Sto cercando di capire il perché impazzisco per i celebrity pattern di My metal Hand

Gainesville è una città degli Stati Uniti, capoluogo della Contea di Alachua, nello Stato della Florida e proprio qui lavora Jeff T. Owens, da alcuni conosciuto come JTO, mentre dai più come My  Metal Hand.
Il lavoro di Jeff può tranquillamente rientrare nel grande universo del pop graphic, quell’universo grafico popolato – soprattutto negli U.S.A. – da illustratori e creatività che traggono le loro maggiori idee dal mondo della musica, della TV e più in genere dello star system.
Anche Jeff rende l’immancabile tributo stilistico a colui che forse per primo ha davvero capito la bellezza che si può nascondere dietro ad un ritratto di Bob Dylan o di qualsiasi altra star, quel Robert Crumb che davvero si può dire che ha dato inizio al tutto.
Da qui però inizia il mistero per cui, da giorni, non riesco a stare senza dare una sbirciata a quelli che lo stesso Jeff definisce i suoi Celebrity Patterns, una raccolta ancora in corso d’opera di suoi lavori che, partendo dal lavoro su un personaggio celebre, arriva ad uno sfondo moltiplicato e simmetrico che i miei occhi non riescono a non ammirare.

 

Emory Douglas è colui che inventò la grafica delle Pantere Nere

Letterform Archive è il centro per l’ispirazione, l’istruzione, l’editoria e la comunità che è stato fondato senza scopo di lucro da Rob Saunders, un collezionista di di libri e riviste da oltre 40 anni. L’obiettivo del centro è quello di condividere la sua collezione privata con il pubblico e offrire l’accesso a una strabiliante collezione contente oltre 40.000 articoli relativi a lettering, tipografia, calligrafia e progettazione grafica.
Perché ve ne parlo proprio oggi? Perché LA ha da pochissimi giorni acquisito ben 121 numeri del magazine “The Black Panther” che risalgono al suo periodo seminale tra il 1967-72, insieme a poster e grafiche di Emory Douglas.
“Riconosciuto nel partito delle Black Panthers per il suo uso impavido e potente del graphic design come strumento di lotta per i diritti civili e contro il razzismo, Douglas è una figura di spicco nel mondo degli artisti che rivendicano i diritti delle minoranze attraverso l’arte.

Come artista rivoluzionario e ministro della cultura per le Black Panthers dal 1967 all’inizio degli anni ’80, Douglas e i suoi compagni di partito hanno subito atti di sabotaggio da parte dell’FBI. Secondo un rapporto del Congresso, quegli atti includevano saccheggi di uffici e  distruzione di giornali che contenevano articoli sulla controversa figura di Douglas.
Cosa doveva temere il governo dal lavoro di Douglas? La sua innata capacità di provocare un risveglio nelle persone più deboli.
Douglas usava i materiali che poteva racimolare come i pennarelli e poco altro con quel poco riuscì a lanciare il giornale ufficiale dl movimento giustamente intitolato “The Black Panther”.
Per Douglas, quello con il Black Panther Party fu solo l’inizio di una carriera basata sulla convinzione che l’arte debba servire per le cause sociali. Negli anni ha continuato i suoi attacchi contro il potere, il razzismo, l’avidità e il sistema carcerario.
Nel 2015 Douglas ha ricevuto una medaglia AIGA. L’organizzazione lo ha riconosciuto per “il suo uso senza paura e potente della progettazione grafica nella lotta per i diritti civili“.

Esiste un libro dove sono raccolti gli annunci della più bella rivista degli anni Sessanta in California

Il “San Francisco Oracle” era un giornale controculturale pubblicato nel quartiere epicentro della rivoluzione psichedelica degli anni Sessanta californiani, quell’Haight Ashbury in cui tutte le principali novità anche in campo grafico ed editoriale avvennero tra il 1966 ed il 1968. Proprio in questo periodo di tempo uscì infatti questo meraviglioso prodotto editoriale, forse l’apice di gran parte dei prodotti a stampa della cosiddetta underground press e vera summa dell’inconografia psichedelica del periodo.
Nei 12 numeri che uscirono si trovava un mix esplosivo di poesia, spiritualità, saggistica e musica e soprattutto si sperimentarono alcune delle prime tecniche di stampa con effetti di inchiostrazione arcobaleno allora davvero rivoluzionari.
La raccolta dei 5 volumi dal titolo “Where to Score” è veramente interessanti per gli appassionati perché riporta ed approfondisce un aspetto davvero particolare e rivelatore dello spirito del periodo e cioè la sezione degli annunci.
Proprio lì infatti si trovano quelle che erano le richieste e le offerte che circolavano in città nel circuito alternativo: richiesti di batteristi, di falegnami insieme ai negozi di abbigliamento e alle disperate inserzioni dei genitori che cercano i propri figli scappati di casa.
Nel mezzo di questo vero e proprio materiale da antropologia culturale ecco spuntare anche alcune vere e proprie chicche come quella del poeta Michael McClure ha bisogno di un’arpa e la Sexual Freedom League è affamata di reclute.
“Where to Score” è quindi una collezione tascabile di annunci a cura di Jordan Stein e Jason Fulforddel “San Francisco Oracle” classificati e suddivisi in base alle tematiche e pubblicati in un volume stampato in cinque diversi diverse copertine colorate, con diversi nomi sulla spina dorsale, ma con i medesimi contenuti all’interno.

 

Un libro dedicato alla serie originale di emoji disegnata nel 1999

Nel 2016 il Museum of Modern Art di New York ha fatto scalpore dopo aver acquisito l’originale serie di 176 emojiper la sua collezione permanente. Si tratta di piccoli disegni riportanti volti, oggetti e luoghi, ciascuno illustrato su una griglia di 12×12 pixel, raggruppati e disposti ordinatamente. A vederli adesso traspare il tempo passato e la rozzezza del risultato ma, allo stesso tempo, anche la loro familiarità con il nostro mondo.

Progettato dal giovane artista Shigetaka Kurita, a soli 25 anni, fu rilasciato nel 1999 dalla società di telecomunicazioni giapponese NTT DOCOMO.
Ora l’editore indipendenti Standards Manual, che amo da quando vi parlai di quest’altro progettolancia il primo libro interamente dedicato alle emoji originali insieme ad una vera nuova tastiera per smartphone che ripropone proprio gli originali di Kurita.
Semplicemente intitolato “Emoji”, il libro studia e onora la creazione di Kurita e DOCOMO cercando di mettere in evidenza quello che è stato, ed è tutt’ora l’enorme e sottovalutato impatto sul mondo della comunicazione fra individui che le cosiddette faccine hanno avuto.
In una vecchia intervista lo stesso Kurita spiega come la maggior influenza sulla sua invenzione sia stato il pittogramma, usati come segnali in molti luoghi del Giappone mentre il secondo riferimento è l’arte giapponese dei Manga che usa la grafica per esprimere emozioni. Infine, ma non per importanza, le riviste giapponesi e i dettagli sparsi qua e la nelle loro pagine.
Il progetto può essere sostenuto e realizzato attraverso la piattaforma Kickstarterquindi, se pensate ne valga la pena, fatevi avanti. 🙂

Un nuovo magazine con molto giallo in formato quotidiano tutto dedicato alla Grande Mela

Il designer e art director Richard Turley, già conosciuto anni fa per i suoi video spot su MTV ha deciso di creare un suo nuovo progetto dal titolo “Civilization”.
L’idea nasce innanzitutto dal ricordo dello stesso Turley dell’emozione che lo pervadeva ogni qual volta si trovava in un negozio di fronte al muro dei magazine ed all’eccitazione provata durante la scelta di quelli da acquistare e delle novità da spulciare.
Proprio grazie a questo suo fanatismo da rivista cartacea, Turley ha deciso di dare via ad un proprio progetto editoriale. La decisione di riaccendere questo sentimento creando la propria pubblicazione è stata anche parzialmente influenzata dal lavoro che Richard ha fatto con un gruppo di studenti che spesso e volentieri si lamentavano della tristezza e dello stile superato dei loro media di riferimento. Avevano voglia di qualcosa di tangibile e permanente. Queste due esperienze simultanee hanno spinto Turley a dare il via a “Civilization” un classico giornale su New York e su com’è vivere in questa città.
Civilization è co-edito da Lucas Mascetello e Mia Kerin, due amici e colleghi di Turley che descrivono il progeto “Civilization” come una sorta di autobiografia, un diario di bordo della loro vita nella Grande Mela, attraverso il loro lavoro quotidiano, gli incontri, i locali e le persone che vi enrano ed escono continuamente. Accanto alle parole e alle immagini di Richard, Lucas e Mia sono gli autori o i committenti di numerosi contributi.
Oltre all’immancabile colonna di recensioni e segnalazioni musicali di Bráulio Amado il lavoro presenta opere di Bertie Brandes, Babak Radboy ed Emily Segal.
Grande formato, colore giallo su sfondo bianco, ampio utilizzo di grafica e impaginazione dal taglio classico da newspaper, ecco “Civilization”,

Un libro raccoglie i poster punk dell’Est Europa dei primi anni Ottanta

Mentre assistiamo in questi giorni e mesi ad un prepotente assalto delle politiche di una destra pericolosa e prepotente in Polonia ed in Ungheria, è interessante notare come invece circa 30 anni fa questi stati furono dei veri e propri laboratori vivaci e scoppiettanti dove nacque e si sviluppò il movimento punk.
Le band punk e new wave erano moltissime ed alla costante ricerca di visibilità, pur volevano mantenere il loro status di fenomeni underground. Proprio in questa scena sono stati creati poster che con il tempo hanno preso il nome di  antiplakas.


Si tratta di un fenomeno visivo, di un vero e proprio stile grafico che rappresentava anche e soprattutto un codice di comportamento per chi si riconosceva un’estetica della cultura giovanile chiamata Kádár.
Questi poster ebbero una vita brevissima prima che venissero strappati e cancellati eppure hanno funzionato in quello che era il loro scopo principale: comunicare la via e gli spostamenti dei concerti e delle band del periodo.
“Golden Age of Hell” è un enorme libro eccezionale realizzato da due collezionisti György Szabó e Tamás Szőnyei.
Il mondo underground resiste e vive pulsante, più o meno nascosto, anche in queste splendide attività di rivisitazione che dimostrano, se mai ce ne fosse bisogno, che il tempo cambio ma non cancella.

Una mostra celebra Paul Rand attraverso i poster di servizio creati dai dipendenti della IBM

Al Museo di Belle Arti di Jules Collins presso l’Auburn University è allestita in questo periodo la mostra dal titolo “Visual Memoranda: The IBM Poster Program, 1969–1979”.
Il materiale esposto è composto da poster prodotti per gli arredamenti da ufficio e questo rende la mostra veramente originale e interessante. Robert Finkel, professore associato di graphic design in Alabama afferma in proposito: “Abbiamo creato un sito web appositamente dedicato alla mostra che fornisce ulteriori dettagli sui poster, le biografie dei designer e una galleria con oltre 100 poster”.
I poster sono stati tutti creati da personale della IBM, più precisamente da designer interni con la collaborazione e consulenza di Paul Rand ed Elliot Noyes, insomma, non proprio gli ultimi arrivati in fatto di grafica e design.
Ma qual è l’obiettivo di una mostra del genere?
Far conoscere l’eccezionale livello di lavoro raggiunto dai progettisti che hanno realizzato presso IBM negli anni Settanta. Mentre infatti Noyes e Rand erano i leader spirituali riconosciuti da tutti, le immense risorse di IBM hanno anche consentito l’assunzione di alcuni dei designer che hanno creato poster per obiettivi a prima vista più banali come le insegne per le bacheche o lo scarico del raffreddamento dell’acqua o altre indicazioni di servizio.
Nel 2016 John V. Stram, ex designer industriale presso IBM, ha regalato l’80% dei suoi poster alla facoltà della Auburn University mentre il restante 20% è di proprietà di Tom Bluhm, l’ultimo dei tre designer dello staff presenti nella mostra ancora in vita.
L’intera mostra è in linea con i pensieri di Paul Rand secondo cui tutto è design e tutto il design è importante e quindi perché snobbare questi lavori solo per il loro iniziale obiettivo?

Italianism porta a Napoli un evento unico dove si celebra il matrimonio fra musica e grafica

Italianism riparte dalla musica italiana” con questo gustoso claim, Renato Fontana presenta il suo ultimo progetto che porterà a Napoli la quinta edizione della conferenza creativa indipendente che negli anni è diventata un appuntamento che in molti, non solo il sottoscritto, attendono con ansia.
Oltre 100 contributi di artisti e creativi per due giorni speciali all’insegna del pop e della cultura visiva tutto rigorosamente made in Italy.

Una due giorni che si svolgerà il 10 e 11 Maggio 2018 nella splendida cornice della Reggia di Portici a Napoli e che vedrà alternarsi mostre, talk e molto, molto altro… ma andiamo un pò a spulciare nel programma.
L’edizione 2018 di Italianismruota attorno al rapporto fra la musica italiana degli ultimi 50 anni e la sua rivisitazione, la sua ispirazione grafica e più in generale la sua creatività vista attraverso gli speciali filtri di giornalisti, designer, fotografi, art director, e di altri professionisti che lavorano all’interno del poliedrico mondo del pop.
Il programma è davvero interessante e si snoda fra una sfida tutta da gustare, chiamata per l’occasione Creative Match in cui 11 tra le più importanti università/accademie/scuole di specializzazione dell’area comunicazione/creatività/arte italiane si affronteranno live su un brief avente per oggetto un progetto di comunicazione richiesto da un vero committente.
Le squadre che potrete vedere all’opera rappresentano quanto di meglio c’è oggi in Italia in tema di creatività: AANT Roma, ABAN Napoli, IED Milano, IED Roma, IUAD Napoli, Politecnico Milano, Politecnico Torino, Quasar Roma, RUFA Roma, Sapienza Roma, Università Federico II Napoli.
Ci sarà l’opportunità di partecipare alla Creative Conference dal titolo “Le parole della musica italiana” ed alla mostra “Forma e funzione per la musica” dove viene indagato il rapporto tra Musica e Design attraverso il racconto delle aziende, dei laboratori e delle persone che in Italia hanno saputo innovare il mondo dei supporti musicali, degli apparecchi per la diffusione del suono e degli strumenti musicali.
Se questo non bastasse è in programma una masterclass di John Barnbrook, il grande creativo inglese noto per il sodalizio artistico pluriennale con David Bowie e, per finire, due eventi come “Italianisimm” con 21 eccellenze autoriali della musica napoletana raccontate attraverso altrettanti scatti fotografici e illustrazioni, forse l’evento che aspetto con maggior interesse, “Dieci copertine”, la presentazione dei 30 artwork vincitori del contest online aperto a tutti dove  dieci copertine di dischi importanti per la musica italiana degli ultimi cinquanta anni sono state reinterpretate liberamente da creativi che sicuramente sorprenderanno come Silvia Boschero. Damir Ivic, Raffaella Oliva, Luca Pacilio, Carlo Pastore, Francesca Pignataro, Claudio Rossi Marcelli, Barbara Santi, Gianni Santoro e Giorgio Valletta.

Francesca Depalma[/caption]

Insomma Italianism è un evento da non perdere sia per gli amanti della musica che per tutti coloro i quali vivono e lavorano per la grafica ed il design. Un momento unico nel panorama italiano per originalità della proposta e per livello di realizzazione di cui deve senz’altro esser dato merito al gruppo di Renato Fontana che comprende, a vario titolo, anche Giovanna Talocci (Curatela mostre), Loredana De Luca (Organizzazione locale), Printaly (Produzione), Studio Mistaker (Branding) e Francesca Pignataro (Concept).

Grottangeles
Chiara Clerici

La rivoluzione grafica nei dischi disegnati da Reid Miles per la storica etichetta jazz Blue Note Records

Dopo la sua designazione come Goodwill Ambassador for Intercultural Dialogue dell’UNESCO per il Dialogo Interculturale il 22 luglio 2011, Herbie Hancock annunciò la sua intenzione di creare una Giornata internazionale per celebrare il ruolo diplomatico della musica jazz e scelse il 30 Aprile.
Nel Novembre 2011, a seguito di una favorevole raccomandazione del Comitato Esecutivo, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha proclamato ufficialmente il 30 Aprile come l’International Jazz Day riconoscendo il jazz come “un mezzo per sviluppare e aumentare gli scambi interculturali e la comprensione tra le culture allo scopo di comprensione reciproca e tolleranza“.
La data del 30 Aprile è stata inizialmente proposta per l’International Jazz Day in modo da essere il gran finale dell’aprile Jazz Apprezzation Month (JAM), uno dei più importanti appuntamenti Jazz di tutto il mondo.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente inserito la Giornata Internazionale del Jazz nel suo calendario ufficiale nel Dicembre 2012.

Proprio qualche giorno dopo questa data, mi viene voglia di ripercorrere brevemente insieme a voi il viaggio lungo la via della memoria di quella che è stata una vera e propria rivoluzione tipografica effettuata dal grande grafico Reid Miles per Blue Note Records (qui trovate una bella carrellata di lavori dal sito Jazz nella storia).
Con il suo straordinario design visivo Reid Miles, il graphic designer e fotografo nato a Chicago ha portato la tipografia nel jazz.
Dopo aver lavorato a New York nei primi anni ’50 per la rivista John Hermansader e Esquire, Miles fu ingaggiato nel 1955 da Francis Wolff dell’etichetta discografica jazz Blue Note per la progettazione delle copertine degli album quando l’etichetta iniziò a pubblicare le loro registrazioni su 12 ” LP.
Miles disegnò più di cinquecento copertine, incorporando spesso le fotografie delle session di Francis Wolff e, più tardi, direttamente le sue all’interno di grafiche al tempo mai viste.
Miles non era particolarmente interessato al jazz, professando di avere molto più interesse per la musica classica.
L’uscita di scena di Alfred Lion come produttore discografico nel 1967 coincise con la fine del legame di Miles con la Blue Note che può essere ammirato sfogliando il libro “The Cover Art Of Blue Note Records” di Graham Marsh e Glyn Callingham.

L’abilità artistica di Miles ha reso la Blue Note un case study per il suo design unico, nuovo e sperimentale.
Miles ha fatto letteralmente suonare le cover come se il suo design astratto emettesse musica fatta da simbolismi, tipografia e colori. I suoi disegni immediatamente riconoscibili erano un esperimento, suo un modo unico di suonare il jazz che non si è mai fermato.
Un certo numero di altri designer ha contribuito a ciò che Blue Note è diventato come Shawn Hazen, Paul Bacon, John Hermansader e addirittura l’onnipresente Andy Warhol.

I supereroi del mondo pop nelle incisioni di Brian Reedy

Brian Reedy è un artista e insegnante d’arte con sede a Miami che crea queste bellissime incisioni attraverso la tecnica dell’incisione su legno. Uno strato di legno viene ripulito da tutto ciò che non deve essere stampato, viene quindi ricoperto da uno spesso strato di inchiostro per poi essere stampato su carta.
Il risultato varia leggermente ad ogni impressione particolare questo che conferisce ad ogni pezzo prodotto un carattere unico mettendo in risalto la parte artigianale dell’incisione.
Brian Reedy fa anche altre bellissime incisioni prendendo spunto da quelle che sono delle vere e proprie icone della cultura geek come i personaggi dei famosi film animati dello Studio Ghibli oppure i personaggi della serie TV come Stranger Things.
Il contrasto evidente e affascinante fra l’utilizzo di una tecnica così classica e la scelta di soggetti così contemporanei rende i suoi lavori davvero speciali.
Andiamo da Superman a Darth Vader e Godzilla
Il lavoro di Reedy è un contributo satirico ed a volte critico su quelli che sono gli eroi della società attuale. Il suo stile è un’esagerazione continua unita alla ricerca dell’iper realismo di dettaglio che trae origine dal mondo del fumetto e dei cartoni animati.

Ecco la preview del numero 16 di “No Cure Magazine”

Ecco il nuovo numero di “No Cure Magazine“, un prodotto che io personalmente amo come dimostrano altri articoli in proposito e che non vedo l’ora sempre di scoprire.
Per questo, non appena i ragazzi hanno tirato fuori la previw del numero 16, eccomi qui a condividerla con voi.
Buona visione…

Un libro spiega tutto ciò che cambia quando la tipografia deve essere utilizzata e non sulla carta

E’ uscito “Type on screen” il bellissimo – e attesissimo – libro che stavo aspettando da un pò scritto da Ellen Lupton, già autrice dello splendido “Graphic Design Thinking“, scrittrice, curatrice e grafica, direttrice del programma Graphic Design MFA presso il Maryland Institute College of Art (MICA) di Baltimora, dove è anche direttrice del Center for Design Thinking.
Pubblicato da Princeton Architectural Press, questo libro è appunto il tanto atteso seguito del bestseller mondiale “Graphic Design Thinking”.
Si tratta di una vera e propria guida critica per designer, scrittori, sviluppatori e studenti ma è anche un’introduzione all’uso delle applicazioni tipografiche in ambito video come film, web e soprattutto le moderne app mobili.
La parte secondo me più interessante è quella infatti dove vviene affrontato il tema di come combinare i principi classici della tipografia con le nuove tecnologie. Il libro offre una guida su come scegliere il carattere giusto per un utilizzo sullo schermo, come renderlo bello e utilizzarlo in modo funzionale.
Ricchissimo di illustrazioni provenienti da esempi realizzati dalla comunità internazionale di grafici e tipografi
Un volume tecnico, specifico, approfondito per forse non per i semplici amanti ma per coloro che sono già ad un livello avanzato, che sicuramente porterà argomenti, spunti e idee da non perdere.

Hayley Berridge ed i suoi progetti editoriali metaforici

Originaria delle Midlands, Hayley Berridge è una giovane laureato in Graphic Design & Illustration alla Liverpool John Moores University.
La sua passione è attualmente tutta incentrata verso lo studioe l’approfondimento del cosiddetto design tattile e metaforico, fatto di trame, materiali, colori e finiture di cui si dice ossessionata. Il lavoro sui materiali è infatti per lei una parte fondamentale del suo approccio alla grafica ed al design e la costante ricerca di prodotti ed emozioni  tattili l’ha portata oramai ad avere una certa esperienza nel settore.
Di seguito alcuni suoi progetti…

Imperfection” è una pubblicazione in risograph giocosa e visivamente intensa che mostra la combinazione tra motivi moiré e tipografia attraverso i mezzi di scansione grafica. Il libro mostra il passaggio da schemi semplici a disegni moiré più complessi attraverso un uso forte e scanzonato del colore.

Il progetto “Fading Forest” è invece una pubblicazione tascabile che esplora il problema della distruzione della foresta pluviale amazzonica a causa della deforestazione. Sono pagine di carta fotosensibile che esposte alla luce solare per un periodo di circa 2-3 settimane scompariranno del tutto e torneranno pagine vuote di un libro essenzialmente vuoto. Bella metafora di ciò che attualmente sta accadendo alla foresta pluviale.

Se i lavori di Hayley vi sembrano interessanti almeno quanto lo sembrano a me, date un’occhiata al resto sul su sito..

Un libro ripercorre la storia del nudo nella grafica con 5 esempi particolari

Il corpo umano è una contraddizione, partiamo da questo assunto.
Esso racchiude infatti una moltitudine di elementi e caratteristiche. E’ allo stesso tempo affascinante, grottesco, familiare e inaspettato.
Sebbene gli artisti abbiano usato il corpo umano per la propria arte da per migliaia di anni, il mondo della grafica riesce ancora oggi a scandalizzare e ha provocare con il corpo alcune reazioni inaspettate.
Immagino questo sia stato uno dei punti di partenza per la realizzazione del volume “Head to Toe: Nudity in Graphic Design” di Mirko Ilić e Steven Heller tracciano la storia dei designer che utilizzano il corpo nudo come dispositivo grafico. Il libro documenta centinaia di esempi, dall’ovvio al provocatorio esplorando come la percezione pubblica del corpo nudo si sia evoluta da audace provocazione a efficacissimo strumento di marketing. Heller e Ilić indicano anche cinque usi significativi del corpo nudo nella recente storia della grafica spiegando come è cambiato il modo in cui pensiamo alla nudità e, per estensione, a noi stessi.
1 – Rolling Stone Cover, 1968

Il Black & Report è un prodotto editoriale per lo sviluppo della grafica e del design nelle regioni dell’Africa e del Sud Est Asiatico

B&W è un’organizzazione indipendente che aspira a riconoscere, premiare e coltivare l’eccellenza creativa all’interno della regione MENA acronimo di Medio Oriente e Nord Africa.
La creatività è una delle forze motrici fondamentali che determinano il successo sociale e commerciale di uno stato e di una regione, per questo B&W guida una serie di iniziative ideate non solo per riconoscere e premiare i talenti presenti nelle aree, ma anche per educare e sviluppare i futuri creativi.
La prima iniziativa è il “B&W Report“, pubblicata nel febbraio 2018, che serve per dimostrare e analizzare i progressi reali raggiunti dal lavoro costante di B&W creando così un benchmark dettagliato di riferimento per il futuro.
Da questo documento si possono dunque evidenziare le informazioni su cosa funziona e cosa no e diffondere i dati che sono stati raccolti.
Il rapporto Black & White mira a celebrare quindi le persone, sia clienti che agenzie per valutare ogni anno le prestazioni ed aiutare a misurare il progresso e la crescita di ogni individuo, azienda e marchio basandosi sull’unica cosa che conta: il lavoro.
Il “B&W Report” è il primo capitolo di un progetto molto più ampio per la regione MENA, che consentirà di comprendere meglio le sue prestazioni e creare un ambiente sano dove la competizione fornisce una prospettiva futura per la popolazione interessata agli ambiti creativi.

Progettare un quotidiano a Londra

Jordan-River Low ha condiviso un suo lavoro di progettazione editoriale sul suo profilo Behance. Il lavoro è stato fatto per un brief universitario di Editorial Design. Il progetto prevedeva la progettazione di un numero unico di newspaper locale che contenesse le informazioni del territorio suddivise in sezioni e la creazione di contenuti in linea con lo stile del giornale.
“Il grande giornale E” è quindi un giornale per gli abitanti londinesi della zona nord orientale, più precisamente nella zona E di Hackney Borough.
Le notizie, gli articoli, le informazioni ed in generale tutti i contenuti sono stati individuati appositamente tenuto conto del territorio di riferimento e per le persone che ci vivono.
Si suppone che sia un prodotto editoriale stampato quotidianamente e che quindi svolge il ruolo di un newspaper a distribuzione popolare ma di alto livello in termini di contenuti. I riferimenti indicativi posso no essere The Independent o The Guardian.
Il design della rivista è stato pensato per rappresentare al meglio l’estetica giovane dei quartieri di Shoreditch, Dalston, Hackney e altrove.
Si tratta di uno stile con chiari rimandi ai riferimenti classici e quindi vagamente retrò, ma associato il più possibile alla vivacità della zona e dei residenti.

Il progetto è stato infine realizzato con un numero speciale cartaceo che ha riscosso un buon successo fra i lettori che hanno ricevuto una copia tramite gli uffici dell’University of Reading, Londra.
Ecco quindi il risultato finale del brief di Jordan-River Low.

Una mostra ed un catalogo analizzano come la grafica ed il design rispondono alle turbolenze politiche di questi anni

Oggi prendo spunto dalla mostra dal titolo “Hope to Nope” attualmente al Design Museum di Londra fino al 12 agosto 2018.Già da qualche anno, forse decennio, abbiamo capito che il nostro è un periodo storico turbolento, senza certezze, caratterizzato da profonde divisioni sociali e da conflitti più o meno latenti sparsi in tutto il pianeta. In particolar modo l’ultimo decennio è stato praticamente un costante periodo di turbolenze politiche e questo non lascia certo indifferente il mondo del design che si fa sempre più politicamente attivo attraverso poster, meme, GIF, stampe, magliette prodotti tanto dagli attivisti dilettanti quanto da designer e studi professionali. Non vi viene subito in mente il famossissimo poster “Hope” di Shepard Fairey meglio conosciuto come OBEY?

Barack Obama “Hope” poster

Ecco, per celebrare tutto questo, una nuova mostra al Design Museum di Londra dal titolo Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18 esplora il ruolo della grafica in quei 3.650 giorni. L’obiettivo degli organizzatori è quello di guardare il risultato grafico che gli avvenimenti politici di questi anni hanno prodotto.Margaret Cubbage quindi i criteri di scelta non è stato solo il design buono o meno buono, quanto il tipo di impatto e influenza che questo ha avuto.
Lo spettacolo è stato concepito da GraphicDesign & Lucienne Roberts e David Shaw, con Rebecca Wright insieme al Design Museum.
I temi affrontati sono moltissimi ed il relativo catalogo, un bel volume ricco di immagini, fotografie e approfondimenti riporta fedelmente le principali tensioni politiche di tutto il mondo fra cui le proteste contro le molestie sessuali in Cina, il movimento Occupy e 99%, la protesta in Brasile per la povertà delle periferie, le manifestazioni di Je Suis Charlie, Trump, Brexit e molto, molto altro fino al famosissimo Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Oltre alle sezioni che abbiamo già visto, nel libro ci sono interviste con il celebre grafico Milton Glaser e lo street artist Shepard Fairey, i designer e artisti internazionali presenti in questo libro poi sono: Gorilla, Dread Scott, Edel Rodriguez, TEMPLO, ThoughtMatter, Michael Bierut, Sagmeister e Walsh, Marwan Shahin, Barnbrook e Metahaven .

Dalla Spagna ecco l’annuario di STAF Magazine, la street culture ma non solo

Attiva fin dal lontano 1997 “STAF Magazine” è una rivista e casa editrice indipendente con sede a Malaga, in Spagna che si occupa di street culture, illustrazione, fotografia, skate and surf e molto altro.
Per presentarvela al meglio, risaliamo a loro ultimo progetto editoriale lanciato alla fine dello scorso anno: una raccolta, un annuario, un best of…
La copertina del libro, che risulta essere la 46ima uscita del magazine, è stata progettata dall’illustratore californiano Steven Harrington e contiene inoltre interviste esclusive con altri artisti assai interessanti del panorama internazionale fra i quali: Phil Hackett, Colt Bowden, John Witzig, Chris Burkard e molti altri…
In un’epoca in cui i contenuti hanno una data di scadenza molto ravvicinata, a volte addirittura precedente anche a quella di pubblicazione ed il loro valore si concentra solamente sul numero di “mi piace” che si ottengono sui vari social network, si è oramai diffusa un’idea di lettura come un atto di pura trasgressione nel senso che i contenuti devono essere scioccanti, forti. Avere un impatto, pena la immediata scomparsa.
Il team di “STAF” vuole invece dare tranquillità, sia allo scrittore che al lettore. Per questo motivo hanno realizzato questo questo annuario 2017 come un ritorno alle origini. Un viaggio emozionante, accompagnato da una colonna sonora unica che rimanda a quel lontano “STAF Magazine” del 1997 realizzato al tempo solamente grazie da una vecchia fotocopiatrice in bianco e nero.

Il libro di illustrazioni di Ellen Weinstein è una chicca per occhi appassionati

Ellen Weinstein è nata e cresciuta a New York City. Si è laureata al Pratt Institute e alla New School of Art and Design di New York e ha vinto nella sua carriera una lista incredibile di premi internazionali fra i quali: Society of Illustrators, Communication Arts Illustration AnnualSociety of Publication Designers.
Il libro di oggi, disponibile dal mese di Aprile sul sito della Chronicle Books di San Francisco, è una vera chicca per gli appassionati di illustrazione, in particolar modo per quel settore sempre più specifico dell’illustrazione editoriale, quella cioè che compare soprattutto nei magazines e che intrattiene con il testo che accompagna un rapporto particolare e sempre più importante.
“Recipes for Good Luck” è il titolo del libro che dimostra come alcune menti geniali e atipiche ricerchino la propria ispirazione nel loro specifico ambito lavorativo. Qualche esempio?
Che cosa fa la poetessa Maya Angelou per mantenere attivo il proprio flusso di parole? Qual è il portafortuna di un ingegnere della NASA? Come si prepara Thom Yorke per un concerto?
Questo libro contiene le illustrazioni relative ai trucchi di creativi, politici, scienziati e atleti rivelando una serie di pratiche che stanno in mezzo fra le superstizioni stravaganti ed i classici riti scaramantici prima delle performance. Questo vero e proprio compendio visivo celebra sia con una parte testuale, ma ancor più negli affascinanti ritratti illustrati di Elle Weinstein quelle che sono le vere personalità, i reali processi creativi e le curiose abitudini di queste persone.

Oggi è il Martin Luther King Day

Come ogni 4 Aprile, come in ogni parte del mondo, anche oggi, anche le Edizioni del Frisco, ricordano il reverendo Martin Luther King.
Il modo con cui lo facciamo è il nostro, con il linguaggio della grafica, della stampa, della tipografia dei libri e della comunicazione in generale.
Con questo, aggiungiamo il nostro piccolo sassolino alla valanga di massi che moltissime persone portano ogni giorno in favore di una causa, quella dei diritti civili, su cui ogni voce in più, su cui ogni parola in più, su cui ogni mano alzato in più, fa accender le luci e, per le Edizioni del Frisco, è sempre il momento di tenere le luci bene accese e far splendere la vita. La vita di tutti.

Comparso nel 2015 proprio a Montgomery in Alabama, questo pezzo King si chiama “I Have a Dreamcatcher” e potrebbe riferirsi alle affermazioni di King sulle ingiustizie subite dai nativi americani. King infatti più di una volta osservò: “La nostra nazione nacque in un genocidio quando accettò la dottrina secondo cui l’originale americano, l’indiano, era una razza inferiore. Ancor prima che ci fosse un gran numero di negri sulla nostra costa, la cicatrice dell’odio razziale aveva già sfigurato la società coloniale“.

I Have a Dreamcatcher, sconosciuto

L’immagine di Martin Luther King Jr. dell’americano Romare Bearden, intitolata “Mountain Top” rappresenta un omaggio a un leader caduto. Il lavoro si riferisce ad un discorso pronunciato da King a Memphis il 3 aprile 1968, dove annunciava l’arrivo di giorni difficili. Il giorno fu assassinato.
King proprio nel suo ultimo discorso disse: “Non potrò venire con voi, ma voglio che tu sappia stasera, che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa“.

Mountain Top, Romare Bearden

La citazione scelta dall’illustratore Nip Rogers è tratta invece dalla “Lettera da un carcere di Birmingham” scritta da Luther King Jr. e divenuta un testo fondamentale sia del movimento per i diritti civili che delle aule di storia.
Le tenebre non possono scacciare l’oscurità; solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio; solo l’amore può farlo“.

Quote Art, Nip Rogers

Lo studio grafico Vocal Type nel 2016 ha reso omaggio a Martin Luther King con un carattere sans serif, che porta il suo nome e che è basato sui cartelli portati dai seguaci di King, durante il Memphis Sanitation Strike del 1968 quando i lavoratori dei servizi igienici di Memphis, la maggior parte dei quali afro-americani, hanno scioperato chiedendo il riconoscimento del loro sindacato, salari migliori e condizioni di lavoro più sicure dopo che due spazzini erano morti. Mentre marciavano gli operai in sciopero mostravano le copie di un poster passato alla storia con il nome di “IO SONO UN UOMO”.

MARTIN: A Non-Violent Typeface, Vocal Type

Quello di Camille Ravassat è invece un omaggio che include i più grandi discorsi di alcuni famosi oratori, Charles de Gaulle, Nelson Mandela e appunto Martin Luther King. Per la giovane grafica francese, si tratta di diffondere, attraverso mezzi grafici, la vivacità e la forza di questi discorsi. Questo obiettivo viene raggiunto tramite i forti contrasti tra la grandezza delle foto e la loro cornice. Il formato richiama quello dei giornali, un formato diverso da quello standard del libro tascabile per sottolineare l’importanza dell’oralità dei discorsi.

Agorà – Camille Ravassat
Agorà – Camille Ravassat
Emmanuel Cook, un graphic designer parigino, ha invece ideato e realizzato un vero e proprio giornale gratuito che ha personalmente distribuito nella città di Aix-en-Provence per fare in modo che il maggior numero possibil e(ri)scoprire
il più famoso dei discorsi del reverendo King, “I have a dream”.

Tra poco sapremo chi vincerà il premio di miglior magazine e miglior brand del 2017 per la Society of Publication Designers

Friday, May 4th at Cipriani 25 Broadway in New York City.

La Society of Publication Designers è una fondazione nata nel 1965 senza scopo di lucro dedicata a promuovere e incoraggiare l’eccellenza nella progettazione editoriale.
Come ogni anno, la Society of Publication Designers (SPD) ha annunciato i finalisti del 53° Annual Design Competition che vedrà la sua conclusione il 4 Maggio prossimo a New York.
Il concorso di progettazione editoriale di SPD celebra l’eccellenza nel design, nella fotografia e nell’illustrazione all’interno delle pubblicazioni cartacee e digitali.

I progetti caricati attraverso il sito on line di SPD sono suddivisi in 85 (!) di appartenenza, vengono giudicati da una giuria (qui trovate l’elenco dei giurati) composta da con due co-presidenti: Copresidenti: Tim Leong (Executive Editor di Entertainment Weekly) e Toby Kaufmann (Direttore esecutivo della fotografia in Refinery29) che sveleranno i vincitori il 4 maggio prossimo.
Rispetto al premio organizzato da STACK si può tranquillamente di re che SPD è molto più incentrato sui magazine statunitensi e soprattutto sulla produzione editoriale mainstream.
Per quanto riguarda l’Italia, facciamo assolutamente il tifo per Wired Italia, oramai semprè più assimilabile al cugino d’oltreoceano e a Rvm Magazine, avventura editoriale sulla “fotografia e altre narrazioni” interessantissima ed indipendentissima portata avanti da Agnese PortoGiammaria De GasperisFrancesca PignataroVeronica Daltri.

I finalisti per i premi di Magazine e Brand dell’anno sono:
The California Sunday Magazine, Garden & Gun, Gather Journal, Harvard Business Review, New York Magazine, The New York Times Magazine, Refinery29 e WIRED.

The California Sunday Magazine

 

Gather Journal

 

Gather Journal

I finalisti per il premio di Magazine cartaceo sono:
5280 Magazine, Accent, AFAR, American Builders Quarterly, APICS, ARCHITECT, Bloomberg Businessweek, Bon Appétit, The California Sunday Magazine, CHAOS, COMMOTION, Cooking Light, Condé Nast Traveler, Departures, Dwell Magazine, Earnshaw’s, Eight by Eight, Entertainment Weekly, ESPN The Magazine, Esquire, Eye Magazine, The FADER, Fast Company, FEED. Jerónimo Martins World’s Magazine, Footwear Plus, Gather Journal, Genome, Golf Digest, GQ, GQ Style, The Hollywood Reporter, Idea Book, In Touch Magazine, The JW Marriott Magazine, Men’s Health, Middlebury Magazine, MIT Technology Review, Mother Jones, National Geographic, National Geographic Traveler, Nature Conservancy Magazine, New York Magazine, New York Weddings, The New Yorker, The New York Times Magazine, Outside Magazine, Pacific Standard, Parents, Profile, Rhapsody Magazine, The Ritz-Carlton Magazine, Rvm Magazine, Smithsonian Magazine, Stanford Medicine, T: The New York Times Style Magazine, Tec Review, Texas Monthly, Vanity Fair, Washingtonian, WIRED, WIRED Italia e WSJ. Rivista.

L’importanza della tipografia nel cinema spiegata attraverso 3 film che avete visto

Prima di iniziare a leggere il pezzo di oggi che riguarda il rapporto fra tipografia e cinema, è bene stabilire una regola: l’arte della realizzazione del film è interconnessa con la progettazione grafica. L’arte tipografica è necessaria e importantissima per trasmettere l’essenza stessa di un film e questo vale sin dalle prime pellicole nate nella Hollywood oramai di un secolo fa.
La tipografia racconta molto di un film, più di quanto generalmente si creda. Attraverso le sempre più ricercate sequenze dei titoli iniziali e finali, con i poster ufficiali e non e con tutta una serie di altri elementi grafici, la tipografia da il senso e lo stile al film.
Sull’onda lunga della serata degli Oscar 2018, ecco dunque alcuni casi che dimostrano meglio di tante parole come specifici caratteri tipografici siano riusciti a trasmettere una precisa personalità con un linguaggio visivo iconico e ultra riconoscibile.

Psycho” di Saul Bass
Psycho di Alfred Hitchcock è un ottimo esempio di ciò che la tipografia può offrire al grande schermo. In questo progetto il grande Saul Bass, grafico e poster artist geniale, ha utilizzato una serie di linee strutturate per scomporre e ricomporre il carattere News Gothic. Con questa idea, Bass invita lo spettatore a entrare e uscire dallo schermo. Il News Gothic, parente stretto del ben più famoso Franklin Gothic, è uno dei caratteri più iconici progettati da Morris Fuller Benton, per molti anni a capo del design department dell’American Type Founders (ATF). Questo austero carattere tipografico è stato ampiamente utilizzato in editoria e pubblicità fin dalla sua nascita risalente all’incirca al 1908.
Le linee sulla sequenza del titolo del film provengono da diverse aree dello schermo e non interrompono mai la formazione o l’intersecazione delle parole, questo continuo movimento conferisce un effetto drammatico e, allo stesso tempo, emozionale.
Tuttavia, il vero logo di Psycho che tutti conosciamo è stato mantenuto rigorosamente uguale all’originale creato da Tony Paladino perché Hitchcock riteneva che fosse un esempio di perfezione tipografica.


Saul Bass, uno dei più importanti grafici della storia del cinema e non solo, ha lavorato per alcuni dei più grandi registi di Hollywood tra cui si possono ricordare Billy Wilder per Uno, due, tre!, Stanley Kubrick per Shining, Martin Scorsese per Cape Fear ed un’altra infinità di leggende.

Pulp Fiction” di Pacific Title
Forse il film più cool degli anni ’90, “Pulp Fiction” è una commedia nera con dialoghi eclettici, ironia e violenza scritta e diretto da Quentin Tarantino. Per il titolo principale, Pacific Title utilizzava un carattere tipografico Serif Slap piuttosto particolare chiamato Aachen progettato da Alan Meeks sotto la supervisione di Colin Brignall e pubblicato da Letraset nel 1969.
Pur essendo un lettering particolarmente corposo ed ingombrante, dopo Pulp Fiction, Aachen è diventata una font assai popolare per i title sequence.
Un aspetto che a me ha colpito molto è l’utilizzo spinto di effetti tipografici dai colori assai vivaci come le ombre esterne e le lettere evidenziate, escamotage riuscitissimo per attirare l’attenzione dello spettatore.

Alien” di R / Greenberg Associates
La sequenza del titolo e la creazione del poster del film “Alien” diretto da Ridley Scott nel 1979 appartiene allo studio R/Greenberg Associates di Richard & Robert Greenberg. Per il poster di Alien e soprattutto per la sequenza di apertura il font utilizzato è una versione tiny della classica Helvetica Black, appositamente progettata con le lettere spezzettate e un maggiore spazio tra gli elementi.
Greenberg Associates hanno collaborato negli anni ad alri film di grande successo come Superman, Flash Gordon, Arma Letale, etc.

La più bella mostra di collage contemporanei è in scena a Londra in questi giorni

La carta è sempre la carta e per me è da sempre una vera fissazione.
Questo è il presupposto da cui partire per leggere questo articolo sulla mostra in scena a Londra dal 1 fino al 11 Febbraio alla Jealous Gallery.


Dopo il grande successo riscosso a New York, Berlino, Barcellona, Madrid, Montreal, Rotterdam, Trondheim e Lima l’International Weird Collage Show arriva infatti per la prima volta “The International Weird Collage Show” presentato da The Weird Show, un collettivo che organizza mostre collettive che utilizza il collage contemporaneo come mezzo espressivo.
The Weird Show (TWS) è una piattaforma artistica creata nel 2010 da due geni come Rubén B e Max-o-matic dedicata all’esplorazione del collage contemporaneo attraverso mostre, pubblicazione e workshop.
TWS non parla di collage. Per TWS il collage è solo un modo per esprimere idee, sentimenti e storie.


Dal 2011 TWS ha curato e realizzato mostre di collage in gallerie e musei in Europa (Barcellona, ​​Berlino, Madrid, Rotterdam, Trondheim, Valladolid) e America (New York, Montreal, Lima, Quito, San José de Costa Rica) e ha tenuto workshop e sessioni di collage in molte di queste città.
La mostra, organizzata ed allestita con il contributo dell’artista londinese James Springall. intende aiutare a ridefinire il modo in cui il collage viene creato e concepito.
25 artisti in totale che presentano una grande varietà di stili e tecniche sia a mano che in stampe in edizione limitata.
La carta è morta, viva la carta!

Ashkan Honarvar, The Denial of Death
Sergei Sviatchenko, from the series Less
Sarah Hardacre, You Owe Me An Egg
Max-o-matic, The Complexity of Simplicity

“Holo 2” è la dimostrazione che la qualità e la cultura servono oggi più che mai

Il prodotto editoriale che vi presento oggi è un’avventura, una scommessa, una scoperta continua e molto, molto ambiziosa.
“Holo” è infatti un progetto ideato e realizzato grazie al contributo del gruppo canadese di CreativeApplications.Net [CAN], un sito lanciato nell’ottobre 2008 che oggi è arrivato ad essere uno dei più importanti punti di riferimento nel mondo dell’arte digitale e della grafica.
Negli ultimi cinque anni l’obiettivo principale di CAN è quello di favorire gli scambi e le intersezioni all’interno della rete di creativi, dei professionisti dell’arte, dei media, del design e della tecnologia in generale.
Dopo il primo numero di “Holo” uscito in blu oramai nel lontano 2014, ecco oggi finalmente un nuovo bel libro da sfogliare.


Le tematiche sono sempre molto ricercate e per specialisti, dalle idee circa il nostro imminente futuro quantistico al mistero mai del tutto risolto del Big Bang
L’aspetto che sorprende di più di “Holo” è la sua sfrenata ed insaziabile curiosità verso temi apparentemente distanti tra loro che si riversano in queste densissime 236 pagine.
I contributors sono giovani, preparatissimi e, ognuno nel suo ambito, sono davvero interessanti. Provengono da varie parti del mondo (Casey Reas da Los Angeles, Fanqiao Wang da Shanghai, Mitchell Whitelaw da Canberra). Mi piace davvero questo stile e questo approccio ultra contemporaneo ed orizzontale che va del tutto in contro tendenza con una parte della società oramai sempre più chiusa e volutamente negativa. Mi viene facile segnalare il bellissimo pezzo in cui si descrive l’incontro con faccia a faccia con Vera Molnar, splendida pioniera dell’arte digitale oggi arrivata a 92 anni.
Un progetto, quello di “Holo” che dimostra come esistano realtà che inventano e scoprono, che tentano e producono cultura di altissimo livello.

Un kit patriottico per perfette sfide a ping pong

“Patriot Paddles” è una linea, o meglio un kit per giocare a Ping-Pong creata da due designer americani: Elena Chudoba e Andrew Czap.
Il progetto celebra il gioco e tutto ciò che rappresenta per i due giovani: la storia americana di un tempo che fu quando la libertà era immagine e grafica.
Il progetto di packaging è veramente fantastico e pratico visto che può essere riposto in uno zaino o conservato in una scrivania o su un scaffale come un soprammobile.
Esteticamente il rimando più immediato è all’aspetto di un libro di testo del college condito però da molti riferimenti grafici storici che arricchiscono il design e l’illustrazione del prodotto.

La storia di “Smiling Sun”, un simbolo che dagli anni Settanta non è mai passato di moda

Già in passato vi ho parlato di un famosissimo logo utilizzato e diffusosi in tutto il mondo creato partendo da un’idea politica e civile. Si trattava della rosa nel pugno di Cruz Novillo. (qui il pezzo) ed oggi ritorniamo sul tema scoprendo un altro simbolo che è diventato sinonimo di protesta e rivendicazione, questa volta per un mondo senza il nucleare.
The Smiling Sun“, in Italia meglio conosciuto come il sole che ride, è il simbolo originariamente nato dal movimento anti-nucleare. Trasformato in spille, in adesivi o sventolato come bandiera, il gioioso sorriso rosso su sfondo giallo è diventato negli anni il sinonimo di lotta per un mondo alimentato da energie rinnovabili. Nonostante la sua popolarità sia ancora oggi molto diffusa, il designer del logo è rimasto per anni sconosciuto e ed è bello che il sito It’s nice that sia riuscito a rintracciare Anne Lund, la creatrice del logo che oggi fa la docente universitaria.


Nella primavera del 1975, nella città di Aarhus, la seconda più grande della Danimarca, Anne Lund era una ragazza con nessuna esperienza di progettazione grafica che decise di disegnare un simbolo che accomunasse tutti i movimenti più influenti nella lotta contro l’energia nucleare di tutto il mondo. The Smiling Sun, con il suo fortunatissimo slogan di “Nuclear Power? No grazie” è stato tradotto in circa 60 lingue negli anni successivi. Questo logo, insieme a tutte le attività che lo hanno accompagnato, hanno fortemente influenzato la decisione della Danimarca di non costruire mai una centrale nucleare sul proprio territorio ed è ancora molto attivo e visibile nelle proteste degli ultimi mesi in Germania, Giappone, Lituania e Taiwan.

Il logo Smiling Sun è stato registrato come marchio per proteggerlo da alterazioni e uso improprio da parte di interessi politici e commerciali. I gruppi anti-nucleari che lo vogliono possono richiedere i diritti d’utilizzo al Fondo OOA (Organisationen til Oplysning om Atomkraft = Organizzazione per l’Energia Nucleare) in Danimarca. Un negozio online vende prodotti Smiling Sun in 50 lingue diverse

Nell’aprile 1975 il logo “Smiling Sun” è stato progettato da Anne Lund insieme sl collega attivista Søren Lisberg, allora attivista ventunenne all’interno dell’OOA. Il logo presenta un sole sorridente circondato dalla dicitura “Potenza nucleare? No grazie” nei colori giallo, rosso e nero.
L’intenzione alla base del progetto era, secondo la stessa Anne Lund, quella di creare un logo amichevole e aperto che esprimesse un gentile e fermo “no grazie” alla domanda di energia nucleare.
La prima apparizione pubblica del logo è avvenuta durante il festival del 1 ° maggio 1975 proprio ad Århus e da quel giorno si è rivelato straordinariamente virale. I gruppi antinucleari di altri paesi hanno presto chiesto Smiling Sun per diffondere il messaggio nelle rispettive lingue.

Nel giro di pochi anni il logo fu tradotto dal danese in altre 40 lingue nazionali e regionali e divenne rapidamente il simbolo mondiale più comune nel movimento anti-nucleare. Lo è ancora oggi. Dal 2007 sono state richieste nuove versioni linguistiche di Smiling Sun e la catastrofe di Fukushima del 2011 in Giappone ha dato una nuova spinta per nuove versioni linguistiche arrivato oggi a 50 traduzioni.
Negli ultimi 40 anni, il Sole che ride divenne è divenuto un utilissimo strumento di raccolta fondi per ogni tipo di associazione contro il nucleare; venduto come badge, adesivi, spille, magliette, ecc.
Negli anni compresi tra il 1975 ed il 1985 l’OOA ha prodotto circa 36 milioni di pezzi con lo Smiling Sun.
Nel 2003 il Museo Nazionale Danese ha incluso il Sole che ride nella propria collezione con il disegno originale del logo e una collezione di badge e altri prodotti realizzati negli anni. Ad Århus, proprio dietro l’angolo dell’appartamento dove è stato disegnato da Anne Lund per la prima volta nel 1975 un murale alto 8 metri del Sole sorridente è ancora tenuto in buone condizioni.

Il logo OOA doveva essere un’alternativa anche e soprattutto estetica alle forme di protesta radicali ed estreme che il pubblico dei mass media era abituato a vedere in televisione. Come sostiene la stessa Anne, “doveva essere abbastanza bello da permettere alle donne di indossarlo sui loro vestiti per indicare un nuovo modo simpatico ma fermo e deciso di dire proprio no grazie! Nessun pugno chiuso, nessuna immagine spaventosa, nessuna violenza”.

“Non sono un designer – ero solo un attivista. Era un prodotto del modo in cui funzionava il movimento antinucleare danese: era un modo di pensare che poneva l’accento sull’azione non violenta”.
Anne Lund

 

 

“OOF Magazine”, una rivista sul calcio da sfogliare come un ricercato catalogo d’arte contemporanea

Il calcio, si sa, è la quintessenza dell’esperienza comunitaria, della passione condivisa, della fede irrazionale. In tutto il mondo – negli stadi, nei bar e nei salotti di casa – milioni di persone provano emozioni collettive guardando le proprie squadre scendere in campo. Ogni giorno il calcio riesce a realizzare con facilità talvolta data per scontata, ciò che l’arte cerca costantemente di fare con ben altri sforzi: far emozionare le persone.
L’arte de-costruisce il mondo, ci aiuta a capire cosa significa il tutto intorno a noi e tenta di offrire nuove prospettive ai nostri sguardi. per questo oggi vi parlo di “OOF magazine“, questo nuovo progetto inglese che unisce in un modo quasi naturale, arte e pallone.
Gli artisti che vedrete all’interno di “OOF” tentano appunto di semplificare il messaggio e l’esperienza calcistica per ridarle senso, per mostrare i perché questo sport riesca ad infiammare così tante persone in tutto il pianeta.
La pubblicazione londinese ha appena pubblicato il suo primo numero in cui, oltre ai lavori di artisti del calibro di Chris Ofili, Hans Ulrich Obrist, Rose Wylie e Petra Cortright e un’affascinante storia di un murale di Zagabria che raffigura Zvonimir Boban che combatte con la rivolta polizia.
L’idea originale di “OOF Magazine” è del fondatore e direttore Eddy Frankel a cui, in seguito, si sono aggiunti Justin Hammond e sua moglie Jennie, che a Londra gestiscono la grande galleria d’arte moderna J Hammond Projects. Un geniale designer chiamato Simon Whybray ha fatto l’iniziale direzione artistica e Tom Havell, che è il capo del design europeo di Time Out, ha fatto tutto il layout.
“OOF magazine” una via di mezzo fra un catalogo di una sofistica mostra d’arte e un magazine specialistico sul calcio e questa comunione rende le 72 pagine di cui è composto, interessanti, originali e per tutti i gusti.

“Minima muralia” è il bel libro che raccoglia i lavori di BLU sparsi per il mondo negli ultimi 15 anni

Quello di oggi è un libro speciale, un libro per gli amanti della street art ma non solo. “Minima muralia” è il titolo del libro più importante di BLU che rimanda alla famosa opera di Theodor AdornoMinima moralia” in cui l’autore tedesco descrive tramite brevi riflessioni il mutare delle esperienze quotidiane motivando con esse la triste verità secondo la quale una vita onesta non è più possibile, perché viviamo in una società inumana. “La vita non vive”, dichiara l’epigramma che apre il libro.
Come si legge su Wikipedia, BLU ha iniziato a farsi conoscere a partire dal 1999 attraverso una serie di graffiti eseguiti a Bologna, nel centro storico, nelle zone adiacenti all’Accademia di Belle Arti e in periferia, negli spazi occupati del centro sociale Livello 57. I primi lavori, pur esprimendo elementi di originalità stilistica, erano ancora realizzati con la bomboletta spray, tipica del writing tradizionale. A partire dal 2001 le opere di Blu iniziano ad essere eseguite con vernici a tempera e con l’uso di rulli montati su bastoni telescopici. Tale tecnica gli ha permesso di ingrandire la superficie pittorica. I soggetti sono figure di umanoidi dai connotati sarcastici o talvolta drammatici il cui immaginario sembra ispirarsi al mondo dei fumetti, e dei videogiochi arcade.
Nel 2016 BLU è stato anche protagonista di un gesto simbolico che mi ha molto colpito e che ne ha definito anche il profilo etico e la sua idea di arte quando ha cancellato tutte le opere da lui create sui muri di Bologna. Tutto questo per protestare contro la mostra Street Art, Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano” in cui erano esposti murales staccati dai muri contro ogni volontà del famoso artista inglese.
Minima muralia“, edito dalla sempre gratificante casa editrice ZOOO Print and Press è, come detto, la raccolta più ampia e completa dei lavori che BLU ha realizzato negli ultimi 15 anni.
Un libro con i capolavori più noti ma anche con le immagini delle varie lavorazioni in cui BLU stesso illustra alcuni elementi del suo processo creativo.
Sono 288 pagine fantastiche, colorate e ispirate che fissano con più di 200 opere da tutto il mondo quella che è la produzione di un artista che secondo il Guardian è giustamente considerato uno dei dieci migliori street artist in circolazione.

“ClubHouse” è un progetto fantastico fra grafica, fumetto e stampa risografica

COLORAMA” è uno studio di grafica e una casa editrice con sede a Berlino gestito da Johanna Maierski dal 2015.
Le pubblicazioni di Colorama presentano opere fumettistiche contemporanee selezionate attraverso una continua e costante ricerca.
Il libro di cui vi parlo, uno fra i tanti realizzati da questa interessantissima realtà indipendente, si intitola “ClubHouse” ed è un volume dalle dimensioni ingombranti stampato in risoprinted in 6 colori, 26x32cm, 76 pagine con copertina in plastica scritta a mano.
Il progetto, che vede coinvolta anche l’illustratrice Aisha Franz, ha chiamato a raccolta un gruppo di artisti davvero eccezionale di cui fanno parte: Sara Bonaparte, Erlend Peder KvamKaja MeyerTill ThomasPaula Bulling.

“CLUBHOUSE” è arrivato con quest’ultima uscita al settimo numero e speriamo proprio ne arrivino altri, molti altri.

 

“Playful Data” un nuovo libro che vi fa scoprire la bellezza dei dati e le migliori rappresentazioni create da artisti di tutto il mondo

Wang Shaoqiang è professore e supervisore alla Guangzhou Academy of Fine Arts (Cina). È un prolifico editor che collabora oramai da anni con la Sandu Publishing, una bella realtà editoriale cinese che si è con il tempo ritagliata una bella credibilità nell’ambito della grafica, del design dell’architettura, del branding e della comunicazione in genere.
Un esempio di questo lavoro è senz’altro il magazine “Design 360°“, una rivista di dedicata al design internazionale, alla voglia di ricerca e sperimentazione attraverso la presentazione di artisti e di opere originali e di prestigiosi istituti di design.

Wang Shaoqiang è anche direttore del Guangdong Museum of Art e negli ultimi anni ha avvinicinato i suoi interessi al mondo della Data Visualization e delle possibili applicazioni al mondo del design e della grafica.
Un ottimo esempio di questi suoi interessi lo si può vedere sfogliando il corposo volume edito proprio dalla Sandu Publishing dal titolo “Playful Data: Graphic Design and Illustration for Infographics” in cui si trova un nutrito elenco di creatori di data visualization da tutto il mondo con esempi davvero splendidi di cosa, questa nuova forma di comunicazione a metà fra l’arte e la dvulgazione scentifica, può essere in grado di essere.
I progetti presentati in questo volume sono suddivisi in quattro categorie principali: risultati statistici, diagrammi di flusso, dati geografici e istruzioni e spiegazioni. Alcuni dei progetti illustrano i dati acquisiti da una ricerca scientifica rigorosa e precisa, mentre altri sono il prodotto dell’immaginazione e della sperimentazione dei progettisti.
Come sempre l’Italia è rappresentata da ottimi esempi di giovani graphic designer fra i quali segnaliamo almeno Valerio PellegriniStudio MistakerSara PiccolominiLaTigre e Federica Fragapane.
UN volume che riesce ad essere gradevole sia per gli addetti del settore che vi potranno trovare senz’altro stimoli e suggestioni per il proprio lavoro ma anche per coloro i quali non conoscono questo mondo tanto affascinante quanto nuovo e ancora tutto da scoprire.

In un libro la storia dei trasferelli raccontata attraverso le opere grafiche prodotte negli ultimi sessant’anni

Letraset, che in italiano conosciamo meglio con il nome di trasferelli, prende il nome proprio dall’azienda britannica che ne mise in produzione i primi modelli nell’oramai lontanissimo 1960.
A distanza di quasi 60 anni ecco un volume che ne ripercorre la storia mostrando gli sviluppi artistici che questo prodotto ha riuscito ad immettere nelle produzioni editoriali e grafiche. Proprio questo affascinante mondo viene rievocato dal libro “Letraset:The DIY Typography Revolution” della Unit Editions attraverso i ricordi e le esperienze di alcuni designer che ne hanno esplorato i confini e le svariate modalità di utilizzo.
La selezione dei designer è eccezionale e include Andy Stevens, Malcolm Garrett, Aaron Marcus e persino un artista che mi fa impazzire come Mr Bingo!
Il libro analizza anche l’attuale parziale rinascita del Letraset da parte di coloro i quali ammirano l’eccellenza tipografica dei caratteri tipografici.
Il libro offre alcune chicche davvero gustose come la fantastica timeline apribile, l’introduzione di Malcolm Garrett e interviste a Aaron Marcus, David Quay, Dan Rhatigan, Freda Sack, Andy Stevens e Jon Wozencroft.
Non sono ancora sicuro del ruolo che potranno avere in futuro i trasferelli; se nuovi sviluppi grafici e utilizzi innovativi all’interno dell’attuale rinascita della carta o se invece si tratta solamente di un’ode ad un passato difficilmente ripresentabile.

Paula Del Mas ci porta alla scoperta dell’arte tipografica che si nasconde nelle vie di Firenze con il suo progetto “Type Around Florence”

Paula Del Mas è una graphic designer, illustratrice e stampatrice che dalla sua Argentina, dove ha frequentato l’Universidad de Buenos Aires, vive e lavora oramai da qualche anno a Firenze. Dopo  aver lavorato come architetto, nel 2013 inizia la sua avventura nel mirabolante universo dei graphic designer.
Oltre che il suo percorso professionale, Paula Del Mas segue alcuni progetti paralleli legati al lettering ed alla tipografia che porta avanti con dei gran bei risultati, si tratta di Ink different e Type Around.
Ink different è un progetto che unisce la progettazione grafica e il tradizionale processo di stampa tipografica fondato nel 2014 a Firenze, da Paula Del Mas, grafica, Nino Triolo, artista incisore, e Mathieu David, scrittore. Insieme lavorano per creare un design tipografico dal gusto contemporaneo ottenuto mediante tecniche artigiane e tradizionali quali l’utilizzo dei caratteri di legno o di metallo.
Type Around Florence è un invece un progetto che la sola Paula ha iniziato nel 2016 iniziando a soffermare la sua attenzione su alcuni dettagli in giro per la città di Firenze. Non si parla di dettagli casuali, ma di particolari caratteri, font, lettere, forme, curve e insegne. Paula ha infatti dato il via ad una serie di illustrazioni ispirate a questo infinito universo fatto di lettering e caratteri tipografici trovati lungo le strade di Firenze. È una collezione di scoperte tipografiche, come le definisce lei stessa.
Il progetto nasce come una sperimentazione grafica e non come una raccolta fotografica legata alla memoria storica della città. Ci sono tanti progetti di questo tipo basati sulla fotografia; una delle prime persone a farlo è stata la famosa graphic designer Louise Fillinegli anni 80 che, proprio a Firenze ha dedicato il suo libro “Firenze a colori“. L’idea di Paula ha invece un obiettivo diverso, quello cioè di prendere confidenza, di arrivare a avvertire come familiari le forme delle lettere, i vari e diversissimi lettering e la loro storia.


Il progetto è veramente interessante sotto vari punti di vista, storico, grafico, architettonico e quant’altro. La speranza di Paula è quella che Type Around Florence possa servire come una testimonianza del fatto che la bellezza della città – in questo caso Firenze – non è affatto limitata solamente alla sua architettura o all’arte, ma può trovarsi ovunque, anche nei dettagli più nascosti che spesso sfuggono agli occhi della nostra vita quotidiana.
Paula ha saputo chiudere la presentazione che mi ha fatto di “Type Around” in un modo che mi ha proprio fatto sentire in sintonia con lei dicendo che questa idea era principalmente un pretesto per allontanarmi dal computer, uscire e lasciarmi ispirare della città dove ora vivo.
Perfetta direi.

“This way up” ovvero un nuovo magazine fatto e pensato per essere originale

“This way up”, che in italiano potremmo tradurre “in questo modo”, è un magazine – manco a dirlo – inglese, con sede a Londra ideato dal designer Adam Hunt.
Si tratta di un magazine che punto molto sulla creatività e sull’originalità senza per questo allontanarsi tanto da un minimalismo grafico ricercato ed a mio avviso di gradevole impatto estetico.
Ho deciso di parlarvene perché è una nuova iniziativa editoriale e soprattutto perché per la prima uscita è stato scelto un tema non banale anzi, mi spingerei a definirlo a dir poco contro tendenza, cioè la felicità e l’amore.
Dico questo perché mi piace sempre sottolineare il coraggio del progetto, dell’idea iniziale, a volte anche a prescindere dalla qualità del risultato finale che, almeno in questo caso, non mi fa impazzire ma nemmeno lo classifico come mal riuscito.
Dicevamo il progetto iniziale; il tema della felicità oggi più che mai appare un terreno scivoloso, sempre sotto attacco e sempre mal visto come se dire di essere felici o almeno di ricercare la felicità sia un auto flagello che ti condanna come minimo all’esser deriso dai più. Quasi come se impostare un’idea iniziale di rivista sul tema dell’amore equivalga già ad auto estranearsi da una società che vive e si alimenta di rancori, gelosie e critiche pretestuose e ancor più depressive.
All’interno di questo primo numero di “This way up” viene affrontata la particolarità dello sguardo femminile con gli scatti del fotografo di moda Maisie Willoughby, ricevi i consigli di uno dei più famosi designer del mondo come Eike König, leggi l’intervista a Iggy Pop e molto, molto di più.
L’immagine di copertina dal titolo “Council estate couture” è di Adam Fussell e precede 176 pagine dense di articoli longform e approfondimenti.

Buona lettura!

“Little White Lies” torna e vi propone il memory game definitivo illustrato sul mondo del cinema

Ecco uno di quesi post che dovreste tenere frai preferiti, almeno fino a quando non scatta l’ora x del regalo al vostro amico o amica appassioanto di cinema a ui non sapete mai cosa regalare durante le feste o per il compleanno.
“The Little White Lies Movie Memory Game” è infatti la risposta a questo tipo di problema.
Riesci a ricordare l’arma preferita di Dirty Harry? La testa di un cavallo mozzato significa qualcosa per te? O che ne dici di un paio di scarpe luccicanti con poteri magici?
Il magazine bimestrale “Little White Lies“, che va sempre tenuto con un occhio di riguardo se non altro per le splendide copertine che ci regala, ne ha inventata un’altra e questa volta non ha veramente lesinato in termini di originalità e fantasia.

Questa volta infatti ti sfida a mettere alla prova la tua agilità mentale e la tua preparazione in termini di culturale pop con “Movie Memory Game” un gioco di carte illustrato per chi è davvero appassionato di film.
La confezione contiene 50 carte e una guida per i 25 film presi in esame.
Tutte le carte sono di altissima qualità, confezionate in una piccola scatola che è di per sé una bellezza!
Inoltre viene fornito insieme con una piccola guida che da le informazioni necessarie su ogni carta. Le descrizioni di ogni film sono divertenti e per quei film che non hai visto – anche se in una collezione del genere dovrebbero essere pochi – viene spiegato il significato.
I tre cervelli di Little White Lies: Huck Oliver Stafford, Laurène Boglio e Timba Smits sono affiancati da altri sei contributors per illustrare questo squisito gioco fra cui Laurent Boglio e Jason Ngai.
Provate a fare una partita ed immagino che difficilmente riuscirete a smettere prima che sia troppo tardi.

In un libro fotografico gli scatti di una New York anni Settanta che profuma di storia e di asfalto

Quello che vi presento oggi è un lavoro nato dall’unione di due personaggi che non conoscevo e che mi hanno conquistato sia per la loro diversità, sia per la loro coerenza nel portare avanti alcune idee e convinzioni a cui mi sono subito affezionato.
Il primo dei due è Michele Manfellotto, nato a Roma nel 1977. Studia Storia del cinema all’Università di Roma e inizia producendo disegni e videofilm analogici. Si interessa al rapporto possibile fra arte e media con particolare attenzione agli aspetti potenzialmente creativi di Internet. Dal 2008 è redattore della rivista d’arte “Nero”. Vive e lavora a Roma.
Fabrizio Carbone è invece un giornalista professionista dal 1970. Ha lavorato a Il Resto del Carlino, La Stampa e Panorama. Si è occupato di attualità, cronaca nera e giudiziaria fino agli ultimi anni in cui ha spostato la sua attenzione verso la cultura e l’ambiente.
Dipinge da oltre 50 anni e la ricerca pittorica spazia tra l’astrattismo naturalistico e il verismo.
Il primo ha progettato e ideato il volume dal titolo “7W 84TH STREET-NYC 1972″ che raccoglie le fotografie scattate dal secondo durante il suo periodo newyorkese. Come si legge nella descrizione del progetto si tratta di:

una serie di immagini in bianco e nero finora inedite, che catturano la vitalità del mito americano nella sua dimensione umana e storica: New York e i suoi abitanti, i cui simboli e linguaggi diventeranno presto icone universali.
“L’idea dell’America mi ispirava sentimenti contrastanti, tipici degli italiani nati alla fine della guerra. Come tutti i miei coetanei, avevo amato indiscriminatamente ogni espressione della cultura americana: i film e la letteratura, la Coca-Cola e le Marlboro. Negli ultimi anni tuttavia la politica degli Stati Uniti era stata oggetto di critiche aspre, al punto che per molti di noi l’America aveva finito per rappresentare tutto ciò contro cui era doveroso schierarsi: la guerra in Vietnam, il sostegno alla dittatura dei colonnelli, i depistaggi che occultavano il ruolo dei servizi segreti nella strage di piazza Fontana”.

 

“New Philosopher” è il magazine che cerca la strada di migliorare la vita attraverso la filosofia

New Philosopher” è una rivista trimestrale indipendente dedicata all’analisi ed alla esplorazione di temi e personaggi della filosofia passati e presenti. L’obiettivo – ambizioso – che si pone la rivista è quello di accompagnare i lettori nella scoperta di nuove modalità e percorsi utili a vivere un’esistenza più felice e libera.
Per questo, nella loro presentazione viene riportato una famosa citazione del filosofo Seneca che, parlando delle difficoltà di vivere felici dice:

Non è che abbiamo poco tempo da vivere, ma che ne sprechiamo molto. La vita è abbastanza lunga e ci è stata donata una quantità sufficientemente generosa di tempo per ricercare e ottenere i massimi risultati, questo però solo se riusciamo a viverla al meglio. Ma quando il nostro prezioso tempo viene sprecato nel lusso o speso in attività frivole, siamo costretti a raggiungere la nostra fine e a rendersi conto che la nostra esistenza è passata prima che sapessimo che stava passando. La vita è lunga se sai come usarla.

“New Philosopher” si rivolge a coloro che hanno studiato e conoscono la filosofia, agli accademici, ma anche a coloro che non hanno basi teoriche o studi approfonditi. Introdurre idee filosofiche che sfidano il pensiero e il condizionamento contemporanei è la sfida di questo magazine che alla base si pone una fatidica domanda:”I nostri pensieri e le nostre aspirazioni sono veramente nostri?”
“New Philosopher” è libero e veramente indipendente visto che si auto finanzia attraverso gli abbonamenti e le vendite. Non ci sono sponsorizzazioni o altri aiuti economici da parte di terzi come orgogliosamente rivendicano nella frase:”Non abbiamo affiliazione con i grandi media o altre società”.
Vincitrice di numerosi premi fra lo Stack Awards 2016  per il miglior uso dell’illustrazione, il magazine è attualmente alla sua uscita numero 19 dal titolo “Life”. Riflettere sul significato della vita non è solo l’attività dei filosofi, lo è anche dei bambini, degli adolescenti con il cuore spezzato e gli ottantenni che sentono piano piano la vita allontanarsi.

 

“Post-Butt” è il libro che vi mostra come il sedere sia uno strumento di promozione personale

Il libro di Melani de Luca “Post-Butt” è una vera chicca per appassionati del genere. Inizialmente nato come un progetto editoriale mentre Melani stava frequentando il master all’Accademia di design di Eindhoven, ha impegnato la giovane grafica e designer per più di un anno. È un libro che nasce dalla curiosità nata in Melani dopo aver notato “l’onnipresenza di culi su canali diversi; in particolare Instagram e video musicali”. La parte più dura è senz’altro stata quella della ricerca che però ha permesso di scoprire come il bootyfication esista in molti contesti diversi e come riesca ad influenzare l’arte e la società tutta attraverso linguaggi diversissimi tra loro come film, web, danza e clip.
Uno degli aspetti più curiosi e perciò interessanti del suo lavoro sta nell’aver notato che l’immagine con cui si mostrano i fondo schiena è notevolmente cambiata negli ultimi 20 anni. “La fotocamera si è abbassata, i fotogrammi durano più a lungo e il viso è spesso tagliato o addirittura completamente fuori dalla foto”, dice. La ricerca ha seguito una sua teoria propria teoria di fondo che si può riassumere nella teorizzazione definitiva:”l’ascesa del culo nei media non è stata affatto casuale”.
“Le immagini del culo sono incorporate nella nostra cultura e quindi hanno un’enorme influenza sulla nostra società e sul comportamento individuale”, spiega. “Anche se la musica e la danza sono viste principalmente come intrattenimento, hanno una funzione politica indiretta o talvolta diretta. Potremmo pensare che il fenomeno del selfie specifico sul fondo schiena, noto anche come belfie, possa essere assurdo, ma l’analisi della storia recente rende anche questo fenomeno improvvisamente logico. La viralità dei glutei parte dal dominio digitale ma ha ripercussioni nel mondo fisico”.
Dal punto di vista del design e della comunicazione è oramai diffusa l’idea di sfruttare il culo come uno strumento di branding, basti pensare a Jennifer Lopez che ha usato le sue natiche eccezionali già negli anni Novanta per celebrare la sua diversità e addirittura assicurarle con una polizza dedicata. Altre celebrità come Kim Kardashian e Nicki Minaj fanno esattamente la stessa cosa, trasformando il sedere in una zona di empowerment.
Accanto al libro, Melani ha anche creato un’installazione che mostra “ciò che di solito guardiamo in privato sui nostri telefoni” attraverso la creazione di  una serie di cuscini utilizzati per “innescare reazioni, positive o negative”.

Con un’introduzione di Charlotte van Buylaere, specialista di curatori e scrittori nel post-femminismo e nell’arte di Internet.
“Post-Butt” di Melani de Luca è quindi interessante, con la giusta dose d provocatorietà ed una importante cura del dettaglio anche dal punto di vista editoriale.

 

Un nuovo magazine dedicato al colore apre i battenti con un numero interamente dedicato rosso e a tutti i suoi infiniti significati

Chróma” è una rivista sul colore. Una scelta decisa e netta che a me ha incuriosito. Cosa vuol dire pensare e realizzare un magazine che ha come oggetto il colore, come si declina il tema, come si sviluppa?
Queste domande trovano risposta nel primo numero, dedicato al colore rosso.
“Chróma” presenta una fusione intrigante di talenti e creativi da tutto il mondo: poeti, pensatori, artisti e fotografi uniti insieme da questo filo conduttore legato al rosso.
Per capire il perché della scelta di iniziare proprio con il colore rosso, leggiamo la presentazione del magazine direttamente dal direttore Emma Latham Phillips..

Il 2017 è stato un anno di sangue, sparatorie, fuoco selvaggio e politica estrema. Ma questo numero non affronta solo il lato più oscuro del rosso. Rosso significa anche i problemi che circondano l’industria alimentare della carne e le difficoltà che si trovano ancora oggi nel parlare del tabù mestruale. Esplora la bellezza del rosso attraverso uno sguardo originale sul paesaggio, sul rossetto e chiaramente e obbligatoriamente, sull’amore.

Rosso quindi è il colore di questo progetto.

Le etichette discografiche politiche di tutto il mondo racchiuse in una enciclopedia stampata in risograph

Josh MacPhee è un designer, un artista e soprattutto un archivista che opera a Brooklyn. È uno dei fondatori della Cooperativa di artisti Justseeds ed in passato ha progettato copertine di libri per molti editori (antumbradesign.org).curato una mostra ed il relativo catalogo sui materiali prodotti da movimenti sociali con sede a Brooklyn. Il suo interesse per i movimenti culturali e politici di Brooklyn e più in generale di tutto il mondo lo hanno portato nel tempo a produrre numerosi prodotti editoriali fra cui ricordo “Signs of Change: Social Movement Culture” e soprattutto “Signal: Journal of International Political Graphics and Culture“.
Quest’ultimo splendido progetto è composto da una serie di libri – ancora in corso di pubblicazione – interamente dedicata alla documentazione ed alla condivisione dei materiali riguardanti la grafica politica, i progetti creativi e la produzione culturale delle lotte internazionali di resistenza e liberazione. La bellezza di “Signal” sta infatti nel suo incessante e rigoroso scavare in profondità nella storia per portare alla luce questo ruolo spesso trascurato ma essenziale che la grafica ed in generale l’arte e la cultura hanno giocato nelle lotte di tutto il mondo.
Signal è pubblicato da PM Press.

Quello di cui vi parlo oggi è invece l’ultimo dei suoi progetti, il libro dal titolo “An Encyclopedia of Political Record Labels” composto da 60 pagine di piccolo formato stampato in risograph a 4 colori.
Dall’A-Disc (l’etichetta discografica del movimento operaio svedese) a Zhongguo Changpian (l’etichetta statale della Repubblica popolare cinese), questo libro è un compendio di 230 etichette discografiche che hanno prodotto musica politica nel periodo compreso tra il 1965 e il 1990, quello che è considerato il periodo d’oro del disco in vinile. Ogni voce presenta il logo dell’etichetta e una breve sinossi della sua storia e ogni altra informazione interessante. Un progetto internazionale che vede rappresentati oltre 25 stati differenti.
La prima edizione del libro è andata esaurita appena messa sul mercato e, grazie alle migliaia di ulteriori segnalazioni da parte di studiosi, produttori e semplici appassionati Josh ha prodotto una seconda edizione rivista e integrata.

Il nuovo numero di Eye Magazine e la solita garanzia di qualità

Sin dalla sua nascita, la rivista Eye si è definita “The international review of graphic design”. E l’ultima edizione, dopo due numeri incentrati su illustrazione e tipografia, e dopo essersi aggiudicato anche il premio Stack Awards 2017 nella sezione “Cover of the Year” (ne ho parlato qui), riafferma con il numero 95 il proprio impegno per il mondo del design e dei designer in un numero ricco di esempi e approfondimenti.

La copertina dell’ultimo numero comprende una nuova interpretazione dello storico logo di Eye magazine – creato originariamente dal concept by Nick Bell e dal disegno di by Magnus Rakeng – ed oggi rivisto dal grande designer RO Blechman.
Sempre nell’ultimo numero si legge 
un’ampia intervista di Matt Willey (New York Times Magazine), insieme ai tributi di Françoise Mouly e Genevieve Bormes (The New Yorker ).

Altri articoli vanno dalla grafica contemporanea dello studio di Brooklyn Triboro ai tesori di una storica tipografia nel nord-est della Francia; dalle foto del carnevale brasiliano di João Farkas a un’intervista con Briar Levit, direttore del documentario Graphic Means. Come sempre, c’è una vasta sezione di recensioni sul design e la cultura visiva in tutto il mondo e una critica fotografica di Rick Poynor.
Come avrete capito, il numero 95, come del resto ogni altra uscita di Eye Magazine è un evento e per tanto consiglierei l’acquisto.

La trilogia di Kieślowski ispira questi 3 volumi di Carla Cabras

Da un pò di tempo seguo il suo lavoro, un lavoro regolare, rigoroso e sempre contraddistinto da una estrema pulizia grafica mista ad una costante ricerca, sperimentazione, voglia di scoprire qualcosa di nuovo.
Lei è Carla Cabras, giovane grafica e designer laureato all’Accademia di Belle Arti Mario Sironi di Sassari dove tutt’oggi vive e lavora.
Uno dei suoi progetti, quello che ci ha inviato e che sono molto felice di presentare, è questo “Three Colors” e penso che nessuno meglio di lei è in grado di presentarlo.

Il progetto nasce con l’intento di rendere graficamente la trilogia cinematografica “Tre colori“, del regista polacco Krzysztof Kieślowski. Personalmente ho sempre ammirato l’idea del regista, per questo ho voluto renderne omaggio in questo modo, mettendo insieme due mie passioni, l’editoria e il cinema.
Il progetto è composto da tre piccoli editoriali, ognuno rappresentante un film ed un colore diverso. Essi sono stati composti da testi, i quali descrivono il lavoro del regista, e varie screencaps delle pellicole, simulando digitalmente la stampa risograph“.

Quindi, visto che a me questo progetto è piaciuto tantissimo, spero prorpio di poter ospitare i lavori di Carla anche in futuro nelle nostre pagine.

Il magazine lituano “Literatura ir Menas” esce con un numero comletamente vuoto per protesta contro i tagli al settore del governo lituano

La storica rivista letteraria e artistica lituana, Literatura ir Menas – in italiano Letteratura e Arte – nata nell’oramai lontano 1946, è uscita con il suo ultimo numero totalmente in bianco utilizzando cioè il proprio linguaggio per protestare contro i tagli ai finanziamenti per l’arte che imposto il governo lituano. La rivista si presenta quindi totalmente vuota di contenuti, ad eccezione di un bordo nero, un nastro che rappresenta il lutto sulla prima pagina e il logo della rivista nella testata.
Il “The Baltic Times” –  società che gestisce la rivista – ha riferito che sono necessari 1 milione di euro per assicurare la produzione e la distribuzione di pubblicazioni culturali, ma che il Fondo di sostegno stampa, radio e televisione fornisce solo la metà della somma.
Questo fatto dimostra come anche in questo fiorire – che sembra ininterrotto – di magazine, riviste e progetti editoriali più o meno indipendenti, esistono realtà dove lavorare e realizzare è impossibile.
Senza addentrarci troppo in considerazioni politiche, ancor più se provenienti dalla lontanissima Lituania, mi piaceva segnalare il gesto estremo, forte, con cui una copertina, in questo caso l’intero magazine, diventa bandiera, messaggio, strumento, per segnalare una richiesta di aiuto e testimoniare la propria difficoltà.

Un fantastico libro illustrato sul mondo del basket e i suoi campioni

Shea Serrano è uno scrittore e illustratore di Houston, Texas, conosciuto oramai da qualche anno per i suoi lavori a metà strada fra l’underground e lo street e il mainstream più classico. Con il precedente libro, intitolato “The Rap Year Book“, aveva fatto il botto; il New York Times ed il Washington Post lo avevano lanciato in cima alla liste dei bestseller e la rivista specializzata Billboard lo ha nominato uno dei 100 migliori libri di musica di tutti i tempi.

Nell’ultimo volume Serrano ha scelto di affrontare un altro tema caro al mondo dello street style, il basketball.
Chi è il più grande di tutti i tempi? Quale versione di Michael Jordan è stata la migliore? Cosa è permesso e assolutamente non permesso in una partita di pallacanestro? “Basketball (and Other Things)” presenta ai lettori 33 capitoli arricchiti dalle illustrazioni di Arturo Torres. Come si legge in un bel pezzo comparso su Ultimo Uomo su questo libro, “quando Shea Serrano e Arturo Torres si sono casualmente conosciuti poco prima della deadline per “The Rap Year Book”, è scoppiata immediatamente la proverbiale scintilla, formando quel tandem di supereroi messicani che il mondo aspettava da tempo. Da allora i due lavorano in simbiosi: insieme hanno creato una newsletter che regalava dei segnalibri fantastici (ovviamente solo negli States *sad/grrr reaction*) e ormai ogni volta che leggo una storia di Shea la mia mente disegna con i tratti della matita di Arturo. “Mi piace usare le illustrazioni perché mi aiutano a dare vita alle immagini che ho in testa e credo che aiutino anche il lettore ad immergersi nelle cose più strane che scrivo”, scrive via mail”.
Fantastica è la passione di Shea per le liste, liste di tutto e su tutti fra cui una, imperdibile, che si chiama “Dovremo fare un capitolo che è fatto solo da liste?” di cui una è addirittura dedicata a “Quali sono i 10 giocatori che portavano meglio i calzini alti”.
Le 233 coloratissime pagine hanno conquistato anche Barack Obama, che lo ha inserito  nella sua lista dei dieci libri del 2017 insieme a “Coach Wooden and Medi Kareem Abdul-Jabbar.
Questo libro è un must per chi è rimasto sveglio fino a tarda notte a guardare le giocate sul parquet dei campionissimi NBA e vuole godere di un libro bello, divertente e molto, molto interessante.
Basketball (and Other Things) è pubblicato da
Abrams Image.

 

 

In un libro i migliori artisti del mondo svelano il loro processo creativo per l’illustrazione delle tavole da skate, surf e snowboard

Ho scoperto di recente che alcuni dei lettori più assidui del nostro sito sono appassionati di onde, spiagge, tavole e surf e quindi, non appena è stato possibile, eccomi qua a parlare di un prodotto editoriale che sicuramente gli interesserà.
il volume “Inside the World of Board Graphics” offre infatti uno sguardo approfondito e completo sulla natura e l’influenza culturale della grafica e del design sul mondo del surf, dello skate e dello snow board.
I fantasmagorici nomi più importanti del design internazionale, nomi quali Art Chantry, Katrin Olina e James Victore sono avvicinati alle superstar del settore quali Terry Fitzgerald, Martin Worthington, Yoshihiko Kushimoto e Rich Harbor che crea e realizza tavole da surf dal 1959.
Il libro include dozzine di interviste e profili a personaggi di primissimo piano del settore. Grafici e illustratori quali: Aaron Draplin, Emil Kozak, Morning Breath, Anthony Yankovic e Hannah Stouffer per nominarne alcuni.
Ci sono molti libri sull’arte delle tavole, ma non c’è mai stato un libro come questo che mostri un punto di vista così originale, il dietro le quinte del processo creativo.
Imperdibile per gli appassionati.

“Positive News” il magazine di proprietà dei suoi stessi lettori che propone il nuovo giornalismo costruttivo

Finalmente una buona notizia! Chissà quanto volte lo avrete detto leggendo un articolo, per non parlare della mai risolta domanda che da sempre ci attanaglia? “ma perché leggiamo e vediamo solo notizie catastrofiche?”.
La risposta forse è banale e rientra nell’ambito commerciale e dei numeri, ma “Positive News” ha l’obiettivo di mettere in discussione questo assunto.
“Positive News”, come da sua stessa definizione, è la rivista per un buon giornalismo sulle cose buone. Una rivista trimestrale che punta al giornalismo costruttivo e alla verità come forza per un cambiamento generale della condizione della società, come diritto ad essere informati, come voglia di superare il semplice appeal che il tragico, il polemico, il banale, ha da sempre portato cone.
“Positive News” è un magazine indipendente che parla di attualità e politica. Ogni numero discute di eventi in corso in politica, intrattenimento e affari concentrandosi soprattutto su iniziative per la creazione di un mondo sostenibile. Dopo una campagna di crowdfunding che nel 2015 ha permesso all’editore di iniziare la pubblicazione, è stata strutturata una cooperativa di consumatori, la Positive News Publishing Ltd, senza scopo di lucro con sede a Londra, Regno Unito portando oggi a far si che la rivista sia di proprietà dei suoi stessi lettori e non da alcuna figura commerciale esterna. Una meraviglia!
Questa storia dai contorni, solo ad una prima superficiale occhiata, fiabeschi, nasce nel 1993 da Shauna Crockett-Burrows (1930 – 2012) come un giornale trimestrale ed è arrivata viva e (ultra) vegeta fino ad oggi.
(Per chi fosse interessato a saperne di più c’è addirittura una voce dedicata su Wikipedia).
Quello di “Positive News” è il cosiddetto “giornalismo costruttivo” che non è solamente un bel modo di dire, ma un vero e proprio filone del new jounarlism che piano piano sta conquistandosi un proprio spazio nel panorama editoriale (vedi approfondimento di buonenotizie.it). Il team di “Positive News” ha infatti sostenuto la nascita di iniziative editoriali simili in tutto il mondo, tra cui Noticias Positivas, fondata in Argentina nel 2003 da Andrea Méndez Brandam e in Spagna nel 2002 dall’Asociación de Noticias Positivas, e indipendente da Positive News.
Potrebbe bastare questo per dar conto della bontà del progetto, ma “Positive News” è anche altro. E’ un bel magazine a cui proprio non pare mancare niente neppure dal punto di vista grafico ed editoriale.
Costruttivo.

Cosa succede quando uno dei più importanti grafici americani incontra uno dei più importanti produttori di accessori per chitarre della storia della musica?

Quella che vi propongo oggi è una bella storia americana fatta di talento, tradizione e musica, tanta e ottima musica.
Partiamo dal primo dei due protagonisti: Ernie Ball.
Ernie è uno dei produttori più importanti del mondo di accessori per chitarra e basso. Una carriera che rimanda alle classiche storie americane, iniziata oramai nel lontano 1962 producendo corde per chitarra elettrica e basso di alta qualità. Per darvi un’idea di chi stiamo parlando, scelgono regolarmente i servirsi da Ernie personaggi del calibro di Paul McCartney, Keith Richards, Eric Clapton, Tool, Elvis Costello, Green Day, Slash, Jimmy Page e Buddy Guy. Tutti hanno suonato le corde di Ernie Ball.

L’altro protagonista della storia è Aaron Draplin.
Cresciuto con la classica fierezza americana nello sperduto e sconfinato Midwest, ha poi iniziato a lavorare a Detroit. Siamo nel 1973. Cresciuto in un flusso costante di creatività che ha sfamato con i classici elementi della cultura pop quali Lego, Star Wars, skateboard e snowboard, a 19 anni si trasferisce nell’Oregon dove prende il via la sua folgorante carriera di grafico tramite un primo disegno su di uno snowboard Solid. Da li in poi solo successi, dal lettering al logo design, fino a campagne pubblicitarie e poster art.
Dal 2004 Aaron è a capo della sua creatura: Draplindustries Design Co.


Ma eccoci alla nostra storia.
La storia della musica con Ernie Ball e la grafica di uno dei designer americani più apprezzati al mondo, Aaron Draplin di Draplin Design Co hanno collaborato per creare una serie di piccole opere d’arte in edizione limitata che celebrano i colori iconici e vibranti del rock’n’roll tramite il packaging delle corde più vendute e più popolari al mondo.
Come detto è la storia di un matrimonio, un’unione che vede il talento di Aaron al servizio di un’idea di Ernie per creare qualcosa di unico pensato esclusivamente per coloro i quali amano la storia e la grafica del rock’n’roll. Un piccolo gioiello che ai veri cultori non potrà certo passare inosservato.
Una serie di piccoli poster in stampa offset dalla copertina opaca. Un set completo che comprende 6 tipi diversi di corde di tutti e sei i poster del progetto che ha preso il nome di “Colours of Rock and Roll“.

Per chi fosse interessato, fino ad esaurimento dei pochi esemplare prodotti, le corde “Colours of Rock and Roll” sono in vendita qui.