In un libro la raccolta delle grafiche a tema politico e sociale prodotte in California

Secondo quasi tutti i cliché, gli Stati Uniti, e ancor di più la California, sono il posto dove tutti possono sperare di avere un’opportunità… forse è perché tutti sanno che in California non c’è certezza alcuna fra terremoti, incendi e moti di ribellione che continuamente causano sconvolgimenti e cambiamenti.
È per questo forse che tutti la conoscono come leggendario terreno fertile di creatività, libertà e coscienza sociale. Dove lo status quo subisce un costante ed a volte violento rinnovamento.


Il libro di oggi, dal titolo “Earthquakes, Mudslides, Fires and Riots: California & Graphic Design 1936-1986” è stato, oramai nel 2015, uno dei primi a catturare l’enorme e disomogeneo corpus creativo relativo al design grafico prodotto e realizzato a supporto di campagne di opinione, eventi atmosferici e altri sommovimenti culturali e non avvenuti in California dal 1936 al 1986.
Progettato dalla graphic designer Louise Sandhaus dello Studio LSD, questo coraggioso incontro di progettazione grafica in ambito sociale e del territorio, stupirà i lettori per la vastità del materiale raccolto e per la varietà degli stili, delle influenze e degli obiettivi verso cui, anche con la grafica ed il design, si può indirizzare la società.

Il libro, un cult per gli amanti della grafica del Novecento, è acquistabile QUI.

Penna Bic e pennarelli per un paesaggio magnifico che celebra l’autostrada che porta a Chicago

Wesley Lawrence Willis è stato un cantautore e visual artist americano a cui nel 1989 è stato diagnosticata una forma di schizofrenia.
All’età di 28 anni, Willis cominciò infatti a sentire delle voci che lui chiamò allora i suoi “demoni”.
Secondo lui disegnare, esibirsi, registrare aiuta a calmare le voci nella sua testa.
Per due decenni, fino alla sua morte avvenuta nel 2003, Willis ha reso l’autostrada Dan Ryan Expressway di Chicago il suo oggetto preferito con cui esprimere le sue doti pittoriche.
Si tratta, il suo, di un mondo geometrico reso con fantasia e originalità con la penna a sfera e poche linee di pennarello.

Conosciuto principalmente per la sua musica da un pubblico indie e low-fi amante dei suoni ricercati e strambi quali erano quelli della sua Technics KN 2000 e dei testi surreali e assurdi che esploravano i temi della vita quotidiana come la vita del fast food, le linee degli autobus, le tendenze culturali o gli scontri violenti con i supereroi.
Tutti questi argomenti sono anche i soggetti dei suoi disegni nato fin dai suoi studi di disegno all’Illinois Institute of Technology.
La sua è una serie di piccoli disegni senza titolo che descrivono un universo composto da grandi impianti di perforazione petrolifera, di rimorchi per trattori e di materiale rotabile.
I suoi schizzi, spesso a colori, esplorano quasi ossessivamente il tema dell’autostrada, soprattutto se congestionata, e non una qualsiasi, ma quella a lui familiare che collega il South Side di Chicago con il centro della città.
Wesley Willis è morto il 21 agosto 2003 all’età di 40 anni a Skokie, nell’Illinois.
I galleristi Delmes & Zander Cologne di Colonia hanno mostrato per la prima volta il lavoro di Wesley Willis in Germania nel 2013 ed allora hanno rappresentato l’artista in giro per il mondo.
Il libro è acquistabile QUI.

Revolution, il Magazine che portò la controcultura in Australia

Revolution è stato un magazine australiano pubblicato da Phillip Frazer, giovanissimo studente della Monash University per 11 numeri tra maggio 1970 e agosto 1971 ed è stata definita come “Australia’s First Rock Magazine”.
Inizialmente dedicata alla musica pop, era di proprietà di tre grandi imprenditori di Melbourne appassionati di musica.

Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(2) June 1970, Go-Set Publications, Waverley, 32p. https://ro.uow.edu.au/revolution/2
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970

Con l’ingresso di Frazer, che poi diverrà egli stesso l’editore di Revolution, lo stile comunicativo e l’impronta grafica passa dal rivolgersi ad un pubblico maturo e mainstream ad uno molto più vicino all’esplosivo ambiente underground.
Frazer ha inoltre acconsentito ad ospitare in Revolution – a partire dal numero 4 nel maggio 1970 – il supplemento di 8 pagine della “piccola” rivista musicale americana Rolling Stone.

SUPPLEMENTO Rolling Stone – Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970

Frazer non è mai stato riconosciuto in Australia per l’importanza del suo ruolo nella diffusione delle tematiche libertarie del movimento controculturale australiano.
Il suo continuo e coraggioso lavoro nel portare gli adolescenti australiani fuori dal medioevo culturale verso una nuova consapevolezza sociale.
Attraverso Revolution, Frazer ha portato i suoi lettori nel mondo della consapevolezza sociale sui temi della società e del mondo fuori dall’establishment.

Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(1) May 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(1) May 1970

Frazer, Phillip; James, Colin; McFarland, Macy; and Woolley, Pat, (1971)

Psychedelic Sex, ovvero quando l’arte psichedelica incontra la sessualità

In una breve stagione d’oro compresa tra il 1967 e il 1972, la rivoluzione sessuale entra in contatto con l’esplorazione di droghe psichedeliche dando il via a quello che in alcuni casi viene definito psychedelic sex. Mentre i baby boomer iniziano a volersi divertire e ballano nudi per le strade, ascoltano musica nuova e sperimentale e disegnano e stampano, gli editori di riviste maschili tentano di ricreare visivamente le meraviglie dell’LSD nelle pagine di nuovi magazine incentrati sul tema sempre più affascinante dell’amore libero.

WHERE IT’S AT MAGAZINE, 1970

Way Out, Groovie, Where It’s At: ogni titolo di queste riviste faceva a gara per essere il più ammiccante per convincere il pubblico che avrebbe offerto il più autentico viaggio sessuale in pieno stile flower power.
Pagine eccessive, piene di grafica strabiliante e corpi esibiti senza censura o pudore.
Al suo apice, l’editoria legata al sesso psichedelico arriva a comprendere poster, tabloid, fumetti e riviste in tutti gli Stati Uniti, ma gli esempi più famosi sono senza ombra di dubbio le riviste patinate della California, paradiso per geni e creativi situato al centro sia della cultura hippie sia della nascente industria del porno americano.
Sono questi ricordi sexy ed inizialmente innocenti quelli su cui è realizzato il libro di oggi del titolo appunto di “Psycehdelic Sex“.


Presentato a sua volta in un formato anticonvenzionale, con un contenitore cartonato in pieno stile psichedelico, il libro porta con se 300 pagine di amore e grafica, eros e stampa fornendo sia uno spaccato storico di un processo appena all’inizi, sia un prodotto davvero interessante e ben confezionato dalla sempre presente Taschen Book.

Fra gli autori del libro, oltre al collezionista Eric Godtland, troviamo Dian Hanson, produttrice di una lunghissima serie di serie di riviste maschili dal 1976 al 2001, tra cui Juggs, Outlaw Biker e Leg Show, prima di diventare Sexy Book Editor proprio di TASCHEN.
Sempre fra gli autori compare Paul Krassner vera e propria leggenda vivente della controcultura americana e internazionale. Già attivo con i Marry Pranksters di Ken Kesey, fondatore del Youth International Party (Yippies) nel 1967 è stato colui che fra i primi, ha dato il via all’esplosione dell’editoria underground realizzando  The Realist, una rivista di critica sociale edita dal 1958 al 1974, che ha portando la rivista People a definirlo “il padre della stampa underground”.

Paul Krassner e Jerry Garcia dei Grateful Dead, 1967

Una vera chicca per gli appassionati del genere e per chi fa ricerca nel campo dell’editoria indipendente.

Un libro racconta l’arte e la vita di un artista anticonvenzionale come David Medalla

Exploding Galaxies” è la prima pubblicazione sul lavoro multidisciplinare e sperimentale di David Medalla, artista e ballerino particolare e interessante che negli anni Sessanta, in piena Swingin London riuscì a ritagliarsi un ruolo di primo piano nel mondo dell’arte allora squarciato da continue novità e sperimentazioni.
Di base principalmente a Londra dagli anni ’60, Medalla è noto per le sue sculture cosiddette cinetiche, installazioni e performance partecipative in cui il pubblico era un fattore nuovo di azione ed espressività.
Londra a metà degli anni ’60 era caratterizzata da un’esplosione di innovazione creativa ed esplorazione che andò di pari passo con un’ondata di ottimismo guidata dalla ripresa economica del dopoguerra, una liberazione dal passato e una svolta verso nuove idee di modernità.
In questo contesto Medalla fu uno dei fondatori di Signals Gallery, una galleria dedicata agli esperimenti di arte e scienza a Londra negli anni ’60.
Signals era una nuova galleria sperimentale che fungeva da luogo di incontro per artisti internazionali; una piattaforma per opere contemporanee ancora sconosciute al mondo dell’arte mainstream, e uno spazio vibrante per la sperimentazione e l’espressione che rappresentava un significativo allontanamento dalle gallerie più affermate.

La galleria d’arte Signals London 1967
La galleria d’arte Signals London 1967
La galleria d’arte Signals London 1967

Medalla alla fine degli anni ’60 ha anche fondato The Exploding Galaxy, un collettivo sperimentale che ha vissuto nella comune di Balls Pond Road, creando spettacoli non convenzionali che sfidavano i confini dell’arte e della danza di cui, per chi interessato, si può leggere nel bel libro di Jill Drower oramai di difficile reperibilità.

La comune di Balls Pond Road 1967

Medalla faceva parte di Artists for Democracy, un gruppo di artisti identificato con il più ampio movimento di liberazione negli anni ’70.
Quello che vi presento oggi è la prima monografia, scritta da Guy Brett, uno dei fondatori di Signals, che include un elenco parziale delle esibizioni di Medalla dalla fine degli anni ’60 alla metà degli anni ’90, così come i suoi appunti su “Parables of Friendship“.
Un libro strano, affascinante e incompleto vista la mole e la varietà della produzione di Medalla stesso.

“Ouff!” è la raccolta dei lavori di un artista che vi farà impazzire

La casa editrice Dokument Press è un editore nato nel 2000 che affonda le sue radici nel movimento hip hop svedese e nella rivista che ne fu manifesto cartaceo e cioè “UP“.
La Dokument oggi lavora su più fronti ma soprattutto si mette in evidenza per il suo lavoro editoriale che realizza e produce volumi sempre incentrati sui movimenti artistici e musicali più indipendenti di tutto il mondo.
Nelle prossime settimane pubblicherà il libro di illustrazioni dall’artista e designer svedese Martin “Mander” Ander.
Il libro, intitolato “Ouff!” è una raccolta di poster, pubblicità, skateboard e tanto altro.

L’arte di Mander è fatta di maghi, scarafaggi, pietre tombali e robot; un mix apparentemente caotico, colorato e pieno zeppo di fantasia e creatività.
Martin Mander oggi ha 40 anni ed ha scoperto la skate culture, i graffiti e la poster art  e se ne è innamorato fino a farli propri per riproporli mixati con un’estetica punk tutta da ammirare.
Da molti considerato uno dei migliori illustratori del mondo, Mander rivendica comunque sempre il suo debito continuo verso l’editoria underground degli anni ’60, la sua grafica e il suo approccio indipendente e creativo.
Un grande.

“Protest” ovvero un libro che analizza la grafica di protesta degli ultimi 100 anni

Protest” è un libro edito da Lars Müller Publishers che può apparire come l’ennesimo volume sulla cosiddetta grafica di protesta mentre invece ha delle caratteristiche che lo rendono molto interessante.
Il volume infatti presenta e riflette sulle forme di protesta presenti e passate e si concentra sulle pratiche di resistenza delle comunità emarginate da un’ampia varietà di prospettive.
Protest” mostra infatti come la protesta si basi sull’ironia, sulla sovversione e sulla provocazione da una posizione di impotenza. Il suo ruolo è quello di spina nel fianco, di virus impazzito che punzecchia il sistema per sabotarne le forme di controllo e di regolamentazione della convivenza.

Dal classico “Make Love Not War” fino all’ultimo ”We are the 99%“, gli ultimi decenni sono stati accompagnati da un flusso costante di dichiarazioni e metodi e forme di resistenza.
Le forme della protesta attingono magistralmente e creativamente ai segni ed ai simboli contemporanei, sovvertendoli e trasformandoli in nuove estetiche e significati, aprendo così uno spazio che sfugge al controllo.
Illustrato con fotografie e poster,”Protest” considera le prospettive sociali, culturali, storiche, sociologiche e politologiche, nonché ottimi approfondimenti sulla teoria visiva, la cultura popolare e gli studi culturali.
Nel processo, il libro tiene conto in particolare di sviluppi contemporanei come la virtualizzazione della protesta, come è stata trasformata in finzione e il suo sfruttamento in politica da parte di detentori del potere di tutte le sfumature.
Un libro tosto e piacevole, denso e ricco di teoria e spunti verso altre letture. Acquistabile QUI.
Bello.

“Polyester” è una zine di rottura che a me piace assai

Polyester” è una pubblicazione di moda e cultura femminista autoprodotta che sostiene di voler colmare il vuoto presente in quello che il team dietro alla rivista definisce il cyberfemminismo.
Celebrando tutto ciò che è trash e kitsch, “Polyester” è una zine londinese che esplora il femminismo e l’identità di genere attraverso la moda.
Nel quarto numero appena pubblicato si trovano delle interessanti chiacchierate con Tavi Gevinson e Gogo Graham.

Il progetto è un’idea di Ione Gamble, redattore capo e fondatrice di Polyester. Ione è davvero un personaggio interessantissimo che commissiona, produce e supervisiona tutti i contenuti di “Polyester” e del relativo sito online, comprese collaborazioni e partnership.
Con una particolare attenzione al femminismo, alle arti, alla cultura e alla moda Ione è anche una freelance per pubblicazioni cartacee e online, tra cui Vice, Noisey, Huck Magazine, Dazed, Crack Magazine, Bustle, Riposte e altro ancora.
Inoltre, è molto impegnata ad organizzare festival e seminari tra cui al London College of Communication, il London College of Fashion, Tate Modern e molti altri.
“Polyester” è dunque un’emanazione della notevole forza creativa di Ione che si propaga in ambiti differenti ma sempre mantenendo una coerenza di contenuti e di gusto estetico.

Un volume ripercorre il modernismo estetico degli anni Sessanta ed il suo rapporto con la controcultura

Hippie Modernism: The Struggle for Utopia” di Andrew Blauvelt e Greg Castillo un costoso e corposo libro edito dalla Walker Art che esamina le intersezioni tra arte, architettura e design con la controcultura degli anni ’60 e dei primi anni ’70.
Il libro accompagna la mostra organizzata per celebrare il famoso mantra di Timothy Leary, “Turn On, Tune In, Drop Out” che ha segnato le rivoluzioni sociali, culturali e professionali del periodo.
Il libro catalogo che accompagna la mostra va però oltre, considerando anche le teorie di architettura radicale ed i movimenti anti-design emersi attraverso l’Europa e il Nord America, nonché la rivoluzione della stampa e le nuove forme di teatro e di politica radicale.
Quando pensiamo agli anni ’60, di solito lo associamo a molti altri movimenti artistici: Pop, Concettualismo, Land Art, Body Art, Minimalismo, ecc.

Il libro intende invece concentrare maggiormente l’attenzione su queste pratiche altamente sperimentali e così facendo aprire nuovi spazi per comprendere il lavoro del periodo che non si adattava alla narrazione canonica.
E’ un libro per appassionati dal costo proibitivo che però analizza a fondo aspetti meno conosciuti di un periodo troppo spesso banalizzato.

Rolling Stone cambia logo, ma voi la conoscete la sua storia?

Non so se qualcuno di voi si appassiona come me al moto sempre più dinamico che interessa il design delle testate giornalistiche italiane e non, ma stiamo vivendo in un periodo di profondi cambiamenti che svelano un bisogno quanto mai necessario di cambiare pelle, adeguarsi a nuovi ritmi e strumenti da parte della carta stampata, prima ancora che del mondo digitale.
Se negli U.S.A. hanno iniziato questa mutazione alcune delle riviste storiche come il National Geographic e Glamour (qui l’analisi di Designweek) fino ad arrivare all’indipendente per antonomasia, MAD magazine (qui l’analisi di DesignTaxi e Print Magazine), in Inghilterra ha fatto molto rumore il nuovo vestito che si è dato lo storico Guardian (qui l’analisi di Prima Comunicazione).

Anche noi in Italia stiamo assistendo ai nostri scossoni tellurici con il primo e fortunato lavoro fatto su Repubblica (e Robinson) da Angelo Rinaldi e Francesco Franchi (qui l’analisi del Post) e lo sfortunato ma coraggioso tentativo sul Mucchio Selvaggio da parte di Francesca Pignataro (qui le analisi di FrizziFrizzi e Dearwaves) fino a quelli molto meno coraggiosi de La Stampa e Il sole 24 Ore.
Adesso siamo arrivati ad un’altra icona dell’editoria, storicamente indipendente e attenta ai sommovimenti della cultura di massa come da sempre lo è Rolling Stone che dal mese di Luglio cambierà decisamente stile e, a giudicare dall’eco che sta avendo, la cosa ha appassionato più di quanto mi aspettassi.
Se qualcuno si vuole fare un’idea del cambiamento che anche la storica rivista underground americana, nata nel 1967 a San Francisco, ha deciso di affrontare, ecco qua qualche link dove poter approfondire le analisi ed i commenti che sono comparsi un pò dappertutto.

Alcuni ottimi approfondimenti potete leggerli su Design Taxi, storico sito di grafica, design e (oramai ahimè) molto costume, Underconsideration, Eye on Design e la nostra italianissima Rivista Studio che ne entra nel dettaglio dimostrandosi come spesso accade una delle poche realtà attente a questi aspetti.

Ma prima di vedere in cosa consiste questa rivoluzione, forse a qualcuno interessa anche sapere come nasce il famoso logo tipografico di Rolling Stone e che percorso ha avuto prima di giungere a quest’ultima mutazione targata 2018.
Il primo direttore artistico, Robert Kingsbury, che in realtà era uno scultore e non un designer, chiese nel 1967 al grande artista psichedelico Rick Griffin di disegnare il logo. Griffin mandò una bozza realizzata a matita per l’approvazione e questa bozza divenne immediatamente lo storico logo utilizzato poi per diversi anni.

Rick Griffin
Rolling Stone, n.1, 1967

La versione che tutti noi conosciamo venne invece presentata a metà degli anni Settanta dal grande type designer Jim Parkinson a Roger Black che, dopo Salisbury e Tony Lane era subentrato nel ruolo di art director della rivista.
Parkinson ha alterato il design di Griffin pur mantenendone il DNA artigiano e manuale, modificando le maiuscole in minuscole ed eliminando i cosiddetti swash.

Oggi, per la prima volta dopo decenni, il logo di Rolling Stone non avrà più la sua storica tridimensionalità che è stata così tanto importante nel rendere unico questo marchio, forse anche più della stessa forma del lettering.
Questa nuova linea – disegnata ancora da Parkinson – riesce a mantenere viva la tradizione ma, al contempo, getta un ponte nella contemporaneità che sembra sempre più voler eliminare tutto ciò che è superfluo.

www.underconsideration.com

“Read and Destroy”, la storica rivista di skate sta per lasciarvi a bocca aperta

Quello di oggi non è un articolo come tutti gli altri, ma bensì la presentazione di una pietra miliare per tutti gli appassionati di skateboard.
E’ infatti un articolo sul progetto del “Read and Destroy magazine” di pubblicare in due volumi tutta la storia di questa vera e propria leggenda che dai primi spericolati funamboli in BMX, è passata alla tavola con le ruote.

Marzo 1987
Febbraio 1988

Tutto parte manco a dirlo dalla rivista indipendente “RaD” (Read and Destroy), pubblicata per la prima volta oltre 30 anni fa per mostrare il panorama inglese prima e mondiale poi dello skateboard e della sua cultura negli anni ’70, ’80 e ’90.
RaD ha documentato un tempo, un luogo e un atteggiamento unici all’interno della cultura giovanile, catturando in modo significativo la morte, la rinascita e la definitiva consacrazione dello skateboarding.
Per una generazione di giovani degli anni ’80 pre Internet, la rivista era una connessione vitale con la loro cultura underground in cui si presentavano tutti i migliori skater dilettanti e professionisti sia americani che provenienti da tutto il Regno Unito ed Europa.


Sotto la direzione di Tim Leighton-Boyce “RaD” aveva un approccio sperimentale, apparentemente irriverente, più vicino ad una fanzine che non ad una pubblicazione tradizionale.

Il progetto è attualmente su Kickstarter per ricevere aiuti dai moltissimi fans di tutto il mondo e mira a creare un libro in due volumi che ripercorre la storia della ormai scomparsa rivista RaD.
Oltre ai fotografi più importanti della rivista, il libro presenterà i pezzi salienti dei contributors originali tra cui Skin Phillips, Andy Horsely, Thomas Campbell, James Hudson, Percy Dean, Leo Sharp, J. Grant Brittain, Spike Jonze e Chris Ortiz tra gli altri.
Migliaia di negativi fotografici e trasparenze, stampe, opere d’arte originali, fanzine, volantini e riviste costituiscono questo archivio significativo…. un vero e proprio tesoro!
La struttura editoriale prevede come detto due volumi con una timeline divisa in 4 sezioni:

VOLUME 1
Pt 1: The Roots to RaD 1978-1986.
Pt 2: In Full Colour 1987-1993.
VOLUME 2
Pt 3: In Full Colour 1987-1993.
Pt 4: New Blood 1993-1995.

Gli schizzi disegnati diventano vere e proprie opere d’arte in questo libro di Mike Perry

Hand Job : A Catalog of Type” di Mike Perry è una gioia da guardare, è un librone bello grosso pieno zeppo di scarabocchi grafici e piccole opere d’arte di design dalla copertina fino all’ultima pagina.
Il design del libro dà proprio la sensazione di aver raccolto un mondo di sketch solo per scoprire che molti designer / artisti / tipografi hanno lasciato i loro pensieri amorevolmente disegnati su fogli occasionali.
È davvero fantastico e stimolante guardare un libro del genere dove ci sono molte illustrazioni intrecciate tra lettere disegnate a mano, ci sono disegni di invito, di poster, disegni di CD tutti creati rigorosamente a mano. Alcuni dei pezzi presentati sono vere e proprie opere d’arte e mostrano davvero cosa si può ottenere con un pezzo di carta, una penna e un po ‘di immaginazione.
L’uso dell’umorismo nei disegni è forte e chiaro in tutto il volume, con molti piccoli personaggi, frasi divertenti e detti illustrati.
È un vero sollievo vedere che esiste ancora qualcuno nel mondo che da peso e importanza a questi aspetti del dietro le quinte, a questo tipo di lavoro di progettazione, in un’industria del design dominata sempre più dalla grafica perfetta e rigorosa, dalla tipografia lineare e dalle immagini digitali con tutto il freddo che portano con se.
All’interno del libro troverete disegni di un sacco di gente come: Andy Beack, Kate Bingman, Dan Black, Deanne Cheuk, Damien Correll, Jeremy Dean, Demo Design, Dan Funderburgh, Gluekit, Mario Hugo, Impero umano, Adrian Johnson, Jim  the illustrator, Lifelong Friendship Society, Kevin Lyons, Stefan Marx, Geoff McFetridge, Garrett Morin, National Forest, AJ Purdy, Luke Ramsey, Andy Rementer, Sagmeister Inc., Andy Smith, Todd St. John, Strange Attractors, e molti altri!

Un libretto per ricordare cosa e come gli Anni Sessanta hanno cambiato il mondo e le persone

Jacklyn Munck è una bella ragazza che si auto definisce una persona ossessionata dal design che non riesce a stare ferma.
Frequenta l’università di Syracuse e si laurea in Design della comunicazione ricercando sempre e con orgoglioso di muoversi in direzioni originali e fuori dagli schemi, alla ricerca di nuovi approcci e nuovi confini.
Quello che vi presento oggi è un progetto che Jacklyn ha pensato e realizzato con l’obiettivo mostrare quella che è stata la rivoluzione sociale, politica e culturale avvenuta in America negli anni Sessanta.
L’immagine è provocatoria come del resto lo è stata tutta la controcultura americana e non con un a volte dirompente senso di emergenza e irreversibilità che ha portato al superamento di molti degli ostacoli più problematici della cultura di allora.

AGO – Una fanzine per una Tesi o una Tesi per una fanzine?

AGO” la fanzine “Terapeutica per persone un po’ annoiate” realizzata da Camilla Reginato e concepita per una tesi di laurea, è un prodotto che pur essendo al passo con i tempi, la si può benissimo definire di vecchio stile, semplice, diretta e, come alle origini, fotocopiata. Immagini, testi e grafica per proporre, chiarire e sostenere la posizione dell’autrice sul tema del Do It Yourself, come lei stessa afferma:
“Perché una fanzine? Ritengo che sia un medium valido, interessante e genuino: viene creato ‘dal basso’, da chiunque abbia la necessità e la volontà di comunicare ad altri una propria passione cercando un confronto.
Perché il Do It Yourself? Chiama in causa la valorizzazione della progettualità dell’individuo, della sua creatività e del suo ingegno, risponde al bisogno di essere parte attiva di questo mondo, soggetti pensati e protagonisti del proprio tempo”.
Interessante la definizione del significato relativo al titolo, AGO, che ruota attorno a tre concetti: l’ago può pungere, ma senza far troppo male, a go in inglese significa un inizio, un tentativo e ago si traduce dal latino come agire, fare. Dunque AGO è una fanzine che vuole fare capolino nella mente dei suoi potenziali lettori e suscitare curiosità nei confronti del Do It Yourself.
All’interno di questo primo numero, lo 0, Camilla ha programmato scelte di contenuti interessanti, come IL DO IT YOURSELF IN 11 PUNTI che presenta l’interpretazione del DIY suddivisa in 11 punti che a parer dell’autrice ne caratterizzano il concetto, SPROUT notizia inerente alla sostenibilità ambientale poiché il DIY ha inevitabilmente a che fare anche con l’ambientalismo, oltre alle impostazioni che vedono, grazie anche alla scelta della carta color giallo oro, la fanzine assumere un carattere caldo e gioioso, in perfetto accordo con il messaggio che l’autrice vuole trasmettere, arrivando a realizzare un numero completo e bello da sfogliare.
Senza alcun dubbio, un lavoro progettato appositamente per sensibilizzare i lettori sull’attività del Do It Yourself, base portante della stessa tesi di laurea che vede al suo interno un intero capitolo, il Quarto, dedicato alla stessa fanzine. Circa 10 pagine per spiegare il Perché una fanzine: le motivazioni della scelta, Il concept, Le scelte progettuali, I contenuti della fanzine e La distribuzione della fanzine.
E non dimentichiamo il poster centrale, con le istruzioni per l’uso del Come fare il sapone in casa!
Camilla Reginato si è laureata a Venezia in Scienze e Tecniche della Comunicazione Grafica e Multimediale.
La fanzine è una parte rilevante di quella laurea.
“AGO” è disponibile online da scaricare gratuitamente dal sito della Fanzinoteca d’Italia 0.2.
La Call To Action invita il lettore ad inviare un feedback oppure, meglio ancora, a contattare l’autrice per iniziare a cooperare con lei nella realizzazione dei numeri successivi, quindi per gli interessati a tali tematiche, disponibili alla
condivisione, e pronti a collaborare siete avvisati, mail: reginato.camilla@gmail.com

FRUTE è una grafica sensuale, uno strumento di discussione e una rivista indipendente di cui correte il rischio di innamorarvi

Eccoci di nuovo qua e questa volta vi presentiamo un progetto tutto italiano che ho visto e preso al Fruit di Bologna e che da tempo speravo di avere qua alle Edizioni del Frisco.
Grazie a Cecilia abbiamo oggi la possibilità di presentarvi questo magazine molto rosa e molto interessante sia per i contenuti che intende trattare ma anche per una grafica che a me ha conquistato subito per quel non so che di ricercatezza sfrontata che fa sempre piacere alle pupille ed ai polpastrelli…

Il progetto Frute si occupa di femminismo intersezionale, confini del genere sessuale, relazioni, prevenzione della discriminazione, sessualità e tanto altro, intorno al tema centrale delle pari opportunità di genere.
I temi chiave sono trasformazione e accettazione, e vengono trattati insieme al concetto di identità femminile che gravita intorno al mondo del racconto personale e dell’attivismo.
L’obiettivo è quello di rappresentare una mobilitazione attraverso l’editoria indipendente, per promuovere uno sviluppo culturale in cui le diversità di genere, orientamento sessuale o provenienza non siano affrontate come tali, ma tutelate come valori per arrivare ad una vera inclusione.

Il progetto, di cui è da poco disponibile QUI il secondo numero, parte da una approfondita conoscenza dell’editoria femminile, in ogni sua forma, da quella sbarazzina a quella più tipicamente controculturale e proprio da qui nasce il valore aggiunto che mescola sapientemente l’alto ed il basso, il sociale con l’estetico riuscendo in pieno in questo lavoro di cut up.

Lo si può fare in modo ironico, come per esempio nella pagina Cuori Sfranti che si rifà ad una estetica da teen-magazine (ma aggiungendo un livello di lettura diverso includendo una drag queen), oppure in maniera più seria, come nelle interviste e nelle rubriche che racchiudono racconti vissuti in prima persona.

Frute si basa sulla grande ispirazione che danno le riviste femministe del passato, italiane e internazionali.
Questa grossa ricerca, sia visiva che di contenuto, è affiancata al tentativo di unire una comunicazione fresca, una grafica contemporanea e colorata a contenuti forti e tematiche sociali come la parità di genere, i diritti lgbt+ e la sessualità.
Frute cerca di presentarsi meno come una fanzine ma più come una rivista, a partire dalla distribuzione, nelle librerie indipendenti aderenti, ma soprattutto formandosi grazie non ad amatori ma a giovani autori, illustratori, fotografi e professionisti del mondo editoriale.

Da queste parole di Cecilia si percepisce che l’intento di Frute non è solo quello di trasmettere dei messaggi – in questo caso anche socialmente potenti ed a mio avviso utili – ma di farlo con stile, competenza e passione. Questo potente ed efficace mix produce una rivista che fa piacere. Una rivista che trovo giusto esista in un panorama editoriale che troppo spesso risente di un certo timore – o peggio ancora paura – nel farsi strumento di dibattito sociale preferendo nascondersi dietro ad un’apparenza carina, ricercata ma, in fondo comodamente vuota e sterile.

“Interview” lo storico magazine fondato e curato per anni da Andy Warhol ha chiuso

“Interview” è stata una rivista americana fondata alla fine del 1969 nientepopodimenoche da Andy Warhol insieme all’amico e giornalista britannico John Wilcock, storico fondatore anche del Village Voice di New York e promotore di gran parte delle iniziative più importanti della stampa underground degli ani Sessanta e Settanta in America.
La rivista, soprannominata The Crystal Ball of Pop, ha da sempre presentato conversazioni intime con alcune delle più grandi celebrità del mondo fra cui artisti, musicisti e creativi. Le interviste erano solitamente inedite e facevano parte di questo magazine le cui copertine, curate direttamente da Warhol insieme all’artista Richard Bernstein dal 1972 al 1989, hanno fatto la storia di un certo tipo di editoria indipendente americana e non solo.

Nei primi tempi la rivista veniva distribuita gratuitamente alla folla e ideata e realizzata interamente da Andy Warhol che ne ha curato ogni numero fino alla sua morte accettando con un gran mal di pancia lo stile editoriale ben più convenzionale che “Interview” dovette adottare una volta acquistato dal nuovo editore Bob Colacello. Nonostante questo Warhol ha continuato a diffondere e promuovere la sua rivista creando eventi ad hoc per le strade di Manhattan.
Dopo la morte di Warhol avvenuta nel 1987 la rivista è passata all’editore Brant Publications ed è stata diretta per ben 18 anni da Ingrid Sischy.
Questo duraturo rapporto di lavoro si è interrotto quando è scoppiato un bel colpo di scena visto che proprio Ingrid Sischy, in un’intervista uscita sul The New Yorker a margine di un servizio fotografico del fotografo Robert Mapplethorpe, dall’interessante titolo The Perfect Moment, la stessa Sischy ha dichiarato pubblicamente pubblicamente di essere lesbica. Diciamo che la bomba vera e propria è esplosa quando ha dichiarato candidamente di avere una storia con Sandra Brant, proprio la ex moglie di Peter M. Brant, editore della rivista….
A questo punto le due hanno lasciato “Interview” vendendo la propria quota alla Brant Publications e passando il testimone di capo redazione a Christopher Bollen, poi a Fabien Baron e Glenn O’Brien nel settembre 2008 ed a a Karl Templer nel 2017 quando però la rivista navigava già in bruttissime acque a causa della perdita di identità e caratura stilistica e contenutistica che aveva subito nell’ultimo decennio.
Il 21 maggio 2018 è stato annunciata la chiusura di questo storico magazine.

 

Sulle Edizioni del Frisco arriva la meravigliosa Fanzinoteca d’Italia!

Il pezzo di oggi non è mio, ma di Milena Bonucci Amadori, Responsabile Ufficio Attività Culturali della Provincia di Forlì, e spero possa diventare il primo di una serie infinita, o per lo meno assai lunga.
Ospitare all’interno delle Edizioni del Frisco una realtà storica e fondamentale come la Fanzinoteca è per me orgoglio e vanto visto che è più o meno dal 2006 che, con i consueti alti e bassi, seguo il lavoro competente e pieno di passione di questo piccolo gioiello.
Non mi dilungo oltre lasciandovi ad una lettura che vi introdurrà in un mondo nuovo, fantastico e ricco di tesori che mi piacerebbe scoprire piano piano insieme a voi…

Quello che so della Fanzinoteca si snoda avanti e indietro in una serie disordinata di ricordi, domande, immagini. Due punti fermi però li ho. Il primo è il 25 settembre 2010, sabato, giorno dell’inaugurazione, la Fanzinoteca è ufficialmente nata dopo un complesso periodo di gestazione. Il secondo lo scrivo dopo. Intanto dovrò dire cos’è una fanzinoteca. Nella versione spiegata a mia nonna è una raccolta di fanzine, cioè come una biblioteca, ma al posto dei libri ci sono le fanzine. Bene, ora mia nonna vuole sapere cos’è una fanzine. Ecco allora che entra in gioco il secondo punto fermo, il fanzinologo Gianluca Umiliacchi. Lui è l’esperto che dice, sintetizzo io perché per lui, così appassionato, è impossibile essere breve, che la

fanzine è una rivista auto-prodotta il cui nome deriva dalla contrazione di fan (appassionato) e magazine (rivista).

Non è felice del mio riassunto. Precisa che nell’ampio mondo dell’auto-produzione – o meglio auto-edizione, avendone raffinato il concetto – le fanzine sono solo una parte, che si riconosce per tre caratteristiche di base:

  • passione,
  • comunicazione libera delle proprie idee,
  • confronto a cui si aggiunge sempre l’assenza di scopo di lucro.

Non è facile, fra le tante produzioni, riconoscere una fanzine. A volte lo stesso autore non la ritiene tale, sebbene ne possieda tutte le prerogative; a volte, invece, il creatore la definisce una fanzine, ma l’occhio allenato del fanzinologo ne registra l’assenza di uno o più degli elementi di base, individuando cioè un prodotto editoriale che non ha l’autenticità, la libertà, la capacità di confrontarsi con gli altri cultori della materia senza distorsioni economiche di fondo.
È evidente che se c’è una raccolta di qualcosa, ci deve necessariamente essere un luogo che la ospita. È a Forlì, in via Curiel 51, nella sede di una circoscrizione che non esiste più. I locali (uno più uno di accesso) sono piccoli per la gran quantità di documenti che vi si trovano, ma una volta entrati si è accolti con tanta affabilità che il resto si perde sullo sfondo di saloni che non ci sono. Ci sono esposte le fanzine più recenti, che si possono prendere a prestito o leggere in loco, ma, udite! udite! si possono consultare quelle dell’Archivio Nazionale Fanzine Italiane, una raccolta privata di circa seimila documenti che coprono un arco temporale che va dagli anni Sessanta del Novecento ad oggi. Sono prevalentemente testate fanzinare, ma a queste si aggiungono materiali e ricerche sulle fanzine, fra le quali anche tesi di laurea, orgoglio e sudore di studenti che si sono rivolti alla generosità di Umiliacchi per concludere quel loro percorso di studi universitari.

La Fanzinoteca d’Italia è nata dalla passione e dalla caparbietà di Gianluca il Fanzinotecario, come lui si definisce, coniando il neologismo che trae spunto dalla nobile figura del bibliotecario. Appassionato di fumetto, ha iniziato a produrre fanzine e a collaborare con diverse testate dalla metà degli anni Ottanta. Raccoglierle e collezionarle è stata una logica conseguenza, ma è negli anni Novanta che, dalla fusione della sua raccolta con quella dell’amico Michele Mordente, unita ai materiali inviati in occasione della produzione di un catalogo delle testate esistenti, nasce Bastian Contrario, Archivio Nazionale Fanzine Italiane. Da allora l’Archivio si è ulteriormente espanso, anche grazie alle donazioni di materiali inviati a fini conservativi, documenti che sennò sarebbero andati perduti.
Cosa si trova in quell’Archivio? Tantissimo: dalle prime poesie di letterati in erba a storie di fantascienza; dalle critiche musicali ai fumetti e alla mail-art, tutto rigorosamente auto-prodotto. È come stare in un quadro di Bruegel o in una tavola di Jacovitti; c’è tanto da vedere e da leggere: narrazioni disparate in un’unica cornice. È uno spaccato socio-antropologico che racconta della necessità di esprimersi che va oltre i canali ufficiali, in alcuni casi con capacità che saranno sviluppate fino a diventare professioni, in altri con esiti meno intensi ma ugualmente interessanti.

Gianluca e l’Archivio si conoscono come due vecchi amici. Per fare un esempio, c’è stato un momento della mia vita in cui volevo diventare la più grande studiosa di letteratura vampirica; mi ero messa in testa di dedicare i miei sforzi intellettuali a quel tipo di produzioni fanzinare, che avrei voluto leggere in un’ottica di genere. Alla fine non ne ho fatto nulla, sono pigra, ma Gianluca in pochi minuti aveva trovato quello che poteva servirmi.
La missione della Fanzinoteca d’Italia però non si esaurisce nella funzione di raccolta e conservazione. Perfettamente inserita nell’attualità concettuale di luogo della cultura, accoglie chiunque abbia interesse ad entrare, attiva corsi di fumetto e di fanzine, idea e organizza mostre, si aggancia alle maggiori iniziative culturali nazionali, ha collegamenti con realtà italiane che possiedono delle collezioni (come la Biblioteca di via del Senato o la Fanzinoteca, che pur definendosi tale in realtà possiede pochissime fanzine e tante auto-produzioni, collegata alla Biblioteca Zara a Milano) e con fanzinoteche europee e americane.
In generale, non sembrano esaurirsi né l’impatto passionale o il desiderio di confrontarsi, né l’esigenza di conoscere meglio quello che sta sotto la cultura ufficiale, quindi ad una retorica domanda: «Ma c’è bisogno di una Fanzinoteca?» occorre rispondere: «Sì, senz’altro sì, anche fosse solo per raccogliere quanto è stato prodotto fino a questo momento e renderlo disponibile a chi ha voglia di approfondire l’argomento».

La produzione fanzinara continua ad esistere, seppur in forma volatile, vive a dispetto di ogni omologazione e in reazione al conformismo, rappresenta passione e creatività che non trovano spazi nelle pubblicazioni ufficiali, ecco che, ancora di più, è necessario che esista la Fanzinoteca.

A Forlì, la Fanzinoteca d’Italia è gestita dall’Associazione Fanzine Italiane e dalla prodigalità di volontari e amici. La sede è stata fornita dall’Amministrazione Comunale che ne sostiene anche i costi vivi (energia elettrica, riscaldamento), almeno fino ad ora. Un’altra importante relazione istituzionale è stata aperta con la Rete Bibliotecaria di Romagna e San Marino, attraverso la quale si sta catalogando il materiale della Fanzinoteca. Quello della catalogazione è un argomento interessante; se da un lato consente di essere visibili in un importante repertorio online, dall’altro impone una serie di riflessioni su come descrivere questo materiale che è ben altro rispetto ai più canonici testi a stampa dell’editoria ufficiale e non. In senso lato è integrato nella cosiddetta letteratura grigia, ma questa è certamente una classificazione troppo vaga ed ampia, che non rende giustizia della variegata complessità delle fanzine.
Alla Fanzinoteca arrivano circa 450/500 pezzi fanzinari all’anno e dalla sua fondazione sono state otto le tesi di laurea che si sono occupate di questa materia, la nona è attualmente in corso, sotto diversi punti di vista: comunicativo, sociologico, culturale, produttivo.

 

Per ulteriori info:
GianLuca Umiliacchi Direttore Fanzinotecario Fanzinoteca d’Italia 0.2, Centro Nazionale Studi Fanzine – Fanzinoteca d’Italia 0.2 Via E. Curiel, 51 – 47121 Forlì FC Italia

Orari Pubblici:
Dietro prenotazione, 339 3085390 (G. Umiliacchi Dirigente Centro Nazionale Studi Fanzine) centronazionalestudifanzine@fanzineitaliane.it – fanzinoteca@fanzineitaliane.it

www.fanzinoteca.it

La storia del Poster Workshop, il luogo mitologico dove si stampavano i poster della ribellione inglese

Poster Workshop 1968-1971” è un libro di Sam Lord, Peter Dukes, Jo Robinson e Sarah Wilson con una prefazione di Jess Baines.
“Poster Workshop 1968-1971” è un pezzo di storia che tutti gli amanti dell’editoria, della grafica e della storia di queste due materie devono assolutamente conoscere.
“Poster Workshop 1968-1971” è il resoconto storico e grafico di una leggenda che ancora oggi risuona in tutta l’Inghilterra.
“Poster Workshop 1968-1971” è la dimostrazione che la passione e gli ideali hanno un loro peso specifico e che è grazie ad essi che la società può andare  avanti e migliorare le nostre vite.

Dal 1968 al 1971, chiunque poteva entrare nel seminterrato di Camden Town e commissionare un poster al gruppo di stampatori denominato “Poster Workshop 1968-1971”. I lavoratori in sciopero, i gruppi per i diritti civili ed i movimenti di liberazione di tutto il mondo si affidavano a questo gruppo ispirato all’Atelier Populaire attivo a Parigi durante il famoso Maggio 1968 per realizzare rapidamente i poster necessari alle manifestazioni sui temi caldi del periodo come Vietnam, Irlanda del Nord, Sud Africa, alloggi, diritti dei lavoratori e rivoluzione.
Il laboratorio di poster esisteva in un momento eccezionale. Ha prosperato sull’energia generata dalla convinzione che enormi cambiamenti fossero possibili, attraverso movimenti per l’uguaglianza, i diritti civili, la libertà e la rivoluzione. Era un’espressione di quel tempo – di eccitazione, cambiamento e speranza.
Questo libro è il terzo dopo “Eyeball Cards” e “UFO Drawings From The National Archives” della serie Irregulars sugli aspetti della moderna storia visiva britannica e riproduce tutti i manifesti prodotti dal Poster Workshop  offrendo una prospettiva unica e utilissima sui principali problemi politici degli anni Sessanta e Settanta in Gran Bretagna.

La storia narra che all’inizio del 1968, dopo aver lasciato la Bath Academy of Art, Sam Lord costruì un tavolo per serigrafia nella cucina di un appartamento che condivideva al 51 Moorhouse Rd, Notting Hill Gate, Londra. Proprio su quel tavolo furono stampati i manifesti, alcuni con l’assistenza di Peter Dukes, Dick Pountain e Jean Loup Msika, un tunisino francese espulso dalla Francia a causa del suo coinvolgimento con l’Atelier Populaire e gli eventi del Maggio francese. Espulsione revocata l’anno successivo a seguito di una campagna sostenuta da Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir.
Non esisteva un costo fisso per la stampa dei poster, l’idea era che i gruppi pagassero ciò che ritenevano di potersi permettere.
Le condizioni nel seminterrato – composto da solo due stanze senza riscaldamento – erano del tutto disastrose. La maggior parte dei solventi e dei prodotti per la pulizia emanavano fumi tossici, oltre ad essere combustibili. La maggior parte del lavoro veniva svolto in una stanza, mentre nell’altra erano appesi i poster ad asciugare.

Si tratta come averete senz’altro intuito di una storia leggendaria, per alcuni versi eroica, in cui un gruppo di persone per sostenere non solo i propri ideali ma anche di supportare tutti i gruppi organizzati in favore dei più deboli e di chi non ha diritti, ha messo sul piatto energia, forza, risorse e tanta, tanta passione.
Io sono innamorato del “Poster Workshop 1968-1971”.

Emory Douglas è colui che inventò la grafica delle Pantere Nere

Letterform Archive è il centro per l’ispirazione, l’istruzione, l’editoria e la comunità che è stato fondato senza scopo di lucro da Rob Saunders, un collezionista di di libri e riviste da oltre 40 anni. L’obiettivo del centro è quello di condividere la sua collezione privata con il pubblico e offrire l’accesso a una strabiliante collezione contente oltre 40.000 articoli relativi a lettering, tipografia, calligrafia e progettazione grafica.
Perché ve ne parlo proprio oggi? Perché LA ha da pochissimi giorni acquisito ben 121 numeri del magazine “The Black Panther” che risalgono al suo periodo seminale tra il 1967-72, insieme a poster e grafiche di Emory Douglas.
“Riconosciuto nel partito delle Black Panthers per il suo uso impavido e potente del graphic design come strumento di lotta per i diritti civili e contro il razzismo, Douglas è una figura di spicco nel mondo degli artisti che rivendicano i diritti delle minoranze attraverso l’arte.

Come artista rivoluzionario e ministro della cultura per le Black Panthers dal 1967 all’inizio degli anni ’80, Douglas e i suoi compagni di partito hanno subito atti di sabotaggio da parte dell’FBI. Secondo un rapporto del Congresso, quegli atti includevano saccheggi di uffici e  distruzione di giornali che contenevano articoli sulla controversa figura di Douglas.
Cosa doveva temere il governo dal lavoro di Douglas? La sua innata capacità di provocare un risveglio nelle persone più deboli.
Douglas usava i materiali che poteva racimolare come i pennarelli e poco altro con quel poco riuscì a lanciare il giornale ufficiale dl movimento giustamente intitolato “The Black Panther”.
Per Douglas, quello con il Black Panther Party fu solo l’inizio di una carriera basata sulla convinzione che l’arte debba servire per le cause sociali. Negli anni ha continuato i suoi attacchi contro il potere, il razzismo, l’avidità e il sistema carcerario.
Nel 2015 Douglas ha ricevuto una medaglia AIGA. L’organizzazione lo ha riconosciuto per “il suo uso senza paura e potente della progettazione grafica nella lotta per i diritti civili“.

Esiste un libro dove sono raccolti gli annunci della più bella rivista degli anni Sessanta in California

Il “San Francisco Oracle” era un giornale controculturale pubblicato nel quartiere epicentro della rivoluzione psichedelica degli anni Sessanta californiani, quell’Haight Ashbury in cui tutte le principali novità anche in campo grafico ed editoriale avvennero tra il 1966 ed il 1968. Proprio in questo periodo di tempo uscì infatti questo meraviglioso prodotto editoriale, forse l’apice di gran parte dei prodotti a stampa della cosiddetta underground press e vera summa dell’inconografia psichedelica del periodo.
Nei 12 numeri che uscirono si trovava un mix esplosivo di poesia, spiritualità, saggistica e musica e soprattutto si sperimentarono alcune delle prime tecniche di stampa con effetti di inchiostrazione arcobaleno allora davvero rivoluzionari.
La raccolta dei 5 volumi dal titolo “Where to Score” è veramente interessanti per gli appassionati perché riporta ed approfondisce un aspetto davvero particolare e rivelatore dello spirito del periodo e cioè la sezione degli annunci.
Proprio lì infatti si trovano quelle che erano le richieste e le offerte che circolavano in città nel circuito alternativo: richiesti di batteristi, di falegnami insieme ai negozi di abbigliamento e alle disperate inserzioni dei genitori che cercano i propri figli scappati di casa.
Nel mezzo di questo vero e proprio materiale da antropologia culturale ecco spuntare anche alcune vere e proprie chicche come quella del poeta Michael McClure ha bisogno di un’arpa e la Sexual Freedom League è affamata di reclute.
“Where to Score” è quindi una collezione tascabile di annunci a cura di Jordan Stein e Jason Fulforddel “San Francisco Oracle” classificati e suddivisi in base alle tematiche e pubblicati in un volume stampato in cinque diversi diverse copertine colorate, con diversi nomi sulla spina dorsale, ma con i medesimi contenuti all’interno.

 

Sta per arrivare il nuovo Lök Zine e noi abbiamo deciso di fargli qualche domanda

Vi avverto, io sono di parte. Seguo il lavoro di Lök Zine oramai da un bel pò di tempo, ho conosciuto Elisa Caroli fra le sedie ed i tavoli di svariati festival e mi è sempre piaciuto l’atteggiamento aperto e sperimentale della rivista.
Ma adesso sta per arrivare fra noi un Lök Zine tutto nuovo, un numero 10 che porterà con se diverse novità tutte da sfogliare.
Si tratterà di un bel volume di 120 pagine completamente a colori con rilegatura brossurata in un formato ampio e moderno da 21,0 × 29,7cm.
Poco altro da dire, se non di farvi un salto sul loro progetto Kickstarter per rendervi conto di quanto sia coraggioso e affascinante questo nuovo Lök Zine.
Mentre scrivevo questo mi è venuta l’idea di chiamare Elisa e chiederle se aveva voglia di fare due chiacchiere prendendo spunto da questa nuova uscita per allargare il perimetro del discorso al panorama italiano dell’editoria indipendente.

Ecco cosa ne è venuto fuori, un breve ma interessante scambio di opinioni  che spero sia solo un primo seme di discussione..

Ciao Elisa, raccontaci cosa sta succedendo a Lök Zine e cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo numero che promette sorprese e cambi di passo..

Era da tanto tempo che avevamo voglia di evolverci, di crescere, usare i colori, avere più spazio, scegliere più autori che amiamo, connetterci con altre persone. Aspettavamo solo il momento giusto: un po’ per superstizione, un po’ per necessità, il numero 10 ci è sembrato un ottimo inizio per cambiare tutto e così ci siamo lanciati.
La campagna di crowdfunding è stata un po’ una sfida, per vedere se quello che facevamo e che stavamo per creare poteva essere interessante per un pubblico più ampio e per raccontare meglio lo sviluppo del numero grazie agli updates che si trovano all’interno della pagina kickstarter.

Descrivi quello che è l’obiettivo di una rivista indipendente come Lök Zine oggi in Italia..

Il nostro obiettivo è sicuramente condividere la nostra visione e la nostra passione per fumetto e illustrazione, raccontare storie e creare una rete senza limiti geografici.

Manteniamo comunque il tutto bilingue per restare collegati alle nostre origini.

Raccontami un po’ del lavoro di questi anni: quando e come è nata la rivista, i momenti bui e quelli pieni di gioia..

Il progetto LökZine è nato nel 2011, eravamo tutti studenti all’accademia di Belle arti di Bologna e avevamo tante idee e voglia di fare, ma ci sentivamo ancora troppo acerbi per qualsiasi forma editoriale definita così scegliemmo la dimensione della rivista dove potevamo sfogarci senza limiti (ci abbiamo messo dentro poesia, fotografia, moda, cucina, racconti brevi, street art…) poi nel tempo siamo diventati sempre meno, abbiamo sperimentato, siamo cresciuti individualmente, abbiamo conosciuto tanti luoghi e persone diverse e abbiamo visto crescere il mondo del fumetto indipendente e dell’autoproduzione che era un po’ assopito quando avevamo iniziato. I momenti bui sono quelli di incomprensione che rallentano, a volte i lavori, e sono dati dall’impossibilità di avere una sede fissa perchè siamo sparpagliati per l’europa, ma questo ci permette anche d arricchiere il progetto delle nostre esperienze.

Come Lök Zine siete da anni un punto di riferimento nel circuito indipendente sempre presente agli appuntamenti di settore ed in contatto con i migliori illustratori. Da questo punto di vista privilegiato, raccontaci cosa pensi del panorama editoriale indipendente italiano: punti deboli, punti di forza, ambiti da sviluppare.

Come ho già detto di realtà come noi all’inizio ce n’erano veramente poche era come se ci fosse stato un assopimento del panorama quando abbiamo deciso di creare LökZine, però poi è stato bellissimo vedere quanti gruppi si assemblavano quante altre idee prendevano forma quanti festival iniziavano ad aprire delle “selfarea” e quanti festival specifici aprivano i battenti. Mi sento un po’ vecchia a dirlo, ma abbiamo visto tutto questo evolversi e adesso mi sembra che il panorama italiano sia brulicante di progetti bellissimi, fantasiosi e sfaccettati: mi sembra ci sia una nuova attenzione per qualcosa che resta sempre di nicchia, ma ha preso sia valore agli occhi di editori e pubblico che una propria identità nel tempo. L’editoria indipendente in ogni caso rimane un ambito dove si può ancora sperimentare, sognare, sentirsi liberi di esprimersi, effettivamente mai farci i soldi, ma non si può aver tutto 🙂

Esiste oramai un vasto ecosistema composto da creativi, editori e illustratori che si muove in tutta Italia attraverso un infinita seria di market molto frequentati ma che, chiusi i battenti, poco incidono sulle opportunità lavorative e sulla distanza esistente fra l’editoria mainstream e quella indipendente. A mio avviso siamo quasi arrivati alla saturazione, quali pensi siano gli scenari futuri e quali potrebbero essere gli aspetti da sviluppare? Penso per esempio ad un maggiore coinvolgimento delle grandi realtà  editoriali, a contest per avvicinare il mondo del lavoro o idee simili…

Sicuramente quello che dici può essere vero, ma rispetto a qualche tempo fa penso che il panorama editoriale indipendente e mainstream sia in ebollizione, non saturo di sicuro (quello francese è molto più pieno). Credo sia un processo di assestamento in cui va educato il pubblico, ad esempio vedo realtà come Eris edizioni, Diabolo edizioni, Grrrzt, ecc, che sono fatti da persone che amano i fumetti e aprono case editrici piccole, piccolissime, ma che ci mettono molta passione e arricchiscono il panorama editoriale, molte volte incrociando autori che si muovono nel sottobosco dell’autoproduzione. C’è una sorta di sinergia nei vari campi artistici che si può tramutare in un lavoro concreto, bisogna solo trovare il modo di non perdere la speranza.

Un libro raccoglie i poster punk dell’Est Europa dei primi anni Ottanta

Mentre assistiamo in questi giorni e mesi ad un prepotente assalto delle politiche di una destra pericolosa e prepotente in Polonia ed in Ungheria, è interessante notare come invece circa 30 anni fa questi stati furono dei veri e propri laboratori vivaci e scoppiettanti dove nacque e si sviluppò il movimento punk.
Le band punk e new wave erano moltissime ed alla costante ricerca di visibilità, pur volevano mantenere il loro status di fenomeni underground. Proprio in questa scena sono stati creati poster che con il tempo hanno preso il nome di  antiplakas.


Si tratta di un fenomeno visivo, di un vero e proprio stile grafico che rappresentava anche e soprattutto un codice di comportamento per chi si riconosceva un’estetica della cultura giovanile chiamata Kádár.
Questi poster ebbero una vita brevissima prima che venissero strappati e cancellati eppure hanno funzionato in quello che era il loro scopo principale: comunicare la via e gli spostamenti dei concerti e delle band del periodo.
“Golden Age of Hell” è un enorme libro eccezionale realizzato da due collezionisti György Szabó e Tamás Szőnyei.
Il mondo underground resiste e vive pulsante, più o meno nascosto, anche in queste splendide attività di rivisitazione che dimostrano, se mai ce ne fosse bisogno, che il tempo cambio ma non cancella.

Una fanzine vecchio stile sui viaggi e la natura selvaggia

Adam Void trasforma i problemi e della società contemporanea in prodotti editoriali caratterizzati da uno stile volutamente ispirato al vintage underground, che affrontano questioni sociali e politiche. Il lavoro di Void Si dedica a esplorare i dettagli delle controculture: il mondo del DIY, i graffiti, i viaggi, il misticismo e l’esperienza di tutti i cosiddetti outsider.
Void collabora nei suoi lavori con istituzioni come The Brooklyn Academy of Music, Printed Matter, Steinberg Museum of Art e Wexner Center for the Arts.
Il suo lavoro è stato recensito su magazine quali JuxtapozMaximum Rocknroll e Brooklyn Street Art.
Attualmente Adam vive in una sperduta località nel profondo delle montagne dell’Appalachia meridionale.
Il suo ultimo lavoro è la fanzine dal titolo “Misadventures & Musings from the Train Brain” che racchiude in più storie la nostalgia, il dolore ed il sublime che si trovano in quelle che Adam chiama dust adventures, le avventure polverose. Dai treni merci, alle vecchie altalene costruite con la corda fino ai viaggi in bosco ed agli incontri  con i lupi nelle riserve.
Una sorta di catalogo di questi viaggi dove quello che mostra la strada è il desiderio per la vastità del paesaggio.
Da un punto di vista grafico, l’urgenza comunicativa e l’approccio dDIY è rivendicato in tutte le forme: taglia e incolla vecchio stile senza tani fronzoli estetici, utilizzo della macchina da scrivere per le parti testuali.

“On The Ground” è una guida illustrata della storia della stampa underground americana degli anni Sessanta

Tra il 1965 e il 1969 il numero di riviste underground esplose in una maniera che non si era mai vista prima. Questi documenti si collegavano a realtà, stili e messaggi completamente nuovi, condividevano contenuti e rappresentavano la voce critica della controcultura.
“On The Ground: An Illustrated Anecdotal History of the Sixties Underground Press in the U.S.” offre ai lettori uno sguardo parziale ma dettagliato su qusto tipo di editoria. L’editore Sean Stewart ha prodotto quindi un volume che riguarda sia l’aspetto grafico che quello contenutistico prendendo spunto dalla mostra tenutasi presso la libreria e galleria Babylon Falling di San Francisco, in cui il pubblico è stato in grado di vedere molte di queste carte e ascoltare le storie direttamente dai protagonisti delle rispettive scene.
I grandi personaggi del periodo sono tutti presenti in queste pagine che includono Paul Krassner (The Realist), Art Kunkin (Los Angeles Free Press), John Sinclair (Fifth Dimension, Ann Arbor Sun), Emory Douglas (The Black Panther) e l’artista Trina Robbins (East Village Other). Ciascuno di loro descrive il contenuto e gli aneddoti della propria avventura editoriale.
Oltre alle riviste di cui sopra, sono riportati esempi anche meno conosciuti agli addetti ai lavori come The Rag (Austin, Texas), Seed (Chicago), Rat Subterranean News (New York City) e Space City! (Houston).
Alcuni di questi prodotti editoriali sembrano giornali tradizionali (Los Angeles Free Press) mentre altri (Rat Subterranean News) sono più vicini al comix (It Is not Me Babe e Slow Death Funnies).
Nella sua introduzione, Stewart cita diversi volumi imprescindibili per gli amanti dell’editoria underground tra cui Smoking Typewriters: The Sixties Underground Press and the Rise of Alternative Media in America di John McMillian, The Paper Revolutionaries di Laurence Leamer e Rebel Visions: The Underground Comix Revolution di Patrick Rosenkranz.
SI può quindi dire che “On The Ground” è un buon volume per allargare la conoscenza di un fenomeno che però, ancora oggi, aspetta un libro completo per essere descritto e valorizzato per quello che in realtà è stato, ovvero un decennio di creatività che ha fatto dell’editoria un’arte ancora oggi non eguagliata.

“Eurovision ’78” è solo una delle mille fanzines, illustrazioni, opere del grande Shaun Hill

Spesso succede che incontri, nei tuoi girovagare fra mercati, festival, siti e quant’altro, nomi che restano nella mente e che, regolarmente tornano a farti visita e di, con il tempo capisci, devi occuparti una volta per tutte. Conoscerli, scoprirne i lavori, lo stile e finalmente, diventare familiare. Solitamente in questi casi, poi succede anche che li perdi e smetti di incrociarli ad ogni evento.
Questo è un pò quello che mi è successo con Shaun Hill, giovane disegnatore di base a Johannesburg, Sud Africa, le cui fanzines, illustrazioni e altro, mi hanno sempre incuriosito.
Lo stile è chiaramente quello proveniente dal mondo di Weirdo, la rivista di fumetti che che è stata tra gli anni ’80 e i primi ’90 la sorella di Zap Comix, alternando come editor lo stesso Robert Crumb, Peter Bagge e Aline Kominsky-Crumb e Shaun dimostra di averne veramente ingoiate a quintali di queste riviste visto che ogni singolo tratto, ogni singolo colore, il formato dei suoi lavori e la scelta di riunire nelle varie fanzines che produce più prodotti insieme, rimanda proprio a quell’approccio DIY e scanzonato tipico di quella California grafica Sessanta e Settanta di cui Crumb è stato il vero padre fondatore.
Quella di cui vi parlo oggi, è la fanzine dal titolo “Eurovision“, progetto arrivato al numero 3 e che include 1 stampa, 1 poster e 3 adesivi.

EUROVISION 78 ISSUE 1 ZINE
EUROVISION 78 ISSUE 2

Non credo ci sia molto da aggiungere se non che questo artista rappresenta bene, a mio avviso, quella che rimane un’attitudine underground al mondo editoriale e artistico che, sia pur aggiornato ai tempi, alle situazioni ed ai mezzi tecnici di oggi, resiste perché ha nel proprio DNA proprio quella frizzantezza che non si ritrova nelle pubblicazioni mainstream.


Andate e acquistate quindi, “Eurovision ’78 issue” la trovate su Bad Butt Supermarket.

Un libro racconta per immagini e grafica la storia del movimento pacifista in Inghilterra e nel mondo

“People Power” è un bel libro che traccia la storia del movimento contro la guerra nel Regno Unito dallo scoppio della prima guerra mondiale ai conflitti attuali in Medio Oriente raccontando la storia degli obiettori di coscienza e di tutti coloro i quali si sono impegnati in prima persona per protestare contro ogni forma di conflitto o guerra.
Basandosi su testimonianze raccolte da diretti interessati e soprattutto sulla vastissima collezione del Museo Imperiale della Guerra e del suo ricco archivio di materiale visivo, tra cui fotografie, dipinti, poster, cartoni animati e distintivi, il libro esplora le molteplici ragioni che da sempre uniscono le persone che si oppongono alla guerra ed esamina i cambiamenti e le costanti presenti nel movimento. Viene inoltre esaminato il ruolo delle principali organizzazioni e gruppi all’interno del movimento, come la Peace Pledge Union negli anni ’30 e il Greenham Common Women’s Peace Camp negli anni ’80, così come quella di singoli sostenitori di alto profilo, tra cui Fenner Brockway e Tony Benn.
Il libro, edito dalla storica casa editrice inglese Thames & Hudson è acquistabile qui.

“Fuck You: A Magazine of the Arts” non era un magazine, era un manifesto per la rivoluzione della vita

Fuck You: A Magazine of the Arts è stato qualcosa di unico.
E’ stato un magazine fondato nel lontano 1962 dal poeta Ed Sanders in una New York dove inventare, creare e tutto il resto, era molto facile e alla portata di tutti.
Quello che era il motto della rivista, inventato dallo stesso Sanders, era I’ll print anything e, non so a voi, ma a me fa star bene solo a leggerlo.
Prodotta su un vecchio ciclostile prestato da amici e stampata su carta economica multicolore, vive incredibilmente dal febbraio ’62 al giugno ’65 per un totale di ben 13 uscite in 3 anni.
Sul primo numero, distribuito sul Lower East Side di New York City, si leggeva la seguente dedica: “Dedicato al pacifismo, al disarmo unilaterale, alla difesa nazionale attraverso la resistenza nonviolenta, alla sincronia multilaterale indiscriminata, all’anarchismo, al federalismo mondiale, alla disobbedienza civile, agli ostruzionisti e ai sottomarini e a tutti quelli che barcollano da J. Edgar Hoover nelle stanze segrete del Congresso“.

Il quartier generale era il Peace Eye Bookstore, libreria che Sanders gestiva spavaldo ed in cui passavano strani personaggi fra cui bohémien, scrittori e radicali. Il 1° gennaio 1966 la polizia fa però irruzione nella libreria accusando lo stesso Sanders di oscenità e la notorietà generata dal caso mediatico porta alla sua apparizione nella copertina del 17 febbraio 1967 di Life Magazine, che lo proclama leader della controcultura di New York.


Alla fine del 1964 Sanders fondò anche il grupppo musicale The Fugs con il poeta Tuli Kupferberg (qui qualche info su di lui dal blog di Ernesto Assante).
Per darvi un’idea dell’aria che si respirava e della forte sensazione di poter essere soggetti attivi nel cambiamento della vita di tutti, ricordo che il 21 ottobre 1967 al National Mobilization Committee, durante una grande manifestazione organizzata contro la guerra in Vietnam, nella marcia verso il Pentagono, Sanders con i suoi The Fugs e il gruppo dei San Francisco Diggers organizzarono un rito di massa per “esorcizzare” il Pentagono.

Fuck You: A Magazine of the Arts fece parte integrante della cosiddetta Mimeo Revolution o Mimeograph Revolution, la Rivoluzione degli anni ’60 e ’70 in cui i piccoli prodotti editoriali indipendenti, non commerciali, facilitati dall’accessibilità del ciclostile – mimeograph appunto – e altri diavolerie, si misero in moto distinguendosi dalla tradizionale stampa per il forte grado di sperimentazione, di fantasia e di eccentricità.
Le riviste principali, associandosi fra loro, favorirono la pubblicazione di lavori sperimentali e clandestini che accompagnavano presentazioni molto vicine al teatro e alla recitazione, di giovani poeti così pieni di parole da traboccare.
Per tutti i suoi 3 anni di vita Fuck You: A Magazine of the Arts fu il magazine che si fece  portavoce delle battaglie per la libera espressione, sfidando i tabù del sesso e della droga, sostenendo il libero amore e l’uso delle sostanze psichedeliche molto prima che venissero prese in considerazione dai più diffusi movimenti controculturali della fine degli anni Sessanta.
Molto spesso tenuto in ombra da altri personaggi del periodo come Ginsberg o Kerouac, Ed Sanders ed i suoi compagni di riviste, sono stati invece uno dei principali anelli di congiunzione che hanno unito la generazione Beat degli anni Cinquanta e la successiva controcultura Hippie della metà degli anni ’60.

Motto Distribution ha ristampato e rilegato i primi 4 volumi di Fuck You: A Magazine of the Arts che potete acwuistare qui.

Una mostra ed un libro celebrano l’editoria underground inglese

Barry Miles, per chi ha girovagato un pò negli anni Sessanta della controcultura sia musicale che soprattutto editoriale, non può essere certo considerato un nome nuovo. Anzi.
E’ stato infatti il fondatore di IT e autore di più di 50 libri tra cui biografie di pesi massimi come William Burroughs, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Frank Zappa e Charles Bukowski. Attualmente Miles vive a Londra e in Francia ma non ha smesso di occuparsi di libri e soprattutto di editoria underground.
Ecco dunque un’altra delle sue uscite:”The British Underground Press“, che ripercorre con le memorie di quello che al tempo fu uno, se non il protagonista, della storia della nascita dell’editoria underground inglese.
Nel 1966 infatti, nel pieno della cosiddetta Beatlesmania nella Swinging London, Barry Miles e John “Hoppy” Hopkins fondarono a Londra la libreria e galleria d’arte Indica, che permise loro di conoscere molte delle persone più influenti del periodo come Paul McCartney, Jimi Hendrix e tanti, tanti altri.
Sempre in compagnia di Hopkins, il 29 aprile 1967 Miles organizzò un concerto, chiamato The 14 Hour Technicolor Dream (vedi video), all’Alexandra Palace per raccogliere fondi per il lancio della nuova rivista International Times.
Pink Floyd ne furono i protagonisti, ma vi parteciparono anche altri artisti fra i quali Yoko Ono e John Lennon, Arthur Brown, il gruppo jazz-rock dei Soft Machine, i Tomorrow e The Pretty Things.

IT, come in breve tempo venne chiamato da tutta la controcultura inglese e non, è stato il primo vero quotidiano britannico underground e ha dato il via, insieme ad altri, ad una vera e propria rivoluzione della carta stampata.

A distanza di 50 anni, è tempo di celebrare con una mostra in grande stile quella che fu la portata innovatrice di questa rivista e di tutte le sue sorelle, il suo rompere totalmente le regole esistenti ed instaurarne di nuove, totalmente differenti, che furono fatte proprie da altre testate. Dopo IT infatti, vi fu la proliferazione di questi fogli sempre più belli, colorati e, ognuno a suo modo, innovatori.
La mostra che ripercorre quel periodo non più lungo di un decennio, si svolge a Londra, alla A22 Gallery fino al 4 Novembre e, senza nessun dubbio, sappiamo già che il catalogo sarà imperdibile..
Saranno presenti tutte le riviste underground inglesi nate negli anni ’60: International Time, Friends/Frendz, Gandalf’s Garden, Black Dwarf, Ink e soprattutto quella meraviglia che fu Oz di cui vi ho già parlato qualche mese fa qui.

Scorrendo le copertine si capisce immediatamente che il periodo, l’aria, il contesto, era di totale spinta in avanti, di sperimentazione continua.
Forse non era ben chiaro il dove ed il come sarebbero andate le cose, ma lo era fin troppo che sarebbero cambiate. La sensazione di poter incidere su quella che era la società di allora, i suoi riti, non poteva resistere e non lo fece.

Allo stesso modo l’editoria e l’editorial design in particolare, incontrarono e sposarono l’arte e la grafica contemporenee, riuscendo a produrre risultati che prima di allora nemmeno erano stati immaginati e che, ancora oggi, in un periodo di minimalismo e pulizia grafica estrema, innalzano un monumento alla libertà creativa sfrenata e senza compromessi.

 

Le fanzine e le riviste di Ettore Sottsass

Ho conosciuto Ettore Sottsass, manco a dirlo, a causa di alcue riviste che stavo cercando per un libro sull’editoria controculturale degli anni Sessanta e, indirizzato dagli scritti della Nanda Pivano, arrivai a scoprire prima “Room East 128. Chronicle” e poi, estasiato e senza più aggettivi, a quel “Pianeta Fresco” che fu, per la stampa underground italiana un vero e proprio unicum che lo pone, ancora oggi a sessanta anni di distanza, come la punta qualitativa di un iceberg a cui mai più siamo arrivati.

Ma andiamo per ordine visto che, a cent’anni dalla nascita di Sottsass, io voglio ricordare appunto questi due progetti editoriali che, forse secondari nella sua immensa opera, sono invece nella storia della stampa dei punti di riferimento cronologici imprescindibili.

Room East 128. Chronicle
Siamo nel 1962, Sottsass si trova in ospedale in condizioni definite dai medici in via di guarigione dopo che, per settimane, si era temuto per la sua vita a causa di un virus che nessuno sapeva debellare. Sottsass, annoiato dalla lunga degenza, decide di seguie un’idea della sua compagna Fernanda Pivano, quella cioè di redigere una piccola rivista, una sorta di diario di bordo del paziente Sottsass e quindi inizia a darsi da fare con il materiale che recupera grazie ad un vicino di stanza nel corridoio ospedaliero: scotch, colla, forbici e fantasia.. dopo tutto sono questi gli ingredienti necessari per la fanzine perfetta ed ecco nascere Room East 128. Chronicle.
Perfetto esempio di proto fanzine, questa pubblicazione è importantissima perché da una parte è lontana anni luce dagli scherzi provocatori delle avanguardie di inizio secolo, ma allo stesso tempo è enormemente in anticipo sulle fanzine e sulle riviste che inizieranno a circolare anni dopo grazie soprattutto al ciclostile.

Pianeta Fresco
Anni dopo, oramai affermato designer, ma sempre in compagnia della cara Nanda, ritrovo Sottsass a presentare una rivista dal titolo Pianeta Fresco in occasione di un happening di Gian Pieretti, con tanto di sitar e fiori lanciati in aria, nel negozio di Elio Fiorucci in centro a Milano. Come sua consuetudine, Sottsass ha deciso di spostare il limite più in avanti non accontentandosi di ideare una nuova rivista, ma creando forse uno dei più bei prodotti a stampa del periodo tenuto conto da una parte delle sostanziose risorse a disposizione e degli esperimenti tecnici che oramai rendevano possibili numerose trovate creative.
Pianeta Fresco è quindi una forma d’arte nuova che mischia design, pittura, grafica, collage con esperimenti di processo davvero avanguardistici come l’utilizzo del mix di colori nel ciclostile per la creazione dei primi articoli stampati in colore arcobaleno o la personalizzazione di ogni copia con i petali di fiore.

Ognuno, quando si tratta di personalità di questo tipo e orizzonti, sceglie un tassello, un mattone per descriverne l’importanza. Io, come sempre, ho scelto quello fatto da carta, testo, grafiche, pagine e stampe.

“Pavement Licker” 14 anni di arte underground raccolti in un unico volume

Nel 2003 l’artista grafico James-Lee Duffy dello studio We Are Shadows e lo sceneggiatore Josh Jones hanno deciso nel 2003 di creare la propria fanzine dal titolo “Pavement Licker” ed oggi ne celebrano i 14 anni con un libro che penso si possa definire imperdibile per gli amanti della street culture e dell’arte underground in generale.

La rivistina nasce e si sviluppa come una piattaforma per artisti e scrittori in cerca di spazio  e pubblicazione. Senza spingere troppo sulla promozione e sui vari canali, sono diventati rapidamente “i fanzinari dell’anno” come designato dalla rivista i-D.
Artisti emergenti o già conosciuti in tutto il mondo hanno trovato posto fra le pagine rigorosamente in bianco e nero della fanzine, pr citarne alcuni Banksy, Jamie Hewlett, Shepard Fairey, EINE, Kelsey Brookes, Mr Bingo, Pure Evil, Paul Insect, GILF !, David Shrigley, Andrew Rae, Antony Micallef, Kate Moross, Jon Burgerman o Anthony Lister.

Quattordici anni dopo, in questo torrido 2017, i due fondatori hanno pubblicato un libro di ben 518 pagine della scena artistica underground dagli anni Novanta fino ad oggi.

Il libro è stato ufficialmente pubblicato alla Pure Evil Gallery il 27 luglio ed è ora disponibile sullo shop online.

Nel fantastico mondo di “OZ Magazine”

Il museo londinese V&A celebra i 50 anni della rivoluzionaria rivista Oz
Magazine avendo da poco acquistato l’archivio completo dei numeri della rivista da Felix Dennis, co-editore della rivista underground pubblicata tra il 1967 e il 1973.

In OZ Magazine si è cercato di abbattere le istituzioni e le certezze che ingabbiavano lo spirito degli anni sessanta e della controcultura degli anni ’70. Il suo archivio non solo racconta la storia caleidoscopica di Oz attraverso i suoi 48 numeri, ma descrive uno dei periodi più politicamente e socialmente scorretti e rivoluzionari della storia dell’editoria mondiale.

Trattando di ematiche scomode, allora come adesso, dai diritti gay al razzismo, all’ambiente, al femminismo, al sesso, alla pillola, all’acido, alla musica rock e alla guerra del Vietnam, Oz è stato uno dei soggetti più importanti della rivoluzione controculturale del XX secolo.

Prodotto in un seminterrato di Notting Hill Gate da tre editori, Richard Neville, Jim Anderson e Felix Dennis, la rivista era famosa per le copertine psichedeliche dell’artista pop Martin Sharp, i cartoni animati di Robert Crumb, il pensiero femminista radicale di Germaine Greer ed i provocatori articoli che hanno messo in discussione tutte quante le norme stabilite del periodo.