Un carattere diverso nello strano calendario “Typodarium 2019”

Progettato da Florian Hauer e curato da Raban Ruddigkeit e Lars Harmsen, “Typodarium 2019” è molto più di un semplice calendario con le classiche pagine a strappo, è un prodotto editoriale creato strizzando l’occhio a tutti coloro i quali amano la grafica, la tipografia ed il design.

Per alcuni, è un calendario colorato che sta molto bene appeso alle pareti, mentre per altri – sicuramente tutti coloro che seguono e amano da sempre il sito NovoTypo – è uno strumento utilissimo per scoprire nuovi caratteri tipografici o per trarre ispirazione nella progettazione tipografica.
Ogni pagina una font diversa con caratteri originali e coloratissimi che formano un libro vero e proprio rilegato elegantemente e presentato in una solida scatola a incastro cartonata, il tutto acquistabile sul sito dell’editore tedesco Hermann Schmidt.

“Ouff!” è la raccolta dei lavori di un artista che vi farà impazzire

La casa editrice Dokument Press è un editore nato nel 2000 che affonda le sue radici nel movimento hip hop svedese e nella rivista che ne fu manifesto cartaceo e cioè “UP“.
La Dokument oggi lavora su più fronti ma soprattutto si mette in evidenza per il suo lavoro editoriale che realizza e produce volumi sempre incentrati sui movimenti artistici e musicali più indipendenti di tutto il mondo.
Nelle prossime settimane pubblicherà il libro di illustrazioni dall’artista e designer svedese Martin “Mander” Ander.
Il libro, intitolato “Ouff!” è una raccolta di poster, pubblicità, skateboard e tanto altro.

L’arte di Mander è fatta di maghi, scarafaggi, pietre tombali e robot; un mix apparentemente caotico, colorato e pieno zeppo di fantasia e creatività.
Martin Mander oggi ha 40 anni ed ha scoperto la skate culture, i graffiti e la poster art  e se ne è innamorato fino a farli propri per riproporli mixati con un’estetica punk tutta da ammirare.
Da molti considerato uno dei migliori illustratori del mondo, Mander rivendica comunque sempre il suo debito continuo verso l’editoria underground degli anni ’60, la sua grafica e il suo approccio indipendente e creativo.
Un grande.

“Protest” ovvero un libro che analizza la grafica di protesta degli ultimi 100 anni

Protest” è un libro edito da Lars Müller Publishers che può apparire come l’ennesimo volume sulla cosiddetta grafica di protesta mentre invece ha delle caratteristiche che lo rendono molto interessante.
Il volume infatti presenta e riflette sulle forme di protesta presenti e passate e si concentra sulle pratiche di resistenza delle comunità emarginate da un’ampia varietà di prospettive.
Protest” mostra infatti come la protesta si basi sull’ironia, sulla sovversione e sulla provocazione da una posizione di impotenza. Il suo ruolo è quello di spina nel fianco, di virus impazzito che punzecchia il sistema per sabotarne le forme di controllo e di regolamentazione della convivenza.

Dal classico “Make Love Not War” fino all’ultimo ”We are the 99%“, gli ultimi decenni sono stati accompagnati da un flusso costante di dichiarazioni e metodi e forme di resistenza.
Le forme della protesta attingono magistralmente e creativamente ai segni ed ai simboli contemporanei, sovvertendoli e trasformandoli in nuove estetiche e significati, aprendo così uno spazio che sfugge al controllo.
Illustrato con fotografie e poster,”Protest” considera le prospettive sociali, culturali, storiche, sociologiche e politologiche, nonché ottimi approfondimenti sulla teoria visiva, la cultura popolare e gli studi culturali.
Nel processo, il libro tiene conto in particolare di sviluppi contemporanei come la virtualizzazione della protesta, come è stata trasformata in finzione e il suo sfruttamento in politica da parte di detentori del potere di tutte le sfumature.
Un libro tosto e piacevole, denso e ricco di teoria e spunti verso altre letture. Acquistabile QUI.
Bello.

Questo manuale ti insegna ad ideare e realizzare il tuo magazine indipendente

Ogni tanto, anche non volendo, torno a parlare della proposta editoriale della casa editrice Laurence King che, con la consueta classe, sforna regolarmente opere di valore e qualità.
Questa volta vi parlo di un volume un pò datato, risalente infatti al 2016. Un volume di Angharad Lewis scrittrice inglese, da sempre interessata al design e alla grafica.
La Lewis è infatti co-editrice della rivista Grafik, collabora con varie pubblicazioni ed è tutor presso la Cass School of Design di Londra.

Il suo ultimo libro si intitola “So You Want to Publish a Magazine?” ed è una vera e propria guida che tenta di mostrare il percorso per realizzare una pubblicazione indipendente accompagnando il lettore passo dopo passo.
Tutti i dettagli e le fasi del processo che stanno alla base di una rivista indipendente vengono affrontati meticolosamente, dal bilancio economico al design fino alla stampa.
Pieno di spunti ed informazioni utili, questo libro ti fornisce gli strumenti del mestiere portandoti dietro le quinte del mondo editoriale ma restando aperto anche alla lettura di un curioso neofita.
Ritengo che, pur come detto un pò datato, “So You Want to Publish a Magazine?” rimanga ancora oggi un must per chi ama le riviste e soprattutto per tutti coloro i quali sognano di realizzarne una.

Paperback
270 illustrations
168 pages

Arriva Tatanka numero 2: La Danza degli Spettri

Nuovo numero, nuove pagine, nuove storie, nuove illustrazioni.
Mi piace Tatanka con la sua idea delle grandi pagine poster ricche di colori e le sue scelte tematiche differenti ad ogni numero.
Un gran bel progetto da promuovere e sfogliare di cui ho già parlato e di cui continuerò a parlare.
Adesso però lasciamo parlare direttamente chi lavora dietro e dentro a questo bel progetto..

La copertina di questo numero è ispirata al massacro di Wounded Knee, nome con cui è passato alla storia l’eccidio di un gruppo di Lakota Sioux da parte dell’esercito degli Stati Uniti d’America, il 29 dicembre 1890. Massacro scatenato dalla paura della cosiddetta Danza degli Spettri, un rito evocativo con cui gli Indiani credevano di riottenere le terre sottratte ai propri antenati. Non fu così, perché i bianchi decisero di sterminare chiunque adottasse quella pratica pagana.
A Wounded Knee gli Indiani vennero fatti fuori con le mitragliatrici.

Paura, odio, emarginazione, razzismo, sterminio, spari. Parole tornate d’attualità in Italia negli ultimi due mesi. Ogni giorno sui social network sembra di assistere alla guerra dei penultimi contro gli ultimi, descritti come degli intrusi da chi comanda e percepiti come una minaccia da chi si fa comandare, mentre il Paese arranca tra un cambiamento che non arriva (qualcuno dirà “per fortuna”) e la perdita di figure storiche dell’industria italiana (a proposito di sovranismo e Made in Italy).
Sono terminati i Mondiali di calcio (una delle più belle edizioni degli ultimi anni) e sta per ripartire la serie A.
Panem et circenses sono serviti al popolo. Più circenses che panem al momento, ma nessuno sembra lamentarsene. Le grandi capitali dell’Europa meridionale sono in sofferenza ma l’Europa non se ne accorge, e ancora una volta sono le categorie più fragili a subire le violenze di una società che tende a escludere e a lasciare indietro chi non ce la fa.
Esiste ancora la speranza? Forse sì e arriva dal cielo, dove le stelle continuano a brillare. Un po’ come per gli indiani di Wounded Knee che – è vero, non ce l’hanno fatta – ma sono qui, più vivi che mai, sulla prima pagina di Tatanka a danzare con i loro spettri. Noi i nostri – di spettri – dobbiamo ancora disinnescarli.
Del resto la speranza è una trappola inventata da chi comanda.

Grazie ancora al team di Tatanka (acquistatelo QUA) per la loro disponibile collaborazione e avanti tutta!

12 Libri di stampe coloratissime per raccontare il design industriale di Londra attraverso i suoi tombini

“Overlooked” è il primo lavoro per Pentagram di Marina Willer ed è una celebrazione di un certo tipo di design industriale, quello più artigianale.
Un opuscolo pieno di piccoli tesori colorati che celebrano uno degli esempi più duraturi del design industriale tipico di Londra, le cosiddette street covers.
Le strade di Londra sono infatti piene di vicoli sotterranei. Vasti tubi cavernosi che contengono elettricità, acqua e gas che muovono l’intera città.

“Overlooked” è una celebrazione dei guardiani di questo mondo sotterraneo: i tombini stradali e la loro grafica. “Overlooked” utilizza sfolgoranti colora al neon per presentare questi tombini in metallo come se fossero pezzi di prestigioso design industriale.
L’obiettivo della Willer è quello di ricordare che la bellezza di una città non è limitata solo alle gallerie d’arte o alla grande architettura e che il design più sofisticato e affascinante può trovarsi ovunque, anche sotto i vostri piedi.
Il volume è composto da 22 stampe riprese da altrettanti tombini di Londra, da Islington a Kensington.

Le grafiche derivano dalla pratica tipografica in voga tra i devoti cristiani del 1800 che per creare immagini dettagliate di oggetti religiosi.
“Overlooked” porta questa tradizione religiosa in un territorio diverso, usandolo per celebrare la bellezza del design industriale.
Il libro è accompagnato da un testo che ripercorre la storia di Londra attraverso i tombini, delineando i ruoli vitali che ogni pezzo di arredo urbano ha avuto nella vita dei londinesi.
“Overlooked” ha vinto la categoria 2016 Design Week Award ed è stato esposto al 2016 London Design Festival.
Visto l’enorme successo, sono seguiti altri 11 volumi che sono tutti acquistabili QUI, o quasi..

Un diario lungo un anno con il meglio della tipografia di tutto il mondo

Una storia al giorno. 365 storie sulla tipografia e la grafica di un anno intero.
365typo” è un volume che nasce dall’esperienza del blog 365typo dove quotidianamente sgorga un flusso di notizie dal mondo del type design, della tipografia e del graphic design.
Pubblicato in collaborazione con Association Typographique Internationale (ATypI) contiene le storie dei migliori scrittori del settore provenienti da tutto il mondo.
Il primo volume risale oramai al 2015 ed era giunto il momento di dare un seguito a questo fortunato esordio.

Come per il primo volume, gli editori hanno raccolto storie interessanti durante tutto l’anno per poi ricostruirle all’interno di questa nuova pubblicazione di 320 pagine. All’interno troverete perciò 365 storie di oltre 80 autori provenienti da tutto il mondo.

Gli argomenti sono divisi in 12 capitoli che riflettono i principali temi raccolti da maggio 2015 a maggio 2016 e guidano i lettori attraverso un labirinto fittissimo di eventi, tendenze e idee nate e sviluppate durante questo periodo.
Il volume è acquistabile qui.

Un designer ed una band punk rock creano un libro di grafiche dal chiaro spirito DIY

Per oltre un decennio, il designer Brian Roettinger ha collaborato con il duo punk rock No Age di Los Angeles (Dean Spunt e Randy Randall) su album e progetti secondari che ha portato alla creazione di un ampia gamma di progetti e lavori di audio e video.
Dal 2007 con una serie di cinque EP e poi con molto altro materiale fra cui una custodia per CD che è fantastica soprattutto perché è molto più simile a una fanzine che ad altro.

Roettinger ed i No Age hanno sempre cercato modi per sfidare le convenzioni della confezione dell’album pur mantenendo un senso di urgenza che è diventato centrale in ognuno dei loro lavori.
Tutto questo lavoro ha portato oggi a “No Age & Brian Roettinger: Graphic Archive 2007-18”, un libro testimonianza e archiviodella lunga collaborazione creativa timbrato da un lessico sinceramente di strada.
In tutta la pubblicazione ogni release di No Age viene meticolosamente sezionata nei suoi vari elementi grafici, dal nome dell’artista al codice a barre (e tutto il resto), emanando l’effetto di una fanzine curatissima ma pur sempre fanzine.
Oltre 288 pagine di grafica in bianco e nero in cui il lettore sarà in grado di tracciare la storia della collaborazione e, nel contempo, gustare quelle che sono le idee e lo spirito underground del progetto.
Stampato in edizione limitata e pubblicato da The Pacific Design Archive di Los Angeles, il libro è distribuito da Hat & Beard Press e progettato da Ben Schwartz.

“The Long 1980s” un libro sull’importanza degli anni Ottanta

The Long 1980s” è l’ultima fatica pubblicata da Valiz Edizioni, un editore internazionale indipendente con sede ad Amsterdam di arte contemporanea e design e affari.
Oltre alla pubblicazione, Valiz organizza conferenze, dibattiti e altri progetti culturali in cui vengono esplorati determinati argomenti dell’arte contemporanea.
The Long 1980s” analizza quello che è stato il significato degli anni ’80 per la cultura e la società di oggi. Rivisita questo decennio cruciale attraverso una raccolta di storie provenienti da tutta Europa che abbracciano i campi dell’arte, della cultura e della politica.
Il punto centrale di tutte le storie di questo libro è il mutevole rapporto tra ideologie, governi e pubblico, i cui effetti sono giunti a plasmare la condizione contemporanea dell’Europa e oltre.

Artisti, scrittori e attivisti rispondono e articolano questi cambiamenti in una miriade di modi: nelle strade, attraverso parole, immagini, oggetti e azioni. Allo stesso tempo, nuove soggettività stanno emergendo sui temi della razza, classe, genere e sessualità, tutte voci che oggi sono quanto mai attuali.

Il libro è divisa in quattro capitoli tematici:
1. Nessuna alternativa? (sulle controculture, forme alternative di auto-organizzazione e arte come attivismo);
2. Conosci i tuoi diritti (sulle libertà civili, sulla crescente coscienza planetaria e sulle nuove ecologie);
3. Processi di identificazione (sulle posizioni anticoloniali e la spinta per l’uguaglianza sessuale e di genere attraverso la cultura);
4. Nuovo ordine (sugli effetti di vasta portata del regime neoliberista e, infine, sul significato dell’anno 1989).

Composto da saggi di recente commissionati da importanti pensatori e da una settantina di studi di casi, tra cui immagini e materiale d’archivio pubblicato per la prima volta, questo lettore offre una lettura inestimabile e alternativa del recente passato.

Un volume ripercorre il modernismo estetico degli anni Sessanta ed il suo rapporto con la controcultura

Hippie Modernism: The Struggle for Utopia” di Andrew Blauvelt e Greg Castillo un costoso e corposo libro edito dalla Walker Art che esamina le intersezioni tra arte, architettura e design con la controcultura degli anni ’60 e dei primi anni ’70.
Il libro accompagna la mostra organizzata per celebrare il famoso mantra di Timothy Leary, “Turn On, Tune In, Drop Out” che ha segnato le rivoluzioni sociali, culturali e professionali del periodo.
Il libro catalogo che accompagna la mostra va però oltre, considerando anche le teorie di architettura radicale ed i movimenti anti-design emersi attraverso l’Europa e il Nord America, nonché la rivoluzione della stampa e le nuove forme di teatro e di politica radicale.
Quando pensiamo agli anni ’60, di solito lo associamo a molti altri movimenti artistici: Pop, Concettualismo, Land Art, Body Art, Minimalismo, ecc.

Il libro intende invece concentrare maggiormente l’attenzione su queste pratiche altamente sperimentali e così facendo aprire nuovi spazi per comprendere il lavoro del periodo che non si adattava alla narrazione canonica.
E’ un libro per appassionati dal costo proibitivo che però analizza a fondo aspetti meno conosciuti di un periodo troppo spesso banalizzato.

Le incredibili infografiche di W. E. Du Bois risalenti al secolo scorso sembrano di oggi

Per la Exposition Universelle del 1900 a Parigi, l’attivista e sociologo afroamericano W. E. Bo Bois – che tra l’altro varrebbe la pena approfondire – decide di creare oltre 60 grafici e mappe che visualizzavano i dati sullo stato della vita delle persone di colori.

Le illustrazioni disegnate a mano sono poi confluite in una mostra dal titolo “American Negroes“, che Du Bois, in collaborazione con Thomas J. Calloway e Booker T. Washington, organizzò per rappresentare il contributo della popolazione nera alla presenza degli Stati Uniti alla fiera mondiale.
Questo era meno di mezzo secolo dopo la fine della schiavitù americana e in un periodo in cui nei giardini zoologici si potevano trovare ancora persone importate da paesi colonizzati.
Le charts di Du Bois (recentemente condivise dal data artist Josh Begley su Twitter) si concentrano sulla Georgia, tracciando le rotte della tratta degli schiavi verso lo stato meridionale, il valore economico di uno schiavo tra il 1875 e il 1889, confrontando le occupazioni dei neri e dei bianchi per effettuare varie analisi.

Polar area visualization of mortality rates by Florence Nightingale, 1857

Guardando le risposte date a Du Bois dai suoi numeri, ma soprattutto pensando all’aspetto grafico, si scopre quanto siano sorprendentemente attuali, quasi anticipatorie rispetto alle linee di Piet Mondrian o le forme intersecanti di Wassily Kandinsky.
Dal punto di vista più dei contenuti i lavori di Du Bois sono in linea con l’innovativa visualizzazione dei dati del XIX secolo, che includeva i diagrammi coxcomb della fantastica infermiera nata a Firenze Florence Nightingale sulle cause della mortalità bellica e sulle analisi dinamiche del colera con le mappe di William Farr.
La Library of Congress ha digitalizzato le immagini di visualizzazione dei dati sopravvissute dalla “Exhibit of American Negroes“, con alcune di queste incredibili infografiche del primo Novecento.

“Hip Hoptimism” è un vademecum per conoscere la storia dell’Hip Hop

Il linguaggio della musica hip hop è l’oggetto di cui si occupa questo bel libro di Zan Barnett dal titolo “Hip Hoptimism“. Attraverso la scelta di una tipografia con soluzioni estreme quali l’utilizzo diffuso di testi in grassetto e scritte a mano, il libro è una guida completa dalla A alla Z con un artista musicale diverso per ogni lettera, da Andre 3000 a Jay Z.

Il testo è accompagnato da illustrazioni creative e inserzioni ad aperture pieghevoli che citano i testi più importanti rendendo la lettura una vera e propria avventura.
Zan Barnett ha ideato e prodotto l’intero progetto appositamente per un seminario universitario che ha tenuto presso la Tyler School of Art di Philadelphia.

Il sito archivio dove sfogliare una delle riviste più belle del mondo

Mindy Seu è una designer ed insegnante residente a Los Angeles che negli anni si è specializzata nel tema dell’archiviazione al tempo del digitale.
Intorno al 2013, Mindy Seu era a San Francisco che stava girovagando nel Mission District quando in uno degli infiniti negozietti in zona si imbatté nel quinto volume di una delle più iconiche e adorate riviste egli anni Sessanta:  Avant Garde, la breve pubblicazione degli anni ’60 di Ralph Ginzburg e Herb Lubalin che ancora oggi mantiene uno status di prodotto editoriale di culto tra i grafici e gli art director di tutto il mondo.
Fu l’inizio di un vero e proprio amore che, n el corso degli anni, ha portato Mindy prima a collezionare l’intera serie della rivista e poi, ad elaborare un piano per digitalizzare tutti i numeri per renderli pubblicamente accessibili online.
Il risultato di questo ottimo lavoro è disponibile oggi per tutti con  avantgarde.110west40th.com, un archivio digitale straordinariamente completo ed esteticamente sfogliabile di ogni numero pubblicato della rivista.
Il sito, che Seu ha lanciato in collaborazione con gli archivi del Lubalin Center nel 2016, consente agli utenti di sfogliare ciascun volume e di scorrere tutte le pagine che sufficientemente nitide da poter essere lette online.
Presenta gli indici di tutti i numeri, un sommario con i collegamenti ipertestuali e una avvincente esperienza di navigazione che possiamo a spingerci a dire, rende questo archivio più organizzato e più piacevole da esplorare rispetto a molti archivi fisici.
Potere di internet, potere della condivisione.

Rolling Stone cambia logo, ma voi la conoscete la sua storia?

Non so se qualcuno di voi si appassiona come me al moto sempre più dinamico che interessa il design delle testate giornalistiche italiane e non, ma stiamo vivendo in un periodo di profondi cambiamenti che svelano un bisogno quanto mai necessario di cambiare pelle, adeguarsi a nuovi ritmi e strumenti da parte della carta stampata, prima ancora che del mondo digitale.
Se negli U.S.A. hanno iniziato questa mutazione alcune delle riviste storiche come il National Geographic e Glamour (qui l’analisi di Designweek) fino ad arrivare all’indipendente per antonomasia, MAD magazine (qui l’analisi di DesignTaxi e Print Magazine), in Inghilterra ha fatto molto rumore il nuovo vestito che si è dato lo storico Guardian (qui l’analisi di Prima Comunicazione).

Anche noi in Italia stiamo assistendo ai nostri scossoni tellurici con il primo e fortunato lavoro fatto su Repubblica (e Robinson) da Angelo Rinaldi e Francesco Franchi (qui l’analisi del Post) e lo sfortunato ma coraggioso tentativo sul Mucchio Selvaggio da parte di Francesca Pignataro (qui le analisi di FrizziFrizzi e Dearwaves) fino a quelli molto meno coraggiosi de La Stampa e Il sole 24 Ore.
Adesso siamo arrivati ad un’altra icona dell’editoria, storicamente indipendente e attenta ai sommovimenti della cultura di massa come da sempre lo è Rolling Stone che dal mese di Luglio cambierà decisamente stile e, a giudicare dall’eco che sta avendo, la cosa ha appassionato più di quanto mi aspettassi.
Se qualcuno si vuole fare un’idea del cambiamento che anche la storica rivista underground americana, nata nel 1967 a San Francisco, ha deciso di affrontare, ecco qua qualche link dove poter approfondire le analisi ed i commenti che sono comparsi un pò dappertutto.

Alcuni ottimi approfondimenti potete leggerli su Design Taxi, storico sito di grafica, design e (oramai ahimè) molto costume, Underconsideration, Eye on Design e la nostra italianissima Rivista Studio che ne entra nel dettaglio dimostrandosi come spesso accade una delle poche realtà attente a questi aspetti.

Ma prima di vedere in cosa consiste questa rivoluzione, forse a qualcuno interessa anche sapere come nasce il famoso logo tipografico di Rolling Stone e che percorso ha avuto prima di giungere a quest’ultima mutazione targata 2018.
Il primo direttore artistico, Robert Kingsbury, che in realtà era uno scultore e non un designer, chiese nel 1967 al grande artista psichedelico Rick Griffin di disegnare il logo. Griffin mandò una bozza realizzata a matita per l’approvazione e questa bozza divenne immediatamente lo storico logo utilizzato poi per diversi anni.

Rick Griffin
Rolling Stone, n.1, 1967

La versione che tutti noi conosciamo venne invece presentata a metà degli anni Settanta dal grande type designer Jim Parkinson a Roger Black che, dopo Salisbury e Tony Lane era subentrato nel ruolo di art director della rivista.
Parkinson ha alterato il design di Griffin pur mantenendone il DNA artigiano e manuale, modificando le maiuscole in minuscole ed eliminando i cosiddetti swash.

Oggi, per la prima volta dopo decenni, il logo di Rolling Stone non avrà più la sua storica tridimensionalità che è stata così tanto importante nel rendere unico questo marchio, forse anche più della stessa forma del lettering.
Questa nuova linea – disegnata ancora da Parkinson – riesce a mantenere viva la tradizione ma, al contempo, getta un ponte nella contemporaneità che sembra sempre più voler eliminare tutto ciò che è superfluo.

www.underconsideration.com

“Editorial Magazine” è una rivista su ciò che oggi si definisce interessante ma assurdo

Editorial Magazine” è una pubblicazione indipendente di arte e moda che esce trimestralmente a Montreal, in Canada.
Claire Milbrath è la fondatrice della rivista che ad ogni numero riesce ad inventarsi qualcosa di nuovo e questo vale anche per il diciottesimo numero appena uscito.

I temi affrontati da “Editorial Magazine” sono sempre originali e affascinanti come l’approfondimento del concetto di masthead, un formato innovativo di grandi dimensioni (970×250 px), collocato tra la testata di un sito sito e il corpo della pagina.
Inoltre per questo numero Maya Fuhr e Talvi Faustmann hanno lanciato un servizio di moda ispirato alle donne più famose del cosiddetto televangelismo, un fenomeno assurdo e allo stesso tempo oramai diffusosi in tutto il mondo.; l’apice della religione, del glamour e dell’avidità si sono uniti per formare un immane miscuglio.
Di questo e di molto altro si legge su “Editorial Magazine“..

E’ arrivato “Tatanka” ed è qui per restarci a lungo

Tatanka” è un periodico indipendente che racconta i principali fatti di attualità nazionale e internazionale.
E’ un supporto mnemonico, un racconto per immagini e un rovesciamento del tradizionale sistema di informazione dove le notizie vengono guardate prima di essere lette.
E’ un diario, dove gli illustratori fermano sulla carta quello che succede nel mondo.
“Tatanka” esce ogni due mesi e ospita 10 notizie, 10 illustratori, 10 manifesti, 24 pagine, 3 colori e 6 fogli sparsi.
“Tatanka” è bello, è fresco come l’aria che entra dalle finestre nei giorni di afa e si fa sfogliare davvero volentieri.

“Jezga” è un magazine sulla nascente scena artistica e creativa della Lettonia

Da quando la Lettonia è uscita dall’Unione Sovietica nel 1991, questo piccolo Stato è cresciuto e si è sviluppato, dimostrando una ricchezza e molte nuove energie che sta sprigionando in diverse forme d’arte. Questa indipendenza relativamente nuova ha portato una diffusa creatività che il nuovo magazine “Jezga” vuole esplorare per definire quella che è una vera e propria nuova identità nazionale che la Lettonia si sta ricavando attraverso l’arte.

L’obiettivo di questo ennesimo nuovo magazine è quello di mostrare il lavoro di pittori, illustratori, fotografi, stilisti, musicisti, attori e molti altri, con l’aiuto di un approccio grafico ed estetico innovativo e molto vicino al mondo del design.
Tutte queste nuove ed originali voci che nascono dalla cultura lettone portano a galla una prospettiva del tutto nuova e diversa che deve ancora essere vista e ascoltata.
Questa massa di idee e creatività è senz’altro una fonte di ispirazione positiva per chiunque voglia alimentare il proprio lato artistico o semplicemente per coloro che amano le arti visive.

Gli schizzi disegnati diventano vere e proprie opere d’arte in questo libro di Mike Perry

Hand Job : A Catalog of Type” di Mike Perry è una gioia da guardare, è un librone bello grosso pieno zeppo di scarabocchi grafici e piccole opere d’arte di design dalla copertina fino all’ultima pagina.
Il design del libro dà proprio la sensazione di aver raccolto un mondo di sketch solo per scoprire che molti designer / artisti / tipografi hanno lasciato i loro pensieri amorevolmente disegnati su fogli occasionali.
È davvero fantastico e stimolante guardare un libro del genere dove ci sono molte illustrazioni intrecciate tra lettere disegnate a mano, ci sono disegni di invito, di poster, disegni di CD tutti creati rigorosamente a mano. Alcuni dei pezzi presentati sono vere e proprie opere d’arte e mostrano davvero cosa si può ottenere con un pezzo di carta, una penna e un po ‘di immaginazione.
L’uso dell’umorismo nei disegni è forte e chiaro in tutto il volume, con molti piccoli personaggi, frasi divertenti e detti illustrati.
È un vero sollievo vedere che esiste ancora qualcuno nel mondo che da peso e importanza a questi aspetti del dietro le quinte, a questo tipo di lavoro di progettazione, in un’industria del design dominata sempre più dalla grafica perfetta e rigorosa, dalla tipografia lineare e dalle immagini digitali con tutto il freddo che portano con se.
All’interno del libro troverete disegni di un sacco di gente come: Andy Beack, Kate Bingman, Dan Black, Deanne Cheuk, Damien Correll, Jeremy Dean, Demo Design, Dan Funderburgh, Gluekit, Mario Hugo, Impero umano, Adrian Johnson, Jim  the illustrator, Lifelong Friendship Society, Kevin Lyons, Stefan Marx, Geoff McFetridge, Garrett Morin, National Forest, AJ Purdy, Luke Ramsey, Andy Rementer, Sagmeister Inc., Andy Smith, Todd St. John, Strange Attractors, e molti altri!

Hypebeast riporta in auge gli anni ’90 anche nella grafica editoriale

Continuando a scavare dietro le storie che compongono il panorama creativo di oggi, Hypebeast esplora le ultime tendenze attraverso le lenti di ingrandimento di un team esperto e oramai di primissimo livello.
Pensieri, interviste e guide fanno da anni di Hypebeast un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la moda e più in generale le tendenze estetiche di tutto il mondo.
Oltre al sito, aggiornatissimo e ricchissimo, seguo le scelte del team che cura il magazine arrivato al numero 21.

Hypebeast – numero 21

“Hypebeast 20 – The X Issue” è quindi un’uscita precedente che però mi piace riscoprire per il design editoriale creato dallo studio Hybrid Design.
I designer dietro questo bellissimo progetto sono un vero e proprio super team: Carl-Hampus Vallin, Patchara Charoensiri, Frédérique Gravier, Olivia Ward, Dave Weber.
A mio avviso una delle cose più interessanti di questo progetto sono i rimandi visuali, gli elementi grafici tipici degli anni ’90 e il l’aspetto totalmente decostruito della grafica dell’intero numero. Dal mix del layout editoriale composto da elementi molto classici fino agli elementi tipografici ed al modo in cui le immagini sono state disposte sulla pagina.
Questo progetto mi fa venire il dubbio se, come da più parti sento dire, anche nel mondo della grafica editoriale, gli anni ’90 stiano tornando attuali visto che anche altri progetti condividono la stessa estetica e soprattutto la miriade di film in arrivo che saranno ambientati in quel decennio.
Date un’occhiata..

Un libro ricostruisce la storia di uno dei locali di Londra più famosi al mondo

Il 100 Club, lanciato nel 1942 come Feldman Swing Club, era frequentato durante la seconda guerra mondiale dai militari e dalle stelle del jazz come BB King e Muddy Waters negli anni ’50, ma è stato negli anni ’70 quando che è diventato un luogo storico e di culto per la scena punk ospitando il “The 100 Club Punk Special”, un evento che comprendeva band quali Sex Pistols, Siouxsie e Banshees, The Clash, Buzzcocks e The Damned, praticamente il punk e tutto la cultura underground che esso stava lanciando nel mondo.

Per celebrare questo leggendario club Fred Perry e Ditto pubblicano adesso un libro di storie e aneddoti sulla sua storia lunga 75 anni. Dai musicisti che hanno suonato lì alle persone dello staff del bar fino ai clienti che hanno servito.. ogni storia è una storia unica che aggiunge pagine alla leggenda ed al mito di questo club.
Tuttavia non erano solo le band la forza di questo locale indipendente, ma anche e soprattutto le tribù di fan che stavano scoprendo il punk e l’intera cultura underground che esso trascinava con se.
La copertina bianca serigrafata in viola, le carte interne colorate e gli inchiostri speciali utilizzati , uniti alle fotografie di artisti come Elaine Constantine, rendono questo volume un opera ricercatissima come si conviene per una delle istituzioni più amate del Regno Unito.

Un diario, ma non nel senso tradizionale del termine

“World Problem Solution Book” è un diario, ma non nel senso tradizionale del termine. Prodotto in due anni, il libro è una visualizzazione di momenti sporadici, conversazioni e memorie scritte dell’illustratore Chris Harnan.
È una rappresentazione grafica di un periodo di tempo nella sua vita modificato infinite volte in base agli accadimenti che si susseguono incessantemente nel tempo.
Stampato su Risograph a quattro colori in 176 pagine, i disegni del “World Problem Solution Book”, pubblicato da Studio Operative, sono un continuo susseguirsi di novità stilistiche e grafiche sebbene il libro presenti sempre gli stessi personaggi creati attraverso linee rette generate al computer che sono uno dei suoi aspetti caratteristici.
Sia che si tratti di alcune semplici righe di testo su una pagina o di uno stile minimale o ancora di un fumetto, tutto è stato realizzato in reazione alle cose che stavano accadendo nella vita di Chris.
Chris ora vive nel sud di Londra. Lavora part-time in uno studio di architettura, un lavoro che gli offre la libertà di scegliere i progetti sui quali lavorare e fra questi, ecco questo diario, ma non nel senso tradizionale del termine.

Un progetto di riconversione grafica adattato ai poster razzisti dei campus universitari

Le settimane successive alle elezioni presidenziali del 2016 hanno visto un aumento senza precedenti di incitamento all’odio, crimini d’odio, atti vandalici e violenze contro le minoranze e le persone di colore. Secondo le statistiche dell’FBI, il giorno successivo alle elezioni si è registrato un aumento del 127% nel numero di crimini segnalati e tale numero ha continuato a crescere nei mesi successivi. Come se Trump avesse scoperchiato un vaso di Pandora di nazionalismo bianco che demonizza e attacca in un vortice di negatività che ancora oggi è vivo e vegeto.
Sempre più spesso i cosiddetti hate groups si stanno infiltrando nei campus universitari basti pensare che nel febbraio 2017 alla Kutztown University, nelle zone rurali della Pennsylvania, i manifesti di reclutamento dei suprematisti bianchi hanno invaso l’intero campus.

Sebbene l’Università abbia denunciato pubblicamente questi gruppi ed i loro messaggi razzisti e violenti, Vicki Meloney, professore associato del dipartimento di design della comunicazione, si è sentita in dovere di fare di più.
Ha inviato velocemente una mail ai suoi studenti aprendo una call per chiunque trovasse uno dei poster e lo trasformasse in qualcosa di bello trasformando un messaggio di odio in un messaggio di bellezza.
L’e-mail è arrivata ai social media ed in 24 ore il post ha ricevuto più di 20.000 “likes” con circa 2.000 commenti tutti di sostegno all’iniziativa.
La risposta è stata così grande che la sua casella di posta elettronica è stata inondata di richieste da parte di organizzazioni locali e nazionali che volevano saperne di più sulla sua offerta agli studenti. Quasi tutti quelli che hanno commentato volevano vedere ciò che gli studenti avevano creato.

Il workshop è stato organizzato rapidamente e senza finanziamenti riunendo materiali e attrezzature a disposizione e utilizzando inchiostro, carta, kit per timbri e pennelli.
E’ stato un modo per affrontare la crescente ed odiosa retorica della destra del campus e la loro esibizione pubblica di poster suprematisti.
Così è nato il progetto Replace-the-Hate, uno sforzo guidato da specialisti del design per costruire legami comunitari, rinunciare all’odio e apprezzare invece la diversità attraverso espressioni creative e eventi artistici comunitari.
Il potere dell’arte e del design nelle mani delle persone è stato utilizzato per promuovere il cambiamento, rinunciare all’odio e rafforzare un ambiente di inclusione.

Prima di aprire il proprio studio grafico, Tony realizza il proprio libro di memorie grafiche

Severn è uno studio grafico inglese, situato in un piccolo paese che se ne sta indisturbato nel mezzo fra Liverpool e Birmingham, diciamo non proprio il massimo in termini di panorama ed estetica del paesaggio.
Ve ne parlo perché il team di Severn ha da poco realizzato il volume dal titolo “Ten Yrs Ltr” e a me personalmente è piaciuto molto.

Il libro è una sorta di flashback su quello che può significare diventare grande professionalmente parlando ed è stato ideato e realizzato da Tony Clarkson che in queste pagine racconta come ha vissuto i suoi anni precedenti di lavoro nel mondo della progettazione grafica e del design editoriale lavorando per una agenzia.

Questo libro è dunque una celebrazione del fatto che Tony, ad un certo punto della sua vita, ha deciso di cambiare e di lasciare ciò che oramai avvertiva come banale e privo di stimoli verso un futuro ignoto e pieno di punti interrogativi.
Da qui è nata l’idea della creazione di un proprio studio grafico.
Il lavoro successivo è stato quello di cercare ogni dettaglio, lavoro, bozze e appunti del suo lavoro precedente che per lui valesse ancora qualcosa.
Il risultato di questa retrospettiva affettuosa e forse un pò anche malinconica è il libro chiamato Ten Yrs Ltr. Un volume di 100 pagine, ricco di riferimenti al lavoro e agli eventi degli ultimi dieci anni di Tony Clarkson.
Si può dire che queste pagine veicolano un messaggio, quello cioè di andare sempre avanti e di guardare indietro solo quando si cerca un incentivo per continuare a crescere.

I fumetti e Star Wars visti attraverso una deliziosa serie di infografiche ultra pop

Tim Leong è stato il direttore del Digital Design di Wired Magazine, poi il Design Director di Fortune Magazine e adesso il direttore reativo di Entertainment Weekly Magazine dove si occupa di supervisionare la grafica, le copertine ed il design.
Dal 2013-2015 ha fatto parte del Consiglio di amministrazione della Society of Publication Designers di cui è Presidente del 2016.
Amante dell’arte infografica e dei dati, cerca di unire il suo mestiere di grafico e desingner creando visualizzazioni molto pop.
Parlo di lui perché oggi presentiamo due dei suoi lavori…

Tim Leong

Il mio primo è il libro dal titolo “Super Graphic: A Visual Guide to the Comic Book Universe” che è stato nominato addirittura il miglior libro del dell’anno di arte e design da Amazon.
In questo corposo volume il mondo dei comincs viene descritto ed analizzato attraverso una raccolta di grafici a torta, grafici a barre, timeline, grafici a dispersione e altro ancora. “Super Graphic” offre così ai lettori uno sguardo nuovo ed originale sulle trame intricate che si intrecciano nei fumetti illuminando il lettore sui dati anagrafici di lettori della DC Comics..

Oltre al volume sui comics Leong ha da poco prodotto una seconda delizia dal titolo “Star Wars Super Graphic“, una guida visiva di Star Wars che è sia un prodotto per piccoli fans, sia un’utile guida informativa per gli appassionati più grandi.
Anche in questo caso si passa con naturalezza da un diagramma di Venn sulle idiosincrasie di Yoda a un organigramma dell’Impero fino ad un grafico a linee delle decisioni gestionali di Grand Moff Tarkin.

“Buffallo” di Ben Duvall gioca con i segni per creare un libro unico ed enigmatico

“Buffalo” di Ben Duvall più che un prodotto editoriale è una visione estrema, artistica e poetica nel suo leggere la realtà attraverso formule e segni.
Nei  suoi lavori Ben Duvall  sviluppa da sempre pratiche basate sull’etetca del web e dell’informatica ricercando continuamente legami o correlazioni con il mondo della stampa.
Ben distorce l’utilizzo della parola e dell’immagine rendendola sempre meno leggibile e favorendo in questo modo la convergenza di questi due elementi in un unico metodo e linguaggio comunicativo che si presenta come del tutto nuovo e originale.
Il libro utilizza infatti un linguaggio visivo fatto di codici informatici resi in forma poetica su enormi pagine rettangolari.
Il testo si evidenzia attraverso diagonali e matrici in cui ogni minimo cambiamento di formattazione cerca di contribuire allo sforzo di decifrare e comprendere il tema scelto.
Capisco che leggere queste frasi possa sembrare assurdo e incomprensibile ma la sensibilità stilistica di Duvall crea un oggetto a mio avviso carico di poesia. Il libro è rilegato in un elegante cartoncino marrone in cui è stampato il titolo e il nome dell’autore tramite semplici stencil di colore nero. La complessità di questo lavoro, si capisce bene anche da queste scelte tipografiche, non sta nella forma, ma bensì nel contenuto.
Queste 18 pagine stampate in sole 75 copie con il risograph dimostrano una volta di più l’estrema flessibilità del prodotto libro che non risente affatto del tempo che passa ma anzi si permea alla contemporaneità come forse niente altro è in grado di fare.

L’amore per i loghi vintage e la loro classificazione può dare risultati eccezionali

Reagan Ray è un ragazzo con i capeli lunghi, nativo del Texas, che insieme a Trent Walton e Dave Rupert lavora nello studio di grafica e design Paravel a Austin.
Il suo lavoro lo ha portato a collaborare con brand quali Microsoft, Wired, Typofonderie e altri ma non lo ha mai allontanato dalla sua passione per i loghi soprattutto dal forte sapore vintage ed old style.
Attraverso il suo blog personale è infatti di questo che discute presentando sempre più spesso collezioni di loghi e non solo, suddivisi per tipologia riuscendo così a creare un vero e proprio archivio di eccezionali grafiche anche e soprattutto del passato.
Dando un’occhiata alle sue ultime pubblicazioni mi sono imbattuto in un sacco di materiale fra cui mi pare il minimo citare la raccolta di VHS del terrore parte 1 e 2, quella delle etichette di abbigliamento in stile Far West, dei loghi delle ferrovie statali americane e quella dei loghi delle case di distribuzione di VHS.

Railway Logos
Railway Logos

Quest’ultima riporta un gran numero dei loghi di società che vengono stampati sul retro e sul dorso della confezione del VHS ma si tratta di un numero così alto che secondo Reagan se ne possono contare oltre 2.000.
Alcune di queste società sono ancora attive anche se credo non si occupino più di film in VHS..

VHS Distributor Logos
VHS Distributor Logos

Devo però ammettere che la lista che più mi ha impressionato e affascinato è senz’altro quella relativa ai loghi delle etichette discografiche che trovo davvero splendida e ricca di spunti creativi e originalità. In questo caso si tratta davvero di un lavoro abnorme tenuto conto che le stesse etichette potevano cambiare logo anche da Stato a Stato e sono soggette ad un’attività incessante di rebranding.
Quindi quesllo di Reagan non si tratta di un lavoro esaustivo, ma che comunque rende assai bene la sconfinata quantità di materiale che esiste sul tema e fa intravedere la bellezza che potrebbe scaturire da un lavoro davvero scientifico di ricerca e di archivio.

Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos

La storia del Poster Workshop, il luogo mitologico dove si stampavano i poster della ribellione inglese

Poster Workshop 1968-1971” è un libro di Sam Lord, Peter Dukes, Jo Robinson e Sarah Wilson con una prefazione di Jess Baines.
“Poster Workshop 1968-1971” è un pezzo di storia che tutti gli amanti dell’editoria, della grafica e della storia di queste due materie devono assolutamente conoscere.
“Poster Workshop 1968-1971” è il resoconto storico e grafico di una leggenda che ancora oggi risuona in tutta l’Inghilterra.
“Poster Workshop 1968-1971” è la dimostrazione che la passione e gli ideali hanno un loro peso specifico e che è grazie ad essi che la società può andare  avanti e migliorare le nostre vite.

Dal 1968 al 1971, chiunque poteva entrare nel seminterrato di Camden Town e commissionare un poster al gruppo di stampatori denominato “Poster Workshop 1968-1971”. I lavoratori in sciopero, i gruppi per i diritti civili ed i movimenti di liberazione di tutto il mondo si affidavano a questo gruppo ispirato all’Atelier Populaire attivo a Parigi durante il famoso Maggio 1968 per realizzare rapidamente i poster necessari alle manifestazioni sui temi caldi del periodo come Vietnam, Irlanda del Nord, Sud Africa, alloggi, diritti dei lavoratori e rivoluzione.
Il laboratorio di poster esisteva in un momento eccezionale. Ha prosperato sull’energia generata dalla convinzione che enormi cambiamenti fossero possibili, attraverso movimenti per l’uguaglianza, i diritti civili, la libertà e la rivoluzione. Era un’espressione di quel tempo – di eccitazione, cambiamento e speranza.
Questo libro è il terzo dopo “Eyeball Cards” e “UFO Drawings From The National Archives” della serie Irregulars sugli aspetti della moderna storia visiva britannica e riproduce tutti i manifesti prodotti dal Poster Workshop  offrendo una prospettiva unica e utilissima sui principali problemi politici degli anni Sessanta e Settanta in Gran Bretagna.

La storia narra che all’inizio del 1968, dopo aver lasciato la Bath Academy of Art, Sam Lord costruì un tavolo per serigrafia nella cucina di un appartamento che condivideva al 51 Moorhouse Rd, Notting Hill Gate, Londra. Proprio su quel tavolo furono stampati i manifesti, alcuni con l’assistenza di Peter Dukes, Dick Pountain e Jean Loup Msika, un tunisino francese espulso dalla Francia a causa del suo coinvolgimento con l’Atelier Populaire e gli eventi del Maggio francese. Espulsione revocata l’anno successivo a seguito di una campagna sostenuta da Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir.
Non esisteva un costo fisso per la stampa dei poster, l’idea era che i gruppi pagassero ciò che ritenevano di potersi permettere.
Le condizioni nel seminterrato – composto da solo due stanze senza riscaldamento – erano del tutto disastrose. La maggior parte dei solventi e dei prodotti per la pulizia emanavano fumi tossici, oltre ad essere combustibili. La maggior parte del lavoro veniva svolto in una stanza, mentre nell’altra erano appesi i poster ad asciugare.

Si tratta come averete senz’altro intuito di una storia leggendaria, per alcuni versi eroica, in cui un gruppo di persone per sostenere non solo i propri ideali ma anche di supportare tutti i gruppi organizzati in favore dei più deboli e di chi non ha diritti, ha messo sul piatto energia, forza, risorse e tanta, tanta passione.
Io sono innamorato del “Poster Workshop 1968-1971”.

Lester Beall ha portato le avanguardie europee nella grafica a stelle e strisce

Lester Beall è un uomo speciale con un background che risente molto del suo amore per la tecnologia. Cresciuto giocando con le radio ed i transistor, si laurea però con un dottorato di ricerca in Storia dell’arte a dimostrazione che la sua è una mente totalmente orizzontale ed onnivora. Gli anni successivi alla laurea gli lo avvicinano ai movimenti artistici europei in fatti si innamora soprattutto del Surrealismo, del Costruttivismo e del Dadaismo.
Il suo lavoro di pubblicitario e grafico si è rapidamente fatto spazio nel panorama internazionale con un picco di produttività e notorietà arrivato negli anni Trenta e Quaranta.
Il suo lavoro si distingue dal resto della produzione contemporanea per una visione del tutto nuova del rapporto fra grafica e tipografia, per le soluzioni tecniche adottate fra cui rivestono massima importanza il fotomontaggio, il collage ed il cut-out, una particolare tecnica da lui sperimentata fino all’estremo, che consiste nell’eliminare i colori – desaturare – di una fotografia lasciando però alcuni particolari nel loro colore originale.


Questi suoi particolari studi lo rendono il pioniere della sperimentazione grafica americana ed il primo artista commerciale americano ad essere omaggiato con una mostra personale al MoMA di New York.
Il suo lavoro compare su diverse riviste di cui cura la composizione grafica tra cui “Fortune”, “Chicago Tribune” e “Scope”.
Il suo uso chiaro e conciso della tipografia, l’utilizzo sfrontato dei colori primari, delle frecce e delle linee compongono il suo stile grafico che è diventato con gli anni unico ed immediatamente riconoscibile.

Per finire mi piace – immagino ve ne siate accorti – segnalare un bel libretto di Nicole Mcquade, una designer freelance, illustratrice e co-fondatrice dello studio The McQuades. Fra i suoi lavori ho scovato il volume “Lester Beall Catalog”, un piccolo gioiellino che analizza il lavoro proprio di Lester Beall e che sto cercando disperatamente di avere…

Un saluto a Bill Gold, maestro di grafica e poster del mondo del cinema

Che cosa hanno in comune i film Arancia meccanica, Casablanca, Barbarella, e L’esorcista? La risposta la trovate in un nome: Bill Gold.
Con una produzione sconfinata, lunga più di sette decenni e 2.000 poster, Bill Gold è stato l’uomo nascosto dietro ad alcuni dei più accattivanti e conosciuti manifesti di film che rimangono ancora oggi opere d’arte iconiche.
Ha collaborato con alcuni dei più grandi registi di sempre (Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick e Federico Fellini) ma è particolarmente noto il suo rapporto con Clint Eastwood: ha fatto le locandine di almeno 30 film da lui diretti o interpretati.

 

Nato il 3 gennaio 1921 a Brooklyn, New York. Dopo essersi diplomato alla Samuel J. Tilden High School, ha studiato illustrazione e design al Pratt Institute di New York. Ha quindi iniziato la sua lunghissima carriera di designer nel 1941 alla Warner Bros diventandone direttore del poster design nel 1947.
Nel 1962, Bill Gold crea Bill Gold Advertising a New York City e da li continua la sua attività realizzando poster epocali e stringendo un’intenso rapporto di amicizia con Clint Eastwood di cui produce tutti i poster.
Del 2011 è l’edizione uscita per Reelartpress del volume “Bill Gold Posterworks“, una curatissima retrospettiva che ne sancisce il suo essere una pietra miliare della poster art e del cinema.
il 20 Maggio scorso è morto ma possiamo dire che i suoi lavori restano e resteranno icone di oggi, di ieri e di domani.

 

L’ultimo numero della rivista Slanted esplora la scena creativa a Tokyo

Slanted Publishers è una casa editrice indipendente che immagino gli appassionati di editoria e di magazine indipendenti già conosceranno molto bene.

Fondata nel 2014 da Lars Harmsen e Julia Kahl, pubblica la pluripremiata rivista Slanted che analizza il design e la cultura internazionale con 2 uscite annuali.
Inoltre, è da segnalare la quotidiana attività del blog che segnala eventi, magazine e tanto altro e che funge da vera e propria guida per gli appassionati.
Slanted Publishers è anche editore e redattore di progetti interessantissimi come Yearbook of Type, i calendari Typodarium e Photodarium, lo studio tipografico indipendente VolcanoType e altri progetti e pubblicazioni legati al design.     L’ultimo numero – il 31 – di Slanted Magazine è ispirato alla città di Tokyo, in seguito alla visita del team editoriale della rivista proprio nella capitale del Sol Levante dove sono state fatte interviste con i creativi giapponesi come Shin Akiyama, ad aziende tipo la Dainippon, ed a Studi di design Hitomi Sago, Ian Lynam Design e Yosuke Yamaguchi.
Oltre alla normale copia disponibile su slanted.de, è possibile acquistare un’edizione speciale limitata accompagnata da un opuscolo illustrato stampato su risograph.

Sto cercando di capire il perché impazzisco per i celebrity pattern di My metal Hand

Gainesville è una città degli Stati Uniti, capoluogo della Contea di Alachua, nello Stato della Florida e proprio qui lavora Jeff T. Owens, da alcuni conosciuto come JTO, mentre dai più come My  Metal Hand.
Il lavoro di Jeff può tranquillamente rientrare nel grande universo del pop graphic, quell’universo grafico popolato – soprattutto negli U.S.A. – da illustratori e creatività che traggono le loro maggiori idee dal mondo della musica, della TV e più in genere dello star system.
Anche Jeff rende l’immancabile tributo stilistico a colui che forse per primo ha davvero capito la bellezza che si può nascondere dietro ad un ritratto di Bob Dylan o di qualsiasi altra star, quel Robert Crumb che davvero si può dire che ha dato inizio al tutto.
Da qui però inizia il mistero per cui, da giorni, non riesco a stare senza dare una sbirciata a quelli che lo stesso Jeff definisce i suoi Celebrity Patterns, una raccolta ancora in corso d’opera di suoi lavori che, partendo dal lavoro su un personaggio celebre, arriva ad uno sfondo moltiplicato e simmetrico che i miei occhi non riescono a non ammirare.

 

Emory Douglas è colui che inventò la grafica delle Pantere Nere

Letterform Archive è il centro per l’ispirazione, l’istruzione, l’editoria e la comunità che è stato fondato senza scopo di lucro da Rob Saunders, un collezionista di di libri e riviste da oltre 40 anni. L’obiettivo del centro è quello di condividere la sua collezione privata con il pubblico e offrire l’accesso a una strabiliante collezione contente oltre 40.000 articoli relativi a lettering, tipografia, calligrafia e progettazione grafica.
Perché ve ne parlo proprio oggi? Perché LA ha da pochissimi giorni acquisito ben 121 numeri del magazine “The Black Panther” che risalgono al suo periodo seminale tra il 1967-72, insieme a poster e grafiche di Emory Douglas.
“Riconosciuto nel partito delle Black Panthers per il suo uso impavido e potente del graphic design come strumento di lotta per i diritti civili e contro il razzismo, Douglas è una figura di spicco nel mondo degli artisti che rivendicano i diritti delle minoranze attraverso l’arte.

Come artista rivoluzionario e ministro della cultura per le Black Panthers dal 1967 all’inizio degli anni ’80, Douglas e i suoi compagni di partito hanno subito atti di sabotaggio da parte dell’FBI. Secondo un rapporto del Congresso, quegli atti includevano saccheggi di uffici e  distruzione di giornali che contenevano articoli sulla controversa figura di Douglas.
Cosa doveva temere il governo dal lavoro di Douglas? La sua innata capacità di provocare un risveglio nelle persone più deboli.
Douglas usava i materiali che poteva racimolare come i pennarelli e poco altro con quel poco riuscì a lanciare il giornale ufficiale dl movimento giustamente intitolato “The Black Panther”.
Per Douglas, quello con il Black Panther Party fu solo l’inizio di una carriera basata sulla convinzione che l’arte debba servire per le cause sociali. Negli anni ha continuato i suoi attacchi contro il potere, il razzismo, l’avidità e il sistema carcerario.
Nel 2015 Douglas ha ricevuto una medaglia AIGA. L’organizzazione lo ha riconosciuto per “il suo uso senza paura e potente della progettazione grafica nella lotta per i diritti civili“.

Esiste un libro dove sono raccolti gli annunci della più bella rivista degli anni Sessanta in California

Il “San Francisco Oracle” era un giornale controculturale pubblicato nel quartiere epicentro della rivoluzione psichedelica degli anni Sessanta californiani, quell’Haight Ashbury in cui tutte le principali novità anche in campo grafico ed editoriale avvennero tra il 1966 ed il 1968. Proprio in questo periodo di tempo uscì infatti questo meraviglioso prodotto editoriale, forse l’apice di gran parte dei prodotti a stampa della cosiddetta underground press e vera summa dell’inconografia psichedelica del periodo.
Nei 12 numeri che uscirono si trovava un mix esplosivo di poesia, spiritualità, saggistica e musica e soprattutto si sperimentarono alcune delle prime tecniche di stampa con effetti di inchiostrazione arcobaleno allora davvero rivoluzionari.
La raccolta dei 5 volumi dal titolo “Where to Score” è veramente interessanti per gli appassionati perché riporta ed approfondisce un aspetto davvero particolare e rivelatore dello spirito del periodo e cioè la sezione degli annunci.
Proprio lì infatti si trovano quelle che erano le richieste e le offerte che circolavano in città nel circuito alternativo: richiesti di batteristi, di falegnami insieme ai negozi di abbigliamento e alle disperate inserzioni dei genitori che cercano i propri figli scappati di casa.
Nel mezzo di questo vero e proprio materiale da antropologia culturale ecco spuntare anche alcune vere e proprie chicche come quella del poeta Michael McClure ha bisogno di un’arpa e la Sexual Freedom League è affamata di reclute.
“Where to Score” è quindi una collezione tascabile di annunci a cura di Jordan Stein e Jason Fulforddel “San Francisco Oracle” classificati e suddivisi in base alle tematiche e pubblicati in un volume stampato in cinque diversi diverse copertine colorate, con diversi nomi sulla spina dorsale, ma con i medesimi contenuti all’interno.

 

Un libro dedicato alla serie originale di emoji disegnata nel 1999

Nel 2016 il Museum of Modern Art di New York ha fatto scalpore dopo aver acquisito l’originale serie di 176 emojiper la sua collezione permanente. Si tratta di piccoli disegni riportanti volti, oggetti e luoghi, ciascuno illustrato su una griglia di 12×12 pixel, raggruppati e disposti ordinatamente. A vederli adesso traspare il tempo passato e la rozzezza del risultato ma, allo stesso tempo, anche la loro familiarità con il nostro mondo.

Progettato dal giovane artista Shigetaka Kurita, a soli 25 anni, fu rilasciato nel 1999 dalla società di telecomunicazioni giapponese NTT DOCOMO.
Ora l’editore indipendenti Standards Manual, che amo da quando vi parlai di quest’altro progettolancia il primo libro interamente dedicato alle emoji originali insieme ad una vera nuova tastiera per smartphone che ripropone proprio gli originali di Kurita.
Semplicemente intitolato “Emoji”, il libro studia e onora la creazione di Kurita e DOCOMO cercando di mettere in evidenza quello che è stato, ed è tutt’ora l’enorme e sottovalutato impatto sul mondo della comunicazione fra individui che le cosiddette faccine hanno avuto.
In una vecchia intervista lo stesso Kurita spiega come la maggior influenza sulla sua invenzione sia stato il pittogramma, usati come segnali in molti luoghi del Giappone mentre il secondo riferimento è l’arte giapponese dei Manga che usa la grafica per esprimere emozioni. Infine, ma non per importanza, le riviste giapponesi e i dettagli sparsi qua e la nelle loro pagine.
Il progetto può essere sostenuto e realizzato attraverso la piattaforma Kickstarterquindi, se pensate ne valga la pena, fatevi avanti. 🙂

Un nuovo magazine con molto giallo in formato quotidiano tutto dedicato alla Grande Mela

Il designer e art director Richard Turley, già conosciuto anni fa per i suoi video spot su MTV ha deciso di creare un suo nuovo progetto dal titolo “Civilization”.
L’idea nasce innanzitutto dal ricordo dello stesso Turley dell’emozione che lo pervadeva ogni qual volta si trovava in un negozio di fronte al muro dei magazine ed all’eccitazione provata durante la scelta di quelli da acquistare e delle novità da spulciare.
Proprio grazie a questo suo fanatismo da rivista cartacea, Turley ha deciso di dare via ad un proprio progetto editoriale. La decisione di riaccendere questo sentimento creando la propria pubblicazione è stata anche parzialmente influenzata dal lavoro che Richard ha fatto con un gruppo di studenti che spesso e volentieri si lamentavano della tristezza e dello stile superato dei loro media di riferimento. Avevano voglia di qualcosa di tangibile e permanente. Queste due esperienze simultanee hanno spinto Turley a dare il via a “Civilization” un classico giornale su New York e su com’è vivere in questa città.
Civilization è co-edito da Lucas Mascetello e Mia Kerin, due amici e colleghi di Turley che descrivono il progeto “Civilization” come una sorta di autobiografia, un diario di bordo della loro vita nella Grande Mela, attraverso il loro lavoro quotidiano, gli incontri, i locali e le persone che vi enrano ed escono continuamente. Accanto alle parole e alle immagini di Richard, Lucas e Mia sono gli autori o i committenti di numerosi contributi.
Oltre all’immancabile colonna di recensioni e segnalazioni musicali di Bráulio Amado il lavoro presenta opere di Bertie Brandes, Babak Radboy ed Emily Segal.
Grande formato, colore giallo su sfondo bianco, ampio utilizzo di grafica e impaginazione dal taglio classico da newspaper, ecco “Civilization”,

Un libro raccoglie i poster punk dell’Est Europa dei primi anni Ottanta

Mentre assistiamo in questi giorni e mesi ad un prepotente assalto delle politiche di una destra pericolosa e prepotente in Polonia ed in Ungheria, è interessante notare come invece circa 30 anni fa questi stati furono dei veri e propri laboratori vivaci e scoppiettanti dove nacque e si sviluppò il movimento punk.
Le band punk e new wave erano moltissime ed alla costante ricerca di visibilità, pur volevano mantenere il loro status di fenomeni underground. Proprio in questa scena sono stati creati poster che con il tempo hanno preso il nome di  antiplakas.


Si tratta di un fenomeno visivo, di un vero e proprio stile grafico che rappresentava anche e soprattutto un codice di comportamento per chi si riconosceva un’estetica della cultura giovanile chiamata Kádár.
Questi poster ebbero una vita brevissima prima che venissero strappati e cancellati eppure hanno funzionato in quello che era il loro scopo principale: comunicare la via e gli spostamenti dei concerti e delle band del periodo.
“Golden Age of Hell” è un enorme libro eccezionale realizzato da due collezionisti György Szabó e Tamás Szőnyei.
Il mondo underground resiste e vive pulsante, più o meno nascosto, anche in queste splendide attività di rivisitazione che dimostrano, se mai ce ne fosse bisogno, che il tempo cambio ma non cancella.

Una mostra celebra Paul Rand attraverso i poster di servizio creati dai dipendenti della IBM

Al Museo di Belle Arti di Jules Collins presso l’Auburn University è allestita in questo periodo la mostra dal titolo “Visual Memoranda: The IBM Poster Program, 1969–1979”.
Il materiale esposto è composto da poster prodotti per gli arredamenti da ufficio e questo rende la mostra veramente originale e interessante. Robert Finkel, professore associato di graphic design in Alabama afferma in proposito: “Abbiamo creato un sito web appositamente dedicato alla mostra che fornisce ulteriori dettagli sui poster, le biografie dei designer e una galleria con oltre 100 poster”.
I poster sono stati tutti creati da personale della IBM, più precisamente da designer interni con la collaborazione e consulenza di Paul Rand ed Elliot Noyes, insomma, non proprio gli ultimi arrivati in fatto di grafica e design.
Ma qual è l’obiettivo di una mostra del genere?
Far conoscere l’eccezionale livello di lavoro raggiunto dai progettisti che hanno realizzato presso IBM negli anni Settanta. Mentre infatti Noyes e Rand erano i leader spirituali riconosciuti da tutti, le immense risorse di IBM hanno anche consentito l’assunzione di alcuni dei designer che hanno creato poster per obiettivi a prima vista più banali come le insegne per le bacheche o lo scarico del raffreddamento dell’acqua o altre indicazioni di servizio.
Nel 2016 John V. Stram, ex designer industriale presso IBM, ha regalato l’80% dei suoi poster alla facoltà della Auburn University mentre il restante 20% è di proprietà di Tom Bluhm, l’ultimo dei tre designer dello staff presenti nella mostra ancora in vita.
L’intera mostra è in linea con i pensieri di Paul Rand secondo cui tutto è design e tutto il design è importante e quindi perché snobbare questi lavori solo per il loro iniziale obiettivo?

Italianism porta a Napoli un evento unico dove si celebra il matrimonio fra musica e grafica

Italianism riparte dalla musica italiana” con questo gustoso claim, Renato Fontana presenta il suo ultimo progetto che porterà a Napoli la quinta edizione della conferenza creativa indipendente che negli anni è diventata un appuntamento che in molti, non solo il sottoscritto, attendono con ansia.
Oltre 100 contributi di artisti e creativi per due giorni speciali all’insegna del pop e della cultura visiva tutto rigorosamente made in Italy.

Una due giorni che si svolgerà il 10 e 11 Maggio 2018 nella splendida cornice della Reggia di Portici a Napoli e che vedrà alternarsi mostre, talk e molto, molto altro… ma andiamo un pò a spulciare nel programma.
L’edizione 2018 di Italianismruota attorno al rapporto fra la musica italiana degli ultimi 50 anni e la sua rivisitazione, la sua ispirazione grafica e più in generale la sua creatività vista attraverso gli speciali filtri di giornalisti, designer, fotografi, art director, e di altri professionisti che lavorano all’interno del poliedrico mondo del pop.
Il programma è davvero interessante e si snoda fra una sfida tutta da gustare, chiamata per l’occasione Creative Match in cui 11 tra le più importanti università/accademie/scuole di specializzazione dell’area comunicazione/creatività/arte italiane si affronteranno live su un brief avente per oggetto un progetto di comunicazione richiesto da un vero committente.
Le squadre che potrete vedere all’opera rappresentano quanto di meglio c’è oggi in Italia in tema di creatività: AANT Roma, ABAN Napoli, IED Milano, IED Roma, IUAD Napoli, Politecnico Milano, Politecnico Torino, Quasar Roma, RUFA Roma, Sapienza Roma, Università Federico II Napoli.
Ci sarà l’opportunità di partecipare alla Creative Conference dal titolo “Le parole della musica italiana” ed alla mostra “Forma e funzione per la musica” dove viene indagato il rapporto tra Musica e Design attraverso il racconto delle aziende, dei laboratori e delle persone che in Italia hanno saputo innovare il mondo dei supporti musicali, degli apparecchi per la diffusione del suono e degli strumenti musicali.
Se questo non bastasse è in programma una masterclass di John Barnbrook, il grande creativo inglese noto per il sodalizio artistico pluriennale con David Bowie e, per finire, due eventi come “Italianisimm” con 21 eccellenze autoriali della musica napoletana raccontate attraverso altrettanti scatti fotografici e illustrazioni, forse l’evento che aspetto con maggior interesse, “Dieci copertine”, la presentazione dei 30 artwork vincitori del contest online aperto a tutti dove  dieci copertine di dischi importanti per la musica italiana degli ultimi cinquanta anni sono state reinterpretate liberamente da creativi che sicuramente sorprenderanno come Silvia Boschero. Damir Ivic, Raffaella Oliva, Luca Pacilio, Carlo Pastore, Francesca Pignataro, Claudio Rossi Marcelli, Barbara Santi, Gianni Santoro e Giorgio Valletta.

Francesca Depalma[/caption]

Insomma Italianism è un evento da non perdere sia per gli amanti della musica che per tutti coloro i quali vivono e lavorano per la grafica ed il design. Un momento unico nel panorama italiano per originalità della proposta e per livello di realizzazione di cui deve senz’altro esser dato merito al gruppo di Renato Fontana che comprende, a vario titolo, anche Giovanna Talocci (Curatela mostre), Loredana De Luca (Organizzazione locale), Printaly (Produzione), Studio Mistaker (Branding) e Francesca Pignataro (Concept).

Grottangeles
Chiara Clerici

La rivoluzione grafica nei dischi disegnati da Reid Miles per la storica etichetta jazz Blue Note Records

Dopo la sua designazione come Goodwill Ambassador for Intercultural Dialogue dell’UNESCO per il Dialogo Interculturale il 22 luglio 2011, Herbie Hancock annunciò la sua intenzione di creare una Giornata internazionale per celebrare il ruolo diplomatico della musica jazz e scelse il 30 Aprile.
Nel Novembre 2011, a seguito di una favorevole raccomandazione del Comitato Esecutivo, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha proclamato ufficialmente il 30 Aprile come l’International Jazz Day riconoscendo il jazz come “un mezzo per sviluppare e aumentare gli scambi interculturali e la comprensione tra le culture allo scopo di comprensione reciproca e tolleranza“.
La data del 30 Aprile è stata inizialmente proposta per l’International Jazz Day in modo da essere il gran finale dell’aprile Jazz Apprezzation Month (JAM), uno dei più importanti appuntamenti Jazz di tutto il mondo.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente inserito la Giornata Internazionale del Jazz nel suo calendario ufficiale nel Dicembre 2012.

Proprio qualche giorno dopo questa data, mi viene voglia di ripercorrere brevemente insieme a voi il viaggio lungo la via della memoria di quella che è stata una vera e propria rivoluzione tipografica effettuata dal grande grafico Reid Miles per Blue Note Records (qui trovate una bella carrellata di lavori dal sito Jazz nella storia).
Con il suo straordinario design visivo Reid Miles, il graphic designer e fotografo nato a Chicago ha portato la tipografia nel jazz.
Dopo aver lavorato a New York nei primi anni ’50 per la rivista John Hermansader e Esquire, Miles fu ingaggiato nel 1955 da Francis Wolff dell’etichetta discografica jazz Blue Note per la progettazione delle copertine degli album quando l’etichetta iniziò a pubblicare le loro registrazioni su 12 ” LP.
Miles disegnò più di cinquecento copertine, incorporando spesso le fotografie delle session di Francis Wolff e, più tardi, direttamente le sue all’interno di grafiche al tempo mai viste.
Miles non era particolarmente interessato al jazz, professando di avere molto più interesse per la musica classica.
L’uscita di scena di Alfred Lion come produttore discografico nel 1967 coincise con la fine del legame di Miles con la Blue Note che può essere ammirato sfogliando il libro “The Cover Art Of Blue Note Records” di Graham Marsh e Glyn Callingham.

L’abilità artistica di Miles ha reso la Blue Note un case study per il suo design unico, nuovo e sperimentale.
Miles ha fatto letteralmente suonare le cover come se il suo design astratto emettesse musica fatta da simbolismi, tipografia e colori. I suoi disegni immediatamente riconoscibili erano un esperimento, suo un modo unico di suonare il jazz che non si è mai fermato.
Un certo numero di altri designer ha contribuito a ciò che Blue Note è diventato come Shawn Hazen, Paul Bacon, John Hermansader e addirittura l’onnipresente Andy Warhol.

Henry Wolf e l’arte della grafica nei magazine

Henry Wolf è graphic designer e fotografo grafico statunitense di origine austriaca. Nato in Austria, in seguito all’Anschluß del 1938 da parte di Adolf Hitler, fu costretto a lasciare il suo paese insieme alla sua famiglia. Inizialmente trasferitisi in Francia, Wolf poté studiare arte a Parigi, ma in seguito all’occupazione tedesca fu deportato con la famiglia in due campi di detenzione in Marocco, prima del trasferimento definitivo negli Stati Uniti nel 1941.
Il suo stile ha influenzato e stimolato il design e la grafica delle riviste degli anni Cinquanta e Sessanta con i suoi layout audaci, l’elegante tipografia e le stravaganti fotografie di copertina diventando a soli 26 anni uno dei più giovani editorial designer degli Stati Uniti.
Invece di accettare il ruolo tipico di art director come era concepito al tempo, Wolf collaborò attivamente ed incessantemente con gli editori per definire insieme a loro la personalità delle riviste selezionando i caratteri tipografici, commissionando illustrazioni e servizi fotografici da artisti famosi o appena scoperti e soprattutto rivoluzionando le copertine.
Al tempo, l’editore di Esquire era Arnold Gingrich, fondatore della rivista, da poco dopo un periodo di assenza temporanea durante il quale la rivista si era molto spostata verso un target spiccatamente femminile copertina ed interni molto fashion e attente alla moda e un layout generale pieno illustrazioni romantiche. Lo stesso Gingrich decise quindi di intervenire scegliendo come spalla il nuovo talento brillante di Wolf.
Wolf impiegò due anni per ridisegnare la rivista esattamente come voleva, introducendo innovazioni di ogni genere nelle copertine alcune delle quali scattate da lui stesso con un famoso e poi molto copiato vedo/non vedo del famoso marchio della rivista, il baffuto gentiluomo di nome Esky.

All’interno della rivista si era ritagliato uno spazio di ben otto pagine in ogni numero dove presentava tutto ciò che desiderava inclusi reportage sull’automobilismo e il jazz.
Nel 1958 il cambio in favore di Harper’s Bazaar in cui sostituì Alexey Brodovitch. Le sue copertine erano oramai riconoscibili da tutti, tipicamente contraddistinte da un originale spirito pittorico e da un’eleganza impareggiabile.
La copertina di San Valentino del 1963, ad esempio, era una fotografia ad alto contrasto di una donna nuda con una macchina situata proprio sopra del seno che mostrava un cuore rosso.
Wolf ha aperto il suo studio fotografico, Henry Wolf Productions, nel 1971 tenendo corsi di design e di fotografia.
Nel 1976 Wolf fu insignito dell’American Institute of Graphic Arts Medal per il Lifetime Achievement e nel 1980 fu inserito nella Art Directors Club Hall of Fame.

I supereroi del mondo pop nelle incisioni di Brian Reedy

Brian Reedy è un artista e insegnante d’arte con sede a Miami che crea queste bellissime incisioni attraverso la tecnica dell’incisione su legno. Uno strato di legno viene ripulito da tutto ciò che non deve essere stampato, viene quindi ricoperto da uno spesso strato di inchiostro per poi essere stampato su carta.
Il risultato varia leggermente ad ogni impressione particolare questo che conferisce ad ogni pezzo prodotto un carattere unico mettendo in risalto la parte artigianale dell’incisione.
Brian Reedy fa anche altre bellissime incisioni prendendo spunto da quelle che sono delle vere e proprie icone della cultura geek come i personaggi dei famosi film animati dello Studio Ghibli oppure i personaggi della serie TV come Stranger Things.
Il contrasto evidente e affascinante fra l’utilizzo di una tecnica così classica e la scelta di soggetti così contemporanei rende i suoi lavori davvero speciali.
Andiamo da Superman a Darth Vader e Godzilla
Il lavoro di Reedy è un contributo satirico ed a volte critico su quelli che sono gli eroi della società attuale. Il suo stile è un’esagerazione continua unita alla ricerca dell’iper realismo di dettaglio che trae origine dal mondo del fumetto e dei cartoni animati.

Ecco la preview del numero 16 di “No Cure Magazine”

Ecco il nuovo numero di “No Cure Magazine“, un prodotto che io personalmente amo come dimostrano altri articoli in proposito e che non vedo l’ora sempre di scoprire.
Per questo, non appena i ragazzi hanno tirato fuori la previw del numero 16, eccomi qui a condividerla con voi.
Buona visione…

Un libro spiega tutto ciò che cambia quando la tipografia deve essere utilizzata e non sulla carta

E’ uscito “Type on screen” il bellissimo – e attesissimo – libro che stavo aspettando da un pò scritto da Ellen Lupton, già autrice dello splendido “Graphic Design Thinking“, scrittrice, curatrice e grafica, direttrice del programma Graphic Design MFA presso il Maryland Institute College of Art (MICA) di Baltimora, dove è anche direttrice del Center for Design Thinking.
Pubblicato da Princeton Architectural Press, questo libro è appunto il tanto atteso seguito del bestseller mondiale “Graphic Design Thinking”.
Si tratta di una vera e propria guida critica per designer, scrittori, sviluppatori e studenti ma è anche un’introduzione all’uso delle applicazioni tipografiche in ambito video come film, web e soprattutto le moderne app mobili.
La parte secondo me più interessante è quella infatti dove vviene affrontato il tema di come combinare i principi classici della tipografia con le nuove tecnologie. Il libro offre una guida su come scegliere il carattere giusto per un utilizzo sullo schermo, come renderlo bello e utilizzarlo in modo funzionale.
Ricchissimo di illustrazioni provenienti da esempi realizzati dalla comunità internazionale di grafici e tipografi
Un volume tecnico, specifico, approfondito per forse non per i semplici amanti ma per coloro che sono già ad un livello avanzato, che sicuramente porterà argomenti, spunti e idee da non perdere.

Hayley Berridge ed i suoi progetti editoriali metaforici

Originaria delle Midlands, Hayley Berridge è una giovane laureato in Graphic Design & Illustration alla Liverpool John Moores University.
La sua passione è attualmente tutta incentrata verso lo studioe l’approfondimento del cosiddetto design tattile e metaforico, fatto di trame, materiali, colori e finiture di cui si dice ossessionata. Il lavoro sui materiali è infatti per lei una parte fondamentale del suo approccio alla grafica ed al design e la costante ricerca di prodotti ed emozioni  tattili l’ha portata oramai ad avere una certa esperienza nel settore.
Di seguito alcuni suoi progetti…

Imperfection” è una pubblicazione in risograph giocosa e visivamente intensa che mostra la combinazione tra motivi moiré e tipografia attraverso i mezzi di scansione grafica. Il libro mostra il passaggio da schemi semplici a disegni moiré più complessi attraverso un uso forte e scanzonato del colore.

Il progetto “Fading Forest” è invece una pubblicazione tascabile che esplora il problema della distruzione della foresta pluviale amazzonica a causa della deforestazione. Sono pagine di carta fotosensibile che esposte alla luce solare per un periodo di circa 2-3 settimane scompariranno del tutto e torneranno pagine vuote di un libro essenzialmente vuoto. Bella metafora di ciò che attualmente sta accadendo alla foresta pluviale.

Se i lavori di Hayley vi sembrano interessanti almeno quanto lo sembrano a me, date un’occhiata al resto sul su sito..

Un libro ripercorre la storia del nudo nella grafica con 5 esempi particolari

Il corpo umano è una contraddizione, partiamo da questo assunto.
Esso racchiude infatti una moltitudine di elementi e caratteristiche. E’ allo stesso tempo affascinante, grottesco, familiare e inaspettato.
Sebbene gli artisti abbiano usato il corpo umano per la propria arte da per migliaia di anni, il mondo della grafica riesce ancora oggi a scandalizzare e ha provocare con il corpo alcune reazioni inaspettate.
Immagino questo sia stato uno dei punti di partenza per la realizzazione del volume “Head to Toe: Nudity in Graphic Design” di Mirko Ilić e Steven Heller tracciano la storia dei designer che utilizzano il corpo nudo come dispositivo grafico. Il libro documenta centinaia di esempi, dall’ovvio al provocatorio esplorando come la percezione pubblica del corpo nudo si sia evoluta da audace provocazione a efficacissimo strumento di marketing. Heller e Ilić indicano anche cinque usi significativi de