Dai creatori di Polvere ecco adesso “Lei” un altro capitolo tutto italiano che anima l’amore per la bicicletta ed il ciclismo

Ne avevo già dato segnalazione qualche tempo fa qui perché si tratta davvero di un bel progetto e di un lavoro dove,insieme alla passione per il ciclismo, emerge chiara anche la competenza tecnica e la voglia di creare dei prodotti editoriali di livello. Ecco dunque che, dopo le monografie sulla “Fatica” e sulla “Velocità” arriva adesso un terzo volume dal bellissimo titolo “Lei“.
Come si legge nella descrizione del libro, troviamo in queste 120 elegantissime pagine tavole, pensieri, segnalazioni, interviste, progetti e racconti per rimuovere la polvere dai ricordi a pedali e rimanere sempre in sella.
Fra i contributors di questa ultima uscita troviamo: Antonella Bellutti, Attilio Scarpellini, Ausilia Vistarini, Cosimo Cito, Claudia Tifi, Elisa Longo Borghini, Fernanda Pessolano, Francesco Ricci, Giovanna Rossi, Marco Pastonesi, Rosti team, William Fotheringham.
Mentre per la parte grafica: Achille Lepera, Elenia Beretta, Ilona Kamps, Luca Benedet, Marta Pantaleo, Marco Renieri, Paolo Ciaberta, Sebastiano Favaro, Teresa Enhiak Nanni.
Sono prporio felice di vedere che il progetto continua, si evolve e alza il livello sempre di più lasciando sempre accesa la curiosità su cosa ci riservi il team di POUPOU Edizioni per la prossima uscita…

“Pickles” è un magazine di storie calcio con un nome dalla storia fantastica

Fondata nel 2011, “Pickles” è una rivista indipendente di calcio che celebra il meglio della cultura calcistica e fa luce sulle storie più interessanti cavacando un trend oramai molto diffuso di utilizzare lo storytelling su aspetti a prima vista secondari del mondo del calcio per renderli delle vere e proprie storie da leggere con calma.
Questo approccio lo si può notare anche dal titolo del magazine inglese. Pickles in italiano infatti potrebbe essere tradotto con un normale sottaceti ma non sarebbe davvero troppo facile e banale e quindi andiamo a scoprire il perché di qesto nome a prima vista molto strano per un magazine calcistico.
Siamo nel marzo del 1966, quattro mesi prima del calcio d’inizio della Coppa del Mondo prevista per quell’anno proprio in Inghilterra. Il 20 Marzo per la precisione, il Trofeo Jules Rimet – come allora si chiamava la Coppa del Mondo –  venne rubato mentre si trovava esposto alla Metodista Central Hall di Westminster in pieno centro a Londra.
Fortunatamente la latitanza si concluse dopo qualche giorno ed il colpevole – tale Edward Bletchley – fu arrestato. Il problema però era che non aveva con se il prezioso bottino e quindi la Coppa era sparita.
Dopo sette giorni di panico assoluto che si diffuse in tutta l’Inghilterra e oltre, proprio mentre il signor David Corbett stava portando come ogni giorno il suo cane a fare la passeggiata, ecco che il piccolo a quattro zampe trova dietro una siepe del giardino a Upper Norwood, nel sud di Londra, il tanto ambito trofeo.
Era il 27 marzo 1966 e quel cane dal simpatico nomignolo “Pickles”, passò alla storia per aver salvato il Mondiale, l’unico che ancora oggi è stato vinto proprio dall’Inghilterra.

David Corbett qualche anno fa sulla tomba del suo amato Pickles

“Pickles” si concentra sulla cultura che circonda il gioco, approfondisce le grandi storie di calcio ed i problemi che vanno anche oltre lo sport. Molta attenzione viene data al design, alla fotografia ed all’illustrazione per presentare le storie in modalità più coinvolgenti e originali
Di recente è uscito il numero 14 che, per i veri appassionati di calcio, rimanda ovviamente al genio con i capelli lunghi: Johan Cruyff.
L’impatto del VAR, la caduta e l’ascesa del Parma Calcio e la storia della rivalità calcistica più antica e più combattuta del mondo che si trova in Uruguay quando va in scena il Clásico.

In questo libro fotografico si parla di un paese di motociclisti che ha deciso di dichiarare guerra al Giappone

Il cineasta Zach Sebastian e il provocatore Richard Prince si sono uniti in una progetto che riguarda le moto e lo spirito americano per una zine classica pèubblicata da Innen Zines già introvabile.
I due si sono avvicinati tramite una corrispondenza iniziata dallo scambio di alcune foto che hanno dato l’idea ad entrambi per una collaborazione.
Si tratta di foto che provengono dalle riprese di un film inedito che Sebastian ha girato su una comunità di americani a Dayton Ill, una città sperduta e priva di senso a sud di Chicago, che ha una particolarità abbastanza unica: gli abitanti di Dayton Ill credono infatti che i giapponesi stiano tramando in silenzio per acquistare il loro paese e dunque vogliono dichiarare guerra al Giappone.
Per dimostrare ai giapponesi che le loro intenzioni sono serie e che nessuno si può permettere di appropriarsi di Dayton Ill, i cittadini locali organizzano una grande festa simile ad un rito propiziatorio in cui incendiano e distruggono una grande quantità di macchine e moto giapponesi.
Quello che mostrano queste foto è veramente straniante. Si può tranquillamente passare dall’ironia alla stupidità, dallo spavento ai più classici cliché sul WASP americano. C’è molto ammiccamento al sesso ed al nostalgico mondo americano che fu, ma qualunque sia il sapore che avvertite guardandole, difficilmente resterete impassibili.
Lo stesso titolo del volume “They started it… and we’ll finish it” è un altro cenno alla storia dell’America e al suo rapporto con i giapponesi. “Loro hanno iniziato … e noi lo finiremo” è una vecchia frase fatta che proviene chiaramente dai fatti risalenti alla seconda guerra mondiale.
Le immagini sono piene di didascalie testuali come Distruggiamo auto straniere perché vogliamo mostrare che gli americani non si tirano indietro” oppure Questa è la nostra comunità. Ci aiutiamo a vicenda e siamo stanchi di pagare il modo di altre persone.
Un libro strano, unico, provocatore e attualissimo dove la qualità e soprattutto la scelta del tema riesce a trasmettere un sentimento che nei giorni di oggi tutti noi ben conosciamo ma non riusciamo a controllare con il rischio di esserne travolti.

 

La guida definitiva per realizzare il tuo magazine indipendente

Conor Purcell è uno scrittore e editore che ha realizzato libri pluripremiati in tutto il mondo. I suoi testi e articoli sono apparsi ovunque da Esquire e Rolling Stone, da Foreign Policy a The Guardian.
Nella sua carriera ha creato diverse riviste tra cui la rivista di viaggi indipendente “We Are Here” e il trimestrale “We Are Dublin”.
Ha collaborato con numerosi brand a progetti editoriali tra cui Emirates, The Abu Dhabi Tourist Board, China Airlines, Air Macau, Al Ghurair Center, Jashanmal e Assilah Festival in Marocco.L’ultimo suo progetto è “The Magazine Blueprint“, forse la guida definitiva per creare la tua rivista indipendente. Un manuale pratico che riguarda tutto il processo di creazione e realizzazione di una rivista: dalla scelta del titolo, il supporto cartaceo e le dimensioni. Dal mail marketing, alla distribuzione e il percorso eventuale di crowdfunding.
Il tutto viene condito da interviste con editori, scrittori, designer, rivenditori, distributori e marketer.
Insomma, con questo lavoro Purcell si pone l’obiettivo di dare un punto di riferimento per aiutare chiunque a passare dall’idea all’esecuzione.
Il libro sarà disponibile entro la fine di Marzo e sarà presentato a Offset, la principale conferenza di creatività e grafica irlandese.
Il libro è disponibile per il pre-order qui proprio in questi giorni.
Oramai non avete più scuse.

 

“On The Ground” è una guida illustrata della storia della stampa underground americana degli anni Sessanta

Tra il 1965 e il 1969 il numero di riviste underground esplose in una maniera che non si era mai vista prima. Questi documenti si collegavano a realtà, stili e messaggi completamente nuovi, condividevano contenuti e rappresentavano la voce critica della controcultura.
“On The Ground: An Illustrated Anecdotal History of the Sixties Underground Press in the U.S.” offre ai lettori uno sguardo parziale ma dettagliato su qusto tipo di editoria. L’editore Sean Stewart ha prodotto quindi un volume che riguarda sia l’aspetto grafico che quello contenutistico prendendo spunto dalla mostra tenutasi presso la libreria e galleria Babylon Falling di San Francisco, in cui il pubblico è stato in grado di vedere molte di queste carte e ascoltare le storie direttamente dai protagonisti delle rispettive scene.
I grandi personaggi del periodo sono tutti presenti in queste pagine che includono Paul Krassner (The Realist), Art Kunkin (Los Angeles Free Press), John Sinclair (Fifth Dimension, Ann Arbor Sun), Emory Douglas (The Black Panther) e l’artista Trina Robbins (East Village Other). Ciascuno di loro descrive il contenuto e gli aneddoti della propria avventura editoriale.
Oltre alle riviste di cui sopra, sono riportati esempi anche meno conosciuti agli addetti ai lavori come The Rag (Austin, Texas), Seed (Chicago), Rat Subterranean News (New York City) e Space City! (Houston).
Alcuni di questi prodotti editoriali sembrano giornali tradizionali (Los Angeles Free Press) mentre altri (Rat Subterranean News) sono più vicini al comix (It Is not Me Babe e Slow Death Funnies).
Nella sua introduzione, Stewart cita diversi volumi imprescindibili per gli amanti dell’editoria underground tra cui Smoking Typewriters: The Sixties Underground Press and the Rise of Alternative Media in America di John McMillian, The Paper Revolutionaries di Laurence Leamer e Rebel Visions: The Underground Comix Revolution di Patrick Rosenkranz.
SI può quindi dire che “On The Ground” è un buon volume per allargare la conoscenza di un fenomeno che però, ancora oggi, aspetta un libro completo per essere descritto e valorizzato per quello che in realtà è stato, ovvero un decennio di creatività che ha fatto dell’editoria un’arte ancora oggi non eguagliata.

“OOF Magazine”, una rivista sul calcio da sfogliare come un ricercato catalogo d’arte contemporanea

Il calcio, si sa, è la quintessenza dell’esperienza comunitaria, della passione condivisa, della fede irrazionale. In tutto il mondo – negli stadi, nei bar e nei salotti di casa – milioni di persone provano emozioni collettive guardando le proprie squadre scendere in campo. Ogni giorno il calcio riesce a realizzare con facilità talvolta data per scontata, ciò che l’arte cerca costantemente di fare con ben altri sforzi: far emozionare le persone.
L’arte de-costruisce il mondo, ci aiuta a capire cosa significa il tutto intorno a noi e tenta di offrire nuove prospettive ai nostri sguardi. per questo oggi vi parlo di “OOF magazine“, questo nuovo progetto inglese che unisce in un modo quasi naturale, arte e pallone.
Gli artisti che vedrete all’interno di “OOF” tentano appunto di semplificare il messaggio e l’esperienza calcistica per ridarle senso, per mostrare i perché questo sport riesca ad infiammare così tante persone in tutto il pianeta.
La pubblicazione londinese ha appena pubblicato il suo primo numero in cui, oltre ai lavori di artisti del calibro di Chris Ofili, Hans Ulrich Obrist, Rose Wylie e Petra Cortright e un’affascinante storia di un murale di Zagabria che raffigura Zvonimir Boban che combatte con la rivolta polizia.
L’idea originale di “OOF Magazine” è del fondatore e direttore Eddy Frankel a cui, in seguito, si sono aggiunti Justin Hammond e sua moglie Jennie, che a Londra gestiscono la grande galleria d’arte moderna J Hammond Projects. Un geniale designer chiamato Simon Whybray ha fatto l’iniziale direzione artistica e Tom Havell, che è il capo del design europeo di Time Out, ha fatto tutto il layout.
“OOF magazine” una via di mezzo fra un catalogo di una sofistica mostra d’arte e un magazine specialistico sul calcio e questa comunione rende le 72 pagine di cui è composto, interessanti, originali e per tutti i gusti.

Canefantasma propone un libro di grafica sul rapporto fra il vero ed il falso

Canefantasma è uno studio di design con base a Cambridge fondato da Mimmo Manes, un designer indipendente con oltre 15 anni di esperienza nel design multidisciplinare. Lo studio ha al suo attivo una vasta gamma di progetti che riguardano il brand identity, l’art direction, la tipografia ed il design editoriale.
Lo studio focalizza la sua attenzione sul settore artistico e culturale collaborando con clienti privati e pubblici come BBC Radio1, BP, Condè Nast, The Guardian etc.
Nel 2017 Mimmo Manes iniziò a pensare ad un progetto incentrato sul tema del rapporto ambiguo e mai risolvibile fra il vero ed il falso.
Li punto di partenza, destabilizzante e voluto, è quello che “tutto è falso” ed è stato trattato con l’obiettivo non di confutare l’assunto, ma di rinforzarlo in preda a quello che lo stesso Mimmo descrive come una sorta di nichilismo adolescenziale.
Il libro, dal titolo “Everything is false” è dunque un tentativo di mettere insieme idee abbozzate per creare un
strumento che incoraggiasse la condivisione di idee e delle opinioni delle altre
persone.
Questo piccolo blocco di 96 pagine stampato in formato A5 in un elegante bianco e nero su carta non patinata analizza come l’essere umano sia sempre stato intrappolato in un limbo immaginario di ombre come, sol oper esempio, il mito della grotta di Platone ha 2.400 anni.
Ogni immagine contiene la sua verità oggettiva e, allo stesso tempo, nasconde
una finzione, una bugia.
Un progetto ambizioso nella sua speculazione teorica che mostra il lavoro del graphic ed editorial design sotto un punto di vista diverso ed originale. Uno strumento per mostrare e approfondire tematiche esistenziali che solitamente non vengono collegate con a parte formale dei progetti editoriali.

“Friends Make Books 2017” il volume dello studio risografico torinese che chiude il 2017 in bellezza

Friends Make Books è uno studio con sede a Torino specializzato nella stampa Risograph.
che ha aperto i battenti nel 2012. Il gruppo di FMB offe molteplici servizi fra qui sviluppare modelli editoriali su piccola scala per l’intero processo: dall’ideazione, alla progettazione, alla stampa e alla rilegatura. Offrono servizi di creazione di libri in edizione limitata, su richiesta, ad artisti, illustratori, piccoli editori, studenti e professionisti, facilitando le persone interessate alla stampa e alle produzioni indipendenti.
Friends Make Books, come viene ben specificato nella loro presentazione, non è  una semplice e anonima copisteria ma un progetto nato dopo anni di esperienza nella stampa risografica.
Riporto le loro parole perché, meglio delle mie, riescono a descrivere quanto sia interessante il loro approccio alla stampa risografica: “La stampa su un Risograph implica la traduzione della tua idea nella lingua della macchina e siamo qui per aiutarti a prendere decisioni“.
La pubblicazione che vi presento oggi è “Friends Make Book 2017”, una sorta di volume riepilogativo e di presentazione della tecnica risografica che chiude il 2017.
Il volume è stato creato sovrapponendo immagini erotiche prese da vintage magazines. Il risultato è una raccolta feticistica che ben evidenzia la particolare magia della stampa in risograph.

Un libro bianco stampato in serigrafia composto da 355 cerchi neri dove l’errore è la bellezza

Adrian Schnegg è un designer e grafico svizzero che, dopo aver frequentato un apprendistato presso una stamperia per quattro anni , si è diplomato alla Scuola di design di Basilea nel 2016.
Per la sua tesi di laurea triennale discussa con insegnanti Viola Diehl, Dirk Koy
ha deciso di progettare e realizzare un libro un pò particolare dal titolo “355”.
Per circa due mesi infatti, il nostro Adrian ha stampando in serigrafia 355 cerchi neri per ricavarne un libro in formato A2 che riesce perfettamente a mostrare le diverse possibilità che questa tecnica offre anche partendo da un solo modello iniziale. Una forma circolare stampata su carta bianca, centrata nel mezzo di ciascuna pagina, è stata scelta come formato per creare un senso di unità pur volendo dimostrare le infinite differenze che si hanno nei diversissimi processi sperimentali.
La serigrafia è infatti – come racconta lo stesso Adrian – tutta incentrata sul processo e permette ad alcuni artisti di sperimentare al massimo mentre ad altri di ricercare l’assoluta precisione con composizione perfette.
Lo stesso Adrian sostiene che questo libro evidenzia come quelli che vengono considerati errori di stampa, nella serigrafia sono invece potenzialità da sviluppare e da mettere in risalto con le loro imperfezioni e le loro specifiche caratteristiche di volta in volta diverse.


“This way up” ovvero un nuovo magazine fatto e pensato per essere originale

“This way up”, che in italiano potremmo tradurre “in questo modo”, è un magazine – manco a dirlo – inglese, con sede a Londra ideato dal designer Adam Hunt.
Si tratta di un magazine che punto molto sulla creatività e sull’originalità senza per questo allontanarsi tanto da un minimalismo grafico ricercato ed a mio avviso di gradevole impatto estetico.
Ho deciso di parlarvene perché è una nuova iniziativa editoriale e soprattutto perché per la prima uscita è stato scelto un tema non banale anzi, mi spingerei a definirlo a dir poco contro tendenza, cioè la felicità e l’amore.
Dico questo perché mi piace sempre sottolineare il coraggio del progetto, dell’idea iniziale, a volte anche a prescindere dalla qualità del risultato finale che, almeno in questo caso, non mi fa impazzire ma nemmeno lo classifico come mal riuscito.
Dicevamo il progetto iniziale; il tema della felicità oggi più che mai appare un terreno scivoloso, sempre sotto attacco e sempre mal visto come se dire di essere felici o almeno di ricercare la felicità sia un auto flagello che ti condanna come minimo all’esser deriso dai più. Quasi come se impostare un’idea iniziale di rivista sul tema dell’amore equivalga già ad auto estranearsi da una società che vive e si alimenta di rancori, gelosie e critiche pretestuose e ancor più depressive.
All’interno di questo primo numero di “This way up” viene affrontata la particolarità dello sguardo femminile con gli scatti del fotografo di moda Maisie Willoughby, ricevi i consigli di uno dei più famosi designer del mondo come Eike König, leggi l’intervista a Iggy Pop e molto, molto di più.
L’immagine di copertina dal titolo “Council estate couture” è di Adam Fussell e precede 176 pagine dense di articoli longform e approfondimenti.

Buona lettura!

“Little White Lies” torna e vi propone il memory game definitivo illustrato sul mondo del cinema

Ecco uno di quesi post che dovreste tenere frai preferiti, almeno fino a quando non scatta l’ora x del regalo al vostro amico o amica appassioanto di cinema a ui non sapete mai cosa regalare durante le feste o per il compleanno.
“The Little White Lies Movie Memory Game” è infatti la risposta a questo tipo di problema.
Riesci a ricordare l’arma preferita di Dirty Harry? La testa di un cavallo mozzato significa qualcosa per te? O che ne dici di un paio di scarpe luccicanti con poteri magici?
Il magazine bimestrale “Little White Lies“, che va sempre tenuto con un occhio di riguardo se non altro per le splendide copertine che ci regala, ne ha inventata un’altra e questa volta non ha veramente lesinato in termini di originalità e fantasia.

Questa volta infatti ti sfida a mettere alla prova la tua agilità mentale e la tua preparazione in termini di culturale pop con “Movie Memory Game” un gioco di carte illustrato per chi è davvero appassionato di film.
La confezione contiene 50 carte e una guida per i 25 film presi in esame.
Tutte le carte sono di altissima qualità, confezionate in una piccola scatola che è di per sé una bellezza!
Inoltre viene fornito insieme con una piccola guida che da le informazioni necessarie su ogni carta. Le descrizioni di ogni film sono divertenti e per quei film che non hai visto – anche se in una collezione del genere dovrebbero essere pochi – viene spiegato il significato.
I tre cervelli di Little White Lies: Huck Oliver Stafford, Laurène Boglio e Timba Smits sono affiancati da altri sei contributors per illustrare questo squisito gioco fra cui Laurent Boglio e Jason Ngai.
Provate a fare una partita ed immagino che difficilmente riuscirete a smettere prima che sia troppo tardi.

“New Philosopher” è il magazine che cerca la strada di migliorare la vita attraverso la filosofia

New Philosopher” è una rivista trimestrale indipendente dedicata all’analisi ed alla esplorazione di temi e personaggi della filosofia passati e presenti. L’obiettivo – ambizioso – che si pone la rivista è quello di accompagnare i lettori nella scoperta di nuove modalità e percorsi utili a vivere un’esistenza più felice e libera.
Per questo, nella loro presentazione viene riportato una famosa citazione del filosofo Seneca che, parlando delle difficoltà di vivere felici dice:

Non è che abbiamo poco tempo da vivere, ma che ne sprechiamo molto. La vita è abbastanza lunga e ci è stata donata una quantità sufficientemente generosa di tempo per ricercare e ottenere i massimi risultati, questo però solo se riusciamo a viverla al meglio. Ma quando il nostro prezioso tempo viene sprecato nel lusso o speso in attività frivole, siamo costretti a raggiungere la nostra fine e a rendersi conto che la nostra esistenza è passata prima che sapessimo che stava passando. La vita è lunga se sai come usarla.

“New Philosopher” si rivolge a coloro che hanno studiato e conoscono la filosofia, agli accademici, ma anche a coloro che non hanno basi teoriche o studi approfonditi. Introdurre idee filosofiche che sfidano il pensiero e il condizionamento contemporanei è la sfida di questo magazine che alla base si pone una fatidica domanda:”I nostri pensieri e le nostre aspirazioni sono veramente nostri?”
“New Philosopher” è libero e veramente indipendente visto che si auto finanzia attraverso gli abbonamenti e le vendite. Non ci sono sponsorizzazioni o altri aiuti economici da parte di terzi come orgogliosamente rivendicano nella frase:”Non abbiamo affiliazione con i grandi media o altre società”.
Vincitrice di numerosi premi fra lo Stack Awards 2016  per il miglior uso dell’illustrazione, il magazine è attualmente alla sua uscita numero 19 dal titolo “Life”. Riflettere sul significato della vita non è solo l’attività dei filosofi, lo è anche dei bambini, degli adolescenti con il cuore spezzato e gli ottantenni che sentono piano piano la vita allontanarsi.

 

“Post-Butt” è il libro che vi mostra come il sedere sia uno strumento di promozione personale

Il libro di Melani de Luca “Post-Butt” è una vera chicca per appassionati del genere. Inizialmente nato come un progetto editoriale mentre Melani stava frequentando il master all’Accademia di design di Eindhoven, ha impegnato la giovane grafica e designer per più di un anno. È un libro che nasce dalla curiosità nata in Melani dopo aver notato “l’onnipresenza di culi su canali diversi; in particolare Instagram e video musicali”. La parte più dura è senz’altro stata quella della ricerca che però ha permesso di scoprire come il bootyfication esista in molti contesti diversi e come riesca ad influenzare l’arte e la società tutta attraverso linguaggi diversissimi tra loro come film, web, danza e clip.
Uno degli aspetti più curiosi e perciò interessanti del suo lavoro sta nell’aver notato che l’immagine con cui si mostrano i fondo schiena è notevolmente cambiata negli ultimi 20 anni. “La fotocamera si è abbassata, i fotogrammi durano più a lungo e il viso è spesso tagliato o addirittura completamente fuori dalla foto”, dice. La ricerca ha seguito una sua teoria propria teoria di fondo che si può riassumere nella teorizzazione definitiva:”l’ascesa del culo nei media non è stata affatto casuale”.
“Le immagini del culo sono incorporate nella nostra cultura e quindi hanno un’enorme influenza sulla nostra società e sul comportamento individuale”, spiega. “Anche se la musica e la danza sono viste principalmente come intrattenimento, hanno una funzione politica indiretta o talvolta diretta. Potremmo pensare che il fenomeno del selfie specifico sul fondo schiena, noto anche come belfie, possa essere assurdo, ma l’analisi della storia recente rende anche questo fenomeno improvvisamente logico. La viralità dei glutei parte dal dominio digitale ma ha ripercussioni nel mondo fisico”.
Dal punto di vista del design e della comunicazione è oramai diffusa l’idea di sfruttare il culo come uno strumento di branding, basti pensare a Jennifer Lopez che ha usato le sue natiche eccezionali già negli anni Novanta per celebrare la sua diversità e addirittura assicurarle con una polizza dedicata. Altre celebrità come Kim Kardashian e Nicki Minaj fanno esattamente la stessa cosa, trasformando il sedere in una zona di empowerment.
Accanto al libro, Melani ha anche creato un’installazione che mostra “ciò che di solito guardiamo in privato sui nostri telefoni” attraverso la creazione di  una serie di cuscini utilizzati per “innescare reazioni, positive o negative”.

Con un’introduzione di Charlotte van Buylaere, specialista di curatori e scrittori nel post-femminismo e nell’arte di Internet.
“Post-Butt” di Melani de Luca è quindi interessante, con la giusta dose d provocatorietà ed una importante cura del dettaglio anche dal punto di vista editoriale.

 

Un magazine di fotografia parigino che vuole riscoprire l’Europa ed i suoi protagonisti

Anche l’occhio vole la sua parte ed il mondo delle riviste indipendenti questo lo sa bene vista la cura e l’attenzione, in alcuni casi maniacale, che viene posta nei confronti della forma estetica di questi prodotti editoriali.
Il magazine che vi proponiamo oggi, “The Eyes“, proviene da Parigi ed è un progetto fotografico di un team di persone dai percorsi professionali più disparati:

  • Vincent Marcilhacy, editore e fondatore della casa editrice Aman Iman Publishing;
  • Guillaume Lebrun, fotografo ed insegnante;
  • David Marcilhacy, professore in editoria e ricerca nei campi della cultura e della politica all’Università Paris-Sorbonne. Ha vissuto e lavorato in Francia, Spagna e Turchia, sviluppando attività di insegnamento;
  • Remi Coignet, caporedattore della rivista The Eyes dedicata all’Europa e alla fotografia. Nel 2014, ha pubblicato i due volumi di “Conversations” con sue interviste a fotografi, editori e designer;
  • Arnaud Bes de Berc, responsabile di tutti gli adattamenti digitali del progetto The Eyes,
  • Véronique Prugnaud, attraverso Redbox Prod Véronique Prugnaud supporta e consiglia strutture culturali nello sviluppo, produzione, pubbliche relazioni o raccolta fondi per i loro eventi, fiere, festival, riviste e mostre.

Arrivato alla sua ottava uscita, “The Eyes” ha da poco cambiato radicalmente il  proprio impatto visivo, direi quasi la propria concezione di base.
Un riposizionamento drastico per questa pubblicazione annuale dedicata alla fotografia documentaria e artistica che vuole proporre il magazine come un oggetto originale e unico, direi quasi da collezionare.
Una rivista importante, di ben 208 pagine dove ogni anno un curatore viene invitato a lavorare su un argomento specifico, in quest’ultimo numero si tratta di dello storico della fotografia francese, Michel Poivert che si occuperà di «Nuove storie fotografiche».
Nella descrizione della rivista mi ha colpito, soprattutto alla luce dell’aria che sembra tirare, la chiara e testuale dichiarazione d’intenti del magazine dove si legge che “The Eyes”

cerca di rivelare il senso della nostra Europa attraverso la lente di ingrandimento della fotografia con i suoi infiniti e diversissimi approcci alla creazione visiva e all’esplorazione..  mettendo in risalto i collegamenti tra i vari e diversi protagonisti della società in cui viviamo.

 

Le etichette discografiche politiche di tutto il mondo racchiuse in una enciclopedia stampata in risograph

Josh MacPhee è un designer, un artista e soprattutto un archivista che opera a Brooklyn. È uno dei fondatori della Cooperativa di artisti Justseeds ed in passato ha progettato copertine di libri per molti editori (antumbradesign.org).curato una mostra ed il relativo catalogo sui materiali prodotti da movimenti sociali con sede a Brooklyn. Il suo interesse per i movimenti culturali e politici di Brooklyn e più in generale di tutto il mondo lo hanno portato nel tempo a produrre numerosi prodotti editoriali fra cui ricordo “Signs of Change: Social Movement Culture” e soprattutto “Signal: Journal of International Political Graphics and Culture“.
Quest’ultimo splendido progetto è composto da una serie di libri – ancora in corso di pubblicazione – interamente dedicata alla documentazione ed alla condivisione dei materiali riguardanti la grafica politica, i progetti creativi e la produzione culturale delle lotte internazionali di resistenza e liberazione. La bellezza di “Signal” sta infatti nel suo incessante e rigoroso scavare in profondità nella storia per portare alla luce questo ruolo spesso trascurato ma essenziale che la grafica ed in generale l’arte e la cultura hanno giocato nelle lotte di tutto il mondo.
Signal è pubblicato da PM Press.

Quello di cui vi parlo oggi è invece l’ultimo dei suoi progetti, il libro dal titolo “An Encyclopedia of Political Record Labels” composto da 60 pagine di piccolo formato stampato in risograph a 4 colori.
Dall’A-Disc (l’etichetta discografica del movimento operaio svedese) a Zhongguo Changpian (l’etichetta statale della Repubblica popolare cinese), questo libro è un compendio di 230 etichette discografiche che hanno prodotto musica politica nel periodo compreso tra il 1965 e il 1990, quello che è considerato il periodo d’oro del disco in vinile. Ogni voce presenta il logo dell’etichetta e una breve sinossi della sua storia e ogni altra informazione interessante. Un progetto internazionale che vede rappresentati oltre 25 stati differenti.
La prima edizione del libro è andata esaurita appena messa sul mercato e, grazie alle migliaia di ulteriori segnalazioni da parte di studiosi, produttori e semplici appassionati Josh ha prodotto una seconda edizione rivista e integrata.

Il nuovo numero di Eye Magazine e la solita garanzia di qualità

Sin dalla sua nascita, la rivista Eye si è definita “The international review of graphic design”. E l’ultima edizione, dopo due numeri incentrati su illustrazione e tipografia, e dopo essersi aggiudicato anche il premio Stack Awards 2017 nella sezione “Cover of the Year” (ne ho parlato qui), riafferma con il numero 95 il proprio impegno per il mondo del design e dei designer in un numero ricco di esempi e approfondimenti.

La copertina dell’ultimo numero comprende una nuova interpretazione dello storico logo di Eye magazine – creato originariamente dal concept by Nick Bell e dal disegno di by Magnus Rakeng – ed oggi rivisto dal grande designer RO Blechman.
Sempre nell’ultimo numero si legge 
un’ampia intervista di Matt Willey (New York Times Magazine), insieme ai tributi di Françoise Mouly e Genevieve Bormes (The New Yorker ).

Altri articoli vanno dalla grafica contemporanea dello studio di Brooklyn Triboro ai tesori di una storica tipografia nel nord-est della Francia; dalle foto del carnevale brasiliano di João Farkas a un’intervista con Briar Levit, direttore del documentario Graphic Means. Come sempre, c’è una vasta sezione di recensioni sul design e la cultura visiva in tutto il mondo e una critica fotografica di Rick Poynor.
Come avrete capito, il numero 95, come del resto ogni altra uscita di Eye Magazine è un evento e per tanto consiglierei l’acquisto.

La trilogia di Kieślowski ispira questi 3 volumi di Carla Cabras

Da un pò di tempo seguo il suo lavoro, un lavoro regolare, rigoroso e sempre contraddistinto da una estrema pulizia grafica mista ad una costante ricerca, sperimentazione, voglia di scoprire qualcosa di nuovo.
Lei è Carla Cabras, giovane grafica e designer laureato all’Accademia di Belle Arti Mario Sironi di Sassari dove tutt’oggi vive e lavora.
Uno dei suoi progetti, quello che ci ha inviato e che sono molto felice di presentare, è questo “Three Colors” e penso che nessuno meglio di lei è in grado di presentarlo.

Il progetto nasce con l’intento di rendere graficamente la trilogia cinematografica “Tre colori“, del regista polacco Krzysztof Kieślowski. Personalmente ho sempre ammirato l’idea del regista, per questo ho voluto renderne omaggio in questo modo, mettendo insieme due mie passioni, l’editoria e il cinema.
Il progetto è composto da tre piccoli editoriali, ognuno rappresentante un film ed un colore diverso. Essi sono stati composti da testi, i quali descrivono il lavoro del regista, e varie screencaps delle pellicole, simulando digitalmente la stampa risograph“.

Quindi, visto che a me questo progetto è piaciuto tantissimo, spero prorpio di poter ospitare i lavori di Carla anche in futuro nelle nostre pagine.

In un libro i migliori artisti del mondo svelano il loro processo creativo per l’illustrazione delle tavole da skate, surf e snowboard

Ho scoperto di recente che alcuni dei lettori più assidui del nostro sito sono appassionati di onde, spiagge, tavole e surf e quindi, non appena è stato possibile, eccomi qua a parlare di un prodotto editoriale che sicuramente gli interesserà.
il volume “Inside the World of Board Graphics” offre infatti uno sguardo approfondito e completo sulla natura e l’influenza culturale della grafica e del design sul mondo del surf, dello skate e dello snow board.
I fantasmagorici nomi più importanti del design internazionale, nomi quali Art Chantry, Katrin Olina e James Victore sono avvicinati alle superstar del settore quali Terry Fitzgerald, Martin Worthington, Yoshihiko Kushimoto e Rich Harbor che crea e realizza tavole da surf dal 1959.
Il libro include dozzine di interviste e profili a personaggi di primissimo piano del settore. Grafici e illustratori quali: Aaron Draplin, Emil Kozak, Morning Breath, Anthony Yankovic e Hannah Stouffer per nominarne alcuni.
Ci sono molti libri sull’arte delle tavole, ma non c’è mai stato un libro come questo che mostri un punto di vista così originale, il dietro le quinte del processo creativo.
Imperdibile per gli appassionati.

“Contra Journal”, un nuovo coraggioso magazine che rappresenta la cultura visiva nei conflitti moderni

Il fenomeno delle ondate migratorie, la gestione, il controllo, la convivenza, le regole e molti, moltissimi altri temi, sono oramai da anni all’ordine del giorno del dibattito pubblico sia per quanto riguarda le scelte politiche, sia per le più becere e tristi ricerche di sostegno e risultati elettorali.
Come ho già avuto modo di segnalarvi (qui), il tema dei flussi migratori è al centro di un magazine, “Migrant” per la precisione, che personalmente amo per la scelta di seguire sia un rigore contenutistico, sia una ricerca di nuove strade dal punto di vista grafico.
Da qualche settimana si  unito al gruppo dei magazine indipendenti che possiamo definire più socialmente impegnati, anche il londinese “Contra Journal“, una pubblicazione senza scopo di lucro che esplora la relazione tra l’arte e le varie forme di conflitto sparse, ahimè, per tutto il pianeta.
“La parola contra significa in opposizione a e così è conflittuale proprio per definizione, come sostiene George Brodie, co-fondatore nel 2015 di Contra Journal, insieme a Ben Bohm-Duchen. Avendo entrambi studiato e scritto ampiamente durante il loro percorso universitario sulle rappresentazioni del conflitto, si sono sentiti in dovere di lavorare ad un progetto che diffondesse ai lettori questi concetti e contenuti anche e soprattutto al di fuori del mondo accademico per far riflettere su quanto sia importante e coinvolgente il tema del conflitto se affrontato in modalità trasversali e sperimentali.
Tre anni dopo, la coppia ha costituito un team di sei persone, tutte con sede a Londra e che lavorano nei campi dell’editoria, dei musei, della cucina e del cinema. Con contenuti estratti da vari angoli del mondo creativo, “Contra” è una pubblicazione che, secondo i loro fondatori, si pone l’obiettivo di “accendere una luce una luce sugli artisti e le voci che non sono spesso viste o ascoltate quando si parla di conflitto”, creando così una narrativa alternativa a quello normalmente presente nei media mainstream.
Ogni edizione viene organizzata a a partire da un tema diverso, non a caso il primo numero, intitolato Displacement, esplora le modalità con cui la cultura grafica e visiva, risponde e si modifica in risposta alle attuali immigrazioni dei popoli.
Il progetto si autofinanzia con la vendita e con eventi di presentazione della rivista, esattamente come qualsiasi altro progetto definibile “sociale” e quindi con pochi fondi a disposizione.
Il risultato però è gradevole, pulito, senza fronzoli. Gioca a suo favore la carta della semplicità fornendo al lettore un magazine asciutto e leggibilissimo nelle sue 128 pagine.
La prima uscita presenta due cover: una ripresa da Seba Kurtis e l’altra da Harley Weir. All’interno troverete una panoramica della giungla di Calais attraverso le case di alcuni dei suoi abitanti e altre interessanti approfondimenti sul tema della migrazione.
Attraverso la combinazione di accattivanti saggi fotografici e articoli longform “Contra Journal” utilizza l’arte e il design per creare un luogo cartaceo che riesce a comunicare storie e soprattutto a difendere voci inascoltate.
Progettato da Our Place Studio, “Contra Journal” lancia così una sfida per portare i magazines indipendenti oltre ad una certa frivolezza dando senso, sostanza e autorevolezza a questa nuova splendida stagione dell’editoria cartacea.

Il nuovo magazine “Clove” vi porta alla scoperta della cultura dell’Asia del sud

Ho già più volte sottolineato come non ci siano limiti contenutistici che riescano oramai ad arginare la cosiddetta nuova golden age dei magazine indipendenti e “Clove” ne è un’altra perfetta dimostrazione. E’ infatti una rivista semestrale dedicata alla cultura dell’Asia del sud – India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal e Bhutan che esplora le forze, le attività, i segreti e le particolarità di questa regione in rapida evoluzione con particolare attenzione al suo rapporto con il mondo dall’arte, della musica, del cinema, della moda, dell’architettura, del design e della letteratura cercando di tenere sempre bene in evidenza i movimenti sociali, politici e tecnologici.


“Clove” fa luce su una regione che sta rapidamente crescendo in termini di influenza nei confronti del resto del mondo – una regione che ospita circa un quarto della popolazione mondiale.
A capo del progetto editoriale di “Clove” c’è un team di professionisti e creativi con una vasta esperienza alle spalle nel mondo dei magazine e dei giornali e in agenzie di comunicazione e design. Il core team ha sede a Londra e attinge al talento di svariati inviati e giornalisti, scrittori e fotografi sparsi in tutta l’Asia meridionale e nel resto del mondo.

Il concetto alla base di “Clove” è che quando diverse persone, culture e punti di vista si incontrano, si mescolano e si evolvono, proprio allora nascono storie avvincenti e perfettamente curate. Nel primo numero di “Clove” troverete il musicista Zohaib Kazi che ha sfidato il pregiudizio metropolitano durante un suo epico viaggio attraverso il Pakistan rurale, il fotografo Juergen Teller e la scrittrice Shumi Bose che hanno scambiato opinioni sull’India e sull’arte. Mentre le antiche culture alimentari dell’Himalaya si adattano a improbabili nuovi contesti, una convergenza di forze internazionali e locali sta plasmando il panorama architettonico del Bangladesh e molto, molto altro.
Il primo numero di “Clove” è disponibile qui.

L’italianissima etichetta di autoproduzioni Ciclostile presenta l’Abecedario delle bandiere vol.1 e 2

Proprio mentre certa editoria cartacea si affanna ad inventarsi modalità e linguaggi nuovi per sopperire alla profonda crisi dei numeri, le forze che dal basso, con pochi mezzi ma con una voglia sana e genuina, riescono a ritagliarsi spazi sempre più importanti producendo innovazione, idee e sperimentazione. E’ il caso di Ciclostile, una etichetta di autoproduzioni nata nel 2016 dalla voglia di Elisa Miorin e Daniele Balcon di sperimentare e realizzare libri, artefatti unici nel loro genere. Le tematiche principali del loro catalogo sono l’illustrazione e la tipografia.
Proprio di Elisa sono i 2 volumi intitolati “Abecedario delle bandiere” vol.1 e 2.
“Curiosità e ricerca” sono le parole che hanno fatto nascere questo nuovo progetto, due volumi di una serie dedicata alle bandiere e ai loro significati, utilizzati per disegnare la lettere iniziale di ciascun Paese. Un gioco visivo per creare un alfabeto del mondo.
Entrambi i libri sono disponibili qui.

In un elegante libro fotografico in bianco e nero si restituisce gli anni Ottanta di Londra dove nacque il movimento New Romantic.

Poursuite è un editore francese specializzato in fotografia e argomenti correlati che ha prodotto questo affascinante volumetto di cui oggi vi voglio parlare.
“Blitz Club Blitz Kids è un’elegante raccolta di immagini scattate durante il 1980 dal fotografo Homer Sykes dai cosiddetti Blitz Kids nel famoso club di Covent Garden chiamato Blitz Club.
Il Blitz Club era il luogo dove Steve Strange, un’artista camaleontico, seguiva la religione del Duca Bianco (aka David Bowie) e imponeva il suo personalissimo dictat di selezione al suo stranissimo ed originalissimo pubblico. Una volta entrati al Blitz Club, culla dell’eccesso, le libertà regnavano supreme e le inibizioni erano morte e sepolte a favore di nuove calde e controverse esperienze. La storia narra che celebrità di quegli anni, Boy George, Rusty Egan, Princess Julia, Billy Idol e David Bowie su tutti, erano parte integrante del locale stesso che in poco tempo da fenomeno stilistico divenne vero e proprio manifesto di una generazione stanca della cultura punk troppo aggressiva e alla ricerca di un nuovo e più sofisticato culto estetico.
Infatti, negli anni ’70 la Gran Bretagna era ancora nel mezzo della depressione economica con una settimana lavorativa di tre giorni a causa di una disoccupazione ancora in forte aumento.
Steve Strange, un giovane imprenditore gallese, era arrivato a Londra, e si stava facendo un nome per l’organizzazione di concerti di gruppi punk. Collaborando con l’amico e batterista Rusty Eagan, si iniziarono a far conoscere nei club organizzando le cosiddette Bowie Nights, quasi sempre di martedì sera in un seminterrato sotto un bordello di Soho. Nel 1979 abbandonarono quel luogo angusto per trasferirsi in un wine bar senza troppe pretese a Covent Garden. Un locale decorato con i manifesti della Seconda Guerra Mondiale e una fotografia del primo ministro Winston Churchill. Nei loro martedì mentre Rusty faceva il DJ, Steve imponeva una severa politica di selezione all’ingresso facendo entrare solo quello che lui definiva “strano e meraviglioso”. Per darvi un’idea, uno come Mick Jagger è stato più e più volte bloccato.
Il Blitz Club iniziava a fare notizia.
Era frequentato da molti studenti di moda che erano stufi del genere punk e volevano esprimersi in modo diverso, molti in un modo molto più androgino, ambiguo, provocante. Il Blitz Club fu un banco di prova per le loro idee sulla nuova estetica, sul design e sulla moda facendo diventare questo nuovo look famoso con il nome di New Romantic.
Il libro, di 32 pagine scritte in inglese e francese, in un bianco e nero senza dubbio elegante, ricercato e privo di fronzoli, restituisce alla perfezione il clima e lo spirito dell’epoca.
Ottima testimonianza, ottimo esempio di ricostruzione di un periodo fra i più innovativi degli anni Ottanta. E’ possibile acquistarlo qui.

ANXY #2, il magazine questa volta esce con un numero alla dipendenza da lavoro

A suo tempo (qui l’articolo) presentai “Anxy” perché mi colpì molto il soggetto stesso della rivista e sono stato molto felice di vedere che questo coraggioso progetto è stato l’unica nuova uscita del 2017 ad essere premiata ai recenti Stack Awards come lancio dell’anno e scelta degli abbonati (qui il pezzo sui premi di quest’anno).
Eccomi dunque a presentare la seconda uscita del progetto ideato dalla designer californiana Indhira Rojas insieme a Jennifer Maerz questa volta dedicato al così detto Workaholism, lo stress tipico di chi diventa dipendente dal lavoro.
Anche in questo caso, leggendo l’intervista fatta da It’s Nice That ad Indhira Rojas, si ribadisce che l’obiettivo della rivista è quello di far aprire le persone, leggerne la vita e le esperienze, dimostrare che nessuno è solo. Mettere le persone a proprio agio nel condividere i propri pensieri scomodi, i sentimenti e le esperienze vulnerabili di cui solitamente si parla solo in contesti chiusi.
La scelta del tema del secondo numero è ricaduto sul workaholism sia per l’esperienza personale di Indhira e Jennifer sia perché sempre più persone usano il lavoro come una forma di evasione e questo porta a non differenziare più il lavoro duro da quello compulsivo.
La splendida cover è a cura di Ori Toor, geniale illustratore di Tel Aviv che ha illustrato l’articolo della psicologa Malissa Clarke sul concetto di workaholism e se volete saperne o sfogliarne di più, accaparratevi la vostra copia qui.

Attraverso la grafica il libro “The Scale of Things” ti fa scoprire un nuovo mondo

Uno di quei libri che non capisci al primo sguardo, di quelli che ti chiamano e ti costringono ad avvicinarti, sfogliare, eggere e capire. Per poi, in fondo, finalmente avere chiaro il progetto e goderne il significato.
Se poi, il tutto, pè condito da un accurato lavoro editoriale e da una certa spregiudicatezza visiva, allora io sono vinto e l’innamoramento scatta inevitabile.
Sto parlando del libro “The Scale of Things” edito da Quadrille Editions e opera dello studio Praline Design e del suo fondatore David Tanguy.
The Scale of Things è accattivante, ti porta oltre la distanza per esplorare fatti e fenomeni trasformando il loro significato attraverso un nuovo stile grafico.
La grafica è infatti parte integrante della comprensione delle affermazioni di ogni essere umano, un mix di informazioni grafiche, tipografia e illustrazioni formano le rappresentazioni visive con cui noi tutti afferriamo i concetti.
Il libro è rivolto a tutte le età da 10 anni in su perché può essere divertente per tutti scoprire la nuova veste data a concetti quali la Biologia, il Cosmo, l’Economia, l’Ambiente, la Tecnologia ecc.

Il libro è in vendita qui.

La più grande collezione al mondo dedicata agli stati alterati della mente è di un uomo colombiano e la potete trovare racchiusa in un libro

Mi sono imbattuto nella realtà di Anthology Eitions ramai qualche anno fa, mentre stavo cercando di comporre una bibliografia sulla poster art californiana.
Mi piace il loro stile, mi piace il mix elegante fra il palese amarcord del loro gusto e la voglia di stare in questo presente incasinato. Mi piace il contenuto dei loro lavori, i criteri di selezione e la cura con cui presentano il tutto.
Oggi vi parlo di Anthology Editions e della loro ultima fatica, su carta ovviamente.
Anthology Editions è una bella realtà editoriale con sede a Brooklyn, NY che indaga con passione il patrimonio della cultura pop senza porsi limiti di genere o di forma. Il vero cuore pulsante del progetto editoriale sta infatti nell’amore verso l’archiviazione e la catalogazione di materiali di un tempo passato con l’obiettivo di ripresentarli con un sempre accurato e accattivante lavoro di redesign e un ottimo lavoro di ricerca e commento.
Il progetto si basa su due colonne principali, quella di Anthology Recordings in cui vengono riportati a galla i suoni e le vibrazione passate per illuminare il presente. Si parla molto di surf revival sound e di quelle certe good vibration di cui, almeno quelli della mia generazione, hanno solo letto sui libri senza mai davvero assaporarle se non di rimbalzo.
L’altra parte del lavoro è appunto Anthology Editions dove vengono ideate e prodotte attività culturali come edizioni di libri, raccolte musicali o grafiche e mostre. 

Tutto il racconto parte dalla figura quasi mitologica di Julio Mario Santo Domingo (1958-2009), il collezionista e soprattutto visionario colombiano che per tutta la sua vita e spendendo una vera e propria fortuna, ha riempito le sue innumerevoli case e i suoi svariati magazzini con la più grande e sterminata collezione privata del mondo legata ai temi della droga, del sesso, della magia e del rock and roll. Sto parlando di una collazione che comprende una libreria di oltre 50.000 titoli dove trovare da manoscritti e foto rarissime e poster, stampe, serigrafie originali. Bottiglie, lettere, pipe da oppio e addirittura diversi flipper che, – ovviamente – riguardavano il tema dell’alterazione.
La collezione mostra le innumerevoli influenze che gli stati di alterazione della mente hanno avuto su arte, scienza e politica nel corso dei secoli attraverso anche opere di artisti quali Andy Warhol, Timothy Leary, Sigmund Freud, il Marchese di Sade, Charles Baudelaire, Allen Ginsberg, i Rolling Stones, Aleister Crowley e molti, moltissimi altri.
La collezione è stata depositata all’Università di Harvard da suo figlio, Julio Santo Domingo.

Tutto questo lo potete trovare in “Altered States: The Library of Julio Santo Domingo” un volume pesante, grosso, costoso e fantastico che mette in evidenza i pezzi della collezione nelle sue densissime 480 pagine e 650 immagini.
I testi sono curati da Peter Watts e la parte grafica da Yolanda Cuomo.

Per chi ha un pò di soldi da spendere, il libro si acquista qua.

Una bella zine autoprodotta per ricordarsi di due viaggi fatti negli States

Ognuno di noi nella propria vita compie viaggi, spostamenti più o meno lunghi, più o meno piacevoli e, ognuno di noi, ha i propri modi e le proprie metodologie di archiviazione del materiale di viaggio: foto, fogli sparsi, gadget e quant’altro.
Oggi vi presento quello che è  stato il modo con cui il giovane Jakub Lehmann, grafico e art director polacco che lavora presso il Blürbstudio, ha deciso di archiviare e consegnare al tempo che passa il materiale riportato a casa da 2 viaggi negli Stati Uniti fatti negli anni scorsi.

Jakub (qui i sui profili IG e FB)ha pensato bene di affidarsi al sempre verde formato libro cartaceo e di farlo con stile e passione. Il risultato è “10.000 miles”, una rappresentazione grafica e una sintesi di due viaggi negli Stati Uniti per una durata totale di 109 giorni e un percorso di 15.772 chilometri, che è poi la distanza tra New York e la California.


Le due pubblicazioni sono organizzate cronologicamente e traboccano di informazioni testuali, grafiche e fotografie selezionate da Jakub.
Per meglio aiutare il lettore a seguire quello che è il tragitto del viaggio, ognuno dei 2 volumi contiene la mappa del percorso intrapreso.
Ulteriore lavoro di classificazione, forse quello che più mi è piaciuto, è relativo al tipo di contenuto utilizzato a cui Jakub ha assegnato uno specifico colore: testo, luogo, stampa o foto.

Independent Press Fair e la fanzine sulla cybercultura di Katarzyna Wieteska

La parte più bella del nostro progetto Independent Press Fair è che ognuno è libero di inviarci il proprio prodotto editoriale indipendente con la descrizione e le immagini e quindi alle Edizioni del Frisco siamo in costante attesa di nuovo materiale e quando arriva, beh, immaginatevi la curiosità, la festa e tutto il resto.
Oggi presentiamo il lavoro di Katarzyna Wieteska di cui avevo già segnalato il bellissimo progetto editoriale sul regista Lars von Trier in questo post e che ritorna con un libro nuovo, diversissimo, eccitante e pieno di idee.
Come parte principale del suo diploma, Katarzyna Wieteska ha creato una linea di prodotti fra cui una rivista in formato newspaper, una serie di poster (in versione digitale e stampata) e un design per pagine web.
Vediamo, dalle parole della stessa Katarzyna, i particolari di questo bel prodotto editoriale…

The Darknet Zine è una pubblicazione dedicata alla cybercultura, alle nostre relazioni con altre persone attraverso i media digitali e al nostro attaccamento ai dispositivi elettronici. Questo lavoro è il risultato della mia riflessione sul ruolo di un uomo guidato dal capitalismo nel mondo digitale e la critica della realtà odierna in cui i valori umanistici sono sostituiti da valori economici.
Il linguaggio visivo di questo lavoro è il risultato della mia ricerca di archetipi visivi del mondo virtuale. Ho usato molti elementi, che si riferiscono all’estetica di Internet e alle interfacce dei vecchi personal computer. Ho anche creato diversi modelli ispirati a quella che considero l’estetica dell’errore.
Ho deciso di stampare la fanzine senza particolari layout editriali per mostrare l’idea della narrazione non lineare che è il modo particolare con cui noi assorbiamo le informazioni dal web. Ogni piega di pagina proviene dall’unione di altre pagine non complementari fra loro per creare un ritmo visivo originale e spiazzante in cui ogni foglio può anche essere visto come un unico piccolo poster.
Ho scelto la forma del giornale, perché, a differenza dei media digitali, è passivo. Non raccoglie cioè i dati sulla nostra posizione o su quanti minuti dedichiamo a un articolo. Il lettore può essere sicuro, che non è osservato. Volevo creare una fanzine che ti dà un piacere analogico nel vedere e toccare il giornale insieme a contenuti critici sulla realtà contemporanea senza essere oppresso dal digitale che resta sempre in agguato.

Creata solamente in 2 copie a causa dei costi elevati di produzione, la fanzine “The Darknet Zine” ha un gran bel formato da 345 x 495 mm per 52 pagine integrate da un poster a due lati all’interno.
Al momento non è in vendita, ma potete sempre contattare Katarzyna e richiedere, come abbiamo fatto noi, di continuare con i suoi splendidi lavori.

 

 

Lo skate come liberazione ed emancipazione in questo nuovo magazine dalla Palestina

Una delle cose che più mi fa impazzire della attuale scena dei magazines italiani, ma soprattutto internazionali, è la sensazione che stia sempre per uscire una sorpresa, quel non sapere mai cosa aspettarti da un settore vivo più che mai, aperto più che mai, curioso più che mai.
Questo continuo movimento oggi mi porta a parlarvi di “Roll With The Punches”, una nuova rivista sullo skateboarding uscita da qualche settimana e proveniente da una zona da dove non arrivano poi tanti magazines, anzi: la Palestina.

Questo bel progetto è stato ideato e realizzato dallo skateboarder, Tom Bird, dopo aver collaborato con SkatePal, un progetto di collaborazione a sfondo sociale cresciuto a dismisura in Cisgiordania.
SkatePal è un’organizzazione senza scopo di lucro che lavora con le comunità Palestinesi per migliorare la vita dei giovani e promuovere la funzione sociale dello skateboarding.
Dal 2013 SkatePal ha realizzato moltissimi progetti che hanno raggiunto centinaia di giovani in tutta la Cisgiordania e ottenuto consensi e riconoscimenti da tutto il mondo.

Un team di volontari locali e internazionali insegnano a ragazzi suddivisi in classi di età lo skateboarding costruendo skatepark e fornendo le attrezzature necessarie. Queste attività stanno consentendo a un numero sempre crescente di giovani skater palestinesi di allargare i loro confini, assaggiare i benefici di uno spirito collaborativo basato sullo sport e soprattutto di essere in gradi di supportare a loro volta quelle chesaranno le future generazioni.

Il magazine contiene un’intervista al fondatore di SkatePal, Charlie Davis, sullo skateboard come “via” verso l’emancipazione, un approfondimento su Nefarious, un prgetto tutto femminile di skaters e come, questo strumento, possa essere utile anche per l’uguaglianza di genere. Una storia illustrata di 16 pagine del conflitto israelo-palestinese e molto altro materiale che, come avrete senz’altro capito, rende questo magazine speciale.
A renderlo ancora più interessante ai miei occhi è che l’intero progetto ha l’obiettivo di supportare le attività di SkatePal e quindi non a scopo di lucro.
Ogni numero sarà stampato in circa 500 copie da 64 pgine per un formato standard di 240mm x 170mm.
Per chi fosse interessato ad acquistare una copia, potete farlo qui.

“No Cure Magazine” ovvero quando è amore è amore vero

Si, quando è amore è amore vero e niente e nessuno può cambiare questo stato di cose.
Amo “No Cure Magazine” dal 2014, anno in cui lo scoprii quasi per caso, partendo da un adesivo trovato per strada in una delle mie trasferte anomale. Da li in poi non ho potuto scegliere, seguirlo, sfogliarlo, aspettarlo, sono stati un appuntamento fisso di mese in mese fino ad oggi, ma lo sarà anche domani visto cosa ci stanno preparando per il nuovo numero.
La quindicesima uscita infatti, dal curioso titolo “Straya”, inzierà a riempire le cassette delle lettere degli abbonati dalla prossima settimana e sarà interamente dedicata a tutto ciò che è confusione, turbolenza, creatività esplosiva con lavori fantastici di gente del calibro di Lauren e The Lost Boys, Cassie Stevens, Russel Ord, Sindy Sinn, Rach Pony Gold, Jack Irvine, Kiel Tillman, Scotty Williams, Chris Nixon, Kentaro Yoshida e altro ancora!

Puoi ordinare la tua copia di Straya cn la splendida cover di Lee McConnell andando qua.

Un libro/calendario con una grafica al giorno tutte in bianco e nero prodotto da Fedrigoni

“Fedrigoni 365” è un progetto dello studio londinese TM creato per commemorare il 2018 chiedendo ai principali creativi inglesi di contribuire con un lavoro a quello che risulta essere un vero e proprio compendio di design e che in questo progetto prende la forma del calendario annuale di Fedrigoni.
Il risultato di questo processo è un sorprendente libro nero dimensioni 165x220mm di ben 400 pagine che contiene 365 disegni monocromatici all’interno. Ogni disegno è stato creato come interpretazione di una data che è stata fornita a caso a ciascun partecipante. Le regole con cui creare il disegno sono stati stabilite per sfidare al massimo la creatività di ciascun designer imponendo i limiti di utilizzo di una sola pagina e del Bianco e nero che ha costretto tutti i creativi interessati a concentrarsi rigorosamente sul concetto e sulla forma.
Il Calendario che ne è venuto fuori è veramente un bellissimo prodotto editoriale, ha una forma organica il cui ritmo varia da una pagina all’altra senza un vero e proprio filo conduttore se non appunto quello del bianco e nero.
Altro aspetto importante del progetto è che tutti i profitti ricavati dalla vendita del libro andranno direttamente all’associazione benefica Make-A-Wish.

Com’è l’inserto “Playlist” di Internazionale? La recensione

Con molta curiosità sono andato in edicola a prendermi “Playlist”, l’inserto one shot realizzato da Internazionale con l’ormai obbligatoria lista di liste del meglio di questo 2017 che sta andando in archivio.
Come sempre ho misurato prima le mie aspettative anche alla luce di 2 diverse considerazioni:
– la prima è che Internazionale è oramai un must per una piccola – ma nemmeno poi tanto piccola – fascia di lettori. Un ruolo che si è costruito negli anni con coerenza, professionalità e attenzione alla qualità in ogni aspetto della rivista cartacea prima e dell’intero progetto editoriale poi.
– la seconda è che, pur apprezzando i piccoli ma continui aggiustamenti grafici e i lenti adeguamenti a nuovi standard estetici, Internazionale sembra muoversi in maniera pesante e impacciata quasi come se si fosse adeguata al suo standard qualitativo che – ripeto – è eccellente. Questo però ha impedito alla testata di Giovanni De Mauro di presentarsi con novità rilevanti più di forma che di contenuto, oramai da un pò di tempo a questa parte.

Partendo da questi due punti, ho sfogliato “Playlist”….

Il progetto grafico e l’art direction è come sempre del resto, a cura di quel geniaccio di Mark Porter, mentre la bella grafica di cover e gli inserti grafici delle sezioni interne sono tutti di Marco Goran Romano, già attivo protagonista del panorama editoriale italiano prima in Wired Italia e poi con lo studio Sunday Büro in cui lavora con Valentina “Alga” Casali e con il quale ha recentemente contribuito al re design dei font utilizzati dalla storica rivista musicale Il Mucchio Selvaggio.

Sono un ammiratore del lavoro e dello stile di Goran Factory e quindi rischio di essere di parte, ma sfogliando la rivista si nota come sia stato centellinato il suo apporto in favore, come già accennato, di un più rigoroso e conservativo layout che non si discosta quasi per niente da quello del settimanale.
La griglia è la medesima, il font titolo e corpo del testo sono i medesimi, tutto sembra Internazionale e quindi la scelta è stata chiaramente quella di lasciare il lettore all’interno del suo spazio di confort settimanale, di non metterlo di fronte a qualcosa di nuovo e di un pò spregiudicato come mi sarei aspettato da un progetto one shot come questo che sicuramente non era del tutto un azzardo dal punto di vista commerciale tenuto conto anche della forte devozione dei lettori per l’intera produzione di Internazionale.

Certo, da un punto di vista del contenuto niente, ma proprio niente, da dire. Come sempre ci siamo ed è un vero piacere scandagliare tutti i consigli e le dritte che ci vengono fornite da ospiti italiani ed internazionali: dai film, alle serie tv, dalla narrativa alla saggistica, fino ai videogiochi, non tralasciando mai la bella sezione dedicata ai fumetti e quella oramai diventata standard dei gadget.

 

Altro punto forte, direi una colonna portante del progetto Internazionale è l’utilizzo della fotografia. Grandi, belle, originali, sono le foto sparse per le pagine che contribuiscono non poco al piacere della lettura conferendo anche a Playlist quell’alone di oggetto ricercato e ben confezionato da sempre marchio di fabbrica della casa.

Ecco, finito di sfogliare e tirando le (mie) somme, Playlist non mi ha convinto del tutto dal punto di vista della grafica lasciandomi l’idea che si potesse davvero osare di più, che si potesse utilizzare questa parentesi di fine anno per sondare, per provare, per far assaggiare ai lettori oramai fidelizzati e abituati alla storica griglia a 8 colonne di Internazionale, una sensazione di maggiore freschezza e voglia di avventura.
Squadra che vince non si cambia, dicono i saggi, e Internazionale oramai da tempo ha visto la sua scommessa, ma sono certo che, Giovanni De Mauro ed i suoi hanno ben chiara la necessità di essere sempre più strumenti ibridi, flessibili e, a volte, anche spregiudicati. Forse non è ancora giunto il momento, ma arriverà e come sempre Internazionale sarà all’altezza della situazione, anzi forse ancora una spanna sopra agli altri.

INDEPENDENT PRESS FAIR: “Poster” la raccolta di grafiche di Tomaso Marcolla

Independent Press Fair
Il progetto IPF ha l’obiettivo di dare spazio a chiunque abbia un progetto editoriale indipendente da promuovere, che si tratti di libri, magazine, fanzine o editorial design più sperimentale. Aspettiamo i vostri lavori !

Questo libro raccoglie una selezione di poster dell’artista Tomaso Marcolla.
Opere che vogliono essere testimonianza di un percorso creativo nel mondo della satira e dell’umorismo ed affrontano temi di attualità per offrire una lettura ironica su argomenti spesso tragici. Alcuni di questi poster sono stati premiati in concorsi internazionali. Un vocabolario non solo deve “catalogare” un linguaggio e un concetto intriso di conoscenze storiche ma deve anche recuperare e indagare le varie declinazioni che da esso scaturiscono, in quanto (appunto) sequenza storica.  L’espressività artistica è pura e semplice stratificazione che implica uno stile e uno “sguardo” in grado di analizzare la straordinaria complessità che possediamo, che troviamo intorno a noi e che solo le movenze artistiche sanno poi tradurre in possibilità. Nell’artista questo non si esaurisce quasi mai in se stesso ma al contrario, come fosse una palla che rimbalza contro un muro, ci rimanda a giochi più intimi ed essenziali. Questo in special modo quando si tratta di tematiche sociali, d’impegno in campo pacifista, di giustizia e lotta alla criminalità a ogni latitudine essa si manifesti. Solo un cuore “fanatico” riesce a pompare sufficiente sangue dando nutrimento e voce ai propri silenzi, comunicandone all’esterno le pulsazioni. La sperimentazione di stili e tecniche diventa mestiere serio e scrupoloso in Tomaso Marcolla che ormai ci ha abituato a produzioni esibite suo malgrado quasi volesse solo suggerirci un percorso da seguire assieme ma senza clamore e chiacchiericci inutili. Si attraversa un bosco in silenzio, ascoltando i suoi suoni profondi, cadenzati da qualche ramo secco rotto sotto i piedi. Tomaso Marcolla ha il merito di regalarci tutto questo, di ricordarci che tutto questo in fondo ci appartiene, magari senza averne un merito particolare ma solo un preciso dovere da riconquistare ogni giorno facendolo proprio.
Roberto Fonte

Autore
Tomaso Marcolla nasce nel 1964 a Trento, dove attualmente vive e lavora.
Diplomato all’Istituto d’Arte di Trento ha iniziato l’attività di grafico nel 1985.
Socio dell’AIAP (associazione italiana progettazione per la comunicazione visiva) e membro del BEDA (Bureau of European Designers associations). Comincia a sperimentare la sua passione per l’arte con l’acquerello, «utilizzato anche su supporti non tradizionali, dalla carta giapponese al gesso». In seguito le sue opere sono una contaminazione tra grafica, arte pittorica, arte digitale, illustrazione, che crea un curioso rapporto, un interscambio tecnico-comunicativo fra l’attività professionale e attività artistica. Penna biro, collage, fotografia e computer grafica. L’arte digitale ben si adatta alla frenesia dei tempi: «La scelgo soprattutto per la sua immediatezza e la velocità di esecuzione – sottolinea – oltre, ovviamente, per l’effetto. Non trascuro le altre tecniche tuttavia, penna, acrilico, figurativo. L’effetto del digitale è immediato, compresa la possibilità di pubblicazione istantanea sul web».

Il libro è acquistabile su IBS.

Lo splendido lavoro di riprogettazione di Lotta Nieminen per il magazine Posture

Dopo 2 numeri il magazine Posture ha già sentito il bisogno di una riprogettazione grafica e per questo si è affidato allo studio grafico di Lotta Nieminen, uno studio di grafica, art direction e illustrazione che crea soluzioni visive leggere ma incisive che mi piace molto e quindi ho deciso di approfondire. Molto attenta ai contenuti ed alle relative forme di visualizzazione più appropriate, Lotta lavora come partner creativo in tutti gli aspetti del branding, cercando di affermare l’identità visiva del prodotto e di dare una forte connotazione e riconoscibilità attraverso stampe e implementazioni digitali pensate con cura.
Lotta Nieminen, originaria della Finlandia, ha studiato graphic design e illustrazione presso l’Università di Arte e Design di Helsinki e la Rhode Island School of Design, prima di fondare il suo studio a New York nel 2012. È stata nominata come una delle più importanti giovani art director under 30 dalla rivista Forbes e tiene regolarmente conferenze in conferenze presso università e aziende sia negli Stati Uniti che in Europa.
Diciamo che Lotta sa il fatto suo insomma ed anche il lavoro fatto con Posture lo dimostra.
Posture è un magazine biennale con sede a New York City che parla di artisti e imprenditori che spingono la loro attività al limite. E’ una piattaforma per artisti e designer indipendenti che esplora temi a volta scomodi quali il sesso, la razza e il femminismo attraverso l’arte e la moda.
Per il rebrand del magazine Lotta Nieminen è partita proprio dallo slogan di Posture: l’esplorazione creativa dell’identità con l’obiettivo di ridisegnare la rivista in favore di un prodotto audace e divertente con una raffinatezza sofisticata per un pubblico adulto.
La soluzione individuata è un forte uso del colore che consente di interpretare ogni articolo con la propria tonalità. L’abbondanza quindi di colori forti lega tutto il magazine insieme.
Il primo numero uscito con il nuovo format è il terzo della rivista, The Boss issue ed è acquistabile qui.

“Måuudhi” è il nuovo magazine che fa del minimalismo un punto fondante

E’ uscito da qualche settimana il primo numero della rivista dal sapore ultra minimal “Måuudhi”.
Progettato dal giovane designer Lucas Owen, il primo numero contiene un’intervista con il designer Ross Baynham dello studio di design Instrmnt; la dj Chloe Martini, Esteban Saba fondatore di Handvaerk. 

Questo è solo un assaggio, c’è molto di più dentro alla prima uscita e tutto è inserito con una cura maniacale tendente sempre alla sottrazione, dove ogni elemento che è presente ha un suo ruolo nel progetto editoriale e nella lettura del testo mentre il superfluo è stato drasticamente tagliato e cancellato in favore di un notevole piacere degli occhi e di una voglia di minimalismo che qui trova forse un suo stile tutto.

“Måuudhi” lo potete acquistare qui.

 

“Footnotes” ovvero le note a piè di pagina: la seconda uscita del magazine per gli appassionati della tipografia

Circa un anno fa è uscita il numero 1, o meglio A Issue, di “Footnotes”, in italiano significa appunto note a piè di pagina, una rivista nata dalla collaborazione del designer svizzero di Ginevra Mathieu Christe. con La Police, uno studio grafico specializzato nella tipografia digitale.
La prima uscita di “Footnotes” è stata davvero un bella sorpresa, con articoli di settore quindi non proprio per tutti, di František Štorm, Atelier Carvalho Bernau, Brigitte Schuster ed il grande Alan Bartram.
Mi è piaciuta la cura che si accompagna alla semplicità della rivista, dove ogni articolo è pensato e impaginato con un proprio carattere tipografico correlato all’argomento in questione.

Footnotes #A

E’ da poco disponibile la seconda uscita, Issue B, di Footnotes che, anche se ancora non ho avuto modo di vedere, immagino mantenga gli alti standard del progetto.
Si può dire che è un prodotto per pochi che però ne godranno sicuramente sfogliando le pagine e leggendo gli approfondimenti.

Footnotes, issues A e B, sono acquistabili qui.

Footnotes #B

Broccoli è una rivista creata da e per le donne che amano la cannabis.

Broccoli è una rivista creata da e per le donne che amano la cannabis.
Questo è il chiaro e semplice preambolo che recita proprio il sito del nuovo magazine creato da Anja Charbonneau e, udite udite, regalato al solo prezzo delle spese di spedizione (attenzione però, alla fine, le spese di spedizione sono molto salate!).
Broccoli esplora e approfondisce la moderna cultura dello sballo da cannabis guardandola attraverso un obiettivo artistico, culturale e molto molto attento al mondo fashion e di tendenza.
Pubblicato tre volte l’anno, Broccoli è un magazine ideato e realizzato da un team di sole donne che lavorano nel campo dell’editoria, della pubblicità, della vendita al dettaglio e del design.
All’interno delle 80 pagine del numero uno, stampato su carta patinata di alta qualità leggerete articoli sulla controcultura e sulla legalizzazione, ammirerete le sculture di piante e fiori di Amy Merrick e molto altro..

Se volete avere la vostra copia gratuita di Broccoli, potete farlo qui, ma attenti alle spese di spedizioni, come detto non sono proprio basse.

Presentare il nuovo magazine “Dust Catcher” mi ha fatto riflettere sullo strano rapporto fra magazines e pubblicità

Dust Catcher è una rivista indipendente che ha fatto il suo esordio proprio in questo 2017 dove, in fatto di nuovi magazine, ne abbiamo viste di tutti i colori e forme.
Il primo ed unico numero finora uscito, dal classico formato 210 x 275 per 96 pagine, si caratterizza per la sovracopertina traslucida e per la scelta di una totale assenza di pubblicità. Questa volontà di rinunciare alla pubblicità rappresenta oggi una vera e propria sfida per chi la compie, soprattutto se si intende portarla avanti anche nelle successive uscite, perché è forse l’unica modalità di potersi davvero fregiare dell’aggettivo (veramente oramai svuotato di senso nella maggior parte dei casi) di indipendente.
A fronte dei costi rilevanti che si devono affrontare per la produzione, la promozione e la diffusione di prodotti del genere, risulta infatti estremamente difficile e coraggioso gettarsi nella mischia e, proprio per questo, degno di maggior considerazione, a mio avviso, rispetto ai colossi che oramai veleggiano anche nel settore magazine, sospinti dal vento di ricchi sponsor distesi a tutta pagina.
Non è certo un’accusa o una presa di distanza, esistono realtà editoriali bellissime che non avremmo mai potuto sfogliare senza la pubblicità, ma piuttosto una questione di chiarezza e onestà intellettuale che dovrebbe riportare tutti a chiamare le cose con il loro vero nome, anzi in questo caso, aggettivo.
Diciamo che considero indipendente chi può lavorare senza dipendere e quindi senza dover rendere conto agli sponsor che, in casi ancora più spinti di supporto economico diventano i veri e propri commitment del prodotto.
Quindi continueremo a godere di magazines sempre più belli, sia con che senza inserzioni pubblicitarie, ma almeno sapremo di cosa stiamo parlando quando scriviamo indipendente.

Rientro dalla digressione forse teorica ma a mio avviso obbligata per parlare di Dust Catcher che affronta, come molti altri magazine, il tema della grafica e del design contemporaneo cercando di ritagliarsi un proprio spazio in questa sovraffollata categoria attraverso la sperimentazione e la ricerca di artisti emergenti e non ancora affermati.
L’antipolvere, come si traduce in italiano Dust Catcher, dà uno sguardo alle persone che solitamente vengono etichettate come i creativi spaziando liberamente da illustratori a pittori a scultori, progettisti di giocattoli e molto altro ancora.
Dust Catcher lo potete acquistare qui.

 

An elegant golden book with the treasures inside

I fell in love with this product called “Sendings” producred by Aggie Toppins.
Aggie teaches graphic design at the University of Tennessee at Chattanooga and serves as Associate Head of the Art Department. After working for more than 15 years as a commercial designer, Aggie is directing her creative energies towards self-publishing editions through The Unofficial Press, writing about design, and doing community-based projects. Aggie received her MFA from the Maryland Institute College of Art in 2012. She lives beside a mountain with her husband and their two silly dogs.
“Sendings” is elegant, refined, with some graphic experimentation elements that I really enjoyed.
This independent product is made up by four essays relating to travel, theory, and the work Aggie mades in France, including the Sendings and Palimpsests projects.

Sendings from 2016. A series of collages on paper with an examination of symmetry and its connotations, this series draws on Jacques Derrida’s text “La Carte Postale”, in which the author disassembles binary oppositions in favor of readings that flip around an axis like a post card.
Palimpsests. from 2016–ongoing. Silkscreen and digital printing on fine papers. Printed in editions of 10 each. This series of collage-based prints is rooted in the practice of psychogeography. I mark my movements through the world as a solo female traveler by using the scraps of ephemera that pass through my life while traveling. The project indexes my own embodied experiences, while at the same time capturing how these experiences have left their trace on me.

You can buy the book in the shop of Aggie Toppins here.

“Chaos SixtyNine” è un nuovo magazine in formato A3 con poster staccabili creato e realizzato dentro il mondo della moda

Forse qualcuno ancora non ha ben capito che uno dei territori di massima creatività oggi attivi nel mondo del design e della grafica è quello dei magazine. Come ho già avuto modo di dire in altri post, questo settore è in continua crescita, direi che oramai lo possiamo addirittura definire a la pàge.
A dimostrazione di questo continuo ricercare novità e forme nuove per catturare l’attenzione del lettore ecco oggi un nuovo prodotto, Chaos SixtyNine.
CHAOS è un marchio di lusso nell’ambito fashion con sede a Londra, nato da un’idea di una partnership creativa tra alcuni cosiddetti fashion addicted e due giovani stiliste, Charlotte Stockdale e Katie Lyall.
Ispirato alle moderne ossessioni della moda: ultra personalizzazione del prodotto, tecnologia spinta e un senso di posticcia spensieratezza, CHAOS produce accessori super pop con costi vertiginosi.
A leggere il loro about, si capisce che il loro brand rappresenta “l’incontro fra la tecnologia e la moda; la praticità ed il punk, con una dose di individualità tipicamente londinese. Questa è l’ethos di CAOS.”
Da qui nasce anche il magazine Chaos SixtyNine, un maestoso formato A3 super patinato composto quasi esclusivamente di foto selezionate e tipicamente aderenti allo stile del mondo modaiolo.
Ogni pagina è un poster staccabile che uscirà con cadenza biennale con una scelta di cinque cover differenti scattate da Karl Lagerfeld, Cass Bird, Dexter Navy e Phil Poynter. All’interno, ogni pagina ha una piega perforata ed i lettori sono incoraggiati a strappare le pagine e incollarle sulle loro pareti.

Al momento non è presente alcuna pubblicità, almeno nel senso convenzionale, anche se immagino che il tutto sia molto, ma molto supportato da capitali interessati alla diffusione del prodotto…..
Diciamo non il mio prodotto editoriale preferito ma da segnalare per l’azzardo, la sfrontatezza con cui si è presentato sul mercato e la qualità delle firme presenti fra i contributors.

Chaos SixtyNine è acquistabile QUI.

 

 

INDEPENDENT PRESS FAIR: Janelas Lisboetas from Portugal

Independent Press Fair
Hey folks,
we are so happy that our Independent Press Fair project is finding so many people and so much interest!
Anyone who has an indifferent editorial product to promote, show, sell, we are here for this.
Send us your jobs by email and wait confident, we are working to develop the project but we need to see how many you are and what jobs you have in your head and hands, get ahead!

Today we present Camilla, from Brazil with his book about the windows of Lisbon. I love it and i’m so happy to have she with us now and for the future books..

About the publication
The Janelas Lisboetas fanzine was born from the homonymous project developed by Brazilian visual artist Camilla Cossermelli. The project consists of a series of illustrations of the people of Lisbon at their windows, a habit so common of theirs that becomes itself a peculiar feature of the city’s urban landscape. The series invites locals to reflect about what such a phenomenon may tell us about what it is like to live in Lisbon. The fanzine is a selection of these windows, put together into a single publication, printed using risograph technique and finalised with a simple and intuitive folding scheme that transforms a single sheet of paper into an A6 booklet when closed and, when open, an A3 poster.

About the artist
Camilla Cossermelli is a Brazilian visual artist and writer born in São Paulo, Brazil in 1995, currently concluding a bachelor’s degree in Social Communication at the University of São Paulo and on exchange at NOVA University in Lisbon, Portugal. Drawing has always been a prominent part of her life, but it only began to take professional paths since the beginning of 2017. The themes Camilla’s works approach often question concepts of femininity, appearance, and purpose.

After two years and a half working as a copywriter in a major branding consultancy in São Paulo, a significant period for her studies in the area of identity, verbal communication and poetry, Camilla moved to Lisbon to expand her investigation. Her experiences in the city levered her artistic production and involvement, which resulted in her first exhibition, her admission to her first gallery, the publication of her first book with her own poems and artwork, activity in the street art scene with paste-up posters, participation in art fairs, and also development of many new projects.

How to purchase my work
Send me an e-mail or direct message on Instagram (@camillacoss)
My complete works are on my shop.

Il libro raccoglie il meglio della stampa risograph in Europa

La casa editrice spagnola Monsa Pubblications, di cui abbiamo già avuto modo di parlare (qui),  ci regala un altro bel prodotto questa volta tutto dedicato alla risografia.
La stampa in risograph infatti è una sottocultura e un metodo di stampa con una riuscita estetica molto particolare e unica con la quale molti artisti, designer, creativi e bookmaker si stanno confrontando per le sue caratteristiche di relativa facilità di utilizzo e per quell’effetto simil serigrafico che tanto piace ai creativi di tutto il mondo.
Uno degli aspetti infatti che rende unica la risograph è l’accettazione, direi forse l’amore, verso le imperfezioni, verso l’unicità di ogni singola copia che, a differenza del processo serigrafico, viene qui ricreato attraverso strumenti digitali e automatici.


Il libro “Risography. Loving imperfections” è formato da 144 pagine in inglese e spagnolo, ricco di illustrazioni e prodotti a stampa originali creati dai rulli di inchiostro che vi faranno, se ancora non lo siete, innamorare di questo processo che sta sempre più diffondendosi anche in Italia.
Qui potete dare un’occhiata alla preview su Issu.

Il libro  acquistabile sul sito Monsa.

“Layout now” ti insegna ad usare le griglie per impaginare i tuoi prodotti editoriali

Con la convinzione che i buoni libri coltivino menti più solide e più interessate al miglioramento della vita di tutti, il team di SendPoints continua orgoglioso a pubblicare sempre ottimi libri. Dalla sua fondazione nel 2006 in Cina, SendPoints è diventata una delle migliori case editrici di arte e design di tutto il mondo. Lo splendido catalogo si muove su diversi settori quali la grafica, l’interior design, l’architettura ed il design di prodotto.
Io personalmente mi sono innamorato dei loro lavori partendo dalla splendida rivista BranD (di cui ho parlato qui per il numero speciale sul panorama attuale dei magazine) e che, dal suo lancio nel 2012 è diventata un riferimento anche nel settore magazine.

Il volume però di cui vi voglio parlare oggi si intitola “Layout now” e, come è facile intuire dal titolo, riguarda essenzialmente chi ama avere a che fare con griglie, margini, font e tutto quanto prevede una materia ampia e affascinante come l’editorial design.
Il layout design gioca un ruolo importante in quasi tutte le forme di design grafico, basti pensare ai giornali, ai libri, alle riviste, alle brochure, ai poster, alle pagine web e così via. “Layout now” illustra i principi del layout riconducendolo essenzialmente alla conoscenza ed alla padronanza dell’uso delle griglie, veri e propri strumenti del mestiere per chi ne conosce i segreti.
Tutti gli esempi riportati vengono scomposti spiegando quelli che sono i passaggi per una corretta costruzione che parte dal foglio bianco per diventare un layout definito grazie proprio alle griglie.

Quindi, per chi volesse iniziare o per chi già si confronta con la creazione di progetti di design, questo bel librone di 256 pagine a colori è disponibile anche in Italia presso la splendida libreria Limond di Paolo Cardinali.

Il Modernismo statunitense finalmente trova casa in un libro arancione

Display è una realtà editoriale gestita dallo studio creativo newyorchese Kind Company formato da Greg D’Onofrio e Patricia Belen. Il progetto mi piace e lo seguo da un pò perché amo particolarmente il suo approccio che sta a metà fra il prodotto classico, imponente e una certa ricercata spregiudicatezza nei soggetti su cui sofferma la propria attenzione con volumi tanto ben curati quanto interessanti.
Tutto il catalogo si concentra sul design modernista statunitense degli anni Cinquanta prendendo spunti da ogni tipo di prodotto: periodici, tipografia, arredo, pubblicità e oggettistica in genere. Dare visibilità a questo tipo di materiali per un pubblico di appassionati è davvero un modo utile di fare documentazione ed educazione per le scuole, per gli insegnanti, studenti, designer e ricercatori indipendenti.
Ultimamente pare abbiano interrotto i loro lavori e la cosa mi rende davvero triste anche se un’occhiata ogni tanto continuo a darla sperando in nuove notizie.

Greg D’Onofrio e Patricia Belen

Il libro di oggi è “The Moderns: Midcentury American Graphic Design”, un grosso volume sul movimento del Modernismo che ha trasformato il design grafico americano nella metà del XX secolo e ha stabilito un linguaggio visivo che conserva ancora oggi un’enorme importanza. A ben guardare, a differenza con quanto accaduto per le sue versioni europee, il Modernismo americano è stato poco analizzato ed infatti questa è la prima raccolta esaustiva su questo fenomeno che ha plasmato l’ambiente visivo del paesaggio urbano delle città americane.
Si tratta del lavoro di 63 grafici di cui vengono presentati sia i maggiori lavori, sia le rispettive biografie. Alcuni di questi veri e propri innovatori erano immigrati europei che portarono dall’Europa dove era nato, il vento nuovo del Modernismo.

Il libro è acquistabile sul sito della Casa Editrice, la Abrams Books, QUI.

Freak City, un libretto per farvi conoscere un artista dalle mille facce

Inizio la settimana con una segnalazione un pò data forse ma che continua a piacermi un sacco.
Si tratta dei lavori di Freak City, nome d’arte dell’illustratore di Bordeaux nato nel 1984 cofondatore dello studio design Atelier Kobalt attualmente impegnato anch ein numerosi altri progetti come il duo di pittura murale Royal Beton ed il collettivo Mondo Zero.
Dando un’occhiata ai nomi dei suoi clienti capiamo come Freak City si sia oramai ritagliato un certo nome nell’ambiente della grafica e del branding: Microsoft, Le Monde, Newsweek, ESPN, GQ, Jägermeister, Red Bull. Nonostante questo però continua a creare anche lavori per puro divertimento e lo ringrazio per questo visto che si tratta di materiale davvero interessante e del tutto indipendente e innovativo.
Come detto, un altro dei progetti di Freak City è Atelier Kobalt che porta avanti insieme alla grafica tessile Marianne.
Un’avventura grafica che intende collegare il mondo del design tessile, dell’arredamento, dell’illustrazione, dell’editoria e della serigrafia. Una trasversalità che è divertimento e sperimentazione e che dimostra una forte curiosità e soprattutto il desiderio di autonomia e indipendenza a cui il duo evidentemente tiene veramente moltissimo.
Sempre con l’attenzione rivolta al futuro ed al passato, la coppia mostra un vero amore per le sue influenze anni ’70 e ’80, per il cosiddetto Memphis design lanciato dal grande Ettore Sottsass e per la cultura grafica del Punk.
A fonte di tutto ciò e per darvi un’idea migliore dei lavori di Freak City, presento oggi il libro “A Well Filled Day”, prodotto da Freak City e Atelier Kobalt.
Si tratta di un libro di 20 pagine in classico formato A4 in edizione limitata di 200 copie.

Date un’occhiata e, se come me vi innamorate del libro, potete sempre acquistarlo qui.

Recorder Magazine, un innovativo magazine musicale UK sta per diventare realtà

Recorder è una nuova rivista musicale che uscirà a cadenza semestrale e che intende affrontare gli artisti del mondo della musica attraverso illustrazioni, infografiche, testi longform e tanto altro.
Recorder è un’idea di Dan Tickner, nome inglese molto conosciuto nell’ambito musicale per aver collaborato con testate come The Guardian, Vice e The Huffington Post dove analizza le tendenze musicali contemporanee mentre scrive pezzi di approfondimento su fashion e calcio su riviste quali The Green Soccer Journal e Soccer Bible.

Dan ha creato una raccolta su Kickstarter che ha già raggiunto la somma prevista e quindi non dobbiamo far altro che attendere il primo numero cartaceo che si annuncia assai interessante. La descrizione che infatti Tickner ha dato della sua creatura per raccogliere fondi mi ha davvero incuriosito in quando inserisce – finalmente direi – elementi editoriali nuovi in un panorama come quello delle riviste musicali che sembra inspiegabilmente si sia fermato agli anni Novanta.

Recorder sarà una rivista di musica che non avrà barriere o limiti, dai Beach Boys a Frank Ocean, dagli ABBA agli XX. Un punto di incontro tra i vecchi music magazines e il mondo del fumetto. Ogni edizione sarà edizione a tiratura limitata e focalizzata su un singolo artista. Per il numero 1 è già pronto David Bowie con la prefazione di Michael Sheenla cover dell’artista brasiliano Bucher Billy ed altre chicche che non vedo l’ora di vedere stampate.

Il numero pilota che vedete – Issue Zero – si compone di ben 80 pagine di cui molte sono graficamente interessanti in quanto – finalmente direi – inseriscono elementi di infografica e di data viz anche in riviste musicali con risultati affascinanti. Si visualizzano pertanto le dieci No.1 di Bowie in tutto il mondo, i confronta il suo successo nel Regno Unito e negli USA e si ripercorrono i suoi album entrati in diverse Top Ten del mondo mostrando come la sua musica abbia intersecato almeno tre diversi generi musicali: Glam Rock, The New Romantics e Britpop, senza necessariamente averne uno del tutto suo.
Aspettiamo Recorder Magazine al varco..

 

Qualche considerazione sulla nuova versione cartacea del quotidiano la Repubblica

Quindi ci siamo, oggi è il giorno della rivoluzione del quotidiano La Repubblica e quindi, non potevo non entrare in edicola con grande curiosità e altrettanti aspettative. Molte volte, devo dire, che a fronte di una tanto sbandierata innovazione, mi sono trovato a storcere la bocca. Troppo poco il coraggio, troppo pochi i segnali di cambiamento.
Partiamo subito dal dire che questo oggi non è successo. I cambiamenti ci sono, sono molti ed evidenti sia dal punto di vista del layout, delle griglie che di altri aspetti che rendono la nuova Repubblica molto più leggera ad un primo impatto, ma andiamo nei dettagli che mi hanno colpito.

Fin dalla prima pagina risulta evidente il nuovo elemento inserito sui lati lunghi della pagina, colonne che fungono da segnaletica del lettore che, sparse per tutto il quotidiano, hanno l’obiettivo di dare sempre un riferimento immediato sulla sezione che stiamo leggendo.