diffusione del prodotto…..
Diciamo non il mio prodotto editoriale preferito ma da segnalare per l’azzardo, la sfrontatezza con cui si è presentato sul mercato e la qualità delle firme presenti fra i contributors.

Chaos SixtyNine è acquistabile QUI.

 

 

Recorder Magazine, un innovativo magazine musicale UK sta per diventare realtà

Recorder è una nuova rivista musicale che uscirà a cadenza semestrale e che intende affrontare gli artisti del mondo della musica attraverso illustrazioni, infografiche, testi longform e tanto altro.
Recorder è un’idea di Dan Tickner, nome inglese molto conosciuto nell’ambito musicale per aver collaborato con testate come The Guardian, Vice e The Huffington Post dove analizza le tendenze musicali contemporanee mentre scrive pezzi di approfondimento su fashion e calcio su riviste quali The Green Soccer Journal e Soccer Bible.

Dan ha creato una raccolta su Kickstarter che ha già raggiunto la somma prevista e quindi non dobbiamo far altro che attendere il primo numero cartaceo che si annuncia assai interessante. La descrizione che infatti Tickner ha dato della sua creatura per raccogliere fondi mi ha davvero incuriosito in quando inserisce – finalmente direi – elementi editoriali nuovi in un panorama come quello delle riviste musicali che sembra inspiegabilmente si sia fermato agli anni Novanta.

Recorder sarà una rivista di musica che non avrà barriere o limiti, dai Beach Boys a Frank Ocean, dagli ABBA agli XX. Un punto di incontro tra i vecchi music magazines e il mondo del fumetto. Ogni edizione sarà edizione a tiratura limitata e focalizzata su un singolo artista. Per il numero 1 è già pronto David Bowie con la prefazione di Michael Sheenla cover dell’artista brasiliano Bucher Billy ed altre chicche che non vedo l’ora di vedere stampate.

Il numero pilota che vedete – Issue Zero – si compone di ben 80 pagine di cui molte sono graficamente interessanti in quanto – finalmente direi – inseriscono elementi di infografica e di data viz anche in riviste musicali con risultati affascinanti. Si visualizzano pertanto le dieci No.1 di Bowie in tutto il mondo, i confronta il suo successo nel Regno Unito e negli USA e si ripercorrono i suoi album entrati in diverse Top Ten del mondo mostrando come la sua musica abbia intersecato almeno tre diversi generi musicali: Glam Rock, The New Romantics e Britpop, senza necessariamente averne uno del tutto suo.
Aspettiamo Recorder Magazine al varco..

 

Ecco i vincitori degli STACK AWARDS 2017: i premi ai migliori magazine del mondo

Ieri si sono svolti a Londra i tanto attesi Stack Awards 2017, i magazines vincitori dell’ambito premio organizzato da uno dei siti specializzati più famosi nel mondo. Come ogni anno ci sono stati dei premi che forse erano un pò annunciati e ma anche alcune sorprese.
La votazione, come ogni anno, è stata effettuata da una coppia diversa di giudici, individuati fra esperti del settore, editori, fotografi e grafici, per ogni singola categoria.
Come vi avevo annunciato in un post precedente, erano presenti anche due realtà italianissime come Dispensa Magazine e Cortography.
Non si sono aggiudicate nessun premio ma hanno rappresentato degnamente una realtà quale quella italiana sicuramente un pò in ritardo ma che, anche grazie ad altri progetti quali Sirene, Athleta e altri, sta iniziando a fare capolino nel panorama internazionale.


Diciamo subito che il premio per Magazine of the Year se lo è aggiudicato il magazine indipendente Buffalo Zine premiato da Jeremy Leslie di MagCulture.
Altra menzione speciale va senz’altro al magazine di design e artigianato MacGuffin che si è portato a casa due premi: l’Editor of the Year e l’Art Director of the Year, insomma due categorie non da poco.

Sono molto felice, ed è questa una delle sorprese di cui vi parlavo in precedenza, per aver trovato fra i premiati anche Anxy, una nuova rivista dedicata all’ostico tema della salute mentale di cui ci siamo occupati qualche settimana fa QUI, che si è meritatamente, a mio avviso, conquistata il premio per il “Lancio dell’Anno” e, a dimostrazione di un livello eccellente per una nuova arrivata, anche quello votato dagli abbonati di Stack, il cosiddetto “Stack Subscribers ‘Choice”.

Per quanto riguarda invece le conferme delle attese, la vittoria di Eye Magazine che con la sua cover in 8.000 versioni diverse ha letteralmente sbaragliato ogni tipo di velleità dei concorrenti. troppo avanti, troppo bella, troppo tutto per non aggiudicarsi il premio Cover of the Year.

Mi è piaciuta la conferma che gli Stack Awards di quest’anno hanno dato della loro totale apertura ai nuovi prodotti perché se Rouleur (premio per Best Original non-fiction in cui concorreva anche la nostra amatissima Dispensa Magazine) e Eye sono un pò dei mostri sacri del settore, MacGuffin e Buffalo Zine sono delle vere e proprie novità.

Nel complesso i vincitori e tutte le riviste partecipanti dimostrano, se ancora non si era capito, che il mondo della carta stampata in generale, e quello dei magazines in particolare, sono in perfetta forma e rappresentano forse un territorio pionieristico dove sperimentazione, qualità e tradizione si muovono di pari passo producendo continuamente prodotti di alta qualità.

Per gli altri premi rimandiamo alla pagina ufficiale degli Stack Awards 2017.

Texitura il magazine che descrive l’arte di costruire i tessuti

Texitura è forse la più importante, senz’altro la più antica, rivista internazionale interamente dedicata al mondo del pattern design.
Texitura nasce nel 1975, quando María José Wynn Doménech e Pep Llorenç, con l’aiuto dell’Associazione spagnola per i designer tessili e di moda ADIMTE, hanno deciso di lanciare Mostra Teknil a Barcellona, ​​una fiera tessile in cui industriali e designer si sono incontrati con clienti interessati ai loro servizi.
Da questa esperienza nasce l’idea di creare una rivista quadrimestrale in cui i clienti avrebbero potuto ritrovare le migliori creazioni dei designer tessili e utili suggerimenti degli esperti sulle future tendenze grafiche e di prodotto.
Durante i suoi lunghi 40 anni di vita, la rivista ha portato un’esplosione di colore e di ispirazione grafica per chi è interessato alla decorazione su ogni tipo di superficie, dai tessuti alla carta da parati, dalla plastica all’arredamento.
Negli anni Texitura ha visto numerosi cambiamenti, fra cui fine dell’esperienza di ADIMTE e della Mostra Textil portando Maria Jose Wynn Doménech ha prendere le redini della rivista dal 1996 al 2006 per poi lasciare la direzione artistica ad Ana Santonja Querol e al gruppo Circulo Textil.
Attualmente Texitura è anche una piattaforma online, sempre fedele all’obiettivo originario di promuovere il design più nuovo e attuale a pochi clienti selezionati sparsi in tutto il mondo, con uno speciale occhio di riguardo per le realtà spagnole.

“Overground”, il magazine sulla cultura visuale prodotto dallo IED di Torino

Overground è un nuovo magazine italiano, fondato a Torino per raccontare la storia della città ma non solo.
La rivista, di cui è da poco uscito il quarto numero, è promossa dagli studenti della scuola IED Torino ed intende indagare quelle che sono culture underground e nascoste ed il loro essere motore incessante per la creazione di nuovi stili, tendenze, riferimenti per i giovani.
“Overground” è supportato da due importanti realtà riguardanti lo stile attive a Torino, Hannibal Store, storico punto di riferimento per la street culture torinese e Undesign, un’agenzia di design visivo internazionale creata da Michele Bortolami e Tommaso Delmastro.

Overground si pone come una rivista all’avanguardia della comunicazione visiva e di come certi elementi nati nel mondo underground siano adesso emersi ad uno status diverso.
Il layout grafico è caratterizzato da una grande ricercatezza e da un potente impatto visivo con alcune soluzioni innovative e molto, molto bianco.
Un altro aspetto che dimostra l’accuratezza della parte del design editoriale è la parte tipografica in cui è da sottolineare come  molti dei font usati per le intestazioni siano stati prodotti dalla fonderia digitale AlfaType.

I contenuti sono suddivisi fra ampie parti dedicate alla fotografia e un’ampia gamma di interviste ad attori del cambiamento, a soggetti innovatori, catturati un pò in tutti i campi.
Date un’occhiata QUI alla rete di distribuzione del magazine e buona visione!

Quello che presentiamo qua sotto è il secondo numero uscito nel 2016.

“Crepe City” il magazine dedicato alle sneakers più famoso d’Europa

Nello spazio about del sito, si legge una chiara dichiarazione di cosa sia “Crepe City“, “Crepe City” è uno stile di vita.
Stiamo parlando di un magazine relativamente giovane, prodotto in Inghilterra, che si occupa di presentare i modelli più ricercati e introvabili di sneakers.

Il gruppo di “Crepe City” nasce a Londra nel 2009 con i due amici Ronal Raichura e Paul Smyth che organizzano il più importante evento del Regno Unito che riunisce i collezionisti di sneakers inglesi e non.
I due non sono nuovi nel mondo degli eventi e delle cosiddette startup visto che sono sempre loro dietro al progetto del forum KicksXchange, attualmente in fase di rivisitazione, ma che comunque, dal suo lancio nel 2006, è diventato il più importante forum mondiale per l’acquisto e la vendita di scarpe da ginnastica.
Quello che poi è il mio obiettivo, il magazine “Crepe City” è arrivato intanto alla seconda uscita continuando ad approfondire gli ambiti consueti di Crepe come la presentazione e la storia di alcuni marchi e l’approfondimento sugli eventi principali dedicati proprio al mondo delle sneakers.

Crepe City #1
Crepe City #2
Crepe City #3
Crepe City #4

Il magazine ha un formato standard ma molta attenzione viene dedicata alla stampa con copertina stampate su di una bella carta di raso da 300 gr. laminata e rifinita sempre con vernice sul logo impresso.
Ogni numero, compreso il quinto appena uscito, viaggia sulle 180 pagine di contenuti veramente interessanti e chicche da non perdere per gli appassionati, come la descrizione dei 53 modelli della speciale collezione Van Doren (per chi non lo sapesse, il creatore del marchio Vans), una delle più interessanti di sempre.
I numeri arrivano velocemente al sold out, ma per chi volesse acquistare “Crepe City” qui c’è lo store!

Crepe City #2
Crepe City #2
Crepe City #2

 

“Double Dagger” magazine formato quotidiano su tipografia artigianale e innovazione

Double Dagger” è una gran bella cosa, su questo penso sia bene essere chiari fin da subito. Magazine da 16 pagine stampato in letterpress con un vecchio rullo della famosa Heidelberg Press che farà impazzire tutti coloro che amano la tipografia nei suoi aspetti più tecnici ma anche romantici.
Sull’onda della rinascita della tecniche di stampa in letterpress con metallo e legno che sta interessando tutto il mondo e che deriva dalla voglia delle persone di allontanarsi, per quanto possa essere possibile, dagli schermi dei computer e dalle relative tastiere.
La base del progetto è la consapevolezza che quando si stampa secondo le regole artigianali, il risultato porta con se non soltanto un alone di nostalgica manualità, ma offre un prodotto che ancora oggi dimostra, se non sempre in gran parte dei casi, la sua superiorità rispetto alle moderne tecniche digitali.

Il numero 2 di “Double Dagger” che vede i testi stampati tutti utilizzando il lettering del famos tipografo Justus Walbaum, contiene gli articoli di Geri McCormick e Mark van Wageningen rispettivamente di tipo Virgin Wood e Novo Typo. Altri articoli riguardano la Walden Press e un bel approfondimensto sull’interessante tema della natura del libro nella società on demand di Edwin Pickstone.
Ci sono due versioni del secondo numero, una dedicata ai collezionisti e una regolare, entrambe disponibili sullo store di Double Dagger.

“FOAM” il magazine che presenta i giovani talenti della fotografia mondiale

Foam Magazine” è una rivista quadrimestrale dedicata alla fotografia promossa dalla Deutsche Börse Photography Foundationdal fondo Niemeijer e da Igepa Netherlands BV, una delle più grandi ed importanti realtà di produzione di carta di qualità olandesi.

Foam Magazine ad ogni uscita si focalizza su un  tema specifico. Ogni numero, di ben 288 pagine contiene infatti diversi portfolio stampati con molta ricercatezza grafica, ognuno su diversi tipi di carta. Ogni artista con il proprio portfolio viene presentato con una lunga intervista e alcune schede critiche redatte da esperti del mondo della fotografia.
Il numero da poco uscito, interamente dedicato al concetto di Talento è il 48 e contiene i lavori di ben 20 giovani artisti selezionati attraverso l’annuale Call Foam Talent, arrivato oramai alla sua undicesima edizioneIl numero quindi si presenta come una bella panoramica sulla attuale situazione della fotografia e dei suoi sviluppi portati avanti da una nuova generazione di artisti provenienti da tutto il mondo.
In un momento di grande incertezza globale che attanaglia ogni aspetto della nostra vita, è interessante vedere come alcuni artisti riescano ad esprimere le loro preoccupazioni attraverso l’intramontabile arte fotografica.

FOAM Magazine è acquistabile QUI.

Se il mondo del lavoro è una giungla, questa è la rivista che fa per te (ma in francese!)

Welcome to the Jungle” è uno slogan che suona molto rock’n’roll e quindi appare molto distante dal mondo del lavoro e delle aziende ed invece, spulciando qua e la, abbiamo scoperto questo bel magazine che ha l’ambizione di offrire la migliore esperienza di reclutamento per candidati e reclutatori utilizzando, oltre a strumenti web e a reti commerciali, anche – udite udite – un gran prodotto editoriale.

In “Welcome to the Jungle” infatti si entra come si entrerebbe nei più comuni siti di jobseeker per accorgersi assai velocemente che questo team di ragazzi francesi ha davvero reinterpretato il concetto di recruitment con grande attenzione alla veste grafica dell’intero progetto.

Queste belle riviste cartacee sono distribuite nelle scuole e nelle librerie per condividere i profili delle aziende in cerca di lavoro e diffondere quindi un’informazione forse meno smart e immediata, ma senz’altro molto più accurata e capillare..

Oltre al sito ed alla rivista, i ragazzi di “Welcome to the Jungle” pubbliciano anche un Welcome Kit, uno strumento progettato appositamente per coloro che cercano lavoro; per aiutarli a gestire meglio i propri annunci e le richieste che ricevono. La fantasia e l’intraprendenza non manca, la rivista che ci ha fatto innamorare oggi è infatti distante anni luce da quello che immaginate e dalle realtà che operano nel mondo del lavoro. Impaginazione impeccabile, utilizzo diffuso di eccellenti illustratori, soluzioni grafiche innovative e veramente ben curate.

Il magazine ha cadenza trimestrale ma, alla fine del 2017, i ragazzi hanno fatto uscire un prodotto a sorpresa, un numero annuale, corposo e ben fatto. 100 pagine di contenuti per mostrare il mondo del lavoro in modi nuovi: uno speciale tra le più belle aziende francesi, ritratti di imprenditori di successo e altro ancora impaginato da Violaine & Jérémy, uno studio parigino di graphic design fondato da Jérémy Schneider e Violaine Orsoni.

A fronte di questo eccellente lavoro, si scopre che l’obiettivo di “Welcome to the Jungle” è diventare il primo media grup ad operare nel mondo del lavoro e dell’occupazione.. ce la faranno in ostri eroi?

 

Ecco gli Stack Awards 2017: il premio ai migliori Magazines di tutto il mondo

Premesso che continuo a nutrire notevoli perplessità circa l’aggettivo indipendenti accostato con tanta semplicità ad un certo tipo di magazine, come ogni anno attendevo la lista dei candidati agli “Stack Awards” per iniziare a fare il mio personalissimo tifo.

Una prima considerazione però nasce immediata, ed è la scarsissima presenza di prodotti italiani fatta eccezione per due realtà tanto qualificate quanto isolate: Dispensa Magazine e Cortography.

La prima concorre nella categoria Best original non-fiction, mentre la seconda per la Cover of the Year e per il Best use of photography.

In entrambi i casi si tratta di un giusto traguardo che spero, ma dubito, porterà al premio finale.

Niente altro per le sparute realtà italiane dove si viaggia a vista e soprattutto non si crede in questa forma editoriale tanto in voga all’estero come ad un investimento che possa portare a dei risultati.

Ne prendiamo atto, tristemente, ma allo stesso tempo cerchiamo di guardare avanti credendo che taluni piccoli semi possano un giorno crescere, penso a Rivista Studio, per esempio a cui manca ancora qualcosa, o a altre realtà più piccole quali James Magazine o alla giovanissima 1977 che spero riescano a divenire con il tempo più solide.

Non si discute il livello di Wired Italia, che pur limitando oltremodo le uscite annuali, ha innalzato enormemente il livello qualitativo con il duo Moretti / Pitis tanto da conquistarsi nel 2017 i premi di miglior numero dell’anno (in nomination c’erano anche Wired US e The New York Times Magazine) e miglior restyling (sempre contro The New York Times Magazine). Insomma, tanto di cappello, ma ritorno a dire, qua di indipendente c’è ben poco.

Altro caso, ma stesso discorso, è IL Magazine, che pur avendo cambiato le mani che lo creano, da Francesco Franchi al collega Davide Mottes, resta ancora oggi, uno dei migliori prodotti da sfogliare.

Se poi guardiamo meglio le liste degli Stack Awards 2017 notiamo che a farla da padroni sono sempre l’Inghilterra seguita dagli Stati Uniti con alcune piacevoli sorprese quali 212, splendido prodotto dalla Turchia e Benji Knewman dalla Lettonia.

Vedremo il 20 Novembre prossimo chi saranno i vincitori.

“Welten” il magazine di illustrazioni costruito intorno ad un tema sempre diverso

Welten” è una rivista di fumetti e illustrazioni fondata nel 2016 da Benjamin Behrendt e Pablo Reichl, due giovani studenti tedeschi che hanno deciso di individuare di volta in volta un tema differente e coinvolgere diversi artisti per svilupparla in modi e maniere di volta in volta differente.

Nel primo numero sono stati interessati 12 artisti, prer la precisione i nomi sono: Fiona Kästner, Matthias Veitleder, Kalagrafik, Marie Lulu Högemann, Lis Spannring, Frydia von Hinüber, Martin Grobecker, Tu Anh Mai, Bahar Karbuz, Simon Schirmer, Benjamin Behrendt, Caspar David Engstfeld che sono stati chiamati ad interpretare lo spinoso tema delle Devianze mentre, in un libretto di 40 pagine stampato in risograph in 4 colori per 10 copie.

In questo seconda uscita che vi presento oggi anche se è oramai datata Febbraio 2017, i ragazzi di Welten hanno scelto la parola Teilen (che in tedesco, per alcuni aspetti grammaticali, può assumere il duplice significato di condividere e dividere). Sono stati nuovamente coinvolti numerosi artisti, questa volta ben 16 fra i quali: Rebecca Metz, Christoph Sander, Ulli Lust, Matthias Veitleder, Marie Lulu Högemann, Caspar David Engstfeld, Aina Pura Muela, Martin Grobecker, Andreas Tolxdorf, Tu Anh Mai, Leila Okanovic, Bahar Karbuz, Benjamin Behrendt.
Il corpo del libro è stato stampato in 100 copie per 64 pagine in risograph mentre la copertina è stata progettata da Studio Akkord insieme a Martin Grobecker.

Acquistabile QUI.

Pop To, il magazine sulle storie dei luoghi dove passi la vita e non te ne rendi conto

Pop To Magazine” è una rivista letteraria di piccole dimensioni che raccoglie e pubblica racconti. Fin a qui  potrebbe anche non aver nulla di interessante o di originale rispetto a molti altri prodotti editoriali del genere se non che, a ben vedere, ognuno di questi scritti ruota attorno a i luoghi dove passiamo regolarmente del tempo; luoghi che divengono così familiari e nostri da considerarli naturali.

Si arriva infatti al punto che questi siano zone trasparenti, così invisibili e estranianti da non farci più prestare attenzione a cosa vi accade dentro, a chi ci vive o lavora, facendoci perdendo dunque anche momenti che invece è giusto tenere in vita.

Il primo numero è tutto dedicato forse al luogo simbolo di questa estraneazione: il mondo del supermercato con i suoi personaggi, i miti e le leggende che girovagano fra i cassieri e lavoratori vari.

Per adesso è uscito un solo numero acquistabile QUI e non ci sono ulteriori aggiornamenti in merito ai futuri progetti, speriamo che i ragazzi non si fermino qui…

Boîte, il magazine che arriva in una scatola e che nasconde tesori

Durante i festival di editoria e simili, si sa, uno dei migliori modi per passare il tempo dopo il vendere i propri prodotti, è quello di conoscere altre persone, scovare affinità, intravedere collaborazioni e fare delle lunghe e belle chiacchierate.
Con Giulia e Federica, le due ragazze dietro al progetto Boîte, l’incontro è avvenuto al OIOI Festival a Prato lo scorso 8 e 9 Settembre dove, anche se già conoscevo il loro progetto avendo qualche numero a casa, parlare con Giulia Brivio e Federica Boràgina è stato veramente un piacere.
Bionde, belle, sempre sorridenti e sempre con quell’aria indaffarata di chi rincorre gli impegni pensando già a qualcosa’altro, le due ragazze di Boîte erano con il loro progetto che guarda a quella certa editoria d’arte restando in equilibrio fra il ristretto mondo dell’Arte con la A maiuscola e l’indistinto mare magnum delle autoproduzioni.

“Boîte”, usando le parole delle sue ideatrici, è una scatola di cartone con uscite semestrali, in tiratura limitata di 250 copie, che custodisce fogli sciolti, immagini e parole che vogliono indagare i percorsi dell’arte del XX e XXI secolo” che lo scorso 26 Settembre ha raggiunto la maggiore età con l’uscita numero #18 dedicata al tema della non-documentazione delle opere d’arte.

All’interno trovate materiali di Emilio Fantin sulle alternative alla documentazione tradizionale e di Paolo Inverni sulla rielaborazione informativa e cognitiva. Angela Serino racconta come poter documentare l’esperienza di una residenza artistica e Cristina Baldacci spiega il ruolo fondamentale e problematico degli archivi storici. Inoltre “Boîte” #18 ospita Clio Casadei e il racconto del suo progetto editoriale Atlas,

“Panenka”: il magazine sulle storie nascoste del calcio

In un paese come il nostro il calcio sappiamo bene essere molto più di una religione, basti pensare a quanti siti, magazine on line anche da noi hanno iniziato a spuntare da quando si è aperta la strada dello storytelling applicato allo sport. Questa spasmodica passione ci accomuna ai nostri  cugini spagnoli e lo si può vedere benissimo nei prodotti editoriali che al calcio sono dedicati nel paese che negli ultimi anni ha inventato il tiki taka e ha vinto tutto in termini di club e di nazionale.

Oggi dunque parlo di “Panenka“, magazine calcistico che in 66 numeri si è guadagnato uno spazio fra i migliori magazine sportivi in circolazione andando ad innovare anche la parte digitale del progetto con un interessantissimo lavoro sui dati e infografiche relative a giocatori e squadre.

La distribuzione dei club vincenti la LIGA

 

Evoluzione storica dei due poli calcistici inglesi: Nord vs Londra

Panenka si basa principalmente su di un eccellente lavoro di indivisuaazione di storie che non trovano spazio nei media mainstream: storie fatte essenzialmente di vite personali che molto spesso non hanno avuto il successo e le vittorie sperate ma che comunque hanno scritto pagine importanti di questo sport.
Su Panenka si leggono storie di campionati minori, figure di giocatori con storie personali assurde o incredibili, talenti mai sbocciati, sconfitte e vittorie epiche, tragedie e imprese sportive che servono da trampolino per discutere di argomenti più ampi come le situazioni politiche, le tensioni sociali e temi del genere.

Nelle 116 pagine del numero 66 troverete il dossier giocatore del mese: Filipe Luis, la storia del Queen’s Park FC.

 

 

Elsie Magazine: creare l’ultimo numero dopo aver svuotato lo scantinato

Elsie è una rivista indipendente e creativa ideata, creata e prodotta da ; è l’opera di una persona … il suo nome è Les Jones designer, fotografo, scrittore e appunto editore inglese di Crewe, Inghilterra.

Elsie è un magazine dove trovano ampio spazio tutte le arti grafiche, la fotografia, la tipografia ed il design. Ogni copia viene stampata in circa 1.000 copie e, fenomeno che si sta oramai diffondendo sempre più, ogni copia contiene degli elementi personalizzati che rendono ogni esemplare un unico.

La mente creativa di Jones però non si è fermata qui ed ha pensato bene di inserire all’interno delle pagine di Elsie, in una copia ogni 25, una busta speciale contenente una stampa artistica unica e firmata!

Uno degli aspetti che sorprende di Elsie è la totale assenza di pubblicità fra le sue pagine che la rende davvero una rivista indipendente in un ecosistema, come quello dei magazine, dove questo aggettivo “indipendente” penso sia molto (molto!) abusato se pensiamo agli sponsor per così dire di peso, che si trovano in tutti i maggiori prodotti editoriali e che, volenti o nolenti, rendono da una parte i prodotti molto più solidi economicamente, ma dall’altra, li vincolano a numerose pagine di advertising.

Ma lasciamo questa discussione che tra l’altro Jones riprende sul suo blog in un breve articolo a chi la vorrà continuare e torniamo a Elsie Magazine che arriva alla quinta uscita, “The Stuff Issue”, la più voluminosa di sempre con le sue 132 pagine colorate.

Intervista a FORO Studio

Una delle interviste che mi ero ripromesso di fare era quella ai ragazzi di FORO Studio fin da quando chiesi loro una copia del primo numero del progetto “No Budget” e me lo vidi arrivare direttamente a casa con tanto di letterina di ringraziamento.
Mi piaceva il progetto, è intelligente e leggero, e soprattutto mi piaceva la professionalità del gruppo per cui, qualche mail dopo e un’estate dopo, eccomi qua a pubblicare le loro risposte.

Foro Studio è un gruppo di professionisti, grafici, designer,  architetti, fotografi che collaborani in diversi progetti lavorando in varie parti d’Europa.

Abbiamo parlato di “No Budget” certo, dei progetti futuri del gruppo, ma soprattutto abbiamo parlato di editoria e illustrazione, della situazione italiana e del resto d’Europa, delle problematiche e delle potenzialità di questo settore in crescita ma non ancora adulto, con la speranza che la discussione possa interessare anche altri soggetti che operano in maniera indipendente e non a cui invito la richiesta prendere parte al dibattito scrivendomi.
Vorremmo dare spazio a chiunque abbia idee, critiche, proposte o semplicemente voglia di discutere dell’editoria indipendente in Italia, ma intanto leggetevi cosa pensano e chi sono i ragazzi di Foro Studio.

Buona lettura!

Foto del team di FORO Studio (da SX: Alessandro Pennesi, Giuseppe Ponzo, Fabio Romenici, Claudia Oldani, Salvatore Ponzo). Credits: Andrea Oldani.

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FRANCESCO CIAPONI – Quello che mi ha colpito del progetto #foroNOBUDGET è la passione, uno slancio che si sente in ogni angolo e centimetro del foglio e che si rafforza leggendo gli editoriali dei 2 numeri usciti. Questo è un ottimo punto di partenza che permette di camminare sia con il giusto orgoglio sia con la dovuta energia senza la quale questo tipo di progetti stentano a durare. Detto questo, cosa volete che diventi #foroNOBUDGET in un futuro? Qual è cioè il domani di questa bella idea?

FORO STUDIO – Ti ringraziamo un sacco per le bellissime parole, siamo felici che la passione che abbiamo messo nel progetto si scorga riga per riga. La domanda da cui partiamo è un argomento che stiamo discutendo proprio in questi giorni: non sappiamo ancora cosa succederà a #foroNOBUDGET dopo l’uscita del quarto numero, l’issue conclusivo di dicembre. Quello di cui siamo certi è che, anche se il nostro magazine non avrà più la veste grafica attuale, non abbandoneremo i racconti. La speranza, comunque, è quella di avere prima o poi un budget. Una delle nostre paure è quella di fare un progetto fine a se stesso, che si risolve in un nulla di fatto come tante realtà simili. Purtroppo le idee non mancano, i soldi sì; e se non si può mangiare con quello che si fa, lo si deve relegare all’essere un hobby – e se diventa un hobby la qualità per forza di cose passa in secondo piano. Può sembrare poco poetico, ma senza un ritorno economico concreto non si va da nessuna parte, e i sogni non possono essere costruiti né sulle nuvole né sull’aria fritta.

Foto dell’editor Federica Riccardi.
Credits: Andrea Oldani.

FC – Fin da quando avevo 18 anni mi sono occupato di editoria underground e di tutto quel sottobosco fatto di fogli, foglietti e poster a volte incomprensibili ma sempre veri, puri che componeva l’editoria indipendente. Con il tempo, ed i mille cambiamenti nella società e negli strumenti a disposizione, questo sottobosco si è trasformato. Non esistono più, o sono molto residuali, i fogli e le fanzine brutalmente fotocopiate ed al loro posto vediamo rivistine e progetti di altissima qualità e ricercatezza, venduti e non più regalati, in eventi organizzati ad hoc per un pubblico non più di giovani alla ricerca della ribellione ma di persone di tutte le età che apprezzano l’estetica grafica ed il design editoriale ed illustrativo. Questo cambiamento ha portato ad un settore vero e proprio con una propria dignità, dei punti di riferimento – penso al Fruit, ad Inchiostro ed agli altri eventi – ma ancora non ha un proprio mercato che consenta qualcosa di più del semplice galleggiamento, al lavoro – come inteso proprio in #foroNOBUDGET – precario, sfruttato, non retribuito. Cosa pensate che manchi ancora, quali sono gli errori e che idee avete voi per fare dei passi avanti in questa direzione?

FR – In Italia abbiamo due problemi culturali di fondo che spesso tagliano le gambe alle iniziative di carattere artistico o divulgativo. Il primo ed il più paralizzante è l’idea che ad un artista non serva altro che il proprio talento e un po’ di ispirazione; la convinzione che l’artista sia qualcosa di diverso e soprattutto migliore di un mestierante. Sembra che il popolo italiano sia collettivamente convinto che si possa decidere in principio che ci si appresta a fare dell’arte – mentre invece cosa faccia parte dell’arte lo si decide dopo, con il passare delle generazioni, essendo testimoni di cosa permane nella cultura popolare, e come. Ecco perché in Italia sono tutti un po’ scrittori, un po’ poeti, un po’ disegnatori: perché non si pensa che sia necessario studiare, per imparare a scrivere un romanzo – basta che arrivi la musa. Non è un caso che sul suolo italiano non ci siano (seri) corsi universitari di Scrittura Creativa. Ci si improvvisa, tutti fanno un po’ di tutto, nessuno fa niente per bene – d’altra parte, non è il loro mestiere.
Il secondo problema è che, diciamocelo, ad un certo tipo di ideologia fanno schifo i soldi. Sul fatto che la cultura debba essere da tutti e per tutti non ci piove, ma anche il più nobile dei progetti editoriali non può andare avanti a sola nobiltà di sentimenti. Senza un minimo di profitto, anche reinvestito nell’attività stessa e senza veri scopi di lucro, si è costretti a fermarsi. C’è un certo imbarazzo in generale, nella società italiana, quando si parla di soldi; si fa fatica a dichiarare quanto si guadagna, ci si vergogna a chiedere un compenso adeguato al proprio lavoro. Da un lato è vero che spesso si è costretti a lavorare gratis; dall’altro, questa pudicizia nell’attribuire un valore economico a se stessi foraggia il lato oscuro del “no budget”. Non c’è niente di sbagliato nel chiedere un contributo economico ai propri consumatori, tentare il crowdfunding se non si vuole vincolare il proprio prodotto ad un concetto di vendita. Se però non ce la si sente di chiedere a chi legge (e apprezza il prodotto) di riconoscere economicamente il valore di un progetto, come si può chiedere di essere stipendiati per le stesse mansioni?
Bisogna iniziare a ripensare le riviste indipendenti per renderle i prodotti commerciali che a tutti gli effetti sono e devono essere per sopravvivere più di qualche numero. È necessario assumere professionisti del settore, e non tuttofare appassionati, è necessario chiarire il proprio scopo, inquadrare il proprio pubblico, lavorare sul branding e sulla mission. Non ha senso demonizzare gli strumenti della tecnica pubblicitaria perché “bisogna fare cultura” – le due cose non sono antitetiche per natura. Quando si smetterà di credere che saper prendere in mano una penna voglia dire saper scrivere (o disegnare), e quando si smetterà di pensare che farsi pagare voglia dire vendersi al capitalismo, la piccola editoria indipendente italiana potrà forse trovare qualche forma di stabilità.

#foroNOBUDGET 1.
Credits: FORO Studio.

FC – #foroNOBUDGET è un progetto curatissimo dal punto di vista grafico ed editoriale, semplice come sono semplici i prodotti fatti bene, ricercato quanto serve per non essere banale. Quali sono secondo voi, in Italia, altri progetti editoriali indipendenti che riescono a pubblicare con una certa regolarità che meritano davvero un occhio di riguardo per la cura editoriale e grafica e perché vi hanno colpito?

FR – Senza elencare l’intero sottobosco delle riviste indipendenti dedicate alla narrativa (che hanno il merito di tenere vivo il mondo dei racconti), ci viene subito in mente fame di Alessandra De Cristofaro e Irene Rinaldi e Illustratore Italiano. Se la prima è una fanzine più vicina alla definizione canonica, il secondo magazine è sicuramente uno dei progetti più interessanti che l’editoria indipendente ha sfornato negli ultimi anni. Per quanto riguarda qualcosa più legato al campo vero e proprio di FORO Studio, citiamo San Rocco e REM, due progetti diversi ma ugualmente ben curati e dedicati entrambi all’architettura.

FC – Parlateci un attimo di voi, prendetevi ognuno il proprio spazio e descrivete quelle che sono:

Due delle vostre fissazioni:
La ricerca e la grammatica, of course.
Due delle vostre paure:
Una te l’abbiamo già detta rispondendo alla tua prima domanda. Invecchiare, soprattutto lavorativamente parlando, è sicuramente un’altra delle nostre paure.
Due canzoni che avreste voluto scrivere:
Spice Up Your Life delle Spice Girls e The Bed Song di Amanda Palmer.
Due riviste con le quali vorreste collaborare costi quel che costi:
Monocle e The Milan Review.

FC – Ogni volta che esce un nuovo numero di #foroNOBUDGET sono curioso di scoprire chi saranno gli illustratori che avete coinvolto. Quali sono i criteri con i quali scegliete chi collaborerà al numero? 

FR – I criteri sono semplici: l’illustratore deve essere italiano e avvezzo al tema del no budget. In effetti, bastava dire italiano. Ah, e non ci deve mandare a cacare quando gli chiediamo di lavorare aggratis.

FC – La crisi dell’editoria, la morte del libro, la fine dei giornali, sono i refrain maggiormente in uso oramai da un po’ di anni a questa parte. Amare la stampa e tutto ciò che la riguarda, le forme, gli stili, i personaggi, i fenomeni, sembra invece non passare di moda, anzi… ecco, cosa rappresenta per voi il mondo dell’editoria, soprattutto quella cartacea? Perché nonostante tutto continuate a tenervi attaccati ad essa?

FR – Non crediamo che la carta stampata sia morta, anzi. Il problema, secondo noi, è che certe realtà stentano a capire quanto l’online possa giovare all’offline, e viceversa. Il nostro sogno è un’editoria che sappia gestire bene sia i propri contenuti stampati che quelli sul web: abbiamo a disposizione degli strumenti potentissimi, perché non farli comunicare?

#foroNOBUDGET 2.
Credits: FORO Studio.

FC – Per finire la domanda classica di tutte le interviste delle Edizioni del Frisco. Ditemi qual è il vostro proverbio, o motto o modo di dire ai quali siete affezionati o che vi rappresenta meglio e spiegate il perché della vostra scelta.

FR – Il nostro motto di solito è “Sguardo al cielo e piedi per terra”. Per l’occasione però vogliamo rielaborare le parole di Walt Disney, e ti diciamo: “Se puoi sognarlo, noi possiamo farlo”.

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Una precisazione necessaria: il team fisso che lavora su #foroNOBUDGET è composto da FORO Studio tutto (quindi – in ordine alfabetico – Claudia Oldani, Alessandro Pennesi, Giuseppe Ponzo, Salvatore Ponzo e Fabio Romenici) e dalla mitica editor Federica Riccardi, una dei tanti collaboratori esterni (ma non per questo meno preziosi) dello studio.
In sostanza abbiamo risposto alle tue domande a dodici mani.

Grazie a  Alessandro Pennesi, Giuseppe Ponzo, Fabio Romenici, Claudia Oldani, Salvatore Ponzo per aver risposto.

Phile Magazine, perché ognuno ha il proprio sesso

Il magazine semestrale “Phile Magazine” è da sempre un magazine particolare, fin dalla scelta dei suoi temi centrali: le sottoculture sessuali, le tendenze e le pratiche dal punto di vista sociologico. Phile mira infatti a comprendere la complessità dei desideri umani, i loro risvolti più intimi e particolari per riuscire a gettar luce su come i membri delle diverse comunità sessuali siano in grado di esplorare e rispondere ai loro impulsi.

Da un’idea di Erin Reznick e Michael Feswick, Phile Magazine ha la propria base tra Berlino, Toronto e New York City, tre città che hanno molto da raccontare in tema di movimenti, atteggiamenti e protagonisti.

Phile si muove per evidenziare la più ampia diversità di prospettive fra le persone. Le storie raccontate riguardano l’approccio alla sessualità ma analizzato da infiniti punti di vista differenti, dalla sessualità, all’identità, dall’etnia alla religione.

Questo primo numero contiene temi quali il porno alimentare coreano (!!!), l’ecosessualità, i modelli dell’industria pornografica gay.

“Nansen Magazine” è un magazine di e per immigrati tedeschi e non

Ecco una nuova arrivata nell’infinito mondo dei magazine: “Nansen Magazine” è infatti al suo debutto con il numero uno dal titolo “That man on the bike”, ovvero quell’uomo sulla bici..

L’uomo in questione è Aydin Akin e da circa 50 anni vive a Berlino dove opera, nel senso più generale e omnicomprensivo del termine, per migliorare le condizioni di vita delle persone arrivate a Berlino e in Germania da altri stati per cercare una vita nuova rispetto ai territori d’origine.

Abbiamo già incontrato un’altra rivista, Migrant Journal che si occupa di immigrazione (QUI la recensione del secondo numero) anche se da un punto di vista più teorico e di dibattito rispetto a Nansen che invece si cala totalmente nel vissuto e nelle problematicità che l’immigrazione comporta nella vita delle persone.

Aydin ogni giorno percorre in lungo ed in largo la città con la sua bicicletta tutta agghindata e non proprio minimalista fischiando e facendo gesti per attirare l’attenzione dei passanti su di se. Partendo dalla sua storia, Nansen vuole far emergere alcune tematiche e problemi tipici della condizione di immigrato concentrandosi soprattutto sulla città berlinese.

Acquistando Nansen sfoglierete dunque un magazine di 96 pagine.
Nuovo, coraggioso per la scelta dei contenuti e discretamente pulito nella sua impaginazione. Molto colorato nel suo formato standard 165 x 240 mm.

Aesthetic/Theories, un magazine sull’arte e il design alla ricerca dell’ispirazione

Aesthetic/Theories” è un magazine creato e prodotto a Los Angeles, California da a/t design studio.

Il magazine è una pubblicazione a stampa dedicata a artisti, designer, intellettuali e istituzioni che riflettono e modellano i modelli culturali e creativi della società di oggi.

È da poco uscito il volume 002 che intende analizzare il ruolo dell’arte e del design all’interno di un sistema globale attualmente dominato dalla necessità di mercificazione e commercializzazione.

Un tentativo di capire l’ispirazione che nasce negli artisti, designer e intellettuali che influenzano i nostri modelli culturali e creativi. Una ricerca multidisciplinare interessante e di frontiera che ricerca un punto di vista critico e costruttivo che pone il magazine in una situazione di avanscoperta e di frontiera.

“Polvere”: un nuovo ed elegantissimo magazine italiano sul ciclismo

Uno degli aspetti che amo della piccola editoria, o comunque di tutto quel sottobosco che si muove libero, direi selvaggio, alla ricerca di soluzioni, pratiche e idee nuove è la sorpresa.

La sorpresa che provi nello scoprire continuamente nuove realtà e nuove avventure.

L’ultima, ma solamente in ordine di tempo, è PouPou Edizioni, piccola e misteriosa casa editrice di cui si sa poco, pochissimo ma che esce allo scoperto con un gran bel progetto dedicato in particolar a tutti gli amanti della bicicletta ma che sarà apprezzato anche da coloro i quali sanno godere di un prodotto editoriale realizzato come si deve.

Nel proprio about, si parla di PouPou come di “un gruppo di professionisti italiani appassionati di ciclismo” con una “rete di contatti che spazia da giornalisti, scrittori, fotografi, artisti, liberi pensatori ad atleti e viaggiatori in Italia e nel mondo”.

Ecco dunque il progetto “Polvere“, descritto come qualcosa di più di un magazine, “ma un gesto d’amore verso il ciclismo di ieri, di oggi e di domani senza soluzione di continuità”.

Un progetto che prende avvio con un numero monografico dedicato al tema della “Fatica” dove trovare contenuti appassionanti e spunti grafici da segnalare come la bella infografica dedicata alla storia della leggendaria Cima Coppi.

Ottanta pagine che traboccano passione e competenza e che riusciranno a sfamare quella voglia di epica del ciclismo che sempre più si sta diffondendo in tutto il mondo anche grazie a Magazine di qualità come Mondial, Rouleur, Soigneur, Volata e tanti altri.

“TYPE” un nuovo magazine sull’arte tipografica

I ragazzi di TYPE Magazine arrivano con una sorpresa in questo torrido Agosto 2017, una sorpresa assai gradita per tutti coloro i quali amano la stampa e il frizzante mondo che ad essa ruota attorno.

Dopo essersi fatti le ossa per un bel pò di tempo con il loro sito, hanno finalmente deciso di fare il salto e produrre una loro rivista cartacea, “TYPE“.

Si tratterà di una pubblicazione dedicata alle persone che amano i caratteri tipografici, la calligrafia, il lettering, insomma l’arte tipografica in tutte le sue innumerevoli forme.

L’uscita è prevista per Settembre e chiunque può velocemente ordinare la propria prima copia eccezionalmente in omaggio.

Leggendo un pò il post di lancio del progetto, si legge che nel magazine, che dovrebbe avere cadenza trimestrale, saranno raccontate storie con approfondimenti su quello che potrebbe essere il futuro della stampa così come analisi della storia tipografica e le tendenze attuali.

Negli ultimi anni c’è stata un piccolo risveglio dell’attenzione verso l’arte tipografica ed è interessante cercare di capire il perché di questo fenomeno. Chi è questa nuova generazione di giovani tipografi? Quale è il mercato a cui si rivolge? La rivista TYPE vuole rispondere a queste domande e molto altro ancora.

Le anticipazioni sul primo numero parlano di articoli su quattro grandi scuole di design tipografico a cura di Stephen Coles. I volti di Microsoft – La storia delle persone che hanno lavorato per la scelta delle font del più grande sistema operativo del mondo di John Berry. La storia di Yatra, un approfondimento sui caratteri tipografici delle stazioni ferroviarie indianedi Catherine Leigh Schmidt, i poster dei Parchi Nazionali di Joshua Farmer e altri articoli di Jason Tselentis.

A rendere il magazine ancora più bello ci saranno le illustrazioni di Jeffrey Smith e le fotografie di Brian Smale.

Il Mash-Up culturale della rivista “Fount”

I ragazzi di Mash-Up hanno iniziato nel 2016 uno scambio artistico interdisciplinare e internazionale con altri artisti, graphic designer, fotografi e tutto quanto fa spettacolo.

Da questo lavoro è nata la rivista indipendente  “Fount” di cui è uscito il primo numero oramai un anno fa. Ne riparliamo ancora oggi perché l’esperimento era (e forse è ancora oggi, ma non se ne hanno notizie aggiornate) molto interessante e varrebbe la pena proseguirlo.

La rivista affronta le convergenze di una società globalizzata quale è la nostra e quello che essa rappresenta e comporta come cambiamenti nell’ambito della creatività. La domanda di fondo che si pongono i ragazzi di Mash-Up, interessante e attuale come non mai è la seguente:”Come possiamo, come società, beneficiare del Mash-Up da un punto di vista culturale, sociale e artistico?

Artisti provenienti da tutto il mondo hanno risposto alla loro chiamata inviando quelle che sono le loro interpretazioni del tema del numero “Piantare una montagna”, una rappresentazione metaforica del coraggio che è necessario per intraprendere una strada nuova e mai percorso prima da nessun altro.

Le opere ricevute sono state a loro volta riviste da un diverso artista, proveniente da ambiti artistici completamente differenti che ha reinterpretato secondo il proprio stile.

Sfogliando “Fount” ti imbatterai in Stefan Sagmeister, PutPut, Hort, Erwin Olaf, Frank Höhne, Tony Futura, Stefan Kiefer, Frank Berzbach, Götz Gramlich.

Per i pignoli, i dati della pubblicazione:
Data di uscita : primavera 2016
Volume: 176 pagine
Formato: 16,5 x 24 cm
Lingua: tedesco / inglese
Stampa: Druck & Verlag Kettler GmbH
Speciale: è incluso un set di adesivi per personalizzare la copertura

Il sottotitolo di “Co11ectif” é: questo non è solo un magazine

Il settimo numero di “Co11ectif” è veramente bello, 280mm x 215mm per 308 pagine di foto mozzafiato e incredibilmente belle.

All’interno trovate la squadra di skateboarder di Volcom – il noto brand di abbigliamento – che si racconta di quando sono andati a farsi un viaggetto in moto nella parte settentrionale dell’Europa e nel sud-ovest degli Stati Uniti.
Non abbiate paura, erano in moto, ma con loro c’erano anche le inseparabili tavole da skate.

Questo numero descrive e racconta infatti quello che è un concetto vecchio oramai di decine e decine di anni ma sulla quale non sembra mai calare l’attenzione e l’interesse degli spiriti più avventurieri: la vita sulla strada.

Le moto, le tende ed il campeggio, lo skateboard e un particolare concetto di turismo sono gli ingredienti di qusta ultima uscita. Un libro sul viaggio, non sulla destinazione perché forse, dopo tutto, aveva ragione chi sulla strada ha trovato la consacrazione a sostenere che le cose che contano sono “una macchina veloce, l’orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada”.

“Franchise”, il basket fra l’arte ed il design

Franchise” è una pubblicazione – lanciata nel 2016 – che evidenzia la cultura del basket, ma lo fa con sguardo giovane, frizzante, colorato e mai banale.

Il basket come stile di vita, come un’avventura vibrante che viene descritta attraverso una profonda ricercatezza fotografica e – come piace a me – utilizzando una miriade di illustrazioni sempre dagli stili sempre diversi e originali. Si spazia da Los Angeles al Ghana, parlando di collezioni di musica e di prodotti di design. Interviste con ballerini e architetti che – pur nella loro lontananza – vengono tenute insieme da un amore viscerale per il basket e tutto ciò che gli ruota attorno.

Il numero 3 riporta in copertina alcuni lavori dell’artista Pete Deevakul che usa il basket come pretesto per creare sculture ed installazioni che guardano alla tradizione orientale. C’è il fotografo Daniel Arnold che è andato al Madison Square Garden per documentare com’è un giorno nella vita delle cheerleaders della squadra dei New York Knicks. Insomma, preferisco non dirvi altro, se siete appassionati di basket, ma di un basket come non lo avete mai visto, “Franchise” è proprio quello che fa per voi..

Il nuovo numero di “Victory Journal”

Ho già parlato di “Victory Journal” in un altro post, ma mi piace segnalare anche questo nuovo numero perché questo è un magazine che davvero mi piace soprattutto per come riesce a spaziare fra varie e diverse discipline sportive mantenendo sempre inalterato sia il livello di qualità grafica ed editoriale, sia – cosa forse ancora più importante – quel particolare punto di vista sugli aspeti agonistici e sullo storytelling sportivo che oggi risulta così importante per ogni progetto editoriale.

Nell’ultimo numero, chi si sentirà di scommettere su Victory Journal acquistandolo nello shop del sito, troverà altre storie appassionanti ed emozionanti relative a svariati personaggi e narrazioni.

Il racconto avventuroso di un pugile combattente arruolatosi volontario per sfuggire all’ombra di un’ingombrante eredità paterna. Il leggendario leader per i diritti civili Harry Edwards che apre il suo storico e infinito archivio personale per raccontare la storia dietro ad un famoso incontro di boxe a Messico ’68. La storia dell’acquisto, da parte di un magnate americano della squadra di calcio del Venezia che in breve tempo ha riportato la società e la citta (quasi) ai vertici del calcio che conta.

Insomma, le storie ci sono, la cura grafica anche.. ci sono poche scuse per lasciarselo sfuggire..

“Generosity Journal” il magazine alla ricerca della generosità

Generosity Journal” è una gran bella realtà, diciamolo subito. E in questa sua quarta uscita il mio piacere è ancora maggiore perché ad illustrare la copertina c’è quel geniaccio scostante e imprendibile di Greg Straight che presto ricomparirà fra le nostre pagine.. ma non anticipiamo niente..

Gratuito e creativo, questo magazine prodotto dai ragazzi dell’associazione Neozelandese One Percent Collective, si pone l’ambizioso obiettivo di diffondere uno spirito positivo e costruttivo attraverso storie di fatti, luoghi e personaggi.

I ragazzi di One Percent Collective, come si capisce dal nome stesso, lavorano affinché ognuno metta a disposizione la sua piccola percentuale di ricchezza in favore di attività utile per la collettività di cui fanno parte, partendo da Wellington, la capitale della Nuova Zelanda.

“Generosity Journal”, guidato dal Direttore Pat Shepherd esiste ed esce regolarmente per condividere le storie di coloro che donano il loro 1% dimostrando i risultati raggiunti e andando a ricercare sempre nuove donazioni e nuove attività.

“Brand” il magazine di grafica per grafici

BranD” è una rivista internazionale davvero fantastica di cui non è semplice fare a meno se si dipende in modo compulsivo dagli imput creativi provenienti dal mondo della grafica e del design.

Prodotta a partire dal 2014 per un totale di circa 33 numeri bimestrali, BranD è stampata, ideata e realizzata per un pubblico di amanti della grafica.

Pubblicata e distribuita in tutto il mondo dalla da Sendpoints Publishing Co. di Hong Kong è in doppia lingua,  inglese e cinese.

“BranD” cerca da sempre di definire un nuovo modo di affrontare il tema della grafica e del design presentando sempre opere innovative e originali che provengono da ambienti diversi: il visual, la pubblicità, il packaging di prodotto, il digitale, la progettazione di interni, l’architettura, etc.

All’interno dell’ultimo numero di “BranD” vengono presentati 14 diversi studi di design provenienti da tutto il mondo per discutere su quelli che sono i trend, le curiosità e i limiti della grafica contemporanea.

La Sendpoints Publishing Co., Ltd. è, oramai da molti anni, azienda leader in tutto il mondo asiatico per la sua specializzazione nella pubblicazione e distribuzione di libri sul design, da qui  le sue innumerevoli collaborazioni con altri riferimenti del mondo del settore quali TASCHEN, Phaidon, etc.

Un magazine solo per bassiste e chitarriste? Certo, eccolo..

She Shreds Magazine” è l’unica pubblicazione cartacea dedicata esclusivamente alle chitarriste ed alle bassiste e viene ideata e prodotta in quel di Portland, Oregon, USA da un gruppo di agguerritissime fanciulle che hanno le idee molto chiare su quello che fanno e soprattutto vogliono fare.

Il gruppo di ragazze composto da: Fabi ReynaLauren BakerCynthia Schemmer Jamie Ludwig, si è dato l’obiettivo di cambiare il modo in cui i chitarristi ed i bassisti sono rappresentati all’interno del mondo dell’industria musicale con particolare riguardo alla cultura popolare creando uno spazio di condivisione in cui le persone possono ascoltare, vedere e sperimentare ciò che significa essere una donna che suona uno strumento che per molto tempo è stato accostato solo al mondo maschile.

La scena creativa in Svezia secondo “A new type of imprint”

A new type of imprint” è un magazine trimestrale scritto in inglese e distribuito in tutto il mondo che ha come tratto caratteristico l’essere sempre e comunque quasi inarrivabile anche e soprattutto per il suo prezzo che supera i 100€ a numero!

In queste splendide pagine si affrontano temi di graphic designer, di cultura e di lifestyle in genere creato da ANTI, un’agenzia creativa specializzata nella creazione e promozione di brand.

Nel nuovo volume, l’undicesimo, “A new type of imprint” racconta una serie di storie che hanno in qualche maniera a che fare con l’estate ed indaga sulla scena dei grafici e designers in Svezia in un capitolo di addirittura 54 pagine.

Questo approfondimento è stato progettato da Amanda Berglund e Erik Kirtley, La copertina è girata dal fotografo Jeanette Hägglund, e vedrai naturalmente molto di più sul suo lavoro.

Il Volume 11 di “A new type of imprint” sarà nei negozi da metà luglio.

 

Raccontare il cinema in ordine alfabetico: “Shelf Heroes”

Che cosa è “Shelf Heroes”?

Shelf Heroes” è una gran bella fanzine creata da persone che amano il cinema e stampata senza una cadenza definita. L’obiettivo del progetto è quello di celebrare i film – non solo i blockbuster – affrontandoli seguendo un ordine alfabetico.

Il materiale che da corpo a “Shelf Heroes” è proviene da artisti e scrittori che, seguendo appunto una lettera dell’alfabeto, discutono e affrontano i relativi film… per capirci, partendo dalla lettera “A” saranno affrontati Apocalypse Now, Avatar e via via tutti gli altri.

Nell’ultimo volume, contraddistinto dalla lettera “E” sono presenti 70 autori che hanno contribuito a rendere il numero ancora più grande e migliore.

Oltre agli articoli su Paul W.S. Anderson, Evil Dead II, Eternal Sunshine, e l’Esorcista è molto curata anche la parte grafica con una short fiction ispirata ad Elephant Man e 59 illustrazioni esclusive ispirate ai film presi in esame.

Un magazine interamente dedicato alla poster art

Quelli che noi chiamiamo comunemente Poster sono sia creazioni artistiche, che mezzi di comunicazione e testimoni di tendenze sociali, commerciali e artistiche dei periodi storici in cui vengono prodotti.

Poster Tribune“, rivista semestrale autoprodotta in grande formato, nasce con l’intento di dare vita a questi mezzi considerati effimeri promuovendo la scena grafica contemporanea svizzera e internazionale e informando sullo stato della poster art contemporanea.

La rivista, ideata e realizzata dallo Studio grafico Neo Neo di Xavier Erni e Thuy-An Hoang, è composta da 12 pagine ricche di articoli e immagini illustrati più tre grandi manifesti.

Il settimo numero è dedicato di “Poster Tribune” è dedicato interamente al Weltformat, il Festival internazionale di Lucerna.

In questo numero potete trovare la scena attuale della poster art in Svizzera, la gara dei 100 migliori poster tedeschi, austriaci e svizzeri. Un approfondimento  • Annik Troxler.

“Top Corner”, il magazine sul calcio con la forma del quotidiano

Top corner” è uno sguardo alternativo sul mondo del calcio e nel terzo numero appena uscito affronta il tema, quanto mai attuale, del rapporto fra denaro e calcio con approfondimenti sui grandi gruppi finanziari entrati nel sistema soccer e sulle varie tipologie di gestione economico finanziaria delle finanze sportive e dei brand sportivi.

Il formato è quello del giornale, carta leggerissima, layout da quotidiano e alcune infografiche di grande impatto visivo per capire al meglio quello che sta succedendo oggi nel mondo del calcio soprattutto in quello inglese.

Il progetto nasce da un’idea di Elliott Sheaf, attuale Editor-in-chief e accanito fan della squadra del West Ham e di Adam Sharratt, il direttore creativo che invece è pazzo per il Liverpool.

“Victory Journal” ovvero la gloria e la disperazione nello sport

Victory Journal” è un magazine cartaceo e digitale prodotto dall’editore Stephen Benedek e dedicato al punto di unione fra lo sport e la cultura. Con la forte ascesa dei nuovi approcci editoriali dei magazine sportivi che sempre più si incentrano sulle analisi statistiche, i numeri e le previsioni analitiche, Victory cerca di spostare il focus dalle prestazioni alle narrazioni mettendo in scena delle storie in longfom in cui molto importanti sono gli aspetti letterari e contenutistici degli articoli.

Il magazine si caratterizza per lo stile solido e asciutto voluto dall’art director Aaron Amaro, da un’ampia attività di ricerca e conferma delle notizie e di sofisticato utilizzo della fotografia da parte di Shane Lions.

Vicotry ha guadagnato una medaglia d’oro dalla Society of Publication Designers (SPD) e molte ottime recensioni da parte di colossi del mondo dell’editoria quali It’s Nice That and Harvard’s Nieman Lab,

“Fun House Magazine”, un nome una garanzia

Il numero 3 di “Fun House Magazine” è uscito.. siete tutti avvisati…

In questo numero: Guy Field, Lucy Sherston, Caitlin McCarthy e Thomas Clatworthy da Bud Smith, Sarah Gerard, Yvonne Conza, Jenna Clake, Susie Dickey, Edward Doegar, Bradford Bucknum, Shy Watson e fumetti di Bridget M.

Non c’è molto altro da aggiungere oltre ai complimenti, come sempre del resto, all’art director Camille Gervais che ogni volta riesce a creare un magazine tanto pazzo e sorprendente quanto curato e di qualità.

“ACID” un magazine sul surf

Acid” è una pubblicazione che cerca di esplorare e divulgare la cultura del surf attraverso aspetti diversi e originali con divagazioni che toccano l’arte, la scienza, la filosofia e la poesia.

La rivista ha una cadenza irregolare, a volte semestrale, a volte annuale, in base a quando il creatore, il designer Jad Hussein dello Studio grafico Look Specific si ritiene soddisfatto del prodotto finito.

L’ultima uscita, con il formato standard 168 x 235 mm per 160 pagine, è la numero 4 ed è caratterizzata da un pazzesco giallo di copertina ed è, come di consueto, stampato da 1980 Editions.

“Tear Off” fra motori e alta moda, ma sempre subculture

Tear Off” è una rivista ideata e realizzata da Baptiste Kucharski, grafico e creativo francese che attualmente lavora presso lo studio Deutsche & Japaner a Mannheim, in Germania.

Ispirato dalla moda contemporanea, il suo stile grafico può essere definito apocalittico e di rottura visto che solitamente crea pubblicazioni come per esempio “Be-Street” (date un’occhiata a questo street magazine sul proprio canale su Issu) con layout non strutturati e di forte impatto visivo.

“Tear Off” vuole affrontare in modo del tutto originale il rapporto sempre più evidente fra il mondo della moda e quello delle moto. Questo legame viene messo in risalto attraverso ogni tipo di suggestione: la grafica, il fashion style, la fotografia e tutto quello che viene considerato originale e fuori dagli schemi.

Ne deriva una forte caratterizzazione underground e subculture di “Tear Off” che ne fanno un magazine interessante da scoprire.

“Anxy” il magazine che abbatte i tabù

Eccoci a presentare una nuova rivista, “Anxy“, fondata dalla grafica e designer californiana Indhira Rojas insieme a Jennifer Maerz.

Anxy, come recita il sottotitolo,  è una rivista per i produttori culturali che sono stanchi di dover nascondere le loro emozioni ed i loro sentimenti.
Anxy è per le persone che desiderano discutere senza barriere o  tabù su temi quale l’ansia, la depressione, la paura, la rabbia, i traumi, la vergogna e tutte e tutti quegli stati d’animo che, sempre più spesso, cerchiamo di nascondere dalle nostre vite.

Forse il magazine, con i suoi temi spinosi, può provocare irritazione o fastidio, ma scorrendo le pagine si apprezza la ricchezza dei contenuti portata dall’ampio utilizzo di storie personali, interviste poesie e altro ancora.

In questo esordio l’intervista a Margaret Atwood e il servizio fotografico sulla vita nelle prigioni americane

Ottimo l’apparato fotografico curato da Michelle Le.

Pentagram fa rinascere “Dance Ink”

Originariamente pubblicato dal 1989 al 1996, “Dance Ink” è stato un grande classico nel mondo delle pubblicazioni indipendenti e che ha documentato la realtà del mondo della danza e del balletto visto in chiave moderna.

Dopo 20 anni, questo pionieristico trimestrale è con l’onda della ripresa della stampa indipendente, ispirandosi ad una nuova generazione di ballerini e artisti. La nuova edizione è pubblicata da Patsy Tarr e disegnato e redatto da Abbatt Miller di Pentagram, entrambi di nuovo nei loro ruoli originali.

Dance Ink riparte da dove si era interrotto nel 1996, con la pubblicazione del volume 8, numero 2. Il nuovo numero vuole nuovamente ricreare un’esperienza unica per gli amanti della danza, utilizzando fotografie di grande impatto, un design ricercato e la una stampa di altissima qualità.

Il volume presenta una collaborazione tra il celebre coreografo Pam Tanowitz e la ballerina Melissa Toogood, documentata da Pari Dukovic, il pluripremiato fotografo del The New Yorker.

Il numero di 36 pagine splendidamente realizzato con stampa offset di alta qualità in una piegatura francese.

“Collection revue”, magazine d’arte contemporanea

La rivista “Collection revue” è una rivista indipendente nata nel 2010 progettata e realizzata da un team di artisti e grafici che approda alla sua quinta uscita.

Per quest’ultimo numero la rivista Collection ha deciso di cambiare il proprio sottotitolo dal precedente “Una rivista sull’arte contemporanea” ad un più semplice e generico “9 conversazioni”.

Il numero 5 è comunque in continuità con le uscite precedenti visto che si compone ancora di interviste ad artisti e galleristi attivi intorno al mondo dell’arte contemporanea con stili e influenze anche molto diversi fra loro.

Come ogni numero precedente, anche questo è accompagnate da un vasto apparato grafico e fotografico a supporto.

In questo numero gli artisti intervistati sono:

Ernest T. / Taroop & Glabel;
Galerie 126;
Yannick Val Gesto;
Sarah Tritz;
Stefanie Leinhos;
Masanao Hirayama;
Maximage;
Éditions Matière;
Aidan Koch;

Ogni numero viene distribuito da Les presses du réel.

Mondial by Rapha: #4

 

Ci sono molti modi per inaugurare un sito, noi abbiamo scelto di farlo sfogliando piano piano una delle riviste più belle del panorama editoriale di oggi: Mondial.

Si tratta di un magazine semestrale prodotto da Rapha, azienda inglese di proprietà di Simon Mottram specializzata nel settore bike che, con il tempo, ha allargato il proprio raggio d’azione a quello che comunemente viene chiamato lifestyle e che, in omaggio alla nostra Gazzetta dello Sport, utilizza spesso e volentieri il rosa come proprio colore distintivo.

La rivista si caratterizza da sempre per uno stile classico, quasi istituzionale, con un bellissimo uso del colore e delle ricercate particolarità grafiche che contribuiscono a rendere l’impaginato ancora più gradevole. Sapiente è l’uso di granature e tipi di carte differenti e gli inserti di colore shoking che hanno il merito di donare al lettore dei momenti di sorpresa senza i quali il prodotto rischierebbe di restare imprigionato nella sua lussuosa regolarità. Si vede chiaramente la mano di quel Alex Hunting che già ha firmato con le sue limpidissime linearità capolavori di carta quali come Kinkfolk e Avaunt e che qui, in collaborazione con un altro geniaccio della carte come Jack Sauders, da proprio il meglio di se.

Per quanto riguarda il contenuto, non siamo più di fronte ad un magazine di solo ciclismo perché gli argomenti spaziano dall’architettura agli altri sport in ascesa (vedi il pezzo sulla figura oramai mitizzata di Conor McGregor), dalle grandi imprese ciclistiche agli approfondimenti metropolitani (questa è la volta di Tokyo). Questo allargamento delle tematiche però non va a discapito della qualità che, così come abbiamo avuto modo di dire per la parte di design editoriale, rimane di livello assoluto.