“Protest” ovvero un libro che analizza la grafica di protesta degli ultimi 100 anni

Protest” è un libro edito da Lars Müller Publishers che può apparire come l’ennesimo volume sulla cosiddetta grafica di protesta mentre invece ha delle caratteristiche che lo rendono molto interessante.
Il volume infatti presenta e riflette sulle forme di protesta presenti e passate e si concentra sulle pratiche di resistenza delle comunità emarginate da un’ampia varietà di prospettive.
Protest” mostra infatti come la protesta si basi sull’ironia, sulla sovversione e sulla provocazione da una posizione di impotenza. Il suo ruolo è quello di spina nel fianco, di virus impazzito che punzecchia il sistema per sabotarne le forme di controllo e di regolamentazione della convivenza.

Dal classico “Make Love Not War” fino all’ultimo ”We are the 99%“, gli ultimi decenni sono stati accompagnati da un flusso costante di dichiarazioni e metodi e forme di resistenza.
Le forme della protesta attingono magistralmente e creativamente ai segni ed ai simboli contemporanei, sovvertendoli e trasformandoli in nuove estetiche e significati, aprendo così uno spazio che sfugge al controllo.
Illustrato con fotografie e poster,”Protest” considera le prospettive sociali, culturali, storiche, sociologiche e politologiche, nonché ottimi approfondimenti sulla teoria visiva, la cultura popolare e gli studi culturali.
Nel processo, il libro tiene conto in particolare di sviluppi contemporanei come la virtualizzazione della protesta, come è stata trasformata in finzione e il suo sfruttamento in politica da parte di detentori del potere di tutte le sfumature.
Un libro tosto e piacevole, denso e ricco di teoria e spunti verso altre letture. Acquistabile QUI.
Bello.

Con “Pittori di cinema” i ragazzi di Lazy Dog ci regalano un’altro piccolo capolavoro editoriale

A cominciare dal dopoguerra, l’industria cinematografica italiana ha
avuto la necessità di coinvolgere artisti per illustrare e promuovere i propri film. Così nacquero i “pittori di cinema”, volgarmente detti “cartellonisti”, termine che non rende giustizia a ciò che viene definita come una vera e propria corrente artistica.
In questo volume di 432 pagine, prima opera di questo genere, vengono presi in esame 29 pittori, con 500 illustrazioni a colori spesso inedite che comprendono schizzi, bozzetti, opere provenienti da collezioni private, lavori scartati o destinati ad altri impieghi. Maurizio Baroni, profondo e appassionato conoscitore, autore e collezionista, attinge dal proprio nutrito archivio personale e passa in rassegna cinquant’anni di cinema italiano attraverso le sue locandine, i suoi manifesti e innumerevoli gustosi aneddoti.
Il calligrafo Luca Barcellona e l’art director e docente Andrea Mi prendono in esame gli aspetti legati rispettivamente al lettering e alla composizione grafica, mentre la storica dell’arte Alessandra Cesselon presenta uno per uno i pittori, contestualizzando le loro opere nell’ambiente artistico dell’epoca, da lei vissuto in prima persona in quanto figlia di Angelo, uno dei suoi principali esponenti. Il libro è rivolto ai cinefili e ai collezionisti, ma anche ai graphic designer e agli illustratori, agli studenti e ai professionisti, come documento storico per gli appassionati e insieme ispiratore per le nuove generazioni di comunicatori.
Il libro è rivolto agli appassionati di cinema, ai collezionisti e a chiunque voglia ispirarsi o approfondire le tematiche legate alla comunicazione visiva: illustratori, graphic designer, professionisti del settore, studenti.

Ho preferito utilizzare direttamente le parole scelte dal team di Lazy Dog per presentare questo splendido lavoro che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, come questa realtà tutta italiana, stia velocemente divenendo un riferimento per quanto riguarda un certo modo di fare editoria che mischia sapientemente la tradizione grafica italiana, la cura artigiana del prodotto editoriale e un certo gusto pop tutto da scoprire.
Complimenti a Lazy Dog, un’altra gemma preziosa è stata inserita in un catalogo di per sé già ricco di tesori.

Un progetto di riconversione grafica adattato ai poster razzisti dei campus universitari

Le settimane successive alle elezioni presidenziali del 2016 hanno visto un aumento senza precedenti di incitamento all’odio, crimini d’odio, atti vandalici e violenze contro le minoranze e le persone di colore. Secondo le statistiche dell’FBI, il giorno successivo alle elezioni si è registrato un aumento del 127% nel numero di crimini segnalati e tale numero ha continuato a crescere nei mesi successivi. Come se Trump avesse scoperchiato un vaso di Pandora di nazionalismo bianco che demonizza e attacca in un vortice di negatività che ancora oggi è vivo e vegeto.
Sempre più spesso i cosiddetti hate groups si stanno infiltrando nei campus universitari basti pensare che nel febbraio 2017 alla Kutztown University, nelle zone rurali della Pennsylvania, i manifesti di reclutamento dei suprematisti bianchi hanno invaso l’intero campus.

Sebbene l’Università abbia denunciato pubblicamente questi gruppi ed i loro messaggi razzisti e violenti, Vicki Meloney, professore associato del dipartimento di design della comunicazione, si è sentita in dovere di fare di più.
Ha inviato velocemente una mail ai suoi studenti aprendo una call per chiunque trovasse uno dei poster e lo trasformasse in qualcosa di bello trasformando un messaggio di odio in un messaggio di bellezza.
L’e-mail è arrivata ai social media ed in 24 ore il post ha ricevuto più di 20.000 “likes” con circa 2.000 commenti tutti di sostegno all’iniziativa.
La risposta è stata così grande che la sua casella di posta elettronica è stata inondata di richieste da parte di organizzazioni locali e nazionali che volevano saperne di più sulla sua offerta agli studenti. Quasi tutti quelli che hanno commentato volevano vedere ciò che gli studenti avevano creato.

Il workshop è stato organizzato rapidamente e senza finanziamenti riunendo materiali e attrezzature a disposizione e utilizzando inchiostro, carta, kit per timbri e pennelli.
E’ stato un modo per affrontare la crescente ed odiosa retorica della destra del campus e la loro esibizione pubblica di poster suprematisti.
Così è nato il progetto Replace-the-Hate, uno sforzo guidato da specialisti del design per costruire legami comunitari, rinunciare all’odio e apprezzare invece la diversità attraverso espressioni creative e eventi artistici comunitari.
Il potere dell’arte e del design nelle mani delle persone è stato utilizzato per promuovere il cambiamento, rinunciare all’odio e rafforzare un ambiente di inclusione.

La storia del Poster Workshop, il luogo mitologico dove si stampavano i poster della ribellione inglese

Poster Workshop 1968-1971” è un libro di Sam Lord, Peter Dukes, Jo Robinson e Sarah Wilson con una prefazione di Jess Baines.
“Poster Workshop 1968-1971” è un pezzo di storia che tutti gli amanti dell’editoria, della grafica e della storia di queste due materie devono assolutamente conoscere.
“Poster Workshop 1968-1971” è il resoconto storico e grafico di una leggenda che ancora oggi risuona in tutta l’Inghilterra.
“Poster Workshop 1968-1971” è la dimostrazione che la passione e gli ideali hanno un loro peso specifico e che è grazie ad essi che la società può andare  avanti e migliorare le nostre vite.

Dal 1968 al 1971, chiunque poteva entrare nel seminterrato di Camden Town e commissionare un poster al gruppo di stampatori denominato “Poster Workshop 1968-1971”. I lavoratori in sciopero, i gruppi per i diritti civili ed i movimenti di liberazione di tutto il mondo si affidavano a questo gruppo ispirato all’Atelier Populaire attivo a Parigi durante il famoso Maggio 1968 per realizzare rapidamente i poster necessari alle manifestazioni sui temi caldi del periodo come Vietnam, Irlanda del Nord, Sud Africa, alloggi, diritti dei lavoratori e rivoluzione.
Il laboratorio di poster esisteva in un momento eccezionale. Ha prosperato sull’energia generata dalla convinzione che enormi cambiamenti fossero possibili, attraverso movimenti per l’uguaglianza, i diritti civili, la libertà e la rivoluzione. Era un’espressione di quel tempo – di eccitazione, cambiamento e speranza.
Questo libro è il terzo dopo “Eyeball Cards” e “UFO Drawings From The National Archives” della serie Irregulars sugli aspetti della moderna storia visiva britannica e riproduce tutti i manifesti prodotti dal Poster Workshop  offrendo una prospettiva unica e utilissima sui principali problemi politici degli anni Sessanta e Settanta in Gran Bretagna.

La storia narra che all’inizio del 1968, dopo aver lasciato la Bath Academy of Art, Sam Lord costruì un tavolo per serigrafia nella cucina di un appartamento che condivideva al 51 Moorhouse Rd, Notting Hill Gate, Londra. Proprio su quel tavolo furono stampati i manifesti, alcuni con l’assistenza di Peter Dukes, Dick Pountain e Jean Loup Msika, un tunisino francese espulso dalla Francia a causa del suo coinvolgimento con l’Atelier Populaire e gli eventi del Maggio francese. Espulsione revocata l’anno successivo a seguito di una campagna sostenuta da Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir.
Non esisteva un costo fisso per la stampa dei poster, l’idea era che i gruppi pagassero ciò che ritenevano di potersi permettere.
Le condizioni nel seminterrato – composto da solo due stanze senza riscaldamento – erano del tutto disastrose. La maggior parte dei solventi e dei prodotti per la pulizia emanavano fumi tossici, oltre ad essere combustibili. La maggior parte del lavoro veniva svolto in una stanza, mentre nell’altra erano appesi i poster ad asciugare.

Si tratta come averete senz’altro intuito di una storia leggendaria, per alcuni versi eroica, in cui un gruppo di persone per sostenere non solo i propri ideali ma anche di supportare tutti i gruppi organizzati in favore dei più deboli e di chi non ha diritti, ha messo sul piatto energia, forza, risorse e tanta, tanta passione.
Io sono innamorato del “Poster Workshop 1968-1971”.

Lester Beall ha portato le avanguardie europee nella grafica a stelle e strisce

Lester Beall è un uomo speciale con un background che risente molto del suo amore per la tecnologia. Cresciuto giocando con le radio ed i transistor, si laurea però con un dottorato di ricerca in Storia dell’arte a dimostrazione che la sua è una mente totalmente orizzontale ed onnivora. Gli anni successivi alla laurea gli lo avvicinano ai movimenti artistici europei in fatti si innamora soprattutto del Surrealismo, del Costruttivismo e del Dadaismo.
Il suo lavoro di pubblicitario e grafico si è rapidamente fatto spazio nel panorama internazionale con un picco di produttività e notorietà arrivato negli anni Trenta e Quaranta.
Il suo lavoro si distingue dal resto della produzione contemporanea per una visione del tutto nuova del rapporto fra grafica e tipografia, per le soluzioni tecniche adottate fra cui rivestono massima importanza il fotomontaggio, il collage ed il cut-out, una particolare tecnica da lui sperimentata fino all’estremo, che consiste nell’eliminare i colori – desaturare – di una fotografia lasciando però alcuni particolari nel loro colore originale.


Questi suoi particolari studi lo rendono il pioniere della sperimentazione grafica americana ed il primo artista commerciale americano ad essere omaggiato con una mostra personale al MoMA di New York.
Il suo lavoro compare su diverse riviste di cui cura la composizione grafica tra cui “Fortune”, “Chicago Tribune” e “Scope”.
Il suo uso chiaro e conciso della tipografia, l’utilizzo sfrontato dei colori primari, delle frecce e delle linee compongono il suo stile grafico che è diventato con gli anni unico ed immediatamente riconoscibile.

Per finire mi piace – immagino ve ne siate accorti – segnalare un bel libretto di Nicole Mcquade, una designer freelance, illustratrice e co-fondatrice dello studio The McQuades. Fra i suoi lavori ho scovato il volume “Lester Beall Catalog”, un piccolo gioiellino che analizza il lavoro proprio di Lester Beall e che sto cercando disperatamente di avere…

Un saluto a Bill Gold, maestro di grafica e poster del mondo del cinema

Che cosa hanno in comune i film Arancia meccanica, Casablanca, Barbarella, e L’esorcista? La risposta la trovate in un nome: Bill Gold.
Con una produzione sconfinata, lunga più di sette decenni e 2.000 poster, Bill Gold è stato l’uomo nascosto dietro ad alcuni dei più accattivanti e conosciuti manifesti di film che rimangono ancora oggi opere d’arte iconiche.
Ha collaborato con alcuni dei più grandi registi di sempre (Alfred Hitchcock, Stanley Kubrick e Federico Fellini) ma è particolarmente noto il suo rapporto con Clint Eastwood: ha fatto le locandine di almeno 30 film da lui diretti o interpretati.

 

Nato il 3 gennaio 1921 a Brooklyn, New York. Dopo essersi diplomato alla Samuel J. Tilden High School, ha studiato illustrazione e design al Pratt Institute di New York. Ha quindi iniziato la sua lunghissima carriera di designer nel 1941 alla Warner Bros diventandone direttore del poster design nel 1947.
Nel 1962, Bill Gold crea Bill Gold Advertising a New York City e da li continua la sua attività realizzando poster epocali e stringendo un’intenso rapporto di amicizia con Clint Eastwood di cui produce tutti i poster.
Del 2011 è l’edizione uscita per Reelartpress del volume “Bill Gold Posterworks“, una curatissima retrospettiva che ne sancisce il suo essere una pietra miliare della poster art e del cinema.
il 20 Maggio scorso è morto ma possiamo dire che i suoi lavori restano e resteranno icone di oggi, di ieri e di domani.

 

Una serie di poster generati da modelli matematici rendono visibile il suono della musica

Gunther Kleinert è un interior designer che vive e lavora ad Amburgo, in Germania. Nel suo curriculum si nota che quando aveva 20 anni ha vissuto per un periodo di tempo nel Devon, in Inghilterra. Questo per imparare l’arte del restauro e costruzione di mobili e arredi. Poi è tornato ad Amburgo per conseguire la laurea in Disegno Industriale presso l’Università di Belle Arti nel 2008.
Oggi può vantare più di 10 anni di intensa esperienza interdisciplinare nella progettazione di prodotti e spazi interni. Oltre a progettare mobili, interni ed esposizioni per aziende del come Rolf Benz, FC Bayern Monaco e molti altri.
Vi parlo di Gunther perché ha realizzato un progetto che a me ha davvero colpito innanzi tutto perché fonde insieme mondi apparentemente distanti e lo fa in modo del tutto nuovo ed originale.
I due poli su cui si basa questo lavoro sono da una parte il cosiddetto generative design, un processo di progettazione basato sull’Intelligenza Artificiale che consente ai sistemi di generare proposte, suggerimenti se non addirittura componenti e parti di progetto a chi sviluppa prodotti e soluzioni.
Dall’altra la passione per la musica di Gunther, appassionato chitarrista.
Il suo obiettivo è quello di usare il suono e la musica per tentare di visualizzare in diretta ciò che può essere ascoltato ma finora non visto dall’occhio. Da qui ha creato alcuni modelli matematici su cui proprio non ho intenzione di addentrarmi che riportano in forma grafica il suono della musica.

Inizialmente ne ha stampati alcuni su una stampante laser, ma non era totalmente soddisfatto dei risultati finché non si è imbattuto in un vecchio plotter a penna della metà degli anni ’80, quelli che all’epoca erano furono una vera rivoluzione soprattutto per gli architetti che potevano elaborare i loro piani con la macchina, piuttosto che a mano. Con questo Gunther è riuscito a stampare linee con inchiostro e pennarelli molto più definite e questo ha fatto si che il progetto vedesse la luce.
A guardare la grafica generata da modelli musicali viene subito alla mente il lavoro di Manfred Mohr e tutto il filone minimale della grafica e dell’architettura.
La serie delle visualizzazioni musicali ha un processo abbastanza complesso. In primo luogo, viene creato il file audio tramite un codice che legge ed estrae determinati parametri come le curve di ampiezza di frequenza, il beat, la dinamica generale ecc. All’interno del codice si impostano i parametri per la visualizzazione grafica per poi convertire l’output in modo che sia stampabile con il plotter con la relativa impostazione dei colori ecc.
Credo però che adesso sia giunto il momento di dare un’occhiata a questi lavori…

Esbjörn Svensson Trio, Believe Beleft Below
Keith Jarrett, The Köln Concert, Part I

Keith Jarrett, The Köln Concert, Part II C
The Rolling Stones, Gimme Shelter

Un libro raccoglie i poster punk dell’Est Europa dei primi anni Ottanta

Mentre assistiamo in questi giorni e mesi ad un prepotente assalto delle politiche di una destra pericolosa e prepotente in Polonia ed in Ungheria, è interessante notare come invece circa 30 anni fa questi stati furono dei veri e propri laboratori vivaci e scoppiettanti dove nacque e si sviluppò il movimento punk.
Le band punk e new wave erano moltissime ed alla costante ricerca di visibilità, pur volevano mantenere il loro status di fenomeni underground. Proprio in questa scena sono stati creati poster che con il tempo hanno preso il nome di  antiplakas.


Si tratta di un fenomeno visivo, di un vero e proprio stile grafico che rappresentava anche e soprattutto un codice di comportamento per chi si riconosceva un’estetica della cultura giovanile chiamata Kádár.
Questi poster ebbero una vita brevissima prima che venissero strappati e cancellati eppure hanno funzionato in quello che era il loro scopo principale: comunicare la via e gli spostamenti dei concerti e delle band del periodo.
“Golden Age of Hell” è un enorme libro eccezionale realizzato da due collezionisti György Szabó e Tamás Szőnyei.
Il mondo underground resiste e vive pulsante, più o meno nascosto, anche in queste splendide attività di rivisitazione che dimostrano, se mai ce ne fosse bisogno, che il tempo cambio ma non cancella.

Una mostra celebra Paul Rand attraverso i poster di servizio creati dai dipendenti della IBM

Al Museo di Belle Arti di Jules Collins presso l’Auburn University è allestita in questo periodo la mostra dal titolo “Visual Memoranda: The IBM Poster Program, 1969–1979”.
Il materiale esposto è composto da poster prodotti per gli arredamenti da ufficio e questo rende la mostra veramente originale e interessante. Robert Finkel, professore associato di graphic design in Alabama afferma in proposito: “Abbiamo creato un sito web appositamente dedicato alla mostra che fornisce ulteriori dettagli sui poster, le biografie dei designer e una galleria con oltre 100 poster”.
I poster sono stati tutti creati da personale della IBM, più precisamente da designer interni con la collaborazione e consulenza di Paul Rand ed Elliot Noyes, insomma, non proprio gli ultimi arrivati in fatto di grafica e design.
Ma qual è l’obiettivo di una mostra del genere?
Far conoscere l’eccezionale livello di lavoro raggiunto dai progettisti che hanno realizzato presso IBM negli anni Settanta. Mentre infatti Noyes e Rand erano i leader spirituali riconosciuti da tutti, le immense risorse di IBM hanno anche consentito l’assunzione di alcuni dei designer che hanno creato poster per obiettivi a prima vista più banali come le insegne per le bacheche o lo scarico del raffreddamento dell’acqua o altre indicazioni di servizio.
Nel 2016 John V. Stram, ex designer industriale presso IBM, ha regalato l’80% dei suoi poster alla facoltà della Auburn University mentre il restante 20% è di proprietà di Tom Bluhm, l’ultimo dei tre designer dello staff presenti nella mostra ancora in vita.
L’intera mostra è in linea con i pensieri di Paul Rand secondo cui tutto è design e tutto il design è importante e quindi perché snobbare questi lavori solo per il loro iniziale obiettivo?

Italianism porta a Napoli un evento unico dove si celebra il matrimonio fra musica e grafica

Italianism riparte dalla musica italiana” con questo gustoso claim, Renato Fontana presenta il suo ultimo progetto che porterà a Napoli la quinta edizione della conferenza creativa indipendente che negli anni è diventata un appuntamento che in molti, non solo il sottoscritto, attendono con ansia.
Oltre 100 contributi di artisti e creativi per due giorni speciali all’insegna del pop e della cultura visiva tutto rigorosamente made in Italy.

Una due giorni che si svolgerà il 10 e 11 Maggio 2018 nella splendida cornice della Reggia di Portici a Napoli e che vedrà alternarsi mostre, talk e molto, molto altro… ma andiamo un pò a spulciare nel programma.
L’edizione 2018 di Italianismruota attorno al rapporto fra la musica italiana degli ultimi 50 anni e la sua rivisitazione, la sua ispirazione grafica e più in generale la sua creatività vista attraverso gli speciali filtri di giornalisti, designer, fotografi, art director, e di altri professionisti che lavorano all’interno del poliedrico mondo del pop.
Il programma è davvero interessante e si snoda fra una sfida tutta da gustare, chiamata per l’occasione Creative Match in cui 11 tra le più importanti università/accademie/scuole di specializzazione dell’area comunicazione/creatività/arte italiane si affronteranno live su un brief avente per oggetto un progetto di comunicazione richiesto da un vero committente.
Le squadre che potrete vedere all’opera rappresentano quanto di meglio c’è oggi in Italia in tema di creatività: AANT Roma, ABAN Napoli, IED Milano, IED Roma, IUAD Napoli, Politecnico Milano, Politecnico Torino, Quasar Roma, RUFA Roma, Sapienza Roma, Università Federico II Napoli.
Ci sarà l’opportunità di partecipare alla Creative Conference dal titolo “Le parole della musica italiana” ed alla mostra “Forma e funzione per la musica” dove viene indagato il rapporto tra Musica e Design attraverso il racconto delle aziende, dei laboratori e delle persone che in Italia hanno saputo innovare il mondo dei supporti musicali, degli apparecchi per la diffusione del suono e degli strumenti musicali.
Se questo non bastasse è in programma una masterclass di John Barnbrook, il grande creativo inglese noto per il sodalizio artistico pluriennale con David Bowie e, per finire, due eventi come “Italianisimm” con 21 eccellenze autoriali della musica napoletana raccontate attraverso altrettanti scatti fotografici e illustrazioni, forse l’evento che aspetto con maggior interesse, “Dieci copertine”, la presentazione dei 30 artwork vincitori del contest online aperto a tutti dove  dieci copertine di dischi importanti per la musica italiana degli ultimi cinquanta anni sono state reinterpretate liberamente da creativi che sicuramente sorprenderanno come Silvia Boschero. Damir Ivic, Raffaella Oliva, Luca Pacilio, Carlo Pastore, Francesca Pignataro, Claudio Rossi Marcelli, Barbara Santi, Gianni Santoro e Giorgio Valletta.

Francesca Depalma[/caption]

Insomma Italianism è un evento da non perdere sia per gli amanti della musica che per tutti coloro i quali vivono e lavorano per la grafica ed il design. Un momento unico nel panorama italiano per originalità della proposta e per livello di realizzazione di cui deve senz’altro esser dato merito al gruppo di Renato Fontana che comprende, a vario titolo, anche Giovanna Talocci (Curatela mostre), Loredana De Luca (Organizzazione locale), Printaly (Produzione), Studio Mistaker (Branding) e Francesca Pignataro (Concept).

Grottangeles
Chiara Clerici

Un poster tipografico sulla storia della stampa a caratteri mobili in Occidente ed in Oriente scritto in inglese e cinese

Non è un libro e neppure un magazine, ma il progetto che vi presento oggi era d’obbligo apparisse sulle Edizioni del Frisco, non fosse altre che riguarda colui, oramai un bel pò di tempo fa, diede il via a tutto.

“Dream Pool of Gutenberg” è una stampa tipografica sperimentale ideata e realizzata dallo Studio di Onion Design Associates, una meravigliosa che ama fare web design e graphic design con sede a Taipei, Taiwan di cui io – oramai da anni – sono follemente innamorato.
“Dream Pool of Gutenberg” racconta la storia del carattere mobile ideato dal grande tedesco partendo da due diverse prospettive storiche.

Questa stampa utilizza infatti due script, l’alfabeto romano ed i caratteri cinesi per rappresentare il famoso Johannes Gutenberg ed il meno conosciuto – ma ugualmente rivoluzionario – Bi Sheng che sono entrambi accreditati come gli inventori della tecnica di stampa che ha cambiato il mondo.
In questa grande stampa il testo in inglese scorre regolarmente da sinistra verso destra, mentre i caratteri cinesi si sviluppano – come previsto dalla lingua cinese – dall’alto verso il basso e da destra verso sinistra contemporaneamente.
Entrambi raccontano le rispettive storie sull’invenzione della stampa a caratteri mobili con due diversi punti di vista storici.
Il titolo è una combinazione di 2 eventi storici diversi: la storia dell’invenzione di Johannes Gutenberg della stampa a caratteri mobili che si fa risalire in Europa alla produzione della “Bibbia a 42 linee” in caratteri gotici del 23 febbraio 1455 e di uno specifico paragrafo del libro “Dream Pool Essays” dello studioso Shen Kuo dove la stessa invenzione è stata menzionata in Cina per la prima volta ben 400 anni prima (!) tra il 1041 e il 1048 d.C. di Gutenberg.
Bellissima l’idea, bellissima la realizzazione, per una vera e propria chicca.

Sara Panepinto ha ideato e realizzato una sua piccola autoproduzione sul tema della Psichedelia e Controcultura

Sara Panepinto è una graphic designer di 25 anni originaria della Sicilia.
Nel 2015 si è laureata in graphic design e comunicazione visiva ed attualmente sta frequentando il corso di comunicazione e progettazione editoriale all’ISIA di Urbino.
Principalmente focalizzata su identità e branding, visualizzazione dei dati e illustrazione, fra i suoi lavori, ho notato un piccolo libretto dedicato alla controcultura realizzato nel 2016 dal titolo 
Psichedelia e controcultura“.
Stando alle sue parole “Psichedelia e controcultura è un progetto di analisi e ricerca svolto durante il corso di storia dell’illustrazione, in riferimento al movimento artistico della controcultura degli anni Sessanta e dei movimenti di contestazione giovanile in Nord America e in Europa.
Sono presentati i principali nomi e fenomeni che hanno contribuito a dare una forte spinta innovatrice al mondo della grafica e dell’illustrazione. Nomi quali Milton Glaser e Peer Max fino a due dei cosiddetti Big Five della poster art californiana: Wes Wilson e Vicotr Moscoso.
Molto composto nella sua veste grafica, il piccolo volume di Sara contribuisce però bene ad inquadrare un fenomeno fornendo brevi spunti per conoscere i punti di riferimento e le influenze così come le principali figure e derive stilistiche.
Spero sia un primo lavoro che venga ulteriormente approfondito in futuro visto che in Italia ne esistono pochi ben fatti e quasi tutti di pochi autori di riferimento che, pur conoscendo benissimo l’argomento, restano pur sempre voci isolate e sempre le stesse.
Avanti.

 

Swissted è il progetto che ricrea i poster dei concerti delle migliori band indie seguendo le regole del modernismo svizzero

Attenzione, questo è un articolo lungo e articolato e quindi, molti di voi, immagino che molleranno arrivati a questo punto. Bene, solo pochi arriveranno in fondo.

Swissted è un progetto del graphic designer Mike Joyce proprietario di Stereotype Design uno studio grafico di New York specializzato in progetti di multidisciplinari per l’industria dell’intrattenimento.. Attingendo dal suo amore per il punk rock e per il modernismo svizzero, due movimenti che non hanno quasi nulla a che fare l’uno con l’altro, Mike ha avuto l’idea geniale di ridisegnare i volantini vintage punk, hardcore, new wave e indie rock in base alle linee guida tipografiche tipiche proprio del modernismo svizzero.
Ogni lavoro è rigorosamente impostato su un minuscolo Berthold Akzidenz ed è bene far notare che ognuno dei poster creati si riferisce ad un concerto realmente esistito.

Dopo il successo travolgente ricevuto nella fase iniziale del progetto sia dai fan del graphic design che da quelli delle band presenti nei poster, Mike ha deciso di creare un negozio ufficiale che ha chiamato appunto Swissted dove tutti i poster sono stampati in HQ su carta opaca e disponibili in tre misure.
I manifesti di Swissted sono stati anche oggetto di mostre in alcuni dei luoghi più suggestivi del mondo quali il Victoria & Albert Museum di Londra, del Museum of Contemporary Art di Chicago, del Baltic Centre of Contemporary Art e dello spazio espositivo di Tokyo Terrada.
Per fortuna, “Swissted” è diventato anche un libro che presenta oltre 200 poster di leggendari gruppi come The Clash, The Pixies, Green Day, The Ramones, The Sex Pistols, The Replacements, Dead Kennedys, Public Image Ltd., The Cure, Danzig, Pearl Jam e Nirvana.

 

 

Un poster, una rivista, una raccolta di grafiche. Tutto questo è Posterzine

People of print“, per chi ci legge oramai da un pò, sa benissimo che è uno dei punti di riferimento di tutti gli appassionati di editorial design, grafica e simili. Si tratta di un sito web nato a Londra nel 2008 creato originariamente da Marcroy Smith, come directory di illustratori, designer e stampatori sia creativi che commerciali, con lo scopo di educare e ispirare. Oltre a fornire servizi di consulenza editoriale per coloro che ne sono alla ricerca proponiamo un servizio di serigrafia completamente personalizzato per t-shirt e stampe artistiche.
Si tratta di una comunità creativa unica nel suo genere che si diverte a collaborare con brand, aziende e istituti scolastici e infinite altre realtà per realizzare campagne nuove e originali, creare partnership multimediali e organizzare eventi.
Posterzine” è il magazine mensile in cui un poster diventa una rivista (e viceversa) in un magnifico poster in formato A1 (594×841) che si piega in una monografia A4.
Anche se come detto, molti di voi già conosceranno il prodotto, ne parlo perché il ventunesimo numero è stato affidato alle sapienti d affascinanti idee della bella designer francese Malika Favre. Famosa per il suo stile che gioca con lo spazio e la forma e con i negativi del colore, è oggi una dei designer più ricercati del mondo. Da anni impazzisco per i suoi lavori e quindi questo post, diciamocelo, è un mio personale atto d’amore. Me lo concederete.

“Eurovision ’78” è solo una delle mille fanzines, illustrazioni, opere del grande Shaun Hill

Spesso succede che incontri, nei tuoi girovagare fra mercati, festival, siti e quant’altro, nomi che restano nella mente e che, regolarmente tornano a farti visita e di, con il tempo capisci, devi occuparti una volta per tutte. Conoscerli, scoprirne i lavori, lo stile e finalmente, diventare familiare. Solitamente in questi casi, poi succede anche che li perdi e smetti di incrociarli ad ogni evento.
Questo è un pò quello che mi è successo con Shaun Hill, giovane disegnatore di base a Johannesburg, Sud Africa, le cui fanzines, illustrazioni e altro, mi hanno sempre incuriosito.
Lo stile è chiaramente quello proveniente dal mondo di Weirdo, la rivista di fumetti che che è stata tra gli anni ’80 e i primi ’90 la sorella di Zap Comix, alternando come editor lo stesso Robert Crumb, Peter Bagge e Aline Kominsky-Crumb e Shaun dimostra di averne veramente ingoiate a quintali di queste riviste visto che ogni singolo tratto, ogni singolo colore, il formato dei suoi lavori e la scelta di riunire nelle varie fanzines che produce più prodotti insieme, rimanda proprio a quell’approccio DIY e scanzonato tipico di quella California grafica Sessanta e Settanta di cui Crumb è stato il vero padre fondatore.
Quella di cui vi parlo oggi, è la fanzine dal titolo “Eurovision“, progetto arrivato al numero 3 e che include 1 stampa, 1 poster e 3 adesivi.

EUROVISION 78 ISSUE 1 ZINE
EUROVISION 78 ISSUE 2

Non credo ci sia molto da aggiungere se non che questo artista rappresenta bene, a mio avviso, quella che rimane un’attitudine underground al mondo editoriale e artistico che, sia pur aggiornato ai tempi, alle situazioni ed ai mezzi tecnici di oggi, resiste perché ha nel proprio DNA proprio quella frizzantezza che non si ritrova nelle pubblicazioni mainstream.


Andate e acquistate quindi, “Eurovision ’78 issue” la trovate su Bad Butt Supermarket.

Dentro al nuovo GRAM, fra gli altri, 5 spassosi poster di Filippo Fontana

Come voi che ci leggete avete senz’altro capito, oltre alla passione in generale per i prodotti editoriali più interessanti e curati che scoviamo in gira per l’Italia e nel mondo, un’altra passione che ci caratterizza è quella per la grafica e i progetti indipendenti, underground come si diceva una volta.
Ecco, GRAM è proprio uno di questi. GRAM è un collettivo di autoeditoria con sede a Milano, Venezia e Bolzano. Il suo scopo è quello di dare vita a nuove idee e progetti culturali attraverso prodotti editoriali. Una creatura dalle mille facce in costante mutazione. Come si legge nel loro about, GRAM è una pianta infettiva che si nutre di una varietà di contributors e di diverse tecniche progettuali e realizzative. GRAM è un centro per creativi finalizzato ad un percorso che tende a conoscere la contemporaneità e diffondere arte attraverso la selezione delle migliori opere. Il loro processo curatoriale utilizza nuovi contesti.
L’unità di misura di GRAM è il grammo e per questo ogni prodotto viene pesato e inserito in una busta numerata che reca appunto l’indicazione del peso esatto del prodotto.

Presentato il nucleo, oggi mi piace mostrarvi l’ultima uscita, la quarta dal 2014, del progetto editoriale omonimo, GRAM #4 appunto che si presenta all’interno di una busta con grafica serigrafata in 300 copie. GRAM #4 vi offre 4 poster, 3 zines, cartoline, adesivi, polaroid e altro creato da 12 diversi autori quali Mauro BubbicoCalvin Calenda, Filippo Fontana e Jonathan Mendel. Fra questi artisti mi piace segnalare il lavoro di Filippo Fontana, giovane designer italiano di Venezia laureato in graphic design presso l’ESA Saint Luc School di Bruxelles nel 2013, laurea specialistica in graphic design presso la scuola IED di Milano e un master in comunicazione visiva presso il Royal College of Art di Londra. Il suo lavoro, dal titolo “Void”, utilizza la cultura popolare per evidenziare le ridicolezze della ricchezza trasmessa da alcuni dei volti famosi dell’Italia.
Cinque poster pubblicati appunto dai ragazzi di GRAM, dove si riconoscono figure riconoscibili del mondo social e dalla stampa degli ultimi 20 anni. La serie di poster intende ritrarre, in modo ironico e satirico, i diversi canali di informazione e intrattenimento italiani  dove l’ostentazione della ricchezza, il materialismo, l’ignoranza, la volgarità, il lusso e il sesso sono il fulcro ed il motore di tutto. Usando uno stile illustrativo che ricorda Kyle Platts e Simon Landrein, Filippo cerca con Void, di far riflettere lo spettatore su come l’establishment possa aver plasmato il mondo dei media e, più in generale, la cultura pop italiana. Il provocatorio titolo del progetto, Void (Vuoto), rappresenta anche il sentimento di Filippo sull’argomento scelto e la sua volontà di sottolineare come, contrariamente al suo spirito originario, il mondo dell’informazione invece di creare contenuti culturalmente preziosi, sia invece un contenitore vuoto.

GRAM è acquistabile qui.

INDEPENDENT PRESS FAIR: “Poster” la raccolta di grafiche di Tomaso Marcolla

Independent Press Fair
Il progetto IPF ha l’obiettivo di dare spazio a chiunque abbia un progetto editoriale indipendente da promuovere, che si tratti di libri, magazine, fanzine o editorial design più sperimentale. Aspettiamo i vostri lavori !

Questo libro raccoglie una selezione di poster dell’artista Tomaso Marcolla.
Opere che vogliono essere testimonianza di un percorso creativo nel mondo della satira e dell’umorismo ed affrontano temi di attualità per offrire una lettura ironica su argomenti spesso tragici. Alcuni di questi poster sono stati premiati in concorsi internazionali. Un vocabolario non solo deve “catalogare” un linguaggio e un concetto intriso di conoscenze storiche ma deve anche recuperare e indagare le varie declinazioni che da esso scaturiscono, in quanto (appunto) sequenza storica.  L’espressività artistica è pura e semplice stratificazione che implica uno stile e uno “sguardo” in grado di analizzare la straordinaria complessità che possediamo, che troviamo intorno a noi e che solo le movenze artistiche sanno poi tradurre in possibilità. Nell’artista questo non si esaurisce quasi mai in se stesso ma al contrario, come fosse una palla che rimbalza contro un muro, ci rimanda a giochi più intimi ed essenziali. Questo in special modo quando si tratta di tematiche sociali, d’impegno in campo pacifista, di giustizia e lotta alla criminalità a ogni latitudine essa si manifesti. Solo un cuore “fanatico” riesce a pompare sufficiente sangue dando nutrimento e voce ai propri silenzi, comunicandone all’esterno le pulsazioni. La sperimentazione di stili e tecniche diventa mestiere serio e scrupoloso in Tomaso Marcolla che ormai ci ha abituato a produzioni esibite suo malgrado quasi volesse solo suggerirci un percorso da seguire assieme ma senza clamore e chiacchiericci inutili. Si attraversa un bosco in silenzio, ascoltando i suoi suoni profondi, cadenzati da qualche ramo secco rotto sotto i piedi. Tomaso Marcolla ha il merito di regalarci tutto questo, di ricordarci che tutto questo in fondo ci appartiene, magari senza averne un merito particolare ma solo un preciso dovere da riconquistare ogni giorno facendolo proprio.
Roberto Fonte

Autore
Tomaso Marcolla nasce nel 1964 a Trento, dove attualmente vive e lavora.
Diplomato all’Istituto d’Arte di Trento ha iniziato l’attività di grafico nel 1985.
Socio dell’AIAP (associazione italiana progettazione per la comunicazione visiva) e membro del BEDA (Bureau of European Designers associations). Comincia a sperimentare la sua passione per l’arte con l’acquerello, «utilizzato anche su supporti non tradizionali, dalla carta giapponese al gesso». In seguito le sue opere sono una contaminazione tra grafica, arte pittorica, arte digitale, illustrazione, che crea un curioso rapporto, un interscambio tecnico-comunicativo fra l’attività professionale e attività artistica. Penna biro, collage, fotografia e computer grafica. L’arte digitale ben si adatta alla frenesia dei tempi: «La scelgo soprattutto per la sua immediatezza e la velocità di esecuzione – sottolinea – oltre, ovviamente, per l’effetto. Non trascuro le altre tecniche tuttavia, penna, acrilico, figurativo. L’effetto del digitale è immediato, compresa la possibilità di pubblicazione istantanea sul web».

Il libro è acquistabile su IBS.

“Chaos SixtyNine” è un nuovo magazine in formato A3 con poster staccabili creato e realizzato dentro il mondo della moda

Forse qualcuno ancora non ha ben capito che uno dei territori di massima creatività oggi attivi nel mondo del design e della grafica è quello dei magazine. Come ho già avuto modo di dire in altri post, questo settore è in continua crescita, direi che oramai lo possiamo addirittura definire a la pàge.
A dimostrazione di questo continuo ricercare novità e forme nuove per catturare l’attenzione del lettore ecco oggi un nuovo prodotto, Chaos SixtyNine.
CHAOS è un marchio di lusso nell’ambito fashion con sede a Londra, nato da un’idea di una partnership creativa tra alcuni cosiddetti fashion addicted e due giovani stiliste, Charlotte Stockdale e Katie Lyall.
Ispirato alle moderne ossessioni della moda: ultra personalizzazione del prodotto, tecnologia spinta e un senso di posticcia spensieratezza, CHAOS produce accessori super pop con costi vertiginosi.
A leggere il loro about, si capisce che il loro brand rappresenta “l’incontro fra la tecnologia e la moda; la praticità ed il punk, con una dose di individualità tipicamente londinese. Questa è l’ethos di CAOS.”
Da qui nasce anche il magazine Chaos SixtyNine, un maestoso formato A3 super patinato composto quasi esclusivamente di foto selezionate e tipicamente aderenti allo stile del mondo modaiolo.
Ogni pagina è un poster staccabile che uscirà con cadenza biennale con una scelta di cinque cover differenti scattate da Karl Lagerfeld, Cass Bird, Dexter Navy e Phil Poynter. All’interno, ogni pagina ha una piega perforata ed i lettori sono incoraggiati a strappare le pagine e incollarle sulle loro pareti.

Al momento non è presente alcuna pubblicità, almeno nel senso convenzionale, anche se immagino che il tutto sia molto, ma molto supportato da capitali interessati alla diffusione del prodotto…..
Diciamo non il mio prodotto editoriale preferito ma da segnalare per l’azzardo, la sfrontatezza con cui si è presentato sul mercato e la qualità delle firme presenti fra i contributors.

Chaos SixtyNine è acquistabile QUI.

 

 

Il Modernismo statunitense finalmente trova casa in un libro arancione

Display è una realtà editoriale gestita dallo studio creativo newyorchese Kind Company formato da Greg D’Onofrio e Patricia Belen. Il progetto mi piace e lo seguo da un pò perché amo particolarmente il suo approccio che sta a metà fra il prodotto classico, imponente e una certa ricercata spregiudicatezza nei soggetti su cui sofferma la propria attenzione con volumi tanto ben curati quanto interessanti.
Tutto il catalogo si concentra sul design modernista statunitense degli anni Cinquanta prendendo spunti da ogni tipo di prodotto: periodici, tipografia, arredo, pubblicità e oggettistica in genere. Dare visibilità a questo tipo di materiali per un pubblico di appassionati è davvero un modo utile di fare documentazione ed educazione per le scuole, per gli insegnanti, studenti, designer e ricercatori indipendenti.
Ultimamente pare abbiano interrotto i loro lavori e la cosa mi rende davvero triste anche se un’occhiata ogni tanto continuo a darla sperando in nuove notizie.

Greg D’Onofrio e Patricia Belen

Il libro di oggi è “The Moderns: Midcentury American Graphic Design”, un grosso volume sul movimento del Modernismo che ha trasformato il design grafico americano nella metà del XX secolo e ha stabilito un linguaggio visivo che conserva ancora oggi un’enorme importanza. A ben guardare, a differenza con quanto accaduto per le sue versioni europee, il Modernismo americano è stato poco analizzato ed infatti questa è la prima raccolta esaustiva su questo fenomeno che ha plasmato l’ambiente visivo del paesaggio urbano delle città americane.
Si tratta del lavoro di 63 grafici di cui vengono presentati sia i maggiori lavori, sia le rispettive biografie. Alcuni di questi veri e propri innovatori erano immigrati europei che portarono dall’Europa dove era nato, il vento nuovo del Modernismo.

Il libro è acquistabile sul sito della Casa Editrice, la Abrams Books, QUI.

Ahmet Gönüllüoğlu & The Big Lebowski Art Collection

The interviews with the artists who collaborated in the creation of the book “The Big Lebowski Art Collection” continues. Today we present Ahmet Gönüllüoğlu, from USA.
If you want to read previous interviews or buy the book, just click HERE.

Ahmet Gönüllüoğlu  is an illustrator & graphic designer was born 1983 and still living in Konya Turkey. He interested in drawing in his childhood.

1 – Describe how it was the first time you saw the movie “The Great Lebowski”

AG – I probably watched the film on TV 1-2 years later, after its released. I laughed at some of the scenes, it is an enjoyable and funny film but someway the last scene (maybe as it ends) makes me feel miserable.

2 – To give readers an idea of your art try to describe what are some of your cultural references. At least 3 sources of inspiration that are important to you and why

AG – Generally what I am interested in my daily life reflects on my works. I mostly inspire from the subjects of popular culture especially related with the cinema. I can say that I love working on the subjects that includes humor and makes people laugh. I don’t have any specific style choice. Most of the time, I decide what is appropriate for the theme.

3 – Describe what is your environment where you live and where you work

AG – The city (Konya) where I live in is a big and a close town to the capital (Anka-
ra) of Turkey. It is at the same time a historical place as it was once the capital of Seljuqi Empire. Generally, It is a quiet city. As I work homeoffice, I spend most of my time at home. When I go out, I spend time with my friends that we prefer going to the parks and do some outdoor activities but I don’t have any favourite place.

4 – Indicate which of 2 of the artists you attend regularly and what you think are the most you can find today in your creative environment

AG – Today, Owing to internet, you can keep following lots of artists easily which
means it is difficult to give a certain number of them. You can see lots of skillful artists and many numbers of remarkable works. One of the most important names who inspired me in being interested in graphic designing is İhap Hulusi Görey. He was the first graphic designer and illustrator in Turkey. The logos he designed for public and private companies are still being used today.

5 – Now that we are at the end. Try to explain what is the “Big Lebowski” for you and why do you think it has so much influence the world of graphics and illustration

AG – I love Coen brothers, they have a unique sense of humour. The Big Lebowski
has more profound meaning than it seems. You can catch a new detail, a wit and irony every time you watch. The dude character is a kind of therapist saying “forget about it”for mortals like us who always feel concern for everything around. I certainly watch this film whenever I fell miserable. I never get bored watching that movie! (once I begin to read the script instead of watching it) There are many interesting characters and incidents and also the visual symbolism is used really effectively. So eventually after having a great deal of fans, it became a cult movie and inspired to many of artists and still goes on spreading its reputation.

Le interviste con gli artisti che hanno collaborato alla creazione del libro “The Big Lebowski Art Collection” continua. Oggi presentiamo Ahmet Gönüllüoğlu.
Se volete leggere le precedenti interviste o acquistare il nostro piccolo grande libro, basta cliccare QUI!
1 – Descrivi come è andata la prima volta che hai visto il film “Il grande Lebowski”..

AG – Probabilmente ho guardato il film in TV 1 o 2 anni dopo la sua uscita. Ho riso in alcune scene, è un film divertente, ma in qualche modo l’ultima scena mi fa sentire un pò triste.

2 – Per dare ai lettori un’idea della tua arte, prova a descrivere quelli che sono alcuni dei tuoi riferimenti culturali, almeno 3 fonti di ispirazione che sono per te importanti e il perché

AG – In generale ciò che mi interessa nella mia vita quotidiana si ritrova nei miei lavori. Mi piace ispirarmi dai temi della cultura popolare, a quelli che sono particolarmente legati al cinema. Posso dire che amo lavorare sui temi e personaggi caratterizzati da un forte umorismo o che tendono a fa ridere la gente. Non ho mai pensato di avere uno stile specifico, per la maggior parte dei miei lavori decido sul momento che stile adottare in base al soggetto.

3 – Descrivi quello che è il tuo ambiente dove vivi e dove lavori.

AG – La città di Konya in cui vivo è una grande città vicina alla capitale della Turchia Ankara. È una città con un grande passato visto che un tempo è stata anche la capitale di quello che era chiamato l’Impero Seljuqi. In generale è un posto tranquillo. Di solito lavoro a casa, dove trascorro la maggior parte del mio tempo. Quando esco, sto con i miei amici nei parchi della città a fare alcune attività all’aria aperta, ma in generale non ho alcun posto preferito.

4 – Indica quali sono 2 degli artisti che segui regolarmente e che pensi siano il massimo che si può trovare oggi nell’ambiente creativo

MP – Oggi, grazie ad internet, puoi seguire facilmente i lavori di molti artisti ed è difficile fare un elenco dei miei preferiti. Ci sono veramente molti bravi artisti
e molte opere straordinarie. Uno dei nomi più importanti che mi ha spinto verso la progettazione grafica è sicuramente İhap Hulusi Görey. E’ stato il primo
graphic designer e illustratore in Turchia ed i loghi che ha progettato sia per il settore pubblico che per clienti privati sono in uso e attualissimi ancora oggi.

5 – Adesso che siamo alla fine, prova a spiegare cosa rappresenta per te “Il grande Lebowski” e perché pensi che abbia così tanto influenzato il mondo della grafica e dell’illustrazione

MP – Amo i fratelli Coen, hanno un senso dell’umorismo unico. Il grande Lebowski ha un significato più profondo di quanto sembri. Puoi cogliere sempre nuovi spunti e nuove battute. Il carattere del Drugo poi è una sorta di terapia” che dice allo spettatore di dimenticarsi per un pò di tutte le preoccupazioni che ci stanno intorno. Certamente guardo questo film ogni volta che mi sento un pò triste visto che non ci si può annoiare mai a guardarlo!
Ci sono molti personaggi interessanti e anche la fotografia viene utilizzata in modo molto efficace, e così, alla fine, si merita tutti i fan che ha raggiunto in questi anni e che sono i primi a continuare a diffondere la sua reputazione.

Pete Majarich & The Big Lebowski Art Collection

The interviews with the artists who collaborated in the creation of the book “The Big Lebowski Art Collection” continues. Today we present Pete Majarich, from USA. If you want to read previous interviews or buy the book, just clickHERE.
Enjoy the reading!
Pete Majarich is a designer and film fan based in Sydney, Australia.

1 – Describe how it was the first time you saw the movie “The Great Lebowski”

PM – I think I first saw The Big Lebowski when I was about 18. I had no about film or story, nor did I have any idea what it was about, so I was very confused. With repeat viewings as I got older, I discovered its magic. So quotable! My favourite scene has to be when they’re scattering the ashes. I think we can all take a lesson from The Dude.

2 – To give readers an idea of your art try to describe what are some of your cultural references. At least 3 sources of inspiration that are important to you and why

PM – I steal inspiration from everywhere. As long as you remix your influences you can always make them into something new. I have always thought creativity is about making connections. I don’t mean in a lame “let’s all connect on linkedin way”. But rather in the sense that the best ideas connect the dots between disparate things in a way that nobody had ever thought of before, but were there all along.
My favourite sources of inspiration at the moment (as at 6:24 am on Tuesday morning, 4th July 2017) are vintage 1970’s nike print ads (Love that bold Futura!), Peter Gabriel film clips from the eighties (they seem a bit dated now, but they used some of the most innovative vfx techniques of the time), and random Wikipedia articles. Like for example, the following tale, which should be made into a movie, stat:
In the winter of 1916-1917, the Eastern Front stretched for more than a thousand miles from the Baltic Sea in the north to the Black Sea in the south. During that winter, half-starved Russian wolves converged on both the German and Russian lines in the northern part of the front in the Vilnius-Minsk region. As their desperation increased beyond their fear of humans, the wolves started attacking individuals but were soon attacking groups of soldiers so viciously and often that something had to be done. The soldiers tried poisoning them, shooting them with their rifles and machine guns and even using grenades against them, but the large and powerful Russian wolves were so hungry, fresh wolf packs simply replaced those that were killed.
The situation grew so severe that the Russian and German soldiers convinced their commanders to allow temporary truce negotiations to enable them to deal with the animals more effectively. Once the terms were worked out, the fighting stopped and the two sides discussed how to resolve the situation. Finally, a coordinated effort was made and gradually the packs were rounded up. Hundreds of wolves were killed during the process while the rest scattered, leaving the area once and for all to the humans. The problem was solved, the truce was called off and the soldiers got back to killing each other properly.

3 – Describe what is your environment where you live and where you work

PM – I live in Sydney. It’s one of the most beautiful cities in the world, but is also very expensive. I hope that creativity and the arts don’t get priced out. I’ve also lived and worked in Colorado, and have probably only seen 0.000001% of the planet’s great sights I’d like to clock before I croak.

4 – Indicate which of 2 of the artists you attend regularly and what you think are the most you can find today in your creative environment

PM – Simon Stålenhag is one of the most imaginative artists I’ve ever seen. He creates matte paintings that have come from a sci fi world full of broken down mechanical monsters littered around eerie, atmospheric landscapes. Every one of his pieces is begging to be turned into a movie or short story.
Even if you’re not a screenwriter, David Mamet and his dialog are a masterclass in economy and impact for any artist. He manages to create concise messaging in the most precise, entertaining way possible, like a tiny dart to the neck but in a good way.
In terms of directors, Saman Kesh kills it on the film scene and has always had a strong graphic influence in his output. His breadth of work includes party-crashing spacemen, twerking robot butts, and love stories that span time and space.

5 – Now that we are at the end. Try to explain what is the “Big Lebowski” for you and why do you think it has so much influence the world of graphics and illustration

PM – Pretty much anything the Coen Brothers do on the silver screen is gold. The Big Lebowski is but one example. Lush cinematography. Eminently-quotable dialog. Characters that live and breathe, even on the page. And, Sam Elliot could narrate the painting of a house and give it gravitas. For all those reasons TBL has had the dent on culture that we’re still writing about today.

Le interviste con gli artisti che hanno collaborato alla creazione del libro “rtfg” continua. Oggi presentiamo Pete Majarich.
Se volete leggere le precedenti interviste o acquistare il nostro piccolo grande libro, basta cliccareQUI!
Buona lettura!
1 – Descrivi come è andata la prima volta che hai visto il film “Il grande Lebowski”..

MP – Penso di aver visto per la prima volta il Grande Lebowski quando avevo circa 18 anni. Non sapevo niente del film o della storia, non avevo nessuna idea di cosa trattasse, quindi ero molto confuso. Con il tempo, avendolo guardato e riguardato, da più “anziano”, ho scoperto la sua magia. La mia scena preferita è senz’altro quando spargono le ceneri di Donny.
Penso che tutti possiamo imparare qualche lezione dal Drugo..

2 – Per dare ai lettori un’idea della tua arte, prova a descrivere quelli che sono alcuni dei tuoi riferimenti culturali, almeno 3 fonti di ispirazione che sono per te importanti e il perché

MP – Io cerco di rubare ispirazione da ogni parte. Fintanto che riesci a mixare le tue influenze, puoi sempre farle diventare qualcosa di nuovo. Ho sempre pensato che la creatività sta nel creare connessioni. Non intendo dire che tutti dobbiamo essere per forza collegati gli uni agli altri, ma piuttosto che le idee migliori riescono a collegare i punti tra cose lontane, disparate, in modi che nessuno prima aveva mai pensato anche se erano lì da tanto tempo.
Le mie fonti preferite di ispirazione (al momento in cui ti rispondo sono le 6:24 di un martedì mattina del 4 luglio 2017) sono gli advertising a stampa della Nike degli anni Sttanta (Love that bold Futura!), i video degli anni ottanta di Peter Gabriel (oggi sembrano un pò datati, lo so, ma hanno usato alcune delle tecniche più innovative del tempo) e gli articoli che pesco casualmente da Wikipedia. Come ad esempio, la seguente storia, su cui dovrebbe essere fatto un film:

“Nell’inverno del 1916-1917, l’oriente si estendeva per oltre mille miglia dal nord del Mar Baltico fino al Mar Nero a sud. Durante quell’inverno, i feroci lupi russi  della steppa convergevano su entrambe le linee tedesche e russe nella parte settentrionale del fronte nella regione di Vilnius-Minsk. Mentre la loro disperazione aumentava oltre la paura, i lupi hanno iniziato ad attaccare i soldati di entrambi gli eserciti così violentemente che doveva essere trovata una soluzione. I soldati hanno perciò prima provato ad avvelenarli, poi li hanno fucilati con le mitragliatrici e poi anche utilizzando le granate, ma i grandi e potenti lupi russi erano così affamati, così violenti che non furono fermati.
La situazione diventò così grave che i soldati russi e tedeschi convinsero i loro comandanti a consentire a dei negoziati temporanei per stabilire una tregua affinché si potessero affrontare nel modo più efficace possibile gli animali. Una volta che i termini della tregua furono stabiliti, i combattimenti si fermarono e le due parti si misero insieme ad un tavolo per discutere di comune accordo come poter risolvere il problema con i lupi grigi della steppa.
Alla fine, grazie ad uno sforzo congiunto dei due eserciti, i branchi furono accerchiati e piano piano uccisi. Centinaia di lupi furono uccisi durante il conflitto, lasciando una volta per tutte liberi gli agli esseri umani.
Il problema fu così stato risolto, la tregua interrotta, e i soldati tornati a uccidere.

3 – Descrivi quello che è il tuo ambiente dove vivi e dove lavori.

MP – Vivo a Sydney. È una delle città più belle al mondo, ma è anche molto costosa. Spero che la creatività e le arti non abbiano mai questo prezzo da pagare. Ho vissuto e lavorato anche in Colorado, e probabilmente ho visto solo il 0,000001% delle bellezze che ci offre il nostro pianeta che mi piacerebbe visitare ancora e ancora.

4 – Indica quali sono 2 degli artisti che segui regolarmente e che pensi siano il massimo che si può trovare oggi nell’ambiente creativo

MP – Simon Stålenhag è uno degli artisti più fantasiosi che abbia mai visto. Crea dipinti opachi provenienti da un mondo di fantasmi pieno di mostri meccanici che si affacciano su paesaggi inquietanti e atmosfere da brivido. Ogni suo pezzo dovrebbe diventare un film o almeno una short story.
Anche se non sono uno sceneggiatore, David Mamet e la sua classe nei dialoghi è un must. Riesce a creare messaggi concisi nel modo più preciso e divertente possibile.
Per quanto riguarda i registi, Saman Kesh è ottimo ha sempre avuto una forte caratterizzazione da un punto di vista grafico nella sua produzione. I suoi lavori comprendono gli ambienti senza tempo e storie d’amore che spaziano nel tempo e nello spazio.

5 – Adesso che siamo alla fine, prova a spiegare cosa rappresenta per te “Il grande Lebowski” e perché pensi che abbia così tanto influenzato il mondo della grafica e dell’illustrazione

MP – Praticamente tutto ciò che i fratelli Coen creanoal cinema è per me oro. Il Grande Lebowski è solo un esempio. Cinematografia lussureggiante. Dialoghi che diventano immediatamente citazioni. Personaggi che potrebbero vivere e respirare anche sulla pagina di un libro. E poi Sam Elliot, lo straniero, che potrebbe parlarti del dipinto di casa e riuscire a dargli vita.
Per tutte queste ragioni, Il Grande lebowski ha avuto l’impatto sulla cultura che ancora oggi ci porta a essere qui a parlarne.

Un libro bellissimo di poster bellissimi: “David Plunkert on French Paper Book”

La storia dell’azienda French Paper Company meriterebbe già un articolo a se stante, tanta è la storia e la passione che questo progetto, nato oramai più di 140 anni fa nella comunità di Niles in Michigan (e non in Francia!) ha saputo e sa tuttora esprimere nei suoi prodotti.

Basta dare un’occhiata al sito aziendale per capire che siamo lontani anni luce da tutto ciò che può essere modaiolo, fashion o comunque in balia del momento; alla French Paper Company si ama la carta, la tipografia e tutto ciò che di artigiano ruota attorno a questi mondi inclusi gli aspetti che più interessano alle Edizioni del Frisco, qulli cioè grafici, di design e di illustrazione.

Proprio la French Paper Company ha collaborato con l’artista, illustratore e designer David Plunkert per una pubblicazione dal titolo “David Plunkert on French Paper Book” che mi ha colpito immediatamente per la sua naturale coerenza con il mondo di cui vi ho parlato in precedenza, quello della French Paper Company appunto, dove niente è concesso al vezzo e al marketing più spicciolo in favore di un’etica del lavoro tutta incentrata sul prodotto.

Il volume ha visto la collaborazione del designer e art director Erik Jonsson con il famoso Charles S. Anderson Design Studio per la scelta e l’organizzazione del materiale tutto appartenente al grafico David Plunkert.

In questo volume si possono ammirare 36 manifesti prodotti negli ultimi quindici anni da Plunkert per il teatro di Baltimora. I manifesti dimostrano la totale padronanza di tutti gli aspetti del suo mestiere ed esplora nuove direzioni stilistiche diverse ed originali per ogni stagione.

La bellezza si estende anche oltre i meravogliosi manifesti e interessa anche il vero e proprio prodotto libro che utilizza sei carte differenti (per i malati come me le riporto tutte: Kraft-Tone Manilla Yellow e Ledger Green, Speckletone Kraft, Crema di Pop-Tone Whipped Cream e Tangy Orange, e Dur-O-Ton Newsprint White) e tecniche di stampa in base al manifesto. L’immaginario espressivo di Plunkert per il teatro è uno dei suoi marchi distintivi, sia che promuova drammi greci classici o mostre di danza contemporanea.

Il risultato è un piccolo grande oggetto dedicato a chi ama sfogliare prodotti editoriali ricercati guardando come le illustrazioni ed i poster possano davvero toccare livelli altissimi.