“Jezga” è un magazine sulla nascente scena artistica e creativa della Lettonia

Da quando la Lettonia è uscita dall’Unione Sovietica nel 1991, questo piccolo Stato è cresciuto e si è sviluppato, dimostrando una ricchezza e molte nuove energie che sta sprigionando in diverse forme d’arte. Questa indipendenza relativamente nuova ha portato una diffusa creatività che il nuovo magazine “Jezga” vuole esplorare per definire quella che è una vera e propria nuova identità nazionale che la Lettonia si sta ricavando attraverso l’arte.

L’obiettivo di questo ennesimo nuovo magazine è quello di mostrare il lavoro di pittori, illustratori, fotografi, stilisti, musicisti, attori e molti altri, con l’aiuto di un approccio grafico ed estetico innovativo e molto vicino al mondo del design.
Tutte queste nuove ed originali voci che nascono dalla cultura lettone portano a galla una prospettiva del tutto nuova e diversa che deve ancora essere vista e ascoltata.
Questa massa di idee e creatività è senz’altro una fonte di ispirazione positiva per chiunque voglia alimentare il proprio lato artistico o semplicemente per coloro che amano le arti visive.

Gli schizzi disegnati diventano vere e proprie opere d’arte in questo libro di Mike Perry

Hand Job : A Catalog of Type” di Mike Perry è una gioia da guardare, è un librone bello grosso pieno zeppo di scarabocchi grafici e piccole opere d’arte di design dalla copertina fino all’ultima pagina.
Il design del libro dà proprio la sensazione di aver raccolto un mondo di sketch solo per scoprire che molti designer / artisti / tipografi hanno lasciato i loro pensieri amorevolmente disegnati su fogli occasionali.
È davvero fantastico e stimolante guardare un libro del genere dove ci sono molte illustrazioni intrecciate tra lettere disegnate a mano, ci sono disegni di invito, di poster, disegni di CD tutti creati rigorosamente a mano. Alcuni dei pezzi presentati sono vere e proprie opere d’arte e mostrano davvero cosa si può ottenere con un pezzo di carta, una penna e un po ‘di immaginazione.
L’uso dell’umorismo nei disegni è forte e chiaro in tutto il volume, con molti piccoli personaggi, frasi divertenti e detti illustrati.
È un vero sollievo vedere che esiste ancora qualcuno nel mondo che da peso e importanza a questi aspetti del dietro le quinte, a questo tipo di lavoro di progettazione, in un’industria del design dominata sempre più dalla grafica perfetta e rigorosa, dalla tipografia lineare e dalle immagini digitali con tutto il freddo che portano con se.
All’interno del libro troverete disegni di un sacco di gente come: Andy Beack, Kate Bingman, Dan Black, Deanne Cheuk, Damien Correll, Jeremy Dean, Demo Design, Dan Funderburgh, Gluekit, Mario Hugo, Impero umano, Adrian Johnson, Jim  the illustrator, Lifelong Friendship Society, Kevin Lyons, Stefan Marx, Geoff McFetridge, Garrett Morin, National Forest, AJ Purdy, Luke Ramsey, Andy Rementer, Sagmeister Inc., Andy Smith, Todd St. John, Strange Attractors, e molti altri!

Hypebeast riporta in auge gli anni ’90 anche nella grafica editoriale

Continuando a scavare dietro le storie che compongono il panorama creativo di oggi, Hypebeast esplora le ultime tendenze attraverso le lenti di ingrandimento di un team esperto e oramai di primissimo livello.
Pensieri, interviste e guide fanno da anni di Hypebeast un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la moda e più in generale le tendenze estetiche di tutto il mondo.
Oltre al sito, aggiornatissimo e ricchissimo, seguo le scelte del team che cura il magazine arrivato al numero 21.

Hypebeast – numero 21

“Hypebeast 20 – The X Issue” è quindi un’uscita precedente che però mi piace riscoprire per il design editoriale creato dallo studio Hybrid Design.
I designer dietro questo bellissimo progetto sono un vero e proprio super team: Carl-Hampus Vallin, Patchara Charoensiri, Frédérique Gravier, Olivia Ward, Dave Weber.
A mio avviso una delle cose più interessanti di questo progetto sono i rimandi visuali, gli elementi grafici tipici degli anni ’90 e il l’aspetto totalmente decostruito della grafica dell’intero numero. Dal mix del layout editoriale composto da elementi molto classici fino agli elementi tipografici ed al modo in cui le immagini sono state disposte sulla pagina.
Questo progetto mi fa venire il dubbio se, come da più parti sento dire, anche nel mondo della grafica editoriale, gli anni ’90 stiano tornando attuali visto che anche altri progetti condividono la stessa estetica e soprattutto la miriade di film in arrivo che saranno ambientati in quel decennio.
Date un’occhiata..

Un libro ricostruisce la storia di uno dei locali di Londra più famosi al mondo

Il 100 Club, lanciato nel 1942 come Feldman Swing Club, era frequentato durante la seconda guerra mondiale dai militari e dalle stelle del jazz come BB King e Muddy Waters negli anni ’50, ma è stato negli anni ’70 quando che è diventato un luogo storico e di culto per la scena punk ospitando il “The 100 Club Punk Special”, un evento che comprendeva band quali Sex Pistols, Siouxsie e Banshees, The Clash, Buzzcocks e The Damned, praticamente il punk e tutto la cultura underground che esso stava lanciando nel mondo.

Per celebrare questo leggendario club Fred Perry e Ditto pubblicano adesso un libro di storie e aneddoti sulla sua storia lunga 75 anni. Dai musicisti che hanno suonato lì alle persone dello staff del bar fino ai clienti che hanno servito.. ogni storia è una storia unica che aggiunge pagine alla leggenda ed al mito di questo club.
Tuttavia non erano solo le band la forza di questo locale indipendente, ma anche e soprattutto le tribù di fan che stavano scoprendo il punk e l’intera cultura underground che esso trascinava con se.
La copertina bianca serigrafata in viola, le carte interne colorate e gli inchiostri speciali utilizzati , uniti alle fotografie di artisti come Elaine Constantine, rendono questo volume un opera ricercatissima come si conviene per una delle istituzioni più amate del Regno Unito.

Un diario, ma non nel senso tradizionale del termine

“World Problem Solution Book” è un diario, ma non nel senso tradizionale del termine. Prodotto in due anni, il libro è una visualizzazione di momenti sporadici, conversazioni e memorie scritte dell’illustratore Chris Harnan.
È una rappresentazione grafica di un periodo di tempo nella sua vita modificato infinite volte in base agli accadimenti che si susseguono incessantemente nel tempo.
Stampato su Risograph a quattro colori in 176 pagine, i disegni del “World Problem Solution Book”, pubblicato da Studio Operative, sono un continuo susseguirsi di novità stilistiche e grafiche sebbene il libro presenti sempre gli stessi personaggi creati attraverso linee rette generate al computer che sono uno dei suoi aspetti caratteristici.
Sia che si tratti di alcune semplici righe di testo su una pagina o di uno stile minimale o ancora di un fumetto, tutto è stato realizzato in reazione alle cose che stavano accadendo nella vita di Chris.
Chris ora vive nel sud di Londra. Lavora part-time in uno studio di architettura, un lavoro che gli offre la libertà di scegliere i progetti sui quali lavorare e fra questi, ecco questo diario, ma non nel senso tradizionale del termine.

Un progetto di riconversione grafica adattato ai poster razzisti dei campus universitari

Le settimane successive alle elezioni presidenziali del 2016 hanno visto un aumento senza precedenti di incitamento all’odio, crimini d’odio, atti vandalici e violenze contro le minoranze e le persone di colore. Secondo le statistiche dell’FBI, il giorno successivo alle elezioni si è registrato un aumento del 127% nel numero di crimini segnalati e tale numero ha continuato a crescere nei mesi successivi. Come se Trump avesse scoperchiato un vaso di Pandora di nazionalismo bianco che demonizza e attacca in un vortice di negatività che ancora oggi è vivo e vegeto.
Sempre più spesso i cosiddetti hate groups si stanno infiltrando nei campus universitari basti pensare che nel febbraio 2017 alla Kutztown University, nelle zone rurali della Pennsylvania, i manifesti di reclutamento dei suprematisti bianchi hanno invaso l’intero campus.

Sebbene l’Università abbia denunciato pubblicamente questi gruppi ed i loro messaggi razzisti e violenti, Vicki Meloney, professore associato del dipartimento di design della comunicazione, si è sentita in dovere di fare di più.
Ha inviato velocemente una mail ai suoi studenti aprendo una call per chiunque trovasse uno dei poster e lo trasformasse in qualcosa di bello trasformando un messaggio di odio in un messaggio di bellezza.
L’e-mail è arrivata ai social media ed in 24 ore il post ha ricevuto più di 20.000 “likes” con circa 2.000 commenti tutti di sostegno all’iniziativa.
La risposta è stata così grande che la sua casella di posta elettronica è stata inondata di richieste da parte di organizzazioni locali e nazionali che volevano saperne di più sulla sua offerta agli studenti. Quasi tutti quelli che hanno commentato volevano vedere ciò che gli studenti avevano creato.

Il workshop è stato organizzato rapidamente e senza finanziamenti riunendo materiali e attrezzature a disposizione e utilizzando inchiostro, carta, kit per timbri e pennelli.
E’ stato un modo per affrontare la crescente ed odiosa retorica della destra del campus e la loro esibizione pubblica di poster suprematisti.
Così è nato il progetto Replace-the-Hate, uno sforzo guidato da specialisti del design per costruire legami comunitari, rinunciare all’odio e apprezzare invece la diversità attraverso espressioni creative e eventi artistici comunitari.
Il potere dell’arte e del design nelle mani delle persone è stato utilizzato per promuovere il cambiamento, rinunciare all’odio e rafforzare un ambiente di inclusione.

Prima di aprire il proprio studio grafico, Tony realizza il proprio libro di memorie grafiche

Severn è uno studio grafico inglese, situato in un piccolo paese che se ne sta indisturbato nel mezzo fra Liverpool e Birmingham, diciamo non proprio il massimo in termini di panorama ed estetica del paesaggio.
Ve ne parlo perché il team di Severn ha da poco realizzato il volume dal titolo “Ten Yrs Ltr” e a me personalmente è piaciuto molto.

Il libro è una sorta di flashback su quello che può significare diventare grande professionalmente parlando ed è stato ideato e realizzato da Tony Clarkson che in queste pagine racconta come ha vissuto i suoi anni precedenti di lavoro nel mondo della progettazione grafica e del design editoriale lavorando per una agenzia.

Questo libro è dunque una celebrazione del fatto che Tony, ad un certo punto della sua vita, ha deciso di cambiare e di lasciare ciò che oramai avvertiva come banale e privo di stimoli verso un futuro ignoto e pieno di punti interrogativi.
Da qui è nata l’idea della creazione di un proprio studio grafico.
Il lavoro successivo è stato quello di cercare ogni dettaglio, lavoro, bozze e appunti del suo lavoro precedente che per lui valesse ancora qualcosa.
Il risultato di questa retrospettiva affettuosa e forse un pò anche malinconica è il libro chiamato Ten Yrs Ltr. Un volume di 100 pagine, ricco di riferimenti al lavoro e agli eventi degli ultimi dieci anni di Tony Clarkson.
Si può dire che queste pagine veicolano un messaggio, quello cioè di andare sempre avanti e di guardare indietro solo quando si cerca un incentivo per continuare a crescere.

I fumetti e Star Wars visti attraverso una deliziosa serie di infografiche ultra pop

Tim Leong è stato il direttore del Digital Design di Wired Magazine, poi il Design Director di Fortune Magazine e adesso il direttore reativo di Entertainment Weekly Magazine dove si occupa di supervisionare la grafica, le copertine ed il design.
Dal 2013-2015 ha fatto parte del Consiglio di amministrazione della Society of Publication Designers di cui è Presidente del 2016.
Amante dell’arte infografica e dei dati, cerca di unire il suo mestiere di grafico e desingner creando visualizzazioni molto pop.
Parlo di lui perché oggi presentiamo due dei suoi lavori…

Tim Leong

Il mio primo è il libro dal titolo “Super Graphic: A Visual Guide to the Comic Book Universe” che è stato nominato addirittura il miglior libro del dell’anno di arte e design da Amazon.
In questo corposo volume il mondo dei comincs viene descritto ed analizzato attraverso una raccolta di grafici a torta, grafici a barre, timeline, grafici a dispersione e altro ancora. “Super Graphic” offre così ai lettori uno sguardo nuovo ed originale sulle trame intricate che si intrecciano nei fumetti illuminando il lettore sui dati anagrafici di lettori della DC Comics..

Oltre al volume sui comics Leong ha da poco prodotto una seconda delizia dal titolo “Star Wars Super Graphic“, una guida visiva di Star Wars che è sia un prodotto per piccoli fans, sia un’utile guida informativa per gli appassionati più grandi.
Anche in questo caso si passa con naturalezza da un diagramma di Venn sulle idiosincrasie di Yoda a un organigramma dell’Impero fino ad un grafico a linee delle decisioni gestionali di Grand Moff Tarkin.

“Buffallo” di Ben Duvall gioca con i segni per creare un libro unico ed enigmatico

“Buffalo” di Ben Duvall più che un prodotto editoriale è una visione estrema, artistica e poetica nel suo leggere la realtà attraverso formule e segni.
Nei  suoi lavori Ben Duvall  sviluppa da sempre pratiche basate sull’etetca del web e dell’informatica ricercando continuamente legami o correlazioni con il mondo della stampa.
Ben distorce l’utilizzo della parola e dell’immagine rendendola sempre meno leggibile e favorendo in questo modo la convergenza di questi due elementi in un unico metodo e linguaggio comunicativo che si presenta come del tutto nuovo e originale.
Il libro utilizza infatti un linguaggio visivo fatto di codici informatici resi in forma poetica su enormi pagine rettangolari.
Il testo si evidenzia attraverso diagonali e matrici in cui ogni minimo cambiamento di formattazione cerca di contribuire allo sforzo di decifrare e comprendere il tema scelto.
Capisco che leggere queste frasi possa sembrare assurdo e incomprensibile ma la sensibilità stilistica di Duvall crea un oggetto a mio avviso carico di poesia. Il libro è rilegato in un elegante cartoncino marrone in cui è stampato il titolo e il nome dell’autore tramite semplici stencil di colore nero. La complessità di questo lavoro, si capisce bene anche da queste scelte tipografiche, non sta nella forma, ma bensì nel contenuto.
Queste 18 pagine stampate in sole 75 copie con il risograph dimostrano una volta di più l’estrema flessibilità del prodotto libro che non risente affatto del tempo che passa ma anzi si permea alla contemporaneità come forse niente altro è in grado di fare.

L’amore per i loghi vintage e la loro classificazione può dare risultati eccezionali

Reagan Ray è un ragazzo con i capeli lunghi, nativo del Texas, che insieme a Trent Walton e Dave Rupert lavora nello studio di grafica e design Paravel a Austin.
Il suo lavoro lo ha portato a collaborare con brand quali Microsoft, Wired, Typofonderie e altri ma non lo ha mai allontanato dalla sua passione per i loghi soprattutto dal forte sapore vintage ed old style.
Attraverso il suo blog personale è infatti di questo che discute presentando sempre più spesso collezioni di loghi e non solo, suddivisi per tipologia riuscendo così a creare un vero e proprio archivio di eccezionali grafiche anche e soprattutto del passato.
Dando un’occhiata alle sue ultime pubblicazioni mi sono imbattuto in un sacco di materiale fra cui mi pare il minimo citare la raccolta di VHS del terrore parte 1 e 2, quella delle etichette di abbigliamento in stile Far West, dei loghi delle ferrovie statali americane e quella dei loghi delle case di distribuzione di VHS.

Railway Logos
Railway Logos

Quest’ultima riporta un gran numero dei loghi di società che vengono stampati sul retro e sul dorso della confezione del VHS ma si tratta di un numero così alto che secondo Reagan se ne possono contare oltre 2.000.
Alcune di queste società sono ancora attive anche se credo non si occupino più di film in VHS..

VHS Distributor Logos
VHS Distributor Logos

Devo però ammettere che la lista che più mi ha impressionato e affascinato è senz’altro quella relativa ai loghi delle etichette discografiche che trovo davvero splendida e ricca di spunti creativi e originalità. In questo caso si tratta davvero di un lavoro abnorme tenuto conto che le stesse etichette potevano cambiare logo anche da Stato a Stato e sono soggette ad un’attività incessante di rebranding.
Quindi quesllo di Reagan non si tratta di un lavoro esaustivo, ma che comunque rende assai bene la sconfinata quantità di materiale che esiste sul tema e fa intravedere la bellezza che potrebbe scaturire da un lavoro davvero scientifico di ricerca e di archivio.

Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos

La storia del Poster Workshop, il luogo mitologico dove si stampavano i poster della ribellione inglese

Poster Workshop 1968-1971” è un libro di Sam Lord, Peter Dukes, Jo Robinson e Sarah Wilson con una prefazione di Jess Baines.
“Poster Workshop 1968-1971” è un pezzo di storia che tutti gli amanti dell’editoria, della grafica e della storia di queste due materie devono assolutamente conoscere.
“Poster Workshop 1968-1971” è il resoconto storico e grafico di una leggenda che ancora oggi risuona in tutta l’Inghilterra.
“Poster Workshop 1968-1971” è la dimostrazione che la passione e gli ideali hanno un loro peso specifico e che è grazie ad essi che la società può andare  avanti e migliorare le nostre vite.

Dal 1968 al 1971, chiunque poteva entrare nel seminterrato di Camden Town e commissionare un poster al gruppo di stampatori denominato “Poster Workshop 1968-1971”. I lavoratori in sciopero, i gruppi per i diritti civili ed i movimenti di liberazione di tutto il mondo si affidavano a questo gruppo ispirato all’Atelier Populaire attivo a Parigi durante il famoso Maggio 1968 per realizzare rapidamente i poster necessari alle manifestazioni sui temi caldi del periodo come Vietnam, Irlanda del Nord, Sud Africa, alloggi, diritti dei lavoratori e rivoluzione.
Il laboratorio di poster esisteva in un momento eccezionale. Ha prosperato sull’energia generata dalla convinzione che enormi cambiamenti fossero possibili, attraverso movimenti per l’uguaglianza, i diritti civili, la libertà e la rivoluzione. Era un’espressione di quel tempo – di eccitazione, cambiamento e speranza.
Questo libro è il terzo dopo “Eyeball Cards” e “UFO Drawings From The National Archives” della serie Irregulars sugli aspetti della moderna storia visiva britannica e riproduce tutti i manifesti prodotti dal Poster Workshop  offrendo una prospettiva unica e utilissima sui principali problemi politici degli anni Sessanta e Settanta in Gran Bretagna.

La storia narra che all’inizio del 1968, dopo aver lasciato la Bath Academy of Art, Sam Lord costruì un tavolo per serigrafia nella cucina di un appartamento che condivideva al 51 Moorhouse Rd, Notting Hill Gate, Londra. Proprio su quel tavolo furono stampati i manifesti, alcuni con l’assistenza di Peter Dukes, Dick Pountain e Jean Loup Msika, un tunisino francese espulso dalla Francia a causa del suo coinvolgimento con l’Atelier Populaire e gli eventi del Maggio francese. Espulsione revocata l’anno successivo a seguito di una campagna sostenuta da Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir.
Non esisteva un costo fisso per la stampa dei poster, l’idea era che i gruppi pagassero ciò che ritenevano di potersi permettere.
Le condizioni nel seminterrato – composto da solo due stanze senza riscaldamento – erano del tutto disastrose. La maggior parte dei solventi e dei prodotti per la pulizia emanavano fumi tossici, oltre ad essere combustibili. La maggior parte del lavoro veniva svolto in una stanza, mentre nell’altra erano appesi i poster ad asciugare.

Si tratta come averete senz’altro intuito di una storia leggendaria, per alcuni versi eroica, in cui un gruppo di persone per sostenere non solo i propri ideali ma anche di supportare tutti i gruppi organizzati in favore dei più deboli e di chi non ha diritti, ha messo sul piatto energia, forza, risorse e tanta, tanta passione.
Io sono innamorato del “Poster Workshop 1968-1971”.

Lester Beall ha portato le avanguardie europee nella grafica a stelle e strisce

Lester Beall è un uomo speciale con un background che risente molto del suo amore per la tecnologia. Cresciuto giocando con le radio ed i transistor, si laurea però con un dottorato di ricerca in Storia dell’arte a dimostrazione che la sua è una mente totalmente orizzontale ed onnivora. Gli anni successivi alla laurea gli lo avvicinano ai movimenti artistici europei in fatti si innamora soprattutto del Surrealismo, del Costruttivismo e del Dadaismo.
Il suo lavoro di pubblicitario e grafico si è rapidamente fatto spazio nel panorama internazionale con un picco di produttività e notorietà arrivato negli anni Trenta e Quaranta.
Il suo lavoro si distingue dal resto della produzione contemporanea per una visione del tutto nuova del rapporto fra grafica e tipografia, per le soluzioni tecniche adottate fra cui rivestono massima importanza il fotomontaggio, il collage ed il cut-out, una particolare tecnica da lui sperimentata fino all’estremo, che consiste nell’eliminare i colori – desaturare – di una fotografia lasciando però alcuni particolari nel loro colore originale.


Questi suoi particolari studi lo rendono il pioniere della sperimentazione grafica americana ed il primo artista commerciale americano ad essere omaggiato con una mostra personale al MoMA di New York.
Il suo lavoro compare su diverse riviste di cui cura la composizione grafica tra cui “Fortune”, “Chicago Tribune” e “Scope”.
Il suo uso chiaro e conciso della tipografia, l’utilizzo sfrontato dei colori primari, delle frecce e delle linee compongono il suo stile grafico che è diventato con gli anni unico ed immediatamente riconoscibile.

Per finire mi piace – immagino ve ne siate accorti – segnalare un bel libretto di Nicole Mcquade, una designer freelance, illustratrice e co-fondatrice dello studio The McQuades. Fra i suoi lavori ho scovato il volume “Lester Beall Catalog”, un piccolo gioiellino che analizza il lavoro proprio di Lester Beall e che sto cercando disperatamente di avere…

Un saluto a Bill Gold, maestro di grafica e poster del mondo del cinema

Che cosa hanno in comune i film Arancia meccanica, Casablanca, Barbarella, e L’esorcista? La risposta la trovate in un nome: Bill Gold.
Con una produzione sconfinata, lunga più di sette decenni e 2.000 poster, Bill Gold è stato l’uomo nascosto dietro ad alcuni dei più accattivanti e conosciuti manifesti di film che rimangono ancora oggi opere d’arte iconiche.
Ha collaborato con alcuni dei più grandi registi di sempre (Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick e Federico Fellini) ma è particolarmente noto il suo rapporto con Clint Eastwood: ha fatto le locandine di almeno 30 film da lui diretti o interpretati.

 

Nato il 3 gennaio 1921 a Brooklyn, New York. Dopo essersi diplomato alla Samuel J. Tilden High School, ha studiato illustrazione e design al Pratt Institute di New York. Ha quindi iniziato la sua lunghissima carriera di designer nel 1941 alla Warner Bros diventandone direttore del poster design nel 1947.
Nel 1962, Bill Gold crea Bill Gold Advertising a New York City e da li continua la sua attività realizzando poster epocali e stringendo un’intenso rapporto di amicizia con Clint Eastwood di cui produce tutti i poster.
Del 2011 è l’edizione uscita per Reelartpress del volume “Bill Gold Posterworks“, una curatissima retrospettiva che ne sancisce il suo essere una pietra miliare della poster art e del cinema.
il 20 Maggio scorso è morto ma possiamo dire che i suoi lavori restano e resteranno icone di oggi, di ieri e di domani.

 

L’ultimo numero della rivista Slanted esplora la scena creativa a Tokyo

Slanted Publishers è una casa editrice indipendente che immagino gli appassionati di editoria e di magazine indipendenti già conosceranno molto bene.

Fondata nel 2014 da Lars Harmsen e Julia Kahl, pubblica la pluripremiata rivista Slanted che analizza il design e la cultura internazionale con 2 uscite annuali.
Inoltre, è da segnalare la quotidiana attività del blog che segnala eventi, magazine e tanto altro e che funge da vera e propria guida per gli appassionati.
Slanted Publishers è anche editore e redattore di progetti interessantissimi come Yearbook of Type, i calendari Typodarium e Photodarium, lo studio tipografico indipendente VolcanoType e altri progetti e pubblicazioni legati al design.     L’ultimo numero – il 31 – di Slanted Magazine è ispirato alla città di Tokyo, in seguito alla visita del team editoriale della rivista proprio nella capitale del Sol Levante dove sono state fatte interviste con i creativi giapponesi come Shin Akiyama, ad aziende tipo la Dainippon, ed a Studi di design Hitomi Sago, Ian Lynam Design e Yosuke Yamaguchi.
Oltre alla normale copia disponibile su slanted.de, è possibile acquistare un’edizione speciale limitata accompagnata da un opuscolo illustrato stampato su risograph.

Sto cercando di capire il perché impazzisco per i celebrity pattern di My metal Hand

Gainesville è una città degli Stati Uniti, capoluogo della Contea di Alachua, nello Stato della Florida e proprio qui lavora Jeff T. Owens, da alcuni conosciuto come JTO, mentre dai più come My  Metal Hand.
Il lavoro di Jeff può tranquillamente rientrare nel grande universo del pop graphic, quell’universo grafico popolato – soprattutto negli U.S.A. – da illustratori e creatività che traggono le loro maggiori idee dal mondo della musica, della TV e più in genere dello star system.
Anche Jeff rende l’immancabile tributo stilistico a colui che forse per primo ha davvero capito la bellezza che si può nascondere dietro ad un ritratto di Bob Dylan o di qualsiasi altra star, quel Robert Crumb che davvero si può dire che ha dato inizio al tutto.
Da qui però inizia il mistero per cui, da giorni, non riesco a stare senza dare una sbirciata a quelli che lo stesso Jeff definisce i suoi Celebrity Patterns, una raccolta ancora in corso d’opera di suoi lavori che, partendo dal lavoro su un personaggio celebre, arriva ad uno sfondo moltiplicato e simmetrico che i miei occhi non riescono a non ammirare.

 

Emory Douglas è colui che inventò la grafica delle Pantere Nere

Letterform Archive è il centro per l’ispirazione, l’istruzione, l’editoria e la comunità che è stato fondato senza scopo di lucro da Rob Saunders, un collezionista di di libri e riviste da oltre 40 anni. L’obiettivo del centro è quello di condividere la sua collezione privata con il pubblico e offrire l’accesso a una strabiliante collezione contente oltre 40.000 articoli relativi a lettering, tipografia, calligrafia e progettazione grafica.
Perché ve ne parlo proprio oggi? Perché LA ha da pochissimi giorni acquisito ben 121 numeri del magazine “The Black Panther” che risalgono al suo periodo seminale tra il 1967-72, insieme a poster e grafiche di Emory Douglas.
“Riconosciuto nel partito delle Black Panthers per il suo uso impavido e potente del graphic design come strumento di lotta per i diritti civili e contro il razzismo, Douglas è una figura di spicco nel mondo degli artisti che rivendicano i diritti delle minoranze attraverso l’arte.

Come artista rivoluzionario e ministro della cultura per le Black Panthers dal 1967 all’inizio degli anni ’80, Douglas e i suoi compagni di partito hanno subito atti di sabotaggio da parte dell’FBI. Secondo un rapporto del Congresso, quegli atti includevano saccheggi di uffici e  distruzione di giornali che contenevano articoli sulla controversa figura di Douglas.
Cosa doveva temere il governo dal lavoro di Douglas? La sua innata capacità di provocare un risveglio nelle persone più deboli.
Douglas usava i materiali che poteva racimolare come i pennarelli e poco altro con quel poco riuscì a lanciare il giornale ufficiale dl movimento giustamente intitolato “The Black Panther”.
Per Douglas, quello con il Black Panther Party fu solo l’inizio di una carriera basata sulla convinzione che l’arte debba servire per le cause sociali. Negli anni ha continuato i suoi attacchi contro il potere, il razzismo, l’avidità e il sistema carcerario.
Nel 2015 Douglas ha ricevuto una medaglia AIGA. L’organizzazione lo ha riconosciuto per “il suo uso senza paura e potente della progettazione grafica nella lotta per i diritti civili“.

Esiste un libro dove sono raccolti gli annunci della più bella rivista degli anni Sessanta in California

Il “San Francisco Oracle” era un giornale controculturale pubblicato nel quartiere epicentro della rivoluzione psichedelica degli anni Sessanta californiani, quell’Haight Ashbury in cui tutte le principali novità anche in campo grafico ed editoriale avvennero tra il 1966 ed il 1968. Proprio in questo periodo di tempo uscì infatti questo meraviglioso prodotto editoriale, forse l’apice di gran parte dei prodotti a stampa della cosiddetta underground press e vera summa dell’inconografia psichedelica del periodo.
Nei 12 numeri che uscirono si trovava un mix esplosivo di poesia, spiritualità, saggistica e musica e soprattutto si sperimentarono alcune delle prime tecniche di stampa con effetti di inchiostrazione arcobaleno allora davvero rivoluzionari.
La raccolta dei 5 volumi dal titolo “Where to Score” è veramente interessanti per gli appassionati perché riporta ed approfondisce un aspetto davvero particolare e rivelatore dello spirito del periodo e cioè la sezione degli annunci.
Proprio lì infatti si trovano quelle che erano le richieste e le offerte che circolavano in città nel circuito alternativo: richiesti di batteristi, di falegnami insieme ai negozi di abbigliamento e alle disperate inserzioni dei genitori che cercano i propri figli scappati di casa.
Nel mezzo di questo vero e proprio materiale da antropologia culturale ecco spuntare anche alcune vere e proprie chicche come quella del poeta Michael McClure ha bisogno di un’arpa e la Sexual Freedom League è affamata di reclute.
“Where to Score” è quindi una collezione tascabile di annunci a cura di Jordan Stein e Jason Fulforddel “San Francisco Oracle” classificati e suddivisi in base alle tematiche e pubblicati in un volume stampato in cinque diversi diverse copertine colorate, con diversi nomi sulla spina dorsale, ma con i medesimi contenuti all’interno.

 

Un libro dedicato alla serie originale di emoji disegnata nel 1999

Nel 2016 il Museum of Modern Art di New York ha fatto scalpore dopo aver acquisito l’originale serie di 176 emojiper la sua collezione permanente. Si tratta di piccoli disegni riportanti volti, oggetti e luoghi, ciascuno illustrato su una griglia di 12×12 pixel, raggruppati e disposti ordinatamente. A vederli adesso traspare il tempo passato e la rozzezza del risultato ma, allo stesso tempo, anche la loro familiarità con il nostro mondo.

Progettato dal giovane artista Shigetaka Kurita, a soli 25 anni, fu rilasciato nel 1999 dalla società di telecomunicazioni giapponese NTT DOCOMO.
Ora l’editore indipendenti Standards Manual, che amo da quando vi parlai di quest’altro progettolancia il primo libro interamente dedicato alle emoji originali insieme ad una vera nuova tastiera per smartphone che ripropone proprio gli originali di Kurita.
Semplicemente intitolato “Emoji”, il libro studia e onora la creazione di Kurita e DOCOMO cercando di mettere in evidenza quello che è stato, ed è tutt’ora l’enorme e sottovalutato impatto sul mondo della comunicazione fra individui che le cosiddette faccine hanno avuto.
In una vecchia intervista lo stesso Kurita spiega come la maggior influenza sulla sua invenzione sia stato il pittogramma, usati come segnali in molti luoghi del Giappone mentre il secondo riferimento è l’arte giapponese dei Manga che usa la grafica per esprimere emozioni. Infine, ma non per importanza, le riviste giapponesi e i dettagli sparsi qua e la nelle loro pagine.
Il progetto può essere sostenuto e realizzato attraverso la piattaforma Kickstarterquindi, se pensate ne valga la pena, fatevi avanti. 🙂

Un nuovo magazine con molto giallo in formato quotidiano tutto dedicato alla Grande Mela

Il designer e art director Richard Turley, già conosciuto anni fa per i suoi video spot su MTV ha deciso di creare un suo nuovo progetto dal titolo “Civilization”.
L’idea nasce innanzitutto dal ricordo dello stesso Turley dell’emozione che lo pervadeva ogni qual volta si trovava in un negozio di fronte al muro dei magazine ed all’eccitazione provata durante la scelta di quelli da acquistare e delle novità da spulciare.
Proprio grazie a questo suo fanatismo da rivista cartacea, Turley ha deciso di dare via ad un proprio progetto editoriale. La decisione di riaccendere questo sentimento creando la propria pubblicazione è stata anche parzialmente influenzata dal lavoro che Richard ha fatto con un gruppo di studenti che spesso e volentieri si lamentavano della tristezza e dello stile superato dei loro media di riferimento. Avevano voglia di qualcosa di tangibile e permanente. Queste due esperienze simultanee hanno spinto Turley a dare il via a “Civilization” un classico giornale su New York e su com’è vivere in questa città.
Civilization è co-edito da Lucas Mascetello e Mia Kerin, due amici e colleghi di Turley che descrivono il progeto “Civilization” come una sorta di autobiografia, un diario di bordo della loro vita nella Grande Mela, attraverso il loro lavoro quotidiano, gli incontri, i locali e le persone che vi enrano ed escono continuamente. Accanto alle parole e alle immagini di Richard, Lucas e Mia sono gli autori o i committenti di numerosi contributi.
Oltre all’immancabile colonna di recensioni e segnalazioni musicali di Bráulio Amado il lavoro presenta opere di Bertie Brandes, Babak Radboy ed Emily Segal.
Grande formato, colore giallo su sfondo bianco, ampio utilizzo di grafica e impaginazione dal taglio classico da newspaper, ecco “Civilization”,

Un libro raccoglie i poster punk dell’Est Europa dei primi anni Ottanta

Mentre assistiamo in questi giorni e mesi ad un prepotente assalto delle politiche di una destra pericolosa e prepotente in Polonia ed in Ungheria, è interessante notare come invece circa 30 anni fa questi stati furono dei veri e propri laboratori vivaci e scoppiettanti dove nacque e si sviluppò il movimento punk.
Le band punk e new wave erano moltissime ed alla costante ricerca di visibilità, pur volevano mantenere il loro status di fenomeni underground. Proprio in questa scena sono stati creati poster che con il tempo hanno preso il nome di  antiplakas.


Si tratta di un fenomeno visivo, di un vero e proprio stile grafico che rappresentava anche e soprattutto un codice di comportamento per chi si riconosceva un’estetica della cultura giovanile chiamata Kádár.
Questi poster ebbero una vita brevissima prima che venissero strappati e cancellati eppure hanno funzionato in quello che era il loro scopo principale: comunicare la via e gli spostamenti dei concerti e delle band del periodo.
“Golden Age of Hell” è un enorme libro eccezionale realizzato da due collezionisti György Szabó e Tamás Szőnyei.
Il mondo underground resiste e vive pulsante, più o meno nascosto, anche in queste splendide attività di rivisitazione che dimostrano, se mai ce ne fosse bisogno, che il tempo cambio ma non cancella.

Una mostra celebra Paul Rand attraverso i poster di servizio creati dai dipendenti della IBM

Al Museo di Belle Arti di Jules Collins presso l’Auburn University è allestita in questo periodo la mostra dal titolo “Visual Memoranda: The IBM Poster Program, 1969–1979”.
Il materiale esposto è composto da poster prodotti per gli arredamenti da ufficio e questo rende la mostra veramente originale e interessante. Robert Finkel, professore associato di graphic design in Alabama afferma in proposito: “Abbiamo creato un sito web appositamente dedicato alla mostra che fornisce ulteriori dettagli sui poster, le biografie dei designer e una galleria con oltre 100 poster”.
I poster sono stati tutti creati da personale della IBM, più precisamente da designer interni con la collaborazione e consulenza di Paul Rand ed Elliot Noyes, insomma, non proprio gli ultimi arrivati in fatto di grafica e design.
Ma qual è l’obiettivo di una mostra del genere?
Far conoscere l’eccezionale livello di lavoro raggiunto dai progettisti che hanno realizzato presso IBM negli anni Settanta. Mentre infatti Noyes e Rand erano i leader spirituali riconosciuti da tutti, le immense risorse di IBM hanno anche consentito l’assunzione di alcuni dei designer che hanno creato poster per obiettivi a prima vista più banali come le insegne per le bacheche o lo scarico del raffreddamento dell’acqua o altre indicazioni di servizio.
Nel 2016 John V. Stram, ex designer industriale presso IBM, ha regalato l’80% dei suoi poster alla facoltà della Auburn University mentre il restante 20% è di proprietà di Tom Bluhm, l’ultimo dei tre designer dello staff presenti nella mostra ancora in vita.
L’intera mostra è in linea con i pensieri di Paul Rand secondo cui tutto è design e tutto il design è importante e quindi perché snobbare questi lavori solo per il loro iniziale obiettivo?

Italianism porta a Napoli un evento unico dove si celebra il matrimonio fra musica e grafica

Italianism riparte dalla musica italiana” con questo gustoso claim, Renato Fontana presenta il suo ultimo progetto che porterà a Napoli la quinta edizione della conferenza creativa indipendente che negli anni è diventata un appuntamento che in molti, non solo il sottoscritto, attendono con ansia.
Oltre 100 contributi di artisti e creativi per due giorni speciali all’insegna del pop e della cultura visiva tutto rigorosamente made in Italy.

Una due giorni che si svolgerà il 10 e 11 Maggio 2018 nella splendida cornice della Reggia di Portici a Napoli e che vedrà alternarsi mostre, talk e molto, molto altro… ma andiamo un pò a spulciare nel programma.
L’edizione 2018 di Italianismruota attorno al rapporto fra la musica italiana degli ultimi 50 anni e la sua rivisitazione, la sua ispirazione grafica e più in generale la sua creatività vista attraverso gli speciali filtri di giornalisti, designer, fotografi, art director, e di altri professionisti che lavorano all’interno del poliedrico mondo del pop.
Il programma è davvero interessante e si snoda fra una sfida tutta da gustare, chiamata per l’occasione Creative Match in cui 11 tra le più importanti università/accademie/scuole di specializzazione dell’area comunicazione/creatività/arte italiane si affronteranno live su un brief avente per oggetto un progetto di comunicazione richiesto da un vero committente.
Le squadre che potrete vedere all’opera rappresentano quanto di meglio c’è oggi in Italia in tema di creatività: AANT Roma, ABAN Napoli, IED Milano, IED Roma, IUAD Napoli, Politecnico Milano, Politecnico Torino, Quasar Roma, RUFA Roma, Sapienza Roma, Università Federico II Napoli.
Ci sarà l’opportunità di partecipare alla Creative Conference dal titolo “Le parole della musica italiana” ed alla mostra “Forma e funzione per la musica” dove viene indagato il rapporto tra Musica e Design attraverso il racconto delle aziende, dei laboratori e delle persone che in Italia hanno saputo innovare il mondo dei supporti musicali, degli apparecchi per la diffusione del suono e degli strumenti musicali.
Se questo non bastasse è in programma una masterclass di John Barnbrook, il grande creativo inglese noto per il sodalizio artistico pluriennale con David Bowie e, per finire, due eventi come “Italianisimm” con 21 eccellenze autoriali della musica napoletana raccontate attraverso altrettanti scatti fotografici e illustrazioni, forse l’evento che aspetto con maggior interesse, “Dieci copertine”, la presentazione dei 30 artwork vincitori del contest online aperto a tutti dove  dieci copertine di dischi importanti per la musica italiana degli ultimi cinquanta anni sono state reinterpretate liberamente da creativi che sicuramente sorprenderanno come Silvia Boschero. Damir Ivic, Raffaella Oliva, Luca Pacilio, Carlo Pastore, Francesca Pignataro, Claudio Rossi Marcelli, Barbara Santi, Gianni Santoro e Giorgio Valletta.

Francesca Depalma[/caption]

Insomma Italianism è un evento da non perdere sia per gli amanti della musica che per tutti coloro i quali vivono e lavorano per la grafica ed il design. Un momento unico nel panorama italiano per originalità della proposta e per livello di realizzazione di cui deve senz’altro esser dato merito al gruppo di Renato Fontana che comprende, a vario titolo, anche Giovanna Talocci (Curatela mostre), Loredana De Luca (Organizzazione locale), Printaly (Produzione), Studio Mistaker (Branding) e Francesca Pignataro (Concept).

Grottangeles
Chiara Clerici

La rivoluzione grafica nei dischi disegnati da Reid Miles per la storica etichetta jazz Blue Note Records

Dopo la sua designazione come Goodwill Ambassador for Intercultural Dialogue dell’UNESCO per il Dialogo Interculturale il 22 luglio 2011, Herbie Hancock annunciò la sua intenzione di creare una Giornata internazionale per celebrare il ruolo diplomatico della musica jazz e scelse il 30 Aprile.
Nel Novembre 2011, a seguito di una favorevole raccomandazione del Comitato Esecutivo, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha proclamato ufficialmente il 30 Aprile come l’International Jazz Day riconoscendo il jazz come “un mezzo per sviluppare e aumentare gli scambi interculturali e la comprensione tra le culture allo scopo di comprensione reciproca e tolleranza“.
La data del 30 Aprile è stata inizialmente proposta per l’International Jazz Day in modo da essere il gran finale dell’aprile Jazz Apprezzation Month (JAM), uno dei più importanti appuntamenti Jazz di tutto il mondo.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente inserito la Giornata Internazionale del Jazz nel suo calendario ufficiale nel Dicembre 2012.

Proprio qualche giorno dopo questa data, mi viene voglia di ripercorrere brevemente insieme a voi il viaggio lungo la via della memoria di quella che è stata una vera e propria rivoluzione tipografica effettuata dal grande grafico Reid Miles per Blue Note Records (qui trovate una bella carrellata di lavori dal sito Jazz nella storia).
Con il suo straordinario design visivo Reid Miles, il graphic designer e fotografo nato a Chicago ha portato la tipografia nel jazz.
Dopo aver lavorato a New York nei primi anni ’50 per la rivista John Hermansader e Esquire, Miles fu ingaggiato nel 1955 da Francis Wolff dell’etichetta discografica jazz Blue Note per la progettazione delle copertine degli album quando l’etichetta iniziò a pubblicare le loro registrazioni su 12 ” LP.
Miles disegnò più di cinquecento copertine, incorporando spesso le fotografie delle session di Francis Wolff e, più tardi, direttamente le sue all’interno di grafiche al tempo mai viste.
Miles non era particolarmente interessato al jazz, professando di avere molto più interesse per la musica classica.
L’uscita di scena di Alfred Lion come produttore discografico nel 1967 coincise con la fine del legame di Miles con la Blue Note che può essere ammirato sfogliando il libro “The Cover Art Of Blue Note Records” di Graham Marsh e Glyn Callingham.

L’abilità artistica di Miles ha reso la Blue Note un case study per il suo design unico, nuovo e sperimentale.
Miles ha fatto letteralmente suonare le cover come se il suo design astratto emettesse musica fatta da simbolismi, tipografia e colori. I suoi disegni immediatamente riconoscibili erano un esperimento, suo un modo unico di suonare il jazz che non si è mai fermato.
Un certo numero di altri designer ha contribuito a ciò che Blue Note è diventato come Shawn Hazen, Paul Bacon, John Hermansader e addirittura l’onnipresente Andy Warhol.

Henry Wolf e l’arte della grafica nei magazine

Henry Wolf è graphic designer e fotografo grafico statunitense di origine austriaca. Nato in Austria, in seguito all’Anschluß del 1938 da parte di Adolf Hitler, fu costretto a lasciare il suo paese insieme alla sua famiglia. Inizialmente trasferitisi in Francia, Wolf poté studiare arte a Parigi, ma in seguito all’occupazione tedesca fu deportato con la famiglia in due campi di detenzione in Marocco, prima del trasferimento definitivo negli Stati Uniti nel 1941.
Il suo stile ha influenzato e stimolato il design e la grafica delle riviste degli anni Cinquanta e Sessanta con i suoi layout audaci, l’elegante tipografia e le stravaganti fotografie di copertina diventando a soli 26 anni uno dei più giovani editorial designer degli Stati Uniti.
Invece di accettare il ruolo tipico di art director come era concepito al tempo, Wolf collaborò attivamente ed incessantemente con gli editori per definire insieme a loro la personalità delle riviste selezionando i caratteri tipografici, commissionando illustrazioni e servizi fotografici da artisti famosi o appena scoperti e soprattutto rivoluzionando le copertine.
Al tempo, l’editore di Esquire era Arnold Gingrich, fondatore della rivista, da poco dopo un periodo di assenza temporanea durante il quale la rivista si era molto spostata verso un target spiccatamente femminile copertina ed interni molto fashion e attente alla moda e un layout generale pieno illustrazioni romantiche. Lo stesso Gingrich decise quindi di intervenire scegliendo come spalla il nuovo talento brillante di Wolf.
Wolf impiegò due anni per ridisegnare la rivista esattamente come voleva, introducendo innovazioni di ogni genere nelle copertine alcune delle quali scattate da lui stesso con un famoso e poi molto copiato vedo/non vedo del famoso marchio della rivista, il baffuto gentiluomo di nome Esky.

All’interno della rivista si era ritagliato uno spazio di ben otto pagine in ogni numero dove presentava tutto ciò che desiderava inclusi reportage sull’automobilismo e il jazz.
Nel 1958 il cambio in favore di Harper’s Bazaar in cui sostituì Alexey Brodovitch. Le sue copertine erano oramai riconoscibili da tutti, tipicamente contraddistinte da un originale spirito pittorico e da un’eleganza impareggiabile.
La copertina di San Valentino del 1963, ad esempio, era una fotografia ad alto contrasto di una donna nuda con una macchina situata proprio sopra del seno che mostrava un cuore rosso.
Wolf ha aperto il suo studio fotografico, Henry Wolf Productions, nel 1971 tenendo corsi di design e di fotografia.
Nel 1976 Wolf fu insignito dell’American Institute of Graphic Arts Medal per il Lifetime Achievement e nel 1980 fu inserito nella Art Directors Club Hall of Fame.

I supereroi del mondo pop nelle incisioni di Brian Reedy

Brian Reedy è un artista e insegnante d’arte con sede a Miami che crea queste bellissime incisioni attraverso la tecnica dell’incisione su legno. Uno strato di legno viene ripulito da tutto ciò che non deve essere stampato, viene quindi ricoperto da uno spesso strato di inchiostro per poi essere stampato su carta.
Il risultato varia leggermente ad ogni impressione particolare questo che conferisce ad ogni pezzo prodotto un carattere unico mettendo in risalto la parte artigianale dell’incisione.
Brian Reedy fa anche altre bellissime incisioni prendendo spunto da quelle che sono delle vere e proprie icone della cultura geek come i personaggi dei famosi film animati dello Studio Ghibli oppure i personaggi della serie TV come Stranger Things.
Il contrasto evidente e affascinante fra l’utilizzo di una tecnica così classica e la scelta di soggetti così contemporanei rende i suoi lavori davvero speciali.
Andiamo da Superman a Darth Vader e Godzilla
Il lavoro di Reedy è un contributo satirico ed a volte critico su quelli che sono gli eroi della società attuale. Il suo stile è un’esagerazione continua unita alla ricerca dell’iper realismo di dettaglio che trae origine dal mondo del fumetto e dei cartoni animati.

Ecco la preview del numero 16 di “No Cure Magazine”

Ecco il nuovo numero di “No Cure Magazine“, un prodotto che io personalmente amo come dimostrano altri articoli in proposito e che non vedo l’ora sempre di scoprire.
Per questo, non appena i ragazzi hanno tirato fuori la previw del numero 16, eccomi qui a condividerla con voi.
Buona visione…

Un libro spiega tutto ciò che cambia quando la tipografia deve essere utilizzata e non sulla carta

E’ uscito “Type on screen” il bellissimo – e attesissimo – libro che stavo aspettando da un pò scritto da Ellen Lupton, già autrice dello splendido “Graphic Design Thinking“, scrittrice, curatrice e grafica, direttrice del programma Graphic Design MFA presso il Maryland Institute College of Art (MICA) di Baltimora, dove è anche direttrice del Center for Design Thinking.
Pubblicato da Princeton Architectural Press, questo libro è appunto il tanto atteso seguito del bestseller mondiale “Graphic Design Thinking”.
Si tratta di una vera e propria guida critica per designer, scrittori, sviluppatori e studenti ma è anche un’introduzione all’uso delle applicazioni tipografiche in ambito video come film, web e soprattutto le moderne app mobili.
La parte secondo me più interessante è quella infatti dove vviene affrontato il tema di come combinare i principi classici della tipografia con le nuove tecnologie. Il libro offre una guida su come scegliere il carattere giusto per un utilizzo sullo schermo, come renderlo bello e utilizzarlo in modo funzionale.
Ricchissimo di illustrazioni provenienti da esempi realizzati dalla comunità internazionale di grafici e tipografi
Un volume tecnico, specifico, approfondito per forse non per i semplici amanti ma per coloro che sono già ad un livello avanzato, che sicuramente porterà argomenti, spunti e idee da non perdere.

Hayley Berridge ed i suoi progetti editoriali metaforici

Originaria delle Midlands, Hayley Berridge è una giovane laureato in Graphic Design & Illustration alla Liverpool John Moores University.
La sua passione è attualmente tutta incentrata verso lo studioe l’approfondimento del cosiddetto design tattile e metaforico, fatto di trame, materiali, colori e finiture di cui si dice ossessionata. Il lavoro sui materiali è infatti per lei una parte fondamentale del suo approccio alla grafica ed al design e la costante ricerca di prodotti ed emozioni  tattili l’ha portata oramai ad avere una certa esperienza nel settore.
Di seguito alcuni suoi progetti…

Imperfection” è una pubblicazione in risograph giocosa e visivamente intensa che mostra la combinazione tra motivi moiré e tipografia attraverso i mezzi di scansione grafica. Il libro mostra il passaggio da schemi semplici a disegni moiré più complessi attraverso un uso forte e scanzonato del colore.

Il progetto “Fading Forest” è invece una pubblicazione tascabile che esplora il problema della distruzione della foresta pluviale amazzonica a causa della deforestazione. Sono pagine di carta fotosensibile che esposte alla luce solare per un periodo di circa 2-3 settimane scompariranno del tutto e torneranno pagine vuote di un libro essenzialmente vuoto. Bella metafora di ciò che attualmente sta accadendo alla foresta pluviale.

Se i lavori di Hayley vi sembrano interessanti almeno quanto lo sembrano a me, date un’occhiata al resto sul su sito..

Un libro ripercorre la storia del nudo nella grafica con 5 esempi particolari

Il corpo umano è una contraddizione, partiamo da questo assunto.
Esso racchiude infatti una moltitudine di elementi e caratteristiche. E’ allo stesso tempo affascinante, grottesco, familiare e inaspettato.
Sebbene gli artisti abbiano usato il corpo umano per la propria arte da per migliaia di anni, il mondo della grafica riesce ancora oggi a scandalizzare e ha provocare con il corpo alcune reazioni inaspettate.
Immagino questo sia stato uno dei punti di partenza per la realizzazione del volume “Head to Toe: Nudity in Graphic Design” di Mirko Ilić e Steven Heller tracciano la storia dei designer che utilizzano il corpo nudo come dispositivo grafico. Il libro documenta centinaia di esempi, dall’ovvio al provocatorio esplorando come la percezione pubblica del corpo nudo si sia evoluta da audace provocazione a efficacissimo strumento di marketing. Heller e Ilić indicano anche cinque usi significativi del corpo nudo nella recente storia della grafica spiegando come è cambiato il modo in cui pensiamo alla nudità e, per estensione, a noi stessi.
1 – Rolling Stone Cover, 1968

Il Black & Report è un prodotto editoriale per lo sviluppo della grafica e del design nelle regioni dell’Africa e del Sud Est Asiatico

B&W è un’organizzazione indipendente che aspira a riconoscere, premiare e coltivare l’eccellenza creativa all’interno della regione MENA acronimo di Medio Oriente e Nord Africa.
La creatività è una delle forze motrici fondamentali che determinano il successo sociale e commerciale di uno stato e di una regione, per questo B&W guida una serie di iniziative ideate non solo per riconoscere e premiare i talenti presenti nelle aree, ma anche per educare e sviluppare i futuri creativi.
La prima iniziativa è il “B&W Report“, pubblicata nel febbraio 2018, che serve per dimostrare e analizzare i progressi reali raggiunti dal lavoro costante di B&W creando così un benchmark dettagliato di riferimento per il futuro.
Da questo documento si possono dunque evidenziare le informazioni su cosa funziona e cosa no e diffondere i dati che sono stati raccolti.
Il rapporto Black & White mira a celebrare quindi le persone, sia clienti che agenzie per valutare ogni anno le prestazioni ed aiutare a misurare il progresso e la crescita di ogni individuo, azienda e marchio basandosi sull’unica cosa che conta: il lavoro.
Il “B&W Report” è il primo capitolo di un progetto molto più ampio per la regione MENA, che consentirà di comprendere meglio le sue prestazioni e creare un ambiente sano dove la competizione fornisce una prospettiva futura per la popolazione interessata agli ambiti creativi.

Progettare un quotidiano a Londra

Jordan-River Low ha condiviso un suo lavoro di progettazione editoriale sul suo profilo Behance. Il lavoro è stato fatto per un brief universitario di Editorial Design. Il progetto prevedeva la progettazione di un numero unico di newspaper locale che contenesse le informazioni del territorio suddivise in sezioni e la creazione di contenuti in linea con lo stile del giornale.
“Il grande giornale E” è quindi un giornale per gli abitanti londinesi della zona nord orientale, più precisamente nella zona E di Hackney Borough.
Le notizie, gli articoli, le informazioni ed in generale tutti i contenuti sono stati individuati appositamente tenuto conto del territorio di riferimento e per le persone che ci vivono.
Si suppone che sia un prodotto editoriale stampato quotidianamente e che quindi svolge il ruolo di un newspaper a distribuzione popolare ma di alto livello in termini di contenuti. I riferimenti indicativi posso no essere The Independent o The Guardian.
Il design della rivista è stato pensato per rappresentare al meglio l’estetica giovane dei quartieri di Shoreditch, Dalston, Hackney e altrove.
Si tratta di uno stile con chiari rimandi ai riferimenti classici e quindi vagamente retrò, ma associato il più possibile alla vivacità della zona e dei residenti.

Il progetto è stato infine realizzato con un numero speciale cartaceo che ha riscosso un buon successo fra i lettori che hanno ricevuto una copia tramite gli uffici dell’University of Reading, Londra.
Ecco quindi il risultato finale del brief di Jordan-River Low.

Una mostra ed un catalogo analizzano come la grafica ed il design rispondono alle turbolenze politiche di questi anni

Oggi prendo spunto dalla mostra dal titolo “Hope to Nope” attualmente al Design Museum di Londra fino al 12 agosto 2018.Già da qualche anno, forse decennio, abbiamo capito che il nostro è un periodo storico turbolento, senza certezze, caratterizzato da profonde divisioni sociali e da conflitti più o meno latenti sparsi in tutto il pianeta. In particolar modo l’ultimo decennio è stato praticamente un costante periodo di turbolenze politiche e questo non lascia certo indifferente il mondo del design che si fa sempre più politicamente attivo attraverso poster, meme, GIF, stampe, magliette prodotti tanto dagli attivisti dilettanti quanto da designer e studi professionali. Non vi viene subito in mente il famossissimo poster “Hope” di Shepard Fairey meglio conosciuto come OBEY?

Barack Obama “Hope” poster

Ecco, per celebrare tutto questo, una nuova mostra al Design Museum di Londra dal titolo Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18 esplora il ruolo della grafica in quei 3.650 giorni. L’obiettivo degli organizzatori è quello di guardare il risultato grafico che gli avvenimenti politici di questi anni hanno prodotto.Margaret Cubbage quindi i criteri di scelta non è stato solo il design buono o meno buono, quanto il tipo di impatto e influenza che questo ha avuto.
Lo spettacolo è stato concepito da GraphicDesign & Lucienne Roberts e David Shaw, con Rebecca Wright insieme al Design Museum.
I temi affrontati sono moltissimi ed il relativo catalogo, un bel volume ricco di immagini, fotografie e approfondimenti riporta fedelmente le principali tensioni politiche di tutto il mondo fra cui le proteste contro le molestie sessuali in Cina, il movimento Occupy e 99%, la protesta in Brasile per la povertà delle periferie, le manifestazioni di Je Suis Charlie, Trump, Brexit e molto, molto altro fino al famosissimo Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Oltre alle sezioni che abbiamo già visto, nel libro ci sono interviste con il celebre grafico Milton Glaser e lo street artist Shepard Fairey, i designer e artisti internazionali presenti in questo libro poi sono: Gorilla, Dread Scott, Edel Rodriguez, TEMPLO, ThoughtMatter, Michael Bierut, Sagmeister e Walsh, Marwan Shahin, Barnbrook e Metahaven .

Dalla Spagna ecco l’annuario di STAF Magazine, la street culture ma non solo

Attiva fin dal lontano 1997 “STAF Magazine” è una rivista e casa editrice indipendente con sede a Malaga, in Spagna che si occupa di street culture, illustrazione, fotografia, skate and surf e molto altro.
Per presentarvela al meglio, risaliamo a loro ultimo progetto editoriale lanciato alla fine dello scorso anno: una raccolta, un annuario, un best of…
La copertina del libro, che risulta essere la 46ima uscita del magazine, è stata progettata dall’illustratore californiano Steven Harrington e contiene inoltre interviste esclusive con altri artisti assai interessanti del panorama internazionale fra i quali: Phil Hackett, Colt Bowden, John Witzig, Chris Burkard e molti altri…
In un’epoca in cui i contenuti hanno una data di scadenza molto ravvicinata, a volte addirittura precedente anche a quella di pubblicazione ed il loro valore si concentra solamente sul numero di “mi piace” che si ottengono sui vari social network, si è oramai diffusa un’idea di lettura come un atto di pura trasgressione nel senso che i contenuti devono essere scioccanti, forti. Avere un impatto, pena la immediata scomparsa.
Il team di “STAF” vuole invece dare tranquillità, sia allo scrittore che al lettore. Per questo motivo hanno realizzato questo questo annuario 2017 come un ritorno alle origini. Un viaggio emozionante, accompagnato da una colonna sonora unica che rimanda a quel lontano “STAF Magazine” del 1997 realizzato al tempo solamente grazie da una vecchia fotocopiatrice in bianco e nero.

Il libro di illustrazioni di Ellen Weinstein è una chicca per occhi appassionati

Ellen Weinstein è nata e cresciuta a New York City. Si è laureata al Pratt Institute e alla New School of Art and Design di New York e ha vinto nella sua carriera una lista incredibile di premi internazionali fra i quali: Society of Illustrators, Communication Arts Illustration AnnualSociety of Publication Designers.
Il libro di oggi, disponibile dal mese di Aprile sul sito della Chronicle Books di San Francisco, è una vera chicca per gli appassionati di illustrazione, in particolar modo per quel settore sempre più specifico dell’illustrazione editoriale, quella cioè che compare soprattutto nei magazines e che intrattiene con il testo che accompagna un rapporto particolare e sempre più importante.
“Recipes for Good Luck” è il titolo del libro che dimostra come alcune menti geniali e atipiche ricerchino la propria ispirazione nel loro specifico ambito lavorativo. Qualche esempio?
Che cosa fa la poetessa Maya Angelou per mantenere attivo il proprio flusso di parole? Qual è il portafortuna di un ingegnere della NASA? Come si prepara Thom Yorke per un concerto?
Questo libro contiene le illustrazioni relative ai trucchi di creativi, politici, scienziati e atleti rivelando una serie di pratiche che stanno in mezzo fra le superstizioni stravaganti ed i classici riti scaramantici prima delle performance. Questo vero e proprio compendio visivo celebra sia con una parte testuale, ma ancor più negli affascinanti ritratti illustrati di Elle Weinstein quelle che sono le vere personalità, i reali processi creativi e le curiose abitudini di queste persone.

Oggi è il Martin Luther King Day

Come ogni 4 Aprile, come in ogni parte del mondo, anche oggi, anche le Edizioni del Frisco, ricordano il reverendo Martin Luther King.
Il modo con cui lo facciamo è il nostro, con il linguaggio della grafica, della stampa, della tipografia dei libri e della comunicazione in generale.
Con questo, aggiungiamo il nostro piccolo sassolino alla valanga di massi che moltissime persone portano ogni giorno in favore di una causa, quella dei diritti civili, su cui ogni voce in più, su cui ogni parola in più, su cui ogni mano alzato in più, fa accender le luci e, per le Edizioni del Frisco, è sempre il momento di tenere le luci bene accese e far splendere la vita. La vita di tutti.

Comparso nel 2015 proprio a Montgomery in Alabama, questo pezzo King si chiama “I Have a Dreamcatcher” e potrebbe riferirsi alle affermazioni di King sulle ingiustizie subite dai nativi americani. King infatti più di una volta osservò: “La nostra nazione nacque in un genocidio quando accettò la dottrina secondo cui l’originale americano, l’indiano, era una razza inferiore. Ancor prima che ci fosse un gran numero di negri sulla nostra costa, la cicatrice dell’odio razziale aveva già sfigurato la società coloniale“.

I Have a Dreamcatcher, sconosciuto

L’immagine di Martin Luther King Jr. dell’americano Romare Bearden, intitolata “Mountain Top” rappresenta un omaggio a un leader caduto. Il lavoro si riferisce ad un discorso pronunciato da King a Memphis il 3 aprile 1968, dove annunciava l’arrivo di giorni difficili. Il giorno fu assassinato.
King proprio nel suo ultimo discorso disse: “Non potrò venire con voi, ma voglio che tu sappia stasera, che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa“.

Mountain Top, Romare Bearden

La citazione scelta dall’illustratore Nip Rogers è tratta invece dalla “Lettera da un carcere di Birmingham” scritta da Luther King Jr. e divenuta un testo fondamentale sia del movimento per i diritti civili che delle aule di storia.
Le tenebre non possono scacciare l’oscurità; solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio; solo l’amore può farlo“.

Quote Art, Nip Rogers

Lo studio grafico Vocal Type nel 2016 ha reso omaggio a Martin Luther King con un carattere sans serif, che porta il suo nome e che è basato sui cartelli portati dai seguaci di King, durante il Memphis Sanitation Strike del 1968 quando i lavoratori dei servizi igienici di Memphis, la maggior parte dei quali afro-americani, hanno scioperato chiedendo il riconoscimento del loro sindacato, salari migliori e condizioni di lavoro più sicure dopo che due spazzini erano morti. Mentre marciavano gli operai in sciopero mostravano le copie di un poster passato alla storia con il nome di “IO SONO UN UOMO”.

MARTIN: A Non-Violent Typeface, Vocal Type

Quello di Camille Ravassat è invece un omaggio che include i più grandi discorsi di alcuni famosi oratori, Charles de Gaulle, Nelson Mandela e appunto Martin Luther King. Per la giovane grafica francese, si tratta di diffondere, attraverso mezzi grafici, la vivacità e la forza di questi discorsi. Questo obiettivo viene raggiunto tramite i forti contrasti tra la grandezza delle foto e la loro cornice. Il formato richiama quello dei giornali, un formato diverso da quello standard del libro tascabile per sottolineare l’importanza dell’oralità dei discorsi.

Agorà – Camille Ravassat
Agorà – Camille Ravassat
Emmanuel Cook, un graphic designer parigino, ha invece ideato e realizzato un vero e proprio giornale gratuito che ha personalmente distribuito nella città di Aix-en-Provence per fare in modo che il maggior numero possibil e(ri)scoprire
il più famoso dei discorsi del reverendo King, “I have a dream”.

Tra poco sapremo chi vincerà il premio di miglior magazine e miglior brand del 2017 per la Society of Publication Designers

Friday, May 4th at Cipriani 25 Broadway in New York City.

La Society of Publication Designers è una fondazione nata nel 1965 senza scopo di lucro dedicata a promuovere e incoraggiare l’eccellenza nella progettazione editoriale.
Come ogni anno, la Society of Publication Designers (SPD) ha annunciato i finalisti del 53° Annual Design Competition che vedrà la sua conclusione il 4 Maggio prossimo a New York.
Il concorso di progettazione editoriale di SPD celebra l’eccellenza nel design, nella fotografia e nell’illustrazione all’interno delle pubblicazioni cartacee e digitali.

I progetti caricati attraverso il sito on line di SPD sono suddivisi in 85 (!) di appartenenza, vengono giudicati da una giuria (qui trovate l’elenco dei giurati) composta da con due co-presidenti: Copresidenti: Tim Leong (Executive Editor di Entertainment Weekly) e Toby Kaufmann (Direttore esecutivo della fotografia in Refinery29) che sveleranno i vincitori il 4 maggio prossimo.
Rispetto al premio organizzato da STACK si può tranquillamente di re che SPD è molto più incentrato sui magazine statunitensi e soprattutto sulla produzione editoriale mainstream.
Per quanto riguarda l’Italia, facciamo assolutamente il tifo per Wired Italia, oramai semprè più assimilabile al cugino d’oltreoceano e a Rvm Magazine, avventura editoriale sulla “fotografia e altre narrazioni” interessantissima ed indipendentissima portata avanti da Agnese PortoGiammaria De GasperisFrancesca PignataroVeronica Daltri.

I finalisti per i premi di Magazine e Brand dell’anno sono:
The California Sunday Magazine, Garden & Gun, Gather Journal, Harvard Business Review, New York Magazine, The New York Times Magazine, Refinery29 e WIRED.

The California Sunday Magazine

 

Gather Journal

 

Gather Journal

I finalisti per il premio di Magazine cartaceo sono:
5280 Magazine, Accent, AFAR, American Builders Quarterly, APICS, ARCHITECT, Bloomberg Businessweek, Bon Appétit, The California Sunday Magazine, CHAOS, COMMOTION, Cooking Light, Condé Nast Traveler, Departures, Dwell Magazine, Earnshaw’s, Eight by Eight, Entertainment Weekly, ESPN The Magazine, Esquire, Eye Magazine, The FADER, Fast Company, FEED. Jerónimo Martins World’s Magazine, Footwear Plus, Gather Journal, Genome, Golf Digest, GQ, GQ Style, The Hollywood Reporter, Idea Book, In Touch Magazine, The JW Marriott Magazine, Men’s Health, Middlebury Magazine, MIT Technology Review, Mother Jones, National Geographic, National Geographic Traveler, Nature Conservancy Magazine, New York Magazine, New York Weddings, The New Yorker, The New York Times Magazine, Outside Magazine, Pacific Standard, Parents, Profile, Rhapsody Magazine, The Ritz-Carlton Magazine, Rvm Magazine, Smithsonian Magazine, Stanford Medicine, T: The New York Times Style Magazine, Tec Review, Texas Monthly, Vanity Fair, Washingtonian, WIRED, WIRED Italia e WSJ. Rivista.

L’importanza della tipografia nel cinema spiegata attraverso 3 film che avete visto

Prima di iniziare a leggere il pezzo di oggi che riguarda il rapporto fra tipografia e cinema, è bene stabilire una regola: l’arte della realizzazione del film è interconnessa con la progettazione grafica. L’arte tipografica è necessaria e importantissima per trasmettere l’essenza stessa di un film e questo vale sin dalle prime pellicole nate nella Hollywood oramai di un secolo fa.
La tipografia racconta molto di un film, più di quanto generalmente si creda. Attraverso le sempre più ricercate sequenze dei titoli iniziali e finali, con i poster ufficiali e non e con tutta una serie di altri elementi grafici, la tipografia da il senso e lo stile al film.
Sull’onda lunga della serata degli Oscar 2018, ecco dunque alcuni casi che dimostrano meglio di tante parole come specifici caratteri tipografici siano riusciti a trasmettere una precisa personalità con un linguaggio visivo iconico e ultra riconoscibile.

Psycho” di Saul Bass
Psycho di Alfred Hitchcock è un ottimo esempio di ciò che la tipografia può offrire al grande schermo. In questo progetto il grande Saul Bass, grafico e poster artist geniale, ha utilizzato una serie di linee strutturate per scomporre e ricomporre il carattere News Gothic. Con questa idea, Bass invita lo spettatore a entrare e uscire dallo schermo. Il News Gothic, parente stretto del ben più famoso Franklin Gothic, è uno dei caratteri più iconici progettati da Morris Fuller Benton, per molti anni a capo del design department dell’American Type Founders (ATF). Questo austero carattere tipografico è stato ampiamente utilizzato in editoria e pubblicità fin dalla sua nascita risalente all’incirca al 1908.
Le linee sulla sequenza del titolo del film provengono da diverse aree dello schermo e non interrompono mai la formazione o l’intersecazione delle parole, questo continuo movimento conferisce un effetto drammatico e, allo stesso tempo, emozionale.
Tuttavia, il vero logo di Psycho che tutti conosciamo è stato mantenuto rigorosamente uguale all’originale creato da Tony Paladino perché Hitchcock riteneva che fosse un esempio di perfezione tipografica.


Saul Bass, uno dei più importanti grafici della storia del cinema e non solo, ha lavorato per alcuni dei più grandi registi di Hollywood tra cui si possono ricordare Billy Wilder per Uno, due, tre!, Stanley Kubrick per Shining, Martin Scorsese per Cape Fear ed un’altra infinità di leggende.

Pulp Fiction” di Pacific Title
Forse il film più cool degli anni ’90, “Pulp Fiction” è una commedia nera con dialoghi eclettici, ironia e violenza scritta e diretto da Quentin Tarantino. Per il titolo principale, Pacific Title utilizzava un carattere tipografico Serif Slap piuttosto particolare chiamato Aachen progettato da Alan Meeks sotto la supervisione di Colin Brignall e pubblicato da Letraset nel 1969.
Pur essendo un lettering particolarmente corposo ed ingombrante, dopo Pulp Fiction, Aachen è diventata una font assai popolare per i title sequence.
Un aspetto che a me ha colpito molto è l’utilizzo spinto di effetti tipografici dai colori assai vivaci come le ombre esterne e le lettere evidenziate, escamotage riuscitissimo per attirare l’attenzione dello spettatore.

Alien” di R / Greenberg Associates
La sequenza del titolo e la creazione del poster del film “Alien” diretto da Ridley Scott nel 1979 appartiene allo studio R/Greenberg Associates di Richard & Robert Greenberg. Per il poster di Alien e soprattutto per la sequenza di apertura il font utilizzato è una versione tiny della classica Helvetica Black, appositamente progettata con le lettere spezzettate e un maggiore spazio tra gli elementi.
Greenberg Associates hanno collaborato negli anni ad alri film di grande successo come Superman, Flash Gordon, Arma Letale, etc.

La più bella mostra di collage contemporanei è in scena a Londra in questi giorni

La carta è sempre la carta e per me è da sempre una vera fissazione.
Questo è il presupposto da cui partire per leggere questo articolo sulla mostra in scena a Londra dal 1 fino al 11 Febbraio alla Jealous Gallery.


Dopo il grande successo riscosso a New York, Berlino, Barcellona, Madrid, Montreal, Rotterdam, Trondheim e Lima l’International Weird Collage Show arriva infatti per la prima volta “The International Weird Collage Show” presentato da The Weird Show, un collettivo che organizza mostre collettive che utilizza il collage contemporaneo come mezzo espressivo.
The Weird Show (TWS) è una piattaforma artistica creata nel 2010 da due geni come Rubén B e Max-o-matic dedicata all’esplorazione del collage contemporaneo attraverso mostre, pubblicazione e workshop.
TWS non parla di collage. Per TWS il collage è solo un modo per esprimere idee, sentimenti e storie.


Dal 2011 TWS ha curato e realizzato mostre di collage in gallerie e musei in Europa (Barcellona, ​​Berlino, Madrid, Rotterdam, Trondheim, Valladolid) e America (New York, Montreal, Lima, Quito, San José de Costa Rica) e ha tenuto workshop e sessioni di collage in molte di queste città.
La mostra, organizzata ed allestita con il contributo dell’artista londinese James Springall. intende aiutare a ridefinire il modo in cui il collage viene creato e concepito.
25 artisti in totale che presentano una grande varietà di stili e tecniche sia a mano che in stampe in edizione limitata.
La carta è morta, viva la carta!

Ashkan Honarvar, The Denial of Death
Sergei Sviatchenko, from the series Less
Sarah Hardacre, You Owe Me An Egg
Max-o-matic, The Complexity of Simplicity

“Holo 2” è la dimostrazione che la qualità e la cultura servono oggi più che mai

Il prodotto editoriale che vi presento oggi è un’avventura, una scommessa, una scoperta continua e molto, molto ambiziosa.
“Holo” è infatti un progetto ideato e realizzato grazie al contributo del gruppo canadese di CreativeApplications.Net [CAN], un sito lanciato nell’ottobre 2008 che oggi è arrivato ad essere uno dei più importanti punti di riferimento nel mondo dell’arte digitale e della grafica.
Negli ultimi cinque anni l’obiettivo principale di CAN è quello di favorire gli scambi e le intersezioni all’interno della rete di creativi, dei professionisti dell’arte, dei media, del design e della tecnologia in generale.
Dopo il primo numero di “Holo” uscito in blu oramai nel lontano 2014, ecco oggi finalmente un nuovo bel libro da sfogliare.


Le tematiche sono sempre molto ricercate e per specialisti, dalle idee circa il nostro imminente futuro quantistico al mistero mai del tutto risolto del Big Bang
L’aspetto che sorprende di più di “Holo” è la sua sfrenata ed insaziabile curiosità verso temi apparentemente distanti tra loro che si riversano in queste densissime 236 pagine.
I contributors sono giovani, preparatissimi e, ognuno nel suo ambito, sono davvero interessanti. Provengono da varie parti del mondo (Casey Reas da Los Angeles, Fanqiao Wang da Shanghai, Mitchell Whitelaw da Canberra). Mi piace davvero questo stile e questo approccio ultra contemporaneo ed orizzontale che va del tutto in contro tendenza con una parte della società oramai sempre più chiusa e volutamente negativa. Mi viene facile segnalare il bellissimo pezzo in cui si descrive l’incontro con faccia a faccia con Vera Molnar, splendida pioniera dell’arte digitale oggi arrivata a 92 anni.
Un progetto, quello di “Holo” che dimostra come esistano realtà che inventano e scoprono, che tentano e producono cultura di altissimo livello.

Un kit patriottico per perfette sfide a ping pong

“Patriot Paddles” è una linea, o meglio un kit per giocare a Ping-Pong creata da due designer americani: Elena Chudoba e Andrew Czap.
Il progetto celebra il gioco e tutto ciò che rappresenta per i due giovani: la storia americana di un tempo che fu quando la libertà era immagine e grafica.
Il progetto di packaging è veramente fantastico e pratico visto che può essere riposto in uno zaino o conservato in una scrivania o su un scaffale come un soprammobile.
Esteticamente il rimando più immediato è all’aspetto di un libro di testo del college condito però da molti riferimenti grafici storici che arricchiscono il design e l’illustrazione del prodotto.

La storia di “Smiling Sun”, un simbolo che dagli anni Settanta non è mai passato di moda

Già in passato vi ho parlato di un famosissimo logo utilizzato e diffusosi in tutto il mondo creato partendo da un’idea politica e civile. Si trattava della rosa nel pugno di Cruz Novillo. (qui il pezzo) ed oggi ritorniamo sul tema scoprendo un altro simbolo che è diventato sinonimo di protesta e rivendicazione, questa volta per un mondo senza il nucleare.
The Smiling Sun“, in Italia meglio conosciuto come il sole che ride, è il simbolo originariamente nato dal movimento anti-nucleare. Trasformato in spille, in adesivi o sventolato come bandiera, il gioioso sorriso rosso su sfondo giallo è diventato negli anni il sinonimo di lotta per un mondo alimentato da energie rinnovabili. Nonostante la sua popolarità sia ancora oggi molto diffusa, il designer del logo è rimasto per anni sconosciuto e ed è bello che il sito It’s nice that sia riuscito a rintracciare Anne Lund, la creatrice del logo che oggi fa la docente universitaria.


Nella primavera del 1975, nella città di Aarhus, la seconda più grande della Danimarca, Anne Lund era una ragazza con nessuna esperienza di progettazione grafica che decise di disegnare un simbolo che accomunasse tutti i movimenti più influenti nella lotta contro l’energia nucleare di tutto il mondo. The Smiling Sun, con il suo fortunatissimo slogan di “Nuclear Power? No grazie” è stato tradotto in circa 60 lingue negli anni successivi. Questo logo, insieme a tutte le attività che lo hanno accompagnato, hanno fortemente influenzato la decisione della Danimarca di non costruire mai una centrale nucleare sul proprio territorio ed è ancora molto attivo e visibile nelle proteste degli ultimi mesi in Germania, Giappone, Lituania e Taiwan.

Il logo Smiling Sun è stato registrato come marchio per proteggerlo da alterazioni e uso improprio da parte di interessi politici e commerciali. I gruppi anti-nucleari che lo vogliono possono richiedere i diritti d’utilizzo al Fondo OOA (Organisationen til Oplysning om Atomkraft = Organizzazione per l’Energia Nucleare) in Danimarca. Un negozio online vende prodotti Smiling Sun in 50 lingue diverse

Nell’aprile 1975 il logo “Smiling Sun” è stato progettato da Anne Lund insieme sl collega attivista Søren Lisberg, allora attivista ventunenne all’interno dell’OOA. Il logo presenta un sole sorridente circondato dalla dicitura “Potenza nucleare? No grazie” nei colori giallo, rosso e nero.
L’intenzione alla base del progetto era, secondo la stessa Anne Lund, quella di creare un logo amichevole e aperto che esprimesse un gentile e fermo “no grazie” alla domanda di energia nucleare.
La prima apparizione pubblica del logo è avvenuta durante il festival del 1 ° maggio 1975 proprio ad Århus e da quel giorno si è rivelato straordinariamente virale. I gruppi antinucleari di altri paesi hanno presto chiesto Smiling Sun per diffondere il messaggio nelle rispettive lingue.

Nel giro di pochi anni il logo fu tradotto dal danese in altre 40 lingue nazionali e regionali e divenne rapidamente il simbolo mondiale più comune nel movimento anti-nucleare. Lo è ancora oggi. Dal 2007 sono state richieste nuove versioni linguistiche di Smiling Sun e la catastrofe di Fukushima del 2011 in Giappone ha dato una nuova spinta per nuove versioni linguistiche arrivato oggi a 50 traduzioni.
Negli ultimi 40 anni, il Sole che ride divenne è divenuto un utilissimo strumento di raccolta fondi per ogni tipo di associazione contro il nucleare; venduto come badge, adesivi, spille, magliette, ecc.
Negli anni compresi tra il 1975 ed il 1985 l’OOA ha prodotto circa 36 milioni di pezzi con lo Smiling Sun.
Nel 2003 il Museo Nazionale Danese ha incluso il Sole che ride nella propria collezione con il disegno originale del logo e una collezione di badge e altri prodotti realizzati negli anni. Ad Århus, proprio dietro l’angolo dell’appartamento dove è stato disegnato da Anne Lund per la prima volta nel 1975 un murale alto 8 metri del Sole sorridente è ancora tenuto in buone condizioni.

Il logo OOA doveva essere un’alternativa anche e soprattutto estetica alle forme di protesta radicali ed estreme che il pubblico dei mass media era abituato a vedere in televisione. Come sostiene la stessa Anne, “doveva essere abbastanza bello da permettere alle donne di indossarlo sui loro vestiti per indicare un nuovo modo simpatico ma fermo e deciso di dire proprio no grazie! Nessun pugno chiuso, nessuna immagine spaventosa, nessuna violenza”.

“Non sono un designer – ero solo un attivista. Era un prodotto del modo in cui funzionava il movimento antinucleare danese: era un modo di pensare che poneva l’accento sull’azione non violenta”.
Anne Lund

 

 

“OOF Magazine”, una rivista sul calcio da sfogliare come un ricercato catalogo d’arte contemporanea

Il calcio, si sa, è la quintessenza dell’esperienza comunitaria, della passione condivisa, della fede irrazionale. In tutto il mondo – negli stadi, nei bar e nei salotti di casa – milioni di persone provano emozioni collettive guardando le proprie squadre scendere in campo. Ogni giorno il calcio riesce a realizzare con facilità talvolta data per scontata, ciò che l’arte cerca costantemente di fare con ben altri sforzi: far emozionare le persone.
L’arte de-costruisce il mondo, ci aiuta a capire cosa significa il tutto intorno a noi e tenta di offrire nuove prospettive ai nostri sguardi. per questo oggi vi parlo di “OOF magazine“, questo nuovo progetto inglese che unisce in un modo quasi naturale, arte e pallone.
Gli artisti che vedrete all’interno di “OOF” tentano appunto di semplificare il messaggio e l’esperienza calcistica per ridarle senso, per mostrare i perché questo sport riesca ad infiammare così tante persone in tutto il pianeta.
La pubblicazione londinese ha appena pubblicato il suo primo numero in cui, oltre ai lavori di artisti del calibro di Chris Ofili, Hans Ulrich Obrist, Rose Wylie e Petra Cortright e un’affascinante storia di un murale di Zagabria che raffigura Zvonimir Boban che combatte con la rivolta polizia.
L’idea originale di “OOF Magazine” è del fondatore e direttore Eddy Frankel a cui, in seguito, si sono aggiunti Justin Hammond e sua moglie Jennie, che a Londra gestiscono la grande galleria d’arte moderna J Hammond Projects. Un geniale designer chiamato Simon Whybray ha fatto l’iniziale direzione artistica e Tom Havell, che è il capo del design europeo di Time Out, ha fatto tutto il layout.
“OOF magazine” una via di mezzo fra un catalogo di una sofistica mostra d’arte e un magazine specialistico sul calcio e questa comunione rende le 72 pagine di cui è composto, interessanti, originali e per tutti i gusti.

“Minima muralia” è il bel libro che raccoglia i lavori di BLU sparsi per il mondo negli ultimi 15 anni

Quello di oggi è un libro speciale, un libro per gli amanti della street art ma non solo. “Minima muralia” è il titolo del libro più importante di BLU che rimanda alla famosa opera di Theodor AdornoMinima moralia” in cui l’autore tedesco descrive tramite brevi riflessioni il mutare delle esperienze quotidiane motivando con esse la triste verità secondo la quale una vita onesta non è più possibile, perché viviamo in una società inumana. “La vita non vive”, dichiara l’epigramma che apre il libro.
Come si legge su Wikipedia, BLU ha iniziato a farsi conoscere a partire dal 1999 attraverso una serie di graffiti eseguiti a Bologna, nel centro storico, nelle zone adiacenti all’Accademia di Belle Arti e in periferia, negli spazi occupati del centro sociale Livello 57. I primi lavori, pur esprimendo elementi di originalità stilistica, erano ancora realizzati con la bomboletta spray, tipica del writing tradizionale. A partire dal 2001 le opere di Blu iniziano ad essere eseguite con vernici a tempera e con l’uso di rulli montati su bastoni telescopici. Tale tecnica gli ha permesso di ingrandire la superficie pittorica. I soggetti sono figure di umanoidi dai connotati sarcastici o talvolta drammatici il cui immaginario sembra ispirarsi al mondo dei fumetti, e dei videogiochi arcade.
Nel 2016 BLU è stato anche protagonista di un gesto simbolico che mi ha molto colpito e che ne ha definito anche il profilo etico e la sua idea di arte quando ha cancellato tutte le opere da lui create sui muri di Bologna. Tutto questo per protestare contro la mostra Street Art, Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano” in cui erano esposti murales staccati dai muri contro ogni volontà del famoso artista inglese.
Minima muralia“, edito dalla sempre gratificante casa editrice ZOOO Print and Press è, come detto, la raccolta più ampia e completa dei lavori che BLU ha realizzato negli ultimi 15 anni.
Un libro con i capolavori più noti ma anche con le immagini delle varie lavorazioni in cui BLU stesso illustra alcuni elementi del suo processo creativo.
Sono 288 pagine fantastiche, colorate e ispirate che fissano con più di 200 opere da tutto il mondo quella che è la produzione di un artista che secondo il Guardian è giustamente considerato uno dei dieci migliori street artist in circolazione.