Con “Pittori di cinema” i ragazzi di Lazy Dog ci regalano un’altro piccolo capolavoro editoriale

A cominciare dal dopoguerra, l’industria cinematografica italiana ha
avuto la necessità di coinvolgere artisti per illustrare e promuovere i propri film. Così nacquero i “pittori di cinema”, volgarmente detti “cartellonisti”, termine che non rende giustizia a ciò che viene definita come una vera e propria corrente artistica.
In questo volume di 432 pagine, prima opera di questo genere, vengono presi in esame 29 pittori, con 500 illustrazioni a colori spesso inedite che comprendono schizzi, bozzetti, opere provenienti da collezioni private, lavori scartati o destinati ad altri impieghi. Maurizio Baroni, profondo e appassionato conoscitore, autore e collezionista, attinge dal proprio nutrito archivio personale e passa in rassegna cinquant’anni di cinema italiano attraverso le sue locandine, i suoi manifesti e innumerevoli gustosi aneddoti.
Il calligrafo Luca Barcellona e l’art director e docente Andrea Mi prendono in esame gli aspetti legati rispettivamente al lettering e alla composizione grafica, mentre la storica dell’arte Alessandra Cesselon presenta uno per uno i pittori, contestualizzando le loro opere nell’ambiente artistico dell’epoca, da lei vissuto in prima persona in quanto figlia di Angelo, uno dei suoi principali esponenti. Il libro è rivolto ai cinefili e ai collezionisti, ma anche ai graphic designer e agli illustratori, agli studenti e ai professionisti, come documento storico per gli appassionati e insieme ispiratore per le nuove generazioni di comunicatori.
Il libro è rivolto agli appassionati di cinema, ai collezionisti e a chiunque voglia ispirarsi o approfondire le tematiche legate alla comunicazione visiva: illustratori, graphic designer, professionisti del settore, studenti.

Ho preferito utilizzare direttamente le parole scelte dal team di Lazy Dog per presentare questo splendido lavoro che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, come questa realtà tutta italiana, stia velocemente divenendo un riferimento per quanto riguarda un certo modo di fare editoria che mischia sapientemente la tradizione grafica italiana, la cura artigiana del prodotto editoriale e un certo gusto pop tutto da scoprire.
Complimenti a Lazy Dog, un’altra gemma preziosa è stata inserita in un catalogo di per sé già ricco di tesori.

Un libro ricostruisce la storia di uno dei locali di Londra più famosi al mondo

Il 100 Club, lanciato nel 1942 come Feldman Swing Club, era frequentato durante la seconda guerra mondiale dai militari e dalle stelle del jazz come BB King e Muddy Waters negli anni ’50, ma è stato negli anni ’70 quando che è diventato un luogo storico e di culto per la scena punk ospitando il “The 100 Club Punk Special”, un evento che comprendeva band quali Sex Pistols, Siouxsie e Banshees, The Clash, Buzzcocks e The Damned, praticamente il punk e tutto la cultura underground che esso stava lanciando nel mondo.

Per celebrare questo leggendario club Fred Perry e Ditto pubblicano adesso un libro di storie e aneddoti sulla sua storia lunga 75 anni. Dai musicisti che hanno suonato lì alle persone dello staff del bar fino ai clienti che hanno servito.. ogni storia è una storia unica che aggiunge pagine alla leggenda ed al mito di questo club.
Tuttavia non erano solo le band la forza di questo locale indipendente, ma anche e soprattutto le tribù di fan che stavano scoprendo il punk e l’intera cultura underground che esso trascinava con se.
La copertina bianca serigrafata in viola, le carte interne colorate e gli inchiostri speciali utilizzati , uniti alle fotografie di artisti come Elaine Constantine, rendono questo volume un opera ricercatissima come si conviene per una delle istituzioni più amate del Regno Unito.

Un diario, ma non nel senso tradizionale del termine

“World Problem Solution Book” è un diario, ma non nel senso tradizionale del termine. Prodotto in due anni, il libro è una visualizzazione di momenti sporadici, conversazioni e memorie scritte dell’illustratore Chris Harnan.
È una rappresentazione grafica di un periodo di tempo nella sua vita modificato infinite volte in base agli accadimenti che si susseguono incessantemente nel tempo.
Stampato su Risograph a quattro colori in 176 pagine, i disegni del “World Problem Solution Book”, pubblicato da Studio Operative, sono un continuo susseguirsi di novità stilistiche e grafiche sebbene il libro presenti sempre gli stessi personaggi creati attraverso linee rette generate al computer che sono uno dei suoi aspetti caratteristici.
Sia che si tratti di alcune semplici righe di testo su una pagina o di uno stile minimale o ancora di un fumetto, tutto è stato realizzato in reazione alle cose che stavano accadendo nella vita di Chris.
Chris ora vive nel sud di Londra. Lavora part-time in uno studio di architettura, un lavoro che gli offre la libertà di scegliere i progetti sui quali lavorare e fra questi, ecco questo diario, ma non nel senso tradizionale del termine.

“Buffallo” di Ben Duvall gioca con i segni per creare un libro unico ed enigmatico

“Buffalo” di Ben Duvall più che un prodotto editoriale è una visione estrema, artistica e poetica nel suo leggere la realtà attraverso formule e segni.
Nei  suoi lavori Ben Duvall  sviluppa da sempre pratiche basate sull’etetca del web e dell’informatica ricercando continuamente legami o correlazioni con il mondo della stampa.
Ben distorce l’utilizzo della parola e dell’immagine rendendola sempre meno leggibile e favorendo in questo modo la convergenza di questi due elementi in un unico metodo e linguaggio comunicativo che si presenta come del tutto nuovo e originale.
Il libro utilizza infatti un linguaggio visivo fatto di codici informatici resi in forma poetica su enormi pagine rettangolari.
Il testo si evidenzia attraverso diagonali e matrici in cui ogni minimo cambiamento di formattazione cerca di contribuire allo sforzo di decifrare e comprendere il tema scelto.
Capisco che leggere queste frasi possa sembrare assurdo e incomprensibile ma la sensibilità stilistica di Duvall crea un oggetto a mio avviso carico di poesia. Il libro è rilegato in un elegante cartoncino marrone in cui è stampato il titolo e il nome dell’autore tramite semplici stencil di colore nero. La complessità di questo lavoro, si capisce bene anche da queste scelte tipografiche, non sta nella forma, ma bensì nel contenuto.
Queste 18 pagine stampate in sole 75 copie con il risograph dimostrano una volta di più l’estrema flessibilità del prodotto libro che non risente affatto del tempo che passa ma anzi si permea alla contemporaneità come forse niente altro è in grado di fare.

Lester Beall ha portato le avanguardie europee nella grafica a stelle e strisce

Lester Beall è un uomo speciale con un background che risente molto del suo amore per la tecnologia. Cresciuto giocando con le radio ed i transistor, si laurea però con un dottorato di ricerca in Storia dell’arte a dimostrazione che la sua è una mente totalmente orizzontale ed onnivora. Gli anni successivi alla laurea gli lo avvicinano ai movimenti artistici europei in fatti si innamora soprattutto del Surrealismo, del Costruttivismo e del Dadaismo.
Il suo lavoro di pubblicitario e grafico si è rapidamente fatto spazio nel panorama internazionale con un picco di produttività e notorietà arrivato negli anni Trenta e Quaranta.
Il suo lavoro si distingue dal resto della produzione contemporanea per una visione del tutto nuova del rapporto fra grafica e tipografia, per le soluzioni tecniche adottate fra cui rivestono massima importanza il fotomontaggio, il collage ed il cut-out, una particolare tecnica da lui sperimentata fino all’estremo, che consiste nell’eliminare i colori – desaturare – di una fotografia lasciando però alcuni particolari nel loro colore originale.


Questi suoi particolari studi lo rendono il pioniere della sperimentazione grafica americana ed il primo artista commerciale americano ad essere omaggiato con una mostra personale al MoMA di New York.
Il suo lavoro compare su diverse riviste di cui cura la composizione grafica tra cui “Fortune”, “Chicago Tribune” e “Scope”.
Il suo uso chiaro e conciso della tipografia, l’utilizzo sfrontato dei colori primari, delle frecce e delle linee compongono il suo stile grafico che è diventato con gli anni unico ed immediatamente riconoscibile.

Per finire mi piace – immagino ve ne siate accorti – segnalare un bel libretto di Nicole Mcquade, una designer freelance, illustratrice e co-fondatrice dello studio The McQuades. Fra i suoi lavori ho scovato il volume “Lester Beall Catalog”, un piccolo gioiellino che analizza il lavoro proprio di Lester Beall e che sto cercando disperatamente di avere…

Un saluto a Bill Gold, maestro di grafica e poster del mondo del cinema

Che cosa hanno in comune i film Arancia meccanica, Casablanca, Barbarella, e L’esorcista? La risposta la trovate in un nome: Bill Gold.
Con una produzione sconfinata, lunga più di sette decenni e 2.000 poster, Bill Gold è stato l’uomo nascosto dietro ad alcuni dei più accattivanti e conosciuti manifesti di film che rimangono ancora oggi opere d’arte iconiche.
Ha collaborato con alcuni dei più grandi registi di sempre (Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick e Federico Fellini) ma è particolarmente noto il suo rapporto con Clint Eastwood: ha fatto le locandine di almeno 30 film da lui diretti o interpretati.

 

Nato il 3 gennaio 1921 a Brooklyn, New York. Dopo essersi diplomato alla Samuel J. Tilden High School, ha studiato illustrazione e design al Pratt Institute di New York. Ha quindi iniziato la sua lunghissima carriera di designer nel 1941 alla Warner Bros diventandone direttore del poster design nel 1947.
Nel 1962, Bill Gold crea Bill Gold Advertising a New York City e da li continua la sua attività realizzando poster epocali e stringendo un’intenso rapporto di amicizia con Clint Eastwood di cui produce tutti i poster.
Del 2011 è l’edizione uscita per Reelartpress del volume “Bill Gold Posterworks“, una curatissima retrospettiva che ne sancisce il suo essere una pietra miliare della poster art e del cinema.
il 20 Maggio scorso è morto ma possiamo dire che i suoi lavori restano e resteranno icone di oggi, di ieri e di domani.

 

In questo libro un reportage unico sui piccoli centri italiani che resistono strenuamente alla scomparsa

Per il pezzo di oggi, ho deciso di contattare i ragazzi di CTRL per avere qualche notizia in più su di loro, sul loro omonimo magazine e soprattutto sul loro ultimo progetto.
Per 9 anni è infatti uscito “CTRL Magazine“, un magazine cartaceo gratuito e tascabile inizialmente distribuito solo nella città di base del progetto, Bergamo.
Dall’inizio del 2017 CTRL si è diffuso in tutta Italia, continuando a essere gratuito e tascabile fino all’uscita del numero 72 che ha chiuso questa bella esperienza editoriale.
Il gruppo però non ha affatto deciso di fermarsi anzi, ha rilanciato con una pubblicazione dal titolo “Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza“, un interessantissimo reportage che accompagna il lettore 
dal Salento al Monte Rosa, nei luoghi d’Italia in cui la lingua madre non è l’italiano.
Abbiamo chiesto proprio a loro di descrivere il progetto e allora ecco qua le loro parole…

Abbiamo incontrato gli ultimi parlanti della lingua walser, nelle alte valli del Piemonte.  Gli occitani, nel torinese e nel cuneese: la loro lingua è quella degli antichi trovatori.  Siamo sbarcati nell’isola di San Pietro, nel sud della Sardegna, dove si parla il tabarchino.  Siamo stati in Basilicata, nei territori degli arbëreshë, i discendenti delle popolazioni che nel XV secolo emigrarono in Italia dall’Albania.  E nei piccoli paesi della Puglia dove sopravvive ancora oggi il grico: una lingua che resiste, forse, fin dai tempi delle antiche colonie della Magna Grecia o che, forse, è stato esportata nel Medioevo dall’Impero Bizantino.
Cinque reportage firmati da cinque scrittori: Franco Arminio, Viola Bonaldi, Nicola Feninno, Valerio Millefoglie, Mirco Roncoroni.

Un’ampia sezione fotografica con gli scatti di Emanuela Colombo e sette contenuti speciali, che raccontano il rapporto tra lingua e identità nei territori dell’Italia meno raccontata, a cura di Gionata Giardina, Davide Gritti, Alessandro Mininno, Gianni Miraglia, Alessandro Monaci, Luca Perri.
Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza è un libro di reportage narrativo e fotografico. Una narrazione a più voci che nasce dall’esperienza di CTRL magazine. E dalla passione per le storie fuori dai radar.

Il volume si acquista qui.

Un illustratore realizza un libro dove le opere sono ordinate in base agli hashtag di Instagram

Oggi vi parlo di un libro di Patrik Mollwing, un illustratore svedese che attualmente vive a Lisbona, in Portogallo, con alle spalle una vasta esperienza trasversale che lo ha portato a lavorare sia nella progettazione grafica che nella direzione artistica, fino all’illustrazione e all’animazione.
Questo suo ultimo libro parte dalla costatazione di come negli ultimi anni Instagram sia diventato un luogo virtuale ma molto utilizzato dagli illustratori per condividere il proprio lavoro. Non mi voglio addentrare sul fatto che questo fenomeno sia una cosa buona o cattiva, IG è senz’altro è una piattaforma che consente ai creativi in genere di raggiungere un pubblico più ampio, spesso attraverso l’uso dei fantomatici hashtag.
Il tentativo di Mollwing è quello di rendere fisico, materiale, reale l’interazione fra hashtag ed il contenuto ed è proprio qui che è nato “Two Hundred e Forty-Two Hashtags“, un libro di illustrazione che prende spunto dalla cultura della ricerca per hashtag.
L’inizio del libro presenta un elenco di hashtag ordinati alfabeticamente, per capirsi si va da da #abnormal a #yum e dopo ogni parola si reinvia alla pagina in cui è possibile trovare i lavori creati dallo stesso Patrik Mollwing nel periodo compreso fra il 2015 ed il 2017 che sono stati condivisi su IG utilizzando proprio quell’hashtag.
Pubblicato da Stolen Books, il libro si presenta quindi come una raccolta di opere di Mollwing il cui stile è da sempre sghembo, pieno di corpi allampanati e forme morbide ritratti con colori vivi e sgargianti mentre pattinano, lottano e chissà che altro.

Un libro dedicato alla serie originale di emoji disegnata nel 1999

Nel 2016 il Museum of Modern Art di New York ha fatto scalpore dopo aver acquisito l’originale serie di 176 emojiper la sua collezione permanente. Si tratta di piccoli disegni riportanti volti, oggetti e luoghi, ciascuno illustrato su una griglia di 12×12 pixel, raggruppati e disposti ordinatamente. A vederli adesso traspare il tempo passato e la rozzezza del risultato ma, allo stesso tempo, anche la loro familiarità con il nostro mondo.

Progettato dal giovane artista Shigetaka Kurita, a soli 25 anni, fu rilasciato nel 1999 dalla società di telecomunicazioni giapponese NTT DOCOMO.
Ora l’editore indipendenti Standards Manual, che amo da quando vi parlai di quest’altro progettolancia il primo libro interamente dedicato alle emoji originali insieme ad una vera nuova tastiera per smartphone che ripropone proprio gli originali di Kurita.
Semplicemente intitolato “Emoji”, il libro studia e onora la creazione di Kurita e DOCOMO cercando di mettere in evidenza quello che è stato, ed è tutt’ora l’enorme e sottovalutato impatto sul mondo della comunicazione fra individui che le cosiddette faccine hanno avuto.
In una vecchia intervista lo stesso Kurita spiega come la maggior influenza sulla sua invenzione sia stato il pittogramma, usati come segnali in molti luoghi del Giappone mentre il secondo riferimento è l’arte giapponese dei Manga che usa la grafica per esprimere emozioni. Infine, ma non per importanza, le riviste giapponesi e i dettagli sparsi qua e la nelle loro pagine.
Il progetto può essere sostenuto e realizzato attraverso la piattaforma Kickstarterquindi, se pensate ne valga la pena, fatevi avanti. 🙂

Un libro spiega tutto ciò che cambia quando la tipografia deve essere utilizzata e non sulla carta

E’ uscito “Type on screen” il bellissimo – e attesissimo – libro che stavo aspettando da un pò scritto da Ellen Lupton, già autrice dello splendido “Graphic Design Thinking“, scrittrice, curatrice e grafica, direttrice del programma Graphic Design MFA presso il Maryland Institute College of Art (MICA) di Baltimora, dove è anche direttrice del Center for Design Thinking.
Pubblicato da Princeton Architectural Press, questo libro è appunto il tanto atteso seguito del bestseller mondiale “Graphic Design Thinking”.
Si tratta di una vera e propria guida critica per designer, scrittori, sviluppatori e studenti ma è anche un’introduzione all’uso delle applicazioni tipografiche in ambito video come film, web e soprattutto le moderne app mobili.
La parte secondo me più interessante è quella infatti dove vviene affrontato il tema di come combinare i principi classici della tipografia con le nuove tecnologie. Il libro offre una guida su come scegliere il carattere giusto per un utilizzo sullo schermo, come renderlo bello e utilizzarlo in modo funzionale.
Ricchissimo di illustrazioni provenienti da esempi realizzati dalla comunità internazionale di grafici e tipografi
Un volume tecnico, specifico, approfondito per forse non per i semplici amanti ma per coloro che sono già ad un livello avanzato, che sicuramente porterà argomenti, spunti e idee da non perdere.

“Suspiria” è il magazine sui brutti sogni e sul perché non riusciamo a farne a meno

Oramai sappiamo che questi ultimi anni sono una continua esplosione di carta e grafica. Oramai ne abbiamo viste un numero così imprecisato che a volte capita di non credere nemmeno più di poter sorprendersi ancora ed invece….
Ed invece ecco “Suspiria Magazine”, che fin dal nome risulta un accattivante progetto che non potevo approfondire e presentarvi.
Il progetto nasce dalle menti dei ragazzi della Dreadful Press, già in giro con l’altro progetto editoriale intitolato “Sabat Magazine” che fonde Stregoneria e femminismo come archetipi antichi e arte istantanea.
Capite che stiamo parlando di originalità, visionarietà, provocazione e arte in un mix difficilmente riscontrabile in altri magazine indipendenti.

Sabat 4: Elements

Nel nuovo progetto “Suspiria Magazine” si cerca invece di analizzare ed approfondire alcuni aspetti della psiche umana sempre attraverso una lente tutta al femminile. Partendo infatti dai sogni si vuole gettare una luce su quelli che sono gli archetipi della paura e soprattutto sul perché continuino ad emanare un fascino tutto particolare e, per alcuni, addirittura irresistibile.
Con la grafica assolutamente black e perfettamente in tema a cura degli inglesi StudioFax e la direzione artistica di Valentina Egoavil Medina, regista tedesca di 30 anni, “Suspiria Magazine” mette in scena

Un libro ripercorre la storia degli strumenti utilizzati per registrare la musica dal 1800 ad oggi

Un sacco di libri eccellenti sono stati scritti sul design della dei dischi e quello che vi presento oggi si aggiunge a questa lista. Prima che Alex Steinweiss pensasse che il disco dovesse essere un’opera grafica e si mettesse a creare i capolavori della Columbia Record con opere d’arte originali, i dischi venivano venduti in basiche buste colorate opache con fori perforati al centro, in modo che i dettagli del disco potessero essere letti dall’etichetta centrale. Dopo il 1939, data in cui Steinweiss iniziò la sua attività di splendida innovazione estetica, le vendite dell’industria discografica si impennarono e l’importanza dell’immagine di un disco – e successivi prodotti – non si è più fermata.
La Blue Note Records ha assunto negli anni Sessanta addirittura Andy Warhol mentre per le cover dei dischi della CBS Records si è pensato alla grandissima Paula Scher con gli album di Charles Mingus e dei Cheap Trick.
“The Art of Sound: A Visual History for Audiophiles” di Terry Burrows è lo splendido volume che documenta la storia di come la musica registrata è stata prodotta e commercializzata nel tempo a partire dalle origini dei primi del 1900 e seguendo la sua evoluzione nell’era digitale di oggi.
Burrows ha messo insieme questa storia incredibile perlustrando realtà storiche del mondo della produzione musicale quali la EMI Archive Trust, uno degli archivi di musica e tecnologia più grandi e diversificati del mondo.

The Chocolate Record Player (1902)

Burrows divide i suoi capitoli nei quattro periodi più importanti delle musica in studio: acustico, elettrico, magnetico e digitale.
Oltre 800 illustrazioni riempiono queste pagine con incredibili reliquie tutte usate almeno una volta per consegnare il suono agli ascoltatori nel tempo.
Si scopre così che nel IX secolo a Baghdad in Iraq, i fratelli Banū Mūsā escogitarono il primo sequencer musicale usando una serie di orologi alimentati ad acqua che potevano ripetere modelli di fischi e tamburi.

Portable Music (1967)

Un altro aspetto fantastico di questa storia è come le tecnologie di registrazione si sono sviluppate nel tempo. Fino agli anni ’20 le registrazioni infatti veninvano realizzate con mezzi meccanici, ma la valvola termoionica ha inaugurato un’era nuova per la registrazione del suono. Durante i primi anni del ventesimo secolo, esperimenti sull’uso dell’elettricità per trasmettere le onde radio e amplificare il suono hanno portato all’utilizzo dei singoli microfoni per effettuare diverse registrazioni.
Arriviamo poi a fenomeni più facili da rcordare per alcuni di noi, la cosiddetta Portable Music del 1967, la cassetta compatta che rivoluziona il modo in cui la musica viene consumata. Piccole macchine portatili alimentate a batteria come il Telefunken Magnetophone CC Alpha permettevano alle persone di portare con sé la propria musica preferita ovunque si trovassero, qualcosa che in precedenza era del tutto impossibile.
Terry Burrows, esperto di musica e audio, ci guida quindi attraverso l’evoluzione di ogni era tecnologica in un testo informativo e coinvolgente intervallato da concise biografie dei grandi innovatori, da Emile Berliner a Thomas Stockham.

 

Una mostra ed un catalogo analizzano come la grafica ed il design rispondono alle turbolenze politiche di questi anni

Oggi prendo spunto dalla mostra dal titolo “Hope to Nope” attualmente al Design Museum di Londra fino al 12 agosto 2018.Già da qualche anno, forse decennio, abbiamo capito che il nostro è un periodo storico turbolento, senza certezze, caratterizzato da profonde divisioni sociali e da conflitti più o meno latenti sparsi in tutto il pianeta. In particolar modo l’ultimo decennio è stato praticamente un costante periodo di turbolenze politiche e questo non lascia certo indifferente il mondo del design che si fa sempre più politicamente attivo attraverso poster, meme, GIF, stampe, magliette prodotti tanto dagli attivisti dilettanti quanto da designer e studi professionali. Non vi viene subito in mente il famossissimo poster “Hope” di Shepard Fairey meglio conosciuto come OBEY?

Barack Obama “Hope” poster

Ecco, per celebrare tutto questo, una nuova mostra al Design Museum di Londra dal titolo Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18 esplora il ruolo della grafica in quei 3.650 giorni. L’obiettivo degli organizzatori è quello di guardare il risultato grafico che gli avvenimenti politici di questi anni hanno prodotto.Margaret Cubbage quindi i criteri di scelta non è stato solo il design buono o meno buono, quanto il tipo di impatto e influenza che questo ha avuto.
Lo spettacolo è stato concepito da GraphicDesign & Lucienne Roberts e David Shaw, con Rebecca Wright insieme al Design Museum.
I temi affrontati sono moltissimi ed il relativo catalogo, un bel volume ricco di immagini, fotografie e approfondimenti riporta fedelmente le principali tensioni politiche di tutto il mondo fra cui le proteste contro le molestie sessuali in Cina, il movimento Occupy e 99%, la protesta in Brasile per la povertà delle periferie, le manifestazioni di Je Suis Charlie, Trump, Brexit e molto, molto altro fino al famosissimo Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Oltre alle sezioni che abbiamo già visto, nel libro ci sono interviste con il celebre grafico Milton Glaser e lo street artist Shepard Fairey, i designer e artisti internazionali presenti in questo libro poi sono: Gorilla, Dread Scott, Edel Rodriguez, TEMPLO, ThoughtMatter, Michael Bierut, Sagmeister e Walsh, Marwan Shahin, Barnbrook e Metahaven .

Il libro di illustrazioni di Ellen Weinstein è una chicca per occhi appassionati

Ellen Weinstein è nata e cresciuta a New York City. Si è laureata al Pratt Institute e alla New School of Art and Design di New York e ha vinto nella sua carriera una lista incredibile di premi internazionali fra i quali: Society of Illustrators, Communication Arts Illustration AnnualSociety of Publication Designers.
Il libro di oggi, disponibile dal mese di Aprile sul sito della Chronicle Books di San Francisco, è una vera chicca per gli appassionati di illustrazione, in particolar modo per quel settore sempre più specifico dell’illustrazione editoriale, quella cioè che compare soprattutto nei magazines e che intrattiene con il testo che accompagna un rapporto particolare e sempre più importante.
“Recipes for Good Luck” è il titolo del libro che dimostra come alcune menti geniali e atipiche ricerchino la propria ispirazione nel loro specifico ambito lavorativo. Qualche esempio?
Che cosa fa la poetessa Maya Angelou per mantenere attivo il proprio flusso di parole? Qual è il portafortuna di un ingegnere della NASA? Come si prepara Thom Yorke per un concerto?
Questo libro contiene le illustrazioni relative ai trucchi di creativi, politici, scienziati e atleti rivelando una serie di pratiche che stanno in mezzo fra le superstizioni stravaganti ed i classici riti scaramantici prima delle performance. Questo vero e proprio compendio visivo celebra sia con una parte testuale, ma ancor più negli affascinanti ritratti illustrati di Elle Weinstein quelle che sono le vere personalità, i reali processi creativi e le curiose abitudini di queste persone.

Un libro illustrato vi guida attraverso la storia dei più memorabili concerti della storia del rock

Da sempre ho molti amici che, più o meno, a diversi livelli, girovagano intorno al mondo della musica. Se per voi è un pò lo stesso, il libro di oggi penso sia un’idea interessante per i prossimi regali o, se proprio non resistete, per aggiungere un bel volume illustrato e profondamente rock’n’roll alla vostra libreria.
Stiamo parlando di “Where’s My Welly: A Rockin’ Seek and Find“, volume edito da Laurence King ed opera di una strana coppia formata da Matt EverittJim Stoten.
I grandi concerti rock, quelli famosi in tutto il mondo come Glastonbury, Reading, Coachella, South by South West e un tempo Woodstock e l’Isola di Wight.
I Beatles, i Rolling Stones, gli Oasis, Jimi Hendrix. Oppure le tende, i furgoni, il backstage, gli impianti di illuminazione e, per che no, quel fango che dal 1969 sembra essere diventato un elemento imprescindibile per ogni festival estivo che si rispetti.

Matt Everitt è un presentatore, giornalista, consulente musicale e produttore della BBC & BBC Radio.
Jim Stoten è invece una mente colorata. Disegnatore dal tratto tipico, forte e deciso le cui grafiche consistono in vasti e intricati paesaggi pieni di personaggi colorati e folli.
Questo libro celebra i più grandi festival musicali di tutti i tempi in un formato editoriale importante sdrammatizzato della grafica di Stoten. Per ogni festival, oltre ad un utilissima ed interessantissima guida storica della manifestazione, vengono riportati gli headliner e gli highlights dove trovate da Bob Dylan Blur, dai Pearl Jam a chiunque abbia varcato uno di questi storici palchi.

In questo libro fotografico si parla di un paese di motociclisti che ha deciso di dichiarare guerra al Giappone

Il cineasta Zach Sebastian e il provocatore Richard Prince si sono uniti in una progetto che riguarda le moto e lo spirito americano per una zine classica pèubblicata da Innen Zines già introvabile.
I due si sono avvicinati tramite una corrispondenza iniziata dallo scambio di alcune foto che hanno dato l’idea ad entrambi per una collaborazione.
Si tratta di foto che provengono dalle riprese di un film inedito che Sebastian ha girato su una comunità di americani a Dayton Ill, una città sperduta e priva di senso a sud di Chicago, che ha una particolarità abbastanza unica: gli abitanti di Dayton Ill credono infatti che i giapponesi stiano tramando in silenzio per acquistare il loro paese e dunque vogliono dichiarare guerra al Giappone.
Per dimostrare ai giapponesi che le loro intenzioni sono serie e che nessuno si può permettere di appropriarsi di Dayton Ill, i cittadini locali organizzano una grande festa simile ad un rito propiziatorio in cui incendiano e distruggono una grande quantità di macchine e moto giapponesi.
Quello che mostrano queste foto è veramente straniante. Si può tranquillamente passare dall’ironia alla stupidità, dallo spavento ai più classici cliché sul WASP americano. C’è molto ammiccamento al sesso ed al nostalgico mondo americano che fu, ma qualunque sia il sapore che avvertite guardandole, difficilmente resterete impassibili.
Lo stesso titolo del volume “They started it… and we’ll finish it” è un altro cenno alla storia dell’America e al suo rapporto con i giapponesi. “Loro hanno iniziato … e noi lo finiremo” è una vecchia frase fatta che proviene chiaramente dai fatti risalenti alla seconda guerra mondiale.
Le immagini sono piene di didascalie testuali come Distruggiamo auto straniere perché vogliamo mostrare che gli americani non si tirano indietro” oppure Questa è la nostra comunità. Ci aiutiamo a vicenda e siamo stanchi di pagare il modo di altre persone.
Un libro strano, unico, provocatore e attualissimo dove la qualità e soprattutto la scelta del tema riesce a trasmettere un sentimento che nei giorni di oggi tutti noi ben conosciamo ma non riusciamo a controllare con il rischio di esserne travolti.

 

“EGO” è un libro in formato magazine che presenta alcuni personaggi con una sviluppata coscienza di sé

Il termine “EGO” deriva dal latino ego che significa io. La capacità cioè tipica dell’essere umano di avere autocoscienza di sé come unità distinta dal resto che lo circonda. Senza scomodare filosofi o psicoanalisti, il prodotto editoriale che vi presento oggi, hanno invece puntato sull’aspetto più pop del termine declinandolo in maniera elegante e intelligente su quelli che sono alcuni esempi di EGO assai sviluppato nella nostra società.
Tutti i personaggi che sono stati inclusi nella pubblicazione sono personaggi famosi di cui sentiamo parlare quotidianamente anche se in ambiti assai diversi tra loro.


Per non lasciare comunuqe il lettore sperso nei meandri delle varie teorie e per contestualizzare quella che è la storia infinita dell’Io, nel libro ci sono alcuni suggerimenti e informazioni utili per capire quella che è l’analisi dell’Io da Freud a Erik Erikson. Lo scopo dichiarato dei tre giovani grafici portoghesi: Marisa PassosMariana PerfeitoDavid Salgado che hanno progettato e realizzato questo lavoro è quella di evidenziare il forte contrasto tra i classici approcci al tema dell’Io e come questo si manifesta nella società contemporanea in settori quali la musica, lo sport, i media etc. Una scelta interessante è quella di utilizzare per questi diversi tipi di informazioni, diversi tipi di carta con diversa luminosità, consistenza e dimensione.
Inoltre, anche la griglia risulta diversa a seconda che riguardi le informazioni classiche o quelle contemporanee.
“EGO” è un libro in formato rivista, ricercato nelle scelte tipografiche e relativamente classico in quelle grafiche che mostra come si possa unire un tema insondabile come l’EGO alla realtà quotidiana senza per questo divenire banali o incomprensibili.

“Holo 2” è la dimostrazione che la qualità e la cultura servono oggi più che mai

Il prodotto editoriale che vi presento oggi è un’avventura, una scommessa, una scoperta continua e molto, molto ambiziosa.
“Holo” è infatti un progetto ideato e realizzato grazie al contributo del gruppo canadese di CreativeApplications.Net [CAN], un sito lanciato nell’ottobre 2008 che oggi è arrivato ad essere uno dei più importanti punti di riferimento nel mondo dell’arte digitale e della grafica.
Negli ultimi cinque anni l’obiettivo principale di CAN è quello di favorire gli scambi e le intersezioni all’interno della rete di creativi, dei professionisti dell’arte, dei media, del design e della tecnologia in generale.
Dopo il primo numero di “Holo” uscito in blu oramai nel lontano 2014, ecco oggi finalmente un nuovo bel libro da sfogliare.


Le tematiche sono sempre molto ricercate e per specialisti, dalle idee circa il nostro imminente futuro quantistico al mistero mai del tutto risolto del Big Bang
L’aspetto che sorprende di più di “Holo” è la sua sfrenata ed insaziabile curiosità verso temi apparentemente distanti tra loro che si riversano in queste densissime 236 pagine.
I contributors sono giovani, preparatissimi e, ognuno nel suo ambito, sono davvero interessanti. Provengono da varie parti del mondo (Casey Reas da Los Angeles, Fanqiao Wang da Shanghai, Mitchell Whitelaw da Canberra). Mi piace davvero questo stile e questo approccio ultra contemporaneo ed orizzontale che va del tutto in contro tendenza con una parte della società oramai sempre più chiusa e volutamente negativa. Mi viene facile segnalare il bellissimo pezzo in cui si descrive l’incontro con faccia a faccia con Vera Molnar, splendida pioniera dell’arte digitale oggi arrivata a 92 anni.
Un progetto, quello di “Holo” che dimostra come esistano realtà che inventano e scoprono, che tentano e producono cultura di altissimo livello.

“On The Ground” è una guida illustrata della storia della stampa underground americana degli anni Sessanta

Tra il 1965 e il 1969 il numero di riviste underground esplose in una maniera che non si era mai vista prima. Questi documenti si collegavano a realtà, stili e messaggi completamente nuovi, condividevano contenuti e rappresentavano la voce critica della controcultura.
“On The Ground: An Illustrated Anecdotal History of the Sixties Underground Press in the U.S.” offre ai lettori uno sguardo parziale ma dettagliato su qusto tipo di editoria. L’editore Sean Stewart ha prodotto quindi un volume che riguarda sia l’aspetto grafico che quello contenutistico prendendo spunto dalla mostra tenutasi presso la libreria e galleria Babylon Falling di San Francisco, in cui il pubblico è stato in grado di vedere molte di queste carte e ascoltare le storie direttamente dai protagonisti delle rispettive scene.
I grandi personaggi del periodo sono tutti presenti in queste pagine che includono Paul Krassner (The Realist), Art Kunkin (Los Angeles Free Press), John Sinclair (Fifth Dimension, Ann Arbor Sun), Emory Douglas (The Black Panther) e l’artista Trina Robbins (East Village Other). Ciascuno di loro descrive il contenuto e gli aneddoti della propria avventura editoriale.
Oltre alle riviste di cui sopra, sono riportati esempi anche meno conosciuti agli addetti ai lavori come The Rag (Austin, Texas), Seed (Chicago), Rat Subterranean News (New York City) e Space City! (Houston).
Alcuni di questi prodotti editoriali sembrano giornali tradizionali (Los Angeles Free Press) mentre altri (Rat Subterranean News) sono più vicini al comix (It Is not Me Babe e Slow Death Funnies).
Nella sua introduzione, Stewart cita diversi volumi imprescindibili per gli amanti dell’editoria underground tra cui Smoking Typewriters: The Sixties Underground Press and the Rise of Alternative Media in America di John McMillian, The Paper Revolutionaries di Laurence Leamer e Rebel Visions: The Underground Comix Revolution di Patrick Rosenkranz.
SI può quindi dire che “On The Ground” è un buon volume per allargare la conoscenza di un fenomeno che però, ancora oggi, aspetta un libro completo per essere descritto e valorizzato per quello che in realtà è stato, ovvero un decennio di creatività che ha fatto dell’editoria un’arte ancora oggi non eguagliata.

Canefantasma propone un libro di grafica sul rapporto fra il vero ed il falso

Canefantasma è uno studio di design con base a Cambridge fondato da Mimmo Manes, un designer indipendente con oltre 15 anni di esperienza nel design multidisciplinare. Lo studio ha al suo attivo una vasta gamma di progetti che riguardano il brand identity, l’art direction, la tipografia ed il design editoriale.
Lo studio focalizza la sua attenzione sul settore artistico e culturale collaborando con clienti privati e pubblici come BBC Radio1, BP, Condè Nast, The Guardian etc.
Nel 2017 Mimmo Manes iniziò a pensare ad un progetto incentrato sul tema del rapporto ambiguo e mai risolvibile fra il vero ed il falso.
Li punto di partenza, destabilizzante e voluto, è quello che “tutto è falso” ed è stato trattato con l’obiettivo non di confutare l’assunto, ma di rinforzarlo in preda a quello che lo stesso Mimmo descrive come una sorta di nichilismo adolescenziale.
Il libro, dal titolo “Everything is false” è dunque un tentativo di mettere insieme idee abbozzate per creare un
strumento che incoraggiasse la condivisione di idee e delle opinioni delle altre
persone.
Questo piccolo blocco di 96 pagine stampato in formato A5 in un elegante bianco e nero su carta non patinata analizza come l’essere umano sia sempre stato intrappolato in un limbo immaginario di ombre come, sol oper esempio, il mito della grotta di Platone ha 2.400 anni.
Ogni immagine contiene la sua verità oggettiva e, allo stesso tempo, nasconde
una finzione, una bugia.
Un progetto ambizioso nella sua speculazione teorica che mostra il lavoro del graphic ed editorial design sotto un punto di vista diverso ed originale. Uno strumento per mostrare e approfondire tematiche esistenziali che solitamente non vengono collegate con a parte formale dei progetti editoriali.

“ClubHouse” è un progetto fantastico fra grafica, fumetto e stampa risografica

COLORAMA” è uno studio di grafica e una casa editrice con sede a Berlino gestito da Johanna Maierski dal 2015.
Le pubblicazioni di Colorama presentano opere fumettistiche contemporanee selezionate attraverso una continua e costante ricerca.
Il libro di cui vi parlo, uno fra i tanti realizzati da questa interessantissima realtà indipendente, si intitola “ClubHouse” ed è un volume dalle dimensioni ingombranti stampato in risoprinted in 6 colori, 26x32cm, 76 pagine con copertina in plastica scritta a mano.
Il progetto, che vede coinvolta anche l’illustratrice Aisha Franz, ha chiamato a raccolta un gruppo di artisti davvero eccezionale di cui fanno parte: Sara Bonaparte, Erlend Peder KvamKaja MeyerTill ThomasPaula Bulling.

“CLUBHOUSE” è arrivato con quest’ultima uscita al settimo numero e speriamo proprio ne arrivino altri, molti altri.

 

“Friends Make Books 2017” il volume dello studio risografico torinese che chiude il 2017 in bellezza

Friends Make Books è uno studio con sede a Torino specializzato nella stampa Risograph.
che ha aperto i battenti nel 2012. Il gruppo di FMB offe molteplici servizi fra qui sviluppare modelli editoriali su piccola scala per l’intero processo: dall’ideazione, alla progettazione, alla stampa e alla rilegatura. Offrono servizi di creazione di libri in edizione limitata, su richiesta, ad artisti, illustratori, piccoli editori, studenti e professionisti, facilitando le persone interessate alla stampa e alle produzioni indipendenti.
Friends Make Books, come viene ben specificato nella loro presentazione, non è  una semplice e anonima copisteria ma un progetto nato dopo anni di esperienza nella stampa risografica.
Riporto le loro parole perché, meglio delle mie, riescono a descrivere quanto sia interessante il loro approccio alla stampa risografica: “La stampa su un Risograph implica la traduzione della tua idea nella lingua della macchina e siamo qui per aiutarti a prendere decisioni“.
La pubblicazione che vi presento oggi è “Friends Make Book 2017”, una sorta di volume riepilogativo e di presentazione della tecnica risografica che chiude il 2017.
Il volume è stato creato sovrapponendo immagini erotiche prese da vintage magazines. Il risultato è una raccolta feticistica che ben evidenzia la particolare magia della stampa in risograph.

“Playful Data” un nuovo libro che vi fa scoprire la bellezza dei dati e le migliori rappresentazioni create da artisti di tutto il mondo

Wang Shaoqiang è professore e supervisore alla Guangzhou Academy of Fine Arts (Cina). È un prolifico editor che collabora oramai da anni con la Sandu Publishing, una bella realtà editoriale cinese che si è con il tempo ritagliata una bella credibilità nell’ambito della grafica, del design dell’architettura, del branding e della comunicazione in genere.
Un esempio di questo lavoro è senz’altro il magazine “Design 360°“, una rivista di dedicata al design internazionale, alla voglia di ricerca e sperimentazione attraverso la presentazione di artisti e di opere originali e di prestigiosi istituti di design.

Wang Shaoqiang è anche direttore del Guangdong Museum of Art e negli ultimi anni ha avvinicinato i suoi interessi al mondo della Data Visualization e delle possibili applicazioni al mondo del design e della grafica.
Un ottimo esempio di questi suoi interessi lo si può vedere sfogliando il corposo volume edito proprio dalla Sandu Publishing dal titolo “Playful Data: Graphic Design and Illustration for Infographics” in cui si trova un nutrito elenco di creatori di data visualization da tutto il mondo con esempi davvero splendidi di cosa, questa nuova forma di comunicazione a metà fra l’arte e la dvulgazione scentifica, può essere in grado di essere.
I progetti presentati in questo volume sono suddivisi in quattro categorie principali: risultati statistici, diagrammi di flusso, dati geografici e istruzioni e spiegazioni. Alcuni dei progetti illustrano i dati acquisiti da una ricerca scientifica rigorosa e precisa, mentre altri sono il prodotto dell’immaginazione e della sperimentazione dei progettisti.
Come sempre l’Italia è rappresentata da ottimi esempi di giovani graphic designer fra i quali segnaliamo almeno Valerio PellegriniStudio MistakerSara PiccolominiLaTigre e Federica Fragapane.
UN volume che riesce ad essere gradevole sia per gli addetti del settore che vi potranno trovare senz’altro stimoli e suggestioni per il proprio lavoro ma anche per coloro i quali non conoscono questo mondo tanto affascinante quanto nuovo e ancora tutto da scoprire.

L’affascinante storia della macchina da scrivere rivive in questo splendido libro attraverso 80 pezzi che non potete nemmeno immaginare

Anthony Casillo è uno, forse il più grande esperto collezionista di macchine da scrivere d’epoca del mondo. Vive a Long Island, New York e da li ha deciso di propagare nel mondo questa sua passione che sta fra la vena antiquaria e la sapienza tecnico meccanica di certi apparecchi davvero sensazionali.
Nel libro di cui vi parlo oggi, dal titolo “Typewriters” edito dalla storica Chronicle Books di San Francisco, oltre ad Anthony, ha un ruolo importante anche Bruce Curtis cultore di storia della fotografia, fotografo di professione e anch’egli residente in quella che, dopo le Hawaii, è l’isola maggiore degli Stati Uniti.
Il terzo incomodo, o forse la sorpresa di questo volume, è quel Tom Hanks che abbiamo decisamente apprezzato in numerose pellicole di cui non penso sia necessario ricordare il titolo. Attore, regista e, udite udite, grande collezionista di macchine da scrivere. Lui, come vuole la tradizione, vive a Los Angeles, in California e non a Long Island.

La creazione della tastiera QWERTY è lo schema più diffuso al mondo – ma non il solo – per le tastiere di computer e macchine da scrivere alfanumeriche. Il nome deriva dalla sequenza delle lettere dei primi sei tasti della riga superiore della tastiera Q W E R T Y e venne brevettato nel 1864 da Christopher Sholes e venduto alla Remington and Sons – oggi oramai ridotta ad industria di armi –  nel 1873.
La sua idea rivoluzionaria era sistemare la vecchia disposizione dei pulsanti delle macchine da scrivere, inizialmente in ordine alfabetico, seguendo un apposito ordine da lui studiato per impedire i numerosi inceppamenti frequenti all’epoca, in quanto le macchine non erano così veloci da seguire la rapidità di scrittura offerta dall’ordine alfabetico.
Dalla prima macchina da scrivere di successo al mondo – Sholes & Glidden Type Writer del 1874 ai modelli ben più futuristici modelli elettrici degli anni ’60, nel libro di Casillo sono analizzate e profilate ben ottanta macchine da scrivere in accompagnate da eleganti fotografie che evidenziano il design, i dettagli estetici e di funzionamento meccanico fino alla parte più sfiziosa relativa alle stranezze grafiche che rendono ogni macchina da scrivere un vero e proprio pezzo unico. Dalle prime macchine silenziose ai lussuosi dettagli come le parti in mogano e madreperla intarsiata, sfogliando queste pagine divieni spettatore di un secolo di innovazione e sperimentazione progettuale.
Proprio Tom Hanks, nella sua prefazione, cerca dispiegare questo amore che lo lega alla macchina da scrivere elencando gli undici motivi per i quali, a suo avviso, è importante averne una. Non mi sembra il caso di svelare oltre…

Un libro bianco stampato in serigrafia composto da 355 cerchi neri dove l’errore è la bellezza

Adrian Schnegg è un designer e grafico svizzero che, dopo aver frequentato un apprendistato presso una stamperia per quattro anni , si è diplomato alla Scuola di design di Basilea nel 2016.
Per la sua tesi di laurea triennale discussa con insegnanti Viola Diehl, Dirk Koy
ha deciso di progettare e realizzare un libro un pò particolare dal titolo “355”.
Per circa due mesi infatti, il nostro Adrian ha stampando in serigrafia 355 cerchi neri per ricavarne un libro in formato A2 che riesce perfettamente a mostrare le diverse possibilità che questa tecnica offre anche partendo da un solo modello iniziale. Una forma circolare stampata su carta bianca, centrata nel mezzo di ciascuna pagina, è stata scelta come formato per creare un senso di unità pur volendo dimostrare le infinite differenze che si hanno nei diversissimi processi sperimentali.
La serigrafia è infatti – come racconta lo stesso Adrian – tutta incentrata sul processo e permette ad alcuni artisti di sperimentare al massimo mentre ad altri di ricercare l’assoluta precisione con composizione perfette.
Lo stesso Adrian sostiene che questo libro evidenzia come quelli che vengono considerati errori di stampa, nella serigrafia sono invece potenzialità da sviluppare e da mettere in risalto con le loro imperfezioni e le loro specifiche caratteristiche di volta in volta diverse.


In un libro fotografico gli scatti di una New York anni Settanta che profuma di storia e di asfalto

Quello che vi presento oggi è un lavoro nato dall’unione di due personaggi che non conoscevo e che mi hanno conquistato sia per la loro diversità, sia per la loro coerenza nel portare avanti alcune idee e convinzioni a cui mi sono subito affezionato.
Il primo dei due è Michele Manfellotto, nato a Roma nel 1977. Studia Storia del cinema all’Università di Roma e inizia producendo disegni e videofilm analogici. Si interessa al rapporto possibile fra arte e media con particolare attenzione agli aspetti potenzialmente creativi di Internet. Dal 2008 è redattore della rivista d’arte “Nero”. Vive e lavora a Roma.
Fabrizio Carbone è invece un giornalista professionista dal 1970. Ha lavorato a Il Resto del Carlino, La Stampa e Panorama. Si è occupato di attualità, cronaca nera e giudiziaria fino agli ultimi anni in cui ha spostato la sua attenzione verso la cultura e l’ambiente.
Dipinge da oltre 50 anni e la ricerca pittorica spazia tra l’astrattismo naturalistico e il verismo.
Il primo ha progettato e ideato il volume dal titolo “7W 84TH STREET-NYC 1972″ che raccoglie le fotografie scattate dal secondo durante il suo periodo newyorkese. Come si legge nella descrizione del progetto si tratta di:

una serie di immagini in bianco e nero finora inedite, che catturano la vitalità del mito americano nella sua dimensione umana e storica: New York e i suoi abitanti, i cui simboli e linguaggi diventeranno presto icone universali.
“L’idea dell’America mi ispirava sentimenti contrastanti, tipici degli italiani nati alla fine della guerra. Come tutti i miei coetanei, avevo amato indiscriminatamente ogni espressione della cultura americana: i film e la letteratura, la Coca-Cola e le Marlboro. Negli ultimi anni tuttavia la politica degli Stati Uniti era stata oggetto di critiche aspre, al punto che per molti di noi l’America aveva finito per rappresentare tutto ciò contro cui era doveroso schierarsi: la guerra in Vietnam, il sostegno alla dittatura dei colonnelli, i depistaggi che occultavano il ruolo dei servizi segreti nella strage di piazza Fontana”.

 

“Post-Butt” è il libro che vi mostra come il sedere sia uno strumento di promozione personale

Il libro di Melani de Luca “Post-Butt” è una vera chicca per appassionati del genere. Inizialmente nato come un progetto editoriale mentre Melani stava frequentando il master all’Accademia di design di Eindhoven, ha impegnato la giovane grafica e designer per più di un anno. È un libro che nasce dalla curiosità nata in Melani dopo aver notato “l’onnipresenza di culi su canali diversi; in particolare Instagram e video musicali”. La parte più dura è senz’altro stata quella della ricerca che però ha permesso di scoprire come il bootyfication esista in molti contesti diversi e come riesca ad influenzare l’arte e la società tutta attraverso linguaggi diversissimi tra loro come film, web, danza e clip.
Uno degli aspetti più curiosi e perciò interessanti del suo lavoro sta nell’aver notato che l’immagine con cui si mostrano i fondo schiena è notevolmente cambiata negli ultimi 20 anni. “La fotocamera si è abbassata, i fotogrammi durano più a lungo e il viso è spesso tagliato o addirittura completamente fuori dalla foto”, dice. La ricerca ha seguito una sua teoria propria teoria di fondo che si può riassumere nella teorizzazione definitiva:”l’ascesa del culo nei media non è stata affatto casuale”.
“Le immagini del culo sono incorporate nella nostra cultura e quindi hanno un’enorme influenza sulla nostra società e sul comportamento individuale”, spiega. “Anche se la musica e la danza sono viste principalmente come intrattenimento, hanno una funzione politica indiretta o talvolta diretta. Potremmo pensare che il fenomeno del selfie specifico sul fondo schiena, noto anche come belfie, possa essere assurdo, ma l’analisi della storia recente rende anche questo fenomeno improvvisamente logico. La viralità dei glutei parte dal dominio digitale ma ha ripercussioni nel mondo fisico”.
Dal punto di vista del design e della comunicazione è oramai diffusa l’idea di sfruttare il culo come uno strumento di branding, basti pensare a Jennifer Lopez che ha usato le sue natiche eccezionali già negli anni Novanta per celebrare la sua diversità e addirittura assicurarle con una polizza dedicata. Altre celebrità come Kim Kardashian e Nicki Minaj fanno esattamente la stessa cosa, trasformando il sedere in una zona di empowerment.
Accanto al libro, Melani ha anche creato un’installazione che mostra “ciò che di solito guardiamo in privato sui nostri telefoni” attraverso la creazione di  una serie di cuscini utilizzati per “innescare reazioni, positive o negative”.

Con un’introduzione di Charlotte van Buylaere, specialista di curatori e scrittori nel post-femminismo e nell’arte di Internet.
“Post-Butt” di Melani de Luca è quindi interessante, con la giusta dose d provocatorietà ed una importante cura del dettaglio anche dal punto di vista editoriale.

 

La trilogia di Kieślowski ispira questi 3 volumi di Carla Cabras

Da un pò di tempo seguo il suo lavoro, un lavoro regolare, rigoroso e sempre contraddistinto da una estrema pulizia grafica mista ad una costante ricerca, sperimentazione, voglia di scoprire qualcosa di nuovo.
Lei è Carla Cabras, giovane grafica e designer laureato all’Accademia di Belle Arti Mario Sironi di Sassari dove tutt’oggi vive e lavora.
Uno dei suoi progetti, quello che ci ha inviato e che sono molto felice di presentare, è questo “Three Colors” e penso che nessuno meglio di lei è in grado di presentarlo.

Il progetto nasce con l’intento di rendere graficamente la trilogia cinematografica “Tre colori“, del regista polacco Krzysztof Kieślowski. Personalmente ho sempre ammirato l’idea del regista, per questo ho voluto renderne omaggio in questo modo, mettendo insieme due mie passioni, l’editoria e il cinema.
Il progetto è composto da tre piccoli editoriali, ognuno rappresentante un film ed un colore diverso. Essi sono stati composti da testi, i quali descrivono il lavoro del regista, e varie screencaps delle pellicole, simulando digitalmente la stampa risograph“.

Quindi, visto che a me questo progetto è piaciuto tantissimo, spero prorpio di poter ospitare i lavori di Carla anche in futuro nelle nostre pagine.

In un libro i migliori artisti del mondo svelano il loro processo creativo per l’illustrazione delle tavole da skate, surf e snowboard

Ho scoperto di recente che alcuni dei lettori più assidui del nostro sito sono appassionati di onde, spiagge, tavole e surf e quindi, non appena è stato possibile, eccomi qua a parlare di un prodotto editoriale che sicuramente gli interesserà.
il volume “Inside the World of Board Graphics” offre infatti uno sguardo approfondito e completo sulla natura e l’influenza culturale della grafica e del design sul mondo del surf, dello skate e dello snow board.
I fantasmagorici nomi più importanti del design internazionale, nomi quali Art Chantry, Katrin Olina e James Victore sono avvicinati alle superstar del settore quali Terry Fitzgerald, Martin Worthington, Yoshihiko Kushimoto e Rich Harbor che crea e realizza tavole da surf dal 1959.
Il libro include dozzine di interviste e profili a personaggi di primissimo piano del settore. Grafici e illustratori quali: Aaron Draplin, Emil Kozak, Morning Breath, Anthony Yankovic e Hannah Stouffer per nominarne alcuni.
Ci sono molti libri sull’arte delle tavole, ma non c’è mai stato un libro come questo che mostri un punto di vista così originale, il dietro le quinte del processo creativo.
Imperdibile per gli appassionati.

Nasce “Suq”, un nuovo bel magazine tutto italiano che svela una Sicilia mai vista e meravigliosa

Oggi è uno di quei giorni dove scrivervi è davvero molto, ma molto gradevole perché ancora appartengo alla specie di coloro i quali non amano parlare dell’Italia solo per gli aspetti negativi, anzi.
Riuscire a valorizzare, a dare spazio a coloro i quali, così come in tutto il mondo, forse ancora meglio qua da noi, riescono a poggiarsi su un’idea per costruire un progetto e realizzare un sogno mi mette un buon umore diffusissimo che si dispiega per tutti gli arti e mi fa ballare la testa.
Ecco, questo è l’effetto che mi ha fatto scoprire “Suq. Unconventional Sicily” un bel progetto ibrido che sta in mezzo fra magazine e photo book.
Nato dalla mente di un gruppo di fotografi, viaggiatori e grafici siciliani fra cui Alessandra Lucca (art director, fotografa, scrittrice) e Francesco Blancato (coordinatore e direttore commerciale), Suq ha da poco mostrato al mondo il suo primo numero dove viene esplorata una Sicilia nuova, strana, diversa da quella che conosciamo. Un ecosistema vivo e vivace costruito sul rapporto fra persone, aziende, arte, luoghi e tradizione che insieme, regalano un risultato che troppo banalmente viene nascosto dietro luoghi comuni e frasi (tristemente) fatte.

A dimostrazione della giustezza del progetto, mi sono sembrate anche le parole con cui i promotori del progetto editoriale hanno presentato la loro idea di magazine:

“In Suq comunichiamo la bellezza, il territorio, la cultura. Gli elementi tangibili e intangibili, i simboli, le storie, i contrasti, i sogni, le speranze. Scaviamo nel sottosuolo perché ci interessa ciò che è inesplorato, sotterraneo. La zona d’ombra. Lo sguardo sulla diversità e sull’autentico.
Vogliamo evitare la centralità e il protagonismo convenzionale cercando l’esperienza alternativa come nel mercato di periferia delle antiche città arabe, lontano dal lusso e dal lustro delle piazze centrali. Per questo vogliamo camminare verso la soggettività, la profondità, la grandezza delle cose semplici e originali. Contro la tendenza attuale dell’iperdigitalizzazione vogliamo scommettere su un prodotto cartaceo per recuperare la qualità perduta delle cose fisiche che profumano di verità. Obiettivo di Suq è quello di presentare e raccontare il substrato di un’isola che da troppo tempo, ormai, è paralizzata dai simboli e dai suoi stereotipi. Come cacciatori di patrimonio proponiamo nuovi modi di fruire e vivere il nostro continente: la Sicilia.”

Posso tranquillamente condividere ogni singola parola di quanto hai appena letto, per questo siete sul sito Edizioni del Frisco.
“Suq. Unconventional Sicily”, con le sue splendide 160 pagine di storie e belle fotografie, è distribuito nelle librerie di Milano e dei capoluoghi siciliani e all’estero a Ginevra e Barcellona.
Avventuriero.

“Archisutra”, dalla visione architettonica delle posizioni del Kamasutra arriva il libro di Miguel Bolivar

Sappiamo tutti quanto l’arte possa essere efficace nel fondere con successo due elementi fra loro apparentemente distanti. Il libro che vi presento oggi, dal titolo “Archisutra” mi ha una volta confermato che non esistono limiti alle idee ed alla creatività e quanto possa essere innovativo un matrimonio tra due mondi considerati distanti: il sesso, il più primitivo degli istinti umani e l’architettura, il prodotto del duro lavoro mentale e dell’ingegneria.
Questo connubio, che per la prima volta ho trovato associato al termine Archisutra, era già stato esplorato da Federico Babina con la sua versione archittettonica del Kamasutra fatta con il suo inconfondibile stile e una bella dose di ironia.

Il volume dell’architetto londinese Miguel Bolivar anch’esso intitolato “Archisutra“, racconta come l’idea del libro sia nata quando notò che un collega, discutendo con un cliente della sua casa, “arrossì alla richiesta di inserire un lucchetto sulla porta della camera da letto e il pensiero di persone che facevano sesso in un edificio che aveva progettato. Il suo imbarazzo mi fece pensare a quanto spesso il sesso è considerato quando un architetto disegna un costruendo e ispirandomi a scrivere una lingua sul libro di guancia, sottolineando questo”. Bolivar definisce il suo libro come “un manuale di progettazione che fornisce le informazioni necessarie per una selezione di posizioni sessuali, utilizzando disegni in scala integrati da descrizioni informative”. Ma quella che sta alla base del suo lavoro è una semplice domanda: come dovremmo progettare l’attività sessuale se partiamo dal presupposto che l’Archisutra è il naturale proseguimento del lavoro di Vitruvio, da Vinci e Le Corbusier sulla necessità che gli edifici dovrebbero essere progettati attorno alla vita umana?
“Truss Me”, “Eames it in” e “Get an Eiffel” sono solo alcune delle posizioni sessuali analizzate nel libro sul tema partendo appunto dal Kama Sutra, l’antica guida indù indiana all’amore e al sesso. Ogni posizione è ispirata ad un edificio e riporta dati, proporzioni in vere e proprie schede tecniche.
Un gioiello.

Creative Review presenta l’Annual Photography 2017, un libro con il meglio della fotografia selezionata dai propri lettori

L’Annual Photography è un premio annuale organizzato e promosso dal sito Creative Review. È un modo di celebrare le immagini e per fare questo promuovono le proposte provenienti da tutto il mondo e da tutti coloro che operano nel settore dell’immagine: le agenzie pubblicitarie, gli editori, le gallerie, i designer, i brand e, naturalmente, i fotografi.
Abbiamo chiesto alle persone di segnalare riviste, fotolibri e fotografi che nel 2017 hanno fatto la differenza e poi, proprio il team di CR, ha analizzati tutti questi suggerimenti e con l’aiuto di una giuria di personaggi selezionati – ha decretato i vincitori. I vincitori assoluti sono premiati nella sezione Best in Book, dove vengono approfonditi e presentati più da vicino i progetti che hanno vinto e cosa li ha resi davvero speciali.
Il numero appena uscito contiene i vincitori dei premi speciali quali Fotografia dell’anno dell’anno (Gucci), Mostra fotografica dell’anno (Richard Mosse’s Incoming), Libro fotografico dell’anno (Generation Wealth) e Rivista dell’anno (Victory Journal).
Per vedere l’elenco completo dei selezionati e dei vincitori date un’occhiata qua.
Fra i magazine indipendenti, come detto, ha avuto una menzione anche Victory, di cui parlammo a suo tempo in due post (qui e qui) e di cui io sono personalmente innamorato.
Il miglior libro di quest’anno include:

– Nick Ballon and Alma Haser’s Invisible Wounds project
– Nadav Kander’s portrait of Trump for the Time magazine cover
– Viviane Sassen’s work for Adidas Tennis by Pharrell Williams
– Catheryn Hyland’s series titled Universal Experience
– Juno Calypso’s editorial project A Girl’s Guide to Egg Freezing
– Nick Turpin’s series On The Night Bus

Il volume è acquistabile qui.

L’italianissima etichetta di autoproduzioni Ciclostile presenta l’Abecedario delle bandiere vol.1 e 2

Proprio mentre certa editoria cartacea si affanna ad inventarsi modalità e linguaggi nuovi per sopperire alla profonda crisi dei numeri, le forze che dal basso, con pochi mezzi ma con una voglia sana e genuina, riescono a ritagliarsi spazi sempre più importanti producendo innovazione, idee e sperimentazione. E’ il caso di Ciclostile, una etichetta di autoproduzioni nata nel 2016 dalla voglia di Elisa Miorin e Daniele Balcon di sperimentare e realizzare libri, artefatti unici nel loro genere. Le tematiche principali del loro catalogo sono l’illustrazione e la tipografia.
Proprio di Elisa sono i 2 volumi intitolati “Abecedario delle bandiere” vol.1 e 2.
“Curiosità e ricerca” sono le parole che hanno fatto nascere questo nuovo progetto, due volumi di una serie dedicata alle bandiere e ai loro significati, utilizzati per disegnare la lettere iniziale di ciascun Paese. Un gioco visivo per creare un alfabeto del mondo.
Entrambi i libri sono disponibili qui.

In un elegante libro fotografico in bianco e nero si restituisce gli anni Ottanta di Londra dove nacque il movimento New Romantic.

Poursuite è un editore francese specializzato in fotografia e argomenti correlati che ha prodotto questo affascinante volumetto di cui oggi vi voglio parlare.
“Blitz Club Blitz Kids è un’elegante raccolta di immagini scattate durante il 1980 dal fotografo Homer Sykes dai cosiddetti Blitz Kids nel famoso club di Covent Garden chiamato Blitz Club.
Il Blitz Club era il luogo dove Steve Strange, un’artista camaleontico, seguiva la religione del Duca Bianco (aka David Bowie) e imponeva il suo personalissimo dictat di selezione al suo stranissimo ed originalissimo pubblico. Una volta entrati al Blitz Club, culla dell’eccesso, le libertà regnavano supreme e le inibizioni erano morte e sepolte a favore di nuove calde e controverse esperienze. La storia narra che celebrità di quegli anni, Boy George, Rusty Egan, Princess Julia, Billy Idol e David Bowie su tutti, erano parte integrante del locale stesso che in poco tempo da fenomeno stilistico divenne vero e proprio manifesto di una generazione stanca della cultura punk troppo aggressiva e alla ricerca di un nuovo e più sofisticato culto estetico.
Infatti, negli anni ’70 la Gran Bretagna era ancora nel mezzo della depressione economica con una settimana lavorativa di tre giorni a causa di una disoccupazione ancora in forte aumento.
Steve Strange, un giovane imprenditore gallese, era arrivato a Londra, e si stava facendo un nome per l’organizzazione di concerti di gruppi punk. Collaborando con l’amico e batterista Rusty Eagan, si iniziarono a far conoscere nei club organizzando le cosiddette Bowie Nights, quasi sempre di martedì sera in un seminterrato sotto un bordello di Soho. Nel 1979 abbandonarono quel luogo angusto per trasferirsi in un wine bar senza troppe pretese a Covent Garden. Un locale decorato con i manifesti della Seconda Guerra Mondiale e una fotografia del primo ministro Winston Churchill. Nei loro martedì mentre Rusty faceva il DJ, Steve imponeva una severa politica di selezione all’ingresso facendo entrare solo quello che lui definiva “strano e meraviglioso”. Per darvi un’idea, uno come Mick Jagger è stato più e più volte bloccato.
Il Blitz Club iniziava a fare notizia.
Era frequentato da molti studenti di moda che erano stufi del genere punk e volevano esprimersi in modo diverso, molti in un modo molto più androgino, ambiguo, provocante. Il Blitz Club fu un banco di prova per le loro idee sulla nuova estetica, sul design e sulla moda facendo diventare questo nuovo look famoso con il nome di New Romantic.
Il libro, di 32 pagine scritte in inglese e francese, in un bianco e nero senza dubbio elegante, ricercato e privo di fronzoli, restituisce alla perfezione il clima e lo spirito dell’epoca.
Ottima testimonianza, ottimo esempio di ricostruzione di un periodo fra i più innovativi degli anni Ottanta. E’ possibile acquistarlo qui.

Un libro documenta il processo creativo per arrivare alla creazione di un nuovo font

Alistair McCready è un giovane diplomato in Design della comunicazione ed oggi parliamo di lui perché si è aggiudicato il premio per il miglior design grafico australiano del 2017. Il premio è arrivato per l’eccellente lavoro di McCready dal titolo “Type as Monument” che è stata premiato con il Pinnacle Award agli Australian Graphic Design Awards (AGDA). Questa è la prima volta che il Pinnacle Award è stato assegnato a uno studente non ancora laureato a testimonianza del fatto del tutto speciale e della bontà del lavoro di editorial design fatto da Alistair in questo progetto.
L’alunno di Bachelor of Art and Design ha consegnato due progetti separalti ma fra loro correlati, un carattere tipografico chiamato Kahu, progettato specificamente per un utilizzo specifico in lavori cn particolarità grafiche che rimandano all’antichità come per esempio su monumenti storici, e un libro “Type as Monument” creato per documentare i processi e lo sviluppo del carattere Kahu.
Per sviluppare il carattere tipografico, McCready ha viaggiato attraverso la Nuova Zelanda fotografando memoriali, statue e monumenti da cui trarre ispirazione e quindi ha ricreato digitalmente quelle lettere aggiungendo elementi extra dove reputava necessario.
Il suo supervisore scolastico, Senior Lecturer Dr Peter Gilderdale, ha dichiarato che il successo di McCready è stato meritato perché sostiene che Alistair è spinto dagli elementi che tutti gli studenti dovrebbe possedere: una curiosità infinita, una costante volontà di andare oltre l’ovvietà, la cura per i dettagli e un enorme rispetto per la Nuova Zelanda e la sua storia.

Un libro illustrato presenta la scuola di attività paranormali

Jefferson Cheng è un designer e illustratore di San Francisco che si occupa di stampa, brand identity con una vasta gamma di clienti, grandi e piccoli. Attualmente lavora anche come designer per Google mentre in passato ha collaborato anche con Monocle, YouTube e tanti altri.
Mi ha colpito questo suo lavoro dal fantasioso titolo “Q.S.R. Class no. 001” e, andando ad approfondire un pò, ho scoperto essere veramente un bel prodotto, ricercato quanto basta per conservare un approccio totalmente underground ma sempre stiloso ed elegante.
L’immaginazione scorre libera in questa zine totalmente grafica.
Illustrata a quattro colori con una linea accattivante utilizzata per narrare le storie di una scuola che intende insegnare attività paranormali.
Tutto imperniato sull’utilizzo di forme geometriche che vengono trasferite da una pagina all’altra creando sempre nuove forme e disegni il tutto con un forte spirito giocoso e irriverente.
Il libro non è in vendita in quanto si tratta di un prototipo che speriamo divenga presto stampato in più copie.

 

Un libro interamente dedicato al carattere tipografico “Felice”

Attivo dal 2013, Nootype è uno studio grafico fondato da Nico Inosanto specializzato nella creazione di lettering e font originali ed estremamente classiche con sede a Neuchâtel in Svizzera. Il suo obiettivo principale è quello di offrire caratteri nuovi e freschi per vari e differenti usi. Tutti i caratteri tipografici offerti da Nootype dispongono di molti stili e funzioni che li rendono un’ottima scelta sia per edizioni ricercate sia per i progetti più semplici e minimali. Inosanto concentra il proprio lavoro principalmente sulla tipografia per la realizzazione di nuovi caratteri tipografici e oggi vi presento il suo libro interamente dedicato a un carattere elegante e di classe chiamato Felice. Seguendo l’approccio del suo lavoro di progettazione editoriale, il libro è semplicemente bello per chi ama conoscere e studiare lparte della creazione di una lettera, le sue caratteristiche e soprattutto i dettagli di quella che è una vera e propria arte artigianale.

Un libro di cucina per descrivere un ristorante a conduzione familiare australiano

Sembra che il periodo natalizio e di fine anno mi abbia messo la voglia di segnalarvi solo libri inerenti al cibo ed alla cucina, ma non è del tutto così, vedrete…  anche se oggi rimaniamo in tema e vi presento il volume intitolato “Cazador” ideato da Tim Donaldson del SeaChange Studio di Auckland, in Nuova Zelanda.
Come detto si tratta di un libro di cucina stampato in una tiratura in edizione limitata di 1000 copie ispirato da un piccolo ristorante australiano, il Cazador appunto, a conduzione familiare. I proprietari volevano creare qualcosa di profondamente personale per il loro luogo, che mettesse in mostra le loro ricette di famiglia tramandate oramai da generazioni.
All’interno del libro si respira un’aria vintage, dallo stile retro, come nei vecchi ricettari in cui ti vengono presentate le immagini che mantengono ancora quei colori oramai superati, accompagnate però da un molto più attuale utilizzo della tipografia. Un piccolo indice è stampato all’interno del libro in un grande carattere nero, ben distanziato e bilanciato. Il nome di ogni piatto è stampato in un semplice carattere nero insieme ad un piccolo punto in diversi colori. Il libro contiene anche immagini di chef che preparano i piatti, creando contenuti accattivanti per un lettura utile e gradevole.

Un libro ben fatto vi insegnerà i segreti del perfetto hamburger

In questi giorni di mangiate senza fine, di spasmi e lotte per riuscire ad alzarsi indenni dai pranzi e dalle cene, non poteva mancare un consiglio culinario fra le nostre segnalazioni editoriali.
Ecco infatti “The Huxtaburger Book”, un libro prodotto e realizzato a cura dell’omonima catena di ristoranti australiani Huxtaburger.
L’obiettivo del volume è dichiarato all’inizio, quello cioè di cambiare e tutto ciò che pensi di sapere sugli hamburger fornendoti tutte le informazioni necessarie per riuscire a creare hamburger di culto anche standotene tranquillamente a casa tua.
L’autore del libro è lo chef Daniel Wilson, cofondatore di Huxtaburger, che illustra e dettaglia una ampia lista di deliziose ricette, da come portare il tuo cheeseburger standard al livello successivo, con una serie di dati, condimenti e addirittura le giuste bevande da abbinare fra cui varie coke, birre e frappè.
Vincitore del Best Designed Cookbook 2016 agli ABDA (Australian Book Designers Association Awards), il libro è veramente gradevole pien di infografiche, rimandi, informazioni e grafiche di ogni tipo.

Il libro, ideato da A Friend of Mine Design Studio è acquistabile qui.

Un libro che spiega il rapporto fra il gesto e la parola nella lingua italiana

Mentre studiava le lingue, i segni e più in generale la comunicazione in uno dei suoi corsi di laurea all’università, la giovane studentessa italiana di stanza a Colonia, in Germania, Silvia Gaianigo ha capito quanto sarebbe stato divertente ed interessante mettere a fuoco la propria lingua, l’italiano appunto.
Si tratta infatti forse della lingua con maggiori trasposizioni gestuali del mondo così alla fine ne è saltato fuori un libro, un piccolo dizionario che contiene i segni ed i gesti delle mano più popolari nell’uso comune da parte della popolazione italiana mentre parla.

Erica Coppa & The Big Lebowski Art Collection

The interviews with the artists who collaborated in the creation of the book “The Big Lebowski Art Collection” continues. Today we present Erica Coppa from USA.
If you want to read previous interviews or buy the book, just click HERE.

Erica is currently a student at Macomb Community College. She is double majoring in Interactive Web Media and Deisgn & Layout. After school She plan to work as a freelancer selling her art and making websites.

1 – Describe how it was the first time you saw the movie “The Great Lebowski”

EC – The first time that I had watched The Big Lebowski, I was attending school at Adrian College in Michigan. My boyfriend at the time loved the movie so he suggested that we should watch it. I remember falling instantly in love with the characters and how different they all were. The Dude was the leader of the group. Walter was an unpredictable Vietnam vet. And Donnie was the mild-mannered sidekick.

2 – To give readers an idea of your art try to describe what are some of your cultural references. At least 3 sources of inspiration that are important to you and why

EC – My art is mostly minimalistic. I am very attracted to art that can show the most minimal work but still tell a story without major details. It fascinates me how the mind can put together all the details of somebody’s face or know who a person is by the most minimal images.

3 – Describe what is your environment where you live and where you work

EC – My environment in where I live is a small city called Macomb, Michigan USA. I am currently working at a plant in Shelby, Michigan USA called Champion Laboratories. Although, it does not pertain to what I want to do in my future, I still get a lot of inspirations while working there. I am a full-time student at Macomb Community College and will be graduating in Spring of 2018 with a double major in Design & Layout and Interactive Web Media and Development. I usually spend my free time with my family and friends. We normally all go to local bars/clubs on the weekends. My favorite place to be is my apartment. I love to be inside or on my porch looking at the lake behind my building and work on my Web or Graphic Designs. It is very peaceful and ideas just come to me faster.

4 – Indicate which of 2 of the artists you attend regularly and what you think are the most you can find today in your creative environment

EC – My inspiration for wanting to create minimalist posters is Chungkong. Chungkong is a Netherlands based designer. Chungkong spends time creating his own artwork, his posters are really eye catching. Chungkong strips the subjects down to their bare bones and brings them to life in vibrant and playful designs, covering a variety of subjects from cult movies, books and sports.

5 – Now that we are at the end. Try to explain what is the “Big Lebowski” for you and why do you think it has so much influence the world of graphics and illustration

EC – The Big Lebowski for me is more than just a comedy. The Coen brothers had may inspirations and ideas for these characters they were bringing to life in movie. I believe the film has so much influence to the work of graphic and illustrations because it’s just a very funny premise for a film. The Dude (Jeffrey Lebowski) is a listless L.A. pothead wiling away the early 1990s playing in a recreational bowling league with friends Walter Sobchak and Donny Kerabatsos. When a pair of clumsy thugs confuse the Dude with another Jeffrey Lebowski – peeing on his prized rug– the Dude is thrown into a whacky adventure that involves a family feud, a gang of nihilists, the avant-garde art world, the SoCal porn scene, lost homework, Tara Reid and a missing toe.

Le interviste con gli artisti che hanno collaborato alla creazione del libro “The Big Lebowski Art Collection” continua. Oggi presentiamo Erica Coppa dal Michigan, USA.
Se volete leggere le precedenti interviste o acquistare il nostro piccolo grande libro, basta cliccareQUI!

1 – Descrivi come è andata la prima volta che hai visto il film “Il grande Lebowski”..

EC – La prima volta che ho visto The Big Lebowski, frequentavo la scuola all’Adrian College in Michigan. Il mio ragazzo in quel momento adorava il film, quindi mi ha detto che dovevamo assolutamente guardarlo. Ricordo di essermi innamorata all’istante dei personaggi e di quanto fossero strambi. Il Drug era il leader del gruppo. Walter era un veterano del Vietnam imprevedibile e Donnie era l’aiutante mite.

2 – Per dare ai lettori un’idea della tua arte, prova a descrivere quelli che sono alcuni dei tuoi riferimenti culturali, almeno 3 fonti di ispirazione che sono per te importanti e il perché

EC – La mia arte è per lo più minimalista. Sono molto attratto dall’arte che può mostrare la parte più minimale del soggetto per riuscire a raccontare comunque una storia senza omettere i dettagli importanti. Mi affascina come la mente possa mettere insieme tutti i dettagli del volto di qualcuno o sapere chi è una persona dalle immagini più minimali..

3 – Descrivi quello che è il tuo ambiente dove vivi e dove lavori.

EC – L’ambiente in cui vivo è una piccola città chiamata Macomb, Michigan, USA. Attualmente sto lavorando in uno stabilimento di Shelby, Michigan, negli USA, chiamato Champion Laboratories. Anche se non è proprio ciò che voglio fare in futuro, non è male. Sono una studente a tempo pieno al Macomb Community College e mi diplomerò nella primavera del 2018 con un doppio incarico in Design & Layout e Interactive Web Media and Development. Di solito trascorro il mio tempo libero con la mia famiglia e gli amici. Normalmente andiamo tutti nei bar / club locali nei fine settimana. Il mio posto preferito è il mio appartamento. Mi piace stare sotto il mio portico a guardare il lago dietro casa mia e lavorare da li sul Web o sul Graphic Designs. E ‘molto tranquillo e le idee mi arrivano più velocemente.

4 – Indica quali sono 2 degli artisti che segui regolarmente e che pensi siano il massimo che si può trovare oggi nell’ambiente creativo

EC – La mia ispirazione per i poster minimalisti è Chungkong. Chungkong è un designer con sede in Olanda. I lavori di Chungkong sono davvero accattivanti. Chungkong spoglia i soggetti fino alle loro ossa nude e li riporta alla vita con disegni vivaci e giocosi, coprendo una varietà di soggetti da film di culto, libri e sport

5 – Adesso che siamo alla fine, prova a spiegare cosa rappresenta per te “Il grande Lebowski” e perché pensi che abbia così tanto influenzato il mondo della grafica e dell’illustrazione

EC – The Big Lebowski per me è più di una semplice commedia. I fratelli Coen hanno avuto ispirazione e idee meravigliose per questi personaggi che popolano il film. The Dude (Jeffrey Lebowski) è un personaggio di L.A. dei primi anni ’90 che gioca in una lega di bowling amatoriale con gli amici Walter Sobchak e Donny Kerabatsos. Quando un paio di teppisti goffi confondono il Dude con un altro Jeffrey Lebowski – fanno cioè la pipì sul suo prezioso tappeto – il Dude viene gettato in un’avventura bizzarra che coinvolge una faida familiare, una banda di nichilisti, il mondo dell’arte d’avanguardia, la scena porno di SoCal, chi ha perso i propri compiti scolastici, Tara Reid e un dito del piede mancante.

Attraverso la grafica il libro “The Scale of Things” ti fa scoprire un nuovo mondo

Uno di quei libri che non capisci al primo sguardo, di quelli che ti chiamano e ti costringono ad avvicinarti, sfogliare, eggere e capire. Per poi, in fondo, finalmente avere chiaro il progetto e goderne il significato.
Se poi, il tutto, pè condito da un accurato lavoro editoriale e da una certa spregiudicatezza visiva, allora io sono vinto e l’innamoramento scatta inevitabile.
Sto parlando del libro “The Scale of Things” edito da Quadrille Editions e opera dello studio Praline Design e del suo fondatore David Tanguy.
The Scale of Things è accattivante, ti porta oltre la distanza per esplorare fatti e fenomeni trasformando il loro significato attraverso un nuovo stile grafico.
La grafica è infatti parte integrante della comprensione delle affermazioni di ogni essere umano, un mix di informazioni grafiche, tipografia e illustrazioni formano le rappresentazioni visive con cui noi tutti afferriamo i concetti.
Il libro è rivolto a tutte le età da 10 anni in su perché può essere divertente per tutti scoprire la nuova veste data a concetti quali la Biologia, il Cosmo, l’Economia, l’Ambiente, la Tecnologia ecc.

Il libro è in vendita qui.

La più grande collezione al mondo dedicata agli stati alterati della mente è di un uomo colombiano e la potete trovare racchiusa in un libro

Mi sono imbattuto nella realtà di Anthology Eitions ramai qualche anno fa, mentre stavo cercando di comporre una bibliografia sulla poster art californiana.
Mi piace il loro stile, mi piace il mix elegante fra il palese amarcord del loro gusto e la voglia di stare in questo presente incasinato. Mi piace il contenuto dei loro lavori, i criteri di selezione e la cura con cui presentano il tutto.
Oggi vi parlo di Anthology Editions e della loro ultima fatica, su carta ovviamente.
Anthology Editions è una bella realtà editoriale con sede a Brooklyn, NY che indaga con passione il patrimonio della cultura pop senza porsi limiti di genere o di forma. Il vero cuore pulsante del progetto editoriale sta infatti nell’amore verso l’archiviazione e la catalogazione di materiali di un tempo passato con l’obiettivo di ripresentarli con un sempre accurato e accattivante lavoro di redesign e un ottimo lavoro di ricerca e commento.
Il progetto si basa su due colonne principali, quella di Anthology Recordings in cui vengono riportati a galla i suoni e le vibrazione passate per illuminare il presente. Si parla molto di surf revival sound e di quelle certe good vibration di cui, almeno quelli della mia generazione, hanno solo letto sui libri senza mai davvero assaporarle se non di rimbalzo.
L’altra parte del lavoro è appunto Anthology Editions dove vengono ideate e prodotte attività culturali come edizioni di libri, raccolte musicali o grafiche e mostre. 

Tutto il racconto parte dalla figura quasi mitologica di Julio Mario Santo Domingo (1958-2009), il collezionista e soprattutto visionario colombiano che per tutta la sua vita e spendendo una vera e propria fortuna, ha riempito le sue innumerevoli case e i suoi svariati magazzini con la più grande e sterminata collezione privata del mondo legata ai temi della droga, del sesso, della magia e del rock and roll. Sto parlando di una collazione che comprende una libreria di oltre 50.000 titoli dove trovare da manoscritti e foto rarissime e poster, stampe, serigrafie originali. Bottiglie, lettere, pipe da oppio e addirittura diversi flipper che, – ovviamente – riguardavano il tema dell’alterazione.
La collezione mostra le innumerevoli influenze che gli stati di alterazione della mente hanno avuto su arte, scienza e politica nel corso dei secoli attraverso anche opere di artisti quali Andy Warhol, Timothy Leary, Sigmund Freud, il Marchese di Sade, Charles Baudelaire, Allen Ginsberg, i Rolling Stones, Aleister Crowley e molti, moltissimi altri.
La collezione è stata depositata all’Università di Harvard da suo figlio, Julio Santo Domingo.

Tutto questo lo potete trovare in “Altered States: The Library of Julio Santo Domingo” un volume pesante, grosso, costoso e fantastico che mette in evidenza i pezzi della collezione nelle sue densissime 480 pagine e 650 immagini.
I testi sono curati da Peter Watts e la parte grafica da Yolanda Cuomo.

Per chi ha un pò di soldi da spendere, il libro si acquista qua.

Una bella zine autoprodotta per ricordarsi di due viaggi fatti negli States

Ognuno di noi nella propria vita compie viaggi, spostamenti più o meno lunghi, più o meno piacevoli e, ognuno di noi, ha i propri modi e le proprie metodologie di archiviazione del materiale di viaggio: foto, fogli sparsi, gadget e quant’altro.
Oggi vi presento quello che è  stato il modo con cui il giovane Jakub Lehmann, grafico e art director polacco che lavora presso il Blürbstudio, ha deciso di archiviare e consegnare al tempo che passa il materiale riportato a casa da 2 viaggi negli Stati Uniti fatti negli anni scorsi.

Jakub (qui i sui profili IG e FB)ha pensato bene di affidarsi al sempre verde formato libro cartaceo e di farlo con stile e passione. Il risultato è “10.000 miles”, una rappresentazione grafica e una sintesi di due viaggi negli Stati Uniti per una durata totale di 109 giorni e un percorso di 15.772 chilometri, che è poi la distanza tra New York e la California.


Le due pubblicazioni sono organizzate cronologicamente e traboccano di informazioni testuali, grafiche e fotografie selezionate da Jakub.
Per meglio aiutare il lettore a seguire quello che è il tragitto del viaggio, ognuno dei 2 volumi contiene la mappa del percorso intrapreso.
Ulteriore lavoro di classificazione, forse quello che più mi è piaciuto, è relativo al tipo di contenuto utilizzato a cui Jakub ha assegnato uno specifico colore: testo, luogo, stampa o foto.