Un illustratore realizza un libro dove le opere sono ordinate in base agli hashtag di Instagram

Oggi vi parlo di un libro di Patrik Mollwing, un illustratore svedese che attualmente vive a Lisbona, in Portogallo, con alle spalle una vasta esperienza trasversale che lo ha portato a lavorare sia nella progettazione grafica che nella direzione artistica, fino all’illustrazione e all’animazione.
Questo suo ultimo libro parte dalla costatazione di come negli ultimi anni Instagram sia diventato un luogo virtuale ma molto utilizzato dagli illustratori per condividere il proprio lavoro. Non mi voglio addentrare sul fatto che questo fenomeno sia una cosa buona o cattiva, IG è senz’altro è una piattaforma che consente ai creativi in genere di raggiungere un pubblico più ampio, spesso attraverso l’uso dei fantomatici hashtag.
Il tentativo di Mollwing è quello di rendere fisico, materiale, reale l’interazione fra hashtag ed il contenuto ed è proprio qui che è nato “Two Hundred e Forty-Two Hashtags“, un libro di illustrazione che prende spunto dalla cultura della ricerca per hashtag.
L’inizio del libro presenta un elenco di hashtag ordinati alfabeticamente, per capirsi si va da da #abnormal a #yum e dopo ogni parola si reinvia alla pagina in cui è possibile trovare i lavori creati dallo stesso Patrik Mollwing nel periodo compreso fra il 2015 ed il 2017 che sono stati condivisi su IG utilizzando proprio quell’hashtag.
Pubblicato da Stolen Books, il libro si presenta quindi come una raccolta di opere di Mollwing il cui stile è da sempre sghembo, pieno di corpi allampanati e forme morbide ritratti con colori vivi e sgargianti mentre pattinano, lottano e chissà che altro.

Una mostra ed un catalogo analizzano come la grafica ed il design rispondono alle turbolenze politiche di questi anni

Oggi prendo spunto dalla mostra dal titolo “Hope to Nope” attualmente al Design Museum di Londra fino al 12 agosto 2018.Già da qualche anno, forse decennio, abbiamo capito che il nostro è un periodo storico turbolento, senza certezze, caratterizzato da profonde divisioni sociali e da conflitti più o meno latenti sparsi in tutto il pianeta. In particolar modo l’ultimo decennio è stato praticamente un costante periodo di turbolenze politiche e questo non lascia certo indifferente il mondo del design che si fa sempre più politicamente attivo attraverso poster, meme, GIF, stampe, magliette prodotti tanto dagli attivisti dilettanti quanto da designer e studi professionali. Non vi viene subito in mente il famossissimo poster “Hope” di Shepard Fairey meglio conosciuto come OBEY?

Barack Obama “Hope” poster

Ecco, per celebrare tutto questo, una nuova mostra al Design Museum di Londra dal titolo Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18 esplora il ruolo della grafica in quei 3.650 giorni. L’obiettivo degli organizzatori è quello di guardare il risultato grafico che gli avvenimenti politici di questi anni hanno prodotto.Margaret Cubbage quindi i criteri di scelta non è stato solo il design buono o meno buono, quanto il tipo di impatto e influenza che questo ha avuto.
Lo spettacolo è stato concepito da GraphicDesign & Lucienne Roberts e David Shaw, con Rebecca Wright insieme al Design Museum.
I temi affrontati sono moltissimi ed il relativo catalogo, un bel volume ricco di immagini, fotografie e approfondimenti riporta fedelmente le principali tensioni politiche di tutto il mondo fra cui le proteste contro le molestie sessuali in Cina, il movimento Occupy e 99%, la protesta in Brasile per la povertà delle periferie, le manifestazioni di Je Suis Charlie, Trump, Brexit e molto, molto altro fino al famosissimo Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Oltre alle sezioni che abbiamo già visto, nel libro ci sono interviste con il celebre grafico Milton Glaser e lo street artist Shepard Fairey, i designer e artisti internazionali presenti in questo libro poi sono: Gorilla, Dread Scott, Edel Rodriguez, TEMPLO, ThoughtMatter, Michael Bierut, Sagmeister e Walsh, Marwan Shahin, Barnbrook e Metahaven .

“OOF Magazine”, una rivista sul calcio da sfogliare come un ricercato catalogo d’arte contemporanea

Il calcio, si sa, è la quintessenza dell’esperienza comunitaria, della passione condivisa, della fede irrazionale. In tutto il mondo – negli stadi, nei bar e nei salotti di casa – milioni di persone provano emozioni collettive guardando le proprie squadre scendere in campo. Ogni giorno il calcio riesce a realizzare con facilità talvolta data per scontata, ciò che l’arte cerca costantemente di fare con ben altri sforzi: far emozionare le persone.
L’arte de-costruisce il mondo, ci aiuta a capire cosa significa il tutto intorno a noi e tenta di offrire nuove prospettive ai nostri sguardi. per questo oggi vi parlo di “OOF magazine“, questo nuovo progetto inglese che unisce in un modo quasi naturale, arte e pallone.
Gli artisti che vedrete all’interno di “OOF” tentano appunto di semplificare il messaggio e l’esperienza calcistica per ridarle senso, per mostrare i perché questo sport riesca ad infiammare così tante persone in tutto il pianeta.
La pubblicazione londinese ha appena pubblicato il suo primo numero in cui, oltre ai lavori di artisti del calibro di Chris Ofili, Hans Ulrich Obrist, Rose Wylie e Petra Cortright e un’affascinante storia di un murale di Zagabria che raffigura Zvonimir Boban che combatte con la rivolta polizia.
L’idea originale di “OOF Magazine” è del fondatore e direttore Eddy Frankel a cui, in seguito, si sono aggiunti Justin Hammond e sua moglie Jennie, che a Londra gestiscono la grande galleria d’arte moderna J Hammond Projects. Un geniale designer chiamato Simon Whybray ha fatto l’iniziale direzione artistica e Tom Havell, che è il capo del design europeo di Time Out, ha fatto tutto il layout.
“OOF magazine” una via di mezzo fra un catalogo di una sofistica mostra d’arte e un magazine specialistico sul calcio e questa comunione rende le 72 pagine di cui è composto, interessanti, originali e per tutti i gusti.

Dentro al nuovo GRAM, fra gli altri, 5 spassosi poster di Filippo Fontana

Come voi che ci leggete avete senz’altro capito, oltre alla passione in generale per i prodotti editoriali più interessanti e curati che scoviamo in gira per l’Italia e nel mondo, un’altra passione che ci caratterizza è quella per la grafica e i progetti indipendenti, underground come si diceva una volta.
Ecco, GRAM è proprio uno di questi. GRAM è un collettivo di autoeditoria con sede a Milano, Venezia e Bolzano. Il suo scopo è quello di dare vita a nuove idee e progetti culturali attraverso prodotti editoriali. Una creatura dalle mille facce in costante mutazione. Come si legge nel loro about, GRAM è una pianta infettiva che si nutre di una varietà di contributors e di diverse tecniche progettuali e realizzative. GRAM è un centro per creativi finalizzato ad un percorso che tende a conoscere la contemporaneità e diffondere arte attraverso la selezione delle migliori opere. Il loro processo curatoriale utilizza nuovi contesti.
L’unità di misura di GRAM è il grammo e per questo ogni prodotto viene pesato e inserito in una busta numerata che reca appunto l’indicazione del peso esatto del prodotto.

Presentato il nucleo, oggi mi piace mostrarvi l’ultima uscita, la quarta dal 2014, del progetto editoriale omonimo, GRAM #4 appunto che si presenta all’interno di una busta con grafica serigrafata in 300 copie. GRAM #4 vi offre 4 poster, 3 zines, cartoline, adesivi, polaroid e altro creato da 12 diversi autori quali Mauro BubbicoCalvin Calenda, Filippo Fontana e Jonathan Mendel. Fra questi artisti mi piace segnalare il lavoro di Filippo Fontana, giovane designer italiano di Venezia laureato in graphic design presso l’ESA Saint Luc School di Bruxelles nel 2013, laurea specialistica in graphic design presso la scuola IED di Milano e un master in comunicazione visiva presso il Royal College of Art di Londra. Il suo lavoro, dal titolo “Void”, utilizza la cultura popolare per evidenziare le ridicolezze della ricchezza trasmessa da alcuni dei volti famosi dell’Italia.
Cinque poster pubblicati appunto dai ragazzi di GRAM, dove si riconoscono figure riconoscibili del mondo social e dalla stampa degli ultimi 20 anni. La serie di poster intende ritrarre, in modo ironico e satirico, i diversi canali di informazione e intrattenimento italiani  dove l’ostentazione della ricchezza, il materialismo, l’ignoranza, la volgarità, il lusso e il sesso sono il fulcro ed il motore di tutto. Usando uno stile illustrativo che ricorda Kyle Platts e Simon Landrein, Filippo cerca con Void, di far riflettere lo spettatore su come l’establishment possa aver plasmato il mondo dei media e, più in generale, la cultura pop italiana. Il provocatorio titolo del progetto, Void (Vuoto), rappresenta anche il sentimento di Filippo sull’argomento scelto e la sua volontà di sottolineare come, contrariamente al suo spirito originario, il mondo dell’informazione invece di creare contenuti culturalmente preziosi, sia invece un contenitore vuoto.

GRAM è acquistabile qui.

45 giovani artisti creano una nuova font lavorando, ognuno sul lavoro dell’altro

New Contemporaries” è una delle organizzazioni leader in UK per il supporto e la promozione dei giovani artisti emergenti inglesi che, al termine del loro percorso accademico, si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro.
Dal 1949 New Contemporaries ha cercato di fornire sempre strumenti all’avanguardia per gli studenti di arte moderna indipendentemente dal luogo e dalla scuola di provenienza, mantenendo perciò un punto di vista democratico e creativo che ancora oggi ne fa una realtà eccezionale.
Questa eccezionalità risulta evidente dal progetto che ha visto produrre il catalogo della mostra annuale di questi artisti emergenti che nel 2017 sono stati selezionati da: Caroline Achaintre, Elizabeth Price e George Shaw.

Il catalogo è un volume blu e bianco, completamente illustrato e include come di consueto le biografie di tutti gli artisti e un breve btta e risposta con i loro selezionatori. Il progetto è stato ideato e realizzato dai ragazzi di Hato, studio londinese di  design specializzato nella visual identity e nell’art director.

Come dicevo si tratta di un prodotto azzardato, folle e molto attuale visto che si basa sulla creazione condivisa fra tutti gli artisti di un prodotto editoriale unico.
E’ stato co-progettato il font da tutti i 45 artisti selezionati, fornendo loro uno strumento digitale con cui potevano manipolare il lavoro dell’artista precedente partendo da una griglia vuota fino ad arrivare, con pochi clic, ad una famiglia completa. L’altro aspetto assurdo ed eccitante è che tutto questo si è svolto nell’arco di 24 ore in un workshop online.

Oltre ad essere il core del catalogo, il carattere progettato è diventato il simbolo della relativa campagna di marketing, in modo da rendere tutto coerente, innovativo e, penso sia indiscutibile, unico e condiviso.

Il volume è acquistabile QUI.

 

Boîte, il magazine che arriva in una scatola e che nasconde tesori

Durante i festival di editoria e simili, si sa, uno dei migliori modi per passare il tempo dopo il vendere i propri prodotti, è quello di conoscere altre persone, scovare affinità, intravedere collaborazioni e fare delle lunghe e belle chiacchierate.
Con Giulia e Federica, le due ragazze dietro al progetto Boîte, l’incontro è avvenuto al OIOI Festival a Prato lo scorso 8 e 9 Settembre dove, anche se già conoscevo il loro progetto avendo qualche numero a casa, parlare con Giulia Brivio e Federica Boràgina è stato veramente un piacere.
Bionde, belle, sempre sorridenti e sempre con quell’aria indaffarata di chi rincorre gli impegni pensando già a qualcosa’altro, le due ragazze di Boîte erano con il loro progetto che guarda a quella certa editoria d’arte restando in equilibrio fra il ristretto mondo dell’Arte con la A maiuscola e l’indistinto mare magnum delle autoproduzioni.

“Boîte”, usando le parole delle sue ideatrici, è una scatola di cartone con uscite semestrali, in tiratura limitata di 250 copie, che custodisce fogli sciolti, immagini e parole che vogliono indagare i percorsi dell’arte del XX e XXI secolo” che lo scorso 26 Settembre ha raggiunto la maggiore età con l’uscita numero #18 dedicata al tema della non-documentazione delle opere d’arte.

All’interno trovate materiali di Emilio Fantin sulle alternative alla documentazione tradizionale e di Paolo Inverni sulla rielaborazione informativa e cognitiva. Angela Serino racconta come poter documentare l’esperienza di una residenza artistica e Cristina Baldacci spiega il ruolo fondamentale e problematico degli archivi storici. Inoltre “Boîte” #18 ospita Clio Casadei e il racconto del suo progetto editoriale Atlas,

Elsie Magazine: creare l’ultimo numero dopo aver svuotato lo scantinato

Elsie è una rivista indipendente e creativa ideata, creata e prodotta da ; è l’opera di una persona … il suo nome è Les Jones designer, fotografo, scrittore e appunto editore inglese di Crewe, Inghilterra.

Elsie è un magazine dove trovano ampio spazio tutte le arti grafiche, la fotografia, la tipografia ed il design. Ogni copia viene stampata in circa 1.000 copie e, fenomeno che si sta oramai diffondendo sempre più, ogni copia contiene degli elementi personalizzati che rendono ogni esemplare un unico.

La mente creativa di Jones però non si è fermata qui ed ha pensato bene di inserire all’interno delle pagine di Elsie, in una copia ogni 25, una busta speciale contenente una stampa artistica unica e firmata!

Uno degli aspetti che sorprende di Elsie è la totale assenza di pubblicità fra le sue pagine che la rende davvero una rivista indipendente in un ecosistema, come quello dei magazine, dove questo aggettivo “indipendente” penso sia molto (molto!) abusato se pensiamo agli sponsor per così dire di peso, che si trovano in tutti i maggiori prodotti editoriali e che, volenti o nolenti, rendono da una parte i prodotti molto più solidi economicamente, ma dall’altra, li vincolano a numerose pagine di advertising.

Ma lasciamo questa discussione che tra l’altro Jones riprende sul suo blog in un breve articolo a chi la vorrà continuare e torniamo a Elsie Magazine che arriva alla quinta uscita, “The Stuff Issue”, la più voluminosa di sempre con le sue 132 pagine colorate.

Aesthetic/Theories, un magazine sull’arte e il design alla ricerca dell’ispirazione

Aesthetic/Theories” è un magazine creato e prodotto a Los Angeles, California da a/t design studio.

Il magazine è una pubblicazione a stampa dedicata a artisti, designer, intellettuali e istituzioni che riflettono e modellano i modelli culturali e creativi della società di oggi.

È da poco uscito il volume 002 che intende analizzare il ruolo dell’arte e del design all’interno di un sistema globale attualmente dominato dalla necessità di mercificazione e commercializzazione.

Un tentativo di capire l’ispirazione che nasce negli artisti, designer e intellettuali che influenzano i nostri modelli culturali e creativi. Una ricerca multidisciplinare interessante e di frontiera che ricerca un punto di vista critico e costruttivo che pone il magazine in una situazione di avanscoperta e di frontiera.

Roman Signer è un genio

Roman Signer (nato nel 1938) è un artista tutto da scoprire che attualmente vive e lavora in Svizzera.
Il suo lavoro è stato esposto in gallerie e musei in tutta Europa, nel Nord America ed in Asia da oltre trent’anni ed è stato selezionato per prestigiosi eventi artistici come la Biennale di Venezia.

Alcune sue sculture e istallazioni fanno parte delle collezioni del MOMA di New York e nel Centro Pompidou di Parigi.

In questo suo libro viene affrontata quella che lui stesso ha definito come la “Scultura temporale” in quanto egli ha aggiunto tre nuove dimensioni alla scultura: l’azione, lo spazio e il tempo.

La pubblicazione “Project pour un jardin” è una monografia illustrata molto dettagliata che comprende molte fotografie e saggi di Gerhard Mack, Sara Weyns e Pieter Boons.
Questa monografia fornisce una panoramica quasi tutte le opere dell’artista svizzero, in cui gli elementi naturali quali l’acqua, l’aria e il fuoco spesso svolgono un ruolo importante.