Swifty Funky Typo Grafix, il libro definitivo sull’arte grafica di Swifty

Ian ‘Swifty’ Swift è un grafico e designer attivo fin dagli anni Novanta con particolare interesse per la stampa serigrafica e l’incisione.
Adesso ha progettato e realizzato un nuovo libro che ripercorre la storia del suo lavoro.
Il libro di 374 pagine rivela aspetti del processo di progettazione e realizzazione di Swift, mostrando l’evoluzione dei diversi tipi di lettering e loghi che ha creato, i layout e i modelli per le varie opere d’arte degli album e per i progetti editoriali di vari magazine.
Oltre alla grafica, il volume presenta anche interviste con collaboratori e personaggi del mondo del graphic design come Neville Brody, con le parole e le interviste del giornalista Paul Bradshaw.

Revolution, il Magazine che portò la controcultura in Australia

Revolution è stato un magazine australiano pubblicato da Phillip Frazer, giovanissimo studente della Monash University per 11 numeri tra maggio 1970 e agosto 1971 ed è stata definita come “Australia’s First Rock Magazine”.
Inizialmente dedicata alla musica pop, era di proprietà di tre grandi imprenditori di Melbourne appassionati di musica.

Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(2) June 1970, Go-Set Publications, Waverley, 32p. https://ro.uow.edu.au/revolution/2
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970

Con l’ingresso di Frazer, che poi diverrà egli stesso l’editore di Revolution, lo stile comunicativo e l’impronta grafica passa dal rivolgersi ad un pubblico maturo e mainstream ad uno molto più vicino all’esplosivo ambiente underground.
Frazer ha inoltre acconsentito ad ospitare in Revolution – a partire dal numero 4 nel maggio 1970 – il supplemento di 8 pagine della “piccola” rivista musicale americana Rolling Stone.

SUPPLEMENTO Rolling Stone – Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970

Frazer non è mai stato riconosciuto in Australia per l’importanza del suo ruolo nella diffusione delle tematiche libertarie del movimento controculturale australiano.
Il suo continuo e coraggioso lavoro nel portare gli adolescenti australiani fuori dal medioevo culturale verso una nuova consapevolezza sociale.
Attraverso Revolution, Frazer ha portato i suoi lettori nel mondo della consapevolezza sociale sui temi della società e del mondo fuori dall’establishment.

Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(1) May 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(1) May 1970

Frazer, Phillip; James, Colin; McFarland, Macy; and Woolley, Pat, (1971)

Un designer ed una band punk rock creano un libro di grafiche dal chiaro spirito DIY

Per oltre un decennio, il designer Brian Roettinger ha collaborato con il duo punk rock No Age di Los Angeles (Dean Spunt e Randy Randall) su album e progetti secondari che ha portato alla creazione di un ampia gamma di progetti e lavori di audio e video.
Dal 2007 con una serie di cinque EP e poi con molto altro materiale fra cui una custodia per CD che è fantastica soprattutto perché è molto più simile a una fanzine che ad altro.

Roettinger ed i No Age hanno sempre cercato modi per sfidare le convenzioni della confezione dell’album pur mantenendo un senso di urgenza che è diventato centrale in ognuno dei loro lavori.
Tutto questo lavoro ha portato oggi a “No Age & Brian Roettinger: Graphic Archive 2007-18”, un libro testimonianza e archiviodella lunga collaborazione creativa timbrato da un lessico sinceramente di strada.
In tutta la pubblicazione ogni release di No Age viene meticolosamente sezionata nei suoi vari elementi grafici, dal nome dell’artista al codice a barre (e tutto il resto), emanando l’effetto di una fanzine curatissima ma pur sempre fanzine.
Oltre 288 pagine di grafica in bianco e nero in cui il lettore sarà in grado di tracciare la storia della collaborazione e, nel contempo, gustare quelle che sono le idee e lo spirito underground del progetto.
Stampato in edizione limitata e pubblicato da The Pacific Design Archive di Los Angeles, il libro è distribuito da Hat & Beard Press e progettato da Ben Schwartz.

“Hip Hoptimism” è un vademecum per conoscere la storia dell’Hip Hop

Il linguaggio della musica hip hop è l’oggetto di cui si occupa questo bel libro di Zan Barnett dal titolo “Hip Hoptimism“. Attraverso la scelta di una tipografia con soluzioni estreme quali l’utilizzo diffuso di testi in grassetto e scritte a mano, il libro è una guida completa dalla A alla Z con un artista musicale diverso per ogni lettera, da Andre 3000 a Jay Z.

Il testo è accompagnato da illustrazioni creative e inserzioni ad aperture pieghevoli che citano i testi più importanti rendendo la lettura una vera e propria avventura.
Zan Barnett ha ideato e prodotto l’intero progetto appositamente per un seminario universitario che ha tenuto presso la Tyler School of Art di Philadelphia.

Una colossale storia della cultura Hip-Hop

Hip-Hop: A Cultural Odyssey” è un grosso librone dalla copertina nera con logo d’ordinanza pubblicato da Aria Multimedia Entertainment di Jordan Sommers.
Il volume è un ricchissimo tributo all’hip hop composto da ben 420 pagine rilegate con copertina in pelle nearissima, che mostra le radici, la nascita, l’evoluzione e l’impatto globale della cultura hip hop negli ultimi quarant’anni.
Il libro è composto da 30 scritti originali sull’evoluzione della cultura Hip Hop che accompagnano 40 profili originali e personali di influenti nomi storici, da Kurtis Blow a will.i.am.
Vengono riproposte playlist di singoli e album essenziali per ciascuno degli ultimi 40 anni dell’Hip Hop con 154 interviste con i DJ, MC, produttori, Graffiti Writers, B-boys e B-girls della cultura più influenti.
La parte fotografica del libro è eccezionale ed include ritratti scattati con la Polaroid catturati da Jonathan Mannion, oltre a centinaia di potenti immagini fornite da testimoni oculari.

Rolling Stone cambia logo, ma voi la conoscete la sua storia?

Non so se qualcuno di voi si appassiona come me al moto sempre più dinamico che interessa il design delle testate giornalistiche italiane e non, ma stiamo vivendo in un periodo di profondi cambiamenti che svelano un bisogno quanto mai necessario di cambiare pelle, adeguarsi a nuovi ritmi e strumenti da parte della carta stampata, prima ancora che del mondo digitale.
Se negli U.S.A. hanno iniziato questa mutazione alcune delle riviste storiche come il National Geographic e Glamour (qui l’analisi di Designweek) fino ad arrivare all’indipendente per antonomasia, MAD magazine (qui l’analisi di DesignTaxi e Print Magazine), in Inghilterra ha fatto molto rumore il nuovo vestito che si è dato lo storico Guardian (qui l’analisi di Prima Comunicazione).

Anche noi in Italia stiamo assistendo ai nostri scossoni tellurici con il primo e fortunato lavoro fatto su Repubblica (e Robinson) da Angelo Rinaldi e Francesco Franchi (qui l’analisi del Post) e lo sfortunato ma coraggioso tentativo sul Mucchio Selvaggio da parte di Francesca Pignataro (qui le analisi di FrizziFrizzi e Dearwaves) fino a quelli molto meno coraggiosi de La Stampa e Il sole 24 Ore.
Adesso siamo arrivati ad un’altra icona dell’editoria, storicamente indipendente e attenta ai sommovimenti della cultura di massa come da sempre lo è Rolling Stone che dal mese di Luglio cambierà decisamente stile e, a giudicare dall’eco che sta avendo, la cosa ha appassionato più di quanto mi aspettassi.
Se qualcuno si vuole fare un’idea del cambiamento che anche la storica rivista underground americana, nata nel 1967 a San Francisco, ha deciso di affrontare, ecco qua qualche link dove poter approfondire le analisi ed i commenti che sono comparsi un pò dappertutto.

Alcuni ottimi approfondimenti potete leggerli su Design Taxi, storico sito di grafica, design e (oramai ahimè) molto costume, Underconsideration, Eye on Design e la nostra italianissima Rivista Studio che ne entra nel dettaglio dimostrandosi come spesso accade una delle poche realtà attente a questi aspetti.

Ma prima di vedere in cosa consiste questa rivoluzione, forse a qualcuno interessa anche sapere come nasce il famoso logo tipografico di Rolling Stone e che percorso ha avuto prima di giungere a quest’ultima mutazione targata 2018.
Il primo direttore artistico, Robert Kingsbury, che in realtà era uno scultore e non un designer, chiese nel 1967 al grande artista psichedelico Rick Griffin di disegnare il logo. Griffin mandò una bozza realizzata a matita per l’approvazione e questa bozza divenne immediatamente lo storico logo utilizzato poi per diversi anni.

Rick Griffin
Rolling Stone, n.1, 1967

La versione che tutti noi conosciamo venne invece presentata a metà degli anni Settanta dal grande type designer Jim Parkinson a Roger Black che, dopo Salisbury e Tony Lane era subentrato nel ruolo di art director della rivista.
Parkinson ha alterato il design di Griffin pur mantenendone il DNA artigiano e manuale, modificando le maiuscole in minuscole ed eliminando i cosiddetti swash.

Oggi, per la prima volta dopo decenni, il logo di Rolling Stone non avrà più la sua storica tridimensionalità che è stata così tanto importante nel rendere unico questo marchio, forse anche più della stessa forma del lettering.
Questa nuova linea – disegnata ancora da Parkinson – riesce a mantenere viva la tradizione ma, al contempo, getta un ponte nella contemporaneità che sembra sempre più voler eliminare tutto ciò che è superfluo.

www.underconsideration.com

La storia di Kim Gordon e la vita dentro una band leggendaria

Ci sono pochi artisti che ispirano tale riverenza come Kim Gordon. In “Girl in a Band” viene raccontata con dettagli e foto inedite, l’incredibile storia della sua famiglia, del suo lavoro nelle arti visive, il suo trasferimento a New York, gli uomini nella sua vita, il suo matrimonio, il suo rapporto con sua figlia, la sua musica e soprattutto la sua band ed il rapporto con la scena musicale internazionale.
Il libro è una vera e propria chicca per appassionati, disponibile in versione economica, deluxe e limited.


È una memoria che ci riporta alla New York perduta degli anni ’80 e ’90, quella che ha dato alla luce il fenomeno unico ed irripetibile dei Sonic Youth e la rivoluzione alternativa nella musica popolare da loro guidata.
Ma al suo interno, “Girl in a Band” è anche un’analisi interessantissima di ciò che significa vivere e lavorare in una band e cosa succede quando questa si dissolve.
Editore: Faber & Faber
288 pagine, 15,5 x 23,5 cm, libro in brossura

Un libro ricostruisce la storia di uno dei locali di Londra più famosi al mondo

Il 100 Club, lanciato nel 1942 come Feldman Swing Club, era frequentato durante la seconda guerra mondiale dai militari e dalle stelle del jazz come BB King e Muddy Waters negli anni ’50, ma è stato negli anni ’70 quando che è diventato un luogo storico e di culto per la scena punk ospitando il “The 100 Club Punk Special”, un evento che comprendeva band quali Sex Pistols, Siouxsie e Banshees, The Clash, Buzzcocks e The Damned, praticamente il punk e tutto la cultura underground che esso stava lanciando nel mondo.

Per celebrare questo leggendario club Fred Perry e Ditto pubblicano adesso un libro di storie e aneddoti sulla sua storia lunga 75 anni. Dai musicisti che hanno suonato lì alle persone dello staff del bar fino ai clienti che hanno servito.. ogni storia è una storia unica che aggiunge pagine alla leggenda ed al mito di questo club.
Tuttavia non erano solo le band la forza di questo locale indipendente, ma anche e soprattutto le tribù di fan che stavano scoprendo il punk e l’intera cultura underground che esso trascinava con se.
La copertina bianca serigrafata in viola, le carte interne colorate e gli inchiostri speciali utilizzati , uniti alle fotografie di artisti come Elaine Constantine, rendono questo volume un opera ricercatissima come si conviene per una delle istituzioni più amate del Regno Unito.

L’amore per i loghi vintage e la loro classificazione può dare risultati eccezionali

Reagan Ray è un ragazzo con i capeli lunghi, nativo del Texas, che insieme a Trent Walton e Dave Rupert lavora nello studio di grafica e design Paravel a Austin.
Il suo lavoro lo ha portato a collaborare con brand quali Microsoft, Wired, Typofonderie e altri ma non lo ha mai allontanato dalla sua passione per i loghi soprattutto dal forte sapore vintage ed old style.
Attraverso il suo blog personale è infatti di questo che discute presentando sempre più spesso collezioni di loghi e non solo, suddivisi per tipologia riuscendo così a creare un vero e proprio archivio di eccezionali grafiche anche e soprattutto del passato.
Dando un’occhiata alle sue ultime pubblicazioni mi sono imbattuto in un sacco di materiale fra cui mi pare il minimo citare la raccolta di VHS del terrore parte 1 e 2, quella delle etichette di abbigliamento in stile Far West, dei loghi delle ferrovie statali americane e quella dei loghi delle case di distribuzione di VHS.

Railway Logos
Railway Logos

Quest’ultima riporta un gran numero dei loghi di società che vengono stampati sul retro e sul dorso della confezione del VHS ma si tratta di un numero così alto che secondo Reagan se ne possono contare oltre 2.000.
Alcune di queste società sono ancora attive anche se credo non si occupino più di film in VHS..

VHS Distributor Logos
VHS Distributor Logos

Devo però ammettere che la lista che più mi ha impressionato e affascinato è senz’altro quella relativa ai loghi delle etichette discografiche che trovo davvero splendida e ricca di spunti creativi e originalità. In questo caso si tratta davvero di un lavoro abnorme tenuto conto che le stesse etichette potevano cambiare logo anche da Stato a Stato e sono soggette ad un’attività incessante di rebranding.
Quindi quesllo di Reagan non si tratta di un lavoro esaustivo, ma che comunque rende assai bene la sconfinata quantità di materiale che esiste sul tema e fa intravedere la bellezza che potrebbe scaturire da un lavoro davvero scientifico di ricerca e di archivio.

Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos

Sto cercando di capire il perché impazzisco per i celebrity pattern di My metal Hand

Gainesville è una città degli Stati Uniti, capoluogo della Contea di Alachua, nello Stato della Florida e proprio qui lavora Jeff T. Owens, da alcuni conosciuto come JTO, mentre dai più come My  Metal Hand.
Il lavoro di Jeff può tranquillamente rientrare nel grande universo del pop graphic, quell’universo grafico popolato – soprattutto negli U.S.A. – da illustratori e creatività che traggono le loro maggiori idee dal mondo della musica, della TV e più in genere dello star system.
Anche Jeff rende l’immancabile tributo stilistico a colui che forse per primo ha davvero capito la bellezza che si può nascondere dietro ad un ritratto di Bob Dylan o di qualsiasi altra star, quel Robert Crumb che davvero si può dire che ha dato inizio al tutto.
Da qui però inizia il mistero per cui, da giorni, non riesco a stare senza dare una sbirciata a quelli che lo stesso Jeff definisce i suoi Celebrity Patterns, una raccolta ancora in corso d’opera di suoi lavori che, partendo dal lavoro su un personaggio celebre, arriva ad uno sfondo moltiplicato e simmetrico che i miei occhi non riescono a non ammirare.

 

Una serie di poster generati da modelli matematici rendono visibile il suono della musica

Gunther Kleinert è un interior designer che vive e lavora ad Amburgo, in Germania. Nel suo curriculum si nota che quando aveva 20 anni ha vissuto per un periodo di tempo nel Devon, in Inghilterra. Questo per imparare l’arte del restauro e costruzione di mobili e arredi. Poi è tornato ad Amburgo per conseguire la laurea in Disegno Industriale presso l’Università di Belle Arti nel 2008.
Oggi può vantare più di 10 anni di intensa esperienza interdisciplinare nella progettazione di prodotti e spazi interni. Oltre a progettare mobili, interni ed esposizioni per aziende del come Rolf Benz, FC Bayern Monaco e molti altri.
Vi parlo di Gunther perché ha realizzato un progetto che a me ha davvero colpito innanzi tutto perché fonde insieme mondi apparentemente distanti e lo fa in modo del tutto nuovo ed originale.
I due poli su cui si basa questo lavoro sono da una parte il cosiddetto generative design, un processo di progettazione basato sull’Intelligenza Artificiale che consente ai sistemi di generare proposte, suggerimenti se non addirittura componenti e parti di progetto a chi sviluppa prodotti e soluzioni.
Dall’altra la passione per la musica di Gunther, appassionato chitarrista.
Il suo obiettivo è quello di usare il suono e la musica per tentare di visualizzare in diretta ciò che può essere ascoltato ma finora non visto dall’occhio. Da qui ha creato alcuni modelli matematici su cui proprio non ho intenzione di addentrarmi che riportano in forma grafica il suono della musica.

Inizialmente ne ha stampati alcuni su una stampante laser, ma non era totalmente soddisfatto dei risultati finché non si è imbattuto in un vecchio plotter a penna della metà degli anni ’80, quelli che all’epoca erano furono una vera rivoluzione soprattutto per gli architetti che potevano elaborare i loro piani con la macchina, piuttosto che a mano. Con questo Gunther è riuscito a stampare linee con inchiostro e pennarelli molto più definite e questo ha fatto si che il progetto vedesse la luce.
A guardare la grafica generata da modelli musicali viene subito alla mente il lavoro di Manfred Mohr e tutto il filone minimale della grafica e dell’architettura.
La serie delle visualizzazioni musicali ha un processo abbastanza complesso. In primo luogo, viene creato il file audio tramite un codice che legge ed estrae determinati parametri come le curve di ampiezza di frequenza, il beat, la dinamica generale ecc. All’interno del codice si impostano i parametri per la visualizzazione grafica per poi convertire l’output in modo che sia stampabile con il plotter con la relativa impostazione dei colori ecc.
Credo però che adesso sia giunto il momento di dare un’occhiata a questi lavori…

Esbjörn Svensson Trio, Believe Beleft Below
Keith Jarrett, The Köln Concert, Part I

Keith Jarrett, The Köln Concert, Part II C
The Rolling Stones, Gimme Shelter

Un libro raccoglie i poster punk dell’Est Europa dei primi anni Ottanta

Mentre assistiamo in questi giorni e mesi ad un prepotente assalto delle politiche di una destra pericolosa e prepotente in Polonia ed in Ungheria, è interessante notare come invece circa 30 anni fa questi stati furono dei veri e propri laboratori vivaci e scoppiettanti dove nacque e si sviluppò il movimento punk.
Le band punk e new wave erano moltissime ed alla costante ricerca di visibilità, pur volevano mantenere il loro status di fenomeni underground. Proprio in questa scena sono stati creati poster che con il tempo hanno preso il nome di  antiplakas.


Si tratta di un fenomeno visivo, di un vero e proprio stile grafico che rappresentava anche e soprattutto un codice di comportamento per chi si riconosceva un’estetica della cultura giovanile chiamata Kádár.
Questi poster ebbero una vita brevissima prima che venissero strappati e cancellati eppure hanno funzionato in quello che era il loro scopo principale: comunicare la via e gli spostamenti dei concerti e delle band del periodo.
“Golden Age of Hell” è un enorme libro eccezionale realizzato da due collezionisti György Szabó e Tamás Szőnyei.
Il mondo underground resiste e vive pulsante, più o meno nascosto, anche in queste splendide attività di rivisitazione che dimostrano, se mai ce ne fosse bisogno, che il tempo cambio ma non cancella.

Italianism porta a Napoli un evento unico dove si celebra il matrimonio fra musica e grafica

Italianism riparte dalla musica italiana” con questo gustoso claim, Renato Fontana presenta il suo ultimo progetto che porterà a Napoli la quinta edizione della conferenza creativa indipendente che negli anni è diventata un appuntamento che in molti, non solo il sottoscritto, attendono con ansia.
Oltre 100 contributi di artisti e creativi per due giorni speciali all’insegna del pop e della cultura visiva tutto rigorosamente made in Italy.

Una due giorni che si svolgerà il 10 e 11 Maggio 2018 nella splendida cornice della Reggia di Portici a Napoli e che vedrà alternarsi mostre, talk e molto, molto altro… ma andiamo un pò a spulciare nel programma.
L’edizione 2018 di Italianismruota attorno al rapporto fra la musica italiana degli ultimi 50 anni e la sua rivisitazione, la sua ispirazione grafica e più in generale la sua creatività vista attraverso gli speciali filtri di giornalisti, designer, fotografi, art director, e di altri professionisti che lavorano all’interno del poliedrico mondo del pop.
Il programma è davvero interessante e si snoda fra una sfida tutta da gustare, chiamata per l’occasione Creative Match in cui 11 tra le più importanti università/accademie/scuole di specializzazione dell’area comunicazione/creatività/arte italiane si affronteranno live su un brief avente per oggetto un progetto di comunicazione richiesto da un vero committente.
Le squadre che potrete vedere all’opera rappresentano quanto di meglio c’è oggi in Italia in tema di creatività: AANT Roma, ABAN Napoli, IED Milano, IED Roma, IUAD Napoli, Politecnico Milano, Politecnico Torino, Quasar Roma, RUFA Roma, Sapienza Roma, Università Federico II Napoli.
Ci sarà l’opportunità di partecipare alla Creative Conference dal titolo “Le parole della musica italiana” ed alla mostra “Forma e funzione per la musica” dove viene indagato il rapporto tra Musica e Design attraverso il racconto delle aziende, dei laboratori e delle persone che in Italia hanno saputo innovare il mondo dei supporti musicali, degli apparecchi per la diffusione del suono e degli strumenti musicali.
Se questo non bastasse è in programma una masterclass di John Barnbrook, il grande creativo inglese noto per il sodalizio artistico pluriennale con David Bowie e, per finire, due eventi come “Italianisimm” con 21 eccellenze autoriali della musica napoletana raccontate attraverso altrettanti scatti fotografici e illustrazioni, forse l’evento che aspetto con maggior interesse, “Dieci copertine”, la presentazione dei 30 artwork vincitori del contest online aperto a tutti dove  dieci copertine di dischi importanti per la musica italiana degli ultimi cinquanta anni sono state reinterpretate liberamente da creativi che sicuramente sorprenderanno come Silvia Boschero. Damir Ivic, Raffaella Oliva, Luca Pacilio, Carlo Pastore, Francesca Pignataro, Claudio Rossi Marcelli, Barbara Santi, Gianni Santoro e Giorgio Valletta.

Francesca Depalma[/caption]

Insomma Italianism è un evento da non perdere sia per gli amanti della musica che per tutti coloro i quali vivono e lavorano per la grafica ed il design. Un momento unico nel panorama italiano per originalità della proposta e per livello di realizzazione di cui deve senz’altro esser dato merito al gruppo di Renato Fontana che comprende, a vario titolo, anche Giovanna Talocci (Curatela mostre), Loredana De Luca (Organizzazione locale), Printaly (Produzione), Studio Mistaker (Branding) e Francesca Pignataro (Concept).

Grottangeles
Chiara Clerici

La rivoluzione grafica nei dischi disegnati da Reid Miles per la storica etichetta jazz Blue Note Records

Dopo la sua designazione come Goodwill Ambassador for Intercultural Dialogue dell’UNESCO per il Dialogo Interculturale il 22 luglio 2011, Herbie Hancock annunciò la sua intenzione di creare una Giornata internazionale per celebrare il ruolo diplomatico della musica jazz e scelse il 30 Aprile.
Nel Novembre 2011, a seguito di una favorevole raccomandazione del Comitato Esecutivo, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha proclamato ufficialmente il 30 Aprile come l’International Jazz Day riconoscendo il jazz come “un mezzo per sviluppare e aumentare gli scambi interculturali e la comprensione tra le culture allo scopo di comprensione reciproca e tolleranza“.
La data del 30 Aprile è stata inizialmente proposta per l’International Jazz Day in modo da essere il gran finale dell’aprile Jazz Apprezzation Month (JAM), uno dei più importanti appuntamenti Jazz di tutto il mondo.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente inserito la Giornata Internazionale del Jazz nel suo calendario ufficiale nel Dicembre 2012.

Proprio qualche giorno dopo questa data, mi viene voglia di ripercorrere brevemente insieme a voi il viaggio lungo la via della memoria di quella che è stata una vera e propria rivoluzione tipografica effettuata dal grande grafico Reid Miles per Blue Note Records (qui trovate una bella carrellata di lavori dal sito Jazz nella storia).
Con il suo straordinario design visivo Reid Miles, il graphic designer e fotografo nato a Chicago ha portato la tipografia nel jazz.
Dopo aver lavorato a New York nei primi anni ’50 per la rivista John Hermansader e Esquire, Miles fu ingaggiato nel 1955 da Francis Wolff dell’etichetta discografica jazz Blue Note per la progettazione delle copertine degli album quando l’etichetta iniziò a pubblicare le loro registrazioni su 12 ” LP.
Miles disegnò più di cinquecento copertine, incorporando spesso le fotografie delle session di Francis Wolff e, più tardi, direttamente le sue all’interno di grafiche al tempo mai viste.
Miles non era particolarmente interessato al jazz, professando di avere molto più interesse per la musica classica.
L’uscita di scena di Alfred Lion come produttore discografico nel 1967 coincise con la fine del legame di Miles con la Blue Note che può essere ammirato sfogliando il libro “The Cover Art Of Blue Note Records” di Graham Marsh e Glyn Callingham.

L’abilità artistica di Miles ha reso la Blue Note un case study per il suo design unico, nuovo e sperimentale.
Miles ha fatto letteralmente suonare le cover come se il suo design astratto emettesse musica fatta da simbolismi, tipografia e colori. I suoi disegni immediatamente riconoscibili erano un esperimento, suo un modo unico di suonare il jazz che non si è mai fermato.
Un certo numero di altri designer ha contribuito a ciò che Blue Note è diventato come Shawn Hazen, Paul Bacon, John Hermansader e addirittura l’onnipresente Andy Warhol.

Swissted è il progetto che ricrea i poster dei concerti delle migliori band indie seguendo le regole del modernismo svizzero

Attenzione, questo è un articolo lungo e articolato e quindi, molti di voi, immagino che molleranno arrivati a questo punto. Bene, solo pochi arriveranno in fondo.

Swissted è un progetto del graphic designer Mike Joyce proprietario di Stereotype Design uno studio grafico di New York specializzato in progetti di multidisciplinari per l’industria dell’intrattenimento.. Attingendo dal suo amore per il punk rock e per il modernismo svizzero, due movimenti che non hanno quasi nulla a che fare l’uno con l’altro, Mike ha avuto l’idea geniale di ridisegnare i volantini vintage punk, hardcore, new wave e indie rock in base alle linee guida tipografiche tipiche proprio del modernismo svizzero.
Ogni lavoro è rigorosamente impostato su un minuscolo Berthold Akzidenz ed è bene far notare che ognuno dei poster creati si riferisce ad un concerto realmente esistito.

Dopo il successo travolgente ricevuto nella fase iniziale del progetto sia dai fan del graphic design che da quelli delle band presenti nei poster, Mike ha deciso di creare un negozio ufficiale che ha chiamato appunto Swissted dove tutti i poster sono stampati in HQ su carta opaca e disponibili in tre misure.
I manifesti di Swissted sono stati anche oggetto di mostre in alcuni dei luoghi più suggestivi del mondo quali il Victoria & Albert Museum di Londra, del Museum of Contemporary Art di Chicago, del Baltic Centre of Contemporary Art e dello spazio espositivo di Tokyo Terrada.
Per fortuna, “Swissted” è diventato anche un libro che presenta oltre 200 poster di leggendari gruppi come The Clash, The Pixies, Green Day, The Ramones, The Sex Pistols, The Replacements, Dead Kennedys, Public Image Ltd., The Cure, Danzig, Pearl Jam e Nirvana.

 

 

Un libro ripercorre la storia degli strumenti utilizzati per registrare la musica dal 1800 ad oggi

Un sacco di libri eccellenti sono stati scritti sul design della dei dischi e quello che vi presento oggi si aggiunge a questa lista. Prima che Alex Steinweiss pensasse che il disco dovesse essere un’opera grafica e si mettesse a creare i capolavori della Columbia Record con opere d’arte originali, i dischi venivano venduti in basiche buste colorate opache con fori perforati al centro, in modo che i dettagli del disco potessero essere letti dall’etichetta centrale. Dopo il 1939, data in cui Steinweiss iniziò la sua attività di splendida innovazione estetica, le vendite dell’industria discografica si impennarono e l’importanza dell’immagine di un disco – e successivi prodotti – non si è più fermata.
La Blue Note Records ha assunto negli anni Sessanta addirittura Andy Warhol mentre per le cover dei dischi della CBS Records si è pensato alla grandissima Paula Scher con gli album di Charles Mingus e dei Cheap Trick.
“The Art of Sound: A Visual History for Audiophiles” di Terry Burrows è lo splendido volume che documenta la storia di come la musica registrata è stata prodotta e commercializzata nel tempo a partire dalle origini dei primi del 1900 e seguendo la sua evoluzione nell’era digitale di oggi.
Burrows ha messo insieme questa storia incredibile perlustrando realtà storiche del mondo della produzione musicale quali la EMI Archive Trust, uno degli archivi di musica e tecnologia più grandi e diversificati del mondo.

The Chocolate Record Player (1902)

Burrows divide i suoi capitoli nei quattro periodi più importanti delle musica in studio: acustico, elettrico, magnetico e digitale.
Oltre 800 illustrazioni riempiono queste pagine con incredibili reliquie tutte usate almeno una volta per consegnare il suono agli ascoltatori nel tempo.
Si scopre così che nel IX secolo a Baghdad in Iraq, i fratelli Banū Mūsā escogitarono il primo sequencer musicale usando una serie di orologi alimentati ad acqua che potevano ripetere modelli di fischi e tamburi.

Portable Music (1967)

Un altro aspetto fantastico di questa storia è come le tecnologie di registrazione si sono sviluppate nel tempo. Fino agli anni ’20 le registrazioni infatti veninvano realizzate con mezzi meccanici, ma la valvola termoionica ha inaugurato un’era nuova per la registrazione del suono. Durante i primi anni del ventesimo secolo, esperimenti sull’uso dell’elettricità per trasmettere le onde radio e amplificare il suono hanno portato all’utilizzo dei singoli microfoni per effettuare diverse registrazioni.
Arriviamo poi a fenomeni più facili da rcordare per alcuni di noi, la cosiddetta Portable Music del 1967, la cassetta compatta che rivoluziona il modo in cui la musica viene consumata. Piccole macchine portatili alimentate a batteria come il Telefunken Magnetophone CC Alpha permettevano alle persone di portare con sé la propria musica preferita ovunque si trovassero, qualcosa che in precedenza era del tutto impossibile.
Terry Burrows, esperto di musica e audio, ci guida quindi attraverso l’evoluzione di ogni era tecnologica in un testo informativo e coinvolgente intervallato da concise biografie dei grandi innovatori, da Emile Berliner a Thomas Stockham.

 

Un libro illustrato vi guida attraverso la storia dei più memorabili concerti della storia del rock

Da sempre ho molti amici che, più o meno, a diversi livelli, girovagano intorno al mondo della musica. Se per voi è un pò lo stesso, il libro di oggi penso sia un’idea interessante per i prossimi regali o, se proprio non resistete, per aggiungere un bel volume illustrato e profondamente rock’n’roll alla vostra libreria.
Stiamo parlando di “Where’s My Welly: A Rockin’ Seek and Find“, volume edito da Laurence King ed opera di una strana coppia formata da Matt EverittJim Stoten.
I grandi concerti rock, quelli famosi in tutto il mondo come Glastonbury, Reading, Coachella, South by South West e un tempo Woodstock e l’Isola di Wight.
I Beatles, i Rolling Stones, gli Oasis, Jimi Hendrix. Oppure le tende, i furgoni, il backstage, gli impianti di illuminazione e, per che no, quel fango che dal 1969 sembra essere diventato un elemento imprescindibile per ogni festival estivo che si rispetti.

Matt Everitt è un presentatore, giornalista, consulente musicale e produttore della BBC & BBC Radio.
Jim Stoten è invece una mente colorata. Disegnatore dal tratto tipico, forte e deciso le cui grafiche consistono in vasti e intricati paesaggi pieni di personaggi colorati e folli.
Questo libro celebra i più grandi festival musicali di tutti i tempi in un formato editoriale importante sdrammatizzato della grafica di Stoten. Per ogni festival, oltre ad un utilissima ed interessantissima guida storica della manifestazione, vengono riportati gli headliner e gli highlights dove trovate da Bob Dylan Blur, dai Pearl Jam a chiunque abbia varcato uno di questi storici palchi.

Robert Crumb ha disegnato 36 carte da gioco per i 36 maestri del blues del Delta del Mississippi

Il libro che vi presento oggi è un volume che forse è un pò datato visto che è uscito oramai nel 1980 ma non per questo meno interessante.
i tratta di una raccolta di illustrazioni, di cards più correttamente, disegnate dal genio di Robert Crumb, uno che la storia della grafica e del fumetto in particolare non l’ha solo studiata, ma l’ha scritta con le proprie opere, il proprio stile, la sua irriverente innovazione.


Tralascio per rispetto di Crumb la sua storia che potrebbe essere benissimo oggetto di un volume a se stante e mi concentro sul libro “Heroes of the Blues Trading Card Setche proprio un libro non è, ma è bensì un mazzo di carte vero e proprio.
Come detto la prima edizione del set di carte “Heroes of the Blues” di Robert Crumb viene pubblicato nel 1980 da Yazoo Records, un’etichetta discografica americana fondata alla fine degli anni ’60 da Nick Perls specializzata nei primi blues americani, country, jazz e altri generi rurali noti collettivamente come roots music.

 

Robert Crumb, noto fan e musicista di blues, country e jazz, ha creato il suo set di carte da gioco composto da 36 bellissimi ritratti di blues leggendari come Blind Blake, Mississippi John Hurt, Blind Gary Davis a Son House, Charley Patton, Blind Lemon Jefferson e altri. Il testo biografico sul retro di ogni carta è stato scritto dal famoso storico e scrittore Blues Stephen Calt.
Dal 10980 ad oggi “Heroes of the Blues Trading Card Set” è stato ristampato molte volte ed in molti paesi del mondo e le immagini sono state utilizzate per diversi calendari, come copertine di album e CD e sono state infine inserite in un bel libro.


Il gruppo dei bluesman illustrati comprende:
1. William Moore 2. Peg Leg Howell 3. Clifford Gibson 4. Blind Blake 5. Frank Stokes 6. Jaybird Coleman 7. Blind Willie Johnson 8. Scrapper Blackwell e Leroy Carr 9. Blind Lemon Jefferson 10. Curley Weaver e Fred McMullen 11 Whistler & His Jug Band 12. Mississippi Sheiks 13. Rube Lacey 14. Skip James 15. Bo-Weavil Jackson 16. Furry Lewis 17. Sam Collins 18. Ramblin ‘Thomas 19. Sleepy John Estes 20. Cannon’s Jug Stompers 21. Memphis Jug Band 22. Big Bill Broonzy 23. Roosevelt Sykes 24. Blind Gary Davis 25. Papa Charlie Jackson 26. Charlie Patton 27. Buddy Boy Hawkins 28. Barbecue Bob 29. Ed Bell 30. Blind Willie McTell 31. Son House 32. Memphis Minnie 33. Mississippi John Hurt 34. Tommy Johnson 35. Peetie Wheatstraw 36. Bo Carter

Le etichette discografiche politiche di tutto il mondo racchiuse in una enciclopedia stampata in risograph

Josh MacPhee è un designer, un artista e soprattutto un archivista che opera a Brooklyn. È uno dei fondatori della Cooperativa di artisti Justseeds ed in passato ha progettato copertine di libri per molti editori (antumbradesign.org).curato una mostra ed il relativo catalogo sui materiali prodotti da movimenti sociali con sede a Brooklyn. Il suo interesse per i movimenti culturali e politici di Brooklyn e più in generale di tutto il mondo lo hanno portato nel tempo a produrre numerosi prodotti editoriali fra cui ricordo “Signs of Change: Social Movement Culture” e soprattutto “Signal: Journal of International Political Graphics and Culture“.
Quest’ultimo splendido progetto è composto da una serie di libri – ancora in corso di pubblicazione – interamente dedicata alla documentazione ed alla condivisione dei materiali riguardanti la grafica politica, i progetti creativi e la produzione culturale delle lotte internazionali di resistenza e liberazione. La bellezza di “Signal” sta infatti nel suo incessante e rigoroso scavare in profondità nella storia per portare alla luce questo ruolo spesso trascurato ma essenziale che la grafica ed in generale l’arte e la cultura hanno giocato nelle lotte di tutto il mondo.
Signal è pubblicato da PM Press.

Quello di cui vi parlo oggi è invece l’ultimo dei suoi progetti, il libro dal titolo “An Encyclopedia of Political Record Labels” composto da 60 pagine di piccolo formato stampato in risograph a 4 colori.
Dall’A-Disc (l’etichetta discografica del movimento operaio svedese) a Zhongguo Changpian (l’etichetta statale della Repubblica popolare cinese), questo libro è un compendio di 230 etichette discografiche che hanno prodotto musica politica nel periodo compreso tra il 1965 e il 1990, quello che è considerato il periodo d’oro del disco in vinile. Ogni voce presenta il logo dell’etichetta e una breve sinossi della sua storia e ogni altra informazione interessante. Un progetto internazionale che vede rappresentati oltre 25 stati differenti.
La prima edizione del libro è andata esaurita appena messa sul mercato e, grazie alle migliaia di ulteriori segnalazioni da parte di studiosi, produttori e semplici appassionati Josh ha prodotto una seconda edizione rivista e integrata.

Un fantastico libro illustrato sul mondo del basket e i suoi campioni

Shea Serrano è uno scrittore e illustratore di Houston, Texas, conosciuto oramai da qualche anno per i suoi lavori a metà strada fra l’underground e lo street e il mainstream più classico. Con il precedente libro, intitolato “The Rap Year Book“, aveva fatto il botto; il New York Times ed il Washington Post lo avevano lanciato in cima alla liste dei bestseller e la rivista specializzata Billboard lo ha nominato uno dei 100 migliori libri di musica di tutti i tempi.

Nell’ultimo volume Serrano ha scelto di affrontare un altro tema caro al mondo dello street style, il basketball.
Chi è il più grande di tutti i tempi? Quale versione di Michael Jordan è stata la migliore? Cosa è permesso e assolutamente non permesso in una partita di pallacanestro? “Basketball (and Other Things)” presenta ai lettori 33 capitoli arricchiti dalle illustrazioni di Arturo Torres. Come si legge in un bel pezzo comparso su Ultimo Uomo su questo libro, “quando Shea Serrano e Arturo Torres si sono casualmente conosciuti poco prima della deadline per “The Rap Year Book”, è scoppiata immediatamente la proverbiale scintilla, formando quel tandem di supereroi messicani che il mondo aspettava da tempo. Da allora i due lavorano in simbiosi: insieme hanno creato una newsletter che regalava dei segnalibri fantastici (ovviamente solo negli States *sad/grrr reaction*) e ormai ogni volta che leggo una storia di Shea la mia mente disegna con i tratti della matita di Arturo. “Mi piace usare le illustrazioni perché mi aiutano a dare vita alle immagini che ho in testa e credo che aiutino anche il lettore ad immergersi nelle cose più strane che scrivo”, scrive via mail”.
Fantastica è la passione di Shea per le liste, liste di tutto e su tutti fra cui una, imperdibile, che si chiama “Dovremo fare un capitolo che è fatto solo da liste?” di cui una è addirittura dedicata a “Quali sono i 10 giocatori che portavano meglio i calzini alti”.
Le 233 coloratissime pagine hanno conquistato anche Barack Obama, che lo ha inserito  nella sua lista dei dieci libri del 2017 insieme a “Coach Wooden and Medi Kareem Abdul-Jabbar.
Questo libro è un must per chi è rimasto sveglio fino a tarda notte a guardare le giocate sul parquet dei campionissimi NBA e vuole godere di un libro bello, divertente e molto, molto interessante.
Basketball (and Other Things) è pubblicato da
Abrams Image.

 

 

Cosa succede quando uno dei più importanti grafici americani incontra uno dei più importanti produttori di accessori per chitarre della storia della musica?

Quella che vi propongo oggi è una bella storia americana fatta di talento, tradizione e musica, tanta e ottima musica.
Partiamo dal primo dei due protagonisti: Ernie Ball.
Ernie è uno dei produttori più importanti del mondo di accessori per chitarra e basso. Una carriera che rimanda alle classiche storie americane, iniziata oramai nel lontano 1962 producendo corde per chitarra elettrica e basso di alta qualità. Per darvi un’idea di chi stiamo parlando, scelgono regolarmente i servirsi da Ernie personaggi del calibro di Paul McCartney, Keith Richards, Eric Clapton, Tool, Elvis Costello, Green Day, Slash, Jimmy Page e Buddy Guy. Tutti hanno suonato le corde di Ernie Ball.

L’altro protagonista della storia è Aaron Draplin.
Cresciuto con la classica fierezza americana nello sperduto e sconfinato Midwest, ha poi iniziato a lavorare a Detroit. Siamo nel 1973. Cresciuto in un flusso costante di creatività che ha sfamato con i classici elementi della cultura pop quali Lego, Star Wars, skateboard e snowboard, a 19 anni si trasferisce nell’Oregon dove prende il via la sua folgorante carriera di grafico tramite un primo disegno su di uno snowboard Solid. Da li in poi solo successi, dal lettering al logo design, fino a campagne pubblicitarie e poster art.
Dal 2004 Aaron è a capo della sua creatura: Draplindustries Design Co.


Ma eccoci alla nostra storia.
La storia della musica con Ernie Ball e la grafica di uno dei designer americani più apprezzati al mondo, Aaron Draplin di Draplin Design Co hanno collaborato per creare una serie di piccole opere d’arte in edizione limitata che celebrano i colori iconici e vibranti del rock’n’roll tramite il packaging delle corde più vendute e più popolari al mondo.
Come detto è la storia di un matrimonio, un’unione che vede il talento di Aaron al servizio di un’idea di Ernie per creare qualcosa di unico pensato esclusivamente per coloro i quali amano la storia e la grafica del rock’n’roll. Un piccolo gioiello che ai veri cultori non potrà certo passare inosservato.
Una serie di piccoli poster in stampa offset dalla copertina opaca. Un set completo che comprende 6 tipi diversi di corde di tutti e sei i poster del progetto che ha preso il nome di “Colours of Rock and Roll“.

Per chi fosse interessato, fino ad esaurimento dei pochi esemplare prodotti, le corde “Colours of Rock and Roll” sono in vendita qui.

In un elegante libro fotografico in bianco e nero si restituisce gli anni Ottanta di Londra dove nacque il movimento New Romantic.

Poursuite è un editore francese specializzato in fotografia e argomenti correlati che ha prodotto questo affascinante volumetto di cui oggi vi voglio parlare.
“Blitz Club Blitz Kids è un’elegante raccolta di immagini scattate durante il 1980 dal fotografo Homer Sykes dai cosiddetti Blitz Kids nel famoso club di Covent Garden chiamato Blitz Club.
Il Blitz Club era il luogo dove Steve Strange, un’artista camaleontico, seguiva la religione del Duca Bianco (aka David Bowie) e imponeva il suo personalissimo dictat di selezione al suo stranissimo ed originalissimo pubblico. Una volta entrati al Blitz Club, culla dell’eccesso, le libertà regnavano supreme e le inibizioni erano morte e sepolte a favore di nuove calde e controverse esperienze. La storia narra che celebrità di quegli anni, Boy George, Rusty Egan, Princess Julia, Billy Idol e David Bowie su tutti, erano parte integrante del locale stesso che in poco tempo da fenomeno stilistico divenne vero e proprio manifesto di una generazione stanca della cultura punk troppo aggressiva e alla ricerca di un nuovo e più sofisticato culto estetico.
Infatti, negli anni ’70 la Gran Bretagna era ancora nel mezzo della depressione economica con una settimana lavorativa di tre giorni a causa di una disoccupazione ancora in forte aumento.
Steve Strange, un giovane imprenditore gallese, era arrivato a Londra, e si stava facendo un nome per l’organizzazione di concerti di gruppi punk. Collaborando con l’amico e batterista Rusty Eagan, si iniziarono a far conoscere nei club organizzando le cosiddette Bowie Nights, quasi sempre di martedì sera in un seminterrato sotto un bordello di Soho. Nel 1979 abbandonarono quel luogo angusto per trasferirsi in un wine bar senza troppe pretese a Covent Garden. Un locale decorato con i manifesti della Seconda Guerra Mondiale e una fotografia del primo ministro Winston Churchill. Nei loro martedì mentre Rusty faceva il DJ, Steve imponeva una severa politica di selezione all’ingresso facendo entrare solo quello che lui definiva “strano e meraviglioso”. Per darvi un’idea, uno come Mick Jagger è stato più e più volte bloccato.
Il Blitz Club iniziava a fare notizia.
Era frequentato da molti studenti di moda che erano stufi del genere punk e volevano esprimersi in modo diverso, molti in un modo molto più androgino, ambiguo, provocante. Il Blitz Club fu un banco di prova per le loro idee sulla nuova estetica, sul design e sulla moda facendo diventare questo nuovo look famoso con il nome di New Romantic.
Il libro, di 32 pagine scritte in inglese e francese, in un bianco e nero senza dubbio elegante, ricercato e privo di fronzoli, restituisce alla perfezione il clima e lo spirito dell’epoca.
Ottima testimonianza, ottimo esempio di ricostruzione di un periodo fra i più innovativi degli anni Ottanta. E’ possibile acquistarlo qui.

Recorder Magazine, un innovativo magazine musicale UK sta per diventare realtà

Recorder è una nuova rivista musicale che uscirà a cadenza semestrale e che intende affrontare gli artisti del mondo della musica attraverso illustrazioni, infografiche, testi longform e tanto altro.
Recorder è un’idea di Dan Tickner, nome inglese molto conosciuto nell’ambito musicale per aver collaborato con testate come The Guardian, Vice e The Huffington Post dove analizza le tendenze musicali contemporanee mentre scrive pezzi di approfondimento su fashion e calcio su riviste quali The Green Soccer Journal e Soccer Bible.

Dan ha creato una raccolta su Kickstarter che ha già raggiunto la somma prevista e quindi non dobbiamo far altro che attendere il primo numero cartaceo che si annuncia assai interessante. La descrizione che infatti Tickner ha dato della sua creatura per raccogliere fondi mi ha davvero incuriosito in quando inserisce – finalmente direi – elementi editoriali nuovi in un panorama come quello delle riviste musicali che sembra inspiegabilmente si sia fermato agli anni Novanta.

Recorder sarà una rivista di musica che non avrà barriere o limiti, dai Beach Boys a Frank Ocean, dagli ABBA agli XX. Un punto di incontro tra i vecchi music magazines e il mondo del fumetto. Ogni edizione sarà edizione a tiratura limitata e focalizzata su un singolo artista. Per il numero 1 è già pronto David Bowie con la prefazione di Michael Sheenla cover dell’artista brasiliano Bucher Billy ed altre chicche che non vedo l’ora di vedere stampate.

Il numero pilota che vedete – Issue Zero – si compone di ben 80 pagine di cui molte sono graficamente interessanti in quanto – finalmente direi – inseriscono elementi di infografica e di data viz anche in riviste musicali con risultati affascinanti. Si visualizzano pertanto le dieci No.1 di Bowie in tutto il mondo, i confronta il suo successo nel Regno Unito e negli USA e si ripercorrono i suoi album entrati in diverse Top Ten del mondo mostrando come la sua musica abbia intersecato almeno tre diversi generi musicali: Glam Rock, The New Romantics e Britpop, senza necessariamente averne uno del tutto suo.
Aspettiamo Recorder Magazine al varco..

 

Pentagram crea il design del nuovo album dei National, ed è tutto molto bello

Non capita spesso che io pubblichi materiali relativi a dischi o musica in genere; era proprio necessario che scendessero in campo i pesi massimi e così è stato.

Infatti stiamo parlando da una parte de I National, una delle band indie che negli ultimi anni ha riscosso più successo di critica e di pubblico, e dall’altra Pentagram forse uno degli studi di design più famosi al mondo.

La band inglese infatti, per il proprio settimo album intitolato “Sleep Well Beast”, previsto per settembre 2017 ha chiesto a Pentagram di creare un visual brand specifico per l’album con caratteristiche simili ai marchi aziendali con cui lo studio si confronta quotidianamente e che comprendesse tutto: dal disegno della cover ai materiali promozionali, dai visual promozionali al logo dell’album.

Niente capita a caso si sa, infatti questa scelta così elegante e sofisticata da parte della band ha un suo perché. Due membri dei National – tra cui Scott Devendorf, il chitarrista e basso – hanno infatti un background professionale nel mondo della grafica ed in passato hanno già lavorato negli uffici di Pentagram, New York

Nel lavoro di Pentagram il nome della band è accorciato da un logo aziendale “Ntl”, inserito in tutto il brand kit anche mediante un timbro apposito, che oltre al tradizionale merchandising della band come t-shirt, cover, poster etc, vede questa volta oggetti più solitamente idonei alle forniture aziendali come spillatrici, nastro isolante, e nastro.

L’album è stato registrato in un fienile a Hudson, New York trasformato in studio dalla band che sulla cover lo ha riportato mediante una foto in bianco e nero di Graham MacIndoe. Questo ha ispirato Pentagram per un simbolo simile alla casa che è suddiviso in pezzi (due quadrati e un triangolo) che vengono riorganizzati continuamente come un codice nei diversi oggetti del kit.

Il Disco, il CD e soprattutto il book utilizzano fotografie di MacIndoe che sono state rielaborate per dare una sensazione di fanzine vintage e per aggiungere un po ‘di calore e di anima al linguaggio visivo che rischiava altrimenti di essere troppo spinto verso il tecnicismo aziendale.

La campagna ha incluso anche i video dell’artista Casey Reas che sono stati promossi sui monitor di Times Square a New York, a Londra e Copenaghen. Un nuovo sito web – oserei definirlo con un eufemismo discretamente realizzato – è stato progettato da The Collected Works.

Tutto il lavoro di Pentagram è stato ideato e realizzato da Luke Hayman insieme a tutta la band e, non so voi cosa ne pensiate, ma a me piace sia l’idea di utilizzare registri diversi dal solito per creare e promuovere il proprio merch, sia quello che materialmente è stato prodotto visto che ho appena ordinato la t-shirt blu blu blu..

 

Un magazine solo per bassiste e chitarriste? Certo, eccolo..

She Shreds Magazine” è l’unica pubblicazione cartacea dedicata esclusivamente alle chitarriste ed alle bassiste e viene ideata e prodotta in quel di Portland, Oregon, USA da un gruppo di agguerritissime fanciulle che hanno le idee molto chiare su quello che fanno e soprattutto vogliono fare.

Il gruppo di ragazze composto da: Fabi ReynaLauren BakerCynthia Schemmer Jamie Ludwig, si è dato l’obiettivo di cambiare il modo in cui i chitarristi ed i bassisti sono rappresentati all’interno del mondo dell’industria musicale con particolare riguardo alla cultura popolare creando uno spazio di condivisione in cui le persone possono ascoltare, vedere e sperimentare ciò che significa essere una donna che suona uno strumento che per molto tempo è stato accostato solo al mondo maschile.

“Record Cover Art?” il libro di Guido Dal Prà sulla storia delle copertine musicali

“Record Cover Art?” è un lavoro di Guido Dal Prà, graphic designer di Vicenza, co-fondatore di RPTR Collective insieme ad Andrea Campesato Segnini.

Il suo lavoro di editorial design in questo libro è eccellente e ci accompagna nella scoperta dell’evoluzione grafica delle copertine e del packaging in generale che ha attraversato il mondo della musica, dall’analogico al digitale fino ai giorni nostri in cui i supporti immateriali sembra oramai che abbiano sconfitto la concorrenza, invincibile vinile a parte.

Il lavoro è la Tesi di laurea magistrale presentata da Guido Dal Prà all’Istituto Superiore per la Industrie Artistiche di Urbino ed ha visto come relatrice la dott.ssa Silvia Sfligiotti di Alizarina, l’interessante studio di comunicazione visiva fondato insieme a Raffaella Colutto per progettare sistemi di identità, prodotti editoriali, allestimenti multimediali, siti web, campagne ed eventi culturali.