“Peace News” è uno dei semi da cui sono nate le riviste underground degli anni Sessanta

Uno degli aspetti che studiando la controcultura e nello specifico i suoi terminali cartacei come magazines, newspaper, poster e simili, è il continuo rimando ad esperienze precedenti, come un flusso continuo e interminabile fra realtà, situazioni, idee e rivendicazioni anche a prima vista molto distanti tra loro.
La storia che vi racconto oggi riguarda infatti una delle prime riviste underground nate in Inghilterra negli anni Trenta e che ha come tema il pacifismo, si tratta di “Peace News”, rivista pacifista pubblicata per la prima volta il 6 giugno 1936.
Peace News fu ideato da Humphrey Moore che nel 1933 era il direttore delle pubblicazioni dell’organizzazione pacifista National Peace Council.
Moore e sua moglie Kathleen – che ricopriva il ruolo che oggi si definirebbe di business manager – hanno lanciato Peace News con un numero di prova gratuito nel giugno 1936 attivando una distribuzione poco organizzata fra simpatizzanti e amici ma attirando rapidamente l’attenzione di gran parte degli attivisti di tutta la Gran Bretagna.
Nel giro di sei settimane Dick Sheppard, fondatore della Peace Pledge Union, propose a Moore che Peace News diventasse il documento del PPU che tra i suoi sponsor annoverava personalità di spicco quali Aldous HuxleyBertrand Russell.
Peace News voleva essere di più di un semplice bollettino per gli iscritti, voleva diventare un riferimento popolare a cadenza settimanale con uno stile editoriale molto più vicino ad un quotidiano.
Dalla prima tiratura di 1.500 copie, le dimensioni crebbero rapidamente proporzionalmente al timore per la minaccia di guerra imminente portando Peace News a tirare fino a 35-40.000 alla fine degli anni ’30.
La vita dell’organizzazione e di conseguenza della rivista subisce scossoni traumatici durante il periodo nazista con accuse di vicinanza alle istanze tedesche e vari simpatizzanti che si avvicinarono al nazismo rinnegando perciò le idee fondanti del progetto.
Tra il settembre del 1939 e il maggio 1940 ci furono infatti richieste in parlamento per la messa al bando del giornale e molti intellettuali smisero di collaborare con Peace News ma grazie al tipografo Eric Gill, Moore ha continuato a pubblicare Peace News e ad organizzare la distribuzione in tutto il Regno Unito.
Un discorso a parte meriterebbe la figura proprio di Gill, tipografo, incisore e figura assai controversa, con i suoi oscuri e estremisti punti di vista religiosi fortemente in contrasto con quella che era la sua produzione libraria in tema sessuale tra cui le sue moltissime opere dedicate al tema dell’arte erotica e soprattutto le accuse su di lui di abuso sessuale nei confronti delle sue figlie e delle sue sorelle.

Eric Gill (22 February 1882 – 17 November 1940)

La Seconda Guerra Mondiale ha visto una considerevole diminuzione della circolazione, per diverse ragioni, tra cui le diverse risposte dei pacifisti alla guerra e il rifiuto di stampanti ed edicole di diffondere il controverso giornale.
Peace News comunque sopravvive grazie soprattutto ai venditori ambulanti che sostengono il progetto.
A partire dal 1948 circa Peace News inizia a far circolare le idee gandhiane di resistenza non violenta.

1961

Nel frattempo dal 1955 il nuovo direttore diventa Hugh Brock, obiettore di coscienza durante la Seconda Guerra Mondiale e attivissimo sostenitore di manifestazioni, sit-in e altri tipi di azioni non violente soprattutto contro la proliferazione delle armi nucleari.

Nel 1962 però viene diffusa una versione simile ma curiosamente diversa di Peace News basata dal titolo Peace News Story a cura di Margaret Tims e ha un tono diverso e molto più schietto.
La Tims mostra come dall’esplosione delle prime bombe atomiche nel 1945, Peace News abbia contribuito a creare un nuovo movimento contro la guerra nucleare basato sull’idea di resistenza disarmata alla tirannia.
Siamo quindi pronti per la nascita di un’editoria underground meno estemporanea e ben più organizzata sia nella produzione che nella distribuzione.
Un editoria capace di arrivare ovunque con messaggi molto più chiari e diffusi in una società che dimostra sempre più di essere affamata di cambiamenti.

1968
1972
1972
1973
1974

Negli anni Peace News ha continuato le sue battaglie contro la violenza e la guerra supportando i movimenti degli anni Sessanta e Settanta.
Nel 1971 aggiunse alla sua testata le parole per la rivoluzione nonviolenta ma, anche a causa di difficoltà finanziarie, la pubblicazione è stata sospesa alla fine del 1987 con l’intenzione di rilanciare dopo un periodo di ripensamenti e di pianificazione.
Nel maggio 1989 il giornale riprende la pubblicazione con un durissimo attacco nei confronti degli stati interessati dalla guerra del Golfo in Iraq.
Nel 2005 Peace News diventa un mensile indipendente in formato tabloid.

1978
1980
1980
1982
1987

Oggi Peace News continua a essere pubblicata in formato stampa tabloid e come sito web da Peace News Ltd.
I suoi obiettivi editoriali sono rimasti coerenti e rimangono quelli di sostenere e collegare i movimenti nonviolenti e antimilitaristi di tutto il mondo, fornire uno spazio di discussione per tali movimenti in modo da sviluppare prospettive comuni, promuovere analisi e strategie nonviolente, antimilitariste e pacifiste e stimolare le popolazioni a pensare alle implicazioni rivoluzionarie della nonviolenza.

Novembre 2018
Gennaio 2019

Per tutta la sua esistenza – che continua oggi – Peace News non dimostrò mai un’attenzione particolare alla veste grafica.
Le principali differenze tra i primi numeri e gli ultimi sono essenzialmente tecnologiche – nel 1962 c’erano poster a colori e in altri numeri anche adesivi o spillette, ma non si è mai davvero trattato di una cura particolare per il design editoriale.
Il magazine è da sempre concentrato sui contenuti come nella tradizione dei bollettini e da qui non si è mai discostato.
La sua importanza risiede nel documentare tutte le maggiori campagne antimilitari e pacifiste del XX secolo e – nel secondo dopoguerra – nell’aver creato il terreno per i movimenti controculturali in arrivo un pò in tutto il mondo.

Le riviste degli Young Lords: un universo mai esplorato

Negli anni ’50, una serie di gruppi etnici risiedevano nell’area del Lincoln Park e all’inizio degli anni ’60 una consistente comunità portoricana si stabilì intorno ai confini sud-occidentali dello stesso quartiere.
In quel momento, Orlando Davila formò il gruppo The Young Lords per contrastare la crescente ondata di razzismo e violenza contro la comunità portoricana da parte di altre bande giovanili.
Nel 1964, Jose (Cha-Cha) Jimenez assunse la guida degli Young Lords.

José (Cha-Cha) Jiménez

Alla fine degli anni ’60 gli Young Lords diressero le loro attività verso le problematiche sociali ed economiche che erano quelle più sentite dalla comunità portoricana di Lincoln Park.
E’ innegabile che tutti i movimenti, e così anche quello degli YL hanno subito molto l’influenza estetica e politica del Black Panther Party (BPP) e della grafica del loro artista di riferimento Emory Douglas, rafforzando anche in loro l’esigenza di dotarsi di magazine, fogli, quotidiani e tutto quanto fosse cartaceo e comunicativo.
Le loro tattiche di attivismo erano audaci e sempre sorprendenti per il periodo ed includevano una miscela di proteste di strada, di occupazioni di edifici e di distribuzione di cibo. Questo loro mix esplosivo di creatività politica colpì rapidamente l’attenzione dei media.
Molta importanza nello sviluppo e nella diffusione del movimento ebbero come sempre le varie riviste pubblicate dall’organizzazione che documentano alla perfezione le loro preoccupazioni e le loro attività.
La Young Lords Organization inizia a pubblicare il proprio giornale, “Y.LO.“, il 19 marzo 1969 come pubblicazione mensile di 12 pagine di articoli, opere d’arte e fotografie, in inglese e spagnolo.
Il contenuto riguarda una varietà di locali, nazionali e lotte internazionali: dalle campagne di quartiere per i diritti alla casa ai
movimenti rivoluzionari armati.

Y.L.O., vol. 1, no. 1
1969
Y.L.O., vol. 1, no. 1

Il secondo numero appare già più strutturato e graficamente ricercato con uso maggiore di illustrazioni e un’impaginazione meno confusa.

Y.L.O., vol. 1, no. 2
1969

Gli YL usavano il giornale per coltivare un’immagine di se stessi come un gruppo profondamente influenzato dalla cultura portoricana.

Y.L.O., vol. 2, no. 6
1970

Dal 1970, a dimostrazione della maggior strutturazione del gruppo e della sempre più viva attenzione all’editoria ed alla comunicazione, gli YL iniziano a pubblicare anche una newsletter ciclostilata intitolata “Palante: Latin Revolutionary News Service” che rimanda molto da vicino al Liberation News Service LNS già strutturato dall’editoria underground più vicina al movimento hippie.
A partire dal maggio del 1970, Palante divenne un quotidiano a cadenza bisettimanale.

Vol. 2, No. 2,
1970
Vol.2, n.7
1970
Vol.2, n.17
1970
Vol.2, n.4
1970

“Palante”, dopo i primi numeri molto semplici e schematici, diventa con il tempo molto interessante dal punto di visto grafico e tipografico visto che molti degli associati ai Young Lords erano artisti ed iniziarono a decorare vivacemente le pagine del giornale.
Il lavoro svolto per produrre e distribuire questi giornali era considerato indispensabile per lo sviluppo intellettuale e politico dell’organizzazione e dei suoi attivisti.
I giornali erano visti come un strumento educativo, il mezzo principale attraverso il quale coinvolgere le persone innalzando il loro livello di coscienza di classe e guadagnando nuovi simpatizzanti e proprio per questo ne furono prodotti un numero veramente considerevole visti i mezzi a disposizione.
L’editoria underground resto dunque uno degli strumenti migliori per conoscere la storia dei movimenti, delle persone e delle rivendicazioni che nel tempo le società hanno fatto emergere dovunque vi fossero diritti negati, voglia di libertà e rivendicazione di nuovi stili di vita.

Vol.2, n.7
1970
1970

“A Book about Hands” è un atto d’amore verso l’editoria indipendente

Iniziamo l’anno con un pezzo che proprio non vedevo l’ora di scrivere, come non vedevo l’ora di scartare la busta contenente un libro che non vedevo l’ora di sfogliare e di tenere fra le mani.
Già, le mani, perché di questo si tratta.
Di una diligente, dettagliata, multiforme e originale opera di ricerca effettuata nel solco che divide – oppure unisce, a voi la scelta – quella che è considerata arte con quelli che sono a tutti gli effetti i nostri terminali fisici preferiti, le nostre estremità più utilizzate, gli strumenti di lavoro forse, che più di ogni altri utilizziamo durante la nostra frenetica vita.
Spesso non ci soffermiamo abbastanza infatti a sottolineare l’importanza delle mani, e non intendo qua la cura ossessiva che in alcune civiltà vi è per le unghie, le linee della vita, il bianco del calcio mancante o il nervoso mordicchiare le unghie…. intendo qua l’infinito utilizzo senza soluzione di continuità che delle mani noi facciamo senza nemmeno accorgersene.
Ecco, i ragazzi di Platò, per la precisione Diego Garbini e Michela Brondi, da tutto questo ne hanno tirato fuori un prodotto editoriale dove ogni particolare è stato curato con attenzione e palese amore per il proprio lavoro.

“A book about Hands” è infatti un atto d’amore verso l’editoria indipendente.

Dico questo perché emerge sfogliando queste belle pagine in carta spessa, l’attenzione ad ogni aspetto editoriale, dalla copertina in tela al piccolo logo che quasi sembra vergognarsi di essere su una pubblicazione così importante.
La qualità di stampa è perfetta ed è un piacere l’andirivieni fra le pagine che ti trovi a fare solo per il piacere di vedere e rivedere immagini che sembrano moltiplicarsi, mutare ogni volta e arricchirsi di nuovi dettagli che non avevi notato prima.

E’ un percorso coerente ed allo stesso tempo straniante quello che “A book about Hands” offre al lettore, un percorso fatto di infinite svolte, di infiniti modi con cui guardare le mani, rappresentarle, distorcerle e farne appunto strumento di lavoro.
Non sto ad elencare gli ospiti del libro, importantissimi e diversissimi fra loro, come diversissimi sono gli stili, gli approcci, le tecniche ed i toni che questa spassosa carrellata propone, accompagnando il lettore in un sali e scendi di gustose impressioni che si integra alla perfezione con la cura dei materiali utilizzati e le scelte tipografiche adottate.
Con questo volume, frutto di una bella e appassionata campagna di crowdfunding di cui vi parlai tempo fa QUI, i ragazzi di Platò dimostrano – e di dimostrazioni di questo genere credo ve ne sia davvero bisogno – che il lavoro ben fatto è possibile – anzi è doveroso – da parte di tutti coloro i quali hanno idee e passione, competenza e voglia.
Evviva l’editoria indipendente dunque, che attraverso progetti coraggiosi e così ben riusciti come questo può davvero rendere le nostre vite più belle, colorate e felici.

Per ordinare la tua copia e costringere Diego e Michela ad una bella seconda edizione scrivi a infoplatoplato@gmail.com !

Jauna Gaita è una rivista lettone che dal 1955 crea delle copertine senza tempo

Che bellezza trovare continuamente perle e piccoli gioielli sparsi qua e la nel mondo.. oggi è il turno di una chicca scovata in Lettonia e che sinceramente mi ha colito molto per il suo essere senza tempo.
Jauna Gaita
o The New Course per dirlo in inglese, è una rivista letteraria lettone con sede in Canada, pubblicata a partire dal 1955 da un gruppo di letterati lettoni in esilio.

n.1 – 1955
n. 57 – 1966
n.72 – 1969
n.106 – 1975

Il magazine fu lanciato da un gruppo di intellettuali lettoni esiliati all’estero per promuovere la sopravvivenza della lingua e della letteratura lettoni allora a rischio sparizione in favore del russo ma con il passare degli anni ha acquisito un ruolo significativo nella storia della grafica e del design internazionale e con l’autonomia della Lettonia è rimasto un punto di riferimento per la letteratura ed il design del piccolo stato.
Il design di copertina di questa interessante rivista è infatti decisamente moderno e accattivante con una grafica e dei colori sempre audaci ed ancora oggi modernissimi.
Le copertine sono infatti una miniera infinita di ispirazione per i cultori della grafica editoriale e del cover design e i riferimenti a questi lavori sono rintracciabili in alcuni dei graphic designer che oggi vengono considerati dei mostri sacri, uno per tutti potrebbe essere Scott Hansen, forse ai più conosciuto con il nome da musicista, Thyco, o come grafico con il suo progetto ISO50.

 

Un elenco corposissimo di copertine sperimentali con elementi che rimandano alla tradizione nazionale lettone e attentissime al bilanciamento modenista tra creatività pseudo-amatoriale e alta professionalità.
E’ questo infatti un carattere di Jauna Gaita che mi ha colpito, il suo non essere affatto un magazine di grafica, il suo non appartenere al settore del design ma di sperimentare e ricercare novità stilistiche in maniera del tutto amatoriale.
Il magazine è ancora attivo e potete acquistarlo, e ammirarlo, QUI, sempre che conosciate il lettone..

n.138-139 – 197?
n.142 – 19??
n.128 – 1980
n.58 – 1966
n.200 – 1995

Pigiama Magazine, un progetto editoriale che rimette l’approccio underground al centro di tutto

Ci sono poche cose che mi rendono felice quanto scartare i pacchi non di Natale ma dei vari corrieri o anche del servizio postale.
Se escludo il caso in cui la sorpresa sia una multa, il resto è sempre più spesso una meraviglia di carta, un progetto realizzato o un’idea abbozzata su cui poi fare qualche riflessione, sfogliare piano piano, leggere con la curiosità che muove le mani e inevitabilmente andare a cercare i più ed i meno chiaramente individuati in base ai miei gusti.
Quello arrivato pochi giorni fa è un pacco speciale, atteso e finalmente giunto a destinazione e contiene il lavoro di Federica Scandolo, communication e graphic designer con sede a Padova, che porta avanti con testarda fierezza e battagliero spirito underground il suo bel progetto di rivista dal titolo “Pigiama Magazine“.

Femminismo sui generis, fantastici distributori automatici d’arte nel reportage da Berlino, servizi fotografici abrasivi nella loro critica dello stile mainstream e totale ricerca e approfondimento.
Sono questi alcuni tratti del progetto che ne fanno un bel progetto, che come detto è ricco di contenuti e totalmente dedito alla sperimentazione in puro stile underground.
Già Underground, un termine che spesso viene associato ai tempi che furono, soppiantato da un ben più cool Indipendente  che oramai ha rotto gli argini abbattendo ahimé i confini del significato e perdendosi in un mare di tutto e niente anche contro quello che sarebbe il senso primario del termine.
Pigiama Magazine è underground, lo è come detto nei contenuti e lo è, forse ancora di più, nella forma, nello stile e nell’uso degli spazi, della grafica e della tipografia.
Emerge chiaro l’amore per un periodo storico ben preciso, quegli anni Novanta pre internet in cui ancora la carta aveva un suo ruolo predominante e questo lo si vede anche nella breve ma interessante intervista a David Carson, forse uno degli ultimi grafici in grado di determinare uno strappo formale nella grafica editoriale con i suoi lavori sul lettering anche e soprattutto in ambito musicale.

Non c’è molto da aggiungere. Il progetto di Federica è destinato a chi ha il fuoco sacro della curiosità, a coloro i quali credono ancora nella possibilità di intraprendere strade parallele, poco percorse e solitamente problematiche e, anche per questo, va spinto e diffuso anche solo per dimostrare che ancora oggi, nell’epoca del tutto e subito, del tutto disponibile e del tutto facile, sporcarsi le mani ed inventare il nuovo resta pur sempre la cosa più bella e divertente del mondo.
Mi piace chiudere questo pezzo con una citazione presa proprio da Pigiama Magazine dove si legge che “L’omologazione porta solo a mode effimere che, per quanto diventino fenomeni sociali nello sbocciare, alla fine appassiscono all’ombra“.

Pigiama Magazine e le altre idee e progetti di Federica Scandolo potete trovarli direttamente sul sito Pigiama Magazine.

Una rivista interamente dedicata ai profumi fatta di interviste, classifiche e recensioni

Nez, ovvero naso in francese, è la prima rivista interamente dedicata all’olfatto e alla fragranza e nasce nel 2016 dalla collaborazione tra la rivista online Auparfum e la casa editrice Le Contrepoint.

NEZ #1 La revue olfactive
2016
NEZ #1 La revue olfactive 2016

Auperfum è una realtà fondata nel 2007 e gradualmente diventa il sito di riferimento per gli amanti dei profumi con spazio ai critici, alle ultime notizie, e ad interviste che portano il sito ad avere ogni mese più di 120.000 lettori (!).
Auparfum ha aperto la strada ad un nuovo approccio al tema del profumo come visto adesso come arte in sé con proprie recensioni, interviste e focus sui creatori, assimilabile ad altre arti come il cinema, la musica o la letteratura.

NEZ #2 La revue olfactive
2016
NEZ #2 La revue olfactive
2016

La casa editrice Le Contrepoint produce invece da sempre libri spregiudicati e audaci per dare al lettore un’esperienza sempre originale ma con una costante attenzione anche ai costi.
Nez, arrivata oramai al numero 6, si pone l’obiettivo di educare ad un uso consapevole dell’olfatto al fine di  di usare le tue narici per capire il mondo intorno a te.
Nez cerca di esplorare, decodificare, spiegare il senso dell’olfatto attraverso l’utilizzo di sondaggi, incontri, fotografie, illustrazioni… viene data la parola alla scienza, alla storia, alla letteratura e all’arte.
Una collaborazione Auparfum / Contrappunto
Questo progetto è il risultato della collaborazione tra la rivista online Auparfum.com e l’editore Le Contrepoint.

 

Fascinus, il libro che raccoglie la grafica di vecchie riviste fetish

Fascinus è il frutto della collaborazione tra due giovani artiste, la fotografa Anaïs Bigard-Bachmann e la regista Ombline Ley.
Tutto è iniziato in una cantina, dove la Ley ha fatto una scoperta assai interessante, una raccolta cioè di riviste fetish risalente agli anni ’70 dimenticate li dai legittimi proprietari per circa quindici anni.
Condividere queste pepite d’oro con l’amica Anaïs ha dato il via al progetto.
Il lavoro è stato sia molto lungo, sia molto difficile visto che la massa delle riviste era ingente.

Queste riviste feticiste combinano serie di fotoromanzi, fotografie e altre immagini e illustrazioni del periodo degli anni Settanta.
Insieme e con grande resistenza, nell’ottobre 2018 le due amiche hanno finalmente rilasciato “Fascinus”, questo bellissimo libro illustrato edito da Kopa presse.

Il volume è acquistabile QUI.

Chi ha vinto gli STACK Awards 2018, i premi per i migliori magazine internazionali?

Ed eccoci dunque, come ogni anno, a discutere sugli Stack Awards, i premi organizzati da STACK, il sito inglese specializzato in magazine indipendenti che da anni riunisce tutto o quasi il meglio di questo settore distribuendo premi e segnalazioni che solitamente descrivono perfettamente ciò che nell’anno si è distinto fra una produzione sempre più ampia e diversificata.

Partiamo subito dal premio di Magazine of the Year 2018 andato a Good Trouble, un bellissimo magazine, protesi cartacea dell’interessantissimo sito, guidato dall’ex editor di Dazed & Confused, Rod Stanley.
Progettata da Richard Turley, un giornale di 12 pagine di dimensioni di un foglio di calcolo sull’unione tra creatività e protesta. Trouble celebra con coraggio, grande competenza e ricerca di analisi approfondite la cultura della resistenza pubblicando storie che uniscono l’arte e la cultura con la politica e la protesta.
Bravi Bravi!

Per la categoria Launch of the Year, il premio è andato a Suspiria del team di Studi Fax di cui abbiamo già scritto QUI.
Un progetto coraggioso sul tema della paura realizzato con cura e originalità e che è riuscito a superare addirittura un peso massimo come Eye on Design il magazine di AIGA.
Ottima menzione per i nostro Archivio Magazine di cui però parleremo in seguito..

Il premio di miglior Editor of the Year se lo aggiudica The Skirt Chronicles, rivista con base a Parigi fondata da Sarah de Mavaleix, Sofia Nebiolo e Haydée Touitou come piattaforma collaborativa con l’ambizione di creare una comunità che celebri diverse culture e generazioni. È una pubblicazione fondata da donne che vuole riflettere sulla condizione femminile ma senza escludere dal dibattito.
Quello per il miglior Art Director of the Year va invece a Anxy che vi ho presentato QUI e QUI e che bissa il successo, sia pur in categorie diverse, del 2017.

The Skirt Chronicles vol.3
Anxy No. 4

In entrambi i casi va sottolineato come le giurie hanno segnalato però anche, come prodotto d’eccellenza, uno dei magazine che amo di più e di cui vi ho scritto QUI e cioè Migrant Journal.

Uno dei premi su cui ho da sempre molta curiosità vista l’estrema voglia di sperimentale e l’originalità che i magazine indipendenti mostrano sempre è quello relativo allaCover of the Year che quest’anno se lo aggiudica Eye on Design con il suo occhio composto da testo e profondità.
Quest’anno doveva essere l’anno proprio degli occhi se andiamo a vedere anche la cover di Printed Pages, il magazine del sito It’s Nice That che a mio avviso poteva tranquillamente essere l’altro candidato alla vittoria finale.

Eye on Design magazine – n.02 “Psych”
Printed Pages n.15

Ma arriviamo al ritrovato orgoglio nazionale con il premio ad un magazine tutto italiano che abbiamo segnalato QUI e che vince la categoria Best Use of Photography 2018 battendo Der Greif e Justified, due gran bei progetti.
Complimenti ad Archivio per un progetto interessantissimo e davvero ben realizzato che meritatamente si è imposto all’attenzione non solo italiana ma internazionale.
Aspettiamo il numero del 2019 a questo punto…

Archivio n.1 – The challenge issue
Archivio n.2 – The crime and <power issue

Per il Best Use of Illustration si impone ancora Anxy con la menzione speciale di A Profound Waste of Time che sinceramente io avrei premiato, mi piace un sacco…

A Profound Waste of Time n.1

Per gli altri premi vi rimando direttamente al sito ufficiale di STACK con tutti i vincitori e vi rimandiamo all’edizione 2019 che sarà un altro tuffo fra pagine, grafiche e idee..

La storia si Ver Sacrum, la rivista che ha ispirato gran parte della grafica psichedelica

Ver Sacrum” ovvero La primavera (o la sorgente) sacra in latino, è stata la rivista ufficiale della cosiddetta Secessione di Vienna dal 1898 al 1903. I suoi progressi nella progettazione grafica, tipografia e visuale costituiscono il modello per gran parte della stampa underground che negli anni Sessanta esploderà in tutto il mondo.
Questo rapporto privilegiato fra la Secessione e la grafica underground è da sempre poco studiato ma, a ben guardare, sta alla base di gran parte della poster art californiana dei Sixties e, più in generale, della grafica underground definita psichedelica che, oltre ai poster, investirà nei decenni successivi ogni tipo di prodotto a stampa come flyer e soprattutto riviste.

Il primo numero di “Ver Sacrum” fu pubblicato nel gennaio del 1898 e il suo arrivo venne annunciato nei principali quotidiani austriaci come un vero e proprio evento.
Per i primi due anni la rivista è stata pubblicata come mensile con ogni numero dedicato al lavoro di un artista in particolare chiamato a progettare la copertina. Nel 1898, il numero di luglio fu dedicato al designer liberty Alphonse Mucha, mentre il numero di dicembre fu illustrato dal pittore simbolista olandese Fernand Khnopff.

Per la copertina del primo numero, Alfred Roller ha fornito un’illustrazione di un albero in fiore con le radici che escono dal suo vaso contenitore. La metafora era appropriata: i Secessionisti si erano liberati dai confini del Kunstlerhaus – il circolo più conservatore degli artisti di Vienna – portando il loro messaggio modernista e utopico al grande pubblico.
Nel primo numero si legge: “Il nostro obiettivo è quello di risvegliare, incoraggiare e propagare la percezione artistica del nostro tempo… non conosciamo alcuna differenza tra” grande arte “e” arte intima “, tra arte per i ricchi e arte per i poveri. Ci siamo dedicati con tutto il nostro potere e le nostre speranze future, con tutto ciò che siamo alla Sacra Primavera “.

Il nome scelto per la rivista: Ver Sacrum – Sorgente sacra – è un riferimento classico alla secessione dei giovani dagli anziani per fondare una nuova società. Questa idea di gioventù come simbolo di ribellione e innovazione era il cuore stesso del movimento Jugendstil e rimanda con estrema forza e chiarezza al movimento della controcultura degli anni Sessanta che, proprio sui giovani, poggiava tutta la sua potenza rivoluzionaria.
L’uscita del primo numero non ebbe un’accoglienza entusiastica come ci si poteva aspettare perché pre-matura: erano trascorsi solo pochi mesi dall’apertura della Casa della Secessione di Joseph Olbrich e solo tre dalla loro prima esposizione pubblica. Tuttavia, questa prova generale servì per molte delle idee che sarebbero state sviluppate nelle loro mostre successive.
Ver Sacrum” fungeva da mostra essa stessa, usando le pagine bianche come muri in un museo.
Il principale progettista della rivista, Koloman Moser, ha affrontato il layout con grande creatività, modificandolo costantemente l’interno creando una bellissima armonia di testo e illustrazione. Quando la Secession House di Olbrich cominciò a contenere mostre, questo stesso approccio modulare alla disposizione delle immagini fu adottato da Olbrich attraverso l’uso unico di pareti mobili all’interno della struttura.
Sia nella sua armonia di testo e immagine che nella sua inclusione di molteplici forme d’arte, “Ver Sacrum” è una manifestazione delle idee del compositore Richard Wagner circa il suo concetto di opera d’arte totale.
La rivista in effetti è all’altezza di questo obiettivo, oltre alle belle arti e alle arti grafiche compaiono infatti altre e diverse forme artistiche quali la musica, la poesia ed il teatro. Le poesie di Rainer Maria Rilke sono apparse nei numeri del 1898 e del 1899, giustapposte ai meravigliosi bordi decorativi di Koloman Moser, mentre il numero del dicembre 1901 era interamente dedicato alla musica, con 11 lieder riccamente illustrati.
Un altro degli aspetti rivoluzionari della rivista è senz’altro il formato quadrato, un altro passaggio radicale nella progettazione di periodici.
Il quadrato, e ancor più l’utilizzo della griglia, aveva trovato la sua ispirazione dal movimento art nouveau scozzese, in particolare nel lavoro di Charles Mackintosh che divenne presto membro della Secessione.
Questo formato offriva nuove possibilità nel layout al designer per l’utilizzo di più colonne di testo, bordi decorativi e spazi al negativo e diviene subito il formato ideale del movimento poiché la maggior parte delle loro illustrazioni sono state eseguite in questo formato.
Anni dopo anche il periodico olandese “Art Deco Wendingen” adottò il formato quadrato spingendo ulteriormente avanti i limiti del design tipografico e del layout.
Ver Sacrum” cessa le sue uscite nel dicembre del 1903, probabilmente a causa della mancanza di fondi. Aveva già visto un graduale declino della sua spinta verso la ricerca stilistica dal 1900 quando la produzione aumentò a 24 numeri annuali ed il formato si fece molto più piccolo e più sottile di quelli prodotti nei primi due anni.
Le copertine uniche e sempre diverse dal 1898 al 1999 furono invece sostituite da una testata ripetitiva e il testo sostituì gran parte dei bordi e dei motivi grafici che fecero di “Ver Sacrum” un fenomeno di irripetibile e rivoluzionario.

L’archivio online come un viaggio delle meraviglie fra il meglio dell’arte tipografica Svizzera

Quello di oggi è uno di quei post che nascono dopo il girovagare selvaggio nei cavi del web, fra grafica, poster, carta e design. Di quelli che non erano previsti ma poi sei felicissimo di scrivere e di condividere..
Quello di oggi è un post che parla di un sito web appunto, un sito che deriva da  ricerca che credo essere stata fantastica da fare e su cui nutro molta, ma molta invidia.
Tutto nasce nel nel 1952, quando tre riviste di grafica e tipografia del cosiddetto stile svizzero decidono di unire le loro forze per dare vita ad un vero e proprio Dream Team del settore.
Si trattava di realtà quali “Schweizer Graphische Mitteilungen” (SGM), la “Revue Suisse de l’Imprimerie” (RSI) e “Typographische Monatsblätter” che unirono le forze in unica rivista mensile intitolata “TM” (Typographical Monthly).
A capo della rivista ci furono il caporedattore Rudolf Hostettler e i collaboratori Emil Ruder e Robert Büchler.
Le pagine di questo vero e proprio manuale visivo di tipografia erano un fiorire di caratteri tipografici fusi con foto, immagini e testi. Una vera avanguardia creativa del secolo scorso e ancora oggi uno dei punti più alti del graphic designer editoriale di tutti i tempi.
La Typographische Monatsblätter ha divulgato ovunque il verbo estetico e stilistico della tipografia svizzera con oltre 70 anni di esistenza.

1960 Issue 3
1962 Issue 3
1964 Issue 1
1967 Issue 8/9
1969 Issue 10

Proprio per questo non si è mai placata la passione di ricercatori e designer verso questo oggetto di culto e per questo Louise Paradis, insieme all’Università di Arte e Design di Losanna, gestisce il sito che raccoglie e cataloga quella fantastica esperienza visiva.
Il sito è interamente dedicato alla Typographische Monatsblätter e si concentra sugli anni 1960-1990 che corrispondono a un periodo di transizione in cui molti fattori come la tecnologia, i contesti socio-politici e le ideologie estetiche hanno profondamente influenzato e trasformato i campi di tipografia e grafica.
Da questa vera rivoluzione stilistica, sono emerse nuove forme e nuovi modelli che ancora oggi sono chiaramente considerati avanguardia o, per dirla in altri termini cool. Basti guardare alle migliori produzioni editoriali dei nostri giorni quanto devono all’utilizzo della tipografia, al rapporto fra testo e immagini e, più in general ed al culto della pulizia visiva delle pagine.
Una delle funzioni del catalogo online che mi ha fatto impazzire è stata quella di archiviazione e ricerca per carattere tipografico di identificazione così come le interviste con molti dei collaboratori della rivista.
Un sito da guardare e riguardare assolutamente ma attenti può creare dipendenza..

1971 Issue 1
1975 Issue 2
1977 Issue 12
1979 Issue 3
1979 Issue 5
1990 Issue 5

Un magazine bilingue che affronta un argomento con due redazioni, una in Italia ed una in Cina

Genda è una rivista tutta ideata in Italia da Amedeo Martegani e Silvia Ponzoni, che intende incrociare la cultura occidentale e orientale attraverso due redazioni separate – una in Italia e una in Cina – che individuano prima un tema comune che viene poi elaborato attraverso il lavoro distinto.
Il numero zero di Genda è dedicato al concetto di paesaggio visto però dal punto di vista dell’abbandono. Mondi e culture apparentemente diversi e lontani si osservano, si copiano e si modificano l’un l’altro.

Il titolo Genda nasce da un malinteso: è infatti la manipolazione letterale occidentale della parola popolare cinese Zhenda che significa “Davvero?”.
E’ anche il nome del fiore preferito dei riti e delle celebrazioni indù.
La sua struttura simmetrica separa le due sfere che vengono poi ricomposte e ridistribuite attraverso le pagine di questa rivista.
Gli scontri e le confluenze derivano dall’apparente lontananza dei mondi e dal suo volere essere ostinatamente indipendente e interdisciplinare.
Ad oggi sono usciti 3 numeri, in italiano e cinese che hanno mantenuto la ricercatezza stilistica e grafica del primo numero rendendo questo magazine una piacevole novità per l’Italia e non solo.

Un libro dove il cinema viene illustrato attraverso la grafica minimale

Il libro di oggi è un prodotto tutto italiano anche se con un respiro internazionale. Si tratta di Minimal Filmun libro che parla di un cinema raccontato attraverso la magia visiva del graphic design o, viceversa, un libro di graphic design che racconta la magia del cinema.

Il volume nasce dalla mente del team di grafici di H57, una sigla nata nel lontano 2003 da un articolo di giornale in cui si racconta di una base segreta russa situata in una piccola isola al centro del lago d’Aral.
Leggendo direttamente dalla loro presentazione: “nessuno sapeva esattamente cosa succedesse su quell’isola, dove i pochi civili vivevano a stretto contatto coi militari, né tantomeno all’interno della base. Una vera e propria comunità avulsa dal resto del mondo. Gli elicotteri militari, unico punto di contatto tra base e terraferma, trasportavano i rifornimenti e provvedevano ogni 6 mesi al ricambio del personale. Alla fine della guerra fredda, con la caduta del muro di Berlino, gli ispettori Onu riuscirono finalmente a metter piede sull’isola e ciò che scoprirono fu agghiacciante: negli hangar numerati della base semi-abbandonata era stipato di tutto: scorie radioattive, armi batteriologiche, oltre al risultato dei più disparati esperimenti genetici condotti in loco. Trovarono anche parte della popolazione con gravi deformazioni dovute alla contaminazione proveniente dalle sostanze conservate alla base. Ma fu nell’Hangar n°57 che venne rinvenuto il virus più letale di sempre: così potente da poter spazzare via l’intera razza umana nel giro di poche settimane. Da quel racconto apocalittico scaturì l’idea di una linea di T-Shirt provocatorie, ciniche, irriverenti e rigorosamente politically uncorrect chiamata H-57.
Negli anni, nome e logo rimangono invariati, assurgendo a ruolo di mascotte e vero e proprio talismano anche per la successiva attività di comunicazione”.
L’intento di Minimal Film, pubblicato da Skira, consiste nel rappresentare l’emozione del cinema attraverso la sintesi estrema e la semplicità delle forme.
Un linguaggio immediato in grado di raccontare qualsiasi cosa attraverso i pittogrammi.

E poi c’è il colore o, meglio, gli abbinamenti di colore che, oltre a rendere ogni illustrazione visivamente impattante ed efficace, sottolineano la tensione narrativa generale del film.
Nelle pagine di Minimal Film troverete gran parte dei film che hanno fatto la storia: dall’immortale saga di Star Wars al cinema “d’autore”, passando per le serie tv, assurte oramai a protagoniste assolute delle produzioni hollywoodiane, come Game of Thrones e Breaking Bad.

Un archivio unico che racconta lo sviluppo del design di prodotto

Il Sainsburys packaging archive documenta la storia del design e della grafica dell’azienda Sainsbury dalla sua fondazione a Drury Lane nel 1869 cercando di fornire la testimonianza della trasformazione avvenuta nella vendita al dettaglio dalla metà del 1800  e soprattutto l’impatto di questi cambiamenti sull’estetica della società.

Il nucleo dell’archivio è stato costituito al momento del centenario della società nel 1969 ed è costantemente cresciuto fino ad oggi con oltre 700 metri lineari di scaffalature, inclusi documenti, oggetti, fotografie e materiale audiovisivo.
La collezione comprende un gran numero di fotografie e manufatti, ma è particolarmente ricco di materiale utilizzato per imballaggio di prodotti, di pubblicità e di negozi al dettaglio.

Nel 2003 l’Archivio Sainsbury è stato creato come un ente di beneficenza indipendente e nel 2005 si è trasferito al Museo dei Docklands di Londra a Canary Wharf.
L’obiettivo di The Sainsbury Archive è quello di promuovere l’educazione a beneficio del pubblico raccogliendo, conservando e visualizzando oggetti e documenti relativi alla storia di Sainsbury e della famiglia di John James Sainsbury.

Tutto però nasce nel 1962, quando Peter Dixon entrò a far parte del Sainsbury’s Design Studio ed iniziò una straordinaria rivoluzione nel design del packaging.
Il supermercato stava sviluppando la sua gamma distintiva di prodotti a marchio proprio, ed i progetti di Dixon per la linea erano rivoluzionari: semplici, spogli, creativi e completamente diversi da quanto era successo prima.
La loro straordinaria modernità ha spinto molto avanti i confini estetici, riflettendo un periodo pieno di ottimismo, aiutando a far diventare Sainsbury un vero e proprio punto di riferimento del brand e logo design, possiamo dire tranquillamente il primo vero supermercato dell’epoca.
Adesso tutto questo è racchiuso in un bel libro che esamina e celebra questo cambio di paradigma che ha ridefinito il design del packaging e ha portato alla creazione di alcuni degli imballaggi più originali mai visti.

Prodotto in collaborazione con la famiglia Sainsbury e The Sainsbury Archive, il libro rivela un lavoro di archivio e catalogazione sorprendente ed esaustivo.
Con un saggio di Emily King con interviste a Peter Dixon e Lord Sainsbury di Preston Candover.

Il nuovo numero di Eye Magazine è una vera bomba

Eye 97 – Magazine special issue two
E’ da poco uscito l’ultimo numero – il 97imo per la precisione –  di Eye Magazine, il secondo di due speciali sul design e l’art direction delle riviste.
Questo è il più grande numero di sempre nei 28 anni di storia di Eye, una delle riviste internazionali di graphic design più seguite ed influenti del panorama editoriale internazionale.
In Eye 97 si legge sia di magazine indipendenti che mainstream, ci sono articoli su The California Sunday Magazine (U.S.A.), ZEIT Magazin (Germania) e l’Obs (Francia) diretto da Serge Ricco.
Il grande esperto di editoria Steven Heller incontra Michele Outland, art director di due riviste di food: il mainstream Bon Appétit e l’indie Gather.
Eye 97 si occupa anche di Works That Work di Peter Biľak e della bellissima rivista sportiva Jock che purtroppo è durata pochissimo tempo.

David Crowley si diletta nell’analisi dei coraggiosi layout e copertine surrealiste del magazine Ty i Ja, un’ambiziosa rivista polacca degli anni ’60 che sinceramente trovo fantastico.

Il logo Eye su ogni copertina di questo ultimo numero è stampato in sei diversi colori: oro, argento, bronzo, ecc. ognuno dei quali è stato distribuito casualmente tra le scatole da inviare agli abbonati.
Buona lettura.

Archivio Magazine piace e ora va alla conquista degli Stack Awards

Gli Stack Awards sono tornati per il loro quarto anno, alla ricerca delle riviste indipendenti più interessanti e stimolanti pubblicate tra ottobre 2017 e settembre 2018.

Dopo i primi exploit delle riviste italiane dello scorso anno (QUI potete vedere come è andata), quest’anno una nuova realtà editoria si è imposta all’attenzione dei giudici di STACK, si tratta di Archivio Magazine, un innovativo progetto editoriale che si basa esclusivamente sulla cultura e la realtà dell’archivio.
Come ricorda lo stesso team dietro al progetto nella propria presentazione, è la prima volta che un’impresa editoriale nasce dall’esigenza di valorizzare questo enorme patrimonio.

ISSUE 1
THE CHALLENGE ISSUE
ISSUE 2
THE CRIME AND POWER ISSUE

Archivio Magazine è il progetto editoriale di Promemoria nato con l’intento di raccontare la ricchezza nascosta tra le hidden memories degli archivi.
Quest’anno è stato nominato nelle shortlist di ben quattro categorie agli Stack Awards 2018. L’innovativa pubblicazione è stata selezionata fra le migliori riviste indipendenti al mondo per Best original fiction, Best use of photography, Cover of the year, Launch of the year.
Fin dal primo numero, infatti, Archivio Magazine ha saputo raggiungere un pubblico di lettori più ampio che va oltre il confine settoriale di archivisti e specialisti degli archivi.
Ogni pubblicazione è costruita attorno a un tema, spaziando dall’arte alla moda, alla cultura, allo sport, al design, al cinema, alla scienza, alla fotografia, ed è caratterizzato da un altissimo livello di cura in ogni sua parte.
Come sempre facciamo gli auguri alle realtà italiane che si ritrovano a sfidare mostri sacri del mondo dei magazine indipendenti.
Oltre ad Archivio, segnaliamo anche quest’anno, la presenza anche di “Cartography” nella categoria Best Use of Photography.
La rivista specializzata in itinerari di tutto il mondo.
Ogni destinazione in “Cartography” viene presentata con un album fotografico, un breve testo, una mappa e un itinerario con le fermate consigliate.
Fondata nel 2016 a Milano da Paola Corini e Luca De Santis, la rivista viene pubblicata a cadenza semestrale.

CARTOGRAPHY N.4
Japan – South Dakota – Venice

E’ uscito l’Annual Report di RUFA 2017

RUFA, Rome University of Fine Arts, è un Centro didattico multidisciplinare e internazionale che offre percorsi formativi validi ed innovativi nel campo dell’Arte, del Design, della Comunicazione e della Media Art.
Nata nel 1998 per accogliere in un’unica Accademia i sogni dei giovani italiani e stranieri e quelli del suo fondatore, il Maestro Alfio Mongelli, RUFA organizza Corsi Accademici che rispondono al nuovo contesto artistico e culturale, fornendo una preparazione di alto livello e una prospettiva professionale forte e concreta.

La presentazione del Rufa Annual Report 2017 si è svolta nei nuovi spazi che l’Accademia ha riqualificato nel cuore del quartiere San Lorenzo.
Il volume non è soltanto un approfondimento dei migliori progetti cheRufa ha realizzato nello scorso anno solare, ma è soprattutto “uno splendido e moderno compendio”, connotato dal design che comunica in maniera trasversale l’approccio multidisciplinare che l’istituto di formazione insegue e persegue.
Come si legge nella presentazione del volume “ogni singola pagina è coinvolgente e allo stesso tempo infusa di un armonioso equilibrio tra emozioni e informazioni”. Una sintesi unica che esprime il “valore eccellente della sinergia tra designer, committente e produttore”.
Un libro che sottolinea una metodologia quanto mai evoluta, resa possibile dal coordinamento dell’Ufficio comunicazione Rufa, dall’ideazione di Intorno Design e dal prezioso supporto fornito dai partner del progetto: Arjowiggins, Tipografare, La legatoria.
Una pubblicazione dettagliata che raccoglie il meglio di un anno accademico, l’optimum della formazione: dalla presentazione dei corsi alle esperienze di tesi degli studenti, dai talk ai workshop e, chiaramente, al Rufa Contest.
Una lettura sempre coinvolgente, un brillante equilibrio grafico, una linea editoriale generata dalla creatività.
È RUFA. È l’Annual Report 2017.

Un libro raccoglie le infografiche necessarie per capire il concetto di frontiera

Per la recensione di oggi, prendo a prestito la presentazione direttamente dai ragazzi della casa editrice Add Editore che hanno realizzato davvero un bel libro di cui non vi resta che leggere di seguito..
Migranti, Brexit, conflitti ai confini della Russia e in Medio Oriente, tensioni in Asia, un muro tra il Messico e gli Stati Uniti: le frontiere non sono mai state così attuali.

Esistono 323 frontiere terrestri su circa 250.000 km. Aggiungendo le frontiere marittime, delimitate o meno, si arriva a un totale di circa 750 frontiere tra Stati. Alcune si attraversano facilmente, altre sono invalicabili, alcune sono visibili, altre invisibili (aeree, astronomiche). Ma esistono anche frontiere immaginarie o arbitrarie: politiche, economiche, culturali (lingua, religione, civiltà) che quasi mai coincidono con le frontiere internazionali.
Quali sono le frontiere esterne dell’Europa: quelle dello spazio Schengen, quelle dell’Unione Europea o quelle dell’Europa in quanto idea o concetto? Le tre non si sovrappongono. Si possono tracciare linee di separazione tra grandi aree culturali? Dove comincia l’Asia? Qual è la frontiera più militarizzata? Qual è il muro di difesa più lungo? E il reticolato più alto? Come si determinano le frontiere aeree? Ci sono ancora “zone bianche”, le terrae nullius che non appartengono a nessuno? Il cambiamento climatico può modificare certe frontiere esistenti? Le frontiere favoriscono la pace o sono foriere di guerre?

Questo Atlante dedicato alle frontiere ci aiuta a capire le sfide che si nascondono dietro queste linee che dividono o uniscono i popoli.
Con più di 40 cartine e infografiche originali, gli autori ci raccontano il mondo attraverso il prisma delle frontiere.
Il libro è in vendita QUI.

 

In un libro tutta l’arte di creare camicie su misura

Oggi faccio un’escursione nel mondo del fashion, non proprio abituale per me, ma credo ne valga la pena per un progetto che mi è sembrato interessante, non fosse altro perché al centro ha sempre una strana creazione cartacea.
tutto nasce da Xacus, a San Vito di Leguzzano, alle porte di Vicenza, nel 1956 dove Alberto Xoccato, visionario e creativo artigiano
 esponente di una fra le più antiche famiglie del Veneto, fonda Xacus e mette in atto un progetto basato sulle sapienti mani di dieci esperte sarte della zona.
A distanza di quasi 70 anni, a dimostrazione della spinta verso l’originalità ancora oggi vivissima, fra tessuti e proposte, Xacus presenta un progetto editoriale innovativo per il settore.
L’azienda, infatti, ha pubblicato The Shirt Anatomy, un libro che descrive in profondità il mondo della camicia in tutti i suoi dettagli: dalla storia all’origine della materia prima, dalle tessiture ai piccoli dettagli che vanno a comporre la camicia da uomo, fino ai consigli per conservarla intatta nella sua bellezza dopo l’acquisto.

Questo libro è pensato proprio come un manuale in grado di aiutare sia chi lavora nel mondo della camiceria – come per esempio i titolari dei negozi di abbigliamento – sia chi semplicemente, appassionato di moda, vuole conoscere alcuni aspetti più tecnici sul mondo della camicia moderna.
Attraverso contenuti esclusivi e suggestioni visive, illustrazioni realizzate a mano e ricerche storiche, The Shirt Anatomy guida il lettore lungo un viaggio di scoperta. Il concept creativo e il progetto editoriale – curato dall’agenzia di comunicazione Gruppo icat – nasce da una forte metafora di fondo: la camicia da uomo e da donna è come una seconda pelle, è un elemento vivo, che si evolve e si adatta all’ambiente. Proprio come un organismo vivente, proprio come un corpo umano. Per questo ogni capitolo riprende questa metafora e racconta le parti della camicia – il collo, le maniche, il busto – come se fossero elementi anatomici. Le tessiture diventano invece la pelle della camicia, le origini del cotone e le armature sono passate in rassegna immaginandole come lo scheletro, mentre la sua storia è raccontata come fosse l’evoluzione darwiniana di una specie. E, infine, c’è il movimento: ogni camicia è un elemento dinamico, che nasce per vivere in un contesto, per uscire fuori dalla staticità di un guardaroba ed esprimersi in outfit sempre diversi in base all’occasione.
Come commenta lo scrittore Alessandro Zaltron nell’introduzione del volume:

le pagine che seguono istruiscono, dilettano, spronano. Mancava davvero un libretto di istruzioni senza le parti noiose e pedanti ma ricco di tutte le informazioni che servono: una specie di bigino in versione fashion. Ora c’è.”

Il libro, pubblicato da Grafiche Antiga, sarà presto in vendita nello shop ufficiale. Nel frattempo, potete godervi la sua versione digitale, scaricandolo QUI.

Un libro racconta la nascita, lo sviluppo e la realizzazione di una strana font chiamata Cheru

“A Book called Cheru” è una chicca, punto e basta.
E’ un prodotto editoriale smart e pulito, totalmente al passo con tempi. Un approccio giocoso alla creazione di un universo tutto fantastico e sognante basato su un nuovo carattere chiamato appunto “Cheru“.
Il libro, accompagnato dalla promozione del carattere omonimo, è la dimostrazione visiva di un nuovo alfabeto in cui la forma sembra seguire la coincidenza.

Durante la creazione di questo universo chiamato Cheru, il designer grafico di Atene Christoph Alexander Gratzer (AKA Exidas) ha prodotto un libro di 186 pagine pieno di citazioni sacre e divertenti miste ad ipnotizzanti esperimenti grafici.
Nel corso di 2 anni di progettazione di Cheru, Exidas ha progettato parallelamente questo libro attraversando molti passaggi di decostruzione e ricostruzione artistica al fine di trovare il flusso creativo giusto per la storia da raccontare.

Il libro si può acquistare qui ed include il download del font.

Un nuovo magazine dedicato interamente alla bellezza dell’aviazione

Wings è un magazine con sede nel Regno Unito interamente dedicato al mondo dell’aviazione.
Ogni storia presente nelle pagine di questo nuovo magazine si concentra sulla bellezza e sull’avventura insita nel mondo dell’aviazione ed è accompagnata da una analisa riflessiva e stimolante.

Il gruppo di collaboratori che proviene da tutto il mondo si propone di mostrare la profondità e le emozioni dietro ogni aspetto, anche quelli più originali e nascosti, dell’aviazione.
Nella prima uscita, da poco disponibile, si presenta il documentario di Dirk Braun intitolato “Flying Boat“, si discute della traversata transatlantica di Berlin Express con il pilota Lee Lauderback e si analizza la fotografia mozzafiato di Paul Biddles nella sua collezione “Art Noir I”.

“Recorder” è lo storico magazine sulla tipografia contemporanea

Per chi non lo conoscesse, è spero per voi che il numero sia molto basso, Monotype è un colosso nel mondo delle font e del loro design.
Un colosso avente sedi sparse in tutto il globo, da Berlino a Chicago, da Londra a New York, fino a Shanghai.
Per darvi un’idea, il sito di fonts online MyFonts è solo una delle svariate società del gruppo così come Olapic, tanto per dire.
Il motivo per cui ne parlo è per presentarvi quello che secondo me è uno dei prodotti di eccellenza di Monotype, forse perché è un prodotto cartaceo.
Per alcuni è una vera istituzione, per me “Recorder Magazine” è senz’altro un gran bel magazine.
Proprio per questo ripercorriamo la storia dei primi 5 numeri usciti, tutti davvero splendidi.
Il primo bellissimo numero, diretto da Luke Tonge, include Jamie Murphy di The Salvage Press che parla di tipografia tradizionale; una discussione con l’educatore di design Harry Leeson e molto, molto altro.

Il secondo numero viene completamente ridisegnato e reimmaginat con oltre 100 pagine di tipografia e grafica che aiutano ad esplorare il ruolo della tipografia in un contesto culturale ampio, che abbraccia discipline apparentemente lontani fra loro.

Nel numero 3 la giornalista Laura Snoad esamina i caratteri tipografici ed il loro uso in politica. Amy Papaelias guarda come una nuova generazione di donne sta portando avanti l’eredità della tipografia più classica.
Il numero 3 contiene anche illustrazioni di Zoe Barker, Ellie Foreman-Peck, Kelsey Dake e Ping Zhu e immagini di copertina create da Ari Weinkle.

Nel numero 4, la giornalista di design Madeleine Morley fa un passo indietro nella storia per tracciare una storia dalla A alla Z di lettere illuminate e illustrate.
Questo numero contiene le illustrazioni e collage di artisti del calibro di Justyna Stasik e Friederike Hantel.

Nel 5 numero il magazine torna alle origini per riscoprire come la tipografia è uno strumento essenziale per i brand, una possibilità di rivisitare la carriera della graphic designer Paula Scher e approfondire l’approccio creativo alla tipografia di David Rudnick
Con illustrazioni di Braulio Amado e Matt Chase.

Ogni numero è acquistabile nello shop di Monotype.

La scienza e l’arte tipografica si incontrano per Alexander von Humboldt

Alexander von Humboldt ha ispirato Charles Darwin, che ha letto i suoi diari come preparazione per i suoi viaggi, ma anche Simón Bolívar, Henry David Thoreau, Thomas Jefferson e Johann Wolfgang von Goethe.
Ve ne avevo parlato già a proposito del cianometro e adesso ecco che torna con il volume “Illustrating Nature. The World Through the Eyes of Alexander von Humboldt” grazie ad una riuscitissima campagna di crowfounding su kickstarter.

Humboldt era un geografo, naturalista ed esploratore che iniziò a viaggiare nel 1799 per esplorare e descrivere il mondo attraverso gli occhi di uno scienziato moderno. Le sue annotazioni scritte in diari e lettere sono state illustrate con un gran numero di disegni di una qualità e genialità forse mai viste prima.

“Illustrating Nature” è un compagno di viaggio visivo, che segue le scoperte di uno dei più grandi scienziati del mondo.
È una sorta di riconoscimento del meraviglioso mondo disegnato da Humboldt.
Fra queste pagine elegantissime troviamo circa 300 disegni che mirano ad illustrare la visione del mondo di uno scienziato moderno il cui impulso interiore era concepire la natura nel suo complesso, mossa e animata da forze interiori.

La raccolta è stampata su diversi tipi di carta, diverse trame, diverse dimensioni che aiuteranno a differenziare le sezioni ed a renderlo un prodotto rappresentativo del modo di amare i libri ed il loro aspetto artigianale.
Un’edizione trilingue: inglese (lingua principale), tedesco e spagnolo che oltre ad illustrare la vita ed i viaggi di uno dei più grandi scienziati della storia, riesce ad essere una vera e propria opera d’arte.
Qui la campagna Kickstarter.

Quando il design editoriale gioca con due colori e dona ad un libro un aspetto da calendario

Elaine Ramos  è una graphic designer brasiliana e socia fondatore della casa editrice creata nel 2016 Ubu laureata presso la Scuola di architettura e urbanistica dell’Università di São Paulo.
Dal 2008 al 2011, oltre a progettare libri, Elaine ha coordinato la pubblicazione di numerosi titoli sul design e si è dedicata alla ricerca sullo specifico tema del design brasiliano.

Il progetto “Letra e música” è una raccolta di testi pubblicati nella lunghissima carriera del giornalista brasiliano di Ruy Castro noto soprattutto per la sua produzione di biografie e reportage che, dal 1990, riportano alla luce le vite di personaggi quali Carmen Miranda, Garrincha, Nelson Rodrigues e soprattutto opere sulla storia della Bossa Nova e sul Flamengo.
Il progetto è composto da due volumi tematici, uno sulla musica e uno su letteratura e giornalismo, ciascuno composto da 64 testi, entrambi stampati in due colori, rosso e blu.
Il progetto sfrutta il fatto che tutti i testi hanno le stesse dimensioni, occupando quindi la stessa posizione sulla pagina, regalando una sensazione di piacevole lettura e precisione grafica.

Minimale è bello ed oggi un magazine lo dimostra

La rivista Minimalissimo è una celebrazione del minimalismo nel mondo del design, è una rivista il cui obiettivo è ispirare i creativi e riuscire a mostrare i migliori esempi di minimalismo nel mondo dell’arte, dell’architettura, della moda, dell’arredamento e del design di prodotto pubblicando articoli sia di creativi affermati che di talenti emergenti.
Ogni numero del magazine offre di volta in volta un’immagine straordinaria composta di approfondimenti esclusivi sui designer, artisti e marchi più eccitanti, stimolanti e soprattutto minimalisti di oggi.
Nato nel 2009, “Minimalissimo” ha costantemente accresciuto il proprio pubblico di lettori in tutto il mondo arrivando al terzo numero con freschezza e originalità.

Volume Nº1 è il nostro omaggio al minimalismo classico che però guarda anche e soprattutto alle variazioni contemporanee.

Volume Nº2 è una serie di approfondimenti e interviste, una panoramica esclusiva dei designer, artisti e marchi più eccitanti, stimolanti e minimalisti di oggi.

Volume Nº3, è l’edizione sull’home design creata per esplorare e far conoscere stili di vita basati sulla semplicità attraverso un design minimalista e consapevole.

Uno strano libro sulle case, ma soprattutto sulle storie che ci girano attorno

Léo Favier è un creativo e designer che realizza film e libri utilizzando varie strategie di storytelling.
Il suo lavoro si snoda fra il documentario, il libro d’illustrazione e la grafica pura attraverso l’uso di materiali raccolto e ricercato fra migliaia di archivi, materiali di repertorio, interviste, diari o altri strambi materiali.
Fa parte del progetto POC, un network di grafici e creativi impegnati sul visual design ed è co-fondatore del progetto della rivista Wandertag.

Proprio Wandertag è un progetto di rivista indipendente pubblicata in modo irregolare dal 2007 in modo nomade, una sede in continuo movimento.
Ogni numero sviluppa un contenuto particolare, un tema specifico che riflette il contesto sociale, politico e storico della sede scelta nel momento.
Il lavoro che vi presento oggi si chiama “Jungle” ed è una storia sarcastica e ironica sull’attività di costruire case, accompagnato da racconti e aneddoti su truffe, misure, animali domestici, cibo e vino.
Un prodotto originalissimo, difficile da catalogare, impossibile da non amare. Una serie di pagine coloratissime che ti sorprendono e accompagnano in un viaggio avventuroso che merita una possibilità.

Studio Rebigo ritorna con un libretto dedicato proprio agli animali che odiate tanto

Lo Studio Rebigo, termine che nel dialetto genovese sta ad indicare lo scarabocchio disegnato col pennino, io l’ho conosciuto grazie ad un bellissimo progetto dal titolo “Ciclismo epico” che acquistai non appena uscito nel 2017 e che evidenziava già l’anarchia grafica e le moltitudini di stili originali e sempre nuovi che si cela dietro a questo gruppo di creativi.

Dopo aver ideato e realizzato “Laika“, un altro bel prodotto nato in occasione del sessantesimo anniversario del lancio della capsula spaziale sovietica Sputnik 2 sulla quale venne imbarcata la cagnetta Laika, i ragazzi di Rebigo tornano con un nuovo prodotto destinato ancora una volta a sorprendere i lettori.

Zanzine” è infatti un prodotto spillato pensato per l’estate, dedicato alle zanzare e composto da testi e immagini inedite realizzate ad otto mani, dal gusto nonsense umoristico, in un susseguirsi di approfondimenti storico- scientifici, metodi antizanzare e dottrine zen.

Rebigo è Matteo Anselmo, Matilde Martinelli, Valeria Nieves, Alessandro Mato Parodi, Luca Tagliafico, Ste Tirasso, Silvia Venturi, Arianna Zuppello.

“Protest” ovvero un libro che analizza la grafica di protesta degli ultimi 100 anni

Protest” è un libro edito da Lars Müller Publishers che può apparire come l’ennesimo volume sulla cosiddetta grafica di protesta mentre invece ha delle caratteristiche che lo rendono molto interessante.
Il volume infatti presenta e riflette sulle forme di protesta presenti e passate e si concentra sulle pratiche di resistenza delle comunità emarginate da un’ampia varietà di prospettive.
Protest” mostra infatti come la protesta si basi sull’ironia, sulla sovversione e sulla provocazione da una posizione di impotenza. Il suo ruolo è quello di spina nel fianco, di virus impazzito che punzecchia il sistema per sabotarne le forme di controllo e di regolamentazione della convivenza.

Dal classico “Make Love Not War” fino all’ultimo ”We are the 99%“, gli ultimi decenni sono stati accompagnati da un flusso costante di dichiarazioni e metodi e forme di resistenza.
Le forme della protesta attingono magistralmente e creativamente ai segni ed ai simboli contemporanei, sovvertendoli e trasformandoli in nuove estetiche e significati, aprendo così uno spazio che sfugge al controllo.
Illustrato con fotografie e poster,”Protest” considera le prospettive sociali, culturali, storiche, sociologiche e politologiche, nonché ottimi approfondimenti sulla teoria visiva, la cultura popolare e gli studi culturali.
Nel processo, il libro tiene conto in particolare di sviluppi contemporanei come la virtualizzazione della protesta, come è stata trasformata in finzione e il suo sfruttamento in politica da parte di detentori del potere di tutte le sfumature.
Un libro tosto e piacevole, denso e ricco di teoria e spunti verso altre letture. Acquistabile QUI.
Bello.

Sapete cos’è il cianometro? Ecco un libro d’arte che ve lo spiega in modo elegantissimo

Lo Studio Elana Schlenker è uno studio di progettazione grafica multidisciplinare guidato guarda caso proprio da Elana Schlenker specializzato in identità visive, lavori interattivi e, proprio quello che interessa alle Edizioni del Frisco, prodotti editoriali e stampati.
Light Blue Desire” è un libro d’artista di Magali Duzant che analizza e approfondisce la definizione ed il significato della parola blu attraverso una moltitudine di lingue differenti.
La raccolta di idiomi rivela infatti un compendio di contraddizioni, di concetti diversi fra loro che si rincorrono attorno ad un colore che può essere sia alto che basso, pacifico e pornografico, malinconico e manipolativo e costantemente votato come il colore preferito dalle persone di tutto il mondo. La copertina fustellata del libro fa riferimento a uno strumento magico e misterioso come il cianometro.
Nel 1789, durante un viaggio sulle Alpi svizzere in compagnia del chimico Benedict de Saussure, Alexander von Humboldt mise a punto infatti uno strumento che aveva l’obiettivo di misurare scentificamente l’intensità del blu del cielo, il cianometro appunto, romantico sinonimo dell’unione fra osservazione scientifica e visione poetica del mondo.

Come si vede, il cianometro consiste in quadrati di carta tinti in gradazioni di blu sfumate e disposti in un cerchio di colori o in un quadrato che può essere sostenuto e confrontato con il colore del cielo.
La forma e la tipografia del libro traggono ispirazione dai manuali tecnici, mentre il design rimanda proprio al cianometro.
La pulizia, il rigore grafico e la pulizia di questo piccolo libro sono a mio avviso degni di nota e confermano la bellezza del prodotto, non solo dell’idea.

Questo manuale ti insegna ad ideare e realizzare il tuo magazine indipendente

Ogni tanto, anche non volendo, torno a parlare della proposta editoriale della casa editrice Laurence King che, con la consueta classe, sforna regolarmente opere di valore e qualità.
Questa volta vi parlo di un volume un pò datato, risalente infatti al 2016. Un volume di Angharad Lewis scrittrice inglese, da sempre interessata al design e alla grafica.
La Lewis è infatti co-editrice della rivista Grafik, collabora con varie pubblicazioni ed è tutor presso la Cass School of Design di Londra.

Il suo ultimo libro si intitola “So You Want to Publish a Magazine?” ed è una vera e propria guida che tenta di mostrare il percorso per realizzare una pubblicazione indipendente accompagnando il lettore passo dopo passo.
Tutti i dettagli e le fasi del processo che stanno alla base di una rivista indipendente vengono affrontati meticolosamente, dal bilancio economico al design fino alla stampa.
Pieno di spunti ed informazioni utili, questo libro ti fornisce gli strumenti del mestiere portandoti dietro le quinte del mondo editoriale ma restando aperto anche alla lettura di un curioso neofita.
Ritengo che, pur come detto un pò datato, “So You Want to Publish a Magazine?” rimanga ancora oggi un must per chi ama le riviste e soprattutto per tutti coloro i quali sognano di realizzarne una.

Paperback
270 illustrations
168 pages

Un diario lungo un anno con il meglio della tipografia di tutto il mondo

Una storia al giorno. 365 storie sulla tipografia e la grafica di un anno intero.
365typo” è un volume che nasce dall’esperienza del blog 365typo dove quotidianamente sgorga un flusso di notizie dal mondo del type design, della tipografia e del graphic design.
Pubblicato in collaborazione con Association Typographique Internationale (ATypI) contiene le storie dei migliori scrittori del settore provenienti da tutto il mondo.
Il primo volume risale oramai al 2015 ed era giunto il momento di dare un seguito a questo fortunato esordio.

Come per il primo volume, gli editori hanno raccolto storie interessanti durante tutto l’anno per poi ricostruirle all’interno di questa nuova pubblicazione di 320 pagine. All’interno troverete perciò 365 storie di oltre 80 autori provenienti da tutto il mondo.

Gli argomenti sono divisi in 12 capitoli che riflettono i principali temi raccolti da maggio 2015 a maggio 2016 e guidano i lettori attraverso un labirinto fittissimo di eventi, tendenze e idee nate e sviluppate durante questo periodo.
Il volume è acquistabile qui.

Un designer ed una band punk rock creano un libro di grafiche dal chiaro spirito DIY

Per oltre un decennio, il designer Brian Roettinger ha collaborato con il duo punk rock No Age di Los Angeles (Dean Spunt e Randy Randall) su album e progetti secondari che ha portato alla creazione di un ampia gamma di progetti e lavori di audio e video.
Dal 2007 con una serie di cinque EP e poi con molto altro materiale fra cui una custodia per CD che è fantastica soprattutto perché è molto più simile a una fanzine che ad altro.

Roettinger ed i No Age hanno sempre cercato modi per sfidare le convenzioni della confezione dell’album pur mantenendo un senso di urgenza che è diventato centrale in ognuno dei loro lavori.
Tutto questo lavoro ha portato oggi a “No Age & Brian Roettinger: Graphic Archive 2007-18”, un libro testimonianza e archiviodella lunga collaborazione creativa timbrato da un lessico sinceramente di strada.
In tutta la pubblicazione ogni release di No Age viene meticolosamente sezionata nei suoi vari elementi grafici, dal nome dell’artista al codice a barre (e tutto il resto), emanando l’effetto di una fanzine curatissima ma pur sempre fanzine.
Oltre 288 pagine di grafica in bianco e nero in cui il lettore sarà in grado di tracciare la storia della collaborazione e, nel contempo, gustare quelle che sono le idee e lo spirito underground del progetto.
Stampato in edizione limitata e pubblicato da The Pacific Design Archive di Los Angeles, il libro è distribuito da Hat & Beard Press e progettato da Ben Schwartz.

“Leste” è un magazine in risografia che parla di sesso

Anche nella settimana di Ferragosto, le Edizioni del Frisco, segnalano quanto di meglio esiste e nasce nel panorama editoriale, preferibilmente indipendente, italiano ed internazionale.
Oggi tocca a “Leste“, bellissimo magazine annuale, pubblicato dalla poetessa di Montreal Sara Sutterlin.
Questo ibrido fra magazine e fanzine contiene interviste con donne tutte a tema sesso, intimità, scrittura e arte.
Progettato da Kevin McCaughey dello studio di progettazione grafica Nonporous di Chicago, con il consueto approccio molto controculturale e indipendente rafforzato dalla grinta della stampa risografica che da alle pagine un tono giocoso, sexy e volutamente disordinato.
“Leste” vuole raccontare tutte le storie, esplorare tutte le narrazioni, parlare di tutto il sesso.

La copertina del numero 3 è particolarmente indicativa del tono intimo e diretto di “Leste” con un primo piano di un torace appiattito illuminato sensualmente e privo di ritocchi o abbellimenti.
L’immagine individua una sensualità proprio nelle pieghe della pelle e anche nel modo in cui un corpo si ritrae. Celebra un movimento che è diametralmente opposto alle forme di una ragazza pin-up stereotipata. Dal punto di vista del design, il senso di trasparenza si riflette anche nell’uso dell’involucro di plastica che vuole sottolineare la differenza con i normali sacchetti di carta marrone che da sempre avvolgono i magazine erotici e porno.
“Leste” è quindi un progetto caratterizzato sia dalla schiettezza, sia dal taglio artistico e, riuscendo a unire questi due fattori, propone un prodotto nuovo e interessante.

Un volume ripercorre il modernismo estetico degli anni Sessanta ed il suo rapporto con la controcultura

Hippie Modernism: The Struggle for Utopia” di Andrew Blauvelt e Greg Castillo un costoso e corposo libro edito dalla Walker Art che esamina le intersezioni tra arte, architettura e design con la controcultura degli anni ’60 e dei primi anni ’70.
Il libro accompagna la mostra organizzata per celebrare il famoso mantra di Timothy Leary, “Turn On, Tune In, Drop Out” che ha segnato le rivoluzioni sociali, culturali e professionali del periodo.
Il libro catalogo che accompagna la mostra va però oltre, considerando anche le teorie di architettura radicale ed i movimenti anti-design emersi attraverso l’Europa e il Nord America, nonché la rivoluzione della stampa e le nuove forme di teatro e di politica radicale.
Quando pensiamo agli anni ’60, di solito lo associamo a molti altri movimenti artistici: Pop, Concettualismo, Land Art, Body Art, Minimalismo, ecc.

Il libro intende invece concentrare maggiormente l’attenzione su queste pratiche altamente sperimentali e così facendo aprire nuovi spazi per comprendere il lavoro del periodo che non si adattava alla narrazione canonica.
E’ un libro per appassionati dal costo proibitivo che però analizza a fondo aspetti meno conosciuti di un periodo troppo spesso banalizzato.

“Hip Hoptimism” è un vademecum per conoscere la storia dell’Hip Hop

Il linguaggio della musica hip hop è l’oggetto di cui si occupa questo bel libro di Zan Barnett dal titolo “Hip Hoptimism“. Attraverso la scelta di una tipografia con soluzioni estreme quali l’utilizzo diffuso di testi in grassetto e scritte a mano, il libro è una guida completa dalla A alla Z con un artista musicale diverso per ogni lettera, da Andre 3000 a Jay Z.

Il testo è accompagnato da illustrazioni creative e inserzioni ad aperture pieghevoli che citano i testi più importanti rendendo la lettura una vera e propria avventura.
Zan Barnett ha ideato e prodotto l’intero progetto appositamente per un seminario universitario che ha tenuto presso la Tyler School of Art di Philadelphia.

Il sito archivio dove sfogliare una delle riviste più belle del mondo

Mindy Seu è una designer ed insegnante residente a Los Angeles che negli anni si è specializzata nel tema dell’archiviazione al tempo del digitale.
Intorno al 2013, Mindy Seu era a San Francisco che stava girovagando nel Mission District quando in uno degli infiniti negozietti in zona si imbatté nel quinto volume di una delle più iconiche e adorate riviste egli anni Sessanta:  Avant Garde, la breve pubblicazione degli anni ’60 di Ralph Ginzburg e Herb Lubalin che ancora oggi mantiene uno status di prodotto editoriale di culto tra i grafici e gli art director di tutto il mondo.
Fu l’inizio di un vero e proprio amore che, n el corso degli anni, ha portato Mindy prima a collezionare l’intera serie della rivista e poi, ad elaborare un piano per digitalizzare tutti i numeri per renderli pubblicamente accessibili online.
Il risultato di questo ottimo lavoro è disponibile oggi per tutti con  avantgarde.110west40th.com, un archivio digitale straordinariamente completo ed esteticamente sfogliabile di ogni numero pubblicato della rivista.
Il sito, che Seu ha lanciato in collaborazione con gli archivi del Lubalin Center nel 2016, consente agli utenti di sfogliare ciascun volume e di scorrere tutte le pagine che sufficientemente nitide da poter essere lette online.
Presenta gli indici di tutti i numeri, un sommario con i collegamenti ipertestuali e una avvincente esperienza di navigazione che possiamo a spingerci a dire, rende questo archivio più organizzato e più piacevole da esplorare rispetto a molti archivi fisici.
Potere di internet, potere della condivisione.

Rolling Stone cambia logo, ma voi la conoscete la sua storia?

Non so se qualcuno di voi si appassiona come me al moto sempre più dinamico che interessa il design delle testate giornalistiche italiane e non, ma stiamo vivendo in un periodo di profondi cambiamenti che svelano un bisogno quanto mai necessario di cambiare pelle, adeguarsi a nuovi ritmi e strumenti da parte della carta stampata, prima ancora che del mondo digitale.
Se negli U.S.A. hanno iniziato questa mutazione alcune delle riviste storiche come il National Geographic e Glamour (qui l’analisi di Designweek) fino ad arrivare all’indipendente per antonomasia, MAD magazine (qui l’analisi di DesignTaxi e Print Magazine), in Inghilterra ha fatto molto rumore il nuovo vestito che si è dato lo storico Guardian (qui l’analisi di Prima Comunicazione).

Anche noi in Italia stiamo assistendo ai nostri scossoni tellurici con il primo e fortunato lavoro fatto su Repubblica (e Robinson) da Angelo Rinaldi e Francesco Franchi (qui l’analisi del Post) e lo sfortunato ma coraggioso tentativo sul Mucchio Selvaggio da parte di Francesca Pignataro (qui le analisi di FrizziFrizzi e Dearwaves) fino a quelli molto meno coraggiosi de La Stampa e Il sole 24 Ore.
Adesso siamo arrivati ad un’altra icona dell’editoria, storicamente indipendente e attenta ai sommovimenti della cultura di massa come da sempre lo è Rolling Stone che dal mese di Luglio cambierà decisamente stile e, a giudicare dall’eco che sta avendo, la cosa ha appassionato più di quanto mi aspettassi.
Se qualcuno si vuole fare un’idea del cambiamento che anche la storica rivista underground americana, nata nel 1967 a San Francisco, ha deciso di affrontare, ecco qua qualche link dove poter approfondire le analisi ed i commenti che sono comparsi un pò dappertutto.

Alcuni ottimi approfondimenti potete leggerli su Design Taxi, storico sito di grafica, design e (oramai ahimè) molto costume, Underconsideration, Eye on Design e la nostra italianissima Rivista Studio che ne entra nel dettaglio dimostrandosi come spesso accade una delle poche realtà attente a questi aspetti.

Ma prima di vedere in cosa consiste questa rivoluzione, forse a qualcuno interessa anche sapere come nasce il famoso logo tipografico di Rolling Stone e che percorso ha avuto prima di giungere a quest’ultima mutazione targata 2018.
Il primo direttore artistico, Robert Kingsbury, che in realtà era uno scultore e non un designer, chiese nel 1967 al grande artista psichedelico Rick Griffin di disegnare il logo. Griffin mandò una bozza realizzata a matita per l’approvazione e questa bozza divenne immediatamente lo storico logo utilizzato poi per diversi anni.

Rick Griffin
Rolling Stone, n.1, 1967

La versione che tutti noi conosciamo venne invece presentata a metà degli anni Settanta dal grande type designer Jim Parkinson a Roger Black che, dopo Salisbury e Tony Lane era subentrato nel ruolo di art director della rivista.
Parkinson ha alterato il design di Griffin pur mantenendone il DNA artigiano e manuale, modificando le maiuscole in minuscole ed eliminando i cosiddetti swash.

Oggi, per la prima volta dopo decenni, il logo di Rolling Stone non avrà più la sua storica tridimensionalità che è stata così tanto importante nel rendere unico questo marchio, forse anche più della stessa forma del lettering.
Questa nuova linea – disegnata ancora da Parkinson – riesce a mantenere viva la tradizione ma, al contempo, getta un ponte nella contemporaneità che sembra sempre più voler eliminare tutto ciò che è superfluo.

www.underconsideration.com

“Design Giving” è un nuovo magazine interamente dedicato al design di prodotto ecosostenibile

Il Magazine che vi presento oggi è “Design Giving“, una pubblicazione annuale che presenta sia designer affermati che emergenti, produttori di abiti, gioielli, libri, articoli di cancelleria e accessori per la casa pensati con cura e passione artigiana.
Il team di “Design Giving” seleziona con eleganza i designer solo fra coloro che condividono i loro valori e si impegnano ad avere un impatto sociale e ambientale positivo. Ogni designer che viene presentato opera di volta in volta con un materiale diverso.

L’obiettivo del magazine è quello di fornire una piattaforma dove condividere e supportare designer e creatori indipendenti.
Il nome “Design Giving” deriva dalla compressione della frase “where design thinking becomes thoughtful giving” una definizione concettuale della fondatrice Laura Jane Boast che descrive un processo e un modo di progettare caratterizzato dall’attenzione sia per le persone che per il pianeta.

Il primo numero della rivista “Design Giving” presenta 68 pagine di interviste e storie accuratamente selezionate e appositamente commissionate a designer e produttori indipendenti affermati ed emergenti di varie discipline creative.
Ogni volume della rivista è composto da quattro sezioni:

1 – approfondimenti sul design contemporaneo che indagano i razionali significativi dei designer
2 – interviste ai designer e celebra i loro processi lavorativi
3 – quali sono i pensieri e le idee che stanno dietro alla realizzazione di un prodotto
4 – Approfondimento sul tema delle risorse materiali utili

Un bellissimo progetto indipendente di un libro interamente dedicato alle mani

Da quando l’ho incrociato sui miei assurdi giri nel web, questo progetto mi ronza in testa e finalmente sono riuscito ad incrociare la mia tastiera ed un attimo nel nostro tempo con Diego Garbini e Michela Brondi, le due teste pensanti che stanno dietro a Platò da cui mi sono fatto spiegare un pò meglio l’idea che sono molto felice di supportare e promuovere attraverso le Edizioni del Frisco.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

“A Book about Hands” è un libro e un progetto internazionale indipendente interamente dedicato alle mani.
Il libro raccoglie i lavori di 47 artisti da 13 nazioni, immagini provenienti da grandi musei e collezioni e particolari ritratti anonimi.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com
Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com
Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Questo progetto nasce da una collezione di circa 700 immagini selezionate da Michela Brondi su Pinterest nel corso di anni di ricerche. In collaborazione con una delle più antiche tipografie della Toscana
Bandecchi&Vivaldi è stato realizzato il prototipo del libro e ora, questo progetto, cerca una grande MANO per realizzare la prima edizione limitata attraverso una campagna di crowdfunding su Eppela.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Per quello che posso, vi dico di sostenere il progetto che vede coinvolti decine di artisti fra i quali nomi del calibro di: Michael WaraksaJason Travis, Bo Lundberg, Claire Curneen, Ayako Kurokawa, Jim PhilippsNina Myers // Matthew Cox // Joni Majer // Adrian Velasco // Ben Kruisdijk // Sarah Burwash // Jonathan Zawada.

Ecco dunque il progetto “A Book about Hands” che se vi piace, potete sostenere e spingere!

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Hypebeast riporta in auge gli anni ’90 anche nella grafica editoriale

Continuando a scavare dietro le storie che compongono il panorama creativo di oggi, Hypebeast esplora le ultime tendenze attraverso le lenti di ingrandimento di un team esperto e oramai di primissimo livello.
Pensieri, interviste e guide fanno da anni di Hypebeast un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la moda e più in generale le tendenze estetiche di tutto il mondo.
Oltre al sito, aggiornatissimo e ricchissimo, seguo le scelte del team che cura il magazine arrivato al numero 21.

Hypebeast – numero 21

“Hypebeast 20 – The X Issue” è quindi un’uscita precedente che però mi piace riscoprire per il design editoriale creato dallo studio Hybrid Design.
I designer dietro questo bellissimo progetto sono un vero e proprio super team: Carl-Hampus Vallin, Patchara Charoensiri, Frédérique Gravier, Olivia Ward, Dave Weber.
A mio avviso una delle cose più interessanti di questo progetto sono i rimandi visuali, gli elementi grafici tipici degli anni ’90 e il l’aspetto totalmente decostruito della grafica dell’intero numero. Dal mix del layout editoriale composto da elementi molto classici fino agli elementi tipografici ed al modo in cui le immagini sono state disposte sulla pagina.
Questo progetto mi fa venire il dubbio se, come da più parti sento dire, anche nel mondo della grafica editoriale, gli anni ’90 stiano tornando attuali visto che anche altri progetti condividono la stessa estetica e soprattutto la miriade di film in arrivo che saranno ambientati in quel decennio.
Date un’occhiata..

Prima di aprire il proprio studio grafico, Tony realizza il proprio libro di memorie grafiche

Severn è uno studio grafico inglese, situato in un piccolo paese che se ne sta indisturbato nel mezzo fra Liverpool e Birmingham, diciamo non proprio il massimo in termini di panorama ed estetica del paesaggio.
Ve ne parlo perché il team di Severn ha da poco realizzato il volume dal titolo “Ten Yrs Ltr” e a me personalmente è piaciuto molto.

Il libro è una sorta di flashback su quello che può significare diventare grande professionalmente parlando ed è stato ideato e realizzato da Tony Clarkson che in queste pagine racconta come ha vissuto i suoi anni precedenti di lavoro nel mondo della progettazione grafica e del design editoriale lavorando per una agenzia.

Questo libro è dunque una celebrazione del fatto che Tony, ad un certo punto della sua vita, ha deciso di cambiare e di lasciare ciò che oramai avvertiva come banale e privo di stimoli verso un futuro ignoto e pieno di punti interrogativi.
Da qui è nata l’idea della creazione di un proprio studio grafico.
Il lavoro successivo è stato quello di cercare ogni dettaglio, lavoro, bozze e appunti del suo lavoro precedente che per lui valesse ancora qualcosa.
Il risultato di questa retrospettiva affettuosa e forse un pò anche malinconica è il libro chiamato Ten Yrs Ltr. Un volume di 100 pagine, ricco di riferimenti al lavoro e agli eventi degli ultimi dieci anni di Tony Clarkson.
Si può dire che queste pagine veicolano un messaggio, quello cioè di andare sempre avanti e di guardare indietro solo quando si cerca un incentivo per continuare a crescere.