Un bellissimo progetto indipendente di un libro interamente dedicato alle mani

Da quando l’ho incrociato sui miei assurdi giri nel web, questo progetto mi ronza in testa e finalmente sono riuscito ad incrociare la mia tastiera ed un attimo nel nostro tempo con Diego Garbini e Michela Brondi, le due teste pensanti che stanno dietro a Platò da cui mi sono fatto spiegare un pò meglio l’idea che sono molto felice di supportare e promuovere attraverso le Edizioni del Frisco.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

“A Book about Hands” è un libro e un progetto internazionale indipendente interamente dedicato alle mani.
Il libro raccoglie i lavori di 47 artisti da 13 nazioni, immagini provenienti da grandi musei e collezioni e particolari ritratti anonimi.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com
Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com
Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Questo progetto nasce da una collezione di circa 700 immagini selezionate da Michela Brondi su Pinterest nel corso di anni di ricerche. In collaborazione con una delle più antiche tipografie della Toscana
Bandecchi&Vivaldi è stato realizzato il prototipo del libro e ora, questo progetto, cerca una grande MANO per realizzare la prima edizione limitata attraverso una campagna di crowdfunding su Eppela.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Per quello che posso, vi dico di sostenere il progetto che vede coinvolti decine di artisti fra i quali nomi del calibro di: Michael WaraksaJason Travis, Bo Lundberg, Claire Curneen, Ayako Kurokawa, Jim PhilippsNina Myers // Matthew Cox // Joni Majer // Adrian Velasco // Ben Kruisdijk // Sarah Burwash // Jonathan Zawada.

Ecco dunque il progetto “A Book about Hands” che se vi piace, potete sostenere e spingere!

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Hypebeast riporta in auge gli anni ’90 anche nella grafica editoriale

Continuando a scavare dietro le storie che compongono il panorama creativo di oggi, Hypebeast esplora le ultime tendenze attraverso le lenti di ingrandimento di un team esperto e oramai di primissimo livello.
Pensieri, interviste e guide fanno da anni di Hypebeast un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la moda e più in generale le tendenze estetiche di tutto il mondo.
Oltre al sito, aggiornatissimo e ricchissimo, seguo le scelte del team che cura il magazine arrivato al numero 21.

Hypebeast – numero 21

“Hypebeast 20 – The X Issue” è quindi un’uscita precedente che però mi piace riscoprire per il design editoriale creato dallo studio Hybrid Design.
I designer dietro questo bellissimo progetto sono un vero e proprio super team: Carl-Hampus Vallin, Patchara Charoensiri, Frédérique Gravier, Olivia Ward, Dave Weber.
A mio avviso una delle cose più interessanti di questo progetto sono i rimandi visuali, gli elementi grafici tipici degli anni ’90 e il l’aspetto totalmente decostruito della grafica dell’intero numero. Dal mix del layout editoriale composto da elementi molto classici fino agli elementi tipografici ed al modo in cui le immagini sono state disposte sulla pagina.
Questo progetto mi fa venire il dubbio se, come da più parti sento dire, anche nel mondo della grafica editoriale, gli anni ’90 stiano tornando attuali visto che anche altri progetti condividono la stessa estetica e soprattutto la miriade di film in arrivo che saranno ambientati in quel decennio.
Date un’occhiata..

Un libro ricostruisce la storia di uno dei locali di Londra più famosi al mondo

Il 100 Club, lanciato nel 1942 come Feldman Swing Club, era frequentato durante la seconda guerra mondiale dai militari e dalle stelle del jazz come BB King e Muddy Waters negli anni ’50, ma è stato negli anni ’70 quando che è diventato un luogo storico e di culto per la scena punk ospitando il “The 100 Club Punk Special”, un evento che comprendeva band quali Sex Pistols, Siouxsie e Banshees, The Clash, Buzzcocks e The Damned, praticamente il punk e tutto la cultura underground che esso stava lanciando nel mondo.

Per celebrare questo leggendario club Fred Perry e Ditto pubblicano adesso un libro di storie e aneddoti sulla sua storia lunga 75 anni. Dai musicisti che hanno suonato lì alle persone dello staff del bar fino ai clienti che hanno servito.. ogni storia è una storia unica che aggiunge pagine alla leggenda ed al mito di questo club.
Tuttavia non erano solo le band la forza di questo locale indipendente, ma anche e soprattutto le tribù di fan che stavano scoprendo il punk e l’intera cultura underground che esso trascinava con se.
La copertina bianca serigrafata in viola, le carte interne colorate e gli inchiostri speciali utilizzati , uniti alle fotografie di artisti come Elaine Constantine, rendono questo volume un opera ricercatissima come si conviene per una delle istituzioni più amate del Regno Unito.

I fumetti e Star Wars visti attraverso una deliziosa serie di infografiche ultra pop

Tim Leong è stato il direttore del Digital Design di Wired Magazine, poi il Design Director di Fortune Magazine e adesso il direttore reativo di Entertainment Weekly Magazine dove si occupa di supervisionare la grafica, le copertine ed il design.
Dal 2013-2015 ha fatto parte del Consiglio di amministrazione della Society of Publication Designers di cui è Presidente del 2016.
Amante dell’arte infografica e dei dati, cerca di unire il suo mestiere di grafico e desingner creando visualizzazioni molto pop.
Parlo di lui perché oggi presentiamo due dei suoi lavori…

Tim Leong

Il mio primo è il libro dal titolo “Super Graphic: A Visual Guide to the Comic Book Universe” che è stato nominato addirittura il miglior libro del dell’anno di arte e design da Amazon.
In questo corposo volume il mondo dei comincs viene descritto ed analizzato attraverso una raccolta di grafici a torta, grafici a barre, timeline, grafici a dispersione e altro ancora. “Super Graphic” offre così ai lettori uno sguardo nuovo ed originale sulle trame intricate che si intrecciano nei fumetti illuminando il lettore sui dati anagrafici di lettori della DC Comics..

Oltre al volume sui comics Leong ha da poco prodotto una seconda delizia dal titolo “Star Wars Super Graphic“, una guida visiva di Star Wars che è sia un prodotto per piccoli fans, sia un’utile guida informativa per gli appassionati più grandi.
Anche in questo caso si passa con naturalezza da un diagramma di Venn sulle idiosincrasie di Yoda a un organigramma dell’Impero fino ad un grafico a linee delle decisioni gestionali di Grand Moff Tarkin.

AGO – Una fanzine per una Tesi o una Tesi per una fanzine?

AGO” la fanzine “Terapeutica per persone un po’ annoiate” realizzata da Camilla Reginato e concepita per una tesi di laurea, è un prodotto che pur essendo al passo con i tempi, la si può benissimo definire di vecchio stile, semplice, diretta e, come alle origini, fotocopiata. Immagini, testi e grafica per proporre, chiarire e sostenere la posizione dell’autrice sul tema del Do It Yourself, come lei stessa afferma:
“Perché una fanzine? Ritengo che sia un medium valido, interessante e genuino: viene creato ‘dal basso’, da chiunque abbia la necessità e la volontà di comunicare ad altri una propria passione cercando un confronto.
Perché il Do It Yourself? Chiama in causa la valorizzazione della progettualità dell’individuo, della sua creatività e del suo ingegno, risponde al bisogno di essere parte attiva di questo mondo, soggetti pensati e protagonisti del proprio tempo”.
Interessante la definizione del significato relativo al titolo, AGO, che ruota attorno a tre concetti: l’ago può pungere, ma senza far troppo male, a go in inglese significa un inizio, un tentativo e ago si traduce dal latino come agire, fare. Dunque AGO è una fanzine che vuole fare capolino nella mente dei suoi potenziali lettori e suscitare curiosità nei confronti del Do It Yourself.
All’interno di questo primo numero, lo 0, Camilla ha programmato scelte di contenuti interessanti, come IL DO IT YOURSELF IN 11 PUNTI che presenta l’interpretazione del DIY suddivisa in 11 punti che a parer dell’autrice ne caratterizzano il concetto, SPROUT notizia inerente alla sostenibilità ambientale poiché il DIY ha inevitabilmente a che fare anche con l’ambientalismo, oltre alle impostazioni che vedono, grazie anche alla scelta della carta color giallo oro, la fanzine assumere un carattere caldo e gioioso, in perfetto accordo con il messaggio che l’autrice vuole trasmettere, arrivando a realizzare un numero completo e bello da sfogliare.
Senza alcun dubbio, un lavoro progettato appositamente per sensibilizzare i lettori sull’attività del Do It Yourself, base portante della stessa tesi di laurea che vede al suo interno un intero capitolo, il Quarto, dedicato alla stessa fanzine. Circa 10 pagine per spiegare il Perché una fanzine: le motivazioni della scelta, Il concept, Le scelte progettuali, I contenuti della fanzine e La distribuzione della fanzine.
E non dimentichiamo il poster centrale, con le istruzioni per l’uso del Come fare il sapone in casa!
Camilla Reginato si è laureata a Venezia in Scienze e Tecniche della Comunicazione Grafica e Multimediale.
La fanzine è una parte rilevante di quella laurea.
“AGO” è disponibile online da scaricare gratuitamente dal sito della Fanzinoteca d’Italia 0.2.
La Call To Action invita il lettore ad inviare un feedback oppure, meglio ancora, a contattare l’autrice per iniziare a cooperare con lei nella realizzazione dei numeri successivi, quindi per gli interessati a tali tematiche, disponibili alla
condivisione, e pronti a collaborare siete avvisati, mail: reginato.camilla@gmail.com

FRUTE è una grafica sensuale, uno strumento di discussione e una rivista indipendente di cui correte il rischio di innamorarvi

Eccoci di nuovo qua e questa volta vi presentiamo un progetto tutto italiano che ho visto e preso al Fruit di Bologna e che da tempo speravo di avere qua alle Edizioni del Frisco.
Grazie a Cecilia abbiamo oggi la possibilità di presentarvi questo magazine molto rosa e molto interessante sia per i contenuti che intende trattare ma anche per una grafica che a me ha conquistato subito per quel non so che di ricercatezza sfrontata che fa sempre piacere alle pupille ed ai polpastrelli…

Il progetto Frute si occupa di femminismo intersezionale, confini del genere sessuale, relazioni, prevenzione della discriminazione, sessualità e tanto altro, intorno al tema centrale delle pari opportunità di genere.
I temi chiave sono trasformazione e accettazione, e vengono trattati insieme al concetto di identità femminile che gravita intorno al mondo del racconto personale e dell’attivismo.
L’obiettivo è quello di rappresentare una mobilitazione attraverso l’editoria indipendente, per promuovere uno sviluppo culturale in cui le diversità di genere, orientamento sessuale o provenienza non siano affrontate come tali, ma tutelate come valori per arrivare ad una vera inclusione.

Il progetto, di cui è da poco disponibile QUI il secondo numero, parte da una approfondita conoscenza dell’editoria femminile, in ogni sua forma, da quella sbarazzina a quella più tipicamente controculturale e proprio da qui nasce il valore aggiunto che mescola sapientemente l’alto ed il basso, il sociale con l’estetico riuscendo in pieno in questo lavoro di cut up.

Lo si può fare in modo ironico, come per esempio nella pagina Cuori Sfranti che si rifà ad una estetica da teen-magazine (ma aggiungendo un livello di lettura diverso includendo una drag queen), oppure in maniera più seria, come nelle interviste e nelle rubriche che racchiudono racconti vissuti in prima persona.

Frute si basa sulla grande ispirazione che danno le riviste femministe del passato, italiane e internazionali.
Questa grossa ricerca, sia visiva che di contenuto, è affiancata al tentativo di unire una comunicazione fresca, una grafica contemporanea e colorata a contenuti forti e tematiche sociali come la parità di genere, i diritti lgbt+ e la sessualità.
Frute cerca di presentarsi meno come una fanzine ma più come una rivista, a partire dalla distribuzione, nelle librerie indipendenti aderenti, ma soprattutto formandosi grazie non ad amatori ma a giovani autori, illustratori, fotografi e professionisti del mondo editoriale.

Da queste parole di Cecilia si percepisce che l’intento di Frute non è solo quello di trasmettere dei messaggi – in questo caso anche socialmente potenti ed a mio avviso utili – ma di farlo con stile, competenza e passione. Questo potente ed efficace mix produce una rivista che fa piacere. Una rivista che trovo giusto esista in un panorama editoriale che troppo spesso risente di un certo timore – o peggio ancora paura – nel farsi strumento di dibattito sociale preferendo nascondersi dietro ad un’apparenza carina, ricercata ma, in fondo comodamente vuota e sterile.

“Interview” lo storico magazine fondato e curato per anni da Andy Warhol ha chiuso

“Interview” è stata una rivista americana fondata alla fine del 1969 nientepopodimenoche da Andy Warhol insieme all’amico e giornalista britannico John Wilcock, storico fondatore anche del Village Voice di New York e promotore di gran parte delle iniziative più importanti della stampa underground degli ani Sessanta e Settanta in America.
La rivista, soprannominata The Crystal Ball of Pop, ha da sempre presentato conversazioni intime con alcune delle più grandi celebrità del mondo fra cui artisti, musicisti e creativi. Le interviste erano solitamente inedite e facevano parte di questo magazine le cui copertine, curate direttamente da Warhol insieme all’artista Richard Bernstein dal 1972 al 1989, hanno fatto la storia di un certo tipo di editoria indipendente americana e non solo.

Nei primi tempi la rivista veniva distribuita gratuitamente alla folla e ideata e realizzata interamente da Andy Warhol che ne ha curato ogni numero fino alla sua morte accettando con un gran mal di pancia lo stile editoriale ben più convenzionale che “Interview” dovette adottare una volta acquistato dal nuovo editore Bob Colacello. Nonostante questo Warhol ha continuato a diffondere e promuovere la sua rivista creando eventi ad hoc per le strade di Manhattan.
Dopo la morte di Warhol avvenuta nel 1987 la rivista è passata all’editore Brant Publications ed è stata diretta per ben 18 anni da Ingrid Sischy.
Questo duraturo rapporto di lavoro si è interrotto quando è scoppiato un bel colpo di scena visto che proprio Ingrid Sischy, in un’intervista uscita sul The New Yorker a margine di un servizio fotografico del fotografo Robert Mapplethorpe, dall’interessante titolo The Perfect Moment, la stessa Sischy ha dichiarato pubblicamente pubblicamente di essere lesbica. Diciamo che la bomba vera e propria è esplosa quando ha dichiarato candidamente di avere una storia con Sandra Brant, proprio la ex moglie di Peter M. Brant, editore della rivista….
A questo punto le due hanno lasciato “Interview” vendendo la propria quota alla Brant Publications e passando il testimone di capo redazione a Christopher Bollen, poi a Fabien Baron e Glenn O’Brien nel settembre 2008 ed a a Karl Templer nel 2017 quando però la rivista navigava già in bruttissime acque a causa della perdita di identità e caratura stilistica e contenutistica che aveva subito nell’ultimo decennio.
Il 21 maggio 2018 è stato annunciata la chiusura di questo storico magazine.

 

Sulle Edizioni del Frisco arriva la meravigliosa Fanzinoteca d’Italia!

Il pezzo di oggi non è mio, ma di Milena Bonucci Amadori, Responsabile Ufficio Attività Culturali della Provincia di Forlì, e spero possa diventare il primo di una serie infinita, o per lo meno assai lunga.
Ospitare all’interno delle Edizioni del Frisco una realtà storica e fondamentale come la Fanzinoteca è per me orgoglio e vanto visto che è più o meno dal 2006 che, con i consueti alti e bassi, seguo il lavoro competente e pieno di passione di questo piccolo gioiello.
Non mi dilungo oltre lasciandovi ad una lettura che vi introdurrà in un mondo nuovo, fantastico e ricco di tesori che mi piacerebbe scoprire piano piano insieme a voi…

Quello che so della Fanzinoteca si snoda avanti e indietro in una serie disordinata di ricordi, domande, immagini. Due punti fermi però li ho. Il primo è il 25 settembre 2010, sabato, giorno dell’inaugurazione, la Fanzinoteca è ufficialmente nata dopo un complesso periodo di gestazione. Il secondo lo scrivo dopo. Intanto dovrò dire cos’è una fanzinoteca. Nella versione spiegata a mia nonna è una raccolta di fanzine, cioè come una biblioteca, ma al posto dei libri ci sono le fanzine. Bene, ora mia nonna vuole sapere cos’è una fanzine. Ecco allora che entra in gioco il secondo punto fermo, il fanzinologo Gianluca Umiliacchi. Lui è l’esperto che dice, sintetizzo io perché per lui, così appassionato, è impossibile essere breve, che la

fanzine è una rivista auto-prodotta il cui nome deriva dalla contrazione di fan (appassionato) e magazine (rivista).

Non è felice del mio riassunto. Precisa che nell’ampio mondo dell’auto-produzione – o meglio auto-edizione, avendone raffinato il concetto – le fanzine sono solo una parte, che si riconosce per tre caratteristiche di base:

  • passione,
  • comunicazione libera delle proprie idee,
  • confronto a cui si aggiunge sempre l’assenza di scopo di lucro.

Non è facile, fra le tante produzioni, riconoscere una fanzine. A volte lo stesso autore non la ritiene tale, sebbene ne possieda tutte le prerogative; a volte, invece, il creatore la definisce una fanzine, ma l’occhio allenato del fanzinologo ne registra l’assenza di uno o più degli elementi di base, individuando cioè un prodotto editoriale che non ha l’autenticità, la libertà, la capacità di confrontarsi con gli altri cultori della materia senza distorsioni economiche di fondo.
È evidente che se c’è una raccolta di qualcosa, ci deve necessariamente essere un luogo che la ospita. È a Forlì, in via Curiel 51, nella sede di una circoscrizione che non esiste più. I locali (uno più uno di accesso) sono piccoli per la gran quantità di documenti che vi si trovano, ma una volta entrati si è accolti con tanta affabilità che il resto si perde sullo sfondo di saloni che non ci sono. Ci sono esposte le fanzine più recenti, che si possono prendere a prestito o leggere in loco, ma, udite! udite! si possono consultare quelle dell’Archivio Nazionale Fanzine Italiane, una raccolta privata di circa seimila documenti che coprono un arco temporale che va dagli anni Sessanta del Novecento ad oggi. Sono prevalentemente testate fanzinare, ma a queste si aggiungono materiali e ricerche sulle fanzine, fra le quali anche tesi di laurea, orgoglio e sudore di studenti che si sono rivolti alla generosità di Umiliacchi per concludere quel loro percorso di studi universitari.

La Fanzinoteca d’Italia è nata dalla passione e dalla caparbietà di Gianluca il Fanzinotecario, come lui si definisce, coniando il neologismo che trae spunto dalla nobile figura del bibliotecario. Appassionato di fumetto, ha iniziato a produrre fanzine e a collaborare con diverse testate dalla metà degli anni Ottanta. Raccoglierle e collezionarle è stata una logica conseguenza, ma è negli anni Novanta che, dalla fusione della sua raccolta con quella dell’amico Michele Mordente, unita ai materiali inviati in occasione della produzione di un catalogo delle testate esistenti, nasce Bastian Contrario, Archivio Nazionale Fanzine Italiane. Da allora l’Archivio si è ulteriormente espanso, anche grazie alle donazioni di materiali inviati a fini conservativi, documenti che sennò sarebbero andati perduti.
Cosa si trova in quell’Archivio? Tantissimo: dalle prime poesie di letterati in erba a storie di fantascienza; dalle critiche musicali ai fumetti e alla mail-art, tutto rigorosamente auto-prodotto. È come stare in un quadro di Bruegel o in una tavola di Jacovitti; c’è tanto da vedere e da leggere: narrazioni disparate in un’unica cornice. È uno spaccato socio-antropologico che racconta della necessità di esprimersi che va oltre i canali ufficiali, in alcuni casi con capacità che saranno sviluppate fino a diventare professioni, in altri con esiti meno intensi ma ugualmente interessanti.

Gianluca e l’Archivio si conoscono come due vecchi amici. Per fare un esempio, c’è stato un momento della mia vita in cui volevo diventare la più grande studiosa di letteratura vampirica; mi ero messa in testa di dedicare i miei sforzi intellettuali a quel tipo di produzioni fanzinare, che avrei voluto leggere in un’ottica di genere. Alla fine non ne ho fatto nulla, sono pigra, ma Gianluca in pochi minuti aveva trovato quello che poteva servirmi.
La missione della Fanzinoteca d’Italia però non si esaurisce nella funzione di raccolta e conservazione. Perfettamente inserita nell’attualità concettuale di luogo della cultura, accoglie chiunque abbia interesse ad entrare, attiva corsi di fumetto e di fanzine, idea e organizza mostre, si aggancia alle maggiori iniziative culturali nazionali, ha collegamenti con realtà italiane che possiedono delle collezioni (come la Biblioteca di via del Senato o la Fanzinoteca, che pur definendosi tale in realtà possiede pochissime fanzine e tante auto-produzioni, collegata alla Biblioteca Zara a Milano) e con fanzinoteche europee e americane.
In generale, non sembrano esaurirsi né l’impatto passionale o il desiderio di confrontarsi, né l’esigenza di conoscere meglio quello che sta sotto la cultura ufficiale, quindi ad una retorica domanda: «Ma c’è bisogno di una Fanzinoteca?» occorre rispondere: «Sì, senz’altro sì, anche fosse solo per raccogliere quanto è stato prodotto fino a questo momento e renderlo disponibile a chi ha voglia di approfondire l’argomento».

La produzione fanzinara continua ad esistere, seppur in forma volatile, vive a dispetto di ogni omologazione e in reazione al conformismo, rappresenta passione e creatività che non trovano spazi nelle pubblicazioni ufficiali, ecco che, ancora di più, è necessario che esista la Fanzinoteca.

A Forlì, la Fanzinoteca d’Italia è gestita dall’Associazione Fanzine Italiane e dalla prodigalità di volontari e amici. La sede è stata fornita dall’Amministrazione Comunale che ne sostiene anche i costi vivi (energia elettrica, riscaldamento), almeno fino ad ora. Un’altra importante relazione istituzionale è stata aperta con la Rete Bibliotecaria di Romagna e San Marino, attraverso la quale si sta catalogando il materiale della Fanzinoteca. Quello della catalogazione è un argomento interessante; se da un lato consente di essere visibili in un importante repertorio online, dall’altro impone una serie di riflessioni su come descrivere questo materiale che è ben altro rispetto ai più canonici testi a stampa dell’editoria ufficiale e non. In senso lato è integrato nella cosiddetta letteratura grigia, ma questa è certamente una classificazione troppo vaga ed ampia, che non rende giustizia della variegata complessità delle fanzine.
Alla Fanzinoteca arrivano circa 450/500 pezzi fanzinari all’anno e dalla sua fondazione sono state otto le tesi di laurea che si sono occupate di questa materia, la nona è attualmente in corso, sotto diversi punti di vista: comunicativo, sociologico, culturale, produttivo.

 

Per ulteriori info:
GianLuca Umiliacchi Direttore Fanzinotecario Fanzinoteca d’Italia 0.2, Centro Nazionale Studi Fanzine – Fanzinoteca d’Italia 0.2 Via E. Curiel, 51 – 47121 Forlì FC Italia

Orari Pubblici:
Dietro prenotazione, 339 3085390 (G. Umiliacchi Dirigente Centro Nazionale Studi Fanzine) centronazionalestudifanzine@fanzineitaliane.it – fanzinoteca@fanzineitaliane.it

www.fanzinoteca.it

La storia del Poster Workshop, il luogo mitologico dove si stampavano i poster della ribellione inglese

Poster Workshop 1968-1971” è un libro di Sam Lord, Peter Dukes, Jo Robinson e Sarah Wilson con una prefazione di Jess Baines.
“Poster Workshop 1968-1971” è un pezzo di storia che tutti gli amanti dell’editoria, della grafica e della storia di queste due materie devono assolutamente conoscere.
“Poster Workshop 1968-1971” è il resoconto storico e grafico di una leggenda che ancora oggi risuona in tutta l’Inghilterra.
“Poster Workshop 1968-1971” è la dimostrazione che la passione e gli ideali hanno un loro peso specifico e che è grazie ad essi che la società può andare  avanti e migliorare le nostre vite.

Dal 1968 al 1971, chiunque poteva entrare nel seminterrato di Camden Town e commissionare un poster al gruppo di stampatori denominato “Poster Workshop 1968-1971”. I lavoratori in sciopero, i gruppi per i diritti civili ed i movimenti di liberazione di tutto il mondo si affidavano a questo gruppo ispirato all’Atelier Populaire attivo a Parigi durante il famoso Maggio 1968 per realizzare rapidamente i poster necessari alle manifestazioni sui temi caldi del periodo come Vietnam, Irlanda del Nord, Sud Africa, alloggi, diritti dei lavoratori e rivoluzione.
Il laboratorio di poster esisteva in un momento eccezionale. Ha prosperato sull’energia generata dalla convinzione che enormi cambiamenti fossero possibili, attraverso movimenti per l’uguaglianza, i diritti civili, la libertà e la rivoluzione. Era un’espressione di quel tempo – di eccitazione, cambiamento e speranza.
Questo libro è il terzo dopo “Eyeball Cards” e “UFO Drawings From The National Archives” della serie Irregulars sugli aspetti della moderna storia visiva britannica e riproduce tutti i manifesti prodotti dal Poster Workshop  offrendo una prospettiva unica e utilissima sui principali problemi politici degli anni Sessanta e Settanta in Gran Bretagna.

La storia narra che all’inizio del 1968, dopo aver lasciato la Bath Academy of Art, Sam Lord costruì un tavolo per serigrafia nella cucina di un appartamento che condivideva al 51 Moorhouse Rd, Notting Hill Gate, Londra. Proprio su quel tavolo furono stampati i manifesti, alcuni con l’assistenza di Peter Dukes, Dick Pountain e Jean Loup Msika, un tunisino francese espulso dalla Francia a causa del suo coinvolgimento con l’Atelier Populaire e gli eventi del Maggio francese. Espulsione revocata l’anno successivo a seguito di una campagna sostenuta da Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir.
Non esisteva un costo fisso per la stampa dei poster, l’idea era che i gruppi pagassero ciò che ritenevano di potersi permettere.
Le condizioni nel seminterrato – composto da solo due stanze senza riscaldamento – erano del tutto disastrose. La maggior parte dei solventi e dei prodotti per la pulizia emanavano fumi tossici, oltre ad essere combustibili. La maggior parte del lavoro veniva svolto in una stanza, mentre nell’altra erano appesi i poster ad asciugare.

Si tratta come averete senz’altro intuito di una storia leggendaria, per alcuni versi eroica, in cui un gruppo di persone per sostenere non solo i propri ideali ma anche di supportare tutti i gruppi organizzati in favore dei più deboli e di chi non ha diritti, ha messo sul piatto energia, forza, risorse e tanta, tanta passione.
Io sono innamorato del “Poster Workshop 1968-1971”.

L’ultimo numero della rivista Slanted esplora la scena creativa a Tokyo

Slanted Publishers è una casa editrice indipendente che immagino gli appassionati di editoria e di magazine indipendenti già conosceranno molto bene.

Fondata nel 2014 da Lars Harmsen e Julia Kahl, pubblica la pluripremiata rivista Slanted che analizza il design e la cultura internazionale con 2 uscite annuali.
Inoltre, è da segnalare la quotidiana attività del blog che segnala eventi, magazine e tanto altro e che funge da vera e propria guida per gli appassionati.
Slanted Publishers è anche editore e redattore di progetti interessantissimi come Yearbook of Type, i calendari Typodarium e Photodarium, lo studio tipografico indipendente VolcanoType e altri progetti e pubblicazioni legati al design.     L’ultimo numero – il 31 – di Slanted Magazine è ispirato alla città di Tokyo, in seguito alla visita del team editoriale della rivista proprio nella capitale del Sol Levante dove sono state fatte interviste con i creativi giapponesi come Shin Akiyama, ad aziende tipo la Dainippon, ed a Studi di design Hitomi Sago, Ian Lynam Design e Yosuke Yamaguchi.
Oltre alla normale copia disponibile su slanted.de, è possibile acquistare un’edizione speciale limitata accompagnata da un opuscolo illustrato stampato su risograph.

In questo libro un reportage unico sui piccoli centri italiani che resistono strenuamente alla scomparsa

Per il pezzo di oggi, ho deciso di contattare i ragazzi di CTRL per avere qualche notizia in più su di loro, sul loro omonimo magazine e soprattutto sul loro ultimo progetto.
Per 9 anni è infatti uscito “CTRL Magazine“, un magazine cartaceo gratuito e tascabile inizialmente distribuito solo nella città di base del progetto, Bergamo.
Dall’inizio del 2017 CTRL si è diffuso in tutta Italia, continuando a essere gratuito e tascabile fino all’uscita del numero 72 che ha chiuso questa bella esperienza editoriale.
Il gruppo però non ha affatto deciso di fermarsi anzi, ha rilanciato con una pubblicazione dal titolo “Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza“, un interessantissimo reportage che accompagna il lettore 
dal Salento al Monte Rosa, nei luoghi d’Italia in cui la lingua madre non è l’italiano.
Abbiamo chiesto proprio a loro di descrivere il progetto e allora ecco qua le loro parole…

Abbiamo incontrato gli ultimi parlanti della lingua walser, nelle alte valli del Piemonte.  Gli occitani, nel torinese e nel cuneese: la loro lingua è quella degli antichi trovatori.  Siamo sbarcati nell’isola di San Pietro, nel sud della Sardegna, dove si parla il tabarchino.  Siamo stati in Basilicata, nei territori degli arbëreshë, i discendenti delle popolazioni che nel XV secolo emigrarono in Italia dall’Albania.  E nei piccoli paesi della Puglia dove sopravvive ancora oggi il grico: una lingua che resiste, forse, fin dai tempi delle antiche colonie della Magna Grecia o che, forse, è stato esportata nel Medioevo dall’Impero Bizantino.
Cinque reportage firmati da cinque scrittori: Franco Arminio, Viola Bonaldi, Nicola Feninno, Valerio Millefoglie, Mirco Roncoroni.

Un’ampia sezione fotografica con gli scatti di Emanuela Colombo e sette contenuti speciali, che raccontano il rapporto tra lingua e identità nei territori dell’Italia meno raccontata, a cura di Gionata Giardina, Davide Gritti, Alessandro Mininno, Gianni Miraglia, Alessandro Monaci, Luca Perri.
Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza è un libro di reportage narrativo e fotografico. Una narrazione a più voci che nasce dall’esperienza di CTRL magazine. E dalla passione per le storie fuori dai radar.

Il volume si acquista qui.

Lo sport come non lo avete mai visto è fra le pagine di Athleta Magazine

Oggi è proprio uno di quei giorni, uno di quei giorni.
Oggi è uno di quei giorni in cui sono felicissimo di ospitare in questo mio sito una delle realtà italiane che stanno emergendo con forza, e soprattutto stile e competenza, nel panorama internazionale dei new magazines.
Si tratta di “Athleta”, un prodotto tutto italiano che vede coinvolti Giovanni Gallio (Editor), Sara Capovilla (Photo Editor) e Alessandra Pavan (Graphics).
Sono felice perché è dal primo numero che li seguo e apprezzo molto il loro lavoro fatto di piccoli passi ma idee chiare che li hanno portati oggi alla terza uscita.
La loro presentazione si sviluppoa dall’etimologia classico latina del termine Athleta ovvero

colui che è proteso nello sforzo di superare la sfida sportiva, ma, ancora di più, nello sforzo di superare sé stesso.

“Athleta” è un magazine indipendente che racconta la cultura dello
sport da un punto di vista non convenzionale spingendo molto sulla qualità del suo perno centrale, la fotografia.
Utilizzando proprio il loro linguaggio, “Athleta” è un viaggio nel principio di resilienza, nella scoperta dei propri limiti attraverso il corpo. E’ un viaggio nella propria identità, nella condizione umana, nei valori della competizione. In nome dello spirito agonistico, ma anche in nome dell’estetica dell’immagine. E’ la luce impressa, essenza di figura, gloria. E’ ombre di anonimato. E’ dove grafica ed equilibrio incontrano la fatica ed il rumore.
Ecco, come spero vi rendiate conto quando sfoglierete questa rivista, “Athleta” è una narrazione visiva di quelli che sono – di volta in volta – gli infiniti aspetti unici ed originali del concetto di sport, una  narrazione che nella terza uscita mostra come lo sport sia un gesto che ti consegna all’eternità.
Buona lettura e complimenti ancora a tutto il team di “Athleta”, vi aspettiamo per il numero 4!

Un nuovo magazine con molto giallo in formato quotidiano tutto dedicato alla Grande Mela

Il designer e art director Richard Turley, già conosciuto anni fa per i suoi video spot su MTV ha deciso di creare un suo nuovo progetto dal titolo “Civilization”.
L’idea nasce innanzitutto dal ricordo dello stesso Turley dell’emozione che lo pervadeva ogni qual volta si trovava in un negozio di fronte al muro dei magazine ed all’eccitazione provata durante la scelta di quelli da acquistare e delle novità da spulciare.
Proprio grazie a questo suo fanatismo da rivista cartacea, Turley ha deciso di dare via ad un proprio progetto editoriale. La decisione di riaccendere questo sentimento creando la propria pubblicazione è stata anche parzialmente influenzata dal lavoro che Richard ha fatto con un gruppo di studenti che spesso e volentieri si lamentavano della tristezza e dello stile superato dei loro media di riferimento. Avevano voglia di qualcosa di tangibile e permanente. Queste due esperienze simultanee hanno spinto Turley a dare il via a “Civilization” un classico giornale su New York e su com’è vivere in questa città.
Civilization è co-edito da Lucas Mascetello e Mia Kerin, due amici e colleghi di Turley che descrivono il progeto “Civilization” come una sorta di autobiografia, un diario di bordo della loro vita nella Grande Mela, attraverso il loro lavoro quotidiano, gli incontri, i locali e le persone che vi enrano ed escono continuamente. Accanto alle parole e alle immagini di Richard, Lucas e Mia sono gli autori o i committenti di numerosi contributi.
Oltre all’immancabile colonna di recensioni e segnalazioni musicali di Bráulio Amado il lavoro presenta opere di Bertie Brandes, Babak Radboy ed Emily Segal.
Grande formato, colore giallo su sfondo bianco, ampio utilizzo di grafica e impaginazione dal taglio classico da newspaper, ecco “Civilization”,

Dai creatori di Polvere ecco adesso “Lei” un altro capitolo tutto italiano che anima l’amore per la bicicletta ed il ciclismo

Ne avevo già dato segnalazione qualche tempo fa qui perché si tratta davvero di un bel progetto e di un lavoro dove,insieme alla passione per il ciclismo, emerge chiara anche la competenza tecnica e la voglia di creare dei prodotti editoriali di livello. Ecco dunque che, dopo le monografie sulla “Fatica” e sulla “Velocità” arriva adesso un terzo volume dal bellissimo titolo “Lei“.
Come si legge nella descrizione del libro, troviamo in queste 120 elegantissime pagine tavole, pensieri, segnalazioni, interviste, progetti e racconti per rimuovere la polvere dai ricordi a pedali e rimanere sempre in sella.
Fra i contributors di questa ultima uscita troviamo: Antonella Bellutti, Attilio Scarpellini, Ausilia Vistarini, Cosimo Cito, Claudia Tifi, Elisa Longo Borghini, Fernanda Pessolano, Francesco Ricci, Giovanna Rossi, Marco Pastonesi, Rosti team, William Fotheringham.
Mentre per la parte grafica: Achille Lepera, Elenia Beretta, Ilona Kamps, Luca Benedet, Marta Pantaleo, Marco Renieri, Paolo Ciaberta, Sebastiano Favaro, Teresa Enhiak Nanni.
Sono prporio felice di vedere che il progetto continua, si evolve e alza il livello sempre di più lasciando sempre accesa la curiosità su cosa ci riservi il team di POUPOU Edizioni per la prossima uscita…

Un libro spiega tutto ciò che cambia quando la tipografia deve essere utilizzata e non sulla carta

E’ uscito “Type on screen” il bellissimo – e attesissimo – libro che stavo aspettando da un pò scritto da Ellen Lupton, già autrice dello splendido “Graphic Design Thinking“, scrittrice, curatrice e grafica, direttrice del programma Graphic Design MFA presso il Maryland Institute College of Art (MICA) di Baltimora, dove è anche direttrice del Center for Design Thinking.
Pubblicato da Princeton Architectural Press, questo libro è appunto il tanto atteso seguito del bestseller mondiale “Graphic Design Thinking”.
Si tratta di una vera e propria guida critica per designer, scrittori, sviluppatori e studenti ma è anche un’introduzione all’uso delle applicazioni tipografiche in ambito video come film, web e soprattutto le moderne app mobili.
La parte secondo me più interessante è quella infatti dove vviene affrontato il tema di come combinare i principi classici della tipografia con le nuove tecnologie. Il libro offre una guida su come scegliere il carattere giusto per un utilizzo sullo schermo, come renderlo bello e utilizzarlo in modo funzionale.
Ricchissimo di illustrazioni provenienti da esempi realizzati dalla comunità internazionale di grafici e tipografi
Un volume tecnico, specifico, approfondito per forse non per i semplici amanti ma per coloro che sono già ad un livello avanzato, che sicuramente porterà argomenti, spunti e idee da non perdere.

Hayley Berridge ed i suoi progetti editoriali metaforici

Originaria delle Midlands, Hayley Berridge è una giovane laureato in Graphic Design & Illustration alla Liverpool John Moores University.
La sua passione è attualmente tutta incentrata verso lo studioe l’approfondimento del cosiddetto design tattile e metaforico, fatto di trame, materiali, colori e finiture di cui si dice ossessionata. Il lavoro sui materiali è infatti per lei una parte fondamentale del suo approccio alla grafica ed al design e la costante ricerca di prodotti ed emozioni  tattili l’ha portata oramai ad avere una certa esperienza nel settore.
Di seguito alcuni suoi progetti…

Imperfection” è una pubblicazione in risograph giocosa e visivamente intensa che mostra la combinazione tra motivi moiré e tipografia attraverso i mezzi di scansione grafica. Il libro mostra il passaggio da schemi semplici a disegni moiré più complessi attraverso un uso forte e scanzonato del colore.

Il progetto “Fading Forest” è invece una pubblicazione tascabile che esplora il problema della distruzione della foresta pluviale amazzonica a causa della deforestazione. Sono pagine di carta fotosensibile che esposte alla luce solare per un periodo di circa 2-3 settimane scompariranno del tutto e torneranno pagine vuote di un libro essenzialmente vuoto. Bella metafora di ciò che attualmente sta accadendo alla foresta pluviale.

Se i lavori di Hayley vi sembrano interessanti almeno quanto lo sembrano a me, date un’occhiata al resto sul su sito..

“Suspiria” è il magazine sui brutti sogni e sul perché non riusciamo a farne a meno

Oramai sappiamo che questi ultimi anni sono una continua esplosione di carta e grafica. Oramai ne abbiamo viste un numero così imprecisato che a volte capita di non credere nemmeno più di poter sorprendersi ancora ed invece….
Ed invece ecco “Suspiria Magazine”, che fin dal nome risulta un accattivante progetto che non potevo approfondire e presentarvi.
Il progetto nasce dalle menti dei ragazzi della Dreadful Press, già in giro con l’altro progetto editoriale intitolato “Sabat Magazine” che fonde Stregoneria e femminismo come archetipi antichi e arte istantanea.
Capite che stiamo parlando di originalità, visionarietà, provocazione e arte in un mix difficilmente riscontrabile in altri magazine indipendenti.

Sabat 4: Elements

Nel nuovo progetto “Suspiria Magazine” si cerca invece di analizzare ed approfondire alcuni aspetti della psiche umana sempre attraverso una lente tutta al femminile. Partendo infatti dai sogni si vuole gettare una luce su quelli che sono gli archetipi della paura e soprattutto sul perché continuino ad emanare un fascino tutto particolare e, per alcuni, addirittura irresistibile.
Con la grafica assolutamente black e perfettamente in tema a cura degli inglesi StudioFax e la direzione artistica di Valentina Egoavil Medina, regista tedesca di 30 anni, “Suspiria Magazine” mette in scena

Progettare un quotidiano a Londra

Jordan-River Low ha condiviso un suo lavoro di progettazione editoriale sul suo profilo Behance. Il lavoro è stato fatto per un brief universitario di Editorial Design. Il progetto prevedeva la progettazione di un numero unico di newspaper locale che contenesse le informazioni del territorio suddivise in sezioni e la creazione di contenuti in linea con lo stile del giornale.
“Il grande giornale E” è quindi un giornale per gli abitanti londinesi della zona nord orientale, più precisamente nella zona E di Hackney Borough.
Le notizie, gli articoli, le informazioni ed in generale tutti i contenuti sono stati individuati appositamente tenuto conto del territorio di riferimento e per le persone che ci vivono.
Si suppone che sia un prodotto editoriale stampato quotidianamente e che quindi svolge il ruolo di un newspaper a distribuzione popolare ma di alto livello in termini di contenuti. I riferimenti indicativi posso no essere The Independent o The Guardian.
Il design della rivista è stato pensato per rappresentare al meglio l’estetica giovane dei quartieri di Shoreditch, Dalston, Hackney e altrove.
Si tratta di uno stile con chiari rimandi ai riferimenti classici e quindi vagamente retrò, ma associato il più possibile alla vivacità della zona e dei residenti.

Il progetto è stato infine realizzato con un numero speciale cartaceo che ha riscosso un buon successo fra i lettori che hanno ricevuto una copia tramite gli uffici dell’University of Reading, Londra.
Ecco quindi il risultato finale del brief di Jordan-River Low.

Una mostra ed un catalogo analizzano come la grafica ed il design rispondono alle turbolenze politiche di questi anni

Oggi prendo spunto dalla mostra dal titolo “Hope to Nope” attualmente al Design Museum di Londra fino al 12 agosto 2018.Già da qualche anno, forse decennio, abbiamo capito che il nostro è un periodo storico turbolento, senza certezze, caratterizzato da profonde divisioni sociali e da conflitti più o meno latenti sparsi in tutto il pianeta. In particolar modo l’ultimo decennio è stato praticamente un costante periodo di turbolenze politiche e questo non lascia certo indifferente il mondo del design che si fa sempre più politicamente attivo attraverso poster, meme, GIF, stampe, magliette prodotti tanto dagli attivisti dilettanti quanto da designer e studi professionali. Non vi viene subito in mente il famossissimo poster “Hope” di Shepard Fairey meglio conosciuto come OBEY?

Barack Obama “Hope” poster

Ecco, per celebrare tutto questo, una nuova mostra al Design Museum di Londra dal titolo Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18 esplora il ruolo della grafica in quei 3.650 giorni. L’obiettivo degli organizzatori è quello di guardare il risultato grafico che gli avvenimenti politici di questi anni hanno prodotto.Margaret Cubbage quindi i criteri di scelta non è stato solo il design buono o meno buono, quanto il tipo di impatto e influenza che questo ha avuto.
Lo spettacolo è stato concepito da GraphicDesign & Lucienne Roberts e David Shaw, con Rebecca Wright insieme al Design Museum.
I temi affrontati sono moltissimi ed il relativo catalogo, un bel volume ricco di immagini, fotografie e approfondimenti riporta fedelmente le principali tensioni politiche di tutto il mondo fra cui le proteste contro le molestie sessuali in Cina, il movimento Occupy e 99%, la protesta in Brasile per la povertà delle periferie, le manifestazioni di Je Suis Charlie, Trump, Brexit e molto, molto altro fino al famosissimo Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Oltre alle sezioni che abbiamo già visto, nel libro ci sono interviste con il celebre grafico Milton Glaser e lo street artist Shepard Fairey, i designer e artisti internazionali presenti in questo libro poi sono: Gorilla, Dread Scott, Edel Rodriguez, TEMPLO, ThoughtMatter, Michael Bierut, Sagmeister e Walsh, Marwan Shahin, Barnbrook e Metahaven .

Il libro di illustrazioni di Ellen Weinstein è una chicca per occhi appassionati

Ellen Weinstein è nata e cresciuta a New York City. Si è laureata al Pratt Institute e alla New School of Art and Design di New York e ha vinto nella sua carriera una lista incredibile di premi internazionali fra i quali: Society of Illustrators, Communication Arts Illustration AnnualSociety of Publication Designers.
Il libro di oggi, disponibile dal mese di Aprile sul sito della Chronicle Books di San Francisco, è una vera chicca per gli appassionati di illustrazione, in particolar modo per quel settore sempre più specifico dell’illustrazione editoriale, quella cioè che compare soprattutto nei magazines e che intrattiene con il testo che accompagna un rapporto particolare e sempre più importante.
“Recipes for Good Luck” è il titolo del libro che dimostra come alcune menti geniali e atipiche ricerchino la propria ispirazione nel loro specifico ambito lavorativo. Qualche esempio?
Che cosa fa la poetessa Maya Angelou per mantenere attivo il proprio flusso di parole? Qual è il portafortuna di un ingegnere della NASA? Come si prepara Thom Yorke per un concerto?
Questo libro contiene le illustrazioni relative ai trucchi di creativi, politici, scienziati e atleti rivelando una serie di pratiche che stanno in mezzo fra le superstizioni stravaganti ed i classici riti scaramantici prima delle performance. Questo vero e proprio compendio visivo celebra sia con una parte testuale, ma ancor più negli affascinanti ritratti illustrati di Elle Weinstein quelle che sono le vere personalità, i reali processi creativi e le curiose abitudini di queste persone.

Tra poco sapremo chi vincerà il premio di miglior magazine e miglior brand del 2017 per la Society of Publication Designers

Friday, May 4th at Cipriani 25 Broadway in New York City.

La Society of Publication Designers è una fondazione nata nel 1965 senza scopo di lucro dedicata a promuovere e incoraggiare l’eccellenza nella progettazione editoriale.
Come ogni anno, la Society of Publication Designers (SPD) ha annunciato i finalisti del 53° Annual Design Competition che vedrà la sua conclusione il 4 Maggio prossimo a New York.
Il concorso di progettazione editoriale di SPD celebra l’eccellenza nel design, nella fotografia e nell’illustrazione all’interno delle pubblicazioni cartacee e digitali.

I progetti caricati attraverso il sito on line di SPD sono suddivisi in 85 (!) di appartenenza, vengono giudicati da una giuria (qui trovate l’elenco dei giurati) composta da con due co-presidenti: Copresidenti: Tim Leong (Executive Editor di Entertainment Weekly) e Toby Kaufmann (Direttore esecutivo della fotografia in Refinery29) che sveleranno i vincitori il 4 maggio prossimo.
Rispetto al premio organizzato da STACK si può tranquillamente di re che SPD è molto più incentrato sui magazine statunitensi e soprattutto sulla produzione editoriale mainstream.
Per quanto riguarda l’Italia, facciamo assolutamente il tifo per Wired Italia, oramai semprè più assimilabile al cugino d’oltreoceano e a Rvm Magazine, avventura editoriale sulla “fotografia e altre narrazioni” interessantissima ed indipendentissima portata avanti da Agnese PortoGiammaria De GasperisFrancesca PignataroVeronica Daltri.

I finalisti per i premi di Magazine e Brand dell’anno sono:
The California Sunday Magazine, Garden & Gun, Gather Journal, Harvard Business Review, New York Magazine, The New York Times Magazine, Refinery29 e WIRED.

The California Sunday Magazine

 

Gather Journal

 

Gather Journal

I finalisti per il premio di Magazine cartaceo sono:
5280 Magazine, Accent, AFAR, American Builders Quarterly, APICS, ARCHITECT, Bloomberg Businessweek, Bon Appétit, The California Sunday Magazine, CHAOS, COMMOTION, Cooking Light, Condé Nast Traveler, Departures, Dwell Magazine, Earnshaw’s, Eight by Eight, Entertainment Weekly, ESPN The Magazine, Esquire, Eye Magazine, The FADER, Fast Company, FEED. Jerónimo Martins World’s Magazine, Footwear Plus, Gather Journal, Genome, Golf Digest, GQ, GQ Style, The Hollywood Reporter, Idea Book, In Touch Magazine, The JW Marriott Magazine, Men’s Health, Middlebury Magazine, MIT Technology Review, Mother Jones, National Geographic, National Geographic Traveler, Nature Conservancy Magazine, New York Magazine, New York Weddings, The New Yorker, The New York Times Magazine, Outside Magazine, Pacific Standard, Parents, Profile, Rhapsody Magazine, The Ritz-Carlton Magazine, Rvm Magazine, Smithsonian Magazine, Stanford Medicine, T: The New York Times Style Magazine, Tec Review, Texas Monthly, Vanity Fair, Washingtonian, WIRED, WIRED Italia e WSJ. Rivista.

“EGO” è un libro in formato magazine che presenta alcuni personaggi con una sviluppata coscienza di sé

Il termine “EGO” deriva dal latino ego che significa io. La capacità cioè tipica dell’essere umano di avere autocoscienza di sé come unità distinta dal resto che lo circonda. Senza scomodare filosofi o psicoanalisti, il prodotto editoriale che vi presento oggi, hanno invece puntato sull’aspetto più pop del termine declinandolo in maniera elegante e intelligente su quelli che sono alcuni esempi di EGO assai sviluppato nella nostra società.
Tutti i personaggi che sono stati inclusi nella pubblicazione sono personaggi famosi di cui sentiamo parlare quotidianamente anche se in ambiti assai diversi tra loro.


Per non lasciare comunuqe il lettore sperso nei meandri delle varie teorie e per contestualizzare quella che è la storia infinita dell’Io, nel libro ci sono alcuni suggerimenti e informazioni utili per capire quella che è l’analisi dell’Io da Freud a Erik Erikson. Lo scopo dichiarato dei tre giovani grafici portoghesi: Marisa PassosMariana PerfeitoDavid Salgado che hanno progettato e realizzato questo lavoro è quella di evidenziare il forte contrasto tra i classici approcci al tema dell’Io e come questo si manifesta nella società contemporanea in settori quali la musica, lo sport, i media etc. Una scelta interessante è quella di utilizzare per questi diversi tipi di informazioni, diversi tipi di carta con diversa luminosità, consistenza e dimensione.
Inoltre, anche la griglia risulta diversa a seconda che riguardi le informazioni classiche o quelle contemporanee.
“EGO” è un libro in formato rivista, ricercato nelle scelte tipografiche e relativamente classico in quelle grafiche che mostra come si possa unire un tema insondabile come l’EGO alla realtà quotidiana senza per questo divenire banali o incomprensibili.

La guida definitiva per realizzare il tuo magazine indipendente

Conor Purcell è uno scrittore e editore che ha realizzato libri pluripremiati in tutto il mondo. I suoi testi e articoli sono apparsi ovunque da Esquire e Rolling Stone, da Foreign Policy a The Guardian.
Nella sua carriera ha creato diverse riviste tra cui la rivista di viaggi indipendente “We Are Here” e il trimestrale “We Are Dublin”.
Ha collaborato con numerosi brand a progetti editoriali tra cui Emirates, The Abu Dhabi Tourist Board, China Airlines, Air Macau, Al Ghurair Center, Jashanmal e Assilah Festival in Marocco.L’ultimo suo progetto è “The Magazine Blueprint“, forse la guida definitiva per creare la tua rivista indipendente. Un manuale pratico che riguarda tutto il processo di creazione e realizzazione di una rivista: dalla scelta del titolo, il supporto cartaceo e le dimensioni. Dal mail marketing, alla distribuzione e il percorso eventuale di crowdfunding.
Il tutto viene condito da interviste con editori, scrittori, designer, rivenditori, distributori e marketer.
Insomma, con questo lavoro Purcell si pone l’obiettivo di dare un punto di riferimento per aiutare chiunque a passare dall’idea all’esecuzione.
Il libro sarà disponibile entro la fine di Marzo e sarà presentato a Offset, la principale conferenza di creatività e grafica irlandese.
Il libro è disponibile per il pre-order qui proprio in questi giorni.
Oramai non avete più scuse.

 

“ClubHouse” è un progetto fantastico fra grafica, fumetto e stampa risografica

COLORAMA” è uno studio di grafica e una casa editrice con sede a Berlino gestito da Johanna Maierski dal 2015.
Le pubblicazioni di Colorama presentano opere fumettistiche contemporanee selezionate attraverso una continua e costante ricerca.
Il libro di cui vi parlo, uno fra i tanti realizzati da questa interessantissima realtà indipendente, si intitola “ClubHouse” ed è un volume dalle dimensioni ingombranti stampato in risoprinted in 6 colori, 26x32cm, 76 pagine con copertina in plastica scritta a mano.
Il progetto, che vede coinvolta anche l’illustratrice Aisha Franz, ha chiamato a raccolta un gruppo di artisti davvero eccezionale di cui fanno parte: Sara Bonaparte, Erlend Peder KvamKaja MeyerTill ThomasPaula Bulling.

“CLUBHOUSE” è arrivato con quest’ultima uscita al settimo numero e speriamo proprio ne arrivino altri, molti altri.

 

“Friends Make Books 2017” il volume dello studio risografico torinese che chiude il 2017 in bellezza

Friends Make Books è uno studio con sede a Torino specializzato nella stampa Risograph.
che ha aperto i battenti nel 2012. Il gruppo di FMB offe molteplici servizi fra qui sviluppare modelli editoriali su piccola scala per l’intero processo: dall’ideazione, alla progettazione, alla stampa e alla rilegatura. Offrono servizi di creazione di libri in edizione limitata, su richiesta, ad artisti, illustratori, piccoli editori, studenti e professionisti, facilitando le persone interessate alla stampa e alle produzioni indipendenti.
Friends Make Books, come viene ben specificato nella loro presentazione, non è  una semplice e anonima copisteria ma un progetto nato dopo anni di esperienza nella stampa risografica.
Riporto le loro parole perché, meglio delle mie, riescono a descrivere quanto sia interessante il loro approccio alla stampa risografica: “La stampa su un Risograph implica la traduzione della tua idea nella lingua della macchina e siamo qui per aiutarti a prendere decisioni“.
La pubblicazione che vi presento oggi è “Friends Make Book 2017”, una sorta di volume riepilogativo e di presentazione della tecnica risografica che chiude il 2017.
Il volume è stato creato sovrapponendo immagini erotiche prese da vintage magazines. Il risultato è una raccolta feticistica che ben evidenzia la particolare magia della stampa in risograph.

L’affascinante storia della macchina da scrivere rivive in questo splendido libro attraverso 80 pezzi che non potete nemmeno immaginare

Anthony Casillo è uno, forse il più grande esperto collezionista di macchine da scrivere d’epoca del mondo. Vive a Long Island, New York e da li ha deciso di propagare nel mondo questa sua passione che sta fra la vena antiquaria e la sapienza tecnico meccanica di certi apparecchi davvero sensazionali.
Nel libro di cui vi parlo oggi, dal titolo “Typewriters” edito dalla storica Chronicle Books di San Francisco, oltre ad Anthony, ha un ruolo importante anche Bruce Curtis cultore di storia della fotografia, fotografo di professione e anch’egli residente in quella che, dopo le Hawaii, è l’isola maggiore degli Stati Uniti.
Il terzo incomodo, o forse la sorpresa di questo volume, è quel Tom Hanks che abbiamo decisamente apprezzato in numerose pellicole di cui non penso sia necessario ricordare il titolo. Attore, regista e, udite udite, grande collezionista di macchine da scrivere. Lui, come vuole la tradizione, vive a Los Angeles, in California e non a Long Island.

La creazione della tastiera QWERTY è lo schema più diffuso al mondo – ma non il solo – per le tastiere di computer e macchine da scrivere alfanumeriche. Il nome deriva dalla sequenza delle lettere dei primi sei tasti della riga superiore della tastiera Q W E R T Y e venne brevettato nel 1864 da Christopher Sholes e venduto alla Remington and Sons – oggi oramai ridotta ad industria di armi –  nel 1873.
La sua idea rivoluzionaria era sistemare la vecchia disposizione dei pulsanti delle macchine da scrivere, inizialmente in ordine alfabetico, seguendo un apposito ordine da lui studiato per impedire i numerosi inceppamenti frequenti all’epoca, in quanto le macchine non erano così veloci da seguire la rapidità di scrittura offerta dall’ordine alfabetico.
Dalla prima macchina da scrivere di successo al mondo – Sholes & Glidden Type Writer del 1874 ai modelli ben più futuristici modelli elettrici degli anni ’60, nel libro di Casillo sono analizzate e profilate ben ottanta macchine da scrivere in accompagnate da eleganti fotografie che evidenziano il design, i dettagli estetici e di funzionamento meccanico fino alla parte più sfiziosa relativa alle stranezze grafiche che rendono ogni macchina da scrivere un vero e proprio pezzo unico. Dalle prime macchine silenziose ai lussuosi dettagli come le parti in mogano e madreperla intarsiata, sfogliando queste pagine divieni spettatore di un secolo di innovazione e sperimentazione progettuale.
Proprio Tom Hanks, nella sua prefazione, cerca dispiegare questo amore che lo lega alla macchina da scrivere elencando gli undici motivi per i quali, a suo avviso, è importante averne una. Non mi sembra il caso di svelare oltre…

“New Philosopher” è il magazine che cerca la strada di migliorare la vita attraverso la filosofia

New Philosopher” è una rivista trimestrale indipendente dedicata all’analisi ed alla esplorazione di temi e personaggi della filosofia passati e presenti. L’obiettivo – ambizioso – che si pone la rivista è quello di accompagnare i lettori nella scoperta di nuove modalità e percorsi utili a vivere un’esistenza più felice e libera.
Per questo, nella loro presentazione viene riportato una famosa citazione del filosofo Seneca che, parlando delle difficoltà di vivere felici dice:

Non è che abbiamo poco tempo da vivere, ma che ne sprechiamo molto. La vita è abbastanza lunga e ci è stata donata una quantità sufficientemente generosa di tempo per ricercare e ottenere i massimi risultati, questo però solo se riusciamo a viverla al meglio. Ma quando il nostro prezioso tempo viene sprecato nel lusso o speso in attività frivole, siamo costretti a raggiungere la nostra fine e a rendersi conto che la nostra esistenza è passata prima che sapessimo che stava passando. La vita è lunga se sai come usarla.

“New Philosopher” si rivolge a coloro che hanno studiato e conoscono la filosofia, agli accademici, ma anche a coloro che non hanno basi teoriche o studi approfonditi. Introdurre idee filosofiche che sfidano il pensiero e il condizionamento contemporanei è la sfida di questo magazine che alla base si pone una fatidica domanda:”I nostri pensieri e le nostre aspirazioni sono veramente nostri?”
“New Philosopher” è libero e veramente indipendente visto che si auto finanzia attraverso gli abbonamenti e le vendite. Non ci sono sponsorizzazioni o altri aiuti economici da parte di terzi come orgogliosamente rivendicano nella frase:”Non abbiamo affiliazione con i grandi media o altre società”.
Vincitrice di numerosi premi fra lo Stack Awards 2016  per il miglior uso dell’illustrazione, il magazine è attualmente alla sua uscita numero 19 dal titolo “Life”. Riflettere sul significato della vita non è solo l’attività dei filosofi, lo è anche dei bambini, degli adolescenti con il cuore spezzato e gli ottantenni che sentono piano piano la vita allontanarsi.

 

Un magazine di fotografia parigino che vuole riscoprire l’Europa ed i suoi protagonisti

Anche l’occhio vole la sua parte ed il mondo delle riviste indipendenti questo lo sa bene vista la cura e l’attenzione, in alcuni casi maniacale, che viene posta nei confronti della forma estetica di questi prodotti editoriali.
Il magazine che vi proponiamo oggi, “The Eyes“, proviene da Parigi ed è un progetto fotografico di un team di persone dai percorsi professionali più disparati:

  • Vincent Marcilhacy, editore e fondatore della casa editrice Aman Iman Publishing;
  • Guillaume Lebrun, fotografo ed insegnante;
  • David Marcilhacy, professore in editoria e ricerca nei campi della cultura e della politica all’Università Paris-Sorbonne. Ha vissuto e lavorato in Francia, Spagna e Turchia, sviluppando attività di insegnamento;
  • Remi Coignet, caporedattore della rivista The Eyes dedicata all’Europa e alla fotografia. Nel 2014, ha pubblicato i due volumi di “Conversations” con sue interviste a fotografi, editori e designer;
  • Arnaud Bes de Berc, responsabile di tutti gli adattamenti digitali del progetto The Eyes,
  • Véronique Prugnaud, attraverso Redbox Prod Véronique Prugnaud supporta e consiglia strutture culturali nello sviluppo, produzione, pubbliche relazioni o raccolta fondi per i loro eventi, fiere, festival, riviste e mostre.

Arrivato alla sua ottava uscita, “The Eyes” ha da poco cambiato radicalmente il  proprio impatto visivo, direi quasi la propria concezione di base.
Un riposizionamento drastico per questa pubblicazione annuale dedicata alla fotografia documentaria e artistica che vuole proporre il magazine come un oggetto originale e unico, direi quasi da collezionare.
Una rivista importante, di ben 208 pagine dove ogni anno un curatore viene invitato a lavorare su un argomento specifico, in quest’ultimo numero si tratta di dello storico della fotografia francese, Michel Poivert che si occuperà di «Nuove storie fotografiche».
Nella descrizione della rivista mi ha colpito, soprattutto alla luce dell’aria che sembra tirare, la chiara e testuale dichiarazione d’intenti del magazine dove si legge che “The Eyes”

cerca di rivelare il senso della nostra Europa attraverso la lente di ingrandimento della fotografia con i suoi infiniti e diversissimi approcci alla creazione visiva e all’esplorazione..  mettendo in risalto i collegamenti tra i vari e diversi protagonisti della società in cui viviamo.

 

Il nuovo numero di Eye Magazine e la solita garanzia di qualità

Sin dalla sua nascita, la rivista Eye si è definita “The international review of graphic design”. E l’ultima edizione, dopo due numeri incentrati su illustrazione e tipografia, e dopo essersi aggiudicato anche il premio Stack Awards 2017 nella sezione “Cover of the Year” (ne ho parlato qui), riafferma con il numero 95 il proprio impegno per il mondo del design e dei designer in un numero ricco di esempi e approfondimenti.

La copertina dell’ultimo numero comprende una nuova interpretazione dello storico logo di Eye magazine – creato originariamente dal concept by Nick Bell e dal disegno di by Magnus Rakeng – ed oggi rivisto dal grande designer RO Blechman.
Sempre nell’ultimo numero si legge 
un’ampia intervista di Matt Willey (New York Times Magazine), insieme ai tributi di Françoise Mouly e Genevieve Bormes (The New Yorker ).

Altri articoli vanno dalla grafica contemporanea dello studio di Brooklyn Triboro ai tesori di una storica tipografia nel nord-est della Francia; dalle foto del carnevale brasiliano di João Farkas a un’intervista con Briar Levit, direttore del documentario Graphic Means. Come sempre, c’è una vasta sezione di recensioni sul design e la cultura visiva in tutto il mondo e una critica fotografica di Rick Poynor.
Come avrete capito, il numero 95, come del resto ogni altra uscita di Eye Magazine è un evento e per tanto consiglierei l’acquisto.

La trilogia di Kieślowski ispira questi 3 volumi di Carla Cabras

Da un pò di tempo seguo il suo lavoro, un lavoro regolare, rigoroso e sempre contraddistinto da una estrema pulizia grafica mista ad una costante ricerca, sperimentazione, voglia di scoprire qualcosa di nuovo.
Lei è Carla Cabras, giovane grafica e designer laureato all’Accademia di Belle Arti Mario Sironi di Sassari dove tutt’oggi vive e lavora.
Uno dei suoi progetti, quello che ci ha inviato e che sono molto felice di presentare, è questo “Three Colors” e penso che nessuno meglio di lei è in grado di presentarlo.

Il progetto nasce con l’intento di rendere graficamente la trilogia cinematografica “Tre colori“, del regista polacco Krzysztof Kieślowski. Personalmente ho sempre ammirato l’idea del regista, per questo ho voluto renderne omaggio in questo modo, mettendo insieme due mie passioni, l’editoria e il cinema.
Il progetto è composto da tre piccoli editoriali, ognuno rappresentante un film ed un colore diverso. Essi sono stati composti da testi, i quali descrivono il lavoro del regista, e varie screencaps delle pellicole, simulando digitalmente la stampa risograph“.

Quindi, visto che a me questo progetto è piaciuto tantissimo, spero prorpio di poter ospitare i lavori di Carla anche in futuro nelle nostre pagine.

Il magazine lituano “Literatura ir Menas” esce con un numero comletamente vuoto per protesta contro i tagli al settore del governo lituano

La storica rivista letteraria e artistica lituana, Literatura ir Menas – in italiano Letteratura e Arte – nata nell’oramai lontano 1946, è uscita con il suo ultimo numero totalmente in bianco utilizzando cioè il proprio linguaggio per protestare contro i tagli ai finanziamenti per l’arte che imposto il governo lituano. La rivista si presenta quindi totalmente vuota di contenuti, ad eccezione di un bordo nero, un nastro che rappresenta il lutto sulla prima pagina e il logo della rivista nella testata.
Il “The Baltic Times” –  società che gestisce la rivista – ha riferito che sono necessari 1 milione di euro per assicurare la produzione e la distribuzione di pubblicazioni culturali, ma che il Fondo di sostegno stampa, radio e televisione fornisce solo la metà della somma.
Questo fatto dimostra come anche in questo fiorire – che sembra ininterrotto – di magazine, riviste e progetti editoriali più o meno indipendenti, esistono realtà dove lavorare e realizzare è impossibile.
Senza addentrarci troppo in considerazioni politiche, ancor più se provenienti dalla lontanissima Lituania, mi piaceva segnalare il gesto estremo, forte, con cui una copertina, in questo caso l’intero magazine, diventa bandiera, messaggio, strumento, per segnalare una richiesta di aiuto e testimoniare la propria difficoltà.

“Autodidact” è un magazine rigoroso ma creativo che lascia parlare cercando le risposte

E’ successo di nuovo!
siamo ancora qua a parlare di una nuova uscita, un nuovo progetto, una nuova idea. “Autodidact” è infatti una nuova pubblicazione creativa semestrale incentrata sulla narrazione di storie personali attraverso un punto di vista particolare, un tema comune intorno al quale progettare e realizzare questo magazine tutto blu.
In ogni numero infatti sarà indicato un tema centrale intorno al quale saranno chiamati ad esprimersi pensatori e creatori di tutto il mondo per offrire una prospettiva schietta e personale in base alla propria esperienza.
“Autodidact” significa “persona autodidatta”. Sono queste, molto spesso, le figure più interessanti, più curiose, che attraverso una serie di interessi diversi ed eclettici, percorrono cammini e sviluppi per soddisfare la loro fame di sapere e di avventura.

La prima uscita, da poco disponibile, è stata ideata attorno al tema centrale della “dualità“. Contiene 120 pagine di interviste, servizi fotografici, illustrazioni, design, fiction e approfondimenti accuratamente selezionati e appositamente commissionati. Studiando e selezionando una cerchia di talenti che producono lavori originali e coraggiosi da tutto il mondo nasce questa rivista dall’aspetto rigoroso ma ricca di idee e spunti nella lettura.

“Positive News” il magazine di proprietà dei suoi stessi lettori che propone il nuovo giornalismo costruttivo

Finalmente una buona notizia! Chissà quanto volte lo avrete detto leggendo un articolo, per non parlare della mai risolta domanda che da sempre ci attanaglia? “ma perché leggiamo e vediamo solo notizie catastrofiche?”.
La risposta forse è banale e rientra nell’ambito commerciale e dei numeri, ma “Positive News” ha l’obiettivo di mettere in discussione questo assunto.
“Positive News”, come da sua stessa definizione, è la rivista per un buon giornalismo sulle cose buone. Una rivista trimestrale che punta al giornalismo costruttivo e alla verità come forza per un cambiamento generale della condizione della società, come diritto ad essere informati, come voglia di superare il semplice appeal che il tragico, il polemico, il banale, ha da sempre portato cone.
“Positive News” è un magazine indipendente che parla di attualità e politica. Ogni numero discute di eventi in corso in politica, intrattenimento e affari concentrandosi soprattutto su iniziative per la creazione di un mondo sostenibile. Dopo una campagna di crowdfunding che nel 2015 ha permesso all’editore di iniziare la pubblicazione, è stata strutturata una cooperativa di consumatori, la Positive News Publishing Ltd, senza scopo di lucro con sede a Londra, Regno Unito portando oggi a far si che la rivista sia di proprietà dei suoi stessi lettori e non da alcuna figura commerciale esterna. Una meraviglia!
Questa storia dai contorni, solo ad una prima superficiale occhiata, fiabeschi, nasce nel 1993 da Shauna Crockett-Burrows (1930 – 2012) come un giornale trimestrale ed è arrivata viva e (ultra) vegeta fino ad oggi.
(Per chi fosse interessato a saperne di più c’è addirittura una voce dedicata su Wikipedia).
Quello di “Positive News” è il cosiddetto “giornalismo costruttivo” che non è solamente un bel modo di dire, ma un vero e proprio filone del new jounarlism che piano piano sta conquistandosi un proprio spazio nel panorama editoriale (vedi approfondimento di buonenotizie.it). Il team di “Positive News” ha infatti sostenuto la nascita di iniziative editoriali simili in tutto il mondo, tra cui Noticias Positivas, fondata in Argentina nel 2003 da Andrea Méndez Brandam e in Spagna nel 2002 dall’Asociación de Noticias Positivas, e indipendente da Positive News.
Potrebbe bastare questo per dar conto della bontà del progetto, ma “Positive News” è anche altro. E’ un bel magazine a cui proprio non pare mancare niente neppure dal punto di vista grafico ed editoriale.
Costruttivo.

Nasce “Suq”, un nuovo bel magazine tutto italiano che svela una Sicilia mai vista e meravigliosa

Oggi è uno di quei giorni dove scrivervi è davvero molto, ma molto gradevole perché ancora appartengo alla specie di coloro i quali non amano parlare dell’Italia solo per gli aspetti negativi, anzi.
Riuscire a valorizzare, a dare spazio a coloro i quali, così come in tutto il mondo, forse ancora meglio qua da noi, riescono a poggiarsi su un’idea per costruire un progetto e realizzare un sogno mi mette un buon umore diffusissimo che si dispiega per tutti gli arti e mi fa ballare la testa.
Ecco, questo è l’effetto che mi ha fatto scoprire “Suq. Unconventional Sicily” un bel progetto ibrido che sta in mezzo fra magazine e photo book.
Nato dalla mente di un gruppo di fotografi, viaggiatori e grafici siciliani fra cui Alessandra Lucca (art director, fotografa, scrittrice) e Francesco Blancato (coordinatore e direttore commerciale), Suq ha da poco mostrato al mondo il suo primo numero dove viene esplorata una Sicilia nuova, strana, diversa da quella che conosciamo. Un ecosistema vivo e vivace costruito sul rapporto fra persone, aziende, arte, luoghi e tradizione che insieme, regalano un risultato che troppo banalmente viene nascosto dietro luoghi comuni e frasi (tristemente) fatte.

A dimostrazione della giustezza del progetto, mi sono sembrate anche le parole con cui i promotori del progetto editoriale hanno presentato la loro idea di magazine:

“In Suq comunichiamo la bellezza, il territorio, la cultura. Gli elementi tangibili e intangibili, i simboli, le storie, i contrasti, i sogni, le speranze. Scaviamo nel sottosuolo perché ci interessa ciò che è inesplorato, sotterraneo. La zona d’ombra. Lo sguardo sulla diversità e sull’autentico.
Vogliamo evitare la centralità e il protagonismo convenzionale cercando l’esperienza alternativa come nel mercato di periferia delle antiche città arabe, lontano dal lusso e dal lustro delle piazze centrali. Per questo vogliamo camminare verso la soggettività, la profondità, la grandezza delle cose semplici e originali. Contro la tendenza attuale dell’iperdigitalizzazione vogliamo scommettere su un prodotto cartaceo per recuperare la qualità perduta delle cose fisiche che profumano di verità. Obiettivo di Suq è quello di presentare e raccontare il substrato di un’isola che da troppo tempo, ormai, è paralizzata dai simboli e dai suoi stereotipi. Come cacciatori di patrimonio proponiamo nuovi modi di fruire e vivere il nostro continente: la Sicilia.”

Posso tranquillamente condividere ogni singola parola di quanto hai appena letto, per questo siete sul sito Edizioni del Frisco.
“Suq. Unconventional Sicily”, con le sue splendide 160 pagine di storie e belle fotografie, è distribuito nelle librerie di Milano e dei capoluoghi siciliani e all’estero a Ginevra e Barcellona.
Avventuriero.

“Fare” un nuovo magazine per scoprire le più belle città del mondo dagli stessi cittadini che le vivono

Il magazine che vi presento oggi ha è “Fare” e appartiene alla folta schiera di riviste dedicate ai viaggi, alle scoperte di luoghi e paesaggi che portano con se un preciso stile di vita ed un’estetica un pò radical chic forse, ma che appartiene comunque al mondo della cosiddetta nuova riscoperta della carta stampata.
“Fare” aiuta il lettore che se ne sta seduto comodamente in poltrona a scoprire città e culture attraverso storie coinvolgenti introducendo ad ogni uscita una singola città presentata direttamente dai suoi abitanti. Ti accompagna per strade secondarie attraverso storie nascoste, esplorando i quartieri e le istituzioni locali fino alla descrizione del cibo che il luogo può offrire.
Il primo numero 1 è dedicato ad Istanbul, una metropoli straordinaria in bilico tra due continenti. Capitale imperiale di tre imperi, la città è stata modellata e rimodellata da un mix unico di culture migranti che vanno dall’Europa orientale al Nord Africa e al Medio Oriente.

La prima uscita è una raccolta di storie, vignette e bellissime immagini che ti portano in un viaggio a tutto tondo, stimolante e curioso per certi versi. Vieni guidato attraverso le splendide strade tortuose di Istanbul da alcuni dei migliori artisti, musicisti, chef, scrittori e storici della città.
Piccolo formato 170×240, obbligatorio per una rivista per viaggiatori, per queste 196 pagine stampate litograficamente con una cura degna di nota.
Da qualche giorno è possibile prenotare il numero 2 dedicato questa volta ad Helsinki che immagino mantenga le attese nate dalla prima, ottima, uscita.

“Paper” è un magazine prodotto tra Germania e USA per chi davvero ama la stampa tipografica

P98a” è un laboratorio di tipografia sperimentale dedicato ai caratteri tipografici, alla stampa e alla carta che ha sede a Berlino Tiergarten.
Alla base di tutto il lavoro di P98a c’è un gruppo di designer da svariate estrazioni culturali e professionali che amano esplorare le modalità con cui l’arte della stampa tipografica può essere ridefinita nel XXI secolo attraverso un lavoro minuzioso e rigoroso di analisi e ricerca, raccolta e pubblicazione.
Erik Spiekermann, Ferdinand Ulrich, Norman Posselt, Axel Nagel, Jan Gassel, Lilith Zachwieja, Daniel Klotz, R.Jay Magill e Susanna Dulkinys lavorano con macchinari analogici tradizionali cercando il più possibile di farli interagire con le più moderne tecnologie digitali.
Fra i loro mille esperimenti, workshop e ricerche io mi sono imbattuto nella loro pubblicazione dal nome, manco a dirlo, di “Paper” arrivata alla sesta uscita.
“Paper” nasce dal desiderio di pubblicare una rivista moderna che guarda alla parte antica ed artigianale della stampa: una rivista vera e propria, stampata per un pubblico selezionato di persone amanti del genere.
Il sesto numero di “Paper”, dal titolo The Good America, presenta undici contributi sugli Stati Uniti d’America pieni di energia e sperimentazioni. Include anche una illustrazioni e caricature introdotte da un brano di R. Jay Magill e tre storie dedicate a tre diversi caratteri tipografici americani. Il tutto coordinato dal talento grafico e artistico della Designer: Susanna Dulkinys.
Mi sembra quindi che se siete amanti della vera arte tipografica, questo sia proprio il magazine che fa per voi e lo potete acquistare qui.

 

Il nuovo magazine “Clove” vi porta alla scoperta della cultura dell’Asia del sud

Ho già più volte sottolineato come non ci siano limiti contenutistici che riescano oramai ad arginare la cosiddetta nuova golden age dei magazine indipendenti e “Clove” ne è un’altra perfetta dimostrazione. E’ infatti una rivista semestrale dedicata alla cultura dell’Asia del sud – India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal e Bhutan che esplora le forze, le attività, i segreti e le particolarità di questa regione in rapida evoluzione con particolare attenzione al suo rapporto con il mondo dall’arte, della musica, del cinema, della moda, dell’architettura, del design e della letteratura cercando di tenere sempre bene in evidenza i movimenti sociali, politici e tecnologici.


“Clove” fa luce su una regione che sta rapidamente crescendo in termini di influenza nei confronti del resto del mondo – una regione che ospita circa un quarto della popolazione mondiale.
A capo del progetto editoriale di “Clove” c’è un team di professionisti e creativi con una vasta esperienza alle spalle nel mondo dei magazine e dei giornali e in agenzie di comunicazione e design. Il core team ha sede a Londra e attinge al talento di svariati inviati e giornalisti, scrittori e fotografi sparsi in tutta l’Asia meridionale e nel resto del mondo.

Il concetto alla base di “Clove” è che quando diverse persone, culture e punti di vista si incontrano, si mescolano e si evolvono, proprio allora nascono storie avvincenti e perfettamente curate. Nel primo numero di “Clove” troverete il musicista Zohaib Kazi che ha sfidato il pregiudizio metropolitano durante un suo epico viaggio attraverso il Pakistan rurale, il fotografo Juergen Teller e la scrittrice Shumi Bose che hanno scambiato opinioni sull’India e sull’arte. Mentre le antiche culture alimentari dell’Himalaya si adattano a improbabili nuovi contesti, una convergenza di forze internazionali e locali sta plasmando il panorama architettonico del Bangladesh e molto, molto altro.
Il primo numero di “Clove” è disponibile qui.

“Mayday”, un magazine che aiuta ad orientarsi in questi tempi confusi, veloci e pazzi

All’interno di un mondo come il nostro che sta diventando sempre più veloce e estremo nasce il nuovo magazine dal titolo “Mayday“, una rivista indipendente sulle domande e i dubbi che affliggono le persone, la società, gli affari e la cultura. Mayday è aperto, contemporaneo, attento a tutti i tipi di target. E’ per donne e uomini curiosi che sanno apprezzare l’arte tanto quanto la tecnologia, la speranza quanto la disperazione e la creatività tanto quanto la distruzione. Con le sue uscite semestrali, cerca di raggiungere una perfetta combinazione di intelligente e bello, serio e giocoso, lungimirante ma anche attento alle quotidiane scoperte dell’umanità.
Il numero uno, finora l’unico uscito, si basa essenzialmente sul concetto, o la speranza decidete voi, che il futuro appartenga alla creatività, al libero arbitrio e alla chiarezza di intenti. In questo numero si sottolinea l’esistenza e l’importanza dell’anticonformismo, degli eccentrici e di un approccio alla vita che sceglie di essere originale.

“Mayday” lo potete acquistare qui.

Un magazine che ama l’arte e la provocazione nel suo discutere di democrazia all’interno del mondo dell’architettura

Take Shape” è una nuova rivista con sede a Chicago, USA che si occupa di architettura ideata e realizzata da un gruppo di editori (Nolan Boomer, Cole Cataneo e Julia Goodman) che si definiscono attratti da tutto ciò che è al limite, ai margini, non di facile analisi cercando di individuare le domande giuste più che fornire risposte.
Il direttore artistico del progetto è Sean Suchara.
Il primo numero si incentra sul tema del riuso industriale, con un focus sui loft, spazi residenziali creati da ex spazi commerciale e manifatturieri che vengono talvolta offerti come alloggi a prezzi accessibili. Nel primo numero troverete anche utili consigli di sicurezza illustrati per la creazione di oggetti e spazi fai-da-te, una serie di acquerelli di Jimmy Mezei sul loft del suo defunto suocero e molti altri articoli e approfondimenti tutti tesi a dimostrare come l’architettura abbia bisogno di democrazia nel rapporto fra popolazione residente e chi si occupa di progettare, costruire e gestire le abitazioni e, più in generale, gli edifici.
Oltre alla parte tecnica relativa all’architettura, mi ha colpito moltissimo la cura del magazine per quanto riguarda la grafica e la stampa, una bicromia risograph con inserto colorato che mette al centro di  questa prima uscita il colore oro. Il tutto concorre ha creare una certa atmosfera da rivista patinata anni Settanta che a me proprio non dispiace.
Il primo numero della rivista è andato immediatamente sold out, ma per chi non vuole arrendersi, consiglio di dare un’occhiata ai rivenditori (qui) perché si possono trovare piacevoli sorprese.

SOFFA, arriva da Praga il magazine sulla bellezza del mondo artigiano

SOFFA” è una rivista bimestrale di design e lifestyle con base a Praga pubblicata ogni due mesi in inglese (e ora anche in ceco) in formato cartaceo e online già al suo quarto anno di vita. SOFFA mira a ispirare il lettore presentando la bellezza nascosta nella vita di tutti i giorni tramite il meglio del mondo del design contemporaneo.
Ogni numero è incentrato su un tema unico e presenta fotografie, illustrazioni e articoli longform. Stampato su 160 pagine di alta qualità, la rivista è distribuita in tutto il mondo. Oltre alla rivista pubblicata e ai contenuti online aggiuntivi – blog, mini-numero bimestrale e post sui social network – SOFFA ospita workshop creativi con artisti e specialisti da tutto il mondo che interessano una vasta gamma di tipologie di lavori artigianali, interior design e pelletteria.
L’e-shop SOFFA vende i numeri stampati della rivista, l’abbonamento annuale e i prodotti originali SOFFA, dai poster agli accessori di moda.
Il primo numero in uscita nel 2018 riguarderà il centenario della fondazione della Cecoslovacchia e i ragazzi di SOFFA hanno deciso di onorare la cosiddetta prima repubblica assaporando la bellezza della rivista stampata non solo in inglese, ma come detto anche in ceco.
SOFFA è acquistabile qui.

L’arte della macchina da scrivere toglie il significato alle parole e lascia il piacere agli occhi

L’amata macchina da scrivere continua a non mollare, a resistere anche quando tutto e tutti sembrano averla abbandonata. La sua bellezza estetica, la piacevole azione percussiva di battere sui tasti, l’unicità delle pagine impresse e un pò stropicciate sta vivendo un vero e proprio rinascimento attraverso l’infinito mondo dei cosiddetti creativi.
Nella pubblicazione che vi presento oggi, anche se uscita oramai 3 anni fa, i fondatori del Sackner Archive of Visual and Concrete Poetry, forse una delle più grandi collezione al mondo di arte grafica e visuale mettono a disposizione la loro collezione creata in oltre quattro decenni per presentare esempi di grafica, design, illustrazione a tanto altro ancora prodotti, proprio con la macchina da scrivere, da oltre 200 tra i migliori artisti al mondo. Dalle prime opere ornamentali prodotte dai segretari alla fine del 1800 a opere più recenti che analizzano quella che è la situazione particolare del documento dattiloscritto nell’era digitale.
“The Art of Typewriting”, questo il titolo del grosso volume, è suddiviso in tre sezioni principali: un’introduzione alla storia della macchina da scrivere e della sua arte; una sezione che mostra lavori chiave o comunque considerati particolarmente importanti e una sezione di riferimento con le biografie degli artisti e degli scrittori più influenti di questo tanto particolare quanto affascinante genere.
Il layout del libro è stato creato dallo studio di progettazione grafica di Londra Graphic Thought Facility che, con un lavoro simile a quello di Eye Magazine (di cui abbiamo qui parlato in occasione degli STACK Awards 2017) ma come detto con un anticipo di circa tre anni, ha creato una copertina unica per ogni copia del volume tramite una combinazione di immagine anteriore e posteriore.. questo per confermare che di questo libro non esistono due copie uguali.
“The Art of Typewriting” destabilizza la comunicazione lineare come le parole che diventano oggetti. Nell’era di Google, dell’iphone e dei tablet, la macchina da scrivere ha un fascino nostalgico ma, nonostante questo, le splendide opere proposte sembrano esistere al di fuori del tempo e del luogo … I Sackner organizzano le opere tematicamente: testi alfabetici, labirinti e meandri di testi. L’effetto è piacevolissimo. a me sembra addirittura che il libro concorra a creare una piccola ma importantissima tregua dalla nostra costante ricerca di significato. Una finestra di calma nel mezzo alla continua e confusionaria tempesta comunicativa.
Il libro, edito da Thames & Hudson, di cui vi abbiamo già presentato altri lavori (qui e qui), è acquistabile qui.

Un libro racconta per immagini e grafica la storia del movimento pacifista in Inghilterra e nel mondo

“People Power” è un bel libro che traccia la storia del movimento contro la guerra nel Regno Unito dallo scoppio della prima guerra mondiale ai conflitti attuali in Medio Oriente raccontando la storia degli obiettori di coscienza e di tutti coloro i quali si sono impegnati in prima persona per protestare contro ogni forma di conflitto o guerra.
Basandosi su testimonianze raccolte da diretti interessati e soprattutto sulla vastissima collezione del Museo Imperiale della Guerra e del suo ricco archivio di materiale visivo, tra cui fotografie, dipinti, poster, cartoni animati e distintivi, il libro esplora le molteplici ragioni che da sempre uniscono le persone che si oppongono alla guerra ed esamina i cambiamenti e le costanti presenti nel movimento. Viene inoltre esaminato il ruolo delle principali organizzazioni e gruppi all’interno del movimento, come la Peace Pledge Union negli anni ’30 e il Greenham Common Women’s Peace Camp negli anni ’80, così come quella di singoli sostenitori di alto profilo, tra cui Fenner Brockway e Tony Benn.
Il libro, edito dalla storica casa editrice inglese Thames & Hudson è acquistabile qui.

“No Cure Magazine” ovvero quando è amore è amore vero

Si, quando è amore è amore vero e niente e nessuno può cambiare questo stato di cose.
Amo “No Cure Magazine” dal 2014, anno in cui lo scoprii quasi per caso, partendo da un adesivo trovato per strada in una delle mie trasferte anomale. Da li in poi non ho potuto scegliere, seguirlo, sfogliarlo, aspettarlo, sono stati un appuntamento fisso di mese in mese fino ad oggi, ma lo sarà anche domani visto cosa ci stanno preparando per il nuovo numero.
La quindicesima uscita infatti, dal curioso titolo “Straya”, inzierà a riempire le cassette delle lettere degli abbonati dalla prossima settimana e sarà interamente dedicata a tutto ciò che è confusione, turbolenza, creatività esplosiva con lavori fantastici di gente del calibro di Lauren e The Lost Boys, Cassie Stevens, Russel Ord, Sindy Sinn, Rach Pony Gold, Jack Irvine, Kiel Tillman, Scotty Williams, Chris Nixon, Kentaro Yoshida e altro ancora!

Puoi ordinare la tua copia di Straya cn la splendida cover di Lee McConnell andando qua.