Un magazine che ama l’arte e la provocazione nel suo discutere di democrazia all’interno del mondo dell’architettura

Take Shape” è una nuova rivista con sede a Chicago, USA che si occupa di architettura ideata e realizzata da un gruppo di editori (Nolan Boomer, Cole Cataneo e Julia Goodman) che si definiscono attratti da tutto ciò che è al limite, ai margini, non di facile analisi cercando di individuare le domande giuste più che fornire risposte.
Il direttore artistico del progetto è Sean Suchara.
Il primo numero si incentra sul tema del riuso industriale, con un focus sui loft, spazi residenziali creati da ex spazi commerciale e manifatturieri che vengono talvolta offerti come alloggi a prezzi accessibili. Nel primo numero troverete anche utili consigli di sicurezza illustrati per la creazione di oggetti e spazi fai-da-te, una serie di acquerelli di Jimmy Mezei sul loft del suo defunto suocero e molti altri articoli e approfondimenti tutti tesi a dimostrare come l’architettura abbia bisogno di democrazia nel rapporto fra popolazione residente e chi si occupa di progettare, costruire e gestire le abitazioni e, più in generale, gli edifici.
Oltre alla parte tecnica relativa all’architettura, mi ha colpito moltissimo la cura del magazine per quanto riguarda la grafica e la stampa, una bicromia risograph con inserto colorato che mette al centro di  questa prima uscita il colore oro. Il tutto concorre ha creare una certa atmosfera da rivista patinata anni Settanta che a me proprio non dispiace.
Il primo numero della rivista è andato immediatamente sold out, ma per chi non vuole arrendersi, consiglio di dare un’occhiata ai rivenditori (qui) perché si possono trovare piacevoli sorprese.

Ecco la nuova posterzine “Volve”: la piega, il formato e l’avventura del molteplice

Dalla bella esperienza di Moodboard, nasce oggi Volve una posterzine semestrale nata dalle menti creative di Martina ToccafondiClaudio FabbroLucrezia Cortopassi, e con la parte relativa alla redazione dei testi a cura di Samir Galal Mohamed.
Dando un’occhiata alla presentazione del progetto, si legge che Volve è un dizionario visivo, sentimentale, fatto di pieghe, tracce, risvolti, incontri. Un racconto per immagini, semestrale, monotematico. Il tema del primo numero uno è la tristezza, quella prossima e quella «a venire».


I contributi visivi degli autori di questo primo numero, così come per le prossime uscite, sono raccolti attraverso delle open call. Potete già segnarvi in agenda che la prossima è prevista per marzo/aprile 2018.
Stampata completamente in offset, Volve è un poster dalle belle dimensioni 50×70 stampato con stile e attenzione ai dettagli in 250 copie numerate, piegate e tagliate a mano che vi arriva a casa confezionato sottovuoto in una elegante busta trasparente.
Volve può essere acquistata online sul sito Volvezine.

 

 

Chiara Dal Maso – Bonjour Tristesse
Isabella Petricca – The moon, the moon

Dentro al nuovo GRAM, fra gli altri, 5 spassosi poster di Filippo Fontana

Come voi che ci leggete avete senz’altro capito, oltre alla passione in generale per i prodotti editoriali più interessanti e curati che scoviamo in gira per l’Italia e nel mondo, un’altra passione che ci caratterizza è quella per la grafica e i progetti indipendenti, underground come si diceva una volta.
Ecco, GRAM è proprio uno di questi. GRAM è un collettivo di autoeditoria con sede a Milano, Venezia e Bolzano. Il suo scopo è quello di dare vita a nuove idee e progetti culturali attraverso prodotti editoriali. Una creatura dalle mille facce in costante mutazione. Come si legge nel loro about, GRAM è una pianta infettiva che si nutre di una varietà di contributors e di diverse tecniche progettuali e realizzative. GRAM è un centro per creativi finalizzato ad un percorso che tende a conoscere la contemporaneità e diffondere arte attraverso la selezione delle migliori opere. Il loro processo curatoriale utilizza nuovi contesti.
L’unità di misura di GRAM è il grammo e per questo ogni prodotto viene pesato e inserito in una busta numerata che reca appunto l’indicazione del peso esatto del prodotto.

Presentato il nucleo, oggi mi piace mostrarvi l’ultima uscita, la quarta dal 2014, del progetto editoriale omonimo, GRAM #4 appunto che si presenta all’interno di una busta con grafica serigrafata in 300 copie. GRAM #4 vi offre 4 poster, 3 zines, cartoline, adesivi, polaroid e altro creato da 12 diversi autori quali Mauro BubbicoCalvin Calenda, Filippo Fontana e Jonathan Mendel. Fra questi artisti mi piace segnalare il lavoro di Filippo Fontana, giovane designer italiano di Venezia laureato in graphic design presso l’ESA Saint Luc School di Bruxelles nel 2013, laurea specialistica in graphic design presso la scuola IED di Milano e un master in comunicazione visiva presso il Royal College of Art di Londra. Il suo lavoro, dal titolo “Void”, utilizza la cultura popolare per evidenziare le ridicolezze della ricchezza trasmessa da alcuni dei volti famosi dell’Italia.
Cinque poster pubblicati appunto dai ragazzi di GRAM, dove si riconoscono figure riconoscibili del mondo social e dalla stampa degli ultimi 20 anni. La serie di poster intende ritrarre, in modo ironico e satirico, i diversi canali di informazione e intrattenimento italiani  dove l’ostentazione della ricchezza, il materialismo, l’ignoranza, la volgarità, il lusso e il sesso sono il fulcro ed il motore di tutto. Usando uno stile illustrativo che ricorda Kyle Platts e Simon Landrein, Filippo cerca con Void, di far riflettere lo spettatore su come l’establishment possa aver plasmato il mondo dei media e, più in generale, la cultura pop italiana. Il provocatorio titolo del progetto, Void (Vuoto), rappresenta anche il sentimento di Filippo sull’argomento scelto e la sua volontà di sottolineare come, contrariamente al suo spirito originario, il mondo dell’informazione invece di creare contenuti culturalmente preziosi, sia invece un contenitore vuoto.

GRAM è acquistabile qui.

Un libro illustrato presenta la scuola di attività paranormali

Jefferson Cheng è un designer e illustratore di San Francisco che si occupa di stampa, brand identity con una vasta gamma di clienti, grandi e piccoli. Attualmente lavora anche come designer per Google mentre in passato ha collaborato anche con Monocle, YouTube e tanti altri.
Mi ha colpito questo suo lavoro dal fantasioso titolo “Q.S.R. Class no. 001” e, andando ad approfondire un pò, ho scoperto essere veramente un bel prodotto, ricercato quanto basta per conservare un approccio totalmente underground ma sempre stiloso ed elegante.
L’immaginazione scorre libera in questa zine totalmente grafica.
Illustrata a quattro colori con una linea accattivante utilizzata per narrare le storie di una scuola che intende insegnare attività paranormali.
Tutto imperniato sull’utilizzo di forme geometriche che vengono trasferite da una pagina all’altra creando sempre nuove forme e disegni il tutto con un forte spirito giocoso e irriverente.
Il libro non è in vendita in quanto si tratta di un prototipo che speriamo divenga presto stampato in più copie.

 

Quando un calendario diventa un’opera d’arte tipografica

Fabien Barral è un graphic designer che nel 2008 ha unito le forze con la moglie Frédérique per creare “Harmonie intérieure”, un’azienda ed un marchio che intende sviluppare e sperimentare nei settori del design, poster art e wall sticker. Fabien gestisce anche il blog “graphic-exchange“, un fighissimo blog che gli amanti del genere non possono proprio perdersi. Da qualche anno lavora sotto lo pseudonimo di Mr-Cup che sviluppa i suoi prodotti: calendari, sottobicchieri ed un sacco di altra bella roba di cui oggi presentiamo l’ultimo arrivato, il “2018 Mr Cup Letterpress Calendar”.
Nel 2018 potrete infatti seguire i mesi che passano trovando sempre nuove ed interessanti perle di saggezza. Si tratta di un’edizione limitata numerata a mano di cui sono state realizzate due edizioni: l’edizione DELUXE è su carta blu scuro, con stampa RAME FOIL e WHITE FOIL, l’edizione NORMAL è stampata a inchiostro in 2 colori con inchiostri argento e bianco. Il calendario è stato stampato su 2 gamme di carte eco-compatibili sviluppate da Favini. La collezione REMAKE include residui di pelle per sostituire la cellulosa FSC e viene prodotta con il 100% di energia verde. La collezione CRUSH è una gamma di carte realizzate utilizzando residui di processo da prodotti biologici: kiwi, caffè, nocciole o mandorle. Certificata FSC, senza OGM, questa carta contiene il 40% di rifiuti riciclati post-consumo ed è prodotta con il 100% di energia verde.
Il calendario è stampato in Francia, presso Studio Pression. La stampa tipografica ha la capacità di dare lo splendido rilievo alla carta aggiungendo tonnellate di pressione durante la stampa. Si chiama deep impression o debossing e a me fa impazzire. Più è spessa la carta, più profonda è l’impressione.
La copertina è stata progettata da Tom Lane noto anche come Ginger Monkey mentre per quanto riguarda la grafica, presenta disegni unici di Salih Kucukaga, Nick Misani, Reno Orange, Keith Tatum / The Type Hunter, Jeff Trish, Stefan Kunz, Lauren Hom, Kelli Anderson, Francis Chouquet !

Ragazzi, il calendario è davvero fantastico, o per lo meno io me ne sono innamorato. E’ acquistabile qui.

Un libro racconta per immagini e grafica la storia del movimento pacifista in Inghilterra e nel mondo

“People Power” è un bel libro che traccia la storia del movimento contro la guerra nel Regno Unito dallo scoppio della prima guerra mondiale ai conflitti attuali in Medio Oriente raccontando la storia degli obiettori di coscienza e di tutti coloro i quali si sono impegnati in prima persona per protestare contro ogni forma di conflitto o guerra.
Basandosi su testimonianze raccolte da diretti interessati e soprattutto sulla vastissima collezione del Museo Imperiale della Guerra e del suo ricco archivio di materiale visivo, tra cui fotografie, dipinti, poster, cartoni animati e distintivi, il libro esplora le molteplici ragioni che da sempre uniscono le persone che si oppongono alla guerra ed esamina i cambiamenti e le costanti presenti nel movimento. Viene inoltre esaminato il ruolo delle principali organizzazioni e gruppi all’interno del movimento, come la Peace Pledge Union negli anni ’30 e il Greenham Common Women’s Peace Camp negli anni ’80, così come quella di singoli sostenitori di alto profilo, tra cui Fenner Brockway e Tony Benn.
Il libro, edito dalla storica casa editrice inglese Thames & Hudson è acquistabile qui.

Un libro ben fatto vi insegnerà i segreti del perfetto hamburger

In questi giorni di mangiate senza fine, di spasmi e lotte per riuscire ad alzarsi indenni dai pranzi e dalle cene, non poteva mancare un consiglio culinario fra le nostre segnalazioni editoriali.
Ecco infatti “The Huxtaburger Book”, un libro prodotto e realizzato a cura dell’omonima catena di ristoranti australiani Huxtaburger.
L’obiettivo del volume è dichiarato all’inizio, quello cioè di cambiare e tutto ciò che pensi di sapere sugli hamburger fornendoti tutte le informazioni necessarie per riuscire a creare hamburger di culto anche standotene tranquillamente a casa tua.
L’autore del libro è lo chef Daniel Wilson, cofondatore di Huxtaburger, che illustra e dettaglia una ampia lista di deliziose ricette, da come portare il tuo cheeseburger standard al livello successivo, con una serie di dati, condimenti e addirittura le giuste bevande da abbinare fra cui varie coke, birre e frappè.
Vincitore del Best Designed Cookbook 2016 agli ABDA (Australian Book Designers Association Awards), il libro è veramente gradevole pien di infografiche, rimandi, informazioni e grafiche di ogni tipo.

Il libro, ideato da A Friend of Mine Design Studio è acquistabile qui.

Un libro che spiega il rapporto fra il gesto e la parola nella lingua italiana

Mentre studiava le lingue, i segni e più in generale la comunicazione in uno dei suoi corsi di laurea all’università, la giovane studentessa italiana di stanza a Colonia, in Germania, Silvia Gaianigo ha capito quanto sarebbe stato divertente ed interessante mettere a fuoco la propria lingua, l’italiano appunto.
Si tratta infatti forse della lingua con maggiori trasposizioni gestuali del mondo così alla fine ne è saltato fuori un libro, un piccolo dizionario che contiene i segni ed i gesti delle mano più popolari nell’uso comune da parte della popolazione italiana mentre parla.

Attraverso la grafica il libro “The Scale of Things” ti fa scoprire un nuovo mondo

Uno di quei libri che non capisci al primo sguardo, di quelli che ti chiamano e ti costringono ad avvicinarti, sfogliare, eggere e capire. Per poi, in fondo, finalmente avere chiaro il progetto e goderne il significato.
Se poi, il tutto, pè condito da un accurato lavoro editoriale e da una certa spregiudicatezza visiva, allora io sono vinto e l’innamoramento scatta inevitabile.
Sto parlando del libro “The Scale of Things” edito da Quadrille Editions e opera dello studio Praline Design e del suo fondatore David Tanguy.
The Scale of Things è accattivante, ti porta oltre la distanza per esplorare fatti e fenomeni trasformando il loro significato attraverso un nuovo stile grafico.
La grafica è infatti parte integrante della comprensione delle affermazioni di ogni essere umano, un mix di informazioni grafiche, tipografia e illustrazioni formano le rappresentazioni visive con cui noi tutti afferriamo i concetti.
Il libro è rivolto a tutte le età da 10 anni in su perché può essere divertente per tutti scoprire la nuova veste data a concetti quali la Biologia, il Cosmo, l’Economia, l’Ambiente, la Tecnologia ecc.

Il libro è in vendita qui.

Independent Press Fair e la fanzine sulla cybercultura di Katarzyna Wieteska

La parte più bella del nostro progetto Independent Press Fair è che ognuno è libero di inviarci il proprio prodotto editoriale indipendente con la descrizione e le immagini e quindi alle Edizioni del Frisco siamo in costante attesa di nuovo materiale e quando arriva, beh, immaginatevi la curiosità, la festa e tutto il resto.
Oggi presentiamo il lavoro di Katarzyna Wieteska di cui avevo già segnalato il bellissimo progetto editoriale sul regista Lars von Trier in questo post e che ritorna con un libro nuovo, diversissimo, eccitante e pieno di idee.
Come parte principale del suo diploma, Katarzyna Wieteska ha creato una linea di prodotti fra cui una rivista in formato newspaper, una serie di poster (in versione digitale e stampata) e un design per pagine web.
Vediamo, dalle parole della stessa Katarzyna, i particolari di questo bel prodotto editoriale…

The Darknet Zine è una pubblicazione dedicata alla cybercultura, alle nostre relazioni con altre persone attraverso i media digitali e al nostro attaccamento ai dispositivi elettronici. Questo lavoro è il risultato della mia riflessione sul ruolo di un uomo guidato dal capitalismo nel mondo digitale e la critica della realtà odierna in cui i valori umanistici sono sostituiti da valori economici.
Il linguaggio visivo di questo lavoro è il risultato della mia ricerca di archetipi visivi del mondo virtuale. Ho usato molti elementi, che si riferiscono all’estetica di Internet e alle interfacce dei vecchi personal computer. Ho anche creato diversi modelli ispirati a quella che considero l’estetica dell’errore.
Ho deciso di stampare la fanzine senza particolari layout editriali per mostrare l’idea della narrazione non lineare che è il modo particolare con cui noi assorbiamo le informazioni dal web. Ogni piega di pagina proviene dall’unione di altre pagine non complementari fra loro per creare un ritmo visivo originale e spiazzante in cui ogni foglio può anche essere visto come un unico piccolo poster.
Ho scelto la forma del giornale, perché, a differenza dei media digitali, è passivo. Non raccoglie cioè i dati sulla nostra posizione o su quanti minuti dedichiamo a un articolo. Il lettore può essere sicuro, che non è osservato. Volevo creare una fanzine che ti dà un piacere analogico nel vedere e toccare il giornale insieme a contenuti critici sulla realtà contemporanea senza essere oppresso dal digitale che resta sempre in agguato.

Creata solamente in 2 copie a causa dei costi elevati di produzione, la fanzine “The Darknet Zine” ha un gran bel formato da 345 x 495 mm per 52 pagine integrate da un poster a due lati all’interno.
Al momento non è in vendita, ma potete sempre contattare Katarzyna e richiedere, come abbiamo fatto noi, di continuare con i suoi splendidi lavori.

 

 

“Entrose” un magazine sul basket come cultura underground

Chi ama lo sport sa cosa significa esserne onnivoro, appassionarsi anche per l’ultima delle partite di calcio, sudare insieme ai ciclisti nelle salite del Giro d’Italia o svegliarsi di anno in anno alle 3 di notte per seguire fino a mattina le Finals NBA.
Proprio di basket abbiamo già parlato in un articolo su “Franchise” altro magazine fra arte e design, perché stanno, anche se più lentamente di quanto mi aspettassi, iniziando a sbucare anche magazine sullo sport della palla a spicchi ed oggi ve ne presento uno davvero nuovo… “Entorse“.

Intanto, la parola “Entorse” in francese rimanda alla distorsione, forse l’infortunio più comune dei giocatori di basket, ma se allarghiamo il senso del termine vediamo che diventa infrangere le regole o andare contro la norma. È questa doppia interpretazione che ha portato il fotoreporter e fotografo Benjamin Schmuck, redattore capo Stephane Peaucelle-Laurens e lo studio di design Helmo a chiamare così la loro nuova rivista sulla cultura del basket.
La rivista è incredibilmente visiva, molta fotografia e storie illustrate con opere di illustratori come Simon Roussin e Kitty Crowther.
Il design particolare di Entorse è l’aspetto che lo rende più intrigante con una font personalizzata ispirata alle linee di un parco giochi. La pubblicazione è in un grande formato che una volta aperto forma la stessa proporzione di un campo da basket.
Personalmente mi sono innamorato di Entorse per l’idea della copertina che in un bel colore arancio è stampata con il titolo nero in rilievo così da rimandare alla sensazione di tenere in mano una palla da basket.

“No Cure Magazine” ovvero quando è amore è amore vero

Si, quando è amore è amore vero e niente e nessuno può cambiare questo stato di cose.
Amo “No Cure Magazine” dal 2014, anno in cui lo scoprii quasi per caso, partendo da un adesivo trovato per strada in una delle mie trasferte anomale. Da li in poi non ho potuto scegliere, seguirlo, sfogliarlo, aspettarlo, sono stati un appuntamento fisso di mese in mese fino ad oggi, ma lo sarà anche domani visto cosa ci stanno preparando per il nuovo numero.
La quindicesima uscita infatti, dal curioso titolo “Straya”, inzierà a riempire le cassette delle lettere degli abbonati dalla prossima settimana e sarà interamente dedicata a tutto ciò che è confusione, turbolenza, creatività esplosiva con lavori fantastici di gente del calibro di Lauren e The Lost Boys, Cassie Stevens, Russel Ord, Sindy Sinn, Rach Pony Gold, Jack Irvine, Kiel Tillman, Scotty Williams, Chris Nixon, Kentaro Yoshida e altro ancora!

Puoi ordinare la tua copia di Straya cn la splendida cover di Lee McConnell andando qua.

Un libro/calendario con una grafica al giorno tutte in bianco e nero prodotto da Fedrigoni

“Fedrigoni 365” è un progetto dello studio londinese TM creato per commemorare il 2018 chiedendo ai principali creativi inglesi di contribuire con un lavoro a quello che risulta essere un vero e proprio compendio di design e che in questo progetto prende la forma del calendario annuale di Fedrigoni.
Il risultato di questo processo è un sorprendente libro nero dimensioni 165x220mm di ben 400 pagine che contiene 365 disegni monocromatici all’interno. Ogni disegno è stato creato come interpretazione di una data che è stata fornita a caso a ciascun partecipante. Le regole con cui creare il disegno sono stati stabilite per sfidare al massimo la creatività di ciascun designer imponendo i limiti di utilizzo di una sola pagina e del Bianco e nero che ha costretto tutti i creativi interessati a concentrarsi rigorosamente sul concetto e sulla forma.
Il Calendario che ne è venuto fuori è veramente un bellissimo prodotto editoriale, ha una forma organica il cui ritmo varia da una pagina all’altra senza un vero e proprio filo conduttore se non appunto quello del bianco e nero.
Altro aspetto importante del progetto è che tutti i profitti ricavati dalla vendita del libro andranno direttamente all’associazione benefica Make-A-Wish.

Com’è l’inserto “Playlist” di Internazionale? La recensione

Con molta curiosità sono andato in edicola a prendermi “Playlist”, l’inserto one shot realizzato da Internazionale con l’ormai obbligatoria lista di liste del meglio di questo 2017 che sta andando in archivio.
Come sempre ho misurato prima le mie aspettative anche alla luce di 2 diverse considerazioni:
– la prima è che Internazionale è oramai un must per una piccola – ma nemmeno poi tanto piccola – fascia di lettori. Un ruolo che si è costruito negli anni con coerenza, professionalità e attenzione alla qualità in ogni aspetto della rivista cartacea prima e dell’intero progetto editoriale poi.
– la seconda è che, pur apprezzando i piccoli ma continui aggiustamenti grafici e i lenti adeguamenti a nuovi standard estetici, Internazionale sembra muoversi in maniera pesante e impacciata quasi come se si fosse adeguata al suo standard qualitativo che – ripeto – è eccellente. Questo però ha impedito alla testata di Giovanni De Mauro di presentarsi con novità rilevanti più di forma che di contenuto, oramai da un pò di tempo a questa parte.

Partendo da questi due punti, ho sfogliato “Playlist”….

Il progetto grafico e l’art direction è come sempre del resto, a cura di quel geniaccio di Mark Porter, mentre la bella grafica di cover e gli inserti grafici delle sezioni interne sono tutti di Marco Goran Romano, già attivo protagonista del panorama editoriale italiano prima in Wired Italia e poi con lo studio Sunday Büro in cui lavora con Valentina “Alga” Casali e con il quale ha recentemente contribuito al re design dei font utilizzati dalla storica rivista musicale Il Mucchio Selvaggio.

Sono un ammiratore del lavoro e dello stile di Goran Factory e quindi rischio di essere di parte, ma sfogliando la rivista si nota come sia stato centellinato il suo apporto in favore, come già accennato, di un più rigoroso e conservativo layout che non si discosta quasi per niente da quello del settimanale.
La griglia è la medesima, il font titolo e corpo del testo sono i medesimi, tutto sembra Internazionale e quindi la scelta è stata chiaramente quella di lasciare il lettore all’interno del suo spazio di confort settimanale, di non metterlo di fronte a qualcosa di nuovo e di un pò spregiudicato come mi sarei aspettato da un progetto one shot come questo che sicuramente non era del tutto un azzardo dal punto di vista commerciale tenuto conto anche della forte devozione dei lettori per l’intera produzione di Internazionale.

Certo, da un punto di vista del contenuto niente, ma proprio niente, da dire. Come sempre ci siamo ed è un vero piacere scandagliare tutti i consigli e le dritte che ci vengono fornite da ospiti italiani ed internazionali: dai film, alle serie tv, dalla narrativa alla saggistica, fino ai videogiochi, non tralasciando mai la bella sezione dedicata ai fumetti e quella oramai diventata standard dei gadget.

 

Altro punto forte, direi una colonna portante del progetto Internazionale è l’utilizzo della fotografia. Grandi, belle, originali, sono le foto sparse per le pagine che contribuiscono non poco al piacere della lettura conferendo anche a Playlist quell’alone di oggetto ricercato e ben confezionato da sempre marchio di fabbrica della casa.

Ecco, finito di sfogliare e tirando le (mie) somme, Playlist non mi ha convinto del tutto dal punto di vista della grafica lasciandomi l’idea che si potesse davvero osare di più, che si potesse utilizzare questa parentesi di fine anno per sondare, per provare, per far assaggiare ai lettori oramai fidelizzati e abituati alla storica griglia a 8 colonne di Internazionale, una sensazione di maggiore freschezza e voglia di avventura.
Squadra che vince non si cambia, dicono i saggi, e Internazionale oramai da tempo ha visto la sua scommessa, ma sono certo che, Giovanni De Mauro ed i suoi hanno ben chiara la necessità di essere sempre più strumenti ibridi, flessibili e, a volte, anche spregiudicati. Forse non è ancora giunto il momento, ma arriverà e come sempre Internazionale sarà all’altezza della situazione, anzi forse ancora una spanna sopra agli altri.

INDEPENDENT PRESS FAIR: “Poster” la raccolta di grafiche di Tomaso Marcolla

Independent Press Fair
Il progetto IPF ha l’obiettivo di dare spazio a chiunque abbia un progetto editoriale indipendente da promuovere, che si tratti di libri, magazine, fanzine o editorial design più sperimentale. Aspettiamo i vostri lavori !

Questo libro raccoglie una selezione di poster dell’artista Tomaso Marcolla.
Opere che vogliono essere testimonianza di un percorso creativo nel mondo della satira e dell’umorismo ed affrontano temi di attualità per offrire una lettura ironica su argomenti spesso tragici. Alcuni di questi poster sono stati premiati in concorsi internazionali. Un vocabolario non solo deve “catalogare” un linguaggio e un concetto intriso di conoscenze storiche ma deve anche recuperare e indagare le varie declinazioni che da esso scaturiscono, in quanto (appunto) sequenza storica.  L’espressività artistica è pura e semplice stratificazione che implica uno stile e uno “sguardo” in grado di analizzare la straordinaria complessità che possediamo, che troviamo intorno a noi e che solo le movenze artistiche sanno poi tradurre in possibilità. Nell’artista questo non si esaurisce quasi mai in se stesso ma al contrario, come fosse una palla che rimbalza contro un muro, ci rimanda a giochi più intimi ed essenziali. Questo in special modo quando si tratta di tematiche sociali, d’impegno in campo pacifista, di giustizia e lotta alla criminalità a ogni latitudine essa si manifesti. Solo un cuore “fanatico” riesce a pompare sufficiente sangue dando nutrimento e voce ai propri silenzi, comunicandone all’esterno le pulsazioni. La sperimentazione di stili e tecniche diventa mestiere serio e scrupoloso in Tomaso Marcolla che ormai ci ha abituato a produzioni esibite suo malgrado quasi volesse solo suggerirci un percorso da seguire assieme ma senza clamore e chiacchiericci inutili. Si attraversa un bosco in silenzio, ascoltando i suoi suoni profondi, cadenzati da qualche ramo secco rotto sotto i piedi. Tomaso Marcolla ha il merito di regalarci tutto questo, di ricordarci che tutto questo in fondo ci appartiene, magari senza averne un merito particolare ma solo un preciso dovere da riconquistare ogni giorno facendolo proprio.
Roberto Fonte

Autore
Tomaso Marcolla nasce nel 1964 a Trento, dove attualmente vive e lavora.
Diplomato all’Istituto d’Arte di Trento ha iniziato l’attività di grafico nel 1985.
Socio dell’AIAP (associazione italiana progettazione per la comunicazione visiva) e membro del BEDA (Bureau of European Designers associations). Comincia a sperimentare la sua passione per l’arte con l’acquerello, «utilizzato anche su supporti non tradizionali, dalla carta giapponese al gesso». In seguito le sue opere sono una contaminazione tra grafica, arte pittorica, arte digitale, illustrazione, che crea un curioso rapporto, un interscambio tecnico-comunicativo fra l’attività professionale e attività artistica. Penna biro, collage, fotografia e computer grafica. L’arte digitale ben si adatta alla frenesia dei tempi: «La scelgo soprattutto per la sua immediatezza e la velocità di esecuzione – sottolinea – oltre, ovviamente, per l’effetto. Non trascuro le altre tecniche tuttavia, penna, acrilico, figurativo. L’effetto del digitale è immediato, compresa la possibilità di pubblicazione istantanea sul web».

Il libro è acquistabile su IBS.

Lo splendido lavoro di riprogettazione di Lotta Nieminen per il magazine Posture

Dopo 2 numeri il magazine Posture ha già sentito il bisogno di una riprogettazione grafica e per questo si è affidato allo studio grafico di Lotta Nieminen, uno studio di grafica, art direction e illustrazione che crea soluzioni visive leggere ma incisive che mi piace molto e quindi ho deciso di approfondire. Molto attenta ai contenuti ed alle relative forme di visualizzazione più appropriate, Lotta lavora come partner creativo in tutti gli aspetti del branding, cercando di affermare l’identità visiva del prodotto e di dare una forte connotazione e riconoscibilità attraverso stampe e implementazioni digitali pensate con cura.
Lotta Nieminen, originaria della Finlandia, ha studiato graphic design e illustrazione presso l’Università di Arte e Design di Helsinki e la Rhode Island School of Design, prima di fondare il suo studio a New York nel 2012. È stata nominata come una delle più importanti giovani art director under 30 dalla rivista Forbes e tiene regolarmente conferenze in conferenze presso università e aziende sia negli Stati Uniti che in Europa.
Diciamo che Lotta sa il fatto suo insomma ed anche il lavoro fatto con Posture lo dimostra.
Posture è un magazine biennale con sede a New York City che parla di artisti e imprenditori che spingono la loro attività al limite. E’ una piattaforma per artisti e designer indipendenti che esplora temi a volta scomodi quali il sesso, la razza e il femminismo attraverso l’arte e la moda.
Per il rebrand del magazine Lotta Nieminen è partita proprio dallo slogan di Posture: l’esplorazione creativa dell’identità con l’obiettivo di ridisegnare la rivista in favore di un prodotto audace e divertente con una raffinatezza sofisticata per un pubblico adulto.
La soluzione individuata è un forte uso del colore che consente di interpretare ogni articolo con la propria tonalità. L’abbondanza quindi di colori forti lega tutto il magazine insieme.
Il primo numero uscito con il nuovo format è il terzo della rivista, The Boss issue ed è acquistabile qui.

“Footnotes” ovvero le note a piè di pagina: la seconda uscita del magazine per gli appassionati della tipografia

Circa un anno fa è uscita il numero 1, o meglio A Issue, di “Footnotes”, in italiano significa appunto note a piè di pagina, una rivista nata dalla collaborazione del designer svizzero di Ginevra Mathieu Christe. con La Police, uno studio grafico specializzato nella tipografia digitale.
La prima uscita di “Footnotes” è stata davvero un bella sorpresa, con articoli di settore quindi non proprio per tutti, di František Štorm, Atelier Carvalho Bernau, Brigitte Schuster ed il grande Alan Bartram.
Mi è piaciuta la cura che si accompagna alla semplicità della rivista, dove ogni articolo è pensato e impaginato con un proprio carattere tipografico correlato all’argomento in questione.

Footnotes #A

E’ da poco disponibile la seconda uscita, Issue B, di Footnotes che, anche se ancora non ho avuto modo di vedere, immagino mantenga gli alti standard del progetto.
Si può dire che è un prodotto per pochi che però ne godranno sicuramente sfogliando le pagine e leggendo gli approfondimenti.

Footnotes, issues A e B, sono acquistabili qui.

Footnotes #B

Presentare il nuovo magazine “Dust Catcher” mi ha fatto riflettere sullo strano rapporto fra magazines e pubblicità

Dust Catcher è una rivista indipendente che ha fatto il suo esordio proprio in questo 2017 dove, in fatto di nuovi magazine, ne abbiamo viste di tutti i colori e forme.
Il primo ed unico numero finora uscito, dal classico formato 210 x 275 per 96 pagine, si caratterizza per la sovracopertina traslucida e per la scelta di una totale assenza di pubblicità. Questa volontà di rinunciare alla pubblicità rappresenta oggi una vera e propria sfida per chi la compie, soprattutto se si intende portarla avanti anche nelle successive uscite, perché è forse l’unica modalità di potersi davvero fregiare dell’aggettivo (veramente oramai svuotato di senso nella maggior parte dei casi) di indipendente.
A fronte dei costi rilevanti che si devono affrontare per la produzione, la promozione e la diffusione di prodotti del genere, risulta infatti estremamente difficile e coraggioso gettarsi nella mischia e, proprio per questo, degno di maggior considerazione, a mio avviso, rispetto ai colossi che oramai veleggiano anche nel settore magazine, sospinti dal vento di ricchi sponsor distesi a tutta pagina.
Non è certo un’accusa o una presa di distanza, esistono realtà editoriali bellissime che non avremmo mai potuto sfogliare senza la pubblicità, ma piuttosto una questione di chiarezza e onestà intellettuale che dovrebbe riportare tutti a chiamare le cose con il loro vero nome, anzi in questo caso, aggettivo.
Diciamo che considero indipendente chi può lavorare senza dipendere e quindi senza dover rendere conto agli sponsor che, in casi ancora più spinti di supporto economico diventano i veri e propri commitment del prodotto.
Quindi continueremo a godere di magazines sempre più belli, sia con che senza inserzioni pubblicitarie, ma almeno sapremo di cosa stiamo parlando quando scriviamo indipendente.

Rientro dalla digressione forse teorica ma a mio avviso obbligata per parlare di Dust Catcher che affronta, come molti altri magazine, il tema della grafica e del design contemporaneo cercando di ritagliarsi un proprio spazio in questa sovraffollata categoria attraverso la sperimentazione e la ricerca di artisti emergenti e non ancora affermati.
L’antipolvere, come si traduce in italiano Dust Catcher, dà uno sguardo alle persone che solitamente vengono etichettate come i creativi spaziando liberamente da illustratori a pittori a scultori, progettisti di giocattoli e molto altro ancora.
Dust Catcher lo potete acquistare qui.

 

INDEPENDENT PRESS FAIR: Janelas Lisboetas from Portugal

Independent Press Fair
Hey folks,
we are so happy that our Independent Press Fair project is finding so many people and so much interest!
Anyone who has an indifferent editorial product to promote, show, sell, we are here for this.
Send us your jobs by email and wait confident, we are working to develop the project but we need to see how many you are and what jobs you have in your head and hands, get ahead!

Today we present Camilla, from Brazil with his book about the windows of Lisbon. I love it and i’m so happy to have she with us now and for the future books..

About the publication
The Janelas Lisboetas fanzine was born from the homonymous project developed by Brazilian visual artist Camilla Cossermelli. The project consists of a series of illustrations of the people of Lisbon at their windows, a habit so common of theirs that becomes itself a peculiar feature of the city’s urban landscape. The series invites locals to reflect about what such a phenomenon may tell us about what it is like to live in Lisbon. The fanzine is a selection of these windows, put together into a single publication, printed using risograph technique and finalised with a simple and intuitive folding scheme that transforms a single sheet of paper into an A6 booklet when closed and, when open, an A3 poster.

About the artist
Camilla Cossermelli is a Brazilian visual artist and writer born in São Paulo, Brazil in 1995, currently concluding a bachelor’s degree in Social Communication at the University of São Paulo and on exchange at NOVA University in Lisbon, Portugal. Drawing has always been a prominent part of her life, but it only began to take professional paths since the beginning of 2017. The themes Camilla’s works approach often question concepts of femininity, appearance, and purpose.

After two years and a half working as a copywriter in a major branding consultancy in São Paulo, a significant period for her studies in the area of identity, verbal communication and poetry, Camilla moved to Lisbon to expand her investigation. Her experiences in the city levered her artistic production and involvement, which resulted in her first exhibition, her admission to her first gallery, the publication of her first book with her own poems and artwork, activity in the street art scene with paste-up posters, participation in art fairs, and also development of many new projects.

How to purchase my work
Send me an e-mail or direct message on Instagram (@camillacoss)
My complete works are on my shop.

Il libro raccoglie il meglio della stampa risograph in Europa

La casa editrice spagnola Monsa Pubblications, di cui abbiamo già avuto modo di parlare (qui),  ci regala un altro bel prodotto questa volta tutto dedicato alla risografia.
La stampa in risograph infatti è una sottocultura e un metodo di stampa con una riuscita estetica molto particolare e unica con la quale molti artisti, designer, creativi e bookmaker si stanno confrontando per le sue caratteristiche di relativa facilità di utilizzo e per quell’effetto simil serigrafico che tanto piace ai creativi di tutto il mondo.
Uno degli aspetti infatti che rende unica la risograph è l’accettazione, direi forse l’amore, verso le imperfezioni, verso l’unicità di ogni singola copia che, a differenza del processo serigrafico, viene qui ricreato attraverso strumenti digitali e automatici.


Il libro “Risography. Loving imperfections” è formato da 144 pagine in inglese e spagnolo, ricco di illustrazioni e prodotti a stampa originali creati dai rulli di inchiostro che vi faranno, se ancora non lo siete, innamorare di questo processo che sta sempre più diffondendosi anche in Italia.
Qui potete dare un’occhiata alla preview su Issu.

Il libro  acquistabile sul sito Monsa.

“Layout now” ti insegna ad usare le griglie per impaginare i tuoi prodotti editoriali

Con la convinzione che i buoni libri coltivino menti più solide e più interessate al miglioramento della vita di tutti, il team di SendPoints continua orgoglioso a pubblicare sempre ottimi libri. Dalla sua fondazione nel 2006 in Cina, SendPoints è diventata una delle migliori case editrici di arte e design di tutto il mondo. Lo splendido catalogo si muove su diversi settori quali la grafica, l’interior design, l’architettura ed il design di prodotto.
Io personalmente mi sono innamorato dei loro lavori partendo dalla splendida rivista BranD (di cui ho parlato qui per il numero speciale sul panorama attuale dei magazine) e che, dal suo lancio nel 2012 è diventata un riferimento anche nel settore magazine.

Il volume però di cui vi voglio parlare oggi si intitola “Layout now” e, come è facile intuire dal titolo, riguarda essenzialmente chi ama avere a che fare con griglie, margini, font e tutto quanto prevede una materia ampia e affascinante come l’editorial design.
Il layout design gioca un ruolo importante in quasi tutte le forme di design grafico, basti pensare ai giornali, ai libri, alle riviste, alle brochure, ai poster, alle pagine web e così via. “Layout now” illustra i principi del layout riconducendolo essenzialmente alla conoscenza ed alla padronanza dell’uso delle griglie, veri e propri strumenti del mestiere per chi ne conosce i segreti.
Tutti gli esempi riportati vengono scomposti spiegando quelli che sono i passaggi per una corretta costruzione che parte dal foglio bianco per diventare un layout definito grazie proprio alle griglie.

Quindi, per chi volesse iniziare o per chi già si confronta con la creazione di progetti di design, questo bel librone di 256 pagine a colori è disponibile anche in Italia presso la splendida libreria Limond di Paolo Cardinali.

Il Modernismo statunitense finalmente trova casa in un libro arancione

Display è una realtà editoriale gestita dallo studio creativo newyorchese Kind Company formato da Greg D’Onofrio e Patricia Belen. Il progetto mi piace e lo seguo da un pò perché amo particolarmente il suo approccio che sta a metà fra il prodotto classico, imponente e una certa ricercata spregiudicatezza nei soggetti su cui sofferma la propria attenzione con volumi tanto ben curati quanto interessanti.
Tutto il catalogo si concentra sul design modernista statunitense degli anni Cinquanta prendendo spunti da ogni tipo di prodotto: periodici, tipografia, arredo, pubblicità e oggettistica in genere. Dare visibilità a questo tipo di materiali per un pubblico di appassionati è davvero un modo utile di fare documentazione ed educazione per le scuole, per gli insegnanti, studenti, designer e ricercatori indipendenti.
Ultimamente pare abbiano interrotto i loro lavori e la cosa mi rende davvero triste anche se un’occhiata ogni tanto continuo a darla sperando in nuove notizie.

Greg D’Onofrio e Patricia Belen

Il libro di oggi è “The Moderns: Midcentury American Graphic Design”, un grosso volume sul movimento del Modernismo che ha trasformato il design grafico americano nella metà del XX secolo e ha stabilito un linguaggio visivo che conserva ancora oggi un’enorme importanza. A ben guardare, a differenza con quanto accaduto per le sue versioni europee, il Modernismo americano è stato poco analizzato ed infatti questa è la prima raccolta esaustiva su questo fenomeno che ha plasmato l’ambiente visivo del paesaggio urbano delle città americane.
Si tratta del lavoro di 63 grafici di cui vengono presentati sia i maggiori lavori, sia le rispettive biografie. Alcuni di questi veri e propri innovatori erano immigrati europei che portarono dall’Europa dove era nato, il vento nuovo del Modernismo.

Il libro è acquistabile sul sito della Casa Editrice, la Abrams Books, QUI.

Freak City, un libretto per farvi conoscere un artista dalle mille facce

Inizio la settimana con una segnalazione un pò data forse ma che continua a piacermi un sacco.
Si tratta dei lavori di Freak City, nome d’arte dell’illustratore di Bordeaux nato nel 1984 cofondatore dello studio design Atelier Kobalt attualmente impegnato anch ein numerosi altri progetti come il duo di pittura murale Royal Beton ed il collettivo Mondo Zero.
Dando un’occhiata ai nomi dei suoi clienti capiamo come Freak City si sia oramai ritagliato un certo nome nell’ambiente della grafica e del branding: Microsoft, Le Monde, Newsweek, ESPN, GQ, Jägermeister, Red Bull. Nonostante questo però continua a creare anche lavori per puro divertimento e lo ringrazio per questo visto che si tratta di materiale davvero interessante e del tutto indipendente e innovativo.
Come detto, un altro dei progetti di Freak City è Atelier Kobalt che porta avanti insieme alla grafica tessile Marianne.
Un’avventura grafica che intende collegare il mondo del design tessile, dell’arredamento, dell’illustrazione, dell’editoria e della serigrafia. Una trasversalità che è divertimento e sperimentazione e che dimostra una forte curiosità e soprattutto il desiderio di autonomia e indipendenza a cui il duo evidentemente tiene veramente moltissimo.
Sempre con l’attenzione rivolta al futuro ed al passato, la coppia mostra un vero amore per le sue influenze anni ’70 e ’80, per il cosiddetto Memphis design lanciato dal grande Ettore Sottsass e per la cultura grafica del Punk.
A fonte di tutto ciò e per darvi un’idea migliore dei lavori di Freak City, presento oggi il libro “A Well Filled Day”, prodotto da Freak City e Atelier Kobalt.
Si tratta di un libro di 20 pagine in classico formato A4 in edizione limitata di 200 copie.

Date un’occhiata e, se come me vi innamorate del libro, potete sempre acquistarlo qui.

45 giovani artisti creano una nuova font lavorando, ognuno sul lavoro dell’altro

New Contemporaries” è una delle organizzazioni leader in UK per il supporto e la promozione dei giovani artisti emergenti inglesi che, al termine del loro percorso accademico, si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro.
Dal 1949 New Contemporaries ha cercato di fornire sempre strumenti all’avanguardia per gli studenti di arte moderna indipendentemente dal luogo e dalla scuola di provenienza, mantenendo perciò un punto di vista democratico e creativo che ancora oggi ne fa una realtà eccezionale.
Questa eccezionalità risulta evidente dal progetto che ha visto produrre il catalogo della mostra annuale di questi artisti emergenti che nel 2017 sono stati selezionati da: Caroline Achaintre, Elizabeth Price e George Shaw.

Il catalogo è un volume blu e bianco, completamente illustrato e include come di consueto le biografie di tutti gli artisti e un breve btta e risposta con i loro selezionatori. Il progetto è stato ideato e realizzato dai ragazzi di Hato, studio londinese di  design specializzato nella visual identity e nell’art director.

Come dicevo si tratta di un prodotto azzardato, folle e molto attuale visto che si basa sulla creazione condivisa fra tutti gli artisti di un prodotto editoriale unico.
E’ stato co-progettato il font da tutti i 45 artisti selezionati, fornendo loro uno strumento digitale con cui potevano manipolare il lavoro dell’artista precedente partendo da una griglia vuota fino ad arrivare, con pochi clic, ad una famiglia completa. L’altro aspetto assurdo ed eccitante è che tutto questo si è svolto nell’arco di 24 ore in un workshop online.

Oltre ad essere il core del catalogo, il carattere progettato è diventato il simbolo della relativa campagna di marketing, in modo da rendere tutto coerente, innovativo e, penso sia indiscutibile, unico e condiviso.

Il volume è acquistabile QUI.

 

Una rivista degli anni Sessanta ma realizzata oggi da un maestro del fumetto punk

Gary Panter è da molti considerato uno dei più grandi disegnatori al mondo, soprattutto per quanto riguarda il mondo dei comics che gardano orgogliosamente al passato.
Panter è un vero e proprio mito per alcuni visto che a lui si fanno risalire alcune delle primissime pubblicazioni indipendenti di fumetti in uno stile che possiamo definire proto punk, ma partiamo dall’inizio.
Gary Panter nasce in Oklahoma ma cresce in Texas dove studia pittura presso la East State University per poi trasferirsi a Los Angeles nel 1977. A LA inizia a lavorare in diversi ambiti, dalla pittura al disegno, dai fumetti alle immagini commerciali, creandosi un proprio stile personale che amalgama insieme vari media e che ancora oggi lo rende unico ed immediatamente riconoscibile.
E’ con i fumetti però che Gary riesce davvero a crearsi un suo agguerritissimo seguito disegnando “Jimbo”.


Gary però ha deciso di coronare un suo sogno che gli balenava in testa, come lui stesso ha avuto modo di dire, oramai da più di 50 anni, quello cioè di ideare e realizzare una rivista hippie, proprio come quelle che venivano distribuite per le strade di San Francisco nei tardi anni Sessanta. Anzi, a dir la verità, dando un’occhiata, si capisce subito quello che è stato il suo punto di riferimento e ciooè quel “San Francisco Oracle” che, da un’idea di Allen Cohen, divenne forse uno fra i più ricercai e meravigliosi prodotti dell’editoria underground del periodo.

 

Grazie all’aiuto dell’amico art director Norman Hathaway ed al grafico Char Esme, ecco dunque “Fog Window”, un folle viaggio psichedelico in pieno e perfetto stile hippie accompagnato da un’esibizione chiamata “Hippie Trip” che si terrà alla galleria Marlborough Contemporary di New York.

Texitura il magazine che descrive l’arte di costruire i tessuti

Texitura è forse la più importante, senz’altro la più antica, rivista internazionale interamente dedicata al mondo del pattern design.
Texitura nasce nel 1975, quando María José Wynn Doménech e Pep Llorenç, con l’aiuto dell’Associazione spagnola per i designer tessili e di moda ADIMTE, hanno deciso di lanciare Mostra Teknil a Barcellona, ​​una fiera tessile in cui industriali e designer si sono incontrati con clienti interessati ai loro servizi.
Da questa esperienza nasce l’idea di creare una rivista quadrimestrale in cui i clienti avrebbero potuto ritrovare le migliori creazioni dei designer tessili e utili suggerimenti degli esperti sulle future tendenze grafiche e di prodotto.
Durante i suoi lunghi 40 anni di vita, la rivista ha portato un’esplosione di colore e di ispirazione grafica per chi è interessato alla decorazione su ogni tipo di superficie, dai tessuti alla carta da parati, dalla plastica all’arredamento.
Negli anni Texitura ha visto numerosi cambiamenti, fra cui fine dell’esperienza di ADIMTE e della Mostra Textil portando Maria Jose Wynn Doménech ha prendere le redini della rivista dal 1996 al 2006 per poi lasciare la direzione artistica ad Ana Santonja Querol e al gruppo Circulo Textil.
Attualmente Texitura è anche una piattaforma online, sempre fedele all’obiettivo originario di promuovere il design più nuovo e attuale a pochi clienti selezionati sparsi in tutto il mondo, con uno speciale occhio di riguardo per le realtà spagnole.

Un newspaper sulla letteratura controcorrente dal vago sapore vintage

Buenaventura, uno studio di grafica che la propria base operativa a Granada, Spagna e nel tempo si è specializzato visual identity e design editoriale lavorando oramai dal lontano 1995. I loro lavori si caratterizzano per una ricercata semplicità e armonia che, – secondo la loro filosofia – deve lasciare una traccia lieve e minimale nel prodotto.
Literata” è un un’idea ed un progetto di design editoriale che ha l’obiettivo di creare una rivista culturale che cerca, scopre, valorizza le idee più interessanti che scova in giro.
Alcun di queste idee riguardano essenzialmente le notizie letterarie di attualità, sia a livello nazionale che internazionale, non tralasciando mai di dare uno sguardo su quelle che sono le altre arti come il cinema e la fotografia ma sempre ricercando quegli scrittori e artisti che rompono gli schemi, provocatoriamente fuori regola, non conformisti, che a me piacciono sempre molto.
La grafica è vintage, caratterizzata dai colori pastello arancio e celeste che si ritrovano in tutte le pagine formato simil tabloid 275 × 395 mm simile al tabloid. Foto colorate che annullano le distanze temporali dei vari scrittori analizzati, reticoli che rimandano all’estetica del ciclostile e una semplicità che – nel mondo grafico attuale – appare molto più una scelta retrò che un’effettiva esigenza stilistica.
A me pace da matti!

Un catalogo di una mostra in Estonia riserva sempre piacevoli sorprese

Tartu è la seconda città, dopo la capitale Tallinn, per importanza dell’Estonia che mi ha colpito sia perché ho scoperto che a Tartu il Comune amministra e gestisce il centro urbano della città mentre le campagne appena fuori dipendono da un altro ente, il rispettivo comune rurale e sia – soprattutto – per il nuovo e futuristico Museo Nazionale Estone che è stato inaugurato nel 2016.

Estonian National Museum

Proprio l’Estonian National Museum ha commissionato alla società Wulcan un lavoro di editorial design molto interessante e che mi sono divertito ad approfondire un pò.
Echo of the Urals“, questo il titolo del progetto, è una exhibition formato da 9 storie animate sulle donne e gli uomini originari del territorio di Tartu – che con filmati, costumi, e oggetti tipici del posto e che soprattutto, sono poi diventati il relativo catalogo che ha l’obiettivo di far conoscere le storie e le relazioni tra le donne e gli uomini nella tradizione estone.
Il compito dei ragazzi di Wulcan era quello di sviluppare un concept book che raccontasse queste storie, che facesse riflettere sul contenuto della mostra ma che potesse anche essere apprezzato come oggetto a se stante.
Penso che l’obiettivo sia stato raggiunto a giudicare dalla cura con cui il progetto è stato realizzato che si evidenzia da tutti i punti di vista del prodotto: formato, lettering, rilegatura, stampa, layout ecc che dimostrano una scelta minimale e una assoluta dedizione alla chiarezza visiva anche a scapito forse di un pò di frizzantezza che poteva essere alleggerita con qualche soluzione cromatica più azzardata.

Raw Wine Fair: l’incontro meraviglia fra il la produzione naturale del vino e la stampa tipografica

Raw Wine Fair è una manifestazione dedicata ai vini, o per meglio dire alla produzione artigianale del vino organizzata ogni anno a Londra e giunta quest’anno alla sua sesta edizione. Il Raw Wine Fair riunisce coltivatori, produttori e consumatori in quella che è una vera e propria festa dedicata ai migliori vini biologici, biodinamici e naturali provenienti da tutto il mondo. Questi vini hanno una caratteristica comune, quella cioè di essere realizzati con il minimo intervento possibile, sia nella coltivazione che nella produzione, ma non sono qui per parlarvi di vino quanto piuttosto per segnalare come è mia abitudine, un prodotto editoriale che mi ha colpito.
Infatti, la casa editrice inglese Counter Press ha collaborato per il suo ultimo lavoro, con l’esperto di brand Dan Rowe per creare una nuova identità alla manifestazione cercando di catturare sia la qualità che le varie specificità di questi vini e dei loro produttori spiegando che il suo lavoro è stato reso più facile dall’affinità che esiste con il mondo tipografico dove il rapporto naturale esiste ugualmente fra il legno e i caratteri che compongono la produzione artigianale di della stampa.
Questa affascinante analogia fra la stampa tipografica e la produzione di vino artigianale ha portato alla creazione di un nuovo apposito logotipo e ad una serie di icone personalizzate che rappresentano i cinque principi fondamentali della produzione del vino artigianale.
La sinergia fra due mondi apparentemente così distanti è sfociata in cataloghi, borse e materiale promozionale per le quattro fiere dedicate che si svolgono in tutto il mondo, nonché una specifica linea di cancelleria e l’immancabile nuovo sito web.
In occasione del Raw Wine di Londra è stato inoltre presentato il libro “The artisan guide 2017” che dimostra la cura ed il successo che il vino e la tipografia possono raggiungere se accostati insieme.

“Overground”, il magazine sulla cultura visuale prodotto dallo IED di Torino

Overground è un nuovo magazine italiano, fondato a Torino per raccontare la storia della città ma non solo.
La rivista, di cui è da poco uscito il quarto numero, è promossa dagli studenti della scuola IED Torino ed intende indagare quelle che sono culture underground e nascoste ed il loro essere motore incessante per la creazione di nuovi stili, tendenze, riferimenti per i giovani.
“Overground” è supportato da due importanti realtà riguardanti lo stile attive a Torino, Hannibal Store, storico punto di riferimento per la street culture torinese e Undesign, un’agenzia di design visivo internazionale creata da Michele Bortolami e Tommaso Delmastro.

Overground si pone come una rivista all’avanguardia della comunicazione visiva e di come certi elementi nati nel mondo underground siano adesso emersi ad uno status diverso.
Il layout grafico è caratterizzato da una grande ricercatezza e da un potente impatto visivo con alcune soluzioni innovative e molto, molto bianco.
Un altro aspetto che dimostra l’accuratezza della parte del design editoriale è la parte tipografica in cui è da sottolineare come  molti dei font usati per le intestazioni siano stati prodotti dalla fonderia digitale AlfaType.

I contenuti sono suddivisi fra ampie parti dedicate alla fotografia e un’ampia gamma di interviste ad attori del cambiamento, a soggetti innovatori, catturati un pò in tutti i campi.
Date un’occhiata QUI alla rete di distribuzione del magazine e buona visione!

Quello che presentiamo qua sotto è il secondo numero uscito nel 2016.

“Me & EU” un libro di cartoline ideate dai designer inglesi per dire no alla Brexit

Me & UE” è un progetto che prevede la raccolta di cartoline scritte e realmente inviate da un  folto gruppo di creativi inglesi per testimoniare il loro essere europei e nettamente contrari alla Brexit.
il 23 Dicembre 2016 infatti, con il voto del 51,9 % della popolazione inglese decide di staccarsi formalmente dalla UE e queste cartoline sono la testimonianza di un’opinione contraria, creativa e battagliera.
Le cartoline, racchiuse in un grosso volume chiaramente dipinto di blu con inserti gialli, sono estremamente differenti tra loro, si va dal sarcasmo acido, alla classica cartolina vintage, fino a quelle più dal design ricercato e sofisticato.
Il progetto della raccolta e del libro nasce da un’idea di Nathan Smith e Sam T Smith due designer di Londra che, malgrado lo stesso cognome, non sono parenti. Gregory Bonner Haledi Londra.

Diego Bonci & The Big Lebowski Art Collection

The interviews with the artists who collaborated in the creation of the book “The Big Lebowski Art Collection” continues. Today we present Diego Bonci, from USA.
If you want to read previous interviews or buy the book, just click HERE.
Enjoy the reading!

Diego Bonci Diego is 34 years old, creatively repressed on a daytime, he goes out of his pen and ink studio at night, creating monochromatic surreal worlds.

1 – Describe how it was the first time you saw the movie “The Great Lebowski”

DB – I was 18 years old. To me and my friends, it was very often the case that we rented movies and brought them home to one of us. We were always in some, like a dozen kids. I often did not follow the movie because I was chatting with someone, I came to film started or I went first.
When we rented “The big Lebowski” this happened: I remembered nothing in the movie, only the title. I came to mind later, a few years later, when I happened to see him for the second time. And since that day, whenever I take the DVD in my hand, I think about that night more than 15 years ago, when I snapped “The big Lebowski”.

2 – To give readers an idea of your art try to describe what are some of your cultural references. At least 3 sources of inspiration that are important to you and why

DB – Talking about cinema: David Lynch! The more time passes and the more I find it difficult to appreciate any movie, watch it from start to finish, look at it, remember it well. Except for a few directors, and one of them is David Lynch, the most visionary of all, and so perhaps the one that most influenced my way of drawing. Every frame, every scene, often unconnected from the rest, I consider them a jewel. I often remember the scene in which Badalamenti spit coffee in Mulholland Drive: I love Lynch for things like this! Speaking of Literature: Raymond Chandler! I can not stop reading and rereading her novels that feature protagonist Philip Marlowe. Noir intricate, impossible to follow but where I love to lose to enjoy the wonderful atmosphere.
Whenever I take one of the books in my hand, I divide the pages until I get to the rare passages in which Marlowe returns home after a full day of work and relaxes by playing chess alone … I can never do without it. I read somewhere, but knowing the matter you understand, that there is a bit of Marlowe in The Big Lebowski!
Speaking of music: James Murphy! LCD Soundsystem frontman and manufacturer. I have always fallen behind everything she does. I do not remember a single time when I was listening to the Soundsystem LCD and I was in a bad mood: IM-POS-SI-BI-LE! Natural antidepressant.

3 – Describe what is your environment where you live and where you work

DB – I live in a small hill country in the brands, halfway between sea and mountain, isolated from the world but not too much: when you want to escape just climb up the car and choose where. I work ten minutes away from home, sometimes I go biking … My work does not make me happy. He is creatively castrant, but that’s … I do not complain because I look around from anywhere else I see worse: exploited people, poorly paid and frustrated … Here the bad season here may be too long, cold and boring. It goes much better when the sun goes out!
The boredom is transformed into a delightful tranquility: ride out, go to the park, talk and three beers … I was studying and living in Bologna, but I came back to my little village for love: my wife and I went to the asylum together! And now we have a son of not even two years who is a show and I think he will grow here as we did.

4 – Indicate which of 2 of the artists you attend regularly and what you think are the most you can find today in your creative environment

DB – They are dead and buried (so I go out of the way …), but I consider them contemporary because I still have to find out about them and every time I meet them in books, online and wherever I can, I find something new.
Aubrey Beardsley, an English illustrator at the end of the eighteenth century, scandalously unknown to the general public as well as to some workmen!
Only black on white, nothing else. By necessity, since at that time the printing techniques did not allow to represent colors or halftones, and there was no alternative if you wanted illustrate books. But what lines! And that imaginary … I’m in love lost to him. Dead young, not even 26 years old … It strikes the caparbietà and the enthusiasm with which he managed to affirm himself as an artist despite the health, always cagionevole.
Edward Hopper, he is very well known. The atmosphere in his paintings is enchanting, he wants to get in the canvas, stay for a while, immobile, and enjoy that peace. A few weeks ago I found something too good for me: in Nighthawks it seems that Hopper wanted to illustrate a passage by The Great Sleep of Chandler, of which I spoke above!
OK I nominate 2 contemporary artists who fascinated me with their monochrome illustrations: Sveta Dorosheva, Ukraine living in Israel. Daehyun Kim in art Monassi, South Korean.
Unreachable Monsters! Looking at their work sometimes gets the urge to stop drawing 

5 – Now that we are at the end. Try to explain what is the “Big Lebowski” for you and why do you think it has so much influence the world of graphics and illustration

DB – I would like to live in California alone, without any family ties, be unemployed but do not worry about it, with my friends “respecting a regime of hard drugs to keep the mind flexible”, relax at home smoking a barrel as I do bathing or drinking white russian and doing tai chi, being involved in an incredible story and having to deal with millionaires, pornographers, artists and nihilists but above all to wash me in bed with Julianne Moore!
Dream forbidden and unrealizable, me and millions of other fanatics of this wonderful movie.

Le interviste con gli artisti che hanno collaborato alla creazione del libro “The Big Lebowski Art Collection” continua. Oggi presentiamo Diego Bonci.
Se volete leggere le precedenti interviste o acquistare il nostro piccolo grande libro, basta cliccare QUI!
Buona lettura!

1 – Descrivi come è andata la prima volta che hai visto il film “Il grande Lebowski”..

DB – Avevo 18 anni. A me e ai miei amici capitava molto spesso di affittare dei film e di vederceli a casa di uno di noi. Eravamo sempre in parecchi, tipo una quindicina di ragazzi. Spesso non seguivo il film perchè chiacchieravo con qualcuno, arrivavo a film iniziato o me ne andavo prima.
Quando affittammo “The big lebowski” accadde prorpio questo: non ricordavo niente del film, soltanto il titolo. Mi rivenne in mente più avanti, qualche anno dopo, quando mi capitò di vederlo per la seconda volta. E da quel giorno, ogni volta che riprendo in mano il DVD, penso a quella sera di più di 15 anni fa, quando snobbai “The big lebowski”.

2 – Per dare ai lettori un’idea della tua arte, prova a descrivere quelli che sono alcuni dei tuoi riferimenti culturali, almeno 3 fonti di ispirazione che sono per te importanti e il perché

DB – Parlando di cinema: David Lynch! Più passa il tempo e più mi resta difficile apprezzare qualsiasi film, guardarlo dall’inizio alla fine, riguardarlo, ricordarlo bene. Fanno eccezione pochi registi e uno di loro è David Lynch, il più visionario di tutti e quindi forse quello che ha più influenzato il mio modo di disegnare. Ogni fotogramma, ogni scena, spesso slegata da tutto il resto, li considero un gioiello. Mi viene spesso in mente la scenain cui Badalamenti sputa il caffè in Mulholland Drive: adoro Lynch per cose come questa!
Parlando di letteratura: Raymond Chandler! Non riesco a smettere di leggere e rileggere i suoi romanzi che hanno per protagonista Philip Marlowe. Noir intricatissimi, trame impossibili da seguire ma in cui adoro perdermi per godermi appieno l’atmosfera meravigliosa. Ogni volta che riprendo in mano uno dei libri, divoro le pagine finchè non arrivo ai rari passaggi in cui Marlowe torna a casa dopo una giornata piena di lavoro e si rilassa giocando a scacchi da solo… non potrò mai farne a meno. Ho letto da qualche parte, ma conoscendo la materia si capisce, che c’è un po’ di Marlowe in The Big Lebowski!
Parlando di musica: James Murphy! Frontman degli LCD Soundsystem e produttore. Da sempre sbavo dietro a ogni cosa che fa. Non ricordo una singola volta in cui ascoltavo gli LCD Soundsystem ed ero di cattivo umore: IM-POS-SI-BI-LE! Antidepressivo naturale.

3 – Descrivi quello che è il tuo ambiente dove vivi e dove lavori.

DB – Vivo in un piccolo paese di collina nelle marche, a metà strada tra mare e montagna, isolato dal mondo ma non troppo: quando ti viene la voglia di fuggire basta salire in auto e scegliere dove. Lavoro a dieci minuti di macchina da casa, a volte vado in bici… Il mio lavoro d’ufficio non mi entusiasma. Creativamente è castrante, ma questo è… non mi lamento perchè come giro lo sguardo da qualsiasi altra parte vedo di peggio: gente sfruttata, mal pagata e frustrata… Qui da noi la brutta stagione può essere troppo lunga, fredda e noiosa. Va molto meglio quando esce il sole!
La noia si trasforma in godevolissima tranquillità: esci in bici, vai al parco, due chiacchiere e tre birre… Studiavo e vivevo a Bologna, ma sono tornato al mio piccolo paese per amore: io e mia moglie andavamo all’asilo insieme! Ed ora abbiamo un figlio di neanche due anni che è uno spettacolo e credo crescerà qui come abbiamo fatto noi.

4 – Indica quali sono 2 degli artisti che segui regolarmente e che pensi siano il massimo che si può trovare oggi nell’ambiente creativo

DB – Sono morti e sepolti (quindi vado fuori tema…), ma li considero contemporanei perchè ancora devo scoprire tanto di loro e ogni volta che li incontro nei libri, online e ovunque sia possibile, scopro qualcosa di nuovo.
Aubrey Beardsley, illustratore inglese di fine ‘800, scandalosamente sconosciuto al grande pubblico ma anche a qualche addetto ai lavori!
Solo nero su bianco, nient’altro. Per necessità, visto che a quel tempo le tecniche di stampa non permettevano di rappresentare colori o mezzitoni, e non c’era alternativa se volevi
illustrare libri. Ma che linee! E che immaginario… sono innamorato perso di lui.
Morto giovanissimo, neanche 26enne… Colpisce la caparbietà e l’entrusiasmo con cui è riuscito ad affermarsi come artista malgrado la salute, da sempre cagionevole.
Edward Hopper, lui sì molto noto.
L’atmosfera che si respira nei suoi quadri è incantevole, viene voglia di entrare nella tela, rimanerci per un bel po’, immobili, e godersi quella pace.
Qualche settimana fa ho scoperto una cosa troppo bella per me: in Nighthawks pare che Hopper abbia voluto illustrare un passaggio de Il Grande Sonno di Chandler, di cui ho parlato sopra!
OK nomino 2 artisti contemporanei che mi hanno stregato con le loro illustrazioni monocromatiche: Sveta Dorosheva, Ucraina che vive in Israele. Daehyun Kim in arte Monassi, sudcoreano.
Mostri inarrivabili! A guardare i loro lavori a volte viene la voglia di smettere di disegnare…

5 – Adesso che siamo alla fine, prova a spiegare cosa rappresenta per te “Il grande Lebowski” e perché pensi che abbia così tanto influenzato il mondo della grafica e dell’illustrazione

Vorrei vivere in California, da solo, senza alcun legame familiare, essere disoccupato ma non preoccuparmene, spassarmela con i miei amici “rispettando un regime di droghe abbastanza rigido per mantenere la mente flessibile”, rilassarmi a casa fumando una canna mentre faccio il bagno o bevendo white russian e facendo tai chi, essere coinvolto in una storia incredibile e avere per questo a che fare con milionari, pornografi, artisti e nichilisti ma soprattutto per spassarmela a letto con Julianne Moore!
Sogno proibito e irrealizzabile, mio e di milioni di altri fanatici di questo film meraviglioso.

“CH’ARTS”, 3 libretti di grafici e dati con una finestra sulla copertina

Uno degli aspetti che mi ha sempre colpito nei prodotti editoriali è il ruolo della carta. Non tanto per il suo spessore, la sua ruvidezza, ma bensì proprio per il profondo e particolare ruolo estetico che gioca nel nostro modo di guardare un libro, una fanzine e ogni altro prodotto editoriale.

E’ la carta che da una profondità che oggi, nel mondo digitale viene resa al massimo con fredde ombre post prodotte ed è sempre la carta che rende viva e reale una pubblicazione con le sue sia pur lievi imperfezioni e venature.

Proprio per questa sua importanza mi è piaciuto molto il progetto realizzato oramai un anno fa dal giovane art director di Barcelona Adrià Molins dal titolo “Ch’arts: Infographics about arts education” il cui significato sta per Chart + Arts = Ch’arts.

 

In questo progetto, che prevede 3 pubblicazioni legate tra loro che si differenziano in base alla forma che dalla copertina sagomata permette di entrare a sbirciare l’interno, si affronta il tema dell’educazione artistica in Europa e in particolare in Spagna.

Lo stile è semplice, fortemente ispirato alla pulizia grafica svizzera. Le ombre naturali prodotte dal foro nella copertina ispirano curiosità di sfogliare i libretti che, al loro interno, riportano splendide e pulitissime infografiche che, pur senza ricercare colpi sensazionali o effetti speciali, mostrano i dati ed i trend del soggetto scelto da Adrià.

 

Jean Bon & The Big Lebowski Art Collection

The interviews with the artists who collaborated in the creation of the book “The Big Lebowski Art Collection” continues. Today we present Jean Bon, from USA.
If you want to read previous interviews or buy the book, just click HERE.

Jean Bon is Hélène a french illustrator based in Liège (Belgium) since 2009. Some delicatessen, some eye dark circles, some sexy.

1 – Describe how it was the first time you saw the movie “The Great Lebowski”
JB – I think I was with my big brother, and I was relatively young, it was one of the first “adult movie” I watched as a teenager, and I have not so much memories of this first time unfortunately, it was a LONG time ago!
2 – To give readers an idea of your art, try to describe what are some of your cultural references. At least 3 sources of inspiration that are important to youand why
JB – I’m inspired by movies (good and bad ones) and pop culture. I love wes anderson movies, and guy ritchie’s ones. I love Takeshi Kitano for his approach to relationships, Bong Joon-ho for his twisted mind, Edgar wright for his sense of humor, Nicolas Winding Refn for his work of lights and colors. I love also the author Camille Jourdy (who wrote  the comic book “Rosalie Blum”) and Charles Burns.  But actually I take my inspiration in people with “life damages” who cross my road. All this with a big dose of self-mockery and second degree.
3 – Describe what is your environment where you live and where you work
JB – I am from France but I live and work in Liège (in Belgium). I went here to study illustration and I never left it. It’s a fascinating city to cross damaged people. I am pretty stay-at-home, I work in my livingroom on a small messedup desk. I like to fall asleep in St Leonard’s Park when it’s sunny (two months in a year, thank you Belgium…) you can be sure that a drunk hobo will yell on another one beside a peaceful family lying in the grass for teatime, it makes always funny and anecdotic moments.
I like also drawing at the movie theater’s brewery with my friends, it’s pretty quiet among the crowd. 
4 – Indicate which 2 of the artists you attend regulary and what you think are the most you can find todayin your creative environment
 
JB – I haven’t one favorite artist, and I don’t want to. There is so many pictures around us, it would be sad to stop your tastes at one or two. With internet, (instagram and tumblr are part of my daily routine) we are bombarded with so much pictures everyday, my favorite artist changes nearly everyday! But without contest, I love Marnu Larcenet’s work (“Blast” serie of comic books), he can be very funny as well as vey dark from one book to another. And “Trois ombres” of Cyril Pedrosa is probably the comic book that most marked me at a time of transitions in my life.
5 – Now that we are at the end, try to explain  what is “the great lebowski” for you and why do you think it has so much influenced the world of graphics and inllustration
JB – I love loosers, fucked up, lost people so this main protagonist is perfect. His acolytes and the bad guys are awsome too. 
The ferret and the ashes moments are grand movie scenes. I loved every tiny detail that makes it all go wrong. I adore thoose close-ups on daily objects which makes them take on disproportionate importance; it’s something I’m very influenced by in my comics. That’s probably why I love to retrace a movie like a comic strip, draw every tiny moment which marked me and resume movie like that.
Le interviste con gli artisti che hanno collaborato alla creazione del libro “The Big Lebowski Art Collection” continua. Oggi presentiamo Jean Bon.
Se volete leggere le precedenti interviste o acquistare il nostro piccolo grande libro, basta cliccare QUI!
Buona lettura!
Jean-Bon è Hélène, un’illustratrice francese con sede a Liegi, Belgio dal 2009.

1 – Descrivi come è andata la prima volta che hai visto il film “Il grande Lebowski”..

JB – Penso che fossi con il mio fratello maggiore ed ero relativamente giovane, è stato uno dei primi film “adulti” che ho visto come adolescente e non ho tanti ricordi di questa prima volta purtroppo, è stato un tempo fa !

2 – Per dare ai lettori un’idea della tua arte, prova a descrivere quelli che sono alcuni dei tuoi riferimenti culturali, almeno 3 fonti di ispirazione che sono per te importanti e il perché

JB – Di solito mi ispiro ai film (buoni e cattivi) e dalla cultura pop. Amo i film di Wes Anderson e quelli di Guy Ritchie. Amo Takeshi Kitano per il suo approccio alle relazioni, Bong Joon-ho per la sua mente tormentata, Edgar per il suo senso dell’umorismo, Nicolas Winding Refn per il suo lavoro di luci e colori. Amo anche l’autore Camille Jourdy (che ha scritto il fumetto “Rosalie Blum”) e Charles Burns. Ma in realtà mi interessano le persone con “problemi di vita” che incontro durante la mia strada, tutto questo con una grande dose di auto-ironia.

3 – Descrivi quello che è il tuo ambiente dove vivi e dove lavori.

JB – Sono originaria della Francia ma vivo e lavoro a Liegi (Belgio). Sono venuta qui per studiare illustrazione e da li non l’ho mai lasciata. È una città affascinante in cui si vedono molte persone tormentate. Mi piace starmene a casa, lavorare nella mia stanza su di una piccola scrivania. Mi piace addormentarmi nel Parco di St Leonard quando il sole mi batte in faccia (due mesi all’anno… ) a guardare un uomo ubriaco seduto accanto ad una pacifica famiglia sdraiata sull’erba per teatime, fa sempre momenti divertenti e aneddoti.
Mi piace anche disegnare alla birreria del cinema con i miei amici, è abbastanza tranquillo tra la folla.

4 – Indica quali sono 2 degli artisti che segui regolarmente e che pensi siano il massimo che si può trovare oggi nell’ambiente creativo

JB – Non ho un artista preferito, e non voglio averlo. Ci sono tante immagini intorno a noi, sarebbe triste fermare i propri gusti ad uno o due. Con internet, (instagram e tumblr fanno parte della mia routine quotidiana) siamo quotidianamente bombardati da tante immagini ed i miei gusti cambiano quasi ogni giorno! Se devo proprio, amo il lavoro di Marnu Larcenet (con la serie di fumetti “Blast“) perché può essere allo stesso tempo molto divertente e molto cupa passando d un volume all’altro. “Trois ombres” di Cyril Pedrosa è invece il fumetto che più mi ha segnato in un momento di transizione della mia vita.

5 – Adesso che siamo alla fine, prova a spiegare cosa rappresenta per te “Il grande Lebowski” e perché pensi che abbia così tanto influenzato il mondo della grafica e dell’illustrazione

JB – Amo i loosers e quindi le persone come il protagonista principale del film sono perfette per me. Anche i suoi amici e gli altri personaggi sono troppo forti.
I ferretti per fumarsi le canne e il barattolo con le ceneri di Donny sono grandi scene cinematografiche. Amo ogni minuscolo dettaglio che durante il film, rende tutto sbagliato. Adoro questi primi piani sugli oggetti che solitamente sono considerati inutili e che invece qui diventano importanti in modo grottesco e sproporzionato. E’ qualcosa che ha molto influenzato i miei fumetti. Questo è probabilmente il motivo per cui amo ritrovare i film nei fumetti, disegnare ogni momento, ogni minuscolo dettaglio che mi ha segnato e fare così mio quel film che mi ha colpito.

L’arte del Logo Design nella carriera di Cruz Novillo

“Cruz Novillo: Logos” è un bel librone appena edito dalla garanzia Counter-Print per celebrare la leggenda spagnola del design con una guida completa al suo mondo da sempre incentrato sul logo design.

Anche se questo libro si concentra sui loghi, Cruz Novillo ha ottenuto infiniti riconoscimenti anche in veste di scultore, di designer, di editore e di illustratore dimostrando una versatilità fuori dal comune.
Una carriera iniziata nel settore del design industriale e nell’editoria, con la creazione di una delle prime riviste spagnole specializzate nel settore design, “Temas de Diseño”.
Il suo lavoro è onnipresente nel tessuto della cultura visiva spagnola in quanto, negli ultimi 50 anni ha prodotto lavori di design per la maggior parte dei servizi pubblici come l’ufficio postale (Correos), la polizia nazionale (Cuerpo Nacional de Policia), il sistema ferroviario (Renfe) e moltissimi altri.

CORREOS – Poste Spagnole
Cuerpo Nacional de Policia – Polizia
Forse uno dei lavori più famosi ed ancora oggi utilizzato è il logo del Partito Socialista Spagnolo che, con quella mano che impugna la rosa rossa, è ancora oggi attualissimo.
Il pugno e la rosa sono due elementi imprescindibili nella simbologia della socialdemocrazia europea. La sua storia cominciò nel 1977 quando, proprio Cruz Novillo disegnò il simbolo. Il pugno e la rosa sono ispirati al simbolo dei socialisti francesi, ma se la mano che tiene la rosa socialista francese è la destra, nel caso spagnolo è la sinistra.

 

Logo Partito Socialista Francesce e Logo Partito Socialista Spagnolo

Uno degli aspetti principali del lavoro di Cruz Novillo è sia la qualità che la quantità della sua produzione che oramai vanta oltre 50 anni di carriera. La sua è un’estetica senza tempo che ha avuto ed ha tuttora un’enorme influenza sui designer contemporanei spagnoli e non. Il suo uso di forme geometriche semplici e ben marcate, uno stile sempre permeato di fantasia e divertimento, sono solo alcuni dei tratti distintivi che Novillo ha contribuito a diffondere.

Il libro “Cruz Novillo: Logos” è disponibile per l’acquisto nel sito Counter-Print.

 

INDEPENDENT PRESS FAIR: StenoSpiegel con il suo “Wood life”

Il nostro progetto di promozione e valorizzazione dell’editoria indipendente INDEPENDENT PRESS FAIR continua e si allarga sempre più. Se vuoi maggiori info, dai una lettura alla bozza i Regolamento che stiamo preparando e inviaci anche tu il tuo lavoro da promuovere!

“Wood life” è il primo fumetto autoprodotto da StenoSpiegel (Instagram e Facebook), autore ai suoi esordi nel mondo del fumetto.
Gli piace disegnare in libertà tutte le storie che gli passano per la mente.
Segui le avventure degli animali del bosco, un giovane coniglio alla ricerca del padre scomparso in compagnia di vari compagni. Incontra gli animali del bosco per districare il mistero, gli amori travagliati degli animali della foresta, la lotta per la sopravvivenza, le crisi esistenziali degli scoiattoli, il precario equilibrio del loro rapporto con gli umani fino ai colpi di scena finali. Un viaggio che porterà alla scoperta dei segreti del bosco.
Gli animali sono tutti coccolosi ma chi può sapere cosa nascondono? Nessun animale è stato maltrattato nella realizzazione di questo fumetto.

Acquistabile QUI!

Una zine in risograph dedicata, con molta fantasia, alla “Begónia”

Gonçalo Duarte, un giovane artista grafico di Lisbona, ha prodotto questo bel libretto intitolato “Begónia” che, come ci dice la nostra Wikipedia, è un genere di piante di origine tropicale che comprende circa 1.600 specie. Sono generalmente piante perenni, spesso coltivate in vaso o in giardino come piante ornamentali per la bellezza dei fiori e delle foglie.
Il libretto è un mix apparentemente confusionario di opere astratte e figurative riferibili alla pianta, stampato in risograph in cui al centro di tutto ci sono i colori, il loro accostamento e la loro vivacità.

Come riporta il titolo, il soggetto è Pianta natale nelle regioni calde, coltivata per il suo fogliame decorativo e per i suoi fiori dai colori vivaci che vanno dal rosa al rosso profondo.

Il libretto è pubblicato nella sua seconda edizione (la prima aveva una cover ben più vistosa nel suo giallo canarino) in 50 copie da Pubblicato da Stolen Books, editore portoghese che oramai da anni lavora con nomi più o meno famosi realizzando prodotti editoriali considerati sperimentali in quanto utilizzano indistintamente arte visiva, film, video, fotografia, disegno, pubblicità, musica e scrittura.

Tutti i prodotti di Stolen Books sono venduti in edizione limitata, numerati e firmati dagli autori. “Begónia” lo potete acquistare, fino ad esaurimento copie, QUI.

L’artista argentino Falu e la sua fanzine targata VANS

Fabrizio Corelai, meglio conosciuto con il nome d’arte di Falu, è un artista argentino di Buenos Aires che, con un percorso completamente autonomo e da autodidatta, è riuscito negli ultimi anni a farsi un nome nell’ambito soprattutto della street art e della skate art.

Oggi presentiamo un suo lavoro del Maggio 2017 chiamato “Vans Zine Vol.1” che speriamo sia l’inizio di una serie visto che si tratta di un gran bel lavoro che i seguaci del brand americano Vans apprezzeranno sicuramente.

Jean-Paul de Win & The Big Lebowski Art Collection

Jean-Paul de Win is a motion graphics designer from the Netherlands with
experience in broadcast and game graphics.

The Big Lebowski is a trademark and copyright of Universal Studios. Licensed by Universal Studios Licensing LLC. All Rights Reserved.

1 – Describe how it was the first time you saw the movie “The Great Lebowski”

JPdW – I really don’t remember the first time I saw The Big Lebowski, but I think it must have been some blurry VHS evening. at home.

2 – To give readers an idea of your art try to describe what are some of your cultural references. At least 3 sources of inspiration that are important to you and why

JPdW – As I work mostly as animator my inspiration comes from motion graphics from all around the globe. 
Music is a big part of my life. I can not work without music in the background. The movie The Doors (’91) changed my perception of music and way of life in a big way. 
Pinball art in general is also a great source of inspiration. I’ve been attract to pinball since I was a little kid.

3 – Describe what is your environment where you live and where you work

JPdW – I moved to Nijmegen in 2010. This Dutch city, founded 2000 ago by the romans, has many left minded citizens, a nice variety of (music) events and just a good vibe all year round. I work from an office in a building shared with several artist in many disciplines (fine art, product design, graphic and web design).

4 – Indicate which of 2 of the artists you attend regularly and what you think are the most you can find today in your creative environment

JPdW – M.C. Escher has always inspired me with his clean and mathematical art style. Just amazing and mind boggling how he has created his art without the use of a computer. I also admire ‘the’ 4 Renaissance artists (da Vinci, Michelangelo, Raphael and Donatello). Their expertise in various art forms inspires me to try different things and styles all the time.

5 – Now that we are at the end. Try to explain what is the “Big Lebowski” for you and why do you think it has so much influence the world of graphics and illustration

JPdW – I love The Big Lebowski for it’s dialogues and legendary scenes. You really need to see it a couple of times to ‘get it’. The Dude’s laid-back, pacifist way of living is something I can relate to. And probably many other artists?

1 – Descrivi come è andata la prima volta che hai visto il film “Il grande Lebowski”..

JPdW – Non ricordo veramente la prima volta che ho visto Big Lebowski, ma credo che sia stata una serata con una vecchia videocassetta sfocata, a casa mia.

2 – Per dare ai lettori un’idea della tua arte, prova a descrivere quelli che sono alcuni dei tuoi riferimenti culturali, almeno 3 fonti di ispirazione che sono per te importanti e il perché

JPdW – Mentre lavoro principalmente come animatore, la mia ispirazione derivava dalla motion graphic che vedevo dappertutto, in tutto il mondo.
Anche la musica però è una grande fonte di ispirazione di tutta la mia vita. Non posso lavorare senza musica in sottofondo. Il film The Doors (’91) ha cambiato la mia percezione della musica e del modo di vivere.
L’arte che sta dietro al design dei flipper – in generale – è anch’essa una grande fonte di ispirazione per me. Sono sempre stato attratto dai flipper, fin da quando ero un ragazzino.

3 – Descrivi quello che è il tuo ambiente dove vivi e dove lavori.

JPdW – Mi sono trasferito a Nijmegen, Olanda, nel 2010. Questa città, fondata 2000 anni fa dai romani, ha molti cittadini di sinistra e una gra quantità di musica live che riguardano quasi tutto l’anno. Lavoro in un ufficio situato in un edificio condiviso con diversi altri artisti di diverse discipline (design di prodotto, grafica e web design).

4 – Indica quali sono 2 degli artisti che segui regolarmente e che pensi siano il massimo che si può trovare oggi nell’ambiente creativo

JPdW – M.C. Escher mi ha sempre ispirato con il suo stile artistico pulito e matematico. Ancora mi sorprendo e affascino da come ha creato la sua arte senza l’uso del computer. Ammiro anche i 4 artisti rinascimentali (Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Raphael e Donatello). La loro esperienza in varie forme d’arte mi ispira a provare tecniche e stili sempre diversi.

5 – Adesso che siamo alla fine, prova a spiegare cosa rappresenta per te “Il grande Lebowski” e perché pensi che abbia così tanto influenzato il mondo della grafica e dell’illustrazione

JPdW – Amo il Grande Lebowski per i dialoghi e le leggendarie scene di cui è composto. Hai davvero bisogno di vederlo più di un paio di volte per diventare uno di loro. Il modo di vivere tranquillo e pacifico del Drugo è qualcosa con cui sto alla grande. E come me probabilmente anche molti degli altri artisti del libro…

The Big Lebowski is a trademark and copyright of Universal Studios. Licensed by Universal Studios Licensing LLC. All Rights Reserved.

Una mostra ed un libro celebrano l’editoria underground inglese

Barry Miles, per chi ha girovagato un pò negli anni Sessanta della controcultura sia musicale che soprattutto editoriale, non può essere certo considerato un nome nuovo. Anzi.
E’ stato infatti il fondatore di IT e autore di più di 50 libri tra cui biografie di pesi massimi come William Burroughs, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Frank Zappa e Charles Bukowski. Attualmente Miles vive a Londra e in Francia ma non ha smesso di occuparsi di libri e soprattutto di editoria underground.
Ecco dunque un’altra delle sue uscite:”The British Underground Press“, che ripercorre con le memorie di quello che al tempo fu uno, se non il protagonista, della storia della nascita dell’editoria underground inglese.
Nel 1966 infatti, nel pieno della cosiddetta Beatlesmania nella Swinging London, Barry Miles e John “Hoppy” Hopkins fondarono a Londra la libreria e galleria d’arte Indica, che permise loro di conoscere molte delle persone più influenti del periodo come Paul McCartney, Jimi Hendrix e tanti, tanti altri.
Sempre in compagnia di Hopkins, il 29 aprile 1967 Miles organizzò un concerto, chiamato The 14 Hour Technicolor Dream (vedi video), all’Alexandra Palace per raccogliere fondi per il lancio della nuova rivista International Times.
Pink Floyd ne furono i protagonisti, ma vi parteciparono anche altri artisti fra i quali Yoko Ono e John Lennon, Arthur Brown, il gruppo jazz-rock dei Soft Machine, i Tomorrow e The Pretty Things.

IT, come in breve tempo venne chiamato da tutta la controcultura inglese e non, è stato il primo vero quotidiano britannico underground e ha dato il via, insieme ad altri, ad una vera e propria rivoluzione della carta stampata.

A distanza di 50 anni, è tempo di celebrare con una mostra in grande stile quella che fu la portata innovatrice di questa rivista e di tutte le sue sorelle, il suo rompere totalmente le regole esistenti ed instaurarne di nuove, totalmente differenti, che furono fatte proprie da altre testate. Dopo IT infatti, vi fu la proliferazione di questi fogli sempre più belli, colorati e, ognuno a suo modo, innovatori.
La mostra che ripercorre quel periodo non più lungo di un decennio, si svolge a Londra, alla A22 Gallery fino al 4 Novembre e, senza nessun dubbio, sappiamo già che il catalogo sarà imperdibile..
Saranno presenti tutte le riviste underground inglesi nate negli anni ’60: International Time, Friends/Frendz, Gandalf’s Garden, Black Dwarf, Ink e soprattutto quella meraviglia che fu Oz di cui vi ho già parlato qualche mese fa qui.

Scorrendo le copertine si capisce immediatamente che il periodo, l’aria, il contesto, era di totale spinta in avanti, di sperimentazione continua.
Forse non era ben chiaro il dove ed il come sarebbero andate le cose, ma lo era fin troppo che sarebbero cambiate. La sensazione di poter incidere su quella che era la società di allora, i suoi riti, non poteva resistere e non lo fece.

Allo stesso modo l’editoria e l’editorial design in particolare, incontrarono e sposarono l’arte e la grafica contemporenee, riuscendo a produrre risultati che prima di allora nemmeno erano stati immaginati e che, ancora oggi, in un periodo di minimalismo e pulizia grafica estrema, innalzano un monumento alla libertà creativa sfrenata e senza compromessi.

 

Rendere meraviglioso un paese di montagna tedesco lavorando su 80 cartoline in bianco e nero

Otl Aicher è relativamente famoso per aver progettato il marchio delle linee aeree Lufthansa di cui consiglio il bellissimo volume di approfondimento edito dalla Lars Muller Publishers dal titolo “Lufthansa und Graphic Design” e, qualche anno dopo il font FOTIS, sviluppato nel 1988.

In entrambi i casi e, nell’arco della usua intera carriera, Aicher cerca di raggiungere la massima leggibilità e la chiarezza visiva attraverso la purezza della linea e dell’elemento grafico.

Otl è stato molte cose, tenace oppositore del nazismo e per questo arrestato nel 1937 dalla Gestapo. Arruolatosi poi forzatamente nell’esercito tedesco, nel 1945 disertò nascondendosi fino alla fine della seconda guerra mondiale.
Nel 1946, dopo la conclusione della guerra, Aicher cominciò a studiare e nel 1947 aprì un proprio studio per poi fondare, nel 1953, con la moglie Inge Scholl, la Scuola di Ulm per il disegno (Hochschule für Gestaltung Ulm), che negli anni è diventata uno dei centri scolastici sul design più importanti della Germania.
Per chi volesse approfondire ulteriormente la figura di Aicher, consiglio di andarsi a cercare il lavoro come curatore della comunicazione visiva svolto per i Giochi della XX Olimpiade a Monaco di Baviera nel 1972. I suoi pittogrammi sono ancora oggi uno dei migliori esempi di rigore, pulizia e immediatezza.

Oggi lo Studio grafico dn&co. ha realizzato un volume di 116 pagine edito dalla Place Press con introduzione di Norman Foster, che riporta a galla il lavoro che Otl Aicher realizzò alla fine degli anni Settanta per l’Ufficio del Turismo della piccola cittadina del sud della Germania chiamata Isny. Isny, classica città di montagna che si dispiega fra baite, montagne e animali in pieno stile Heidi, viene invasa dai turisti che in estate arrivano per passeggiare attraverso i suoi dolci pendii e in inverno per sciare.
Quando ad Aicher fu commissionato il lavoro, l’obiettivo era quello di creare una identità grafica per l’ufficio turistico di Isny e la sua visione fu del tutto diversa da quella a cui tutti pensavano.

Minimal, interamente bianco e nero, Aicher ha applicato alle cartoline da Isny lo stesso stile che lo aveva reso famoso nei suoi lavori precedenti. Ha suddiviso la città in 120 pittogrammi creando una serie di cartoline dove non compare nessuna tipica fotografia a colori di montagne, mucche e case coloniche. Lo stesso Aicher lo ha definito “l’antitesi della mentalità della cartolina”.

Intervista a FORO Studio

Una delle interviste che mi ero ripromesso di fare era quella ai ragazzi di FORO Studio fin da quando chiesi loro una copia del primo numero del progetto “No Budget” e me lo vidi arrivare direttamente a casa con tanto di letterina di ringraziamento.
Mi piaceva il progetto, è intelligente e leggero, e soprattutto mi piaceva la professionalità del gruppo per cui, qualche mail dopo e un’estate dopo, eccomi qua a pubblicare le loro risposte.

Foro Studio è un gruppo di professionisti, grafici, designer,  architetti, fotografi che collaborani in diversi progetti lavorando in varie parti d’Europa.

Abbiamo parlato di “No Budget” certo, dei progetti futuri del gruppo, ma soprattutto abbiamo parlato di editoria e illustrazione, della situazione italiana e del resto d’Europa, delle problematiche e delle potenzialità di questo settore in crescita ma non ancora adulto, con la speranza che la discussione possa interessare anche altri soggetti che operano in maniera indipendente e non a cui invito la richiesta prendere parte al dibattito scrivendomi.
Vorremmo dare spazio a chiunque abbia idee, critiche, proposte o semplicemente voglia di discutere dell’editoria indipendente in Italia, ma intanto leggetevi cosa pensano e chi sono i ragazzi di Foro Studio.

Buona lettura!

Foto del team di FORO Studio (da SX: Alessandro Pennesi, Giuseppe Ponzo, Fabio Romenici, Claudia Oldani, Salvatore Ponzo). Credits: Andrea Oldani.

——–

FRANCESCO CIAPONI – Quello che mi ha colpito del progetto #foroNOBUDGET è la passione, uno slancio che si sente in ogni angolo e centimetro del foglio e che si rafforza leggendo gli editoriali dei 2 numeri usciti. Questo è un ottimo punto di partenza che permette di camminare sia con il giusto orgoglio sia con la dovuta energia senza la quale questo tipo di progetti stentano a durare. Detto questo, cosa volete che diventi #foroNOBUDGET in un futuro? Qual è cioè il domani di questa bella idea?

FORO STUDIO – Ti ringraziamo un sacco per le bellissime parole, siamo felici che la passione che abbiamo messo nel progetto si scorga riga per riga. La domanda da cui partiamo è un argomento che stiamo discutendo proprio in questi giorni: non sappiamo ancora cosa succederà a #foroNOBUDGET dopo l’uscita del quarto numero, l’issue conclusivo di dicembre. Quello di cui siamo certi è che, anche se il nostro magazine non avrà più la veste grafica attuale, non abbandoneremo i racconti. La speranza, comunque, è quella di avere prima o poi un budget. Una delle nostre paure è quella di fare un progetto fine a se stesso, che si risolve in un nulla di fatto come tante realtà simili. Purtroppo le idee non mancano, i soldi sì; e se non si può mangiare con quello che si fa, lo si deve relegare all’essere un hobby – e se diventa un hobby la qualità per forza di cose passa in secondo piano. Può sembrare poco poetico, ma senza un ritorno economico concreto non si va da nessuna parte, e i sogni non possono essere costruiti né sulle nuvole né sull’aria fritta.

Foto dell’editor Federica Riccardi.
Credits: Andrea Oldani.

FC – Fin da quando avevo 18 anni mi sono occupato di editoria underground e di tutto quel sottobosco fatto di fogli, foglietti e poster a volte incomprensibili ma sempre veri, puri che componeva l’editoria indipendente. Con il tempo, ed i mille cambiamenti nella società e negli strumenti a disposizione, questo sottobosco si è trasformato. Non esistono più, o sono molto residuali, i fogli e le fanzine brutalmente fotocopiate ed al loro posto vediamo rivistine e progetti di altissima qualità e ricercatezza, venduti e non più regalati, in eventi organizzati ad hoc per un pubblico non più di giovani alla ricerca della ribellione ma di persone di tutte le età che apprezzano l’estetica grafica ed il design editoriale ed illustrativo. Questo cambiamento ha portato ad un settore vero e proprio con una propria dignità, dei punti di riferimento – penso al Fruit, ad Inchiostro ed agli altri eventi – ma ancora non ha un proprio mercato che consenta qualcosa di più del semplice galleggiamento, al lavoro – come inteso proprio in #foroNOBUDGET – precario, sfruttato, non retribuito. Cosa pensate che manchi ancora, quali sono gli errori e che idee avete voi per fare dei passi avanti in questa direzione?

FR – In Italia abbiamo due problemi culturali di fondo che spesso tagliano le gambe alle iniziative di carattere artistico o divulgativo. Il primo ed il più paralizzante è l’idea che ad un artista non serva altro che il proprio talento e un po’ di ispirazione; la convinzione che l’artista sia qualcosa di diverso e soprattutto migliore di un mestierante. Sembra che il popolo italiano sia collettivamente convinto che si possa decidere in principio che ci si appresta a fare dell’arte – mentre invece cosa faccia parte dell’arte lo si decide dopo, con il passare delle generazioni, essendo testimoni di cosa permane nella cultura popolare, e come. Ecco perché in Italia sono tutti un po’ scrittori, un po’ poeti, un po’ disegnatori: perché non si pensa che sia necessario studiare, per imparare a scrivere un romanzo – basta che arrivi la musa. Non è un caso che sul suolo italiano non ci siano (seri) corsi universitari di Scrittura Creativa. Ci si improvvisa, tutti fanno un po’ di tutto, nessuno fa niente per bene – d’altra parte, non è il loro mestiere.
Il secondo problema è che, diciamocelo, ad un certo tipo di ideologia fanno schifo i soldi. Sul fatto che la cultura debba essere da tutti e per tutti non ci piove, ma anche il più nobile dei progetti editoriali non può andare avanti a sola nobiltà di sentimenti. Senza un minimo di profitto, anche reinvestito nell’attività stessa e senza veri scopi di lucro, si è costretti a fermarsi. C’è un certo imbarazzo in generale, nella società italiana, quando si parla di soldi; si fa fatica a dichiarare quanto si guadagna, ci si vergogna a chiedere un compenso adeguato al proprio lavoro. Da un lato è vero che spesso si è costretti a lavorare gratis; dall’altro, questa pudicizia nell’attribuire un valore economico a se stessi foraggia il lato oscuro del “no budget”. Non c’è niente di sbagliato nel chiedere un contributo economico ai propri consumatori, tentare il crowdfunding se non si vuole vincolare il proprio prodotto ad un concetto di vendita. Se però non ce la si sente di chiedere a chi legge (e apprezza il prodotto) di riconoscere economicamente il valore di un progetto, come si può chiedere di essere stipendiati per le stesse mansioni?
Bisogna iniziare a ripensare le riviste indipendenti per renderle i prodotti commerciali che a tutti gli effetti sono e devono essere per sopravvivere più di qualche numero. È necessario assumere professionisti del settore, e non tuttofare appassionati, è necessario chiarire il proprio scopo, inquadrare il proprio pubblico, lavorare sul branding e sulla mission. Non ha senso demonizzare gli strumenti della tecnica pubblicitaria perché “bisogna fare cultura” – le due cose non sono antitetiche per natura. Quando si smetterà di credere che saper prendere in mano una penna voglia dire saper scrivere (o disegnare), e quando si smetterà di pensare che farsi pagare voglia dire vendersi al capitalismo, la piccola editoria indipendente italiana potrà forse trovare qualche forma di stabilità.

#foroNOBUDGET 1.
Credits: FORO Studio.

FC – #foroNOBUDGET è un progetto curatissimo dal punto di vista grafico ed editoriale, semplice come sono semplici i prodotti fatti bene, ricercato quanto serve per non essere banale. Quali sono secondo voi, in Italia, altri progetti editoriali indipendenti che riescono a pubblicare con una certa regolarità che meritano davvero un occhio di riguardo per la cura editoriale e grafica e perché vi hanno colpito?

FR – Senza elencare l’intero sottobosco delle riviste indipendenti dedicate alla narrativa (che hanno il merito di tenere vivo il mondo dei racconti), ci viene subito in mente fame di Alessandra De Cristofaro e Irene Rinaldi e Illustratore Italiano. Se la prima è una fanzine più vicina alla definizione canonica, il secondo magazine è sicuramente uno dei progetti più interessanti che l’editoria indipendente ha sfornato negli ultimi anni. Per quanto riguarda qualcosa più legato al campo vero e proprio di FORO Studio, citiamo San Rocco e REM, due progetti diversi ma ugualmente ben curati e dedicati entrambi all’architettura.

FC – Parlateci un attimo di voi, prendetevi ognuno il proprio spazio e descrivete quelle che sono:

Due delle vostre fissazioni:
La ricerca e la grammatica, of course.
Due delle vostre paure:
Una te l’abbiamo già detta rispondendo alla tua prima domanda. Invecchiare, soprattutto lavorativamente parlando, è sicuramente un’altra delle nostre paure.
Due canzoni che avreste voluto scrivere:
Spice Up Your Life delle Spice Girls e The Bed Song di Amanda Palmer.
Due riviste con le quali vorreste collaborare costi quel che costi:
Monocle e The Milan Review.

FC – Ogni volta che esce un nuovo numero di #foroNOBUDGET sono curioso di scoprire chi saranno gli illustratori che avete coinvolto. Quali sono i criteri con i quali scegliete chi collaborerà al numero? 

FR – I criteri sono semplici: l’illustratore deve essere italiano e avvezzo al tema del no budget. In effetti, bastava dire italiano. Ah, e non ci deve mandare a cacare quando gli chiediamo di lavorare aggratis.

FC – La crisi dell’editoria, la morte del libro, la fine dei giornali, sono i refrain maggiormente in uso oramai da un po’ di anni a questa parte. Amare la stampa e tutto ciò che la riguarda, le forme, gli stili, i personaggi, i fenomeni, sembra invece non passare di moda, anzi… ecco, cosa rappresenta per voi il mondo dell’editoria, soprattutto quella cartacea? Perché nonostante tutto continuate a tenervi attaccati ad essa?

FR – Non crediamo che la carta stampata sia morta, anzi. Il problema, secondo noi, è che certe realtà stentano a capire quanto l’online possa giovare all’offline, e viceversa. Il nostro sogno è un’editoria che sappia gestire bene sia i propri contenuti stampati che quelli sul web: abbiamo a disposizione degli strumenti potentissimi, perché non farli comunicare?

#foroNOBUDGET 2.
Credits: FORO Studio.

FC – Per finire la domanda classica di tutte le interviste delle Edizioni del Frisco. Ditemi qual è il vostro proverbio, o motto o modo di dire ai quali siete affezionati o che vi rappresenta meglio e spiegate il perché della vostra scelta.

FR – Il nostro motto di solito è “Sguardo al cielo e piedi per terra”. Per l’occasione però vogliamo rielaborare le parole di Walt Disney, e ti diciamo: “Se puoi sognarlo, noi possiamo farlo”.

———

Una precisazione necessaria: il team fisso che lavora su #foroNOBUDGET è composto da FORO Studio tutto (quindi – in ordine alfabetico – Claudia Oldani, Alessandro Pennesi, Giuseppe Ponzo, Salvatore Ponzo e Fabio Romenici) e dalla mitica editor Federica Riccardi, una dei tanti collaboratori esterni (ma non per questo meno preziosi) dello studio.
In sostanza abbiamo risposto alle tue domande a dodici mani.

Grazie a  Alessandro Pennesi, Giuseppe Ponzo, Fabio Romenici, Claudia Oldani, Salvatore Ponzo per aver risposto.

Un libro sulle pubblicità a Taiwan può anche sorprendervi

Come spesso accade, girovagando in cerca di casualità sul mare magnum del web, ti imbatti in piccoli (ma costosi) gioielli a cui non puoi fare a meno di dare spazio.

Questo è il caso di “The Advertisement Says“, un libro prodotto da Rye Field Publications, una casa editrice specìalizzata nella grafica orientale e più specificatamente di Taiwan.

Vecchie marche, prodotti Chic e strategie di marketing questo è quello che troverete in questo elegante libro oramai un pò datato (è del 2015) ma pur sempre da avere se innamorati dell’arte orientale e di quello stile minimal, pulito, rilassante che oramai abbiamo imparato a conoscere.

Quello che rimane dopo aver sfogliato “The Advertisement Says” è uno sguardo attento e disincantato alla vita di Taiwan, una vita che qui è rappresentata attraverso annunci pubblicitari di ogni tipo prodotti durante il periodo coloniale giapponese dal 1895 al 1945.

Il libro disegnato dal designer grafico di Taiwan, Wang Zhi-Hong, utilizza una particolare forma di rilegatura di un libro di codici e una bella stampa arancione fluorescente.

“Sculpture/Printer_Office” quando la fotocopiatrice e non la fotocopia diventa arte

Yes I am Writing A Book (YIaWAB) è un rapporto creativo nato dalla stretta collaborazione tra l’editor Andrea Scarabelli e il graphic designer Federico Barbon. Con sede a Milano, YIaWAB è dedicata al disegno grafico, ai libri d’artista, alla scrittura non convenzionale ed alla stampa di alta qualità.

L’obiettivo del duo, come si legge dal loro sito, è quello di lavorare con un ampio spettro di artisti che ancora credono nell’importanza della carta come materiale e nella potenza duratura dei libri.
I nostri libri sono dedicati agli artisti, esplorano il loro carattere, l’ambiente, la vita quotidiana, le ispirazioni e le idee, utilizzando formati non convenzionali con un approccio visivo innovativo.
YIaWAB è distribuito in Europa e negli Stati Uniti in librerie selezionate e partecipa alle fiere di stampa d’arte e eventi pubblici.

Sculpture / Printer_Office” è il primo libro di Matteo Cremonesi ed esplora le potenzialità formali ed estetiche intrinseche in un oggetto appartenente al nostro habitat quotidiano contemporaneo: la macchina fotocopiatrice, strumento magico, misterioso per come riesce ad affascinare ancora dopo tanti anni e per come ha saputo sempre ritagliarsi uno spazio nel mondo della grafica utile a non lasciarla nel freddo e triste utilizzo lavorativo.

“Sigrid Calon” per una cultura visiva dei pattern

Sigrid Calon è un visual artist olandese famoso in tutto il mondo per i suoi studi e le sue opere sui patterns geometrici e coloratissimi.

In questo volume, dal titolo “Sigrid Calon”, l’artista ha scelto di lavorare con 8 colori: rosa fluorescente, blu, arancia, marrone, giallo, verde, nero, rosso potendo andare oltre il classico CMYK.

Se qualcuno ama i numeri, si può sbizzarrire con i conteggi delle soluzioni di colore. Infatti le combinazioni fra i vari colori sono state il punto di partenza del libro visto che 8 colori generano 28 combinazioni a due colori e 56 combinazioni a tre colori. Le combinazioni a quattro colori fanno apparire 72 opzioni. Di queste, ho fatto una selezione di 28 in modo da avere una buona combinazione di base di 4 composizioni per A3. Ogni combinazione di colori in questo libro appare solo una volta.

Un libro è stato stampato in 420 copie immediatamente terminate. Senza testo, da gustare con gli occhi e per i veri appassionati della grafica pura e semplice.

 

 

 

Un libro bellissimo di poster bellissimi: “David Plunkert on French Paper Book”

La storia dell’azienda French Paper Company meriterebbe già un articolo a se stante, tanta è la storia e la passione che questo progetto, nato oramai più di 140 anni fa nella comunità di Niles in Michigan (e non in Francia!) ha saputo e sa tuttora esprimere nei suoi prodotti.

Basta dare un’occhiata al sito aziendale per capire che siamo lontani anni luce da tutto ciò che può essere modaiolo, fashion o comunque in balia del momento; alla French Paper Company si ama la carta, la tipografia e tutto ciò che di artigiano ruota attorno a questi mondi inclusi gli aspetti che più interessano alle Edizioni del Frisco, qulli cioè grafici, di design e di illustrazione.

Proprio la French Paper Company ha collaborato con l’artista, illustratore e designer David Plunkert per una pubblicazione dal titolo “David Plunkert on French Paper Book” che mi ha colpito immediatamente per la sua naturale coerenza con il mondo di cui vi ho parlato in precedenza, quello della French Paper Company appunto, dove niente è concesso al vezzo e al marketing più spicciolo in favore di un’etica del lavoro tutta incentrata sul prodotto.

Il volume ha visto la collaborazione del designer e art director Erik Jonsson con il famoso Charles S. Anderson Design Studio per la scelta e l’organizzazione del materiale tutto appartenente al grafico David Plunkert.

In questo volume si possono ammirare 36 manifesti prodotti negli ultimi quindici anni da Plunkert per il teatro di Baltimora. I manifesti dimostrano la totale padronanza di tutti gli aspetti del suo mestiere ed esplora nuove direzioni stilistiche diverse ed originali per ogni stagione.

La bellezza si estende anche oltre i meravogliosi manifesti e interessa anche il vero e proprio prodotto libro che utilizza sei carte differenti (per i malati come me le riporto tutte: Kraft-Tone Manilla Yellow e Ledger Green, Speckletone Kraft, Crema di Pop-Tone Whipped Cream e Tangy Orange, e Dur-O-Ton Newsprint White) e tecniche di stampa in base al manifesto. L’immaginario espressivo di Plunkert per il teatro è uno dei suoi marchi distintivi, sia che promuova drammi greci classici o mostre di danza contemporanea.

Il risultato è un piccolo grande oggetto dedicato a chi ama sfogliare prodotti editoriali ricercati guardando come le illustrazioni ed i poster possano davvero toccare livelli altissimi.

Pentagram crea il design del nuovo album dei National, ed è tutto molto bello

Non capita spesso che io pubblichi materiali relativi a dischi o musica in genere; era proprio necessario che scendessero in campo i pesi massimi e così è stato.

Infatti stiamo parlando da una parte de I National, una delle band indie che negli ultimi anni ha riscosso più successo di critica e di pubblico, e dall’altra Pentagram forse uno degli studi di design più famosi al mondo.

La band inglese infatti, per il proprio settimo album intitolato “Sleep Well Beast”, previsto per settembre 2017 ha chiesto a Pentagram di creare un visual brand specifico per l’album con caratteristiche simili ai marchi aziendali con cui lo studio si confronta quotidianamente e che comprendesse tutto: dal disegno della cover ai materiali promozionali, dai visual promozionali al logo dell’album.

Niente capita a caso si sa, infatti questa scelta così elegante e sofisticata da parte della band ha un suo perché. Due membri dei National – tra cui Scott Devendorf, il chitarrista e basso – hanno infatti un background professionale nel mondo della grafica ed in passato hanno già lavorato negli uffici di Pentagram, New York

Nel lavoro di Pentagram il nome della band è accorciato da un logo aziendale “Ntl”, inserito in tutto il brand kit anche mediante un timbro apposito, che oltre al tradizionale merchandising della band come t-shirt, cover, poster etc, vede questa volta oggetti più solitamente idonei alle forniture aziendali come spillatrici, nastro isolante, e nastro.

L’album è stato registrato in un fienile a Hudson, New York trasformato in studio dalla band che sulla cover lo ha riportato mediante una foto in bianco e nero di Graham MacIndoe. Questo ha ispirato Pentagram per un simbolo simile alla casa che è suddiviso in pezzi (due quadrati e un triangolo) che vengono riorganizzati continuamente come un codice nei diversi oggetti del kit.

Il Disco, il CD e soprattutto il book utilizzano fotografie di MacIndoe che sono state rielaborate per dare una sensazione di fanzine vintage e per aggiungere un po ‘di calore e di anima al linguaggio visivo che rischiava altrimenti di essere troppo spinto verso il tecnicismo aziendale.