E’ uscito l’Annual Report di RUFA 2017

RUFA, Rome University of Fine Arts, è un Centro didattico multidisciplinare e internazionale che offre percorsi formativi validi ed innovativi nel campo dell’Arte, del Design, della Comunicazione e della Media Art.
Nata nel 1998 per accogliere in un’unica Accademia i sogni dei giovani italiani e stranieri e quelli del suo fondatore, il Maestro Alfio Mongelli, RUFA organizza Corsi Accademici che rispondono al nuovo contesto artistico e culturale, fornendo una preparazione di alto livello e una prospettiva professionale forte e concreta.

La presentazione del Rufa Annual Report 2017 si è svolta nei nuovi spazi che l’Accademia ha riqualificato nel cuore del quartiere San Lorenzo.
Il volume non è soltanto un approfondimento dei migliori progetti cheRufa ha realizzato nello scorso anno solare, ma è soprattutto “uno splendido e moderno compendio”, connotato dal design che comunica in maniera trasversale l’approccio multidisciplinare che l’istituto di formazione insegue e persegue.
Come si legge nella presentazione del volume “ogni singola pagina è coinvolgente e allo stesso tempo infusa di un armonioso equilibrio tra emozioni e informazioni”. Una sintesi unica che esprime il “valore eccellente della sinergia tra designer, committente e produttore”.
Un libro che sottolinea una metodologia quanto mai evoluta, resa possibile dal coordinamento dell’Ufficio comunicazione Rufa, dall’ideazione di Intorno Design e dal prezioso supporto fornito dai partner del progetto: Arjowiggins, Tipografare, La legatoria.
Una pubblicazione dettagliata che raccoglie il meglio di un anno accademico, l’optimum della formazione: dalla presentazione dei corsi alle esperienze di tesi degli studenti, dai talk ai workshop e, chiaramente, al Rufa Contest.
Una lettura sempre coinvolgente, un brillante equilibrio grafico, una linea editoriale generata dalla creatività.
È RUFA. È l’Annual Report 2017.

Un libro racconta l’arte e la vita di un artista anticonvenzionale come David Medalla

Exploding Galaxies” è la prima pubblicazione sul lavoro multidisciplinare e sperimentale di David Medalla, artista e ballerino particolare e interessante che negli anni Sessanta, in piena Swingin London riuscì a ritagliarsi un ruolo di primo piano nel mondo dell’arte allora squarciato da continue novità e sperimentazioni.
Di base principalmente a Londra dagli anni ’60, Medalla è noto per le sue sculture cosiddette cinetiche, installazioni e performance partecipative in cui il pubblico era un fattore nuovo di azione ed espressività.
Londra a metà degli anni ’60 era caratterizzata da un’esplosione di innovazione creativa ed esplorazione che andò di pari passo con un’ondata di ottimismo guidata dalla ripresa economica del dopoguerra, una liberazione dal passato e una svolta verso nuove idee di modernità.
In questo contesto Medalla fu uno dei fondatori di Signals Gallery, una galleria dedicata agli esperimenti di arte e scienza a Londra negli anni ’60.
Signals era una nuova galleria sperimentale che fungeva da luogo di incontro per artisti internazionali; una piattaforma per opere contemporanee ancora sconosciute al mondo dell’arte mainstream, e uno spazio vibrante per la sperimentazione e l’espressione che rappresentava un significativo allontanamento dalle gallerie più affermate.

La galleria d’arte Signals London 1967
La galleria d’arte Signals London 1967
La galleria d’arte Signals London 1967

Medalla alla fine degli anni ’60 ha anche fondato The Exploding Galaxy, un collettivo sperimentale che ha vissuto nella comune di Balls Pond Road, creando spettacoli non convenzionali che sfidavano i confini dell’arte e della danza di cui, per chi interessato, si può leggere nel bel libro di Jill Drower oramai di difficile reperibilità.

La comune di Balls Pond Road 1967

Medalla faceva parte di Artists for Democracy, un gruppo di artisti identificato con il più ampio movimento di liberazione negli anni ’70.
Quello che vi presento oggi è la prima monografia, scritta da Guy Brett, uno dei fondatori di Signals, che include un elenco parziale delle esibizioni di Medalla dalla fine degli anni ’60 alla metà degli anni ’90, così come i suoi appunti su “Parables of Friendship“.
Un libro strano, affascinante e incompleto vista la mole e la varietà della produzione di Medalla stesso.

Un libro raccoglie le infografiche necessarie per capire il concetto di frontiera

Per la recensione di oggi, prendo a prestito la presentazione direttamente dai ragazzi della casa editrice Add Editore che hanno realizzato davvero un bel libro di cui non vi resta che leggere di seguito..
Migranti, Brexit, conflitti ai confini della Russia e in Medio Oriente, tensioni in Asia, un muro tra il Messico e gli Stati Uniti: le frontiere non sono mai state così attuali.

Esistono 323 frontiere terrestri su circa 250.000 km. Aggiungendo le frontiere marittime, delimitate o meno, si arriva a un totale di circa 750 frontiere tra Stati. Alcune si attraversano facilmente, altre sono invalicabili, alcune sono visibili, altre invisibili (aeree, astronomiche). Ma esistono anche frontiere immaginarie o arbitrarie: politiche, economiche, culturali (lingua, religione, civiltà) che quasi mai coincidono con le frontiere internazionali.
Quali sono le frontiere esterne dell’Europa: quelle dello spazio Schengen, quelle dell’Unione Europea o quelle dell’Europa in quanto idea o concetto? Le tre non si sovrappongono. Si possono tracciare linee di separazione tra grandi aree culturali? Dove comincia l’Asia? Qual è la frontiera più militarizzata? Qual è il muro di difesa più lungo? E il reticolato più alto? Come si determinano le frontiere aeree? Ci sono ancora “zone bianche”, le terrae nullius che non appartengono a nessuno? Il cambiamento climatico può modificare certe frontiere esistenti? Le frontiere favoriscono la pace o sono foriere di guerre?

Questo Atlante dedicato alle frontiere ci aiuta a capire le sfide che si nascondono dietro queste linee che dividono o uniscono i popoli.
Con più di 40 cartine e infografiche originali, gli autori ci raccontano il mondo attraverso il prisma delle frontiere.
Il libro è in vendita QUI.

 

Le bozze di Geoff McFetridge sono delle vere e proprie chicche per gli occhi

Il libro di oggi fa parte del catalogo – sempre interessante da sfogliare – Nieves,  la casa editrice con sede a Zurigo, in Svizzera fondata nel 2001 che pubblica libri d’artista e fanzine.
Il libro dicevamo è fatto per lo più di studi, di bozze e idee per dipinti futuri e fin qui niente di speciale se non fosse che gli studi, le bozze e le idee nascono dal genio di Geoff McFetridge.
Nato ad Edmonton, in Canada, McFetridge ha frequentato l’Alberta College of Art e nel 1995 ha ottenuto un MFA in Graphic Design presso l’Institute of the Arts della California. I suoi primi lavori nascono dalla sottocultura dello skateboard della scena della West Coast.

Il libro è attualmente in corso di ristampa.

Un libro catalogo delle opere dell’artista Jules Buck Jones

Jules Buck Jones è una forza della natura. . .
E il suo nuovo libro dal titolo “Wild” lo mostra proprio nel suo elemento!
Con un formato oversize e ricco di opere a colori, questa pubblicazione documenta con forza i progetti e le mostre personali dello stesso Jules Buck Jones dal 2011 ad oggi.
Giardini e cimiteri, predatori invisibili e animali fantasiosi sono solo alcuni dei progetti di JBJ presenti in questo libro.
Inoltre, “Wild” presenta un saggio originale di Christina Rees, redattore capo di Glasstire,
“Wild” è una pubblicazione di stampa collaborativa che è parte di una monografia accademica e di un libro d’artista.
Cattywampus Press ha lavorato nella progettazione e nella produzione di WILD e il risultato è un libro tanto potente quanto giocoso.
L’uscita di questa pubblicazione è prevista nel marzo 2019.

Un volume fotografico sull’amore per il volo e per gli aeroplani

Nato ad Amsterdam nel 1957, Ari Marcopoulos si trasferisce a New York nel 1979 e presto entra a far parte della scena artistica della Grande Mela che comprende artisti emergenti come Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Robert Mapplethorpe. Da allora Marcopoulos si inizia a far conoscere come documentarista specializzandosi sulla scena emergente dell’hip-hop, mostrando i primi snowboarder che precipitano su straordinarie pareti verticali o raccontando le vicissitudini della propria vita familiare.
Le opere di Marcopoulos catturano infallibilmente lo spirito del tempo. Il suo stile autodidatta avvicina i suoi soggetti e cattura, senza sentimentalismo o voyeurismo, l’essenza intima della loro vita quotidiana.
Il libro di oggi riguarda il tema del viaggo aereo che, al di là di un necessario mezzo di trasporto, è una sorta di silenziosa ossessione per il fotografo Marcopoulos.

Prima infatti di trasferirsi a New York nel 1980, lo stesso Marcopoulos trascorre gran parte della sua infanzia a volare con suo padre, un pilota di linea commerciale. I suoi ricordi dell’asfalto, gli studi sulla parte inferiore delle ali e della fusoliera. Marcopoulos sfoggia una conoscenza quasi enciclopedica di aeroplani commerciali vecchi e nuovi.
“Boarding Pass” esce per Nieves Edizioni e riprende questo amore per il volo e soprattutto per gli aeroplani con fotografie bellissime che odorano di sentimentalismo e affetto. La passione emerge prepotente in queste pagine e dimostra come per  Marcopoulos, l’atto stesso di volare, nonostante tutta la sua presunta monotonia, sia ancora qualcosa di molto simile ad un miracolo.

Il volume è acquistabile qui.

Un libro racconta la nascita, lo sviluppo e la realizzazione di una strana font chiamata Cheru

“A Book called Cheru” è una chicca, punto e basta.
E’ un prodotto editoriale smart e pulito, totalmente al passo con tempi. Un approccio giocoso alla creazione di un universo tutto fantastico e sognante basato su un nuovo carattere chiamato appunto “Cheru“.
Il libro, accompagnato dalla promozione del carattere omonimo, è la dimostrazione visiva di un nuovo alfabeto in cui la forma sembra seguire la coincidenza.

Durante la creazione di questo universo chiamato Cheru, il designer grafico di Atene Christoph Alexander Gratzer (AKA Exidas) ha prodotto un libro di 186 pagine pieno di citazioni sacre e divertenti miste ad ipnotizzanti esperimenti grafici.
Nel corso di 2 anni di progettazione di Cheru, Exidas ha progettato parallelamente questo libro attraversando molti passaggi di decostruzione e ricostruzione artistica al fine di trovare il flusso creativo giusto per la storia da raccontare.

Il libro si può acquistare qui ed include il download del font.

La scienza e l’arte tipografica si incontrano per Alexander von Humboldt

Alexander von Humboldt ha ispirato Charles Darwin, che ha letto i suoi diari come preparazione per i suoi viaggi, ma anche Simón Bolívar, Henry David Thoreau, Thomas Jefferson e Johann Wolfgang von Goethe.
Ve ne avevo parlato già a proposito del cianometro e adesso ecco che torna con il volume “Illustrating Nature. The World Through the Eyes of Alexander von Humboldt” grazie ad una riuscitissima campagna di crowfounding su kickstarter.

Humboldt era un geografo, naturalista ed esploratore che iniziò a viaggiare nel 1799 per esplorare e descrivere il mondo attraverso gli occhi di uno scienziato moderno. Le sue annotazioni scritte in diari e lettere sono state illustrate con un gran numero di disegni di una qualità e genialità forse mai viste prima.

“Illustrating Nature” è un compagno di viaggio visivo, che segue le scoperte di uno dei più grandi scienziati del mondo.
È una sorta di riconoscimento del meraviglioso mondo disegnato da Humboldt.
Fra queste pagine elegantissime troviamo circa 300 disegni che mirano ad illustrare la visione del mondo di uno scienziato moderno il cui impulso interiore era concepire la natura nel suo complesso, mossa e animata da forze interiori.

La raccolta è stampata su diversi tipi di carta, diverse trame, diverse dimensioni che aiuteranno a differenziare le sezioni ed a renderlo un prodotto rappresentativo del modo di amare i libri ed il loro aspetto artigianale.
Un’edizione trilingue: inglese (lingua principale), tedesco e spagnolo che oltre ad illustrare la vita ed i viaggi di uno dei più grandi scienziati della storia, riesce ad essere una vera e propria opera d’arte.
Qui la campagna Kickstarter.

Quando il design editoriale gioca con due colori e dona ad un libro un aspetto da calendario

Elaine Ramos  è una graphic designer brasiliana e socia fondatore della casa editrice creata nel 2016 Ubu laureata presso la Scuola di architettura e urbanistica dell’Università di São Paulo.
Dal 2008 al 2011, oltre a progettare libri, Elaine ha coordinato la pubblicazione di numerosi titoli sul design e si è dedicata alla ricerca sullo specifico tema del design brasiliano.

Il progetto “Letra e música” è una raccolta di testi pubblicati nella lunghissima carriera del giornalista brasiliano di Ruy Castro noto soprattutto per la sua produzione di biografie e reportage che, dal 1990, riportano alla luce le vite di personaggi quali Carmen Miranda, Garrincha, Nelson Rodrigues e soprattutto opere sulla storia della Bossa Nova e sul Flamengo.
Il progetto è composto da due volumi tematici, uno sulla musica e uno su letteratura e giornalismo, ciascuno composto da 64 testi, entrambi stampati in due colori, rosso e blu.
Il progetto sfrutta il fatto che tutti i testi hanno le stesse dimensioni, occupando quindi la stessa posizione sulla pagina, regalando una sensazione di piacevole lettura e precisione grafica.

“Ouff!” è la raccolta dei lavori di un artista che vi farà impazzire

La casa editrice Dokument Press è un editore nato nel 2000 che affonda le sue radici nel movimento hip hop svedese e nella rivista che ne fu manifesto cartaceo e cioè “UP“.
La Dokument oggi lavora su più fronti ma soprattutto si mette in evidenza per il suo lavoro editoriale che realizza e produce volumi sempre incentrati sui movimenti artistici e musicali più indipendenti di tutto il mondo.
Nelle prossime settimane pubblicherà il libro di illustrazioni dall’artista e designer svedese Martin “Mander” Ander.
Il libro, intitolato “Ouff!” è una raccolta di poster, pubblicità, skateboard e tanto altro.

L’arte di Mander è fatta di maghi, scarafaggi, pietre tombali e robot; un mix apparentemente caotico, colorato e pieno zeppo di fantasia e creatività.
Martin Mander oggi ha 40 anni ed ha scoperto la skate culture, i graffiti e la poster art  e se ne è innamorato fino a farli propri per riproporli mixati con un’estetica punk tutta da ammirare.
Da molti considerato uno dei migliori illustratori del mondo, Mander rivendica comunque sempre il suo debito continuo verso l’editoria underground degli anni ’60, la sua grafica e il suo approccio indipendente e creativo.
Un grande.

Sapete cos’è il cianometro? Ecco un libro d’arte che ve lo spiega in modo elegantissimo

Lo Studio Elana Schlenker è uno studio di progettazione grafica multidisciplinare guidato guarda caso proprio da Elana Schlenker specializzato in identità visive, lavori interattivi e, proprio quello che interessa alle Edizioni del Frisco, prodotti editoriali e stampati.
Light Blue Desire” è un libro d’artista di Magali Duzant che analizza e approfondisce la definizione ed il significato della parola blu attraverso una moltitudine di lingue differenti.
La raccolta di idiomi rivela infatti un compendio di contraddizioni, di concetti diversi fra loro che si rincorrono attorno ad un colore che può essere sia alto che basso, pacifico e pornografico, malinconico e manipolativo e costantemente votato come il colore preferito dalle persone di tutto il mondo. La copertina fustellata del libro fa riferimento a uno strumento magico e misterioso come il cianometro.
Nel 1789, durante un viaggio sulle Alpi svizzere in compagnia del chimico Benedict de Saussure, Alexander von Humboldt mise a punto infatti uno strumento che aveva l’obiettivo di misurare scentificamente l’intensità del blu del cielo, il cianometro appunto, romantico sinonimo dell’unione fra osservazione scientifica e visione poetica del mondo.

Come si vede, il cianometro consiste in quadrati di carta tinti in gradazioni di blu sfumate e disposti in un cerchio di colori o in un quadrato che può essere sostenuto e confrontato con il colore del cielo.
La forma e la tipografia del libro traggono ispirazione dai manuali tecnici, mentre il design rimanda proprio al cianometro.
La pulizia, il rigore grafico e la pulizia di questo piccolo libro sono a mio avviso degni di nota e confermano la bellezza del prodotto, non solo dell’idea.

12 Libri di stampe coloratissime per raccontare il design industriale di Londra attraverso i suoi tombini

“Overlooked” è il primo lavoro per Pentagram di Marina Willer ed è una celebrazione di un certo tipo di design industriale, quello più artigianale.
Un opuscolo pieno di piccoli tesori colorati che celebrano uno degli esempi più duraturi del design industriale tipico di Londra, le cosiddette street covers.
Le strade di Londra sono infatti piene di vicoli sotterranei. Vasti tubi cavernosi che contengono elettricità, acqua e gas che muovono l’intera città.

“Overlooked” è una celebrazione dei guardiani di questo mondo sotterraneo: i tombini stradali e la loro grafica. “Overlooked” utilizza sfolgoranti colora al neon per presentare questi tombini in metallo come se fossero pezzi di prestigioso design industriale.
L’obiettivo della Willer è quello di ricordare che la bellezza di una città non è limitata solo alle gallerie d’arte o alla grande architettura e che il design più sofisticato e affascinante può trovarsi ovunque, anche sotto i vostri piedi.
Il volume è composto da 22 stampe riprese da altrettanti tombini di Londra, da Islington a Kensington.

Le grafiche derivano dalla pratica tipografica in voga tra i devoti cristiani del 1800 che per creare immagini dettagliate di oggetti religiosi.
“Overlooked” porta questa tradizione religiosa in un territorio diverso, usandolo per celebrare la bellezza del design industriale.
Il libro è accompagnato da un testo che ripercorre la storia di Londra attraverso i tombini, delineando i ruoli vitali che ogni pezzo di arredo urbano ha avuto nella vita dei londinesi.
“Overlooked” ha vinto la categoria 2016 Design Week Award ed è stato esposto al 2016 London Design Festival.
Visto l’enorme successo, sono seguiti altri 11 volumi che sono tutti acquistabili QUI, o quasi..

“The Long 1980s” un libro sull’importanza degli anni Ottanta

The Long 1980s” è l’ultima fatica pubblicata da Valiz Edizioni, un editore internazionale indipendente con sede ad Amsterdam di arte contemporanea e design e affari.
Oltre alla pubblicazione, Valiz organizza conferenze, dibattiti e altri progetti culturali in cui vengono esplorati determinati argomenti dell’arte contemporanea.
The Long 1980s” analizza quello che è stato il significato degli anni ’80 per la cultura e la società di oggi. Rivisita questo decennio cruciale attraverso una raccolta di storie provenienti da tutta Europa che abbracciano i campi dell’arte, della cultura e della politica.
Il punto centrale di tutte le storie di questo libro è il mutevole rapporto tra ideologie, governi e pubblico, i cui effetti sono giunti a plasmare la condizione contemporanea dell’Europa e oltre.

Artisti, scrittori e attivisti rispondono e articolano questi cambiamenti in una miriade di modi: nelle strade, attraverso parole, immagini, oggetti e azioni. Allo stesso tempo, nuove soggettività stanno emergendo sui temi della razza, classe, genere e sessualità, tutte voci che oggi sono quanto mai attuali.

Il libro è divisa in quattro capitoli tematici:
1. Nessuna alternativa? (sulle controculture, forme alternative di auto-organizzazione e arte come attivismo);
2. Conosci i tuoi diritti (sulle libertà civili, sulla crescente coscienza planetaria e sulle nuove ecologie);
3. Processi di identificazione (sulle posizioni anticoloniali e la spinta per l’uguaglianza sessuale e di genere attraverso la cultura);
4. Nuovo ordine (sugli effetti di vasta portata del regime neoliberista e, infine, sul significato dell’anno 1989).

Composto da saggi di recente commissionati da importanti pensatori e da una settantina di studi di casi, tra cui immagini e materiale d’archivio pubblicato per la prima volta, questo lettore offre una lettura inestimabile e alternativa del recente passato.

Un volume ripercorre il modernismo estetico degli anni Sessanta ed il suo rapporto con la controcultura

Hippie Modernism: The Struggle for Utopia” di Andrew Blauvelt e Greg Castillo un costoso e corposo libro edito dalla Walker Art che esamina le intersezioni tra arte, architettura e design con la controcultura degli anni ’60 e dei primi anni ’70.
Il libro accompagna la mostra organizzata per celebrare il famoso mantra di Timothy Leary, “Turn On, Tune In, Drop Out” che ha segnato le rivoluzioni sociali, culturali e professionali del periodo.
Il libro catalogo che accompagna la mostra va però oltre, considerando anche le teorie di architettura radicale ed i movimenti anti-design emersi attraverso l’Europa e il Nord America, nonché la rivoluzione della stampa e le nuove forme di teatro e di politica radicale.
Quando pensiamo agli anni ’60, di solito lo associamo a molti altri movimenti artistici: Pop, Concettualismo, Land Art, Body Art, Minimalismo, ecc.

Il libro intende invece concentrare maggiormente l’attenzione su queste pratiche altamente sperimentali e così facendo aprire nuovi spazi per comprendere il lavoro del periodo che non si adattava alla narrazione canonica.
E’ un libro per appassionati dal costo proibitivo che però analizza a fondo aspetti meno conosciuti di un periodo troppo spesso banalizzato.

“Hip Hoptimism” è un vademecum per conoscere la storia dell’Hip Hop

Il linguaggio della musica hip hop è l’oggetto di cui si occupa questo bel libro di Zan Barnett dal titolo “Hip Hoptimism“. Attraverso la scelta di una tipografia con soluzioni estreme quali l’utilizzo diffuso di testi in grassetto e scritte a mano, il libro è una guida completa dalla A alla Z con un artista musicale diverso per ogni lettera, da Andre 3000 a Jay Z.

Il testo è accompagnato da illustrazioni creative e inserzioni ad aperture pieghevoli che citano i testi più importanti rendendo la lettura una vera e propria avventura.
Zan Barnett ha ideato e prodotto l’intero progetto appositamente per un seminario universitario che ha tenuto presso la Tyler School of Art di Philadelphia.

Una colossale storia della cultura Hip-Hop

Hip-Hop: A Cultural Odyssey” è un grosso librone dalla copertina nera con logo d’ordinanza pubblicato da Aria Multimedia Entertainment di Jordan Sommers.
Il volume è un ricchissimo tributo all’hip hop composto da ben 420 pagine rilegate con copertina in pelle nearissima, che mostra le radici, la nascita, l’evoluzione e l’impatto globale della cultura hip hop negli ultimi quarant’anni.
Il libro è composto da 30 scritti originali sull’evoluzione della cultura Hip Hop che accompagnano 40 profili originali e personali di influenti nomi storici, da Kurtis Blow a will.i.am.
Vengono riproposte playlist di singoli e album essenziali per ciascuno degli ultimi 40 anni dell’Hip Hop con 154 interviste con i DJ, MC, produttori, Graffiti Writers, B-boys e B-girls della cultura più influenti.
La parte fotografica del libro è eccezionale ed include ritratti scattati con la Polaroid catturati da Jonathan Mannion, oltre a centinaia di potenti immagini fornite da testimoni oculari.

La storia di Kim Gordon e la vita dentro una band leggendaria

Ci sono pochi artisti che ispirano tale riverenza come Kim Gordon. In “Girl in a Band” viene raccontata con dettagli e foto inedite, l’incredibile storia della sua famiglia, del suo lavoro nelle arti visive, il suo trasferimento a New York, gli uomini nella sua vita, il suo matrimonio, il suo rapporto con sua figlia, la sua musica e soprattutto la sua band ed il rapporto con la scena musicale internazionale.
Il libro è una vera e propria chicca per appassionati, disponibile in versione economica, deluxe e limited.


È una memoria che ci riporta alla New York perduta degli anni ’80 e ’90, quella che ha dato alla luce il fenomeno unico ed irripetibile dei Sonic Youth e la rivoluzione alternativa nella musica popolare da loro guidata.
Ma al suo interno, “Girl in a Band” è anche un’analisi interessantissima di ciò che significa vivere e lavorare in una band e cosa succede quando questa si dissolve.
Editore: Faber & Faber
288 pagine, 15,5 x 23,5 cm, libro in brossura

“Read and Destroy”, la storica rivista di skate sta per lasciarvi a bocca aperta

Quello di oggi non è un articolo come tutti gli altri, ma bensì la presentazione di una pietra miliare per tutti gli appassionati di skateboard.
E’ infatti un articolo sul progetto del “Read and Destroy magazine” di pubblicare in due volumi tutta la storia di questa vera e propria leggenda che dai primi spericolati funamboli in BMX, è passata alla tavola con le ruote.

Marzo 1987
Febbraio 1988

Tutto parte manco a dirlo dalla rivista indipendente “RaD” (Read and Destroy), pubblicata per la prima volta oltre 30 anni fa per mostrare il panorama inglese prima e mondiale poi dello skateboard e della sua cultura negli anni ’70, ’80 e ’90.
RaD ha documentato un tempo, un luogo e un atteggiamento unici all’interno della cultura giovanile, catturando in modo significativo la morte, la rinascita e la definitiva consacrazione dello skateboarding.
Per una generazione di giovani degli anni ’80 pre Internet, la rivista era una connessione vitale con la loro cultura underground in cui si presentavano tutti i migliori skater dilettanti e professionisti sia americani che provenienti da tutto il Regno Unito ed Europa.


Sotto la direzione di Tim Leighton-Boyce “RaD” aveva un approccio sperimentale, apparentemente irriverente, più vicino ad una fanzine che non ad una pubblicazione tradizionale.

Il progetto è attualmente su Kickstarter per ricevere aiuti dai moltissimi fans di tutto il mondo e mira a creare un libro in due volumi che ripercorre la storia della ormai scomparsa rivista RaD.
Oltre ai fotografi più importanti della rivista, il libro presenterà i pezzi salienti dei contributors originali tra cui Skin Phillips, Andy Horsely, Thomas Campbell, James Hudson, Percy Dean, Leo Sharp, J. Grant Brittain, Spike Jonze e Chris Ortiz tra gli altri.
Migliaia di negativi fotografici e trasparenze, stampe, opere d’arte originali, fanzine, volantini e riviste costituiscono questo archivio significativo…. un vero e proprio tesoro!
La struttura editoriale prevede come detto due volumi con una timeline divisa in 4 sezioni:

VOLUME 1
Pt 1: The Roots to RaD 1978-1986.
Pt 2: In Full Colour 1987-1993.
VOLUME 2
Pt 3: In Full Colour 1987-1993.
Pt 4: New Blood 1993-1995.

Con “Pittori di cinema” i ragazzi di Lazy Dog ci regalano un’altro piccolo capolavoro editoriale

A cominciare dal dopoguerra, l’industria cinematografica italiana ha
avuto la necessità di coinvolgere artisti per illustrare e promuovere i propri film. Così nacquero i “pittori di cinema”, volgarmente detti “cartellonisti”, termine che non rende giustizia a ciò che viene definita come una vera e propria corrente artistica.
In questo volume di 432 pagine, prima opera di questo genere, vengono presi in esame 29 pittori, con 500 illustrazioni a colori spesso inedite che comprendono schizzi, bozzetti, opere provenienti da collezioni private, lavori scartati o destinati ad altri impieghi. Maurizio Baroni, profondo e appassionato conoscitore, autore e collezionista, attinge dal proprio nutrito archivio personale e passa in rassegna cinquant’anni di cinema italiano attraverso le sue locandine, i suoi manifesti e innumerevoli gustosi aneddoti.
Il calligrafo Luca Barcellona e l’art director e docente Andrea Mi prendono in esame gli aspetti legati rispettivamente al lettering e alla composizione grafica, mentre la storica dell’arte Alessandra Cesselon presenta uno per uno i pittori, contestualizzando le loro opere nell’ambiente artistico dell’epoca, da lei vissuto in prima persona in quanto figlia di Angelo, uno dei suoi principali esponenti. Il libro è rivolto ai cinefili e ai collezionisti, ma anche ai graphic designer e agli illustratori, agli studenti e ai professionisti, come documento storico per gli appassionati e insieme ispiratore per le nuove generazioni di comunicatori.
Il libro è rivolto agli appassionati di cinema, ai collezionisti e a chiunque voglia ispirarsi o approfondire le tematiche legate alla comunicazione visiva: illustratori, graphic designer, professionisti del settore, studenti.

Ho preferito utilizzare direttamente le parole scelte dal team di Lazy Dog per presentare questo splendido lavoro che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, come questa realtà tutta italiana, stia velocemente divenendo un riferimento per quanto riguarda un certo modo di fare editoria che mischia sapientemente la tradizione grafica italiana, la cura artigiana del prodotto editoriale e un certo gusto pop tutto da scoprire.
Complimenti a Lazy Dog, un’altra gemma preziosa è stata inserita in un catalogo di per sé già ricco di tesori.

Un libro ricostruisce la storia di uno dei locali di Londra più famosi al mondo

Il 100 Club, lanciato nel 1942 come Feldman Swing Club, era frequentato durante la seconda guerra mondiale dai militari e dalle stelle del jazz come BB King e Muddy Waters negli anni ’50, ma è stato negli anni ’70 quando che è diventato un luogo storico e di culto per la scena punk ospitando il “The 100 Club Punk Special”, un evento che comprendeva band quali Sex Pistols, Siouxsie e Banshees, The Clash, Buzzcocks e The Damned, praticamente il punk e tutto la cultura underground che esso stava lanciando nel mondo.

Per celebrare questo leggendario club Fred Perry e Ditto pubblicano adesso un libro di storie e aneddoti sulla sua storia lunga 75 anni. Dai musicisti che hanno suonato lì alle persone dello staff del bar fino ai clienti che hanno servito.. ogni storia è una storia unica che aggiunge pagine alla leggenda ed al mito di questo club.
Tuttavia non erano solo le band la forza di questo locale indipendente, ma anche e soprattutto le tribù di fan che stavano scoprendo il punk e l’intera cultura underground che esso trascinava con se.
La copertina bianca serigrafata in viola, le carte interne colorate e gli inchiostri speciali utilizzati , uniti alle fotografie di artisti come Elaine Constantine, rendono questo volume un opera ricercatissima come si conviene per una delle istituzioni più amate del Regno Unito.

Un diario, ma non nel senso tradizionale del termine

“World Problem Solution Book” è un diario, ma non nel senso tradizionale del termine. Prodotto in due anni, il libro è una visualizzazione di momenti sporadici, conversazioni e memorie scritte dell’illustratore Chris Harnan.
È una rappresentazione grafica di un periodo di tempo nella sua vita modificato infinite volte in base agli accadimenti che si susseguono incessantemente nel tempo.
Stampato su Risograph a quattro colori in 176 pagine, i disegni del “World Problem Solution Book”, pubblicato da Studio Operative, sono un continuo susseguirsi di novità stilistiche e grafiche sebbene il libro presenti sempre gli stessi personaggi creati attraverso linee rette generate al computer che sono uno dei suoi aspetti caratteristici.
Sia che si tratti di alcune semplici righe di testo su una pagina o di uno stile minimale o ancora di un fumetto, tutto è stato realizzato in reazione alle cose che stavano accadendo nella vita di Chris.
Chris ora vive nel sud di Londra. Lavora part-time in uno studio di architettura, un lavoro che gli offre la libertà di scegliere i progetti sui quali lavorare e fra questi, ecco questo diario, ma non nel senso tradizionale del termine.

“Buffallo” di Ben Duvall gioca con i segni per creare un libro unico ed enigmatico

“Buffalo” di Ben Duvall più che un prodotto editoriale è una visione estrema, artistica e poetica nel suo leggere la realtà attraverso formule e segni.
Nei  suoi lavori Ben Duvall  sviluppa da sempre pratiche basate sull’etetca del web e dell’informatica ricercando continuamente legami o correlazioni con il mondo della stampa.
Ben distorce l’utilizzo della parola e dell’immagine rendendola sempre meno leggibile e favorendo in questo modo la convergenza di questi due elementi in un unico metodo e linguaggio comunicativo che si presenta come del tutto nuovo e originale.
Il libro utilizza infatti un linguaggio visivo fatto di codici informatici resi in forma poetica su enormi pagine rettangolari.
Il testo si evidenzia attraverso diagonali e matrici in cui ogni minimo cambiamento di formattazione cerca di contribuire allo sforzo di decifrare e comprendere il tema scelto.
Capisco che leggere queste frasi possa sembrare assurdo e incomprensibile ma la sensibilità stilistica di Duvall crea un oggetto a mio avviso carico di poesia. Il libro è rilegato in un elegante cartoncino marrone in cui è stampato il titolo e il nome dell’autore tramite semplici stencil di colore nero. La complessità di questo lavoro, si capisce bene anche da queste scelte tipografiche, non sta nella forma, ma bensì nel contenuto.
Queste 18 pagine stampate in sole 75 copie con il risograph dimostrano una volta di più l’estrema flessibilità del prodotto libro che non risente affatto del tempo che passa ma anzi si permea alla contemporaneità come forse niente altro è in grado di fare.

Lester Beall ha portato le avanguardie europee nella grafica a stelle e strisce

Lester Beall è un uomo speciale con un background che risente molto del suo amore per la tecnologia. Cresciuto giocando con le radio ed i transistor, si laurea però con un dottorato di ricerca in Storia dell’arte a dimostrazione che la sua è una mente totalmente orizzontale ed onnivora. Gli anni successivi alla laurea gli lo avvicinano ai movimenti artistici europei in fatti si innamora soprattutto del Surrealismo, del Costruttivismo e del Dadaismo.
Il suo lavoro di pubblicitario e grafico si è rapidamente fatto spazio nel panorama internazionale con un picco di produttività e notorietà arrivato negli anni Trenta e Quaranta.
Il suo lavoro si distingue dal resto della produzione contemporanea per una visione del tutto nuova del rapporto fra grafica e tipografia, per le soluzioni tecniche adottate fra cui rivestono massima importanza il fotomontaggio, il collage ed il cut-out, una particolare tecnica da lui sperimentata fino all’estremo, che consiste nell’eliminare i colori – desaturare – di una fotografia lasciando però alcuni particolari nel loro colore originale.


Questi suoi particolari studi lo rendono il pioniere della sperimentazione grafica americana ed il primo artista commerciale americano ad essere omaggiato con una mostra personale al MoMA di New York.
Il suo lavoro compare su diverse riviste di cui cura la composizione grafica tra cui “Fortune”, “Chicago Tribune” e “Scope”.
Il suo uso chiaro e conciso della tipografia, l’utilizzo sfrontato dei colori primari, delle frecce e delle linee compongono il suo stile grafico che è diventato con gli anni unico ed immediatamente riconoscibile.

Per finire mi piace – immagino ve ne siate accorti – segnalare un bel libretto di Nicole Mcquade, una designer freelance, illustratrice e co-fondatrice dello studio The McQuades. Fra i suoi lavori ho scovato il volume “Lester Beall Catalog”, un piccolo gioiellino che analizza il lavoro proprio di Lester Beall e che sto cercando disperatamente di avere…

Un saluto a Bill Gold, maestro di grafica e poster del mondo del cinema

Che cosa hanno in comune i film Arancia meccanica, Casablanca, Barbarella, e L’esorcista? La risposta la trovate in un nome: Bill Gold.
Con una produzione sconfinata, lunga più di sette decenni e 2.000 poster, Bill Gold è stato l’uomo nascosto dietro ad alcuni dei più accattivanti e conosciuti manifesti di film che rimangono ancora oggi opere d’arte iconiche.
Ha collaborato con alcuni dei più grandi registi di sempre (Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick e Federico Fellini) ma è particolarmente noto il suo rapporto con Clint Eastwood: ha fatto le locandine di almeno 30 film da lui diretti o interpretati.

 

Nato il 3 gennaio 1921 a Brooklyn, New York. Dopo essersi diplomato alla Samuel J. Tilden High School, ha studiato illustrazione e design al Pratt Institute di New York. Ha quindi iniziato la sua lunghissima carriera di designer nel 1941 alla Warner Bros diventandone direttore del poster design nel 1947.
Nel 1962, Bill Gold crea Bill Gold Advertising a New York City e da li continua la sua attività realizzando poster epocali e stringendo un’intenso rapporto di amicizia con Clint Eastwood di cui produce tutti i poster.
Del 2011 è l’edizione uscita per Reelartpress del volume “Bill Gold Posterworks“, una curatissima retrospettiva che ne sancisce il suo essere una pietra miliare della poster art e del cinema.
il 20 Maggio scorso è morto ma possiamo dire che i suoi lavori restano e resteranno icone di oggi, di ieri e di domani.

 

In questo libro un reportage unico sui piccoli centri italiani che resistono strenuamente alla scomparsa

Per il pezzo di oggi, ho deciso di contattare i ragazzi di CTRL per avere qualche notizia in più su di loro, sul loro omonimo magazine e soprattutto sul loro ultimo progetto.
Per 9 anni è infatti uscito “CTRL Magazine“, un magazine cartaceo gratuito e tascabile inizialmente distribuito solo nella città di base del progetto, Bergamo.
Dall’inizio del 2017 CTRL si è diffuso in tutta Italia, continuando a essere gratuito e tascabile fino all’uscita del numero 72 che ha chiuso questa bella esperienza editoriale.
Il gruppo però non ha affatto deciso di fermarsi anzi, ha rilanciato con una pubblicazione dal titolo “Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza“, un interessantissimo reportage che accompagna il lettore 
dal Salento al Monte Rosa, nei luoghi d’Italia in cui la lingua madre non è l’italiano.
Abbiamo chiesto proprio a loro di descrivere il progetto e allora ecco qua le loro parole…

Abbiamo incontrato gli ultimi parlanti della lingua walser, nelle alte valli del Piemonte.  Gli occitani, nel torinese e nel cuneese: la loro lingua è quella degli antichi trovatori.  Siamo sbarcati nell’isola di San Pietro, nel sud della Sardegna, dove si parla il tabarchino.  Siamo stati in Basilicata, nei territori degli arbëreshë, i discendenti delle popolazioni che nel XV secolo emigrarono in Italia dall’Albania.  E nei piccoli paesi della Puglia dove sopravvive ancora oggi il grico: una lingua che resiste, forse, fin dai tempi delle antiche colonie della Magna Grecia o che, forse, è stato esportata nel Medioevo dall’Impero Bizantino.
Cinque reportage firmati da cinque scrittori: Franco Arminio, Viola Bonaldi, Nicola Feninno, Valerio Millefoglie, Mirco Roncoroni.

Un’ampia sezione fotografica con gli scatti di Emanuela Colombo e sette contenuti speciali, che raccontano il rapporto tra lingua e identità nei territori dell’Italia meno raccontata, a cura di Gionata Giardina, Davide Gritti, Alessandro Mininno, Gianni Miraglia, Alessandro Monaci, Luca Perri.
Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza è un libro di reportage narrativo e fotografico. Una narrazione a più voci che nasce dall’esperienza di CTRL magazine. E dalla passione per le storie fuori dai radar.

Il volume si acquista qui.

Un illustratore realizza un libro dove le opere sono ordinate in base agli hashtag di Instagram

Oggi vi parlo di un libro di Patrik Mollwing, un illustratore svedese che attualmente vive a Lisbona, in Portogallo, con alle spalle una vasta esperienza trasversale che lo ha portato a lavorare sia nella progettazione grafica che nella direzione artistica, fino all’illustrazione e all’animazione.
Questo suo ultimo libro parte dalla costatazione di come negli ultimi anni Instagram sia diventato un luogo virtuale ma molto utilizzato dagli illustratori per condividere il proprio lavoro. Non mi voglio addentrare sul fatto che questo fenomeno sia una cosa buona o cattiva, IG è senz’altro è una piattaforma che consente ai creativi in genere di raggiungere un pubblico più ampio, spesso attraverso l’uso dei fantomatici hashtag.
Il tentativo di Mollwing è quello di rendere fisico, materiale, reale l’interazione fra hashtag ed il contenuto ed è proprio qui che è nato “Two Hundred e Forty-Two Hashtags“, un libro di illustrazione che prende spunto dalla cultura della ricerca per hashtag.
L’inizio del libro presenta un elenco di hashtag ordinati alfabeticamente, per capirsi si va da da #abnormal a #yum e dopo ogni parola si reinvia alla pagina in cui è possibile trovare i lavori creati dallo stesso Patrik Mollwing nel periodo compreso fra il 2015 ed il 2017 che sono stati condivisi su IG utilizzando proprio quell’hashtag.
Pubblicato da Stolen Books, il libro si presenta quindi come una raccolta di opere di Mollwing il cui stile è da sempre sghembo, pieno di corpi allampanati e forme morbide ritratti con colori vivi e sgargianti mentre pattinano, lottano e chissà che altro.

Un libro dedicato alla serie originale di emoji disegnata nel 1999

Nel 2016 il Museum of Modern Art di New York ha fatto scalpore dopo aver acquisito l’originale serie di 176 emojiper la sua collezione permanente. Si tratta di piccoli disegni riportanti volti, oggetti e luoghi, ciascuno illustrato su una griglia di 12×12 pixel, raggruppati e disposti ordinatamente. A vederli adesso traspare il tempo passato e la rozzezza del risultato ma, allo stesso tempo, anche la loro familiarità con il nostro mondo.

Progettato dal giovane artista Shigetaka Kurita, a soli 25 anni, fu rilasciato nel 1999 dalla società di telecomunicazioni giapponese NTT DOCOMO.
Ora l’editore indipendenti Standards Manual, che amo da quando vi parlai di quest’altro progettolancia il primo libro interamente dedicato alle emoji originali insieme ad una vera nuova tastiera per smartphone che ripropone proprio gli originali di Kurita.
Semplicemente intitolato “Emoji”, il libro studia e onora la creazione di Kurita e DOCOMO cercando di mettere in evidenza quello che è stato, ed è tutt’ora l’enorme e sottovalutato impatto sul mondo della comunicazione fra individui che le cosiddette faccine hanno avuto.
In una vecchia intervista lo stesso Kurita spiega come la maggior influenza sulla sua invenzione sia stato il pittogramma, usati come segnali in molti luoghi del Giappone mentre il secondo riferimento è l’arte giapponese dei Manga che usa la grafica per esprimere emozioni. Infine, ma non per importanza, le riviste giapponesi e i dettagli sparsi qua e la nelle loro pagine.
Il progetto può essere sostenuto e realizzato attraverso la piattaforma Kickstarterquindi, se pensate ne valga la pena, fatevi avanti. 🙂

Un libro spiega tutto ciò che cambia quando la tipografia deve essere utilizzata e non sulla carta

E’ uscito “Type on screen” il bellissimo – e attesissimo – libro che stavo aspettando da un pò scritto da Ellen Lupton, già autrice dello splendido “Graphic Design Thinking“, scrittrice, curatrice e grafica, direttrice del programma Graphic Design MFA presso il Maryland Institute College of Art (MICA) di Baltimora, dove è anche direttrice del Center for Design Thinking.
Pubblicato da Princeton Architectural Press, questo libro è appunto il tanto atteso seguito del bestseller mondiale “Graphic Design Thinking”.
Si tratta di una vera e propria guida critica per designer, scrittori, sviluppatori e studenti ma è anche un’introduzione all’uso delle applicazioni tipografiche in ambito video come film, web e soprattutto le moderne app mobili.
La parte secondo me più interessante è quella infatti dove vviene affrontato il tema di come combinare i principi classici della tipografia con le nuove tecnologie. Il libro offre una guida su come scegliere il carattere giusto per un utilizzo sullo schermo, come renderlo bello e utilizzarlo in modo funzionale.
Ricchissimo di illustrazioni provenienti da esempi realizzati dalla comunità internazionale di grafici e tipografi
Un volume tecnico, specifico, approfondito per forse non per i semplici amanti ma per coloro che sono già ad un livello avanzato, che sicuramente porterà argomenti, spunti e idee da non perdere.

“Suspiria” è il magazine sui brutti sogni e sul perché non riusciamo a farne a meno

Oramai sappiamo che questi ultimi anni sono una continua esplosione di carta e grafica. Oramai ne abbiamo viste un numero così imprecisato che a volte capita di non credere nemmeno più di poter sorprendersi ancora ed invece….
Ed invece ecco “Suspiria Magazine”, che fin dal nome risulta un accattivante progetto che non potevo approfondire e presentarvi.
Il progetto nasce dalle menti dei ragazzi della Dreadful Press, già in giro con l’altro progetto editoriale intitolato “Sabat Magazine” che fonde Stregoneria e femminismo come archetipi antichi e arte istantanea.
Capite che stiamo parlando di originalità, visionarietà, provocazione e arte in un mix difficilmente riscontrabile in altri magazine indipendenti.

Sabat 4: Elements

Nel nuovo progetto “Suspiria Magazine” si cerca invece di analizzare ed approfondire alcuni aspetti della psiche umana sempre attraverso una lente tutta al femminile. Partendo infatti dai sogni si vuole gettare una luce su quelli che sono gli archetipi della paura e soprattutto sul perché continuino ad emanare un fascino tutto particolare e, per alcuni, addirittura irresistibile.
Con la grafica assolutamente black e perfettamente in tema a cura degli inglesi StudioFax e la direzione artistica di Valentina Egoavil Medina, regista tedesca di 30 anni, “Suspiria Magazine” mette in scena

Un libro ripercorre la storia degli strumenti utilizzati per registrare la musica dal 1800 ad oggi

Un sacco di libri eccellenti sono stati scritti sul design della dei dischi e quello che vi presento oggi si aggiunge a questa lista. Prima che Alex Steinweiss pensasse che il disco dovesse essere un’opera grafica e si mettesse a creare i capolavori della Columbia Record con opere d’arte originali, i dischi venivano venduti in basiche buste colorate opache con fori perforati al centro, in modo che i dettagli del disco potessero essere letti dall’etichetta centrale. Dopo il 1939, data in cui Steinweiss iniziò la sua attività di splendida innovazione estetica, le vendite dell’industria discografica si impennarono e l’importanza dell’immagine di un disco – e successivi prodotti – non si è più fermata.
La Blue Note Records ha assunto negli anni Sessanta addirittura Andy Warhol mentre per le cover dei dischi della CBS Records si è pensato alla grandissima Paula Scher con gli album di Charles Mingus e dei Cheap Trick.
“The Art of Sound: A Visual History for Audiophiles” di Terry Burrows è lo splendido volume che documenta la storia di come la musica registrata è stata prodotta e commercializzata nel tempo a partire dalle origini dei primi del 1900 e seguendo la sua evoluzione nell’era digitale di oggi.
Burrows ha messo insieme questa storia incredibile perlustrando realtà storiche del mondo della produzione musicale quali la EMI Archive Trust, uno degli archivi di musica e tecnologia più grandi e diversificati del mondo.

The Chocolate Record Player (1902)

Burrows divide i suoi capitoli nei quattro periodi più importanti delle musica in studio: acustico, elettrico, magnetico e digitale.
Oltre 800 illustrazioni riempiono queste pagine con incredibili reliquie tutte usate almeno una volta per consegnare il suono agli ascoltatori nel tempo.
Si scopre così che nel IX secolo a Baghdad in Iraq, i fratelli Banū Mūsā escogitarono il primo sequencer musicale usando una serie di orologi alimentati ad acqua che potevano ripetere modelli di fischi e tamburi.

Portable Music (1967)

Un altro aspetto fantastico di questa storia è come le tecnologie di registrazione si sono sviluppate nel tempo. Fino agli anni ’20 le registrazioni infatti veninvano realizzate con mezzi meccanici, ma la valvola termoionica ha inaugurato un’era nuova per la registrazione del suono. Durante i primi anni del ventesimo secolo, esperimenti sull’uso dell’elettricità per trasmettere le onde radio e amplificare il suono hanno portato all’utilizzo dei singoli microfoni per effettuare diverse registrazioni.
Arriviamo poi a fenomeni più facili da rcordare per alcuni di noi, la cosiddetta Portable Music del 1967, la cassetta compatta che rivoluziona il modo in cui la musica viene consumata. Piccole macchine portatili alimentate a batteria come il Telefunken Magnetophone CC Alpha permettevano alle persone di portare con sé la propria musica preferita ovunque si trovassero, qualcosa che in precedenza era del tutto impossibile.
Terry Burrows, esperto di musica e audio, ci guida quindi attraverso l’evoluzione di ogni era tecnologica in un testo informativo e coinvolgente intervallato da concise biografie dei grandi innovatori, da Emile Berliner a Thomas Stockham.

 

Una mostra ed un catalogo analizzano come la grafica ed il design rispondono alle turbolenze politiche di questi anni

Oggi prendo spunto dalla mostra dal titolo “Hope to Nope” attualmente al Design Museum di Londra fino al 12 agosto 2018.Già da qualche anno, forse decennio, abbiamo capito che il nostro è un periodo storico turbolento, senza certezze, caratterizzato da profonde divisioni sociali e da conflitti più o meno latenti sparsi in tutto il pianeta. In particolar modo l’ultimo decennio è stato praticamente un costante periodo di turbolenze politiche e questo non lascia certo indifferente il mondo del design che si fa sempre più politicamente attivo attraverso poster, meme, GIF, stampe, magliette prodotti tanto dagli attivisti dilettanti quanto da designer e studi professionali. Non vi viene subito in mente il famossissimo poster “Hope” di Shepard Fairey meglio conosciuto come OBEY?

Barack Obama “Hope” poster

Ecco, per celebrare tutto questo, una nuova mostra al Design Museum di Londra dal titolo Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18 esplora il ruolo della grafica in quei 3.650 giorni. L’obiettivo degli organizzatori è quello di guardare il risultato grafico che gli avvenimenti politici di questi anni hanno prodotto.Margaret Cubbage quindi i criteri di scelta non è stato solo il design buono o meno buono, quanto il tipo di impatto e influenza che questo ha avuto.
Lo spettacolo è stato concepito da GraphicDesign & Lucienne Roberts e David Shaw, con Rebecca Wright insieme al Design Museum.
I temi affrontati sono moltissimi ed il relativo catalogo, un bel volume ricco di immagini, fotografie e approfondimenti riporta fedelmente le principali tensioni politiche di tutto il mondo fra cui le proteste contro le molestie sessuali in Cina, il movimento Occupy e 99%, la protesta in Brasile per la povertà delle periferie, le manifestazioni di Je Suis Charlie, Trump, Brexit e molto, molto altro fino al famosissimo Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Oltre alle sezioni che abbiamo già visto, nel libro ci sono interviste con il celebre grafico Milton Glaser e lo street artist Shepard Fairey, i designer e artisti internazionali presenti in questo libro poi sono: Gorilla, Dread Scott, Edel Rodriguez, TEMPLO, ThoughtMatter, Michael Bierut, Sagmeister e Walsh, Marwan Shahin, Barnbrook e Metahaven .

Il libro di illustrazioni di Ellen Weinstein è una chicca per occhi appassionati

Ellen Weinstein è nata e cresciuta a New York City. Si è laureata al Pratt Institute e alla New School of Art and Design di New York e ha vinto nella sua carriera una lista incredibile di premi internazionali fra i quali: Society of Illustrators, Communication Arts Illustration AnnualSociety of Publication Designers.
Il libro di oggi, disponibile dal mese di Aprile sul sito della Chronicle Books di San Francisco, è una vera chicca per gli appassionati di illustrazione, in particolar modo per quel settore sempre più specifico dell’illustrazione editoriale, quella cioè che compare soprattutto nei magazines e che intrattiene con il testo che accompagna un rapporto particolare e sempre più importante.
“Recipes for Good Luck” è il titolo del libro che dimostra come alcune menti geniali e atipiche ricerchino la propria ispirazione nel loro specifico ambito lavorativo. Qualche esempio?
Che cosa fa la poetessa Maya Angelou per mantenere attivo il proprio flusso di parole? Qual è il portafortuna di un ingegnere della NASA? Come si prepara Thom Yorke per un concerto?
Questo libro contiene le illustrazioni relative ai trucchi di creativi, politici, scienziati e atleti rivelando una serie di pratiche che stanno in mezzo fra le superstizioni stravaganti ed i classici riti scaramantici prima delle performance. Questo vero e proprio compendio visivo celebra sia con una parte testuale, ma ancor più negli affascinanti ritratti illustrati di Elle Weinstein quelle che sono le vere personalità, i reali processi creativi e le curiose abitudini di queste persone.

Un libro illustrato vi guida attraverso la storia dei più memorabili concerti della storia del rock

Da sempre ho molti amici che, più o meno, a diversi livelli, girovagano intorno al mondo della musica. Se per voi è un pò lo stesso, il libro di oggi penso sia un’idea interessante per i prossimi regali o, se proprio non resistete, per aggiungere un bel volume illustrato e profondamente rock’n’roll alla vostra libreria.
Stiamo parlando di “Where’s My Welly: A Rockin’ Seek and Find“, volume edito da Laurence King ed opera di una strana coppia formata da Matt EverittJim Stoten.
I grandi concerti rock, quelli famosi in tutto il mondo come Glastonbury, Reading, Coachella, South by South West e un tempo Woodstock e l’Isola di Wight.
I Beatles, i Rolling Stones, gli Oasis, Jimi Hendrix. Oppure le tende, i furgoni, il backstage, gli impianti di illuminazione e, per che no, quel fango che dal 1969 sembra essere diventato un elemento imprescindibile per ogni festival estivo che si rispetti.

Matt Everitt è un presentatore, giornalista, consulente musicale e produttore della BBC & BBC Radio.
Jim Stoten è invece una mente colorata. Disegnatore dal tratto tipico, forte e deciso le cui grafiche consistono in vasti e intricati paesaggi pieni di personaggi colorati e folli.
Questo libro celebra i più grandi festival musicali di tutti i tempi in un formato editoriale importante sdrammatizzato della grafica di Stoten. Per ogni festival, oltre ad un utilissima ed interessantissima guida storica della manifestazione, vengono riportati gli headliner e gli highlights dove trovate da Bob Dylan Blur, dai Pearl Jam a chiunque abbia varcato uno di questi storici palchi.

In questo libro fotografico si parla di un paese di motociclisti che ha deciso di dichiarare guerra al Giappone

Il cineasta Zach Sebastian e il provocatore Richard Prince si sono uniti in una progetto che riguarda le moto e lo spirito americano per una zine classica pèubblicata da Innen Zines già introvabile.
I due si sono avvicinati tramite una corrispondenza iniziata dallo scambio di alcune foto che hanno dato l’idea ad entrambi per una collaborazione.
Si tratta di foto che provengono dalle riprese di un film inedito che Sebastian ha girato su una comunità di americani a Dayton Ill, una città sperduta e priva di senso a sud di Chicago, che ha una particolarità abbastanza unica: gli abitanti di Dayton Ill credono infatti che i giapponesi stiano tramando in silenzio per acquistare il loro paese e dunque vogliono dichiarare guerra al Giappone.
Per dimostrare ai giapponesi che le loro intenzioni sono serie e che nessuno si può permettere di appropriarsi di Dayton Ill, i cittadini locali organizzano una grande festa simile ad un rito propiziatorio in cui incendiano e distruggono una grande quantità di macchine e moto giapponesi.
Quello che mostrano queste foto è veramente straniante. Si può tranquillamente passare dall’ironia alla stupidità, dallo spavento ai più classici cliché sul WASP americano. C’è molto ammiccamento al sesso ed al nostalgico mondo americano che fu, ma qualunque sia il sapore che avvertite guardandole, difficilmente resterete impassibili.
Lo stesso titolo del volume “They started it… and we’ll finish it” è un altro cenno alla storia dell’America e al suo rapporto con i giapponesi. “Loro hanno iniziato … e noi lo finiremo” è una vecchia frase fatta che proviene chiaramente dai fatti risalenti alla seconda guerra mondiale.
Le immagini sono piene di didascalie testuali come Distruggiamo auto straniere perché vogliamo mostrare che gli americani non si tirano indietro” oppure Questa è la nostra comunità. Ci aiutiamo a vicenda e siamo stanchi di pagare il modo di altre persone.
Un libro strano, unico, provocatore e attualissimo dove la qualità e soprattutto la scelta del tema riesce a trasmettere un sentimento che nei giorni di oggi tutti noi ben conosciamo ma non riusciamo a controllare con il rischio di esserne travolti.

 

“EGO” è un libro in formato magazine che presenta alcuni personaggi con una sviluppata coscienza di sé

Il termine “EGO” deriva dal latino ego che significa io. La capacità cioè tipica dell’essere umano di avere autocoscienza di sé come unità distinta dal resto che lo circonda. Senza scomodare filosofi o psicoanalisti, il prodotto editoriale che vi presento oggi, hanno invece puntato sull’aspetto più pop del termine declinandolo in maniera elegante e intelligente su quelli che sono alcuni esempi di EGO assai sviluppato nella nostra società.
Tutti i personaggi che sono stati inclusi nella pubblicazione sono personaggi famosi di cui sentiamo parlare quotidianamente anche se in ambiti assai diversi tra loro.


Per non lasciare comunuqe il lettore sperso nei meandri delle varie teorie e per contestualizzare quella che è la storia infinita dell’Io, nel libro ci sono alcuni suggerimenti e informazioni utili per capire quella che è l’analisi dell’Io da Freud a Erik Erikson. Lo scopo dichiarato dei tre giovani grafici portoghesi: Marisa PassosMariana PerfeitoDavid Salgado che hanno progettato e realizzato questo lavoro è quella di evidenziare il forte contrasto tra i classici approcci al tema dell’Io e come questo si manifesta nella società contemporanea in settori quali la musica, lo sport, i media etc. Una scelta interessante è quella di utilizzare per questi diversi tipi di informazioni, diversi tipi di carta con diversa luminosità, consistenza e dimensione.
Inoltre, anche la griglia risulta diversa a seconda che riguardi le informazioni classiche o quelle contemporanee.
“EGO” è un libro in formato rivista, ricercato nelle scelte tipografiche e relativamente classico in quelle grafiche che mostra come si possa unire un tema insondabile come l’EGO alla realtà quotidiana senza per questo divenire banali o incomprensibili.

“Holo 2” è la dimostrazione che la qualità e la cultura servono oggi più che mai

Il prodotto editoriale che vi presento oggi è un’avventura, una scommessa, una scoperta continua e molto, molto ambiziosa.
“Holo” è infatti un progetto ideato e realizzato grazie al contributo del gruppo canadese di CreativeApplications.Net [CAN], un sito lanciato nell’ottobre 2008 che oggi è arrivato ad essere uno dei più importanti punti di riferimento nel mondo dell’arte digitale e della grafica.
Negli ultimi cinque anni l’obiettivo principale di CAN è quello di favorire gli scambi e le intersezioni all’interno della rete di creativi, dei professionisti dell’arte, dei media, del design e della tecnologia in generale.
Dopo il primo numero di “Holo” uscito in blu oramai nel lontano 2014, ecco oggi finalmente un nuovo bel libro da sfogliare.


Le tematiche sono sempre molto ricercate e per specialisti, dalle idee circa il nostro imminente futuro quantistico al mistero mai del tutto risolto del Big Bang
L’aspetto che sorprende di più di “Holo” è la sua sfrenata ed insaziabile curiosità verso temi apparentemente distanti tra loro che si riversano in queste densissime 236 pagine.
I contributors sono giovani, preparatissimi e, ognuno nel suo ambito, sono davvero interessanti. Provengono da varie parti del mondo (Casey Reas da Los Angeles, Fanqiao Wang da Shanghai, Mitchell Whitelaw da Canberra). Mi piace davvero questo stile e questo approccio ultra contemporaneo ed orizzontale che va del tutto in contro tendenza con una parte della società oramai sempre più chiusa e volutamente negativa. Mi viene facile segnalare il bellissimo pezzo in cui si descrive l’incontro con faccia a faccia con Vera Molnar, splendida pioniera dell’arte digitale oggi arrivata a 92 anni.
Un progetto, quello di “Holo” che dimostra come esistano realtà che inventano e scoprono, che tentano e producono cultura di altissimo livello.

“On The Ground” è una guida illustrata della storia della stampa underground americana degli anni Sessanta

Tra il 1965 e il 1969 il numero di riviste underground esplose in una maniera che non si era mai vista prima. Questi documenti si collegavano a realtà, stili e messaggi completamente nuovi, condividevano contenuti e rappresentavano la voce critica della controcultura.
“On The Ground: An Illustrated Anecdotal History of the Sixties Underground Press in the U.S.” offre ai lettori uno sguardo parziale ma dettagliato su qusto tipo di editoria. L’editore Sean Stewart ha prodotto quindi un volume che riguarda sia l’aspetto grafico che quello contenutistico prendendo spunto dalla mostra tenutasi presso la libreria e galleria Babylon Falling di San Francisco, in cui il pubblico è stato in grado di vedere molte di queste carte e ascoltare le storie direttamente dai protagonisti delle rispettive scene.
I grandi personaggi del periodo sono tutti presenti in queste pagine che includono Paul Krassner (The Realist), Art Kunkin (Los Angeles Free Press), John Sinclair (Fifth Dimension, Ann Arbor Sun), Emory Douglas (The Black Panther) e l’artista Trina Robbins (East Village Other). Ciascuno di loro descrive il contenuto e gli aneddoti della propria avventura editoriale.
Oltre alle riviste di cui sopra, sono riportati esempi anche meno conosciuti agli addetti ai lavori come The Rag (Austin, Texas), Seed (Chicago), Rat Subterranean News (New York City) e Space City! (Houston).
Alcuni di questi prodotti editoriali sembrano giornali tradizionali (Los Angeles Free Press) mentre altri (Rat Subterranean News) sono più vicini al comix (It Is not Me Babe e Slow Death Funnies).
Nella sua introduzione, Stewart cita diversi volumi imprescindibili per gli amanti dell’editoria underground tra cui Smoking Typewriters: The Sixties Underground Press and the Rise of Alternative Media in America di John McMillian, The Paper Revolutionaries di Laurence Leamer e Rebel Visions: The Underground Comix Revolution di Patrick Rosenkranz.
SI può quindi dire che “On The Ground” è un buon volume per allargare la conoscenza di un fenomeno che però, ancora oggi, aspetta un libro completo per essere descritto e valorizzato per quello che in realtà è stato, ovvero un decennio di creatività che ha fatto dell’editoria un’arte ancora oggi non eguagliata.

Canefantasma propone un libro di grafica sul rapporto fra il vero ed il falso

Canefantasma è uno studio di design con base a Cambridge fondato da Mimmo Manes, un designer indipendente con oltre 15 anni di esperienza nel design multidisciplinare. Lo studio ha al suo attivo una vasta gamma di progetti che riguardano il brand identity, l’art direction, la tipografia ed il design editoriale.
Lo studio focalizza la sua attenzione sul settore artistico e culturale collaborando con clienti privati e pubblici come BBC Radio1, BP, Condè Nast, The Guardian etc.
Nel 2017 Mimmo Manes iniziò a pensare ad un progetto incentrato sul tema del rapporto ambiguo e mai risolvibile fra il vero ed il falso.
Li punto di partenza, destabilizzante e voluto, è quello che “tutto è falso” ed è stato trattato con l’obiettivo non di confutare l’assunto, ma di rinforzarlo in preda a quello che lo stesso Mimmo descrive come una sorta di nichilismo adolescenziale.
Il libro, dal titolo “Everything is false” è dunque un tentativo di mettere insieme idee abbozzate per creare un
strumento che incoraggiasse la condivisione di idee e delle opinioni delle altre
persone.
Questo piccolo blocco di 96 pagine stampato in formato A5 in un elegante bianco e nero su carta non patinata analizza come l’essere umano sia sempre stato intrappolato in un limbo immaginario di ombre come, sol oper esempio, il mito della grotta di Platone ha 2.400 anni.
Ogni immagine contiene la sua verità oggettiva e, allo stesso tempo, nasconde
una finzione, una bugia.
Un progetto ambizioso nella sua speculazione teorica che mostra il lavoro del graphic ed editorial design sotto un punto di vista diverso ed originale. Uno strumento per mostrare e approfondire tematiche esistenziali che solitamente non vengono collegate con a parte formale dei progetti editoriali.

“ClubHouse” è un progetto fantastico fra grafica, fumetto e stampa risografica

COLORAMA” è uno studio di grafica e una casa editrice con sede a Berlino gestito da Johanna Maierski dal 2015.
Le pubblicazioni di Colorama presentano opere fumettistiche contemporanee selezionate attraverso una continua e costante ricerca.
Il libro di cui vi parlo, uno fra i tanti realizzati da questa interessantissima realtà indipendente, si intitola “ClubHouse” ed è un volume dalle dimensioni ingombranti stampato in risoprinted in 6 colori, 26x32cm, 76 pagine con copertina in plastica scritta a mano.
Il progetto, che vede coinvolta anche l’illustratrice Aisha Franz, ha chiamato a raccolta un gruppo di artisti davvero eccezionale di cui fanno parte: Sara Bonaparte, Erlend Peder KvamKaja MeyerTill ThomasPaula Bulling.

“CLUBHOUSE” è arrivato con quest’ultima uscita al settimo numero e speriamo proprio ne arrivino altri, molti altri.

 

“Friends Make Books 2017” il volume dello studio risografico torinese che chiude il 2017 in bellezza

Friends Make Books è uno studio con sede a Torino specializzato nella stampa Risograph.
che ha aperto i battenti nel 2012. Il gruppo di FMB offe molteplici servizi fra qui sviluppare modelli editoriali su piccola scala per l’intero processo: dall’ideazione, alla progettazione, alla stampa e alla rilegatura. Offrono servizi di creazione di libri in edizione limitata, su richiesta, ad artisti, illustratori, piccoli editori, studenti e professionisti, facilitando le persone interessate alla stampa e alle produzioni indipendenti.
Friends Make Books, come viene ben specificato nella loro presentazione, non è  una semplice e anonima copisteria ma un progetto nato dopo anni di esperienza nella stampa risografica.
Riporto le loro parole perché, meglio delle mie, riescono a descrivere quanto sia interessante il loro approccio alla stampa risografica: “La stampa su un Risograph implica la traduzione della tua idea nella lingua della macchina e siamo qui per aiutarti a prendere decisioni“.
La pubblicazione che vi presento oggi è “Friends Make Book 2017”, una sorta di volume riepilogativo e di presentazione della tecnica risografica che chiude il 2017.
Il volume è stato creato sovrapponendo immagini erotiche prese da vintage magazines. Il risultato è una raccolta feticistica che ben evidenzia la particolare magia della stampa in risograph.

“Playful Data” un nuovo libro che vi fa scoprire la bellezza dei dati e le migliori rappresentazioni create da artisti di tutto il mondo

Wang Shaoqiang è professore e supervisore alla Guangzhou Academy of Fine Arts (Cina). È un prolifico editor che collabora oramai da anni con la Sandu Publishing, una bella realtà editoriale cinese che si è con il tempo ritagliata una bella credibilità nell’ambito della grafica, del design dell’architettura, del branding e della comunicazione in genere.
Un esempio di questo lavoro è senz’altro il magazine “Design 360°“, una rivista di dedicata al design internazionale, alla voglia di ricerca e sperimentazione attraverso la presentazione di artisti e di opere originali e di prestigiosi istituti di design.

Wang Shaoqiang è anche direttore del Guangdong Museum of Art e negli ultimi anni ha avvinicinato i suoi interessi al mondo della Data Visualization e delle possibili applicazioni al mondo del design e della grafica.
Un ottimo esempio di questi suoi interessi lo si può vedere sfogliando il corposo volume edito proprio dalla Sandu Publishing dal titolo “Playful Data: Graphic Design and Illustration for Infographics” in cui si trova un nutrito elenco di creatori di data visualization da tutto il mondo con esempi davvero splendidi di cosa, questa nuova forma di comunicazione a metà fra l’arte e la dvulgazione scentifica, può essere in grado di essere.
I progetti presentati in questo volume sono suddivisi in quattro categorie principali: risultati statistici, diagrammi di flusso, dati geografici e istruzioni e spiegazioni. Alcuni dei progetti illustrano i dati acquisiti da una ricerca scientifica rigorosa e precisa, mentre altri sono il prodotto dell’immaginazione e della sperimentazione dei progettisti.
Come sempre l’Italia è rappresentata da ottimi esempi di giovani graphic designer fra i quali segnaliamo almeno Valerio PellegriniStudio MistakerSara PiccolominiLaTigre e Federica Fragapane.
UN volume che riesce ad essere gradevole sia per gli addetti del settore che vi potranno trovare senz’altro stimoli e suggestioni per il proprio lavoro ma anche per coloro i quali non conoscono questo mondo tanto affascinante quanto nuovo e ancora tutto da scoprire.

L’affascinante storia della macchina da scrivere rivive in questo splendido libro attraverso 80 pezzi che non potete nemmeno immaginare

Anthony Casillo è uno, forse il più grande esperto collezionista di macchine da scrivere d’epoca del mondo. Vive a Long Island, New York e da li ha deciso di propagare nel mondo questa sua passione che sta fra la vena antiquaria e la sapienza tecnico meccanica di certi apparecchi davvero sensazionali.
Nel libro di cui vi parlo oggi, dal titolo “Typewriters” edito dalla storica Chronicle Books di San Francisco, oltre ad Anthony, ha un ruolo importante anche Bruce Curtis cultore di storia della fotografia, fotografo di professione e anch’egli residente in quella che, dopo le Hawaii, è l’isola maggiore degli Stati Uniti.
Il terzo incomodo, o forse la sorpresa di questo volume, è quel Tom Hanks che abbiamo decisamente apprezzato in numerose pellicole di cui non penso sia necessario ricordare il titolo. Attore, regista e, udite udite, grande collezionista di macchine da scrivere. Lui, come vuole la tradizione, vive a Los Angeles, in California e non a Long Island.

La creazione della tastiera QWERTY è lo schema più diffuso al mondo – ma non il solo – per le tastiere di computer e macchine da scrivere alfanumeriche. Il nome deriva dalla sequenza delle lettere dei primi sei tasti della riga superiore della tastiera Q W E R T Y e venne brevettato nel 1864 da Christopher Sholes e venduto alla Remington and Sons – oggi oramai ridotta ad industria di armi –  nel 1873.
La sua idea rivoluzionaria era sistemare la vecchia disposizione dei pulsanti delle macchine da scrivere, inizialmente in ordine alfabetico, seguendo un apposito ordine da lui studiato per impedire i numerosi inceppamenti frequenti all’epoca, in quanto le macchine non erano così veloci da seguire la rapidità di scrittura offerta dall’ordine alfabetico.
Dalla prima macchina da scrivere di successo al mondo – Sholes & Glidden Type Writer del 1874 ai modelli ben più futuristici modelli elettrici degli anni ’60, nel libro di Casillo sono analizzate e profilate ben ottanta macchine da scrivere in accompagnate da eleganti fotografie che evidenziano il design, i dettagli estetici e di funzionamento meccanico fino alla parte più sfiziosa relativa alle stranezze grafiche che rendono ogni macchina da scrivere un vero e proprio pezzo unico. Dalle prime macchine silenziose ai lussuosi dettagli come le parti in mogano e madreperla intarsiata, sfogliando queste pagine divieni spettatore di un secolo di innovazione e sperimentazione progettuale.
Proprio Tom Hanks, nella sua prefazione, cerca dispiegare questo amore che lo lega alla macchina da scrivere elencando gli undici motivi per i quali, a suo avviso, è importante averne una. Non mi sembra il caso di svelare oltre…

Un libro bianco stampato in serigrafia composto da 355 cerchi neri dove l’errore è la bellezza

Adrian Schnegg è un designer e grafico svizzero che, dopo aver frequentato un apprendistato presso una stamperia per quattro anni , si è diplomato alla Scuola di design di Basilea nel 2016.
Per la sua tesi di laurea triennale discussa con insegnanti Viola Diehl, Dirk Koy
ha deciso di progettare e realizzare un libro un pò particolare dal titolo “355”.
Per circa due mesi infatti, il nostro Adrian ha stampando in serigrafia 355 cerchi neri per ricavarne un libro in formato A2 che riesce perfettamente a mostrare le diverse possibilità che questa tecnica offre anche partendo da un solo modello iniziale. Una forma circolare stampata su carta bianca, centrata nel mezzo di ciascuna pagina, è stata scelta come formato per creare un senso di unità pur volendo dimostrare le infinite differenze che si hanno nei diversissimi processi sperimentali.
La serigrafia è infatti – come racconta lo stesso Adrian – tutta incentrata sul processo e permette ad alcuni artisti di sperimentare al massimo mentre ad altri di ricercare l’assoluta precisione con composizione perfette.
Lo stesso Adrian sostiene che questo libro evidenzia come quelli che vengono considerati errori di stampa, nella serigrafia sono invece potenzialità da sviluppare e da mettere in risalto con le loro imperfezioni e le loro specifiche caratteristiche di volta in volta diverse.


In un libro fotografico gli scatti di una New York anni Settanta che profuma di storia e di asfalto

Quello che vi presento oggi è un lavoro nato dall’unione di due personaggi che non conoscevo e che mi hanno conquistato sia per la loro diversità, sia per la loro coerenza nel portare avanti alcune idee e convinzioni a cui mi sono subito affezionato.
Il primo dei due è Michele Manfellotto, nato a Roma nel 1977. Studia Storia del cinema all’Università di Roma e inizia producendo disegni e videofilm analogici. Si interessa al rapporto possibile fra arte e media con particolare attenzione agli aspetti potenzialmente creativi di Internet. Dal 2008 è redattore della rivista d’arte “Nero”. Vive e lavora a Roma.
Fabrizio Carbone è invece un giornalista professionista dal 1970. Ha lavorato a Il Resto del Carlino, La Stampa e Panorama. Si è occupato di attualità, cronaca nera e giudiziaria fino agli ultimi anni in cui ha spostato la sua attenzione verso la cultura e l’ambiente.
Dipinge da oltre 50 anni e la ricerca pittorica spazia tra l’astrattismo naturalistico e il verismo.
Il primo ha progettato e ideato il volume dal titolo “7W 84TH STREET-NYC 1972″ che raccoglie le fotografie scattate dal secondo durante il suo periodo newyorkese. Come si legge nella descrizione del progetto si tratta di:

una serie di immagini in bianco e nero finora inedite, che catturano la vitalità del mito americano nella sua dimensione umana e storica: New York e i suoi abitanti, i cui simboli e linguaggi diventeranno presto icone universali.
“L’idea dell’America mi ispirava sentimenti contrastanti, tipici degli italiani nati alla fine della guerra. Come tutti i miei coetanei, avevo amato indiscriminatamente ogni espressione della cultura americana: i film e la letteratura, la Coca-Cola e le Marlboro. Negli ultimi anni tuttavia la politica degli Stati Uniti era stata oggetto di critiche aspre, al punto che per molti di noi l’America aveva finito per rappresentare tutto ciò contro cui era doveroso schierarsi: la guerra in Vietnam, il sostegno alla dittatura dei colonnelli, i depistaggi che occultavano il ruolo dei servizi segreti nella strage di piazza Fontana”.

 

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