Un magazine che ama l’arte e la provocazione nel suo discutere di democrazia all’interno del mondo dell’architettura

Take Shape” è una nuova rivista con sede a Chicago, USA che si occupa di architettura ideata e realizzata da un gruppo di editori (Nolan Boomer, Cole Cataneo e Julia Goodman) che si definiscono attratti da tutto ciò che è al limite, ai margini, non di facile analisi cercando di individuare le domande giuste più che fornire risposte.
Il direttore artistico del progetto è Sean Suchara.
Il primo numero si incentra sul tema del riuso industriale, con un focus sui loft, spazi residenziali creati da ex spazi commerciale e manifatturieri che vengono talvolta offerti come alloggi a prezzi accessibili. Nel primo numero troverete anche utili consigli di sicurezza illustrati per la creazione di oggetti e spazi fai-da-te, una serie di acquerelli di Jimmy Mezei sul loft del suo defunto suocero e molti altri articoli e approfondimenti tutti tesi a dimostrare come l’architettura abbia bisogno di democrazia nel rapporto fra popolazione residente e chi si occupa di progettare, costruire e gestire le abitazioni e, più in generale, gli edifici.
Oltre alla parte tecnica relativa all’architettura, mi ha colpito moltissimo la cura del magazine per quanto riguarda la grafica e la stampa, una bicromia risograph con inserto colorato che mette al centro di  questa prima uscita il colore oro. Il tutto concorre ha creare una certa atmosfera da rivista patinata anni Settanta che a me proprio non dispiace.
Il primo numero della rivista è andato immediatamente sold out, ma per chi non vuole arrendersi, consiglio di dare un’occhiata ai rivenditori (qui) perché si possono trovare piacevoli sorprese.

SOFFA, arriva da Praga il magazine sulla bellezza del mondo artigiano

SOFFA” è una rivista bimestrale di design e lifestyle con base a Praga pubblicata ogni due mesi in inglese (e ora anche in ceco) in formato cartaceo e online già al suo quarto anno di vita. SOFFA mira a ispirare il lettore presentando la bellezza nascosta nella vita di tutti i giorni tramite il meglio del mondo del design contemporaneo.
Ogni numero è incentrato su un tema unico e presenta fotografie, illustrazioni e articoli longform. Stampato su 160 pagine di alta qualità, la rivista è distribuita in tutto il mondo. Oltre alla rivista pubblicata e ai contenuti online aggiuntivi – blog, mini-numero bimestrale e post sui social network – SOFFA ospita workshop creativi con artisti e specialisti da tutto il mondo che interessano una vasta gamma di tipologie di lavori artigianali, interior design e pelletteria.
L’e-shop SOFFA vende i numeri stampati della rivista, l’abbonamento annuale e i prodotti originali SOFFA, dai poster agli accessori di moda.
Il primo numero in uscita nel 2018 riguarderà il centenario della fondazione della Cecoslovacchia e i ragazzi di SOFFA hanno deciso di onorare la cosiddetta prima repubblica assaporando la bellezza della rivista stampata non solo in inglese, ma come detto anche in ceco.
SOFFA è acquistabile qui.

L’arte della macchina da scrivere toglie il significato alle parole e lascia il piacere agli occhi

L’amata macchina da scrivere continua a non mollare, a resistere anche quando tutto e tutti sembrano averla abbandonata. La sua bellezza estetica, la piacevole azione percussiva di battere sui tasti, l’unicità delle pagine impresse e un pò stropicciate sta vivendo un vero e proprio rinascimento attraverso l’infinito mondo dei cosiddetti creativi.
Nella pubblicazione che vi presento oggi, anche se uscita oramai 3 anni fa, i fondatori del Sackner Archive of Visual and Concrete Poetry, forse una delle più grandi collezione al mondo di arte grafica e visuale mettono a disposizione la loro collezione creata in oltre quattro decenni per presentare esempi di grafica, design, illustrazione a tanto altro ancora prodotti, proprio con la macchina da scrivere, da oltre 200 tra i migliori artisti al mondo. Dalle prime opere ornamentali prodotte dai segretari alla fine del 1800 a opere più recenti che analizzano quella che è la situazione particolare del documento dattiloscritto nell’era digitale.
“The Art of Typewriting”, questo il titolo del grosso volume, è suddiviso in tre sezioni principali: un’introduzione alla storia della macchina da scrivere e della sua arte; una sezione che mostra lavori chiave o comunque considerati particolarmente importanti e una sezione di riferimento con le biografie degli artisti e degli scrittori più influenti di questo tanto particolare quanto affascinante genere.
Il layout del libro è stato creato dallo studio di progettazione grafica di Londra Graphic Thought Facility che, con un lavoro simile a quello di Eye Magazine (di cui abbiamo qui parlato in occasione degli STACK Awards 2017) ma come detto con un anticipo di circa tre anni, ha creato una copertina unica per ogni copia del volume tramite una combinazione di immagine anteriore e posteriore.. questo per confermare che di questo libro non esistono due copie uguali.
“The Art of Typewriting” destabilizza la comunicazione lineare come le parole che diventano oggetti. Nell’era di Google, dell’iphone e dei tablet, la macchina da scrivere ha un fascino nostalgico ma, nonostante questo, le splendide opere proposte sembrano esistere al di fuori del tempo e del luogo … I Sackner organizzano le opere tematicamente: testi alfabetici, labirinti e meandri di testi. L’effetto è piacevolissimo. a me sembra addirittura che il libro concorra a creare una piccola ma importantissima tregua dalla nostra costante ricerca di significato. Una finestra di calma nel mezzo alla continua e confusionaria tempesta comunicativa.
Il libro, edito da Thames & Hudson, di cui vi abbiamo già presentato altri lavori (qui e qui), è acquistabile qui.

Un libro documenta il processo creativo per arrivare alla creazione di un nuovo font

Alistair McCready è un giovane diplomato in Design della comunicazione ed oggi parliamo di lui perché si è aggiudicato il premio per il miglior design grafico australiano del 2017. Il premio è arrivato per l’eccellente lavoro di McCready dal titolo “Type as Monument” che è stata premiato con il Pinnacle Award agli Australian Graphic Design Awards (AGDA). Questa è la prima volta che il Pinnacle Award è stato assegnato a uno studente non ancora laureato a testimonianza del fatto del tutto speciale e della bontà del lavoro di editorial design fatto da Alistair in questo progetto.
L’alunno di Bachelor of Art and Design ha consegnato due progetti separalti ma fra loro correlati, un carattere tipografico chiamato Kahu, progettato specificamente per un utilizzo specifico in lavori cn particolarità grafiche che rimandano all’antichità come per esempio su monumenti storici, e un libro “Type as Monument” creato per documentare i processi e lo sviluppo del carattere Kahu.
Per sviluppare il carattere tipografico, McCready ha viaggiato attraverso la Nuova Zelanda fotografando memoriali, statue e monumenti da cui trarre ispirazione e quindi ha ricreato digitalmente quelle lettere aggiungendo elementi extra dove reputava necessario.
Il suo supervisore scolastico, Senior Lecturer Dr Peter Gilderdale, ha dichiarato che il successo di McCready è stato meritato perché sostiene che Alistair è spinto dagli elementi che tutti gli studenti dovrebbe possedere: una curiosità infinita, una costante volontà di andare oltre l’ovvietà, la cura per i dettagli e un enorme rispetto per la Nuova Zelanda e la sua storia.

Una fanzina dedicata all’effetto “bouba-kiki” la tendenza ad associare oggetti arrotondati a nomi che richiedono arrotondamenti della bocca

Madeleine Toth è una giovane designer indipendente attualmente residente a Cleveland, Ohio dove porta avanti l sue ricerche sulla creazione di nuove immagini relative al mondo delle lettere e dell’alfabeto. Tutti i suoi lavori sono caratterizzati da un approccio multidisciplinare alla grafica ed al design che la portano spesso a sconfinare anche nello studio delle diverse tecniche di stampa e soprattutto, come nel caso del prodotto che vi propongo oggi, nell’insondabile rapporto che lega lo spazio con gli oggetti che vi stanno intorno, dentro, sopra e sotto.
“Make This Sound” è una fanzine sperimentale di quelle che mi piacciono perché devono essere scoperte, conosciute e che non si fanno conquistare al primo sguardo. L’intero progetto si sviluppa attraverso quello che viene normalmente chiamato effetto “bouba-kiki” la tendenza cioè delle persone ad associare oggetti arrotondati a nomi che richiedono arrotondamenti della bocca per la pronuncia.
Capite bene che si tratta davvero di un progetto in cui la parte sperimentale rappresenta il fulcro e il cuore pulsante e che quindi mi ha ammaliato immediatamente per lo splendido lavoro di concept fatto da Dirk Elijah Edwards e soprattutto dal design di Madeleine Toth.
Il volume non è in vendita, forse siamo troppo oltre.

Un libro interamente dedicato al carattere tipografico “Felice”

Attivo dal 2013, Nootype è uno studio grafico fondato da Nico Inosanto specializzato nella creazione di lettering e font originali ed estremamente classiche con sede a Neuchâtel in Svizzera. Il suo obiettivo principale è quello di offrire caratteri nuovi e freschi per vari e differenti usi. Tutti i caratteri tipografici offerti da Nootype dispongono di molti stili e funzioni che li rendono un’ottima scelta sia per edizioni ricercate sia per i progetti più semplici e minimali. Inosanto concentra il proprio lavoro principalmente sulla tipografia per la realizzazione di nuovi caratteri tipografici e oggi vi presento il suo libro interamente dedicato a un carattere elegante e di classe chiamato Felice. Seguendo l’approccio del suo lavoro di progettazione editoriale, il libro è semplicemente bello per chi ama conoscere e studiare lparte della creazione di una lettera, le sue caratteristiche e soprattutto i dettagli di quella che è una vera e propria arte artigianale.

Un libro di cucina per descrivere un ristorante a conduzione familiare australiano

Sembra che il periodo natalizio e di fine anno mi abbia messo la voglia di segnalarvi solo libri inerenti al cibo ed alla cucina, ma non è del tutto così, vedrete…  anche se oggi rimaniamo in tema e vi presento il volume intitolato “Cazador” ideato da Tim Donaldson del SeaChange Studio di Auckland, in Nuova Zelanda.
Come detto si tratta di un libro di cucina stampato in una tiratura in edizione limitata di 1000 copie ispirato da un piccolo ristorante australiano, il Cazador appunto, a conduzione familiare. I proprietari volevano creare qualcosa di profondamente personale per il loro luogo, che mettesse in mostra le loro ricette di famiglia tramandate oramai da generazioni.
All’interno del libro si respira un’aria vintage, dallo stile retro, come nei vecchi ricettari in cui ti vengono presentate le immagini che mantengono ancora quei colori oramai superati, accompagnate però da un molto più attuale utilizzo della tipografia. Un piccolo indice è stampato all’interno del libro in un grande carattere nero, ben distanziato e bilanciato. Il nome di ogni piatto è stampato in un semplice carattere nero insieme ad un piccolo punto in diversi colori. Il libro contiene anche immagini di chef che preparano i piatti, creando contenuti accattivanti per un lettura utile e gradevole.

Un libro ben fatto vi insegnerà i segreti del perfetto hamburger

In questi giorni di mangiate senza fine, di spasmi e lotte per riuscire ad alzarsi indenni dai pranzi e dalle cene, non poteva mancare un consiglio culinario fra le nostre segnalazioni editoriali.
Ecco infatti “The Huxtaburger Book”, un libro prodotto e realizzato a cura dell’omonima catena di ristoranti australiani Huxtaburger.
L’obiettivo del volume è dichiarato all’inizio, quello cioè di cambiare e tutto ciò che pensi di sapere sugli hamburger fornendoti tutte le informazioni necessarie per riuscire a creare hamburger di culto anche standotene tranquillamente a casa tua.
L’autore del libro è lo chef Daniel Wilson, cofondatore di Huxtaburger, che illustra e dettaglia una ampia lista di deliziose ricette, da come portare il tuo cheeseburger standard al livello successivo, con una serie di dati, condimenti e addirittura le giuste bevande da abbinare fra cui varie coke, birre e frappè.
Vincitore del Best Designed Cookbook 2016 agli ABDA (Australian Book Designers Association Awards), il libro è veramente gradevole pien di infografiche, rimandi, informazioni e grafiche di ogni tipo.

Il libro, ideato da A Friend of Mine Design Studio è acquistabile qui.

Anche per il 2018 ecco “Standard Memorandum”, l’agenda super retro creata da Jon Contino per Word Notebooks

Son anni che seguo i lavori di Jon Contino, anche quando quel suo stile totalmente fuori dalla contemporaneità non aveva ancora assunto quel glamour che oggi lo fa essere uno degli art director più ricercati (e pagati) di una certa New York. Detto questo è chiaro che, come nel 2017, anche per il prossimo anno non sarebbe male acquistare l’agenda frutto della sua collaborazione con lo storico marchio Word Notebooks che ripropone esattamente e ostinatamente la stessa identica forma e layout della precedente.

“Standard Memorandum” si ispira infatti alle riviste tascabili dei primi del ‘900, periodo assai caro come gusto e sensibilità al designer e illustratore Jon Contino che ha creato una versione moderna e attuale di questo che, per gli americani, è stato un taccuino leggendario. Proprio come con l’originale, lo spazio per le annotazioni giornaliere è ridotto al minimo, una o due righe ogni giorno per un anno e alla fine ti ritroverai un anno della tua vita su carta.
Il progetto Standard Memorandum iniziò dopo che Jon Contino scoprì i diari tascabili del bisnonno di sua moglie risalenti ai primi anni del ‘900, ognuno dei quali gli raccontò un quadro dettagliato della sua vita facendo nascere il desiderio di iniziare a riprodurre quell’agenda.
Come spesso accade quindi gli incontri fortuiti, in questo caso i ritrovamenti, possono essere la scintilla per una nuova idea
Lo “Standard Memorandum” 2018 lo potete acquistare qua.

Il nuovo numero di “B” interamente dedicato al fenomeno Monocle

B” è una pubblicazione coreana pubblicata dalla JOH & Compan che ho scoperto solo recentemente ma che ha una lunga e solidissima storia alle spalle per quanto riguarda il branding aziendale e di prodotto ed in questo ultimo numero, il n.60 dal 2011 ad oggi per capirci, si occupa di un marchio che per gli amanti dei magazine e dell’editoria in genere  è un vero e proprio punto di riferimento, “Monocle“.
Dalla nota dell’editore Suyong Joh si legge che il suo incontro con Monocle risale oramai a 10 anni fa e fu folgorante per la notevole influenza su quelle che erano le sue ambizioni per la nascita del magazine “B”. Gli articoli lunghi e densi da tutto il mondo lo hanno affascinato in un modo impensabile per lo schermo di uno smartphone.
Parlare di “Monocle” è di per se un attività interessante per scoprire cosa, in questi anni, può ancora nascere da un progetto editoriale che si sviluppa sulla produzione cartacea. Lanciato nel 2007 da Tyler Brûlé, Monocle ha nel tempo allargato il suo raggio d’azione producendo una serie di libri, giornali e un canale radio che funziona 24 ore al giorno. Monocle gestisce anche negozi e caffè ed i suoi contenuti pubblicitari, creati in collaborazione con molti marchi, hanno fornito una fonte di reddito costante per quella che oggi è una vera e propria azienda multimediale globale.
“B” presenta dunque un approfondimento su questo che è un vero e proprio caso editoriale tramite approfondimenti sul futuro della stampa e dei mass media Andrew Tuck e Anders Braso, rispettivamente direttore ed editore di Monocle.
Vengono presentati i suoi servizi come la radio, gli shop fisici e on line ed il quartier generale di Londra ed un’interessante punto di vista sul fenomeno Monocle da parte di Steven Watson, fondatore e direttore di Stack.

 

Tutto il numero, come l’intero progetto editoriale di B magazine è molto, ma molto, elegante, direi classico e integrato con fotografie e grafiche molto affascinanti che accompagnano i lettore nei mille punti di vista con cui viene affrontato il tema.
Un progetto che, oltre a informare su un caso – a dir poco – di successo, si pone anche come un gesto d’amore e di speranza verso quello che è un settore che, se sei segui questo sito, anche tu ami
B è acquistabile qui.

ANXY #2, il magazine questa volta esce con un numero alla dipendenza da lavoro

A suo tempo (qui l’articolo) presentai “Anxy” perché mi colpì molto il soggetto stesso della rivista e sono stato molto felice di vedere che questo coraggioso progetto è stato l’unica nuova uscita del 2017 ad essere premiata ai recenti Stack Awards come lancio dell’anno e scelta degli abbonati (qui il pezzo sui premi di quest’anno).
Eccomi dunque a presentare la seconda uscita del progetto ideato dalla designer californiana Indhira Rojas insieme a Jennifer Maerz questa volta dedicato al così detto Workaholism, lo stress tipico di chi diventa dipendente dal lavoro.
Anche in questo caso, leggendo l’intervista fatta da It’s Nice That ad Indhira Rojas, si ribadisce che l’obiettivo della rivista è quello di far aprire le persone, leggerne la vita e le esperienze, dimostrare che nessuno è solo. Mettere le persone a proprio agio nel condividere i propri pensieri scomodi, i sentimenti e le esperienze vulnerabili di cui solitamente si parla solo in contesti chiusi.
La scelta del tema del secondo numero è ricaduto sul workaholism sia per l’esperienza personale di Indhira e Jennifer sia perché sempre più persone usano il lavoro come una forma di evasione e questo porta a non differenziare più il lavoro duro da quello compulsivo.
La splendida cover è a cura di Ori Toor, geniale illustratore di Tel Aviv che ha illustrato l’articolo della psicologa Malissa Clarke sul concetto di workaholism e se volete saperne o sfogliarne di più, accaparratevi la vostra copia qui.

Una bella zine autoprodotta per ricordarsi di due viaggi fatti negli States

Ognuno di noi nella propria vita compie viaggi, spostamenti più o meno lunghi, più o meno piacevoli e, ognuno di noi, ha i propri modi e le proprie metodologie di archiviazione del materiale di viaggio: foto, fogli sparsi, gadget e quant’altro.
Oggi vi presento quello che è  stato il modo con cui il giovane Jakub Lehmann, grafico e art director polacco che lavora presso il Blürbstudio, ha deciso di archiviare e consegnare al tempo che passa il materiale riportato a casa da 2 viaggi negli Stati Uniti fatti negli anni scorsi.

Jakub (qui i sui profili IG e FB)ha pensato bene di affidarsi al sempre verde formato libro cartaceo e di farlo con stile e passione. Il risultato è “10.000 miles”, una rappresentazione grafica e una sintesi di due viaggi negli Stati Uniti per una durata totale di 109 giorni e un percorso di 15.772 chilometri, che è poi la distanza tra New York e la California.


Le due pubblicazioni sono organizzate cronologicamente e traboccano di informazioni testuali, grafiche e fotografie selezionate da Jakub.
Per meglio aiutare il lettore a seguire quello che è il tragitto del viaggio, ognuno dei 2 volumi contiene la mappa del percorso intrapreso.
Ulteriore lavoro di classificazione, forse quello che più mi è piaciuto, è relativo al tipo di contenuto utilizzato a cui Jakub ha assegnato uno specifico colore: testo, luogo, stampa o foto.

Independent Press Fair e la fanzine sulla cybercultura di Katarzyna Wieteska

La parte più bella del nostro progetto Independent Press Fair è che ognuno è libero di inviarci il proprio prodotto editoriale indipendente con la descrizione e le immagini e quindi alle Edizioni del Frisco siamo in costante attesa di nuovo materiale e quando arriva, beh, immaginatevi la curiosità, la festa e tutto il resto.
Oggi presentiamo il lavoro di Katarzyna Wieteska di cui avevo già segnalato il bellissimo progetto editoriale sul regista Lars von Trier in questo post e che ritorna con un libro nuovo, diversissimo, eccitante e pieno di idee.
Come parte principale del suo diploma, Katarzyna Wieteska ha creato una linea di prodotti fra cui una rivista in formato newspaper, una serie di poster (in versione digitale e stampata) e un design per pagine web.
Vediamo, dalle parole della stessa Katarzyna, i particolari di questo bel prodotto editoriale…

The Darknet Zine è una pubblicazione dedicata alla cybercultura, alle nostre relazioni con altre persone attraverso i media digitali e al nostro attaccamento ai dispositivi elettronici. Questo lavoro è il risultato della mia riflessione sul ruolo di un uomo guidato dal capitalismo nel mondo digitale e la critica della realtà odierna in cui i valori umanistici sono sostituiti da valori economici.
Il linguaggio visivo di questo lavoro è il risultato della mia ricerca di archetipi visivi del mondo virtuale. Ho usato molti elementi, che si riferiscono all’estetica di Internet e alle interfacce dei vecchi personal computer. Ho anche creato diversi modelli ispirati a quella che considero l’estetica dell’errore.
Ho deciso di stampare la fanzine senza particolari layout editriali per mostrare l’idea della narrazione non lineare che è il modo particolare con cui noi assorbiamo le informazioni dal web. Ogni piega di pagina proviene dall’unione di altre pagine non complementari fra loro per creare un ritmo visivo originale e spiazzante in cui ogni foglio può anche essere visto come un unico piccolo poster.
Ho scelto la forma del giornale, perché, a differenza dei media digitali, è passivo. Non raccoglie cioè i dati sulla nostra posizione o su quanti minuti dedichiamo a un articolo. Il lettore può essere sicuro, che non è osservato. Volevo creare una fanzine che ti dà un piacere analogico nel vedere e toccare il giornale insieme a contenuti critici sulla realtà contemporanea senza essere oppresso dal digitale che resta sempre in agguato.

Creata solamente in 2 copie a causa dei costi elevati di produzione, la fanzine “The Darknet Zine” ha un gran bel formato da 345 x 495 mm per 52 pagine integrate da un poster a due lati all’interno.
Al momento non è in vendita, ma potete sempre contattare Katarzyna e richiedere, come abbiamo fatto noi, di continuare con i suoi splendidi lavori.

 

 

“Entrose” un magazine sul basket come cultura underground

Chi ama lo sport sa cosa significa esserne onnivoro, appassionarsi anche per l’ultima delle partite di calcio, sudare insieme ai ciclisti nelle salite del Giro d’Italia o svegliarsi di anno in anno alle 3 di notte per seguire fino a mattina le Finals NBA.
Proprio di basket abbiamo già parlato in un articolo su “Franchise” altro magazine fra arte e design, perché stanno, anche se più lentamente di quanto mi aspettassi, iniziando a sbucare anche magazine sullo sport della palla a spicchi ed oggi ve ne presento uno davvero nuovo… “Entorse“.

Intanto, la parola “Entorse” in francese rimanda alla distorsione, forse l’infortunio più comune dei giocatori di basket, ma se allarghiamo il senso del termine vediamo che diventa infrangere le regole o andare contro la norma. È questa doppia interpretazione che ha portato il fotoreporter e fotografo Benjamin Schmuck, redattore capo Stephane Peaucelle-Laurens e lo studio di design Helmo a chiamare così la loro nuova rivista sulla cultura del basket.
La rivista è incredibilmente visiva, molta fotografia e storie illustrate con opere di illustratori come Simon Roussin e Kitty Crowther.
Il design particolare di Entorse è l’aspetto che lo rende più intrigante con una font personalizzata ispirata alle linee di un parco giochi. La pubblicazione è in un grande formato che una volta aperto forma la stessa proporzione di un campo da basket.
Personalmente mi sono innamorato di Entorse per l’idea della copertina che in un bel colore arancio è stampata con il titolo nero in rilievo così da rimandare alla sensazione di tenere in mano una palla da basket.

Com’è l’inserto “Playlist” di Internazionale? La recensione

Con molta curiosità sono andato in edicola a prendermi “Playlist”, l’inserto one shot realizzato da Internazionale con l’ormai obbligatoria lista di liste del meglio di questo 2017 che sta andando in archivio.
Come sempre ho misurato prima le mie aspettative anche alla luce di 2 diverse considerazioni:
– la prima è che Internazionale è oramai un must per una piccola – ma nemmeno poi tanto piccola – fascia di lettori. Un ruolo che si è costruito negli anni con coerenza, professionalità e attenzione alla qualità in ogni aspetto della rivista cartacea prima e dell’intero progetto editoriale poi.
– la seconda è che, pur apprezzando i piccoli ma continui aggiustamenti grafici e i lenti adeguamenti a nuovi standard estetici, Internazionale sembra muoversi in maniera pesante e impacciata quasi come se si fosse adeguata al suo standard qualitativo che – ripeto – è eccellente. Questo però ha impedito alla testata di Giovanni De Mauro di presentarsi con novità rilevanti più di forma che di contenuto, oramai da un pò di tempo a questa parte.

Partendo da questi due punti, ho sfogliato “Playlist”….

Il progetto grafico e l’art direction è come sempre del resto, a cura di quel geniaccio di Mark Porter, mentre la bella grafica di cover e gli inserti grafici delle sezioni interne sono tutti di Marco Goran Romano, già attivo protagonista del panorama editoriale italiano prima in Wired Italia e poi con lo studio Sunday Büro in cui lavora con Valentina “Alga” Casali e con il quale ha recentemente contribuito al re design dei font utilizzati dalla storica rivista musicale Il Mucchio Selvaggio.

Sono un ammiratore del lavoro e dello stile di Goran Factory e quindi rischio di essere di parte, ma sfogliando la rivista si nota come sia stato centellinato il suo apporto in favore, come già accennato, di un più rigoroso e conservativo layout che non si discosta quasi per niente da quello del settimanale.
La griglia è la medesima, il font titolo e corpo del testo sono i medesimi, tutto sembra Internazionale e quindi la scelta è stata chiaramente quella di lasciare il lettore all’interno del suo spazio di confort settimanale, di non metterlo di fronte a qualcosa di nuovo e di un pò spregiudicato come mi sarei aspettato da un progetto one shot come questo che sicuramente non era del tutto un azzardo dal punto di vista commerciale tenuto conto anche della forte devozione dei lettori per l’intera produzione di Internazionale.

Certo, da un punto di vista del contenuto niente, ma proprio niente, da dire. Come sempre ci siamo ed è un vero piacere scandagliare tutti i consigli e le dritte che ci vengono fornite da ospiti italiani ed internazionali: dai film, alle serie tv, dalla narrativa alla saggistica, fino ai videogiochi, non tralasciando mai la bella sezione dedicata ai fumetti e quella oramai diventata standard dei gadget.

 

Altro punto forte, direi una colonna portante del progetto Internazionale è l’utilizzo della fotografia. Grandi, belle, originali, sono le foto sparse per le pagine che contribuiscono non poco al piacere della lettura conferendo anche a Playlist quell’alone di oggetto ricercato e ben confezionato da sempre marchio di fabbrica della casa.

Ecco, finito di sfogliare e tirando le (mie) somme, Playlist non mi ha convinto del tutto dal punto di vista della grafica lasciandomi l’idea che si potesse davvero osare di più, che si potesse utilizzare questa parentesi di fine anno per sondare, per provare, per far assaggiare ai lettori oramai fidelizzati e abituati alla storica griglia a 8 colonne di Internazionale, una sensazione di maggiore freschezza e voglia di avventura.
Squadra che vince non si cambia, dicono i saggi, e Internazionale oramai da tempo ha visto la sua scommessa, ma sono certo che, Giovanni De Mauro ed i suoi hanno ben chiara la necessità di essere sempre più strumenti ibridi, flessibili e, a volte, anche spregiudicati. Forse non è ancora giunto il momento, ma arriverà e come sempre Internazionale sarà all’altezza della situazione, anzi forse ancora una spanna sopra agli altri.

Lo splendido lavoro di riprogettazione di Lotta Nieminen per il magazine Posture

Dopo 2 numeri il magazine Posture ha già sentito il bisogno di una riprogettazione grafica e per questo si è affidato allo studio grafico di Lotta Nieminen, uno studio di grafica, art direction e illustrazione che crea soluzioni visive leggere ma incisive che mi piace molto e quindi ho deciso di approfondire. Molto attenta ai contenuti ed alle relative forme di visualizzazione più appropriate, Lotta lavora come partner creativo in tutti gli aspetti del branding, cercando di affermare l’identità visiva del prodotto e di dare una forte connotazione e riconoscibilità attraverso stampe e implementazioni digitali pensate con cura.
Lotta Nieminen, originaria della Finlandia, ha studiato graphic design e illustrazione presso l’Università di Arte e Design di Helsinki e la Rhode Island School of Design, prima di fondare il suo studio a New York nel 2012. È stata nominata come una delle più importanti giovani art director under 30 dalla rivista Forbes e tiene regolarmente conferenze in conferenze presso università e aziende sia negli Stati Uniti che in Europa.
Diciamo che Lotta sa il fatto suo insomma ed anche il lavoro fatto con Posture lo dimostra.
Posture è un magazine biennale con sede a New York City che parla di artisti e imprenditori che spingono la loro attività al limite. E’ una piattaforma per artisti e designer indipendenti che esplora temi a volta scomodi quali il sesso, la razza e il femminismo attraverso l’arte e la moda.
Per il rebrand del magazine Lotta Nieminen è partita proprio dallo slogan di Posture: l’esplorazione creativa dell’identità con l’obiettivo di ridisegnare la rivista in favore di un prodotto audace e divertente con una raffinatezza sofisticata per un pubblico adulto.
La soluzione individuata è un forte uso del colore che consente di interpretare ogni articolo con la propria tonalità. L’abbondanza quindi di colori forti lega tutto il magazine insieme.
Il primo numero uscito con il nuovo format è il terzo della rivista, The Boss issue ed è acquistabile qui.

“Måuudhi” è il nuovo magazine che fa del minimalismo un punto fondante

E’ uscito da qualche settimana il primo numero della rivista dal sapore ultra minimal “Måuudhi”.
Progettato dal giovane designer Lucas Owen, il primo numero contiene un’intervista con il designer Ross Baynham dello studio di design Instrmnt; la dj Chloe Martini, Esteban Saba fondatore di Handvaerk. 

Questo è solo un assaggio, c’è molto di più dentro alla prima uscita e tutto è inserito con una cura maniacale tendente sempre alla sottrazione, dove ogni elemento che è presente ha un suo ruolo nel progetto editoriale e nella lettura del testo mentre il superfluo è stato drasticamente tagliato e cancellato in favore di un notevole piacere degli occhi e di una voglia di minimalismo che qui trova forse un suo stile tutto.

“Måuudhi” lo potete acquistare qui.

 

“Footnotes” ovvero le note a piè di pagina: la seconda uscita del magazine per gli appassionati della tipografia

Circa un anno fa è uscita il numero 1, o meglio A Issue, di “Footnotes”, in italiano significa appunto note a piè di pagina, una rivista nata dalla collaborazione del designer svizzero di Ginevra Mathieu Christe. con La Police, uno studio grafico specializzato nella tipografia digitale.
La prima uscita di “Footnotes” è stata davvero un bella sorpresa, con articoli di settore quindi non proprio per tutti, di František Štorm, Atelier Carvalho Bernau, Brigitte Schuster ed il grande Alan Bartram.
Mi è piaciuta la cura che si accompagna alla semplicità della rivista, dove ogni articolo è pensato e impaginato con un proprio carattere tipografico correlato all’argomento in questione.

Footnotes #A

E’ da poco disponibile la seconda uscita, Issue B, di Footnotes che, anche se ancora non ho avuto modo di vedere, immagino mantenga gli alti standard del progetto.
Si può dire che è un prodotto per pochi che però ne godranno sicuramente sfogliando le pagine e leggendo gli approfondimenti.

Footnotes, issues A e B, sono acquistabili qui.

Footnotes #B

Presentare il nuovo magazine “Dust Catcher” mi ha fatto riflettere sullo strano rapporto fra magazines e pubblicità

Dust Catcher è una rivista indipendente che ha fatto il suo esordio proprio in questo 2017 dove, in fatto di nuovi magazine, ne abbiamo viste di tutti i colori e forme.
Il primo ed unico numero finora uscito, dal classico formato 210 x 275 per 96 pagine, si caratterizza per la sovracopertina traslucida e per la scelta di una totale assenza di pubblicità. Questa volontà di rinunciare alla pubblicità rappresenta oggi una vera e propria sfida per chi la compie, soprattutto se si intende portarla avanti anche nelle successive uscite, perché è forse l’unica modalità di potersi davvero fregiare dell’aggettivo (veramente oramai svuotato di senso nella maggior parte dei casi) di indipendente.
A fronte dei costi rilevanti che si devono affrontare per la produzione, la promozione e la diffusione di prodotti del genere, risulta infatti estremamente difficile e coraggioso gettarsi nella mischia e, proprio per questo, degno di maggior considerazione, a mio avviso, rispetto ai colossi che oramai veleggiano anche nel settore magazine, sospinti dal vento di ricchi sponsor distesi a tutta pagina.
Non è certo un’accusa o una presa di distanza, esistono realtà editoriali bellissime che non avremmo mai potuto sfogliare senza la pubblicità, ma piuttosto una questione di chiarezza e onestà intellettuale che dovrebbe riportare tutti a chiamare le cose con il loro vero nome, anzi in questo caso, aggettivo.
Diciamo che considero indipendente chi può lavorare senza dipendere e quindi senza dover rendere conto agli sponsor che, in casi ancora più spinti di supporto economico diventano i veri e propri commitment del prodotto.
Quindi continueremo a godere di magazines sempre più belli, sia con che senza inserzioni pubblicitarie, ma almeno sapremo di cosa stiamo parlando quando scriviamo indipendente.

Rientro dalla digressione forse teorica ma a mio avviso obbligata per parlare di Dust Catcher che affronta, come molti altri magazine, il tema della grafica e del design contemporaneo cercando di ritagliarsi un proprio spazio in questa sovraffollata categoria attraverso la sperimentazione e la ricerca di artisti emergenti e non ancora affermati.
L’antipolvere, come si traduce in italiano Dust Catcher, dà uno sguardo alle persone che solitamente vengono etichettate come i creativi spaziando liberamente da illustratori a pittori a scultori, progettisti di giocattoli e molto altro ancora.
Dust Catcher lo potete acquistare qui.

 

An elegant golden book with the treasures inside

I fell in love with this product called “Sendings” producred by Aggie Toppins.
Aggie teaches graphic design at the University of Tennessee at Chattanooga and serves as Associate Head of the Art Department. After working for more than 15 years as a commercial designer, Aggie is directing her creative energies towards self-publishing editions through The Unofficial Press, writing about design, and doing community-based projects. Aggie received her MFA from the Maryland Institute College of Art in 2012. She lives beside a mountain with her husband and their two silly dogs.
“Sendings” is elegant, refined, with some graphic experimentation elements that I really enjoyed.
This independent product is made up by four essays relating to travel, theory, and the work Aggie mades in France, including the Sendings and Palimpsests projects.

Sendings from 2016. A series of collages on paper with an examination of symmetry and its connotations, this series draws on Jacques Derrida’s text “La Carte Postale”, in which the author disassembles binary oppositions in favor of readings that flip around an axis like a post card.
Palimpsests. from 2016–ongoing. Silkscreen and digital printing on fine papers. Printed in editions of 10 each. This series of collage-based prints is rooted in the practice of psychogeography. I mark my movements through the world as a solo female traveler by using the scraps of ephemera that pass through my life while traveling. The project indexes my own embodied experiences, while at the same time capturing how these experiences have left their trace on me.

You can buy the book in the shop of Aggie Toppins here.

“Layout now” ti insegna ad usare le griglie per impaginare i tuoi prodotti editoriali

Con la convinzione che i buoni libri coltivino menti più solide e più interessate al miglioramento della vita di tutti, il team di SendPoints continua orgoglioso a pubblicare sempre ottimi libri. Dalla sua fondazione nel 2006 in Cina, SendPoints è diventata una delle migliori case editrici di arte e design di tutto il mondo. Lo splendido catalogo si muove su diversi settori quali la grafica, l’interior design, l’architettura ed il design di prodotto.
Io personalmente mi sono innamorato dei loro lavori partendo dalla splendida rivista BranD (di cui ho parlato qui per il numero speciale sul panorama attuale dei magazine) e che, dal suo lancio nel 2012 è diventata un riferimento anche nel settore magazine.

Il volume però di cui vi voglio parlare oggi si intitola “Layout now” e, come è facile intuire dal titolo, riguarda essenzialmente chi ama avere a che fare con griglie, margini, font e tutto quanto prevede una materia ampia e affascinante come l’editorial design.
Il layout design gioca un ruolo importante in quasi tutte le forme di design grafico, basti pensare ai giornali, ai libri, alle riviste, alle brochure, ai poster, alle pagine web e così via. “Layout now” illustra i principi del layout riconducendolo essenzialmente alla conoscenza ed alla padronanza dell’uso delle griglie, veri e propri strumenti del mestiere per chi ne conosce i segreti.
Tutti gli esempi riportati vengono scomposti spiegando quelli che sono i passaggi per una corretta costruzione che parte dal foglio bianco per diventare un layout definito grazie proprio alle griglie.

Quindi, per chi volesse iniziare o per chi già si confronta con la creazione di progetti di design, questo bel librone di 256 pagine a colori è disponibile anche in Italia presso la splendida libreria Limond di Paolo Cardinali.

Qualche considerazione sulla nuova versione cartacea del quotidiano la Repubblica

Quindi ci siamo, oggi è il giorno della rivoluzione del quotidiano La Repubblica e quindi, non potevo non entrare in edicola con grande curiosità e altrettanti aspettative. Molte volte, devo dire, che a fronte di una tanto sbandierata innovazione, mi sono trovato a storcere la bocca. Troppo poco il coraggio, troppo pochi i segnali di cambiamento.
Partiamo subito dal dire che questo oggi non è successo. I cambiamenti ci sono, sono molti ed evidenti sia dal punto di vista del layout, delle griglie che di altri aspetti che rendono la nuova Repubblica molto più leggera ad un primo impatto, ma andiamo nei dettagli che mi hanno colpito.

Fin dalla prima pagina risulta evidente il nuovo elemento inserito sui lati lunghi della pagina, colonne che fungono da segnaletica del lettore che, sparse per tutto il quotidiano, hanno l’obiettivo di dare sempre un riferimento immediato sulla sezione che stiamo leggendo.

La griglia a me sembra molto più regolare, quasi ancora più classica della precedente per una maggiore chiarezza nella lettura e, per un generale ordine dei fogli che facilita sempre la comprensione.
Viene ulteriormente spinto l’utilizzo della grafica con belle visualizzazioni a doppia pagina (lo spazio che si meritano) ed elementi sparsi quasi in ogni pagina del quotidiano dimostrando evidentemente che l’esperienza di Robinson e del suo impatto fresco e dinamico sta pagando.

Sempre nel solco della nascita di un ibrido fra l’inserto del sabato e la vecchia Repubblica, è l’utilizzo nuovo (per il quotidiano) delle illustrazioni: più spregiudicate nel colore, più dinamiche nel loro rapportarsi al testo. Le foto continuano nettamente a dominare soprattutto nella prima parte, quella rimasta più in linea con il procedente layout e, da questo punto di vista, non vi sono miglioramenti con nessun tipo di sviluppo o sperimentazione. Quello dell’apparato fotografico resto perciò, a mio avviso, uno dei punti deboli di Repubblica (e dei quotidiani in generale) che non scommettono su questo aspetto tanto quanto stanno sia pur lentamente iniziando a fare con la grafia, la tipografia e altri aspetti.

Le amache se ne ritornano all’interno del giornale andando ad abitare la colonna, forse l’elemento a prima vista più innovativo e di rottura con la tradizione di Repubblica e dei quotidiani in genere.
A me piacciono, rendono la pagina maggiormente completa e definita, sono utili per la lettura e esteriormente inseriscono il contenuto in una cornice tutto sommato gradevole.

Insomma, se rivoluzione ci doveva essere, rivoluzione possiamo dire che c’è stata. Come prevedevo la trasformazione va chiaramente verso le idee portate da Franchi su Robinson, le adegua al quotidiano pur lasciandole andare in circolo a contaminare le pagine. Immagino, anzi spero, sia solo l’inizio di una sperimentazione che porterà il quotidiano alla ricerca di nuove forme e nuove organizzazioni tutte da scoprire visto che di fronte a chi vuole provarci ci sono praterie inesplorate. Il quotidiano in generale, rispetto ad altri prodotti editoriali, è infatti quello che meno ha assorbito i cambiamenti soprattutto dal punto di vista cartaceo restando ancorato a rigidi schemi oramai da superare. Vedremo.
Penso che il merito maggiore di Calabresi, ma soprattutto di Rinaldi e Franchi, sia comunque quello di aver voluto lanciare un segnale, di aver scommesso di nuovo, cosa questa mai semplice né banale e di cui, va dato atto, negli ultimi anni si è sentita la mancanza.

Ecco i vincitori degli STACK AWARDS 2017: i premi ai migliori magazine del mondo

Ieri si sono svolti a Londra i tanto attesi Stack Awards 2017, i magazines vincitori dell’ambito premio organizzato da uno dei siti specializzati più famosi nel mondo. Come ogni anno ci sono stati dei premi che forse erano un pò annunciati e ma anche alcune sorprese.
La votazione, come ogni anno, è stata effettuata da una coppia diversa di giudici, individuati fra esperti del settore, editori, fotografi e grafici, per ogni singola categoria.
Come vi avevo annunciato in un post precedente, erano presenti anche due realtà italianissime come Dispensa Magazine e Cortography.
Non si sono aggiudicate nessun premio ma hanno rappresentato degnamente una realtà quale quella italiana sicuramente un pò in ritardo ma che, anche grazie ad altri progetti quali Sirene, Athleta e altri, sta iniziando a fare capolino nel panorama internazionale.


Diciamo subito che il premio per Magazine of the Year se lo è aggiudicato il magazine indipendente Buffalo Zine premiato da Jeremy Leslie di MagCulture.
Altra menzione speciale va senz’altro al magazine di design e artigianato MacGuffin che si è portato a casa due premi: l’Editor of the Year e l’Art Director of the Year, insomma due categorie non da poco.

Sono molto felice, ed è questa una delle sorprese di cui vi parlavo in precedenza, per aver trovato fra i premiati anche Anxy, una nuova rivista dedicata all’ostico tema della salute mentale di cui ci siamo occupati qualche settimana fa QUI, che si è meritatamente, a mio avviso, conquistata il premio per il “Lancio dell’Anno” e, a dimostrazione di un livello eccellente per una nuova arrivata, anche quello votato dagli abbonati di Stack, il cosiddetto “Stack Subscribers ‘Choice”.

Per quanto riguarda invece le conferme delle attese, la vittoria di Eye Magazine che con la sua cover in 8.000 versioni diverse ha letteralmente sbaragliato ogni tipo di velleità dei concorrenti. troppo avanti, troppo bella, troppo tutto per non aggiudicarsi il premio Cover of the Year.

Mi è piaciuta la conferma che gli Stack Awards di quest’anno hanno dato della loro totale apertura ai nuovi prodotti perché se Rouleur (premio per Best Original non-fiction in cui concorreva anche la nostra amatissima Dispensa Magazine) e Eye sono un pò dei mostri sacri del settore, MacGuffin e Buffalo Zine sono delle vere e proprie novità.

Nel complesso i vincitori e tutte le riviste partecipanti dimostrano, se ancora non si era capito, che il mondo della carta stampata in generale, e quello dei magazines in particolare, sono in perfetta forma e rappresentano forse un territorio pionieristico dove sperimentazione, qualità e tradizione si muovono di pari passo producendo continuamente prodotti di alta qualità.

Per gli altri premi rimandiamo alla pagina ufficiale degli Stack Awards 2017.

Un newspaper sulla letteratura controcorrente dal vago sapore vintage

Buenaventura, uno studio di grafica che la propria base operativa a Granada, Spagna e nel tempo si è specializzato visual identity e design editoriale lavorando oramai dal lontano 1995. I loro lavori si caratterizzano per una ricercata semplicità e armonia che, – secondo la loro filosofia – deve lasciare una traccia lieve e minimale nel prodotto.
Literata” è un un’idea ed un progetto di design editoriale che ha l’obiettivo di creare una rivista culturale che cerca, scopre, valorizza le idee più interessanti che scova in giro.
Alcun di queste idee riguardano essenzialmente le notizie letterarie di attualità, sia a livello nazionale che internazionale, non tralasciando mai di dare uno sguardo su quelle che sono le altre arti come il cinema e la fotografia ma sempre ricercando quegli scrittori e artisti che rompono gli schemi, provocatoriamente fuori regola, non conformisti, che a me piacciono sempre molto.
La grafica è vintage, caratterizzata dai colori pastello arancio e celeste che si ritrovano in tutte le pagine formato simil tabloid 275 × 395 mm simile al tabloid. Foto colorate che annullano le distanze temporali dei vari scrittori analizzati, reticoli che rimandano all’estetica del ciclostile e una semplicità che – nel mondo grafico attuale – appare molto più una scelta retrò che un’effettiva esigenza stilistica.
A me pace da matti!

Un catalogo di una mostra in Estonia riserva sempre piacevoli sorprese

Tartu è la seconda città, dopo la capitale Tallinn, per importanza dell’Estonia che mi ha colpito sia perché ho scoperto che a Tartu il Comune amministra e gestisce il centro urbano della città mentre le campagne appena fuori dipendono da un altro ente, il rispettivo comune rurale e sia – soprattutto – per il nuovo e futuristico Museo Nazionale Estone che è stato inaugurato nel 2016.

Estonian National Museum

Proprio l’Estonian National Museum ha commissionato alla società Wulcan un lavoro di editorial design molto interessante e che mi sono divertito ad approfondire un pò.
Echo of the Urals“, questo il titolo del progetto, è una exhibition formato da 9 storie animate sulle donne e gli uomini originari del territorio di Tartu – che con filmati, costumi, e oggetti tipici del posto e che soprattutto, sono poi diventati il relativo catalogo che ha l’obiettivo di far conoscere le storie e le relazioni tra le donne e gli uomini nella tradizione estone.
Il compito dei ragazzi di Wulcan era quello di sviluppare un concept book che raccontasse queste storie, che facesse riflettere sul contenuto della mostra ma che potesse anche essere apprezzato come oggetto a se stante.
Penso che l’obiettivo sia stato raggiunto a giudicare dalla cura con cui il progetto è stato realizzato che si evidenzia da tutti i punti di vista del prodotto: formato, lettering, rilegatura, stampa, layout ecc che dimostrano una scelta minimale e una assoluta dedizione alla chiarezza visiva anche a scapito forse di un pò di frizzantezza che poteva essere alleggerita con qualche soluzione cromatica più azzardata.

INDIPENDENT PRESS FAIR: Paolo Celotto presenta il suo affascinante progetto tipografico Neldubbiostampo

Paolo Celotto, grafico libero professionista dal 1998. Alla collaborazione professionale con aziende, affianca l’interesse per l’editoria e le produzioni a stampa tipografica: inizia così l’avventura di una propria stamperia, intitolata neldubbiostampo – tipografia filopoetica e della produzione di libretti a tiratura limitata e di manufatti in letterpress.
Nel 2002 conosce Tipoteca Intaliana Fondazione, e si innamora subito del mondo della stampa tipografica a caratteri mobili e decide di stampare il prezioso calendario Valcucine direttamente in Tipoteca.
Nel 2012 dopo alcuni corsi di composizione tipografica a caratteri mobili in piombo e legno decide di crearsi un laboratorio tipografico nel proprio studio. Grazie ai consigli di Sandro Berra (Tipoteca) e Luca Lattuga (Anonima
Impressori) comincia a recuperare del materiale da tutta Italia.
Nel frattempo realizza due piccoli libretti per le edizioni PulcinoElefante di Alberto Casiraghi e continua la sua collaborazione con Tipoteca stampando menu per ristoranti, libretti di poesie, manifesti, giochi da tavolo e partecipazioni matrimoniali.
Nell’aprile 2015 comincia la propria autoproduzione con il nome neldubbiostampo – tipografia filopoetica di piccoli libretti (pagineotto) a tiratura limitata di 80 copie di brevi poesie, racconti e non solo che hanno come tema
il mondo delle lettere, dei caratteri e delle parole. Tutti i libretti sono composti, stampati e rilegati rigorosamente a mano. L’impaginazione del libretto è sul rapporto della sezione aurea, il formato chiuso è sempre lo stesso, ma la
modalità di apertura cambia in funzione del testo e delle scelte grafiche.
Ad ottobre 2015 è stato invitato a partecipare al Forum Bibliofili Affamati a Gubbio dove in una mostra collegata sono stati esposti i libretti pagineotto insieme ad altri manufatti di “artigiani del libro”.
Nel 2016, in collaborazione con Marco Scarpa, ha creato una serie di manifesti contenenti dei versi di poesie degli autori (Milo De Angelis, Giulio Casale, Alessandra Racca, ecc.) che venivano presentati alla rassegna di poesia
TRAversi di Treviso.
Nel luglio 2017 ha partecipato all’incontro internazionale Letterpress Workers 2017 svoltosi a Milano, dove assieme ad altri tipoimpressori provenienti da tutto il mondo ha lavorato nella produzione di materiale tipografico attorno al tema “Resist”.

Paolo lo trovate sui social: Instagram, Facebook, Vimeo
Per acquistare i suoi lavori: Tictail

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Vuoi saperne di più su Independent Press Fair?
Vuoi promuovere i tuoi prodotti indipendenti?
Insomma, fatti vivo…

“The Tokyoiter”, il progetto per gli illustratori perdutamente innamorati di Tokyo

“The Tokyoiter” è un atto d’amore di alcuni illustratori e disegnatori alcuni dei dei quali vivono e lavorano a Tokyo e ne vogliono sottolineare la bellezza e l’unicità prendendo ispirazione da un altro dei loro punti di riferimento, la prestigiosissima rivista “The New Yorker” da cui prendono anche spunto per il nome del loro progetto.
Ogni copertina di questa rivista immaginaria viene vissuta come una testimonianza di ciò che rende Tokyo così speciale e trae origine dall’utilizzo che, proprio della cover, viene fatta nel magazine americano e, per dirla tutta, anche dal cugino francese “The Parisianer“.

Il progetto invita gli artisti, gli illustratori che vivono a Tokyo a trovare sempre e diverse copertine ispirandosi alla città che loro considerano la più vibrante del mondo. L’idea nasce dall’illustratore britannico Andrew Joyce, dal direttore artistico francese David Robert e dal’illustratore giapponese e direttore creativo Tatsushi Eto.

 

Tutte le immagini provengono dal sito The Tokyoiter dove potrete vederne altre, altre, altre ancora.

“Twofold” può essere 8 poster oppure un quotidiano oppure un portofolio di font

Mark Caneso è un giovane grafico statunitense, dell’Oregon per la precisione, specializzato nel lettering calligrafico come potete vedere facendo un giro sul suo sito PPRWRK pieno di scritte disegnate in ogni stile, forma e colore.
Twofold” è un giornale vero e proprio, formato newspaper, carta leggera e gialla stampato in edizione limitata che è stato creato per essere una sorta di presentazione di una serie di lettering creati per l’occasione da Mark in occasione della sua partecipazione all’appuntamento annuale di AdobeMax che quest’anno si è svolto a Las Vegas, l’appuntamento annuale organizzato dal colosso Adobe per riunire una folta schiera di creativi in una tre giorni all’insegna di workshop, talk e molto altro.
Il progetto”Twofold” è stato realizzato dal sito PSTL che altro non è che lo shop online di Mark dove, oltre a poter acquistare i font da lui disegnati, potrete comprare”Twofold”, questo gran bel lavoro composto da 8 poster ripiegati, ma attenzione, le scorte stanno esaurendosi!

 

 

 

Raw Wine Fair: l’incontro meraviglia fra il la produzione naturale del vino e la stampa tipografica

Raw Wine Fair è una manifestazione dedicata ai vini, o per meglio dire alla produzione artigianale del vino organizzata ogni anno a Londra e giunta quest’anno alla sua sesta edizione. Il Raw Wine Fair riunisce coltivatori, produttori e consumatori in quella che è una vera e propria festa dedicata ai migliori vini biologici, biodinamici e naturali provenienti da tutto il mondo. Questi vini hanno una caratteristica comune, quella cioè di essere realizzati con il minimo intervento possibile, sia nella coltivazione che nella produzione, ma non sono qui per parlarvi di vino quanto piuttosto per segnalare come è mia abitudine, un prodotto editoriale che mi ha colpito.
Infatti, la casa editrice inglese Counter Press ha collaborato per il suo ultimo lavoro, con l’esperto di brand Dan Rowe per creare una nuova identità alla manifestazione cercando di catturare sia la qualità che le varie specificità di questi vini e dei loro produttori spiegando che il suo lavoro è stato reso più facile dall’affinità che esiste con il mondo tipografico dove il rapporto naturale esiste ugualmente fra il legno e i caratteri che compongono la produzione artigianale di della stampa.
Questa affascinante analogia fra la stampa tipografica e la produzione di vino artigianale ha portato alla creazione di un nuovo apposito logotipo e ad una serie di icone personalizzate che rappresentano i cinque principi fondamentali della produzione del vino artigianale.
La sinergia fra due mondi apparentemente così distanti è sfociata in cataloghi, borse e materiale promozionale per le quattro fiere dedicate che si svolgono in tutto il mondo, nonché una specifica linea di cancelleria e l’immancabile nuovo sito web.
In occasione del Raw Wine di Londra è stato inoltre presentato il libro “The artisan guide 2017” che dimostra la cura ed il successo che il vino e la tipografia possono raggiungere se accostati insieme.

Un gran bel libro illustra il legame profondo fra la Budweiser e l’arte del barbecue

Il grafic designer brasiliano di São Paulo Henrique Folster ha recentemente postato un suo lavoro molto, ma molto interessante sul suo profilo Behance che mi ha colpito e di cui ho deciso subito di parlarvi.
Il lavoro, di cui non vengono fornite poi molte informazioni, se non i classici ringraziamenti a tutti i collaboratori, è un progetto di editorial design a cui hanno lavorato molti creativi fra cui fotografi, redattori, illustratori e chiaramente tipografi.
Uno degli aspetti che colpisce di questo prodotto editoriale è senz’altro la varietà degli stili di cui si compone, anche e soprattutto molto diversi fra loro, pur andando a formare un volume assai bello e tutto sommato coerente.
Stiamo parlando di “Budweiser & Barbecue”, ovvero un libro dedicato sia alla famosa birra americana che a quel tipico strumento ancora più americano, per cuocere la carne che da noi viene anche chiamata grigliata.
Come detto lo stile muta in ogni pagina, andando a toccare sia estetiche più moderne e minimaliste che ripescando design più anni ’90 che rimandano a certi lavori di David Carson.

Non penso che un lavoro di questo tipo sia da descrivere poi tanto nel dettaglio, ma semmai lascarlo guardare da chi riesce a innamorarsi di certa tipografia, di certa grafica, di certo utilizzo dello spazio sul foglio e di certo utilizzo dei colori.

“The Typographic Style Handbook”, una guida per gli aspiranti tipografi

The Typographic Style Handbook” è un piccolo manuale per  designer, grafici e appassionati di tipografia realizzato in un simpatico e pratico formato agenda.
Molto utile per chiunque lavora con i libri di testo, le riviste, i report aziendali, siti web o qualsiasi altro materiale e intende approfondire come si realizza una composizione tipografica pulita e coerente.
Il manuale è suddiviso in tre sezioni:
– Una prima parte generale dove vengono illustrate le regole di base per l’impostazione e la disposizione del testo del testo.
– Una seconda in cui si illustrano i vari ed infiniti stili tipografici utilizzati nell’industria editoriale per la creazione di libri e riviste.
– una terza ed ultima in cui vengono approfonditi alcuni stili tipografici con particolare attenzione al mondo della reportistica aziendale.

Ogni stile o  regola tipografica viene presentata mediante la presentazione di numerosi esempi e diagrammi che rendo la fruizione più agevole anche per i non addetti ai lavori.
Interessante è anche la parte dedicata alle sperimentazioni tipografiche, agli stili cosiddetti alternativi che hanno il merito di dimostrare che anche nella tipografia, come del resto in tutte le arti, non si finisce mai di inventare, immaginare, scoprire.
Al termine del libretto viene riportato un glossario ed alcune appendici per aiutare il lettore nella comprensione di alcuni passaggi eventualmente ostici.
Insomma “The Typographic Style Handbook” è un manuale pubblicato da MacLehose Press ottimo per tutti i livelli di lettore. 

“Football Crest Index”, ovvero la storia grafica del calcio europeo in 4 grandi volumi

Football Crest Index è veramente un bel progetto, di quelli che ti viene voglia di domandarti il perché nessuno ci aveva pensato prima. E’ un progetto davvero indipendente, pensato per archiviare e preservare la ricca storia che si nasconde dietro le divise dei club di calcio di tutto il mondo.
Giusto in tempo per l’inizio della stagione di Premier League 2017/2018, il campionato inglese e forse il più spettacolare campionato di calcio al mondo, è uscita anche la prima pubblicazione cartacea che arriva dopo il grande successo ottenuto di Kickstarter.

Help us Publish The Football Crest Index project video thumbnail

Per rappresentare ogni club, sono stati chiamati 49 designer, ciascuno tifoso di una squadra che ha giocato in Premier League dal 1992 ad oggi, per produrre opere d’arte originali ed esclusive che andranno a far parte della storia dei vari club.
I lavori di questi grafici e designer saranno raccolti in un libro insieme alla storia dei loghi ed alla spiegazione della loro storia e della loro evoluzione.
L’idea di James Kirkup però è molto più audace e seducente in quanto non vuole fermarsi solo al campionato inglese, ma pubblicare altri tre volumi dedicati alla storia dei loghi delle squadre della Liga spagnola, della Bundesliga tedesca e della Serie A italiana.
Il progetto, come detto, penso andrà molto avanti e oltre che importante da un punto di vista storico, sociale e sportivo, immagino che riuscirà anche a raggiungere tutto il mondo dei grafici e dei creativi in generale.
Complimenti a James Kirkup.

Se il mondo del lavoro è una giungla, questa è la rivista che fa per te (ma in francese!)

Welcome to the Jungle” è uno slogan che suona molto rock’n’roll e quindi appare molto distante dal mondo del lavoro e delle aziende ed invece, spulciando qua e la, abbiamo scoperto questo bel magazine che ha l’ambizione di offrire la migliore esperienza di reclutamento per candidati e reclutatori utilizzando, oltre a strumenti web e a reti commerciali, anche – udite udite – un gran prodotto editoriale.

In “Welcome to the Jungle” infatti si entra come si entrerebbe nei più comuni siti di jobseeker per accorgersi assai velocemente che questo team di ragazzi francesi ha davvero reinterpretato il concetto di recruitment con grande attenzione alla veste grafica dell’intero progetto.

Queste belle riviste cartacee sono distribuite nelle scuole e nelle librerie per condividere i profili delle aziende in cerca di lavoro e diffondere quindi un’informazione forse meno smart e immediata, ma senz’altro molto più accurata e capillare..

Oltre al sito ed alla rivista, i ragazzi di “Welcome to the Jungle” pubbliciano anche un Welcome Kit, uno strumento progettato appositamente per coloro che cercano lavoro; per aiutarli a gestire meglio i propri annunci e le richieste che ricevono. La fantasia e l’intraprendenza non manca, la rivista che ci ha fatto innamorare oggi è infatti distante anni luce da quello che immaginate e dalle realtà che operano nel mondo del lavoro. Impaginazione impeccabile, utilizzo diffuso di eccellenti illustratori, soluzioni grafiche innovative e veramente ben curate.

Il magazine ha cadenza trimestrale ma, alla fine del 2017, i ragazzi hanno fatto uscire un prodotto a sorpresa, un numero annuale, corposo e ben fatto. 100 pagine di contenuti per mostrare il mondo del lavoro in modi nuovi: uno speciale tra le più belle aziende francesi, ritratti di imprenditori di successo e altro ancora impaginato da Violaine & Jérémy, uno studio parigino di graphic design fondato da Jérémy Schneider e Violaine Orsoni.

A fronte di questo eccellente lavoro, si scopre che l’obiettivo di “Welcome to the Jungle” è diventare il primo media grup ad operare nel mondo del lavoro e dell’occupazione.. ce la faranno in ostri eroi?

 

Ecco gli Stack Awards 2017: il premio ai migliori Magazines di tutto il mondo

Premesso che continuo a nutrire notevoli perplessità circa l’aggettivo indipendenti accostato con tanta semplicità ad un certo tipo di magazine, come ogni anno attendevo la lista dei candidati agli “Stack Awards” per iniziare a fare il mio personalissimo tifo.

Una prima considerazione però nasce immediata, ed è la scarsissima presenza di prodotti italiani fatta eccezione per due realtà tanto qualificate quanto isolate: Dispensa Magazine e Cortography.

La prima concorre nella categoria Best original non-fiction, mentre la seconda per la Cover of the Year e per il Best use of photography.

In entrambi i casi si tratta di un giusto traguardo che spero, ma dubito, porterà al premio finale.

Niente altro per le sparute realtà italiane dove si viaggia a vista e soprattutto non si crede in questa forma editoriale tanto in voga all’estero come ad un investimento che possa portare a dei risultati.

Ne prendiamo atto, tristemente, ma allo stesso tempo cerchiamo di guardare avanti credendo che taluni piccoli semi possano un giorno crescere, penso a Rivista Studio, per esempio a cui manca ancora qualcosa, o a altre realtà più piccole quali James Magazine o alla giovanissima 1977 che spero riescano a divenire con il tempo più solide.

Non si discute il livello di Wired Italia, che pur limitando oltremodo le uscite annuali, ha innalzato enormemente il livello qualitativo con il duo Moretti / Pitis tanto da conquistarsi nel 2017 i premi di miglior numero dell’anno (in nomination c’erano anche Wired US e The New York Times Magazine) e miglior restyling (sempre contro The New York Times Magazine). Insomma, tanto di cappello, ma ritorno a dire, qua di indipendente c’è ben poco.

Altro caso, ma stesso discorso, è IL Magazine, che pur avendo cambiato le mani che lo creano, da Francesco Franchi al collega Davide Mottes, resta ancora oggi, uno dei migliori prodotti da sfogliare.

Se poi guardiamo meglio le liste degli Stack Awards 2017 notiamo che a farla da padroni sono sempre l’Inghilterra seguita dagli Stati Uniti con alcune piacevoli sorprese quali 212, splendido prodotto dalla Turchia e Benji Knewman dalla Lettonia.

Vedremo il 20 Novembre prossimo chi saranno i vincitori.

INDEPENDENT PRESS FAIR: “A Queer Culture Illustrated Guide”, la guida illustrata alla cultura Queer

Per gli amanti dell’editoria indipendente, dei prodotti editoriali artigianali e per tutto quello che è libri, magazine o fanzine autoprodotte, continua il nostro Independent Press Fair, il progetto delle Edizioni del Frisco che permette a chiunque di promuovere tutti i propri lavori sul nostro sito.
Per saperne di più, date un’occhiata al Regolamento IPF

“A Queer Culture Illustrated Guide” – letteralmente “una Guida Illustrata alla Cultura Queer” – ha un titolo che si spiega da solo. È una mini-enciclopedia illustrata su tutto quello che dovreste sapere sul mondo LGBTQ+, sui suoi termini e sui suoi abitanti, per combattere l’ignoranza che crea diffidenza e discriminazione – ma prendendosi poco sul serio, per una volta.

Liberata nel mondo nel 2014, ha raggiunto la sua quinta edizione (limitate a circa 100 copie l’anno e sempre autoprodotte) non smettendo mai di correggersi, ampliarsi e migliorarsi.
Il progetto è aperto a chiunque abbia qualcosa da obiettare, da aggiungere o da correggere nei suoi contenuti: fateci sapere cosa abbiamo dimenticato, e su cosa vorreste fare un po’ di chiarezza. E ci proveremo in CMYK.

Per approfondimenti, date un’occhiata alla pagina Facebook o sul sito ufficiale Queer Culture Guide.

Mariagloria Posani si è laureata a Milano in Design della Comunicazione. Ha lavorato nell’editoria, nell’illustrazione e in mille altre cose, ma ora si definisce vagamente una progettista visiva “faccio cose che vede gente” e un’attivista grafica queer.
Abita il mondo delle fanzine e del DIY perché ama la carta stampata e perché crede nel potere inestimabile del creare i propri contenuti.
Il suo unico talento è la capacità di sintesi.
Per acquistare “A Queer Culture Guide”: SHOP

INDEPENDENT PRESS FAIR: Se non sapete cosa sono le edicole votive, date un’occhiata a questo libro e scopritele in giro per Napoli

Iniziamo oggi un progetto che spero diventi sempre più grande e diffuso.
Independent Press Fair vuol essere infatti una vetrina per tutti coloro i quali realizzano prodotti editoriali indipendenti e dal carattere artigianale.
Non voglio però dilungarmi troppo e quindi, per chi fosse interessato, rimando al Regolamento IPF.
Durante il biennio in Design per l’editoria presso l’ISIA di Urbino, Agnese Tamburrini ha sviluppato diversi progetti editoriali di cui uno, quello che lei stessa ci presenta oggi, è stato realizzato tramite una sua autoproduzione in 50 copie nel formato 11,5×16,5 cm. per 80 belle pagine a colori.
Il libretto autoprodotto, dal titolo “Gesù, Giuseppe, Sant’Anna e Maria” è un progetto fotografico che si sviluppa sul contrasto tra alcune edicole votive napoletane ed il contesto urbano in cui spesso si trovano all’interno degli scorci della città partenopea.
Le fotografie sono state scattate nel febbraio 2017 con una Olympus OM-1 con pellicola a colori Kodak ColorPlus.

Mi ha stregato questo libro sul suicidio realizzato da una giovane designer austriaca

Uno dei prodotti editoriali che più mi ha colpito negli ultimi tempi è senz’altro “Nichtsein” di Katharina Schwarz, giovane studente tedesca che ha frequentato il corso Visual Society Projekte presso il Centro Scientifico di Berlino per la ricerca sociale insieme a Ellen von den Driesch, una studente di demografia che sta studiando il fenomeno del suicidio nella DDR.
Il programma della Visual Society è infatti una collaborazione tra gli studenti di “Visuelle Systeme” dell’Università delle Arti di Berlino e gli scienziati sociali di il Social Science Center Berlin (WZB).

Per saperne un pò di più ho chiesto direttamente a Katharina di spiegarmi un pò come ha lavorato per creare un libro che, oltre per la parte relativa al contenuto, a me ha affascinato per il suo elegantissimo stile editoriale che a me ha fatto pensare a certi lavori del designer Dieter Rams.

“Lavoriamo insieme su tematiche sociali complesse, conosciamo i metodi degli altri e sviluppiamo nuovi approcci interdisciplinari.
Ho iniziato a studiare con Ellen von den Driesch i tassi di suicidio e come sono correlati ad altri indicatori. La cosa più interessante per me è stato scoprire tutti i diversi motivi che possono influenzare pensieri suicidi. Ad esempio, mi sono ritrovata a confrontare le correlazioni tra i tassi di suicidio ed i sistemi di assistenza sanitaria o il consumo di alcool di diversi paesi. Volevo dimostrare che non è solo un problema personale ma anche un problema causato dall’ambiente e dalla società in cui tutti noi viviamo. Quindi l’idea finale era di individuare alcuni di questi fattori chiave e realizzare un libro con lo scopo di informare e sensibilizzare su questo tragico tema.

Il libro è diviso in base ai diversi fattori che possono influenzare pensieri suicidi. Il primo, con tutti i fori, rappresenta l’età del suicida. Ogni foro è un suicidio avvenuto in Germania nel 2015, ordinato per età. Mostra innanzi tutto la quantità e evidenzia bene che i numeri dei suicidi aumentano con l’età.
Altri capitoli, per esempio, sono dedicati al sesso, al reddito, all’amore, allo stato civile o ad altre categorie minori. Alcuni fattori come la solitudine o la depressione mostrano lettere delle persone che si sono suicidate con le loro storie personali anziché i numeri e le statistiche.

Il mio approccio visivo per rappresentare questo argomento era quello di cercare di rimuovere alcune parti dalla pagina, proprio come le persone stesse rimuovono la loro esistenza dalla vita propria e degli altri”.

Grazie a Katharina Schwarz per le info e soprattutto grazie per aver lavorato ad un volume che è, nello stesso oggetto, così utile socialmente, così perfetto tecnicamente e così bello esteticamente.

Intervista a FORO Studio

Una delle interviste che mi ero ripromesso di fare era quella ai ragazzi di FORO Studio fin da quando chiesi loro una copia del primo numero del progetto “No Budget” e me lo vidi arrivare direttamente a casa con tanto di letterina di ringraziamento.
Mi piaceva il progetto, è intelligente e leggero, e soprattutto mi piaceva la professionalità del gruppo per cui, qualche mail dopo e un’estate dopo, eccomi qua a pubblicare le loro risposte.

Foro Studio è un gruppo di professionisti, grafici, designer,  architetti, fotografi che collaborani in diversi progetti lavorando in varie parti d’Europa.

Abbiamo parlato di “No Budget” certo, dei progetti futuri del gruppo, ma soprattutto abbiamo parlato di editoria e illustrazione, della situazione italiana e del resto d’Europa, delle problematiche e delle potenzialità di questo settore in crescita ma non ancora adulto, con la speranza che la discussione possa interessare anche altri soggetti che operano in maniera indipendente e non a cui invito la richiesta prendere parte al dibattito scrivendomi.
Vorremmo dare spazio a chiunque abbia idee, critiche, proposte o semplicemente voglia di discutere dell’editoria indipendente in Italia, ma intanto leggetevi cosa pensano e chi sono i ragazzi di Foro Studio.

Buona lettura!

Foto del team di FORO Studio (da SX: Alessandro Pennesi, Giuseppe Ponzo, Fabio Romenici, Claudia Oldani, Salvatore Ponzo). Credits: Andrea Oldani.

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FRANCESCO CIAPONI – Quello che mi ha colpito del progetto #foroNOBUDGET è la passione, uno slancio che si sente in ogni angolo e centimetro del foglio e che si rafforza leggendo gli editoriali dei 2 numeri usciti. Questo è un ottimo punto di partenza che permette di camminare sia con il giusto orgoglio sia con la dovuta energia senza la quale questo tipo di progetti stentano a durare. Detto questo, cosa volete che diventi #foroNOBUDGET in un futuro? Qual è cioè il domani di questa bella idea?

FORO STUDIO – Ti ringraziamo un sacco per le bellissime parole, siamo felici che la passione che abbiamo messo nel progetto si scorga riga per riga. La domanda da cui partiamo è un argomento che stiamo discutendo proprio in questi giorni: non sappiamo ancora cosa succederà a #foroNOBUDGET dopo l’uscita del quarto numero, l’issue conclusivo di dicembre. Quello di cui siamo certi è che, anche se il nostro magazine non avrà più la veste grafica attuale, non abbandoneremo i racconti. La speranza, comunque, è quella di avere prima o poi un budget. Una delle nostre paure è quella di fare un progetto fine a se stesso, che si risolve in un nulla di fatto come tante realtà simili. Purtroppo le idee non mancano, i soldi sì; e se non si può mangiare con quello che si fa, lo si deve relegare all’essere un hobby – e se diventa un hobby la qualità per forza di cose passa in secondo piano. Può sembrare poco poetico, ma senza un ritorno economico concreto non si va da nessuna parte, e i sogni non possono essere costruiti né sulle nuvole né sull’aria fritta.

Foto dell’editor Federica Riccardi.
Credits: Andrea Oldani.

FC – Fin da quando avevo 18 anni mi sono occupato di editoria underground e di tutto quel sottobosco fatto di fogli, foglietti e poster a volte incomprensibili ma sempre veri, puri che componeva l’editoria indipendente. Con il tempo, ed i mille cambiamenti nella società e negli strumenti a disposizione, questo sottobosco si è trasformato. Non esistono più, o sono molto residuali, i fogli e le fanzine brutalmente fotocopiate ed al loro posto vediamo rivistine e progetti di altissima qualità e ricercatezza, venduti e non più regalati, in eventi organizzati ad hoc per un pubblico non più di giovani alla ricerca della ribellione ma di persone di tutte le età che apprezzano l’estetica grafica ed il design editoriale ed illustrativo. Questo cambiamento ha portato ad un settore vero e proprio con una propria dignità, dei punti di riferimento – penso al Fruit, ad Inchiostro ed agli altri eventi – ma ancora non ha un proprio mercato che consenta qualcosa di più del semplice galleggiamento, al lavoro – come inteso proprio in #foroNOBUDGET – precario, sfruttato, non retribuito. Cosa pensate che manchi ancora, quali sono gli errori e che idee avete voi per fare dei passi avanti in questa direzione?

FR – In Italia abbiamo due problemi culturali di fondo che spesso tagliano le gambe alle iniziative di carattere artistico o divulgativo. Il primo ed il più paralizzante è l’idea che ad un artista non serva altro che il proprio talento e un po’ di ispirazione; la convinzione che l’artista sia qualcosa di diverso e soprattutto migliore di un mestierante. Sembra che il popolo italiano sia collettivamente convinto che si possa decidere in principio che ci si appresta a fare dell’arte – mentre invece cosa faccia parte dell’arte lo si decide dopo, con il passare delle generazioni, essendo testimoni di cosa permane nella cultura popolare, e come. Ecco perché in Italia sono tutti un po’ scrittori, un po’ poeti, un po’ disegnatori: perché non si pensa che sia necessario studiare, per imparare a scrivere un romanzo – basta che arrivi la musa. Non è un caso che sul suolo italiano non ci siano (seri) corsi universitari di Scrittura Creativa. Ci si improvvisa, tutti fanno un po’ di tutto, nessuno fa niente per bene – d’altra parte, non è il loro mestiere.
Il secondo problema è che, diciamocelo, ad un certo tipo di ideologia fanno schifo i soldi. Sul fatto che la cultura debba essere da tutti e per tutti non ci piove, ma anche il più nobile dei progetti editoriali non può andare avanti a sola nobiltà di sentimenti. Senza un minimo di profitto, anche reinvestito nell’attività stessa e senza veri scopi di lucro, si è costretti a fermarsi. C’è un certo imbarazzo in generale, nella società italiana, quando si parla di soldi; si fa fatica a dichiarare quanto si guadagna, ci si vergogna a chiedere un compenso adeguato al proprio lavoro. Da un lato è vero che spesso si è costretti a lavorare gratis; dall’altro, questa pudicizia nell’attribuire un valore economico a se stessi foraggia il lato oscuro del “no budget”. Non c’è niente di sbagliato nel chiedere un contributo economico ai propri consumatori, tentare il crowdfunding se non si vuole vincolare il proprio prodotto ad un concetto di vendita. Se però non ce la si sente di chiedere a chi legge (e apprezza il prodotto) di riconoscere economicamente il valore di un progetto, come si può chiedere di essere stipendiati per le stesse mansioni?
Bisogna iniziare a ripensare le riviste indipendenti per renderle i prodotti commerciali che a tutti gli effetti sono e devono essere per sopravvivere più di qualche numero. È necessario assumere professionisti del settore, e non tuttofare appassionati, è necessario chiarire il proprio scopo, inquadrare il proprio pubblico, lavorare sul branding e sulla mission. Non ha senso demonizzare gli strumenti della tecnica pubblicitaria perché “bisogna fare cultura” – le due cose non sono antitetiche per natura. Quando si smetterà di credere che saper prendere in mano una penna voglia dire saper scrivere (o disegnare), e quando si smetterà di pensare che farsi pagare voglia dire vendersi al capitalismo, la piccola editoria indipendente italiana potrà forse trovare qualche forma di stabilità.

#foroNOBUDGET 1.
Credits: FORO Studio.

FC – #foroNOBUDGET è un progetto curatissimo dal punto di vista grafico ed editoriale, semplice come sono semplici i prodotti fatti bene, ricercato quanto serve per non essere banale. Quali sono secondo voi, in Italia, altri progetti editoriali indipendenti che riescono a pubblicare con una certa regolarità che meritano davvero un occhio di riguardo per la cura editoriale e grafica e perché vi hanno colpito?

FR – Senza elencare l’intero sottobosco delle riviste indipendenti dedicate alla narrativa (che hanno il merito di tenere vivo il mondo dei racconti), ci viene subito in mente fame di Alessandra De Cristofaro e Irene Rinaldi e Illustratore Italiano. Se la prima è una fanzine più vicina alla definizione canonica, il secondo magazine è sicuramente uno dei progetti più interessanti che l’editoria indipendente ha sfornato negli ultimi anni. Per quanto riguarda qualcosa più legato al campo vero e proprio di FORO Studio, citiamo San Rocco e REM, due progetti diversi ma ugualmente ben curati e dedicati entrambi all’architettura.

FC – Parlateci un attimo di voi, prendetevi ognuno il proprio spazio e descrivete quelle che sono:

Due delle vostre fissazioni:
La ricerca e la grammatica, of course.
Due delle vostre paure:
Una te l’abbiamo già detta rispondendo alla tua prima domanda. Invecchiare, soprattutto lavorativamente parlando, è sicuramente un’altra delle nostre paure.
Due canzoni che avreste voluto scrivere:
Spice Up Your Life delle Spice Girls e The Bed Song di Amanda Palmer.
Due riviste con le quali vorreste collaborare costi quel che costi:
Monocle e The Milan Review.

FC – Ogni volta che esce un nuovo numero di #foroNOBUDGET sono curioso di scoprire chi saranno gli illustratori che avete coinvolto. Quali sono i criteri con i quali scegliete chi collaborerà al numero? 

FR – I criteri sono semplici: l’illustratore deve essere italiano e avvezzo al tema del no budget. In effetti, bastava dire italiano. Ah, e non ci deve mandare a cacare quando gli chiediamo di lavorare aggratis.

FC – La crisi dell’editoria, la morte del libro, la fine dei giornali, sono i refrain maggiormente in uso oramai da un po’ di anni a questa parte. Amare la stampa e tutto ciò che la riguarda, le forme, gli stili, i personaggi, i fenomeni, sembra invece non passare di moda, anzi… ecco, cosa rappresenta per voi il mondo dell’editoria, soprattutto quella cartacea? Perché nonostante tutto continuate a tenervi attaccati ad essa?

FR – Non crediamo che la carta stampata sia morta, anzi. Il problema, secondo noi, è che certe realtà stentano a capire quanto l’online possa giovare all’offline, e viceversa. Il nostro sogno è un’editoria che sappia gestire bene sia i propri contenuti stampati che quelli sul web: abbiamo a disposizione degli strumenti potentissimi, perché non farli comunicare?

#foroNOBUDGET 2.
Credits: FORO Studio.

FC – Per finire la domanda classica di tutte le interviste delle Edizioni del Frisco. Ditemi qual è il vostro proverbio, o motto o modo di dire ai quali siete affezionati o che vi rappresenta meglio e spiegate il perché della vostra scelta.

FR – Il nostro motto di solito è “Sguardo al cielo e piedi per terra”. Per l’occasione però vogliamo rielaborare le parole di Walt Disney, e ti diciamo: “Se puoi sognarlo, noi possiamo farlo”.

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Una precisazione necessaria: il team fisso che lavora su #foroNOBUDGET è composto da FORO Studio tutto (quindi – in ordine alfabetico – Claudia Oldani, Alessandro Pennesi, Giuseppe Ponzo, Salvatore Ponzo e Fabio Romenici) e dalla mitica editor Federica Riccardi, una dei tanti collaboratori esterni (ma non per questo meno preziosi) dello studio.
In sostanza abbiamo risposto alle tue domande a dodici mani.

Grazie a  Alessandro Pennesi, Giuseppe Ponzo, Fabio Romenici, Claudia Oldani, Salvatore Ponzo per aver risposto.

I cappelli di Jack Saunders

1 ~ Jack Saunders è il direttore artistico di Rapha, il magazine di gran classe che partendo dal ciclismo e sfruttando appieno lo storytelling epico delle due ruote, ne ha fatto un marchio di indiscutibile stile in tutto il globo.

2 ~ Jack Saunders ha scelto per Rapha, di lavorare con Alex Hunting, fenomeno inglese dell’editorial design contemporaneo a cui guardano, volenti o nolenti, tutte le altre star del settore.

3~ Jack Saunders ha disegnato una linea di cappelli da ciclista per commemorare le diverse gare, i diversi corridori, le diverse leggende che hanno fatto la storia del ciclismo mondiale.

Varia, un po’ assurda, colorata e pur sempre ricercata, questa linea mantiene le alte aspettative che, la persona di cui ho scritto nei punti precedenti, inevitabilmente alimenta.

Non è poco e quindi si può giustamente sostenere che, ancora, il tocco di Jack Saunders si fa notare, anzi si fa apprezzare.

Le fanzine e le riviste di Ettore Sottsass

Ho conosciuto Ettore Sottsass, manco a dirlo, a causa di alcue riviste che stavo cercando per un libro sull’editoria controculturale degli anni Sessanta e, indirizzato dagli scritti della Nanda Pivano, arrivai a scoprire prima “Room East 128. Chronicle” e poi, estasiato e senza più aggettivi, a quel “Pianeta Fresco” che fu, per la stampa underground italiana un vero e proprio unicum che lo pone, ancora oggi a sessanta anni di distanza, come la punta qualitativa di un iceberg a cui mai più siamo arrivati.

Ma andiamo per ordine visto che, a cent’anni dalla nascita di Sottsass, io voglio ricordare appunto questi due progetti editoriali che, forse secondari nella sua immensa opera, sono invece nella storia della stampa dei punti di riferimento cronologici imprescindibili.

Room East 128. Chronicle
Siamo nel 1962, Sottsass si trova in ospedale in condizioni definite dai medici in via di guarigione dopo che, per settimane, si era temuto per la sua vita a causa di un virus che nessuno sapeva debellare. Sottsass, annoiato dalla lunga degenza, decide di seguie un’idea della sua compagna Fernanda Pivano, quella cioè di redigere una piccola rivista, una sorta di diario di bordo del paziente Sottsass e quindi inizia a darsi da fare con il materiale che recupera grazie ad un vicino di stanza nel corridoio ospedaliero: scotch, colla, forbici e fantasia.. dopo tutto sono questi gli ingredienti necessari per la fanzine perfetta ed ecco nascere Room East 128. Chronicle.
Perfetto esempio di proto fanzine, questa pubblicazione è importantissima perché da una parte è lontana anni luce dagli scherzi provocatori delle avanguardie di inizio secolo, ma allo stesso tempo è enormemente in anticipo sulle fanzine e sulle riviste che inizieranno a circolare anni dopo grazie soprattutto al ciclostile.

Pianeta Fresco
Anni dopo, oramai affermato designer, ma sempre in compagnia della cara Nanda, ritrovo Sottsass a presentare una rivista dal titolo Pianeta Fresco in occasione di un happening di Gian Pieretti, con tanto di sitar e fiori lanciati in aria, nel negozio di Elio Fiorucci in centro a Milano. Come sua consuetudine, Sottsass ha deciso di spostare il limite più in avanti non accontentandosi di ideare una nuova rivista, ma creando forse uno dei più bei prodotti a stampa del periodo tenuto conto da una parte delle sostanziose risorse a disposizione e degli esperimenti tecnici che oramai rendevano possibili numerose trovate creative.
Pianeta Fresco è quindi una forma d’arte nuova che mischia design, pittura, grafica, collage con esperimenti di processo davvero avanguardistici come l’utilizzo del mix di colori nel ciclostile per la creazione dei primi articoli stampati in colore arcobaleno o la personalizzazione di ogni copia con i petali di fiore.

Ognuno, quando si tratta di personalità di questo tipo e orizzonti, sceglie un tassello, un mattone per descriverne l’importanza. Io, come sempre, ho scelto quello fatto da carta, testo, grafiche, pagine e stampe.

“Nansen Magazine” è un magazine di e per immigrati tedeschi e non

Ecco una nuova arrivata nell’infinito mondo dei magazine: “Nansen Magazine” è infatti al suo debutto con il numero uno dal titolo “That man on the bike”, ovvero quell’uomo sulla bici..

L’uomo in questione è Aydin Akin e da circa 50 anni vive a Berlino dove opera, nel senso più generale e omnicomprensivo del termine, per migliorare le condizioni di vita delle persone arrivate a Berlino e in Germania da altri stati per cercare una vita nuova rispetto ai territori d’origine.

Abbiamo già incontrato un’altra rivista, Migrant Journal che si occupa di immigrazione (QUI la recensione del secondo numero) anche se da un punto di vista più teorico e di dibattito rispetto a Nansen che invece si cala totalmente nel vissuto e nelle problematicità che l’immigrazione comporta nella vita delle persone.

Aydin ogni giorno percorre in lungo ed in largo la città con la sua bicicletta tutta agghindata e non proprio minimalista fischiando e facendo gesti per attirare l’attenzione dei passanti su di se. Partendo dalla sua storia, Nansen vuole far emergere alcune tematiche e problemi tipici della condizione di immigrato concentrandosi soprattutto sulla città berlinese.

Acquistando Nansen sfoglierete dunque un magazine di 96 pagine.
Nuovo, coraggioso per la scelta dei contenuti e discretamente pulito nella sua impaginazione. Molto colorato nel suo formato standard 165 x 240 mm.

Mondial by Rapha: #5

Quelli che seguono questo blog hanno oramai capito che uno dei miei editorial designer di riferimento è Alex Hunting. Amo come taglia lo spazio, come riesce – dote che appartiene solo ai grandi, in qualsiasi settore – a far sembrare tutto così elementare, semplice, chiaro.
Nei suoi lavori tutto il lavoro grafico sembra erroneamente essere condensato in pochissime scelte, in selezionatissimi dettagli, mentre è facile capire che quello che vediamo è il risultato di un’attenta e maniacale opera di pulizia, snellimento e ricerca.

Uno dei prodotti che maggiormente rende giustizia a questo lavoro di Hunting è “Mondial” di cui abbiamo parlato (e sicuramente parleremo ancora).

Prodotto dall’azienda specializzata in prodotti per il ciclismo londinese Rapha, Mondial rappresenta un perfetto esempio di quello che si storytelling che unisce in maniera pressoché perfetta il lavoro grafico con quello contenutistico fornendo un prodotto che, in ogni pagina, in ogni carta, con ogni carattere, racconta una storia. La storia del ciclismo, dei suoi personaggi e della sua storia.

Risulta chiaro che io amo Mondial e immagino di non essere il solo.

“American Manifesto”: una dichiarazione di intenti raffinata e imperdibile.

Esplorazione ed esplosione.
Todd Thyberg, fondatore di Angel Bomb, è cresciuto in una piccola città del North Dakota dove ha imparato il valore del duro lavoro e della buona etica. All’Università del Minnesota ha studiato la scrittura creativa prima di partire per la Marina dove, per missione, ha dovuto anche occuparsi di disinnescare gli ordigni esplosivi. Solo dopo essersi congedato dal servizio militare, scopre di essere follemente innamorato della grafica e dell’illustrazione e quindi torna all’Università dove consegue una nuova laurea in comunicazione visiva.
Sono di questi anni i suoi primi lavori sul packaging di prodotto e del 1997 l’inizio dei lavori a nome Angel Bomb.

Oggi, Angel Bomb è un perfetto connubio fra design e stampa tipografica che fornisce servizi di alto livello nell’ambito della comunicazione e del design di prodotto.

Il libretto “American Manifesto” non poteva passarmi inosservato.
Si tratta infatti di un lavoro certosino che incrocia una veste grafica assai ricercata e dal forte sapore vintage con le caratteristiche tipiche delle nuove tecniche infografiche che riportano e rendono immediatamente comprensibili numeri, dati, statistiche riguardanti la situazione attuale degli Stati Uniti d’America con l’obiettivo, attraverso l’amore per la grafica e la stampa, di sensibilizzare i lettori su alcune tematiche scottanti quali l’ambiente, la salute e la sicurezza.

 

Un catalogo di una mostra sul surrealismo nelle mani di Alex Hunting

Per questo articolo voglio partire da lontano e, un pò come Google Earth, zoommare fino ad arrivare ad un particolare che forse ai più apparirà irrilevante, ma che a me invece piace da matti.

Lo spazio espositivo “White Cube” di Bermondsey è stato inaugurato nell’ottobre 2011 e – con i suoi 5440m² di spazio interno – è il più grande di tutti i siti del gruppo White Cube. L’edificio, risalente agli anni ’70, è stato ristrutturato e progettato da Casper Mueller Kneer e comprende tre grandi spazi espositivi, sale private, un ufficio, un magazzino, un auditorium ed una libreria.

Proprio in questo meraviglioso spazio White Cube ha presentato “Dreamers Awake“, una mostra che esplora i segreti del surrealismo attraverso l’opera di più di cinquanta artiste femminili. La mostra riunisce scultura, pittura, collage, fotografia e disegno dal 1930 ad oggi.

Ed ecco che, magicamente, partendo dallo spazio, siamo arrivati a vedere il catalogo di questa mostra, un catalogo che è stato commissionato allo Studio di Alex Hunting che, come tradizione vuole, ha sfornato un altro dei suoi piccoli capolavori di pulizia e precisione, di classicismo editoriale e di linearità visiva.

Insomma, con i suoi strumenti classici, la linea e lo spazio vuoto, Alex Hunting riesce ancora una volta a creare un prodotto perfetto, chiaro e perfettamente aderente al soggetto, come dimostra la scelta del lettering della numerazione delle pagine in stile retrò.

Niente da dire, valeva la pena partire dallo spazio per terminare fra le pagine di questo catalogo..

 

Un delizioso libretto dedicato a tutti i cultori del Té

La giovane Jiani Lu, graphic designer proveniente da Toronto, Canada, ha ideato e prodotto un libretto assai curato e affascinante sulla millenaria arte del Té.

Tea-Hee” è un libro pieno di ironia da leggere tutto d’un fiato concepito come una guida personale e informale per tutti coloro che si considerano dei veri appassionati di tè.

Il volumetto introduce i lettori nel mondo del tè e della sua arte attraverso tre capitoli che illustrano quella che è la cultura e l’arte del tè. Impostato con un tono amichevole e divertente, il libro si snoda attraverso colori tenui e linee organiche che rendo il tutto veramente gradevole ed adeguato al tema.

La bellezza estetica non va però a discapito dell’aspetto divulgativo, infatti il lato tecnico e didattico della preparazione del tè viene illustrato con un approccio ricco di illustrazioni minimali e lineari, con infografiche ed immagini vettoriali dal taglio molto tecnico industriale.

La produzione del libro mostra il proprio aspetto artigianale soprattutto per quanto riguarda la parte della rilegatura, a vista, ch rimanda al processo lento e paziente che richiede la pratica di preparazione dello storico infuso.

“Record Cover Art?” il libro di Guido Dal Prà sulla storia delle copertine musicali

“Record Cover Art?” è un lavoro di Guido Dal Prà, graphic designer di Vicenza, co-fondatore di RPTR Collective insieme ad Andrea Campesato Segnini.

Il suo lavoro di editorial design in questo libro è eccellente e ci accompagna nella scoperta dell’evoluzione grafica delle copertine e del packaging in generale che ha attraversato il mondo della musica, dall’analogico al digitale fino ai giorni nostri in cui i supporti immateriali sembra oramai che abbiano sconfitto la concorrenza, invincibile vinile a parte.

Il lavoro è la Tesi di laurea magistrale presentata da Guido Dal Prà all’Istituto Superiore per la Industrie Artistiche di Urbino ed ha visto come relatrice la dott.ssa Silvia Sfligiotti di Alizarina, l’interessante studio di comunicazione visiva fondato insieme a Raffaella Colutto per progettare sistemi di identità, prodotti editoriali, allestimenti multimediali, siti web, campagne ed eventi culturali.

“Un libro fatto di carta”, progetto di Andrea Bulgarini d’Elci

Andrea Bulgarini d’Elci è un graphic designer di Padova laureato presso la facoltà di Arti e Design dell’Università IUAV di Venezia.
Le sue passioni sono la tipografia, l’editoria, la fotografia e lo sviluppo del prodotto.

“Un libro fatto di carta” è il titolo del suo progetto editoriale sviluppato come tesi di laurea proprio presso lo IUAV di Venezia.

Come si legge sul blog della Favini, “L’idea da cui Andrea è partito per sviluppare questo progetto era di creare uno strumento per educare sul mondo della carta tramite il racconto dei punti focali della storia e dei prodotti di Favini.

Il libro è pensato per accompagnare gli studenti e i futuri grafici nel mondo della carta, dando la possibilità di studiare questo materiale e andare oltre al semplice campionario, sottolineando l’importanza dei valori aziendali e delle esperienze sensoriali.

Andrea considera il libro come un sistema di sedicesimi. Ad ogni capitolo è associato un diverso tipo di carta per trattare vari temi: dalla storia della carta e dell’azienda Favini, alla varietà delle carte offerte e l’attenzione verso l’ambiente.

È il contenuto che forma il libro racconta così Andrea spiegando come la selezione della tipologia di carta parte proprio dal contenuto che si vuole narrare. Per fare questa scelta ha analizzato vari aspetti della cartiera Favini e delle sue specialità grafiche”.

Oltre ad essere un progetto innovativo e intrigante, oltre a favorire una più approfondita conoscenza della carta e delle sue specifiche diversità, “Un libro fatto di carta” è un omaggio al libro da parte di chi, oltre ad averlo studiato, lo ama profondamente.

“ACID” un magazine sul surf

Acid” è una pubblicazione che cerca di esplorare e divulgare la cultura del surf attraverso aspetti diversi e originali con divagazioni che toccano l’arte, la scienza, la filosofia e la poesia.

La rivista ha una cadenza irregolare, a volte semestrale, a volte annuale, in base a quando il creatore, il designer Jad Hussein dello Studio grafico Look Specific si ritiene soddisfatto del prodotto finito.

L’ultima uscita, con il formato standard 168 x 235 mm per 160 pagine, è la numero 4 ed è caratterizzata da un pazzesco giallo di copertina ed è, come di consueto, stampato da 1980 Editions.

“Sushi” più che una rivista, una vetrina

10Dal 1998 l’annuario “Sushi” è stato concepito, progettato e realizzato dagli studenti dall’Academy of Art and Design Offenbach vicino a Francoforte.
La Rivista supporta il Concorso Young Talent Competition of the Art Directors Club Germany e permette ai giovani creativi di progettare ogni volta in modo diverso la rivista ospitando anche artisti di altre nazionalità.

Questo numero è a cura del designer e direttore artistico di Francoforte, Felix Kosok, che vanta una invidiabile esperienza per un ragazzo di non ha ancora 30 anni.