National Police Gazette la rivista ufficiale dei barbieri americani

La National Police Gazette, comunemente chiamata Police Gazette, era una rivista americana edita a partire dal 1845 dall’editore immigrato irlandese Richard K. Fox che con questo progetto editoriale per alcuni è diventato il precursore di tutte le riviste di lifestyle maschile.
Police Gazette aveva cadenza settimanale e riportava notizie di sport, gossip solitamente relativo alle bellezze del periodo, accompagnando il tutto con eleganti foto ancora in bianco e nero.

La rivista è stata fondata da due giornalisti, Enoch E. Camp e George Wilkes, come un classico tabloid fatto di pezzi sulla cronaca destinato ad un pubblico trasversale e generico.
Nel 1866 Wilkes and Camp vendettero Police Gazette a George W. Matsell che resterà direttore fino al 1922.
Apparentemente dedicato a tematiche poliziesche e di criminalità, era in formato tabloid, famoso fin dai primi numeri per le sue incisioni e le fotografie che con il tempo riguardarono sempre più anche spogliarelliste vestite poco o in modo succinto, ballerini di burlesque e prostitute, spesso arrivando a scontrarsi con la censura per problemi di oscenità e buon costume.
Esemplificativo fu, nel settembre del 1942, lo scontro con le poste americane che  ne vietarono la consegna per posta a causa delle sue immagini definite oscene e scabrose.
Per decenni è stato un vero e proprio status symbol, presente come oggetto d’arredo in ogni barbiere delle grandi città americane, letto immancabilmente da tutti gli uomini mentre aspettavano il loro turno.
La National Police Gazette ha goduto il suo periodo di successo soprattutto a cavallo del secolo scorso diminuendo il numero di copie durante la Grande Depressione.
A causa di questa grave crisi, National Police Gazette cessò le pubblicazioni nel 1932 e fu venduta tristemente all’asta per una somma simbolica.
Il 5 settembre 1933, sotto la nuova proprietà della ricca famiglia Donenfelds, il magazine venne affidato alla direzione della signora Merle W. Hersey che cambio format e cadenza passando a due uscite mensili e spostando il target dagli uomini dei barbieri alle giovani ragazze in cerca di svago e leggerezza.
Questi cambiamenti però non furono utili a risollevare le sorti del magazine che cambiò ancora molti proprietari fino al 1935 quando, sotto la proprietà di Harold H. Roswell divenne un mensile.
Nel 1968 l’editore canadese Joseph Azaria ne comprò i diritti e pubblicò ancora fino al 1977.

La National Police Gazette è stata definita dallo storico Howard P. Chudacoff come il magazine della cultura underground degli scapoli d’America e vera e propria pioniera di certa editoria per uomini che oggi riempie gli scaffali delle edicole con titoli quali Maxim, Esquire, GQ etc.
L’uso della grafica era interessante in quanto copriva come reportage alcuni dei fatti importanti del periodo nelle sezioni principali della rivista perciò sport – soprattutto pugilato – cronaca nera e gossip, tutto chiaramente visto da un punto di vista strettamente maschile.

National Police Gazette – incontro di pugilato
National Police Gazette – cronaca nera
National Police Gazette – combattimento dei cani

La presentazione di donne relativamente vestite era una caratteristica tipica nella Police Gazette ma si trattava essenzialmente di braccia nude, caviglie e infiniti décolleté. Per gli standard odierni appare materiale piuttosto innoquo, ma all’epoca si trattava di una vera rivoluzione, in particolare per un settimanale venduto al grande pubblico.
Nel 1880, Police Gazette iniziò una rubrica specifica dal titolo Footlight Favorites in cui veniva dedicata un’intera pagina a illustrazioni di giovani donne attraente e ammiccanti.
Interessante è anche notare come nelle pagine della Police Gazzette fanno la loro comparsa per la prima volta donne in atteggiamenti e comportamenti solitamente riservati agli uomini come fumare, combattere e addirittura indossare pantaloni.
E’ chiaro come 120 anni fa roba del genere fosse scioccante e affascinasse il pubblico.

National Police Gazette – donna con i pantaloni

Uno degli aspetti che più mi piace di National Police Gazette è la testata, così ricca e dettagliata, così vintage nel suo essere lontana dal minimalismo di oggi e pure così attuale se pensiamo alla generale riscoperta del lettering manuale degli ultimi anni.

Rampage è stata una delle riviste per adulti più assurda di sempre

I tabloid erotici vengono spesso considerati materiale buono per la cartapesta con la loro carta scadente e le loro immagini di qualità piuttosto infima.
Molte volte invece, per chi attraverso la carta e l’editoria cerca di scoprire i cambiamenti della società, questi sono proprio i materiale più interessanti perché non mediati e non assoggettati a regole conformiste come invece da sempre sono le riviste ultra patinate.
Rampage è un settimanale cha appartiene a questo mondo, un tabloid per adulti che si definiva “la satira e l’umorismo più popolari di tutti gli Stati Uniti”.

Sono i temi trattati, spesso veramente assurdi, a fare la differenza con altri magazine del settore erotico. Non ci credete? Date un’occhiata a questa copertina del 1973 dove viene presentato uno speciale sull’utilità del sesso anale in relazione al problema del controllo delle nascite.

Rampage 1973

La storia viene poi raccontata all’interno di Rampage in prima persona e già questo rappresenta anche per i libertini anni Settanta, un dettaglio sorprendente perché tende il lettore ad immedesimarsi nel racconto e direi che è tutto dire…
Il lessico utilizzato è al limite dello scurrile e non si risparmiano al lettore particolari di ogni genere..
Questo è un classico esempio del famigerato giornalismo in Rampage sleazy style travestito da giornalismo.
Un aspetto interessante è che risulta impossibile scoprire se qualcuno degli autori delle storie di Rampage, oggettivamente ben scritte, abbia avuto successivamente successo come autore visto che (chiaramente) le firme sono tutte fittizie o con nomi tanto assurdi quanto originali.

Rampage 1973
Rampage 1973 interno
Rampage 1973 interno
Rampage – Cher
Rampage 1973

Sulle pagine di Rampage sono transitate splendide attrici, cantanti e modelle, basti citare la tedesca Alice Arno, Victoria Vetri, Lillian Parker o l’allora giovanissima Cher e sono state raccontati con pezzi di giornalismo in pieno stile gonzo, anche fatti di cronaca nera sempre e comunque con dei riferimenti al sesso ed alle tentazioni..
Un altro aspetto che caratterizza Rampage è la sua totale noncuranza del buon gusto e del politically correct. Questo si nota benissimo con un numero uscito sempre nel 1973 a poche settimane dall’uccisione del presidente John Fitzgerald Kennedy.
La redazione infatti pensò bene di scherzare anche sul cervello del povero Kennedy scomparso, insieme a molti altri, in un mistero mai del tutto chiarito..

Rampage 1966

Facendo un pò di salti nel tempo, vediamo addirittura come in un Rampage datato 1968 si può leggere un dettagliatissimo articolo di consigli su come rubare le mogli di altri uomini e recensioni dei migliori oggetti cuoio per gli amanti del sesso fetish.
Una delle rubriche fisse di Rampage era quella tenuta dal famigerato veggente e Mark Travis dal titolo “I Predict”.
Bellissimo leggere queste previsioni a distanza di così tanti anni e sapendo come sono andate poi le cose.. prendete per esempio quello che scrive Travis nel 1971: Prevedo che le videocassette (quelle giganti appena messe sul mercato per la musica audio al posto dei vinili) diventeranno presto comuni come e più dei dischi fonografici e che queste cassette saranno la forma più comune di intrattenimento nelle case americane“.

Rampage 1968

Il tabloid Rampage, oggi difficilissimo da trovare, viene pubblicato a partire dal 1969 dal coraggioso editore Illinois Informer Publishing ed è stato un progetto editoriale che si è basato sempre sull’esagerazione, sul verosimile e sulla continua sfida al buon costume ed alla censura.
Pieno di donne bellissime, ninfomani assetate di lussuria e, naturalmente, di uomini alla ricerca del vero amore. Il tutto narrato con un gergo unico e originale, con termini inventati e poi entrati nello slang americano per descrivere aspetti del sesso fino allora innominabili.

Pete Millar e la leggenda dei fumetti hot rod (pt.1)

Pete Millar è stato un fumettista, illustratore e pilota di dragster statunitense.
Una delle sue creature di maggior successo è stata la rivista Cartoons, pubblicazione americana di fumetto satirico dalla grafica hot rod. Ideata e prodotta insieme all’amico Carl Kohler, Cartoons è stata pubblicata come trimestrale a partire dal 1959.

Peter Millar

Cartoons si inserisce in quel filone di editoria underground che comprendeva anche titoli simili quali CYCLEtoons (dal 1968 al 1973), SURFtoons, Hot Rod Cartoons (dal 1965)Choppertoons, rivista oramai leggendaria uscita in soli 3 numeri.

CYCLEtoons 1970
CYCLEtoons 1972
SURFtoons 1967
SURFtoons 1968
Hot Rod Cartoons 1970

Tutti questi prodotti erano pubblicati dalla Robert E. Petersen Publication, una vera leggenda vivente nel mondo della kustom kulture, che nel 1994 ha addirittura realizzato il Petersen Automotive Museum nei dintorni di Los Angeles.

Petersen Automotive Museum – by David Zaitz

Queste riviste erano una vera bomba per il pubblico dell’epoca ed hanno contribuito ad allargare il target di riferimento anche al di la dei soli appassionati di hot rod.
Articoli più o meno curati, fumetti, guide pratiche per creare nuovi fumetti e nuove illustrazioni tipiche del genere e molto altro ancora.

Cartoons – 1959
Cartoons – 1961
Peter Millar su Cartoons

Nel primo numero fa la sua comparsa il fumetto, Rumpsville: The Saga of Rumpville, illustrato da Millar che fu l’inizio di un’interminabile serie di fumetti, personaggi e storie che hanno fatto la storia della kustom kulture statunitense divenendo dei veri e propri cult anche per i collezionisti di oggi.
Rumpsville è un termine che diviene immediatamente gergale nel momndo delle hot rod e sta ad indicare il paradiso dell’hot rod.
Ma cerchiamo di definire la storia di Millar.
Peter Millar nasce il 14 dicembre 1929 e si forma come ingegnere anche se nutre da sempre il sogno segreto di diventare un fumettista e un editore a tempo pieno.
Nel 1953 si trasferisce da San Diego a Los Angeles ma i suoi lavori vengono rifiutati da tutti gli editori a cui li propone.
La prima striscia pubblicata da Millar fu Arin Cee, prodotta per la rivista Rod & Custom a partire dal 1955 e proseguita fino agli anni ’60.

Arin Cee di Peter Millar

Come detto il suo successo iniziale è dovuto a Cartoons, dove insieme a lui, vengono lanciati moltissimi artisti poi approdati a magazine e riviste più conosciute e famose. E’ bene ricordarne alcuni: Alex Toth, Russ Manning, Willie Ito, Dale Hale, George Trosley , John Kovalic, Shawn Kerri (una delle pochissime donne che hanno disegnato per la rivista), John Larter, Robert Williams, William Stout.

Krass & Bernie di George Trosley

Millar ha lavorato a Cartoons fino al 1963 quando la rivista divenne Hot Rod e lui fu sostituito Tom Medley che lo aveva creato il personaggio di Stroker McGurk.

Stroker McGurk di Tom Medley per Hot Rod Magazine

Cartoons è stata senza dubbio una delle storie di successo più improbabili nella storia dell’editoria underground del ventesimo secolo e, da sola, ha garantito a Millar un posto nella storia del fumetto.
Cartoons ha infatti raggiunto numeri di vendita altissimi per il genere ed il periodo offrendo a giovani fumettisti della West Coast spazio e possibilità di sperimentare.
Cartoons ha delineato lo standard per il fumetto umoristico del settore automobilistico, caratterizzato da uno stile di disegno forte tipico della grafica hot rod e che si poneva in netto contrasto con i fumetti d’avventura del periodo.
All’interno di Cartoons comparvero pagine di lettere inviate dai soldati in Vietnam o direttamente dai lettori che catturavano l’umore dei tempi come in seguito avrebbero fatto tutte le pubblicazioni underground.
E’ nel giugno del 1963 la decisione di Millar di fondare la rivista DRAGtoons con la sua casa editrice, la Millar Publications che ne pubblica 49 numeri di  tra il 1963 e il 1968…

..altro, molto altro, vi aspetta domani, ci siete??

Punk magazine ovvero la scena punk sbarca a New York

Punk era una rivista musicale molto vicina allo stile fanzinaro, creata dal fumettista John Holmstrom e prodotta dall’editore Ged Dunn insieme al critico musicale Legs McNeil nel 1975.
Proprio dalle pagine di Punk magazine emerge con tutta la prepotenza del periodo, il genere musicale denominato Punk rock, definizione coniata pochi anni prima dalla rivista di Detroi Creem.
Il gruppo fondante di Punk era la perfetta unione di varie influenze che a metà degli Settanta stavano uscendo dalla penombra: un mix di musica ruvida quale quella degli Stooges di Iggy Pop, The New York Dolls e The Dictators ed un’estetica molto devota al mondo del primo fumetto underground come Zap Comix e Mad magazine.
Solo qualche anno più tardi, fu proprio Holmstrom a consegnarci quella che – a mio avviso – resta la migliore definizione di Punk Magazine, e cioè “la versione stampata di The Ramones”.
Fu grazie a Punk che la scena musicale – e non solo – legata allo storico locale  CBGB di New York cominciò ad essere conosciuta un pò in tutti gli States ed a diffondere vere e proprie tendenze, stili e, senza rischio di esagerare, un nuovo stile di vita indipendente e underground.
Punk ha pubblicato 15 numeri tra il 1976 e il 1979, oltre a un numero speciale nel 1981, più molti altri numeri nella sua seconda vita dopo gli anni 2000.
Le sue copertine comprendevano tutto il meglio della musica del periodo: dai Sex Pistols a Iggy Pop, da Lou Reed a Patti Smith e Blondie.
La rivista divenne in breve tempo uno strumento per far conoscere la scena musicale underground di New York e soprattutto il punk rock che si ascoltava in locali quali appunto il CBGB, ma anche lo Zeppz ed il Max’s Kansas City.

CBGB – New York
Max’s Kansas City – New York

Punk è riuscito a unire alcuni dei migliori fumettisti underground del periodo come lo stesso Holmstrom, Bobby London e un giovanissimo Peter Bagge lasciando però che le pagine fossero completate anche da un giornalismo dallo stile molto pop e diretto che rese la rivista molto diversa dalle altre del periodo che, dopo anni di dura appartenenza al mondo underground, mostravano cenni di stanchezza cercando nuove strade e stili. proprio questo giornalismo ha portato alla ribalta uno nuova generazione di scrittori, artisti e fotografi che non venivano presi in considerazione dalle testate come Rolling Stone e Creem che viaggiavano oramai su tirature di ben altro tipo.
Questi giovani talenti mossero i loro primi passi proprio su Punk magazine, scrittori e registi quali come Mary Harron (Ho sparato a Andy Warhol e American Psycho), la poetessa Pam Brown, artisti com il Buz Vaultz di Vampirella, Anya Phillips ovvero una delle prime ballerine hardcore del CBGB e il grande critico musicale Lester Bangs allora poco più di un ragazzo.
Nel 1977 Dunn e McNeil lasciano il progetto e al loro posto arrivano l’art director Bruce Carleton, Ken Weiner e Elin Wilder, una delle poche personalità di colore coinvolte nella scena punk rock del periodo.
Figura centrale nell’intero percorso editoriale di Punk è senz’altro John Holmstrom.
Nato nel 1954, Holmstrom è un fumettista e scrittore underground americano noto soprattutto per aver illustrato le copertine di band storiche quali Ramones Rocket in Russia e Road to Ruin.

Ramones – Rocket in Russia (1977)
Ramones – Rocket in Russia (1977)
I Ramones con McNeil e John Holmstrom di PUNK

Grande successo ebbero anche alcuni dei suoi personaggi, Bosko e Joe inizialmente pubblicato nella rivista Scholastic’s Bananas.

Bosko
Photo: johnholmstrom.com
Bosko
Photo: johnholmstrom.com

Come detto, all’età di soli 21 anni è tra i fondatori di Punk magazine ed in seguito collabora con altre testate tra cui The Village Voice, K-Power, Heavy Metal e High Times.
Nel 1986, Holmstrom ha lavorato al numero speciale di Spin magazine contribuendo alla creazione della cronologia del punk rock basata sui fumetti che ne hanno accompagnato la storia.Come detto, Punk è uscito per pochi numeri nuovamente nel 2007 ma il tempo era passato e l’underground con lui.

Punk magazine #1 – 1975
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #2 – 1976
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #6 – 1976
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #11 – 1977
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #11 – 1977 interno
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #15 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #15 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com

Sex to Sexty è davvero la rivista più volgare mai stata stampata?

Sex to Sexty è stata una rivista di satira per adulti pubblicata ad Arlington, Texas dal 1964 al 1983 da John W. Newbern, Jr. e Peggy Rodebaugh sotto la direzione artistica di Lowell Davis con i rispettivi pseudonimi di Richard o Dick Rodman, Goose Reardon e Pierre Davis.
Vale la pena dedicare due righe aJohn Newton, editore della rivista, che nei primi anni Sessanta gestiva un’azienda in ottima saluta che stampava slogan su posaceneri, penne, tazze da caffè ed altri gadget. Tuttavia è interessato al mondo nascente dei fumetti underground e, con l’ottica di creare una rivistina satirica, acquista per la cifra di 10.000 dollari una collezione privata di libri di barzellette ordinati in schedari e suddivisi in base ai diversi temi trattati come, per esempio, un uomo ed una donna su un’isola deserta, desideri sessuali oppure moglie tradita.
Da questo materiale, e con l’aiuto di altri amici, nasce Sex to Sexty stampato a proprie spese da Newton e diffuso inizialmente sfruttando la rete di distribuzione dei suoi gadget per arrivare negli anni anche ad una tiratura di 250.000 copie in tutti gli Stati Uniti.
Il contenuto di questa strana e per certi versi rivoluzionaria rivista era una miscela di doppi sensi audaci, strambe poesie e brevi scritti a sfondo erotico e satirico.

Sex to Sexty #1 – 1965
Sex to Sexty #2 – 1965
Sex to Sexty #4 – 1965
Sex to Sexty #6 – 1965
Sex to Sexty #8 – 1965
Sex to Sexty #9 – 1965
Sex to Sexty #10 – 1965
Sex to Sexty #11 – 1965
Sex to Sexty #13 – 1965
Sex to Sexty #16 – 1965

La rivista è stata inoltre la palestra per fumettisti quali lo stesso Lowell Davis, ma anche Bill Ward e Bill Wenzel.
Alcuni critici hanno definito Sex to Sexty la rivista più volgare mai stata stampata, altri invece la considerano l’ultimo vero esempio di rivista per adulti mentre per altri ancora era un classico esempio della tipica editoria americana leggera e satirica.
Nata nel 1964 in piena rivoluzione sessuale, quando le menti si stavano aprendo ed i tabù stavano disgregandosi, termina le sue uscite nel 1983 quando invece, in pieni anni Ottanta, il disgraziato politically correct americano di Reagan & co. ha reso questo tipo di satira socialmente inaccettabile.
A prescindere però da come la si pensi in proposito, Sex to Sexty è stato un progetto editoriale coraggioso per la sua provocatorietà, talvolta gratuita certo,  ma certamente coerente con l’obiettivo iniziale di trattare argomenti considerati pruriginosi in maniera leggera e divertente.

Sex to Sexty #30 – 1965
Sex to Sexty #35 – 1969
Sex to Sexty #5 – 1970
Sex to Sexty #35 – 1965

Dopo i primi anni in cui le cover sono chiaramente influenzate dalla grafica psichedelica del periodo, gran parte delle copertine successive di Sex to Sexty erano disegnate da Pierre Davis, dipinte ad olio per ogni numero.
All’interno di Sex to Sexty, nel corso degli anni, hanno scritto e disegnato numerosi nomi in seguito divenuti famosi anche al grande pubblico: il critico e studioso di cultura popolare americana Gershon Legman ed il fumettista Bill Ward, che aveva iniziato la sua carriera professionale illustrando le cosiddette beer jackets, ovvero le giacche da birra, un tipo di giacca di jeans diffusa nelle confraternite universitarie su cui venivano disegnati testo e disegni sul retro.
Proprio Ward avrà negli anni un discreto successo nel mondo dei fumetti per adulti e nell’editoria pulp con il suo stile tipicamente americano fatto di curve e vestiti ridotti all’osso per donne provocanti e irrimediabilmente sexy.

Bill Ward
Bill Ward

Insieme a Ward, l’altro illustratore di punta di Sex to Sexty è Bill Wenzel che invece si contraddistingue da uno stile più vicino all’estetica anni Cinquanta con donne, comunque prosperose e ammiccanti, ma molto più stilizzate e geometriche rispetto a Ward.

Bill Wenzel
Bill Wenzel

Grazie al lavoro di ricerca e studio, oggi è possibile sfogliare gran parte della produzione di Sex to Sexty nell’omonimo volume edito da Taschen ed acquistabile QUA dove vengono riprodotte tutte le 198 copertine della rivista e molti dei dipinti che le accompagnavano.
I due autori, Mike Kelly e Dian Hanson, categorizzano in queste pagine tutti i grandi temi trattati nei fumetti di Sex to Sexty con i loro titoli a metà fra il sensazionalistico e il satirico fra i quali Stinkfinger, Incest on the Best, Cannibal Cuisine, e I Love Ewe!
Crudo, irriverente, sempre sfuggente alla temutissima censura e tipicamente americano nel linguaggio e nella sua estetica sempre sopra le righe, Sex to Sexty non risparmia nessuno dei temi caldi del tempo: il sesso, gli orientamenti  sessuali, l’appartenenza a minoranze etniche.

La Raza ovvero l’editoria underground della comunità ispanica di Los Angeles

La parola chicano nella lingua inglese è nata in origine per identificare le persone di origine ispanica che vivevano nei territori statunitensi appartenuti al Messico come la California e il Texas.
Il movimento della minoranza ispanica nato negli anni Sessanta si è riappropriato del termine e ne ha fatto un motivo di orgoglio sulla scia di quanto fatto dal movimento dei neri con il Black Panther Party (QUI il pezzo sulle riviste delle Pantere Nere).
Il termine raza fu usato per la prima volta nel 1952 da José Vasconcelos nel saggio La raza cósmica, in italiano la razza cosmica, in cui affermava che il popolo messicano apparteneva a una quinta razza del futuro, in cui si mescolavano diverse popolazioni tra cui indigeni, europei e africani.
Durante gli anni ’60 e ’70, il quotidiano chiamato proprio La Raza ha catturato lo spirito rivoluzionario della zona East di Los Angeles, quella per intendersi dove viveva propria una delle più numerose comunità ispaniche di tutti gli Stati Uniti.

Original photographer retains copyright. Digital surrogate property of UCLA Chicano Studies Research Center.
Original photographer retains copyright. Digital surrogate property of UCLA Chicano Studies Research Center.

Dalle proteste per le disuguaglianze sociali e dagli scioperi guidati dagli studenti fino alla morte di alcuni membri della comunità chicanos per mano del dipartimento di polizia di Los Angeles, La Raza ha pubblicato le storie scomode e solitamente nascoste della comunità ricoprendo un ruolo fondamentale nel creare il movimento per i diritti civili guidato da messicani americani informando i residenti dell’Eastside sulle questioni politiche e sociali della comunità.
Laureati entrambi a Stanford, Elizier Risco attivista di origine cubana e Ruth Robinson, la fidanzata di Risco, nel 1967 fondarono insieme a John Luce nel seminterrato della chiesa dell’Epifania a Lincoln Heights, a East LA il magazine bilingue La Raza come strumento politico per tutti i gruppi organizzati della comunità. Joe Razo era invece uno dei collaboratori, scrittore, fotografo e coeditore di La Raza.
Il primo numero di La Raza fu pubblicato nel settembre 1967 e includeva il famoso poema di Corky Gonzalez I Am Joaquín.

La Raza – 1967
Foto: www.kcet.org

Questo primo numero includeva anche un editoriale scritto da Richard Vargas e riportava come da tradizione la missione del giornale illustrata in questi termini:
Mis Amigos Chicanos, è arrivato il momento di smettere di scusarsi per essere messicani … Dobbiamo unificare, organizzare e mobilitare l’intera comunità messicana in azioni politiche e militanti“.
Si nota immediatamente la forte similitudine che accomuna il progetto poitico di La Raza con quello del Black Panther Party Newspaper sia in termini di linguaggio che di contenuto delle proposte.
La Raza si schierò violentemente contro l’impegno americano in Vietnam, unendosi a tutta la miriade di fogli underground che stava esplodendo in tutto il paese.
Era venduto in abbonamento, ma gratuito per coloro che non potevano permetterselo che potevano comunque trovarlo nelle varie biblioteche di quartiere.
Più che un giornale locale, La Raza è stata un progetto di resistenza attiva da parte del movimento Chicano supportato da un corposo archivio fotografico di circa 25.000 immagini creato per sopperire alla mancata rappresentazione nei media della comunità.
I fotografi di La Raza hanno documentato con un nuovo approccio molto vicino al fotogiornalismo, la brutalità della polizia in maniera diretta, senza filtri, mostrando anche le ferite riportate dai militanti dopo le aggressioni della polizia di Los Angeles.

East L.A., 31 gennaio 1971.Per gentile concessione del fotografo e dell’UCLA Chicano Studies Research Center. © Maria Marquez-Sanchez.
Ufficiali di polizia alla dimostrazione del Centro Civico di Los Angeles, circa 1970.Per gentile concessione del fotografo e dell’UCLA Chicano Studies Research Center. © Raul Ruiz.
Membri dei Brown Berets, un gruppo per i diritti di Chicano che rimane attivo oggi, c. 1970. Per gentile concessione di Patricia Borjon-Lopez / UCLA Chicano Studies Research Center

Le immagini hanno avuto il merito di portare all’attenzione anche dei media nazionali e di cittadini non appartenenti alla comunità chicano favorendo gli appelli alla parità di trattamento e creando uno scudo contro ulteriori violenze. Le immagini invertono quindi la logica classica delle fotografie delle forze dell’ordine, sostituendo il colpevole con la vittima.
La Raza ha costantemente documentato anche i sistemi di comunicazione politica del movimento: i manifesti, gli striscioni, le bandiere, le opere grafiche, murali ed i primi graffiti dando a questi nuovi linguaggi una dignità mai vista prima.
La maggior parte di queste opere grafiche erano prodotte da militanti autodidatti, in alcuni casi con pretese artistiche.
Durante i suoi primi tre anni, La Raza fu pubblicato come un tabloid di otto pagine, ma già nel giugno del 1970, vista la grande diffusione in tutti gli Stati Uniti, la rivista cambiò formato adottando il formato magazine e arrivando a 20 pagine per ottenere maggiori entrate dagli abbonamenti e fornire ai suoi lettori più contenuti.
Il nuovo format di La Raza conteneva articoli più lunghi e sofisticati ed in generale faceva del magazine un prodotto più professionale ed di livello nazionale. Questo mutamento portò al distacco dell’ala più legata al territorio originario che non condivideva la svolta.
La Raza ha svolto un ruolo sostanziale nello sviluppo di El Partido de la Raza Unida a Los Angeles, un partito politico nazionalista chicano che negli anni ’70 raggiunse un notevole seguito in Texas e nel sud della California.

Bandiera di Aztlan usata da La Raza Unida
Foto: CC0

Non ottenendo però risultati politici concreti, La Raza il progetto editoriale inizia a perdere seguito e nel 1975 il numero dei collaboratori crollò portando ad una prima sospensione delle pubblicazioni durata per tutto il 1976.
La Raza tornò poi con due soli numeri nel 1977, ma con un taglio decisamente più moderato e pragmatico, lo sguardo era più distaccato e l’analisi del movimento Chicano era per lo più da una prospettiva storica.
La pubblicazione è stata ufficialmente interrotta nel 1978.L’archivio è attualmente conservato presso il Centro Studi di Studi Chicano dell’UCLA.

La Raza – 1974 (www.bolerium.com)
La Raza – 1975
La Raza – 1968
La Raza – 1968

 

Una delle prime riviste culturali australiani e le sue copertine da collezione

Il settimanale The Queenslander era l’allegato culturale settimanale del  Brisbane Courier, ancora oggi vivo e vegeto con il nome di The Courier-Mail, la rivista principale della colonia australiana del Queensland, in Australia dal 1850.
The Queenslander fu lanciato dalla Brisbane Newspaper Company di Thomas Blacket Stephens il 3 febbraio 1866 a Brisbane e cessò la pubblicazione nel 1939.
Dal punto di vista editoriale, la direzione è stata affidata a Gresley Lukin – caporedattore dal novembre 1873 al 21 dicembre 1880 – che punta molto sull’importanza per il The Queenslander di raggiungere anche i quartieri agricoli e periferici.
Gresley Lukin era un funzionario pubblico australiano appassionato di editoria e di giornali che riuscì a trasformare il Brisbane Courier da semplice settimanale di cronaca popolare, in uno stimato settimanale letterario di qualità coinvolgendo alcuni tra i migliori artisti e scrittori disponibili nella colonia del Queensland.
Nella rivista collaborarono scrittori, poeti e saggisti ma soprattutto artisti e illustratori di grande talento quali Joseph Augustine Clarke.

Queenslander Magazine
1879

Uno di questi artisti fu Garnet Agnew, illustratore delle copertine dal 1926 al 1930.
Nel 1924 Agnew partecipò alla fondazione della Society of Australian Black and White Artists, un insolito gruppo che si incontrava per discutere di arte, grafica ed in genere di temi culturali, o nei pub o nello studio del fumettista, Gayfield Shaw, famoso illustratore australiano.

Gayfield Shaw – Sydney Town Hall
joseflebovicgallery.com
1934
Gayfield Shaw – The Sydney Mint
joseflebovicgallery.com
1934

Nel 1926 Agnew tornò a Brisbane per lavorare appunto per il The Courier Mail con incisioni su linoleum e dipinti ad olio dando al The Queenslander
uno stile unico per il periodo.
Con Agnew in The Queenslander compare la testata ed il logo storici del magazine con uno stile handwriting molto classico e simile agli attuali trend di rivisitazione del lettering manuale.
Agnew diventa in breve tempo il vero e proprio art director della rivista a ci collaborano altri artisti in contatto con lui.

Garnet Agnew
1929
Esther Paterson
1937
E. S. Watson
1931
Garnet Agnew
1930
Garnet Agnew
1929
Garnet Agnew – 1928
Garnet Agnew – 1930

Dal 1935, con l’arrivo di Ian McBain iniziano a comparire anche le raccolte annuali di The Queenslander ma il successo cala e con esso il numero delle vendite che portano alla chiusura del 1938.

Cover of The Queenslander Annual featuring a De Havilland DH86A, 1936
cover from The Queenslander annual, November 1, 1937
cover from The Queenslander annual, November 4, 1936

L’intero catalogo del The Queenslander è stato digitalizzato dall’Australian Newspapers Digitization Program della National Library of Australia.

La storia di The Masses, la rivista underground prima dell’underground (pt.2)

Ed eccoci qua, con la seconda parte della storia di The Masses, la rivista di New York che distrusse gran parte dei canoni di quello che era politicamente e graficamente tollerabile al tempo della Grande guerra, almeno negli Stati Uniti…

Dopo aver scoperto come nasce ed alcune caratteristiche di The Masses, arriviamo ad un momento cruciale della storia della cooperativa editoriale di Eastman e soci..
La storia della rivista è infatti segnata da una data.
In seguito al passaggio dello Spionage Act del 15 giugno 1917, un atto politico del governo che dichiarava reato pubblicare materiale che minasse lo sforzo bellico, le maglie della censura infatti si stringono e The Masses è al centro di questa voglia di silenziare le voci libertarie.
Dopo che gli Stati Uniti dichiarano entrano in guerra nel 1917, The Masses viene sottoposta a forti pressioni del governo per cambiare la sua politica e quando Eastman e gli altri si è rifiutano di farlo, il giornale perde i suoi privilegi economici nell’utilizzo dei servizi postali.
Nel luglio del 1917, le autorità dichiarano inoltre che gli articoli di Floyd Dell e Max Eastman e soprattutto le vignette di Art Young, Boardman Robinson e Henry J. Glintenkamp violano lo Spionage Act.
Uno degli scrittori principali della rivista e studente e amico di John Dewey alla Columbia University, Randolph Bourne, di fronte all’impossibilità di continuare ad esprimere le proprie opinioni, commentò: Mi sento molto isolato dal mondo, molto estraneo ai miei tempi: le riviste che scrivo per le morti violente e tutti i miei pensieri non sono stampabili.
Spesso si può pensare che una ricerca storica come questa sia lontana da noi e dal nostro vivere, dai nostri gesti e dall’ecosistema in cui siamo immersi. A dimostrazione dell’esatto contrario arriva un bell’articolo del New Yorker che, rintracciando proprio uno scritto di Randolph Bourne, lo pone come il miglior testo per ribaltare e fare a pezzi l’attuale politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trumb, QUI per chi volesse approfondire.
Come detto il governo degli Stati Uniti individua del materiale considerato contrario allo Spionage Act e, poco dopo, emette un atto d’accusa contro Max Eastman, Floyd Dell, John Reed, Josephine Bell, HJ Glintenkamp, ​​Art Young, e Merrill Rogers, in pratica l’intera direzione di The Masses.
Accusati di ostacolo al reclutamento e l’arruolamento dei militari degli Stati Uniti, Eastman e gli altri rischiano di pagare multe fino a 10.000 dollari e addirittura a venti anni di reclusione.
Il processo è leggendario con scene eccessive come i salti a salvare la bandiera americana ogni volta che veniva suonato l’inno americano ad inizio processo da parte di alcuni imputati che alla fine non vennero condannati.
Nel settembre 1918, The Masses viene nuovamente accusato di terrorismo e sovversione, questa volta insieme al noto giornalista John Reed – autore del famosissimo libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo. A parte i nuovi avvocati della difesa, il procedimento è la ripetizione del primo processo compreso le tragicomiche scenette.

Floyd Dell e la direzione di The Masses al processo del 1918

Per darvi un’idea, terminando il suo intervento, l’accusa invoca l’immagine di un soldato morto in Francia affermando: “Egli è morto, ed è morto per te ed è morto per me, è morto per Max Eastman ed è morto per John Reed!”
Art Young, membro della direzione di The Masses, che aveva dormito durante la maggior parte del tempo, si sveglia alla fine della discussione gridando in aula:”Cosa? Non è morto per me?
The Masses chiude i battenti nel 1917 schiacciato da limitazioni e stanchezze del gruppo dopo anni di battaglie legali ed economiche ma soprattutto per la voglia di intraprendere ognuno anche strade diverse dopo aver condiviso una strada importante per un periodo breve ma intensissimo.
The Masses lascia però un’impronta unica e irriducibile sull’editoria underground statunitense.
Molti, in seguito, anche se non consapevolmente, riprenderanno lo spirito battagliero di questa strana e anticonformista cooperativa di lavoratori che ha mischiato ad un livello di rado visto prima, arte ed impegno, coerenza e qualità riuscendo a dimostrare come il linguaggio dell’arte deve ispirare la società e a sua volta esserne contaminato.
Le copertine di The Masses rappresentano ancora oggi dei veri e propri scandali, un pugno in faccia alla normalità ed al quieto vivere stracciando il velo di omertà o menefreghismo su quelli che erano i mali sociali del tempo, una lezione assai utile per un periodo come il nostro dove sembra impossibile riuscire a mostrare la verità per quella che è.

The Masses – 1914
The Masses – 1915
The Masses – 1916
The Masses – 1917

Molti esponenti del gruppo originario, terminata l’esperienza di The Masses, decisero di continuare con un nuovo progetto editoriale, The Liberator di cui, se vi va, ternerò a parlarvi…

The Liberator – 1922

La storia di The Masses, la rivista underground prima dell’underground (pt.1)

Piet Vlag era un eccentrico immigrato socialista proveniente dai Paesi Bassi che nel 1911 decide di fondare una rivista avendo delle chiare idee in testa. Il sogno di Vlag è infatti quello di creare un magazine gestito come una cooperativa. Questo suo sogno non si realizzerà mai, ma i sogni lasciano semi e dai semi nascono i fiori e chissà quante altre cose fantastiche..
Questa teoria è dimostrata dall’attenzione che l’idea di Vlag ridesta in un gruppo di giovani tutti più o meno attivi nella zone del Greenwich Village di New York.
Questo progetto prende il nome di The Masses e vede coinvolti artisti e grafici come John French Sloan, Art Young, Louis Untermeyer e Inez Haynes Gillmore.
Nel 1912 Max Eastman, giovane studente della Columbia University, decide allora di seguire il gruppo e di creare una rivista il cui titolo sarebbe stato The Masses.

Max Eastman

Nel primo numero, uscito proprio nel 1912, Eastman scrive il seguente manifesto:

Questa rivista è di proprietà e pubblicata in modo cooperativo dai suoi editori. Non ha dividendi da pagare e nessuno sta cercando di farci soldi. Una rivista rivoluzionaria e non una riforma; una rivista con senso dell’umorismo ma nessun rispetto per il rispettabile. Diretta; arrogante; impertinente; alla ricerca di verità. Una rivista contro la rigidità e il dogma ovunque si trovi;
Stampiamo ciò che è troppo crudo o vero per una stampa che deve fare soldi.
Una rivista il cui obiettivo finale è fare come piace a noi e non far piacere a nessun altro, nessuno, nemmeno i suoi lettori.
C’è uno spazio per questa rivista in America, aiutaci a trovarlo.

Storicamente la nascita di The Masses rappresenta la nascita del Greenwich Village – la zona di New York da sempre più libertaria e fieramente controcorrente – come una comunità consapevole e autonoma.
The Masses – a differenza di molte altre testate di ispirazione socialista come Appeal to Reason, è molto radicata nel tessuto culturale del quartiere e non limitata ad intellettuali e accademici arrivando addirittura a tirare ben 500.000 copie.

Appeal to Reason era un settimanale politico di sinistra pubblicato nel Midwest americano dal 1895 al 1922.

La rivista si è infatti ritagliata una posizione unica all’interno dell’editoria della sinistra americana. E’ la più aperta alle nuove istanze politiche del periodo come il voto alle donne e si scaglia violentemente contro i tradizionali magazine di sinistra come The New Republic, accusato, come avviene tipicamente a sinistra, di essere troppo poco radicale.
Anche se la nascita della rivista coincide con l’esplosione del modernismo The Masses pubblica per la maggior parte delle opere d’arte realistiche che in seguito sono state classificate nella Scuola degli Ashcan. Art Young, che è membro del comitato editoriale della rivista fin dal primo numero è infatti accreditato come il primo ad usare il termine ash can art nel 1916.
Questi artisti tentano di registrare la vita reale creando immagini vere per catturare la sensazione di uno schizzo rapido fatto sul posto e dare una risposta non mediata a ciò che vedono.

John French Sloan, Autoritrato
Gli artisti e gli amici della scuola di Ashcan al John Franklin Sloan’s Philadelphia Studio, 1898

Questo stile di illustrazione divenne meno tipico della rivista dopo lo sciopero del 1916 che nacque in risposta al sempre maggior controllo che Max Eastman vuole mantenere su ciò che viene pubblicato.
Mentre la maggior parte del comitato editoriale sostiene Eastman, alcuni membri dello staff sono contrari a quello che viene visto come il tentativo di Eastman di trasformare The Masses in una rivista personale anziché in un magazine cooperativo.
Lo sciopero, che avviene in piena escalation della prima guerra mondiale, porta all’uscita di John French Sloan, Maurice Becker, Alice Beach Winter e Charles Winter nel 1916.
Durante gli ultimi anni di vita, la rivista si è avvicinata al modernismo. Invece di presentare disegni realistici creati a pastello come tradizione, su The Masses compaiono ragazze spesso vestite con abiti moderni che incarnano appunto il nuovo stile modernista.

The Masses – 1916
The Masses – 1916
The Masses – 1916
The Masses – 1917

Oltre alle opere realistiche e moderniste, la rivista era anche nota per le sue numerose vignette politiche. Art Young è forse il più famoso per questi insieme a Robert Minor.

Art Young – The Masses, 1912-1918
Art Young – The Masses, 1912-1918

Le vignette, specialmente quelle di Young and Minor, erano a volte piuttosto controverse e, dopo che gli Stati Uniti entrarono nella prima guerra mondiale, si schierarono ancora più violentemente contro la guerra.
Grandissima importanza ebbero inoltre i disegni e le copertine disegnate da John Sloan sulla classe operaia, sugli immigrati e sui diritti dei lavoratori.

John Sloan
John Sloan

Il lavoro di Alice Beach Winter enfatizzano invece il lato femminista con lavori sulla maternità e sulla condizione dei bambini lavoratori.
Molte delle illustrazioni di The Masses hanno fatto da sprone feroce al dibattito politico americano sempre con un’attenzione maniacale da parte di Max Eastman al valore estetico e artistico della grafica… ma questo, come si dice in questi casi, lo scoprirete nella prossima puntata..

PUSS magazine, la rivista più cattiva della Svezia anni Settanta

Quando si parla di controcultura e soprattutto di editoria underground, il rischio che si corre è quello di ridurre il fenomeno ad ambiti territoriali ristretti e più facilmente riconoscibili come la California della psichedelia o la Swingin’ London di IT e OZ magazine.
Errore!
L’editoria underground riuscì infatti a diventare un fenomeno più o meno globale raggiungendo sia l’estremo Oriente di cui casomai parleremo un’altra volta, sia i paesi del Sudamerica che la Scandinavia.
Proprio del Nord Europa ed in particolare della Svezia parleremo oggi fra personaggi e riviste, come sempre del resto.
Una di queste personalità fuori controllo è stata senz’altro quella di Lars Hillersberg, artista, fumettista e politico svedese che molto spesso, nel corso della sua lunga carriera, ha fatto esplodere polemiche e dibattiti.
Hillersberg è la definizione vivente del concetto di agitatore culturale.
Studia alla Stockholm Art Academy nel 1961-1966 ed inizia a disegnare i suoi primi lavori sulla rivista Konstrevy.

KONSTREVY N. 1 – 1963

E’ però il 1968 l’anno decisivo, quando fonda la rivista satirica PUSS magazine insieme al fotografo Carl Johan De Geer e Lena Svedberg a cui poi si aggiunsero Karin Frostenon, Ulf Rahmberg, Leif Katz e quello che veniva definito il corrispondente dagli Stati Uniti, ovvero Oyvind Fahlstrom.

Da sinistra Lars Hillersberg, Lena Svedberg e Carl Johan De Geer

PUSS è stata una vera e propria produzione seriale di provocazioni, satira e attacchi al potere, in qualsiasi forma esso si mostrasse.
Ispirato alle riviste satiriche europee come Masacré in Francia e Simplicissimus in Germania che tanto successo avevano avuto nei primi anni del Novecento, PUSS magazine è uscito dal 1968 al 1974per 24 numeri complessivi.

Cover illustrata da Thomas Theodor Heine Simplicissimus magazine – 1910

Sfogliare PUSS magazine era come assistere ad un’esplosione continua di corpi più o meno vestiti e bandiere di ogni colore e appartenenza prese come obiettivo di caricature, prese in giro e attacchi feroci di sarcasmo che contribuirono in breve tempo ad attirare le ire sia dei partiti di destra che di sinistra svedesi.

PUSS magazine – Nr 4 1968

La rivista, come detto, ha cessato la pubblicazione nel 1974 e Hillersberg ha lanciato la rivista Gatskrikan. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, Hillersberg attirò alcune caricature controverse in cui criticava Israele, il che provocò qualche dubbio sul fatto che lo stesso Hillersberg fosse antisemita o meno.

Progressivo e rivoluzionario sia per quanto riguarda lo scenario politico del tempo che per quanto riguarda tutti gli ambiti della sfera sessuale, PUSS magazine si è più volte scagliato con veemenza contro la politica degli Stati Uniti definita sempre una potenza coloniale e guerrafondaia ma, allo stesso tempo, ha comunque bombardato la sinistra ed il suo essere vicina al potere e mai abbastanza radicale.
Utilissimo il lavoro di Öyvind Fahlström che da New York regalava approfondimenti sulla scena underground americana attraverso le riviste del periodo.
Oltre a Hillersberg, l’altro grande artista che lavorava a PUSS magazine era Lena Svedberg.

Disegnatrice ossessiva, i suoi lavori divennero con il tempo sempre più inquietanti fino a ostacolare il suo successo nel mondo dell’arte che lei per prima cercava ostinatamente di evitare.
I suoi disegni venivano pubblicati e perciò visibili solo su Puss magazine e da qui riuscì ad influenzare la scena politica svedese underground criticando la società dei consumi che veniva resa attraverso varie personalità dipinte con corpi grassi, flaccidi e in decomposizione.
Sofferente di anoressia nervosa, morì suicida gettandosi da una finestra nel 1972, a soli 26 anni.
Su di lei è stato prodotto il documentario dal titolo I Remember Lena Svedberg, un tributo magistrale e malinconico a questa bellissima musa dagli occhi tristi.

I remember Lena Svedberg, Carl Johan De Geer –  2000

Proprio Carl Johan De Geer, artista e fotografo svedese era l’altra figura di spicco della scena underground degli anni ’60 a Stoccolma.
Nato nel 1938, e cresciuto in una tenuta di campagna con i suoi nonni, De Geer  e ha frequentato la scuola d’arte alla fine degli anni Cinquanta quando inizia a scattare fotografie con la sua Leica M4.

Carl Johan De Geer

La fotografia di De Geer è testimonianza visiva di un’epoca di sconvolgimenti sociali e culturali in una Svezia conservatrice.
De Geer divenne famoso non solo come fotografo, ma come cineasta, autore di serigrafia, pittore e illustratore, romanziere e modellista tessile.
Dopo l’esperienza di PUSS magazine e diGatskrikan, per i successivi anni, Hillersberg ha continuato a creare fumetti politici e altre opere d’arte che hanno attirato dure critiche, con alcuni controversi dibattiti soprattutto su Israele che gli hanno anche causato l’accusa di essere antisemita.
Lars Hillersberg è morto nel 2004.

Con Metropoli, la rivista delle Autonomie, lo stile tipografico svizzero entra nella grafica underground ed il risultato è splendido

Uno degli aspetti più interessanti dello studio dell’editoria indipendente, o come forse è meglio definirla, underground sta anche nel fatto che attraverso queste pagine oramai ingiallite si possono rintracciare i percorsi stilistici, le tendenze estetiche, lo sviluppo della tipografia e del design editoriale che hanno caratterizzato il Novecento.
Esistono infatti alcuni casi in cui il basso e l’alto si incontrano. A volte perché le tendenze underground vengono introiettate nell’estetica mainstream ed utilizzate quindi per veicolare messaggi e contenuti diametralmente opposti rispetto all’origine libertaria per cui sono nate.
Ed esistono casi in cui invece è l’editoria underground che, fattasi organizzata e strutturata, sceglie di adottare soluzioni definite da stili e generi tipografici nati da designer ed esperti della comunicazione visuale, distanti anni luce dal mondo e dai prodotti nati dal basso.
Uno di questi casi, dove l’underground assume un aspetto mainstream, o per lo meno lo ricerca, è senz’altro quello della rivista mensile Metropoli: l’autonomia possibile edita da La Cooperativa Linea di Condotta e uscita dal 1979 al 1981 per un totale di 7 numeri.

Dietro a Metropoli, come si legge nel primo editoriale, c’era un collettivo di compagni che ha attraversato il ’68, l’autunno caldo delle lotte di fabbrica; poi l’esperienza di Potere operaio, l’area dell’autonomia e dintorni e successivamente il movimento del ’77 ed in particolare la sua ala beffarda e creativa.
Fin dal suo arrivo nelle edicole nel 1979, Metropoli vendette subito moltissimo anche per la risonanza che ebbero vari arresti dei suoi redattori nel periodo di gestazione dei primi numeri.
Si tratta di una rivista che dal punto di vista dei contenuti si rifà ai temi cari al mondo dell’autonomia operaia, ma credo che l’aspetto più importante sia quello che riguarda il design di questa splendida rivista.

Metropoli era sì una rivista di battaglia, ma con un design elegante e ricercato, molto pulito e rigoroso, in netta discontinuità da quanto prodotto fino a pochi anni prima dalla controcultura italiana.
Altro elemento che fa di Metropoli un gioiello grafico del periodo è il supplemento Pre-print che uscì in 7 numeri.
Graficamente assai interessante, Pre-print si presentava con un formato oblungo diverso da quello dei fascicoli di Metropoli con copertine sempre con solo alcuni dettagli cromatici diversi da numero a numero.

In Metropoli colpisce subito il prezioso aspetto grafico tutto giocato sul rosso e il nero contro il bianco della carta, con importanti contributi iconografici quali le quarte di copertina  illustrate da Ronchetti ed i cartoons nelle pagine di Mario Dalmaviva oppure le fotografie di Roberto Cavallini.
Oltre a tutto ciò, rimane splendido l’utilizzo del graphic novel come forma di narrazione del contemporaneo di cui l’esempio di Beppe Madaudo e Melville sull’affare Moro resta ancora oggi di splendida fattura.

La bellezza di Metropoli sta nel suo riprendere le linee guida del cosiddetto Stile tipografico svizzero e farle proprie, declinandole nel proprio stile e linguaggio visivo fatto di rosso e nero, di testo lineare ed estrema pulizia visiva, di saggio utilizzo dello spazio e delle parti grafiche con una tipografia lucida, chiara e democratica così come indicato proprio dai maestri svizzeri del design editoriale del periodo.
Questo è quindi un esempio centrale di come l’editoria underground, o indipendente in questo caso, si compenetri con gli stili grafici più alti, con riferimenti teorici e sappia testimoniare ancora una volta quale sia la sa importanza non solo come testimonianza storia, ma soprattutto come dimostrazione della dialettica che anche nel gusto estetico è sempre viva e vibrante fra il mondo mainstream e quello underground.

10 anni del magazine Nobrow disegnati in un volume celebrativo

I compleanno e le celebrazioni sono quasi sempre un buon momento per tirare le somme e fare il punto della situazione, per guardarsi indietro e soprattutto per vedere come disegnare il futuro davanti a noi.
Questo è un pò quello che hanno fatto i ragazzi di Nobrow.
Infatti Nobrow è nato alla fine del 2008 come lo sforzo congiunto di due amici: Sam Arthur e Alex Spiro e fin dalla sua nascita ha cercato di supportare e spingere il design e la grafica indipendente, tutto condito da una sana e genuina coscienza ambientale.
Uno sforzo costante di ricerca di nuovi talenti per diffondere ad un pubblico più vasto una cultura grafica che non sia schiacciata dal mondo mainstream e che riporti alla luce anche artisti e sperimentatori del passato.
Con e per Nobrow hanno lavorato alcuni dei migliori artisti e designer internazionali portando il duo iniziale ad essere oggi una squadra di oltre 14 persone che lavorano ogni giorno per offrire libri e prodotti di grande qualità.
A distanza di 10 anni – il volume è uscito alla fine del 2018 – ecco festeggiare questo glorioso traguardo proprio con un bel volume dal titolo “Nobrow 10: Studio Dreams”.
Si tratta di una versione deluxe dell’omonima rivista in cui incontrare ben 70 artisti che si cimentano con il tema dato e cioè appunto “Studio Dreams”.
Artisti di fama mondiale come la nostra Olimpia Zagnoli, Jamie Jones, Lisk Feng, Molly Mendoza e molti, molti altri si sonomessi a disposizione di questo decennale per creare i loro spazi da sogno – qualsiasi cosa questo voglia significare – in questo numero che non è altro che un’esclusiva vetrina internazionale contenente oltre 100 pagine di bellissime illustrazioni.


Yarrowstalks, ovvero il magazine che lanciò il padre del fumetto underground

Yarrowstalks No. 3 1967

Per gli appassionati di underground comics – di fumetto underground – e della storia dei suoi padri fondatori, risulta evidente come un ruolo centrale sia rivestito da Robert Crumb e da tutta la sua sterminata e tumultuosa produzione editoriale.
Uno degli aspetti che da sempre mi affascina nei miei studi e nelle mie ricerche è quello di scoprire dove e come personaggi leggendari come Crumb, abbiano mosso i loro primi passi, quali sono state le strade che hanno percorso nei loro primi passi.
In questo caso la ricerca mi ha portato a conoscere una rivista che non conoscevo dal titolo Yarrowstalks, un giornale underground – in seguito divenuto rivista – con sede principalmente a Philadelphia in Pennsylvania, che ha pubblicato 12 numeri dal 1967 al 1975.
Il nome Yarrowstalks deriva dagli studi su una pianta chiamata Achillea millefolium – in inglese chiamata appunto Yarrow – che non è altro che l’italiana Millefoglie e che nella tradizione orientale viene usata per la consultazione dell’I Ching attraverso appunto gli steli di Achillea Millefoglie. Questo è il metodo più antico, dopo la consultazione dell’I Ching effettuata esponendo i gusci di tartaruga al fuoco ed osservandone le screpolature.
Questo magazine non ha avuto in effetti moltissima diffusione e – sia pure abbia attraversato tutto il periodo più esplosivo dell’underground press – non ha lasciato molte tracce di se. È infatti noto soprattutto per essere stato il primo magazine a pubblicare i lavori di Robert Crumb.
A differenza di molti giornali underground del periodo, Yarrowstalks non era esplicitamente politico ne trattava dei temi cult quali il sesso, le droghe o la musica psichedelica.
Come il ben più famoso San Francisco Oracle, Yarrowstalks cercava invece di diffondere la poesia, la spiritualità e i vari punti di contatto con il design psichedelico allora in fase esplosiva, riflettendo e dando forma alla comunità controculturale di Philadelphia.
Uno degli aspetti più importanti di Yarrowstalks era infatti la sua cura grafica e le sperimentazioni in questo senso erano molte. Prima fra tutti il suo uso innovativo del colore, del design grafico e della nuova tecnica di stampa offset.
Oltre a Crumb, hanno collaborato con Yarrowstalks molti altri esponenti di spicco della controcultura fra cui ricordo Timothy Leary e l’editore Zahn.
E’ proprio Brian Zahn che ha l’idea di pubblicare il 5 maggio 1967 questa rivista e – non appena conosce i lavori del concittadino Crumb – lo invita a entrare nel gruppo di lavoro.
Yarrowstalks pubblicò cinque numeri, essenzialmente mensili, nel 1967.
Dal quarto numero, alla fine del 1967, Zahn si trasferisce a Londra e deve prendersi una pausa a causa dei suoi continui viaggi in India.
Il discreto successo del numero 3 di Yarrowstalks – dove Crumb esordisce -lo convince definitivamente a pubblicare i suoi lavori fino a cui fino ad allpora non dava credito e importanza.

Yarrowstalks No. 2 1967
Yarrowstalks No. 2 1967
Yarrowstalks No. 2 1967
Yarrowstalks No. 3 1967
Yarrowstalks No. 5 1967
Yarrowstalks No. 5 1967

Nonostante l’esplosione di Crumb e dei suoi primi numeri di Zap Comix, rimase un collaboratore di Yarrowstalks fino al termine delle pubblicazioni nel 1975.
Il n.6 di Yarrowstalks – che arrivò alla ragguardevole cifra di 10.000 copie – uscì nel dicembre del 1968, dopo un intero anno di silenzio con Zahn tornato a Filadelfia ma, a causa di problemi economici relativi ai costi di stampa, il numero 7 non è stato pubblicato fino al 1970, addirittura da Copenhagen.
Con il numero 8 – anche questo arrivato dopo una pausa di due anni – la pubblicazione è diventata in formato tabloid con l’editore che è tornato nuovamente a Filadelfia.
Il numero 9 è del giugno del 1973 mentre il 10 del 1974.
I due numeri finali di Yarrowstalks apparvero nel 1975 e decretarono la chiusura del progetto editoriale.
Un fantomatico numero 13 di Yarrowstalks è stato ufficialmente e più volte pianificato ma non ha mai visto la luce.

Tutti i contributi di Crumb a Yarrowstalks sono raccolti nel volume The Complete Crumb Comics # 4: Mr. Sixties!

The Complete Crumb Comics Vol. 4: Mr. Sixties!

“Peace News” è uno dei semi da cui sono nate le riviste underground degli anni Sessanta

Uno degli aspetti che studiando la controcultura e nello specifico i suoi terminali cartacei come magazines, newspaper, poster e simili, è il continuo rimando ad esperienze precedenti, come un flusso continuo e interminabile fra realtà, situazioni, idee e rivendicazioni anche a prima vista molto distanti tra loro.
La storia che vi racconto oggi riguarda infatti una delle prime riviste underground nate in Inghilterra negli anni Trenta e che ha come tema il pacifismo, si tratta di “Peace News”, rivista pacifista pubblicata per la prima volta il 6 giugno 1936.
Peace News fu ideato da Humphrey Moore che nel 1933 era il direttore delle pubblicazioni dell’organizzazione pacifista National Peace Council.
Moore e sua moglie Kathleen – che ricopriva il ruolo che oggi si definirebbe di business manager – hanno lanciato Peace News con un numero di prova gratuito nel giugno 1936 attivando una distribuzione poco organizzata fra simpatizzanti e amici ma attirando rapidamente l’attenzione di gran parte degli attivisti di tutta la Gran Bretagna.
Nel giro di sei settimane Dick Sheppard, fondatore della Peace Pledge Union, propose a Moore che Peace News diventasse il documento del PPU che tra i suoi sponsor annoverava personalità di spicco quali Aldous HuxleyBertrand Russell.
Peace News voleva essere di più di un semplice bollettino per gli iscritti, voleva diventare un riferimento popolare a cadenza settimanale con uno stile editoriale molto più vicino ad un quotidiano.
Dalla prima tiratura di 1.500 copie, le dimensioni crebbero rapidamente proporzionalmente al timore per la minaccia di guerra imminente portando Peace News a tirare fino a 35-40.000 alla fine degli anni ’30.
La vita dell’organizzazione e di conseguenza della rivista subisce scossoni traumatici durante il periodo nazista con accuse di vicinanza alle istanze tedesche e vari simpatizzanti che si avvicinarono al nazismo rinnegando perciò le idee fondanti del progetto.
Tra il settembre del 1939 e il maggio 1940 ci furono infatti richieste in parlamento per la messa al bando del giornale e molti intellettuali smisero di collaborare con Peace News ma grazie al tipografo Eric Gill, Moore ha continuato a pubblicare Peace News e ad organizzare la distribuzione in tutto il Regno Unito.
Un discorso a parte meriterebbe la figura proprio di Gill, tipografo, incisore e figura assai controversa, con i suoi oscuri e estremisti punti di vista religiosi fortemente in contrasto con quella che era la sua produzione libraria in tema sessuale tra cui le sue moltissime opere dedicate al tema dell’arte erotica e soprattutto le accuse su di lui di abuso sessuale nei confronti delle sue figlie e delle sue sorelle.

Eric Gill (22 February 1882 – 17 November 1940)

La Seconda Guerra Mondiale ha visto una considerevole diminuzione della circolazione, per diverse ragioni, tra cui le diverse risposte dei pacifisti alla guerra e il rifiuto di stampanti ed edicole di diffondere il controverso giornale.
Peace News comunque sopravvive grazie soprattutto ai venditori ambulanti che sostengono il progetto.
A partire dal 1948 circa Peace News inizia a far circolare le idee gandhiane di resistenza non violenta.

1961

Nel frattempo dal 1955 il nuovo direttore diventa Hugh Brock, obiettore di coscienza durante la Seconda Guerra Mondiale e attivissimo sostenitore di manifestazioni, sit-in e altri tipi di azioni non violente soprattutto contro la proliferazione delle armi nucleari.

Nel 1962 però viene diffusa una versione simile ma curiosamente diversa di Peace News basata dal titolo Peace News Story a cura di Margaret Tims e ha un tono diverso e molto più schietto.
La Tims mostra come dall’esplosione delle prime bombe atomiche nel 1945, Peace News abbia contribuito a creare un nuovo movimento contro la guerra nucleare basato sull’idea di resistenza disarmata alla tirannia.
Siamo quindi pronti per la nascita di un’editoria underground meno estemporanea e ben più organizzata sia nella produzione che nella distribuzione.
Un editoria capace di arrivare ovunque con messaggi molto più chiari e diffusi in una società che dimostra sempre più di essere affamata di cambiamenti.

1968
1972
1972
1973
1974

Negli anni Peace News ha continuato le sue battaglie contro la violenza e la guerra supportando i movimenti degli anni Sessanta e Settanta.
Nel 1971 aggiunse alla sua testata le parole per la rivoluzione nonviolenta ma, anche a causa di difficoltà finanziarie, la pubblicazione è stata sospesa alla fine del 1987 con l’intenzione di rilanciare dopo un periodo di ripensamenti e di pianificazione.
Nel maggio 1989 il giornale riprende la pubblicazione con un durissimo attacco nei confronti degli stati interessati dalla guerra del Golfo in Iraq.
Nel 2005 Peace News diventa un mensile indipendente in formato tabloid.

1978
1980
1980
1982
1987

Oggi Peace News continua a essere pubblicata in formato stampa tabloid e come sito web da Peace News Ltd.
I suoi obiettivi editoriali sono rimasti coerenti e rimangono quelli di sostenere e collegare i movimenti nonviolenti e antimilitaristi di tutto il mondo, fornire uno spazio di discussione per tali movimenti in modo da sviluppare prospettive comuni, promuovere analisi e strategie nonviolente, antimilitariste e pacifiste e stimolare le popolazioni a pensare alle implicazioni rivoluzionarie della nonviolenza.

Novembre 2018
Gennaio 2019

Per tutta la sua esistenza – che continua oggi – Peace News non dimostrò mai un’attenzione particolare alla veste grafica.
Le principali differenze tra i primi numeri e gli ultimi sono essenzialmente tecnologiche – nel 1962 c’erano poster a colori e in altri numeri anche adesivi o spillette, ma non si è mai davvero trattato di una cura particolare per il design editoriale.
Il magazine è da sempre concentrato sui contenuti come nella tradizione dei bollettini e da qui non si è mai discostato.
La sua importanza risiede nel documentare tutte le maggiori campagne antimilitari e pacifiste del XX secolo e – nel secondo dopoguerra – nell’aver creato il terreno per i movimenti controculturali in arrivo un pò in tutto il mondo.

Le riviste degli Young Lords: un universo mai esplorato

Negli anni ’50, una serie di gruppi etnici risiedevano nell’area del Lincoln Park e all’inizio degli anni ’60 una consistente comunità portoricana si stabilì intorno ai confini sud-occidentali dello stesso quartiere.
In quel momento, Orlando Davila formò il gruppo The Young Lords per contrastare la crescente ondata di razzismo e violenza contro la comunità portoricana da parte di altre bande giovanili.
Nel 1964, Jose (Cha-Cha) Jimenez assunse la guida degli Young Lords.

José (Cha-Cha) Jiménez

Alla fine degli anni ’60 gli Young Lords diressero le loro attività verso le problematiche sociali ed economiche che erano quelle più sentite dalla comunità portoricana di Lincoln Park.
E’ innegabile che tutti i movimenti, e così anche quello degli YL hanno subito molto l’influenza estetica e politica del Black Panther Party (BPP) e della grafica del loro artista di riferimento Emory Douglas, rafforzando anche in loro l’esigenza di dotarsi di magazine, fogli, quotidiani e tutto quanto fosse cartaceo e comunicativo.
Le loro tattiche di attivismo erano audaci e sempre sorprendenti per il periodo ed includevano una miscela di proteste di strada, di occupazioni di edifici e di distribuzione di cibo. Questo loro mix esplosivo di creatività politica colpì rapidamente l’attenzione dei media.
Molta importanza nello sviluppo e nella diffusione del movimento ebbero come sempre le varie riviste pubblicate dall’organizzazione che documentano alla perfezione le loro preoccupazioni e le loro attività.
La Young Lords Organization inizia a pubblicare il proprio giornale, “Y.LO.“, il 19 marzo 1969 come pubblicazione mensile di 12 pagine di articoli, opere d’arte e fotografie, in inglese e spagnolo.
Il contenuto riguarda una varietà di locali, nazionali e lotte internazionali: dalle campagne di quartiere per i diritti alla casa ai
movimenti rivoluzionari armati.

Y.L.O., vol. 1, no. 1
1969
Y.L.O., vol. 1, no. 1

Il secondo numero appare già più strutturato e graficamente ricercato con uso maggiore di illustrazioni e un’impaginazione meno confusa.

Y.L.O., vol. 1, no. 2
1969

Gli YL usavano il giornale per coltivare un’immagine di se stessi come un gruppo profondamente influenzato dalla cultura portoricana.

Y.L.O., vol. 2, no. 6
1970

Dal 1970, a dimostrazione della maggior strutturazione del gruppo e della sempre più viva attenzione all’editoria ed alla comunicazione, gli YL iniziano a pubblicare anche una newsletter ciclostilata intitolata “Palante: Latin Revolutionary News Service” che rimanda molto da vicino al Liberation News Service LNS già strutturato dall’editoria underground più vicina al movimento hippie.
A partire dal maggio del 1970, Palante divenne un quotidiano a cadenza bisettimanale.

Vol. 2, No. 2,
1970
Vol.2, n.7
1970
Vol.2, n.17
1970
Vol.2, n.4
1970

“Palante”, dopo i primi numeri molto semplici e schematici, diventa con il tempo molto interessante dal punto di visto grafico e tipografico visto che molti degli associati ai Young Lords erano artisti ed iniziarono a decorare vivacemente le pagine del giornale.
Il lavoro svolto per produrre e distribuire questi giornali era considerato indispensabile per lo sviluppo intellettuale e politico dell’organizzazione e dei suoi attivisti.
I giornali erano visti come un strumento educativo, il mezzo principale attraverso il quale coinvolgere le persone innalzando il loro livello di coscienza di classe e guadagnando nuovi simpatizzanti e proprio per questo ne furono prodotti un numero veramente considerevole visti i mezzi a disposizione.
L’editoria underground resto dunque uno degli strumenti migliori per conoscere la storia dei movimenti, delle persone e delle rivendicazioni che nel tempo le società hanno fatto emergere dovunque vi fossero diritti negati, voglia di libertà e rivendicazione di nuovi stili di vita.

Vol.2, n.7
1970
1970

Jauna Gaita è una rivista lettone che dal 1955 crea delle copertine senza tempo

Che bellezza trovare continuamente perle e piccoli gioielli sparsi qua e la nel mondo.. oggi è il turno di una chicca scovata in Lettonia e che sinceramente mi ha colito molto per il suo essere senza tempo.
Jauna Gaita
o The New Course per dirlo in inglese, è una rivista letteraria lettone con sede in Canada, pubblicata a partire dal 1955 da un gruppo di letterati lettoni in esilio.

n.1 – 1955
n. 57 – 1966
n.72 – 1969
n.106 – 1975

Il magazine fu lanciato da un gruppo di intellettuali lettoni esiliati all’estero per promuovere la sopravvivenza della lingua e della letteratura lettoni allora a rischio sparizione in favore del russo ma con il passare degli anni ha acquisito un ruolo significativo nella storia della grafica e del design internazionale e con l’autonomia della Lettonia è rimasto un punto di riferimento per la letteratura ed il design del piccolo stato.
Il design di copertina di questa interessante rivista è infatti decisamente moderno e accattivante con una grafica e dei colori sempre audaci ed ancora oggi modernissimi.
Le copertine sono infatti una miniera infinita di ispirazione per i cultori della grafica editoriale e del cover design e i riferimenti a questi lavori sono rintracciabili in alcuni dei graphic designer che oggi vengono considerati dei mostri sacri, uno per tutti potrebbe essere Scott Hansen, forse ai più conosciuto con il nome da musicista, Thyco, o come grafico con il suo progetto ISO50.

 

Un elenco corposissimo di copertine sperimentali con elementi che rimandano alla tradizione nazionale lettone e attentissime al bilanciamento modenista tra creatività pseudo-amatoriale e alta professionalità.
E’ questo infatti un carattere di Jauna Gaita che mi ha colpito, il suo non essere affatto un magazine di grafica, il suo non appartenere al settore del design ma di sperimentare e ricercare novità stilistiche in maniera del tutto amatoriale.
Il magazine è ancora attivo e potete acquistarlo, e ammirarlo, QUI, sempre che conosciate il lettone..

n.138-139 – 197?
n.142 – 19??
n.128 – 1980
n.58 – 1966
n.200 – 1995

Pigiama Magazine, un progetto editoriale che rimette l’approccio underground al centro di tutto

Ci sono poche cose che mi rendono felice quanto scartare i pacchi non di Natale ma dei vari corrieri o anche del servizio postale.
Se escludo il caso in cui la sorpresa sia una multa, il resto è sempre più spesso una meraviglia di carta, un progetto realizzato o un’idea abbozzata su cui poi fare qualche riflessione, sfogliare piano piano, leggere con la curiosità che muove le mani e inevitabilmente andare a cercare i più ed i meno chiaramente individuati in base ai miei gusti.
Quello arrivato pochi giorni fa è un pacco speciale, atteso e finalmente giunto a destinazione e contiene il lavoro di Federica Scandolo, communication e graphic designer con sede a Padova, che porta avanti con testarda fierezza e battagliero spirito underground il suo bel progetto di rivista dal titolo “Pigiama Magazine“.

Femminismo sui generis, fantastici distributori automatici d’arte nel reportage da Berlino, servizi fotografici abrasivi nella loro critica dello stile mainstream e totale ricerca e approfondimento.
Sono questi alcuni tratti del progetto che ne fanno un bel progetto, che come detto è ricco di contenuti e totalmente dedito alla sperimentazione in puro stile underground.
Già Underground, un termine che spesso viene associato ai tempi che furono, soppiantato da un ben più cool Indipendente  che oramai ha rotto gli argini abbattendo ahimé i confini del significato e perdendosi in un mare di tutto e niente anche contro quello che sarebbe il senso primario del termine.
Pigiama Magazine è underground, lo è come detto nei contenuti e lo è, forse ancora di più, nella forma, nello stile e nell’uso degli spazi, della grafica e della tipografia.
Emerge chiaro l’amore per un periodo storico ben preciso, quegli anni Novanta pre internet in cui ancora la carta aveva un suo ruolo predominante e questo lo si vede anche nella breve ma interessante intervista a David Carson, forse uno degli ultimi grafici in grado di determinare uno strappo formale nella grafica editoriale con i suoi lavori sul lettering anche e soprattutto in ambito musicale.

Non c’è molto da aggiungere. Il progetto di Federica è destinato a chi ha il fuoco sacro della curiosità, a coloro i quali credono ancora nella possibilità di intraprendere strade parallele, poco percorse e solitamente problematiche e, anche per questo, va spinto e diffuso anche solo per dimostrare che ancora oggi, nell’epoca del tutto e subito, del tutto disponibile e del tutto facile, sporcarsi le mani ed inventare il nuovo resta pur sempre la cosa più bella e divertente del mondo.
Mi piace chiudere questo pezzo con una citazione presa proprio da Pigiama Magazine dove si legge che “L’omologazione porta solo a mode effimere che, per quanto diventino fenomeni sociali nello sbocciare, alla fine appassiscono all’ombra“.

Pigiama Magazine e le altre idee e progetti di Federica Scandolo potete trovarli direttamente sul sito Pigiama Magazine.

Una rivista interamente dedicata ai profumi fatta di interviste, classifiche e recensioni

Nez, ovvero naso in francese, è la prima rivista interamente dedicata all’olfatto e alla fragranza e nasce nel 2016 dalla collaborazione tra la rivista online Auparfum e la casa editrice Le Contrepoint.

NEZ #1 La revue olfactive
2016
NEZ #1 La revue olfactive 2016

Auperfum è una realtà fondata nel 2007 e gradualmente diventa il sito di riferimento per gli amanti dei profumi con spazio ai critici, alle ultime notizie, e ad interviste che portano il sito ad avere ogni mese più di 120.000 lettori (!).
Auparfum ha aperto la strada ad un nuovo approccio al tema del profumo come visto adesso come arte in sé con proprie recensioni, interviste e focus sui creatori, assimilabile ad altre arti come il cinema, la musica o la letteratura.

NEZ #2 La revue olfactive
2016
NEZ #2 La revue olfactive
2016

La casa editrice Le Contrepoint produce invece da sempre libri spregiudicati e audaci per dare al lettore un’esperienza sempre originale ma con una costante attenzione anche ai costi.
Nez, arrivata oramai al numero 6, si pone l’obiettivo di educare ad un uso consapevole dell’olfatto al fine di  di usare le tue narici per capire il mondo intorno a te.
Nez cerca di esplorare, decodificare, spiegare il senso dell’olfatto attraverso l’utilizzo di sondaggi, incontri, fotografie, illustrazioni… viene data la parola alla scienza, alla storia, alla letteratura e all’arte.
Una collaborazione Auparfum / Contrappunto
Questo progetto è il risultato della collaborazione tra la rivista online Auparfum.com e l’editore Le Contrepoint.

 

Chi ha vinto gli STACK Awards 2018, i premi per i migliori magazine internazionali?

Ed eccoci dunque, come ogni anno, a discutere sugli Stack Awards, i premi organizzati da STACK, il sito inglese specializzato in magazine indipendenti che da anni riunisce tutto o quasi il meglio di questo settore distribuendo premi e segnalazioni che solitamente descrivono perfettamente ciò che nell’anno si è distinto fra una produzione sempre più ampia e diversificata.

Partiamo subito dal premio di Magazine of the Year 2018 andato a Good Trouble, un bellissimo magazine, protesi cartacea dell’interessantissimo sito, guidato dall’ex editor di Dazed & Confused, Rod Stanley.
Progettata da Richard Turley, un giornale di 12 pagine di dimensioni di un foglio di calcolo sull’unione tra creatività e protesta. Trouble celebra con coraggio, grande competenza e ricerca di analisi approfondite la cultura della resistenza pubblicando storie che uniscono l’arte e la cultura con la politica e la protesta.
Bravi Bravi!

Per la categoria Launch of the Year, il premio è andato a Suspiria del team di Studi Fax di cui abbiamo già scritto QUI.
Un progetto coraggioso sul tema della paura realizzato con cura e originalità e che è riuscito a superare addirittura un peso massimo come Eye on Design il magazine di AIGA.
Ottima menzione per i nostro Archivio Magazine di cui però parleremo in seguito..

Il premio di miglior Editor of the Year se lo aggiudica The Skirt Chronicles, rivista con base a Parigi fondata da Sarah de Mavaleix, Sofia Nebiolo e Haydée Touitou come piattaforma collaborativa con l’ambizione di creare una comunità che celebri diverse culture e generazioni. È una pubblicazione fondata da donne che vuole riflettere sulla condizione femminile ma senza escludere dal dibattito.
Quello per il miglior Art Director of the Year va invece a Anxy che vi ho presentato QUI e QUI e che bissa il successo, sia pur in categorie diverse, del 2017.

The Skirt Chronicles vol.3
Anxy No. 4

In entrambi i casi va sottolineato come le giurie hanno segnalato però anche, come prodotto d’eccellenza, uno dei magazine che amo di più e di cui vi ho scritto QUI e cioè Migrant Journal.

Uno dei premi su cui ho da sempre molta curiosità vista l’estrema voglia di sperimentale e l’originalità che i magazine indipendenti mostrano sempre è quello relativo allaCover of the Year che quest’anno se lo aggiudica Eye on Design con il suo occhio composto da testo e profondità.
Quest’anno doveva essere l’anno proprio degli occhi se andiamo a vedere anche la cover di Printed Pages, il magazine del sito It’s Nice That che a mio avviso poteva tranquillamente essere l’altro candidato alla vittoria finale.

Eye on Design magazine – n.02 “Psych”
Printed Pages n.15

Ma arriviamo al ritrovato orgoglio nazionale con il premio ad un magazine tutto italiano che abbiamo segnalato QUI e che vince la categoria Best Use of Photography 2018 battendo Der Greif e Justified, due gran bei progetti.
Complimenti ad Archivio per un progetto interessantissimo e davvero ben realizzato che meritatamente si è imposto all’attenzione non solo italiana ma internazionale.
Aspettiamo il numero del 2019 a questo punto…

Archivio n.1 – The challenge issue
Archivio n.2 – The crime and <power issue

Per il Best Use of Illustration si impone ancora Anxy con la menzione speciale di A Profound Waste of Time che sinceramente io avrei premiato, mi piace un sacco…

A Profound Waste of Time n.1

Per gli altri premi vi rimando direttamente al sito ufficiale di STACK con tutti i vincitori e vi rimandiamo all’edizione 2019 che sarà un altro tuffo fra pagine, grafiche e idee..

La storia si Ver Sacrum, la rivista che ha ispirato gran parte della grafica psichedelica

Ver Sacrum” ovvero La primavera (o la sorgente) sacra in latino, è stata la rivista ufficiale della cosiddetta Secessione di Vienna dal 1898 al 1903. I suoi progressi nella progettazione grafica, tipografia e visuale costituiscono il modello per gran parte della stampa underground che negli anni Sessanta esploderà in tutto il mondo.
Questo rapporto privilegiato fra la Secessione e la grafica underground è da sempre poco studiato ma, a ben guardare, sta alla base di gran parte della poster art californiana dei Sixties e, più in generale, della grafica underground definita psichedelica che, oltre ai poster, investirà nei decenni successivi ogni tipo di prodotto a stampa come flyer e soprattutto riviste.

Il primo numero di “Ver Sacrum” fu pubblicato nel gennaio del 1898 e il suo arrivo venne annunciato nei principali quotidiani austriaci come un vero e proprio evento.
Per i primi due anni la rivista è stata pubblicata come mensile con ogni numero dedicato al lavoro di un artista in particolare chiamato a progettare la copertina. Nel 1898, il numero di luglio fu dedicato al designer liberty Alphonse Mucha, mentre il numero di dicembre fu illustrato dal pittore simbolista olandese Fernand Khnopff.

Per la copertina del primo numero, Alfred Roller ha fornito un’illustrazione di un albero in fiore con le radici che escono dal suo vaso contenitore. La metafora era appropriata: i Secessionisti si erano liberati dai confini del Kunstlerhaus – il circolo più conservatore degli artisti di Vienna – portando il loro messaggio modernista e utopico al grande pubblico.
Nel primo numero si legge: “Il nostro obiettivo è quello di risvegliare, incoraggiare e propagare la percezione artistica del nostro tempo… non conosciamo alcuna differenza tra” grande arte “e” arte intima “, tra arte per i ricchi e arte per i poveri. Ci siamo dedicati con tutto il nostro potere e le nostre speranze future, con tutto ciò che siamo alla Sacra Primavera “.

Il nome scelto per la rivista: Ver Sacrum – Sorgente sacra – è un riferimento classico alla secessione dei giovani dagli anziani per fondare una nuova società. Questa idea di gioventù come simbolo di ribellione e innovazione era il cuore stesso del movimento Jugendstil e rimanda con estrema forza e chiarezza al movimento della controcultura degli anni Sessanta che, proprio sui giovani, poggiava tutta la sua potenza rivoluzionaria.
L’uscita del primo numero non ebbe un’accoglienza entusiastica come ci si poteva aspettare perché pre-matura: erano trascorsi solo pochi mesi dall’apertura della Casa della Secessione di Joseph Olbrich e solo tre dalla loro prima esposizione pubblica. Tuttavia, questa prova generale servì per molte delle idee che sarebbero state sviluppate nelle loro mostre successive.
Ver Sacrum” fungeva da mostra essa stessa, usando le pagine bianche come muri in un museo.
Il principale progettista della rivista, Koloman Moser, ha affrontato il layout con grande creatività, modificandolo costantemente l’interno creando una bellissima armonia di testo e illustrazione. Quando la Secession House di Olbrich cominciò a contenere mostre, questo stesso approccio modulare alla disposizione delle immagini fu adottato da Olbrich attraverso l’uso unico di pareti mobili all’interno della struttura.
Sia nella sua armonia di testo e immagine che nella sua inclusione di molteplici forme d’arte, “Ver Sacrum” è una manifestazione delle idee del compositore Richard Wagner circa il suo concetto di opera d’arte totale.
La rivista in effetti è all’altezza di questo obiettivo, oltre alle belle arti e alle arti grafiche compaiono infatti altre e diverse forme artistiche quali la musica, la poesia ed il teatro. Le poesie di Rainer Maria Rilke sono apparse nei numeri del 1898 e del 1899, giustapposte ai meravigliosi bordi decorativi di Koloman Moser, mentre il numero del dicembre 1901 era interamente dedicato alla musica, con 11 lieder riccamente illustrati.
Un altro degli aspetti rivoluzionari della rivista è senz’altro il formato quadrato, un altro passaggio radicale nella progettazione di periodici.
Il quadrato, e ancor più l’utilizzo della griglia, aveva trovato la sua ispirazione dal movimento art nouveau scozzese, in particolare nel lavoro di Charles Mackintosh che divenne presto membro della Secessione.
Questo formato offriva nuove possibilità nel layout al designer per l’utilizzo di più colonne di testo, bordi decorativi e spazi al negativo e diviene subito il formato ideale del movimento poiché la maggior parte delle loro illustrazioni sono state eseguite in questo formato.
Anni dopo anche il periodico olandese “Art Deco Wendingen” adottò il formato quadrato spingendo ulteriormente avanti i limiti del design tipografico e del layout.
Ver Sacrum” cessa le sue uscite nel dicembre del 1903, probabilmente a causa della mancanza di fondi. Aveva già visto un graduale declino della sua spinta verso la ricerca stilistica dal 1900 quando la produzione aumentò a 24 numeri annuali ed il formato si fece molto più piccolo e più sottile di quelli prodotti nei primi due anni.
Le copertine uniche e sempre diverse dal 1898 al 1999 furono invece sostituite da una testata ripetitiva e il testo sostituì gran parte dei bordi e dei motivi grafici che fecero di “Ver Sacrum” un fenomeno di irripetibile e rivoluzionario.

L’archivio online come un viaggio delle meraviglie fra il meglio dell’arte tipografica Svizzera

Quello di oggi è uno di quei post che nascono dopo il girovagare selvaggio nei cavi del web, fra grafica, poster, carta e design. Di quelli che non erano previsti ma poi sei felicissimo di scrivere e di condividere..
Quello di oggi è un post che parla di un sito web appunto, un sito che deriva da  ricerca che credo essere stata fantastica da fare e su cui nutro molta, ma molta invidia.
Tutto nasce nel nel 1952, quando tre riviste di grafica e tipografia del cosiddetto stile svizzero decidono di unire le loro forze per dare vita ad un vero e proprio Dream Team del settore.
Si trattava di realtà quali “Schweizer Graphische Mitteilungen” (SGM), la “Revue Suisse de l’Imprimerie” (RSI) e “Typographische Monatsblätter” che unirono le forze in unica rivista mensile intitolata “TM” (Typographical Monthly).
A capo della rivista ci furono il caporedattore Rudolf Hostettler e i collaboratori Emil Ruder e Robert Büchler.
Le pagine di questo vero e proprio manuale visivo di tipografia erano un fiorire di caratteri tipografici fusi con foto, immagini e testi. Una vera avanguardia creativa del secolo scorso e ancora oggi uno dei punti più alti del graphic designer editoriale di tutti i tempi.
La Typographische Monatsblätter ha divulgato ovunque il verbo estetico e stilistico della tipografia svizzera con oltre 70 anni di esistenza.

1960 Issue 3
1962 Issue 3
1964 Issue 1
1967 Issue 8/9
1969 Issue 10

Proprio per questo non si è mai placata la passione di ricercatori e designer verso questo oggetto di culto e per questo Louise Paradis, insieme all’Università di Arte e Design di Losanna, gestisce il sito che raccoglie e cataloga quella fantastica esperienza visiva.
Il sito è interamente dedicato alla Typographische Monatsblätter e si concentra sugli anni 1960-1990 che corrispondono a un periodo di transizione in cui molti fattori come la tecnologia, i contesti socio-politici e le ideologie estetiche hanno profondamente influenzato e trasformato i campi di tipografia e grafica.
Da questa vera rivoluzione stilistica, sono emerse nuove forme e nuovi modelli che ancora oggi sono chiaramente considerati avanguardia o, per dirla in altri termini cool. Basti guardare alle migliori produzioni editoriali dei nostri giorni quanto devono all’utilizzo della tipografia, al rapporto fra testo e immagini e, più in general ed al culto della pulizia visiva delle pagine.
Una delle funzioni del catalogo online che mi ha fatto impazzire è stata quella di archiviazione e ricerca per carattere tipografico di identificazione così come le interviste con molti dei collaboratori della rivista.
Un sito da guardare e riguardare assolutamente ma attenti può creare dipendenza..

1971 Issue 1
1975 Issue 2
1977 Issue 12
1979 Issue 3
1979 Issue 5
1990 Issue 5

Revolution, il Magazine che portò la controcultura in Australia

Revolution è stato un magazine australiano pubblicato da Phillip Frazer, giovanissimo studente della Monash University per 11 numeri tra maggio 1970 e agosto 1971 ed è stata definita come “Australia’s First Rock Magazine”.
Inizialmente dedicata alla musica pop, era di proprietà di tre grandi imprenditori di Melbourne appassionati di musica.

Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(2) June 1970, Go-Set Publications, Waverley, 32p. https://ro.uow.edu.au/revolution/2
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970

Con l’ingresso di Frazer, che poi diverrà egli stesso l’editore di Revolution, lo stile comunicativo e l’impronta grafica passa dal rivolgersi ad un pubblico maturo e mainstream ad uno molto più vicino all’esplosivo ambiente underground.
Frazer ha inoltre acconsentito ad ospitare in Revolution – a partire dal numero 4 nel maggio 1970 – il supplemento di 8 pagine della “piccola” rivista musicale americana Rolling Stone.

SUPPLEMENTO Rolling Stone – Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970

Frazer non è mai stato riconosciuto in Australia per l’importanza del suo ruolo nella diffusione delle tematiche libertarie del movimento controculturale australiano.
Il suo continuo e coraggioso lavoro nel portare gli adolescenti australiani fuori dal medioevo culturale verso una nuova consapevolezza sociale.
Attraverso Revolution, Frazer ha portato i suoi lettori nel mondo della consapevolezza sociale sui temi della società e del mondo fuori dall’establishment.

Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(1) May 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(1) May 1970

Frazer, Phillip; James, Colin; McFarland, Macy; and Woolley, Pat, (1971)

Il nuovo numero di Eye Magazine è una vera bomba

Eye 97 – Magazine special issue two
E’ da poco uscito l’ultimo numero – il 97imo per la precisione –  di Eye Magazine, il secondo di due speciali sul design e l’art direction delle riviste.
Questo è il più grande numero di sempre nei 28 anni di storia di Eye, una delle riviste internazionali di graphic design più seguite ed influenti del panorama editoriale internazionale.
In Eye 97 si legge sia di magazine indipendenti che mainstream, ci sono articoli su The California Sunday Magazine (U.S.A.), ZEIT Magazin (Germania) e l’Obs (Francia) diretto da Serge Ricco.
Il grande esperto di editoria Steven Heller incontra Michele Outland, art director di due riviste di food: il mainstream Bon Appétit e l’indie Gather.
Eye 97 si occupa anche di Works That Work di Peter Biľak e della bellissima rivista sportiva Jock che purtroppo è durata pochissimo tempo.

David Crowley si diletta nell’analisi dei coraggiosi layout e copertine surrealiste del magazine Ty i Ja, un’ambiziosa rivista polacca degli anni ’60 che sinceramente trovo fantastico.

Il logo Eye su ogni copertina di questo ultimo numero è stampato in sei diversi colori: oro, argento, bronzo, ecc. ognuno dei quali è stato distribuito casualmente tra le scatole da inviare agli abbonati.
Buona lettura.

Archivio Magazine piace e ora va alla conquista degli Stack Awards

Gli Stack Awards sono tornati per il loro quarto anno, alla ricerca delle riviste indipendenti più interessanti e stimolanti pubblicate tra ottobre 2017 e settembre 2018.

Dopo i primi exploit delle riviste italiane dello scorso anno (QUI potete vedere come è andata), quest’anno una nuova realtà editoria si è imposta all’attenzione dei giudici di STACK, si tratta di Archivio Magazine, un innovativo progetto editoriale che si basa esclusivamente sulla cultura e la realtà dell’archivio.
Come ricorda lo stesso team dietro al progetto nella propria presentazione, è la prima volta che un’impresa editoriale nasce dall’esigenza di valorizzare questo enorme patrimonio.

ISSUE 1
THE CHALLENGE ISSUE
ISSUE 2
THE CRIME AND POWER ISSUE

Archivio Magazine è il progetto editoriale di Promemoria nato con l’intento di raccontare la ricchezza nascosta tra le hidden memories degli archivi.
Quest’anno è stato nominato nelle shortlist di ben quattro categorie agli Stack Awards 2018. L’innovativa pubblicazione è stata selezionata fra le migliori riviste indipendenti al mondo per Best original fiction, Best use of photography, Cover of the year, Launch of the year.
Fin dal primo numero, infatti, Archivio Magazine ha saputo raggiungere un pubblico di lettori più ampio che va oltre il confine settoriale di archivisti e specialisti degli archivi.
Ogni pubblicazione è costruita attorno a un tema, spaziando dall’arte alla moda, alla cultura, allo sport, al design, al cinema, alla scienza, alla fotografia, ed è caratterizzato da un altissimo livello di cura in ogni sua parte.
Come sempre facciamo gli auguri alle realtà italiane che si ritrovano a sfidare mostri sacri del mondo dei magazine indipendenti.
Oltre ad Archivio, segnaliamo anche quest’anno, la presenza anche di “Cartography” nella categoria Best Use of Photography.
La rivista specializzata in itinerari di tutto il mondo.
Ogni destinazione in “Cartography” viene presentata con un album fotografico, un breve testo, una mappa e un itinerario con le fermate consigliate.
Fondata nel 2016 a Milano da Paola Corini e Luca De Santis, la rivista viene pubblicata a cadenza semestrale.

CARTOGRAPHY N.4
Japan – South Dakota – Venice

Una rivista di moda, molto ma molto alla moda..

“PUSS PUSS” è una rivista internazionale di base a Londra, biennale con una piattaforma online dedicata alla cultura, alla moda, alla musica ed agli amanti dei gatti.
“PUSS PUSS” si ispira alle persone che vanno per la loro strada e non sono influenzate dagli altri..
PUSS PUSS” presenta interviste, articoli e servizi di moda dei più eccentrici e affermati talenti provenienti da tutto il mondo presentati in una lussuosa edizione stampata su carta di altissima qualità che diventa ad ogni numero un nuovo oggetto da collezione.
“PUSS PUSS” è anche un’agenzia che offre servizi creativi tra cui la consulenza ai clienti sul proprio brand, la direzione creativa e la creazione di contenuti per clienti del settore fashion e lifestyle attraverso stampa, digitale, video e social media.
Una realtà a tutto tondo, focalizzata su ogni nuova tendenza e stimolo riguardante l’estetica contemporanea.

Il numero 8, l’ultima uscita, celebra gli spiriti indipendenti partendo dal punto di riferimento simbolo di questo concetto di indipendenza, il gatto.
Fra queste pagine si trova il portfolio di Bunny Kinney con persone che lo ispirano e incarnano quelle caratteristiche appunto da “gatto” o alcuni personaggi che possiedono, o amano particolarmente, gatti come i musicisti Bo Ningen, gli stilisti Matty Bovan & Dilara Findikoglu, stylist Alister Mackie e altro ancora.
Una rivista di moda, molto ma molto alla moda..

The Road Rat è un nuovo, elegantissimo, magazine sulla cultura automobilistica

The Road Rat” è una nuova rivista per gli amanti delle auto e della cultura automobilistica. Questo nuovo magazine oscilla fra la cultura delle auto vintage e i loro affascinanti particolari e le prestazioni di potenza e agilità del nuovo corso.
Il team di Road Rat crede fermamente che ci siano buone storie – storie vere, storie da leggersi con gusto – sia nel vecchio che nel nuovo mondo tenendo sempre viva l’attenzione anche per le corse e il suo mondo.
L’aspetto però che mi piace sottolineare “The Road Rat” è l’amore vivo e palese per la cultura del magazine, nella cosiddetta gloria delle riviste considerate qui come prodotti lussureggianti, preziosi, collezionabili e squisitamente artigianali.
Il nome Road Rat deriva da un detto molto diffuso fra gli scalatori.. “Nutrire il topo” è infatti la necessità, la volontà ferrea di affrontare una di arrampicata.
Per il team di Road Rat una strada libera, una pista da corsa, un vecchio garage disordinato e non una cima di montagna innevata, sono tutti modi di definire appunto il proprio “topo”.
Il numero uno di “The Road Rat” è squisitamente stampato su un mix di carte patinate lucide e opache in 244 pagine che si aprono con una cover dedicata a Lewis Hamilton.. per il resto, affascinanti articoloni longform, splendide ed elegantissime fotografie, illustrazioni e tante, tante auto da ammirare.

I lmagazine è acquistabile QUI.

E’ uscito l’ultimo numero di LÖK ZINE e come sempre è una bomba pronta ad esplodere nelle vostre mani

Su Lök Zine abbiamo già detto e mostrato a suo tempo qua ma continuiamo a seguire questo bel progetto italo-francese perché riesce sempre a sorprendere ed a riempire le pagine di idee, colori e splendide illustrazioni.
Oggi vi presentiamo il numero 10 dal titolo “Dimensions” che si farà apprezzare fin dalla cover di Gloria Pizzilli, per poi continuare con gli articoli del grande ChickenBroccoli.
132 pagine da gustare e da acquistare QUI.

Un nuovo magazine dedicato interamente alla bellezza dell’aviazione

Wings è un magazine con sede nel Regno Unito interamente dedicato al mondo dell’aviazione.
Ogni storia presente nelle pagine di questo nuovo magazine si concentra sulla bellezza e sull’avventura insita nel mondo dell’aviazione ed è accompagnata da una analisa riflessiva e stimolante.

Il gruppo di collaboratori che proviene da tutto il mondo si propone di mostrare la profondità e le emozioni dietro ogni aspetto, anche quelli più originali e nascosti, dell’aviazione.
Nella prima uscita, da poco disponibile, si presenta il documentario di Dirk Braun intitolato “Flying Boat“, si discute della traversata transatlantica di Berlin Express con il pilota Lee Lauderback e si analizza la fotografia mozzafiato di Paul Biddles nella sua collezione “Art Noir I”.

“Recorder” è lo storico magazine sulla tipografia contemporanea

Per chi non lo conoscesse, è spero per voi che il numero sia molto basso, Monotype è un colosso nel mondo delle font e del loro design.
Un colosso avente sedi sparse in tutto il globo, da Berlino a Chicago, da Londra a New York, fino a Shanghai.
Per darvi un’idea, il sito di fonts online MyFonts è solo una delle svariate società del gruppo così come Olapic, tanto per dire.
Il motivo per cui ne parlo è per presentarvi quello che secondo me è uno dei prodotti di eccellenza di Monotype, forse perché è un prodotto cartaceo.
Per alcuni è una vera istituzione, per me “Recorder Magazine” è senz’altro un gran bel magazine.
Proprio per questo ripercorriamo la storia dei primi 5 numeri usciti, tutti davvero splendidi.
Il primo bellissimo numero, diretto da Luke Tonge, include Jamie Murphy di The Salvage Press che parla di tipografia tradizionale; una discussione con l’educatore di design Harry Leeson e molto, molto altro.

Il secondo numero viene completamente ridisegnato e reimmaginat con oltre 100 pagine di tipografia e grafica che aiutano ad esplorare il ruolo della tipografia in un contesto culturale ampio, che abbraccia discipline apparentemente lontani fra loro.

Nel numero 3 la giornalista Laura Snoad esamina i caratteri tipografici ed il loro uso in politica. Amy Papaelias guarda come una nuova generazione di donne sta portando avanti l’eredità della tipografia più classica.
Il numero 3 contiene anche illustrazioni di Zoe Barker, Ellie Foreman-Peck, Kelsey Dake e Ping Zhu e immagini di copertina create da Ari Weinkle.

Nel numero 4, la giornalista di design Madeleine Morley fa un passo indietro nella storia per tracciare una storia dalla A alla Z di lettere illuminate e illustrate.
Questo numero contiene le illustrazioni e collage di artisti del calibro di Justyna Stasik e Friederike Hantel.

Nel 5 numero il magazine torna alle origini per riscoprire come la tipografia è uno strumento essenziale per i brand, una possibilità di rivisitare la carriera della graphic designer Paula Scher e approfondire l’approccio creativo alla tipografia di David Rudnick
Con illustrazioni di Braulio Amado e Matt Chase.

Ogni numero è acquistabile nello shop di Monotype.

Minimale è bello ed oggi un magazine lo dimostra

La rivista Minimalissimo è una celebrazione del minimalismo nel mondo del design, è una rivista il cui obiettivo è ispirare i creativi e riuscire a mostrare i migliori esempi di minimalismo nel mondo dell’arte, dell’architettura, della moda, dell’arredamento e del design di prodotto pubblicando articoli sia di creativi affermati che di talenti emergenti.
Ogni numero del magazine offre di volta in volta un’immagine straordinaria composta di approfondimenti esclusivi sui designer, artisti e marchi più eccitanti, stimolanti e soprattutto minimalisti di oggi.
Nato nel 2009, “Minimalissimo” ha costantemente accresciuto il proprio pubblico di lettori in tutto il mondo arrivando al terzo numero con freschezza e originalità.

Volume Nº1 è il nostro omaggio al minimalismo classico che però guarda anche e soprattutto alle variazioni contemporanee.

Volume Nº2 è una serie di approfondimenti e interviste, una panoramica esclusiva dei designer, artisti e marchi più eccitanti, stimolanti e minimalisti di oggi.

Volume Nº3, è l’edizione sull’home design creata per esplorare e far conoscere stili di vita basati sulla semplicità attraverso un design minimalista e consapevole.

Arriva Tatanka numero 2: La Danza degli Spettri

Nuovo numero, nuove pagine, nuove storie, nuove illustrazioni.
Mi piace Tatanka con la sua idea delle grandi pagine poster ricche di colori e le sue scelte tematiche differenti ad ogni numero.
Un gran bel progetto da promuovere e sfogliare di cui ho già parlato e di cui continuerò a parlare.
Adesso però lasciamo parlare direttamente chi lavora dietro e dentro a questo bel progetto..

La copertina di questo numero è ispirata al massacro di Wounded Knee, nome con cui è passato alla storia l’eccidio di un gruppo di Lakota Sioux da parte dell’esercito degli Stati Uniti d’America, il 29 dicembre 1890. Massacro scatenato dalla paura della cosiddetta Danza degli Spettri, un rito evocativo con cui gli Indiani credevano di riottenere le terre sottratte ai propri antenati. Non fu così, perché i bianchi decisero di sterminare chiunque adottasse quella pratica pagana.
A Wounded Knee gli Indiani vennero fatti fuori con le mitragliatrici.

Paura, odio, emarginazione, razzismo, sterminio, spari. Parole tornate d’attualità in Italia negli ultimi due mesi. Ogni giorno sui social network sembra di assistere alla guerra dei penultimi contro gli ultimi, descritti come degli intrusi da chi comanda e percepiti come una minaccia da chi si fa comandare, mentre il Paese arranca tra un cambiamento che non arriva (qualcuno dirà “per fortuna”) e la perdita di figure storiche dell’industria italiana (a proposito di sovranismo e Made in Italy).
Sono terminati i Mondiali di calcio (una delle più belle edizioni degli ultimi anni) e sta per ripartire la serie A.
Panem et circenses sono serviti al popolo. Più circenses che panem al momento, ma nessuno sembra lamentarsene. Le grandi capitali dell’Europa meridionale sono in sofferenza ma l’Europa non se ne accorge, e ancora una volta sono le categorie più fragili a subire le violenze di una società che tende a escludere e a lasciare indietro chi non ce la fa.
Esiste ancora la speranza? Forse sì e arriva dal cielo, dove le stelle continuano a brillare. Un po’ come per gli indiani di Wounded Knee che – è vero, non ce l’hanno fatta – ma sono qui, più vivi che mai, sulla prima pagina di Tatanka a danzare con i loro spettri. Noi i nostri – di spettri – dobbiamo ancora disinnescarli.
Del resto la speranza è una trappola inventata da chi comanda.

Grazie ancora al team di Tatanka (acquistatelo QUA) per la loro disponibile collaborazione e avanti tutta!

“Leste” è un magazine in risografia che parla di sesso

Anche nella settimana di Ferragosto, le Edizioni del Frisco, segnalano quanto di meglio esiste e nasce nel panorama editoriale, preferibilmente indipendente, italiano ed internazionale.
Oggi tocca a “Leste“, bellissimo magazine annuale, pubblicato dalla poetessa di Montreal Sara Sutterlin.
Questo ibrido fra magazine e fanzine contiene interviste con donne tutte a tema sesso, intimità, scrittura e arte.
Progettato da Kevin McCaughey dello studio di progettazione grafica Nonporous di Chicago, con il consueto approccio molto controculturale e indipendente rafforzato dalla grinta della stampa risografica che da alle pagine un tono giocoso, sexy e volutamente disordinato.
“Leste” vuole raccontare tutte le storie, esplorare tutte le narrazioni, parlare di tutto il sesso.

La copertina del numero 3 è particolarmente indicativa del tono intimo e diretto di “Leste” con un primo piano di un torace appiattito illuminato sensualmente e privo di ritocchi o abbellimenti.
L’immagine individua una sensualità proprio nelle pieghe della pelle e anche nel modo in cui un corpo si ritrae. Celebra un movimento che è diametralmente opposto alle forme di una ragazza pin-up stereotipata. Dal punto di vista del design, il senso di trasparenza si riflette anche nell’uso dell’involucro di plastica che vuole sottolineare la differenza con i normali sacchetti di carta marrone che da sempre avvolgono i magazine erotici e porno.
“Leste” è quindi un progetto caratterizzato sia dalla schiettezza, sia dal taglio artistico e, riuscendo a unire questi due fattori, propone un prodotto nuovo e interessante.

Il sito archivio dove sfogliare una delle riviste più belle del mondo

Mindy Seu è una designer ed insegnante residente a Los Angeles che negli anni si è specializzata nel tema dell’archiviazione al tempo del digitale.
Intorno al 2013, Mindy Seu era a San Francisco che stava girovagando nel Mission District quando in uno degli infiniti negozietti in zona si imbatté nel quinto volume di una delle più iconiche e adorate riviste egli anni Sessanta:  Avant Garde, la breve pubblicazione degli anni ’60 di Ralph Ginzburg e Herb Lubalin che ancora oggi mantiene uno status di prodotto editoriale di culto tra i grafici e gli art director di tutto il mondo.
Fu l’inizio di un vero e proprio amore che, n el corso degli anni, ha portato Mindy prima a collezionare l’intera serie della rivista e poi, ad elaborare un piano per digitalizzare tutti i numeri per renderli pubblicamente accessibili online.
Il risultato di questo ottimo lavoro è disponibile oggi per tutti con  avantgarde.110west40th.com, un archivio digitale straordinariamente completo ed esteticamente sfogliabile di ogni numero pubblicato della rivista.
Il sito, che Seu ha lanciato in collaborazione con gli archivi del Lubalin Center nel 2016, consente agli utenti di sfogliare ciascun volume e di scorrere tutte le pagine che sufficientemente nitide da poter essere lette online.
Presenta gli indici di tutti i numeri, un sommario con i collegamenti ipertestuali e una avvincente esperienza di navigazione che possiamo a spingerci a dire, rende questo archivio più organizzato e più piacevole da esplorare rispetto a molti archivi fisici.
Potere di internet, potere della condivisione.

“Editorial Magazine” è una rivista su ciò che oggi si definisce interessante ma assurdo

Editorial Magazine” è una pubblicazione indipendente di arte e moda che esce trimestralmente a Montreal, in Canada.
Claire Milbrath è la fondatrice della rivista che ad ogni numero riesce ad inventarsi qualcosa di nuovo e questo vale anche per il diciottesimo numero appena uscito.

I temi affrontati da “Editorial Magazine” sono sempre originali e affascinanti come l’approfondimento del concetto di masthead, un formato innovativo di grandi dimensioni (970×250 px), collocato tra la testata di un sito sito e il corpo della pagina.
Inoltre per questo numero Maya Fuhr e Talvi Faustmann hanno lanciato un servizio di moda ispirato alle donne più famose del cosiddetto televangelismo, un fenomeno assurdo e allo stesso tempo oramai diffusosi in tutto il mondo.; l’apice della religione, del glamour e dell’avidità si sono uniti per formare un immane miscuglio.
Di questo e di molto altro si legge su “Editorial Magazine“..

“Design Giving” è un nuovo magazine interamente dedicato al design di prodotto ecosostenibile

Il Magazine che vi presento oggi è “Design Giving“, una pubblicazione annuale che presenta sia designer affermati che emergenti, produttori di abiti, gioielli, libri, articoli di cancelleria e accessori per la casa pensati con cura e passione artigiana.
Il team di “Design Giving” seleziona con eleganza i designer solo fra coloro che condividono i loro valori e si impegnano ad avere un impatto sociale e ambientale positivo. Ogni designer che viene presentato opera di volta in volta con un materiale diverso.

L’obiettivo del magazine è quello di fornire una piattaforma dove condividere e supportare designer e creatori indipendenti.
Il nome “Design Giving” deriva dalla compressione della frase “where design thinking becomes thoughtful giving” una definizione concettuale della fondatrice Laura Jane Boast che descrive un processo e un modo di progettare caratterizzato dall’attenzione sia per le persone che per il pianeta.

Il primo numero della rivista “Design Giving” presenta 68 pagine di interviste e storie accuratamente selezionate e appositamente commissionate a designer e produttori indipendenti affermati ed emergenti di varie discipline creative.
Ogni volume della rivista è composto da quattro sezioni:

1 – approfondimenti sul design contemporaneo che indagano i razionali significativi dei designer
2 – interviste ai designer e celebra i loro processi lavorativi
3 – quali sono i pensieri e le idee che stanno dietro alla realizzazione di un prodotto
4 – Approfondimento sul tema delle risorse materiali utili

“Faim” un nuovo e molto strano magazine sui giovani che ci stanno cambiando la vita

FAIM“, che in francese significa “fame”, è il magazine che vuole scoprire e far scoprire la vita di una generazione nuova, giovane, creativa e ambiziosa che si aggira per il mondo. Una generazione affamata di nuovi progetti ed esperienze, di nuovi modi di lavorare e di creare e di nuove possibilità di immaginare il proprio futuro.


Ogni sei mesi, la”FAIM” esce a scovare queste nuove menti per trovarle nelle loro città d’origine, per mostrare come stanno promuovendo i cambiamenti nelle nostre culture e nelle nostre società a livello locale, ma anche a livello globale.
“FAIM” si muove attraverso tre categorie principali – persone, luoghi e cibo – elementi che accompagnano questi giovani nel loro viaggio attraverso le loro città.
E poiché “FAIM” è un magazine  che intende arrivare forte e chiaro a più persone possibili, è pubblicato in due versioni e tre lingue (inglese, francese e spagnolo) ed è distribuito in tutto il mondo.
Nel secondo numero “FAIM” ci porta a Bristol (UK).

E’ arrivato “Tatanka” ed è qui per restarci a lungo

Tatanka” è un periodico indipendente che racconta i principali fatti di attualità nazionale e internazionale.
E’ un supporto mnemonico, un racconto per immagini e un rovesciamento del tradizionale sistema di informazione dove le notizie vengono guardate prima di essere lette.
E’ un diario, dove gli illustratori fermano sulla carta quello che succede nel mondo.
“Tatanka” esce ogni due mesi e ospita 10 notizie, 10 illustratori, 10 manifesti, 24 pagine, 3 colori e 6 fogli sparsi.
“Tatanka” è bello, è fresco come l’aria che entra dalle finestre nei giorni di afa e si fa sfogliare davvero volentieri.

“Jezga” è un magazine sulla nascente scena artistica e creativa della Lettonia

Da quando la Lettonia è uscita dall’Unione Sovietica nel 1991, questo piccolo Stato è cresciuto e si è sviluppato, dimostrando una ricchezza e molte nuove energie che sta sprigionando in diverse forme d’arte. Questa indipendenza relativamente nuova ha portato una diffusa creatività che il nuovo magazine “Jezga” vuole esplorare per definire quella che è una vera e propria nuova identità nazionale che la Lettonia si sta ricavando attraverso l’arte.

L’obiettivo di questo ennesimo nuovo magazine è quello di mostrare il lavoro di pittori, illustratori, fotografi, stilisti, musicisti, attori e molti altri, con l’aiuto di un approccio grafico ed estetico innovativo e molto vicino al mondo del design.
Tutte queste nuove ed originali voci che nascono dalla cultura lettone portano a galla una prospettiva del tutto nuova e diversa che deve ancora essere vista e ascoltata.
Questa massa di idee e creatività è senz’altro una fonte di ispirazione positiva per chiunque voglia alimentare il proprio lato artistico o semplicemente per coloro che amano le arti visive.