C’è un episodio poco ricordato, ma emblematico, che avviene a Berlino nel 1932. La polizia fa irruzione nella sede della Radszuweit-Verlag, una piccola casa editrice specializzata in riviste considerate “immorali”. I fascicoli vengono sequestrati, le matrici tipografiche distrutte, gli archivi dispersi. Non è ancora il Terzo Reich, ma il clima è già mutato: la Repubblica di Weimar, con le sue sfrenate serate all’insegna del tutto è permesso, sta cedendo sotto il peso della crisi economica e dell’autoritarismo montante.
Tra le pubblicazioni colpite c’è una rivista dal titolo pericolosamente chiaro: Das 3. Geschlecht ovvero Il terzo sesso. Quell’irruzione segna di fatto la fine di una delle esperienze editoriali più radicali e tipicamente underground della Berlino libertina, e allo stesso tempo ne certifica l’importanza storica.

Berlino Anni, 1931
Das 3. Geschlecht nasce a Berlino nel 1930, nel cuore di una città che da oltre un decennio funziona come un laboratorio sociale senza equivalenti in Europa. È la Berlino di Weimar, una metropoli febbrile in cui la sperimentazione culturale e la trasgressione quotidiana trovano casa nei cabaret dei quartieri di Nollendorfplatz e di Motzstraße, nei locali ambigui e affollati come il celeberrimo Eldorado, il Mali und Igel o il Silhouette, dove uomini in abiti femminili, donne mascoline, artisti, intellettuali e curiosi si mescolano senza bisogno di spiegazioni.

Il locale Eldorado a Berlino, 1932

Il locale Eldorado a Berlino, 1932
È la città dei club jazz e delle sale da ballo frequentate da musicisti americani in tournée, dei caffè letterari come il Romanisches Café, luogo di incontro tra scrittori, giornalisti e outsider, e dei circoli politici e sessuologici legati all’Institut für Sexualwissenschaft di Magnus Hirschfeld, che offrono legittimazione scientifica a ciò che la notte rende visibile.
È Hirschfeld a coniare il termine travestitismo. Anche se preferì mostrarsi come un ricercatore e scienziato obiettivo, Hirschfeld stesso era gay e in segreto un travestito che partecipava alle iniziative della subcultura gay nella Germania del periodo. Per le sue attività di travestitismo egli venne soprannominato Tante Magnesia, in italiano Zia Magnesia.
Nei quartieri marginali, tra pensioni anonime, tipografie clandestine e associazioni di artisti anarcoidi, prende forma una rete sotterranea di relazioni più o meno segrete, scambi di informazioni e soprattutto desiderio e sessualità È in questo multiforme e pulsante ecosistema urbano che Das 3. Geschlecht incontra il suo pubblico e la sua ragion d’essere, non come un osservatore esterno, ma come voce interna a un mondo già molto consapevole della propria esistenza.
Berlino è una città in cui la sessualità diventa discorso pubblico, oggetto di studio scientifico, materia di sperimentazione artistica e, soprattutto, pratica quotidiana vissuta fuori dalle norme borghesi.
In questo contesto la rivista non rappresenta – al contrario di quello che si potrebbe pensare – un’eccezione, ma un prodotto coerente con il suo tempo: Das 3. Geschlecht nasce dall’underground e si rivolge a un pubblico già cospicuo, ma che raramente riesce a trovare una sua propria rappresentazione alla luce del sole.

Copertina della rivista “Das 3. Geschlecht”, n.3, 1932

Friedrich Radszuweit (1876 – 1932)
Il promotore dell’iniziativa è Friedrich Radszuweit, editore, attivista e imprenditore, figura centrale della “controcultura sessuale” weimarianama oggi (purtroppo) quasi del tutto rimossa dalla storiografa tedesca.
Radszuweit non è un teorico accademico come Magnus Hirschfeld, né un artista nel senso tradizionale del termine, è un organizzatore, un connettore di legami e rapporti. È qualcosa di più pragmatico e, per questo, assai più pericoloso per una certa idea di Stato che sta emergendo con brutale forza. Radszuweit è un costruttore di spazi editoriali per una comunità apparentemente invisibile ma corposa, viva e assai presente nei locali fumosi e alcolici del tempo. Attorno a lui gravitano redattori, illustratori e collaboratori di ogni genere, sempre anonimi o firmati con pseudonimi per una sicurezza personale che piano piano diviene sempre più necessaria. Das 3. Geschlecht diventa così una piattaforma collettiva, un coro che parla dall’interno e che cerca di ritagliarsi una propria visibilità nella società berlinese pre hitleriana.
La specificità della rivista risiede proprio qui: non osserva l’omosessualità, la transidentità o la non conformità di genere dall’esterno, ma le assume come punto di partenza. Non c’è l’intento di spiegare, giustificare o patologizzare. Al contrario, i contenuti oscillano fra rivendicazione, normalizzazione e desiderio di visibilità. Gli articoli affrontano temi legali, sociali, affettivi, raccontano storie personali, commentano casi giudiziari, segnalano locali, associazioni, spazi sicuri. In questo senso Das 3. Geschlecht è una rivista profondamente politica, anche quando non usa il linguaggio che da questa ti aspetteresti.
Per comprendere fino in fondo la portata di Das 3. Geschlecht è necessario collocarla all’interno di una costellazione editoriale assai più ampia, un vero e proprio sottobosco di underground press che, nella Berlino di Weimar, costruì un dibattito pubblico alternativo. Dopotutto erano gli anni di Parigi e la City of Pleasure e del movimento Flapper…
Accanto ad essa operavano pubblicazioni come Die Freundin, forse la più longeva e diffusa rivista lesbica del periodo, che mescolava racconti, rubriche sentimentali, annunci personali e commenti sulla vita quotidiana delle donne omosessuali, normalizzando l’esperienza lesbica in un contesto urbano che la rendeva finalmente visibile.
C’era poi Blätter für Menschenrecht, organo più dichiaratamente politico e militante, fra le cui pagine si affrontava invece la questione dei diritti civili e della persecuzione legale dell’omosessualità, fungendo da cerniera fra attivismo sessuale e discorso giuridico.
Die Insel, con il suo tono più letterario e raffinato, si muoveva invece in una zona di confine tra cultura omosessuale e sperimentazione estetica, offrendo prose, poesie e riflessioni che dialogavano con le avanguardie artistiche dell’epoca. Das 3. Geschlecht si inserisce in questo ecosistema con una posizione peculiare: meno narrativa di Die Freundin, meno apertamente militante di Blätter für Menschenrecht, ma più radicale nel rivendicare l’esistenza di un’identità di genere non riconducibile al binarismo sessuale. Insieme, queste riviste compongono una mappa dell’underground berlinese che non è frammentata, ma interconnessa, una rete di carta e inchiostro che ha anticipato, con sorprendente lucidità, molte delle battaglie culturali del secondo Novecento.

Die Freundin, 1928

Blätter für Menschenrecht, 1926
Dal punto di vista estetico, la rivista non si allontana dagli standard del tempo, come per “normalizzare” anche graficamente i temi trattati. Adotta uno stile sobrio ma incisivo, lontano tanto dall’illustrazione caricaturale quanto dall’estetica sensazionalistica. Le copertine sono spesso dominate da caratteri netti, moderni, coerenti con il gusto grafico della Nuova Oggettività.
Le immagini, quando presenti, evitano l’erotismo esplicito e prediligono ritratti, silhouette, figure androgine, corpi immortalati in pose quotidiane. È un’estetica che rifiuta l’eccesso per affermare una presenza: non scandalizzare, ma esistere. A ben vedere, anche (e soprattutto) questo è un gesto underground, forse il più radicale.
Lo stile dei testi è diretto, talvolta ingenuo, ma sempre attraversato da una tensione etica forte. È un aspetto, quello dell’apparente ingenuità dei contenuti, tipico e onnipresente nella storia della storia dell’editoria underground, un’innocenza che non deve essere vista come mancanza di profondità, ma come il primo passo di un cammino tutto da definire ma che da qui, proprio da questo aspetto näif, è giusto e normale che prenda avvio.
Si avverte l’urgenza di parlare prima che sia troppo tardi, di lasciare una traccia delle proprie esperienze individuali e collettive.
La lingua è accessibile, pensata per circolare, per essere letta nei caffè, nei circoli, nei dormitori. Das 3. Geschlecht non aspira all’élite culturale, ma costruisce una comunità di lettori che si riconoscono nelle sue scarne pagine. Un progetto editoriale non è ascrivibile alla storia dell’editoria underground perché si nasconde, anzi!, ne è parte integrante perché nasce fuori dalle istituzioni, fuori dal canone, fuori dalla legittimazione ufficiale e tenta di scavare il proprio sentiero.
Come molte esperienze di questo tipo, anche Das 3. Geschlecht vive intensamente ma poco venendo spazzata via dalla repressione più violenta e brutale.
Con l’avvento del nazismo infatti, la rete che aveva sostenuto la rivista viene distrutta dalle fondamenta: già nel 1921 Hirschfeld, al termine di una conferenza tenuta a Monaco, è vittima di un lancio di sassi che lo lascia senza sensi per terra con una frattura al cranio. Lascia quindi la Germania nel novembre 1930 per un tour mondiale di conferenze, ma mentre si trova all’estero, la situazione politica in Germania peggiora drasticamente e nel 1932, capendo che il rientro sarebbe stato pericoloso, sceglie di non tornare, iniziando di fatto il suo esilio tra Svizzera e Francia. Nel maggio 1933 lo troviamo a Parigi che assiste inerme alla distruzione del suo Istituto per la scienza sessuale e al rogo dei suoi libri da parte dei nazisti.
I locali vengono chiusi, gli archivi bruciati, gli editori perseguitati. Radszuweit morirà nel 1932, poco prima che il nuovo regime renda impossibile qualsiasi forma di dissenso sessuale o culturale.
Das 3. Geschlecht scompare in un triste silenzio che inspiegabilmente perdura ancora oggi.
Quell’esperienza però ci racconta di una Berlino che aveva immaginato il futuro prima che il futuro le venisse strappato con forza.
La rivista non deve però essere vista soltanto come una testimonianza storica imprescindibile per comprendere l’evoluzione di certi movimenti di liberazione civile, ma un esempio limpido di come la cultura underground non sia mai solo estetica o provocazione, bensì il tentativo di dar vita a nuove infrastrutture culturali, nuovi spazi di parola, tentativi di costruire e condividere un nuovo senso comune dal basso.
In questo sta la sua eredità più profonda: aver dimostrato che anche una rivista così fragile, effimera, violentemente perseguitata, può diventare un nodo decisivo nella storia lunga delle libertà individuale e collettiva.

Pagine interne della rivista “Das 3. Geschlecht”, n.3, 1932

Pagine interne della rivista “Das 3. Geschlecht”, n.3, 1932

Pagine interne della rivista “Das 3. Geschlecht”, n.3, 1932
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