The Encyclopaedia of Ecstasy: straordinaria fanzine punk psichedelica

Nonostante siano oramai anni che regolarmente passo del tempo a spulciare archivi, centri di documentazione, biblioteche e, più recentemente il mondo digitale, devo ammettere che ci sono ancora delle piccole gemme che riescono a sorprendermi come se fosse la prima volta.
Difficilmente infatti ho incontrato una pubblicazione che risale agli anni ottanta, e facente parte a tutti gli effetti del movimento postpunk, che riesca a rappresentare il caos mentale, l’eterogeneità di stimoli e influenze, come i due volumi The Encyclopaedia of Ecstasy.
Si tratta di una fanzine assolutamente fuori da ogni genere a casistica convenzionale, pubblicata da Alistair Livingston, già collaboratore della fanzine americana sul punk
Ripped And Torn, nel 1983.

Livingston, che al tempo era parte del collettivo anarchico Kill Your Pet Puppy attivo dal 1979 al 1984, si è nutrito di stili talmente variegati da risultare un caso isolato di artista che non si ha modo di incasellare in nessuna definizione definitiva. Dalla grafica Crass, al Bauhaus; dallo stile Blood and Roses fino alla pura psichedelia.

Una “fanzine goth punk psichedelica”, così la definiva lo stesso Livingston, e non è certo fuori dal seminato con questo sottotitolo, visto che in queste pagine oramai ingiallite dal tempo, trovano spazio visioni che potrebbero giungere direttamente dalla poetica di un Arthur Rimbaud che decide di confrontarsi con temi quali la tecnologia e la crisi della cultura occidentale.

The Encyclopaedia of Ecstasy, vol.1, 1983

La copertina, contenente una piramide massonica che tutto sembra vedere, è circondata da una grafica che strizza l’occhio alle decorazioni d’oro di Gustav Klimt, artista più volte citato all’interno del primo volume, mentre l’interno è una rivisitazione in chiave psichedelica dell’estetica punk costruita dal classico cut and paste, questa volta però iniettato di colori e simbolismi vertiginosi.

Il solo guardare queste pagine credo metta addosso una voglia matta di riprendere forbici e colla e lo stesso effetto arriva dal secondo volume, sempre del 1983, scritto in pieno clima da guerra nucleare.
L’ultima parte del secondo volume infatti viene scritta da Livingston l’11 novembre del 1983, lo stesso giorno in cui terminò la cosiddetta “Operazione Able Archer”, il nome in codice di un’esercitazione della NATO durata 5 giorni nella quale veniva simulata una escalation globale che avrebbe portato alla guerra atomica.
Durante i dieci giorni di Able Archer 83, il mondo si avvicinò all’annientamento nucleare quanto lo era stato nella crisi dei missili cubani del 1962.

The Encyclopaedia of Ecstasy, vol.2, 1983

Sia pur graficamente meno sperimentale del primo volume, la secondauscita riporta un componimento dello stesso Livingston proprio sul terroore della guerra nucleare inserito in una serie di decorazioni a penna fatta dallo stesso autore.
Emerge quello che è il sentimento diffuso e profondo del tempo, l’aria pesante e la paura.

The Encyclopaedia of Ecstasy è un diamante, forse grezzo tenuto conto del periodo, ma pur sempre un diamante.
il suo travalicare generi e stili è l’esempio più lampante di come non vi siano limiti di sorta quando si ha a che fare con l’editoria indipendente.

La prima rivista autoprodotta dalla comunità nera: The Colored American Magazine

Al numero 5 di Park Square, in pieno centro della Boston, oggi non c’è assolutamente nulla che ricordi ciò che invece, più di un secolo fa, qui pulsava di attività e idee ovvero l’edificio che ospitava la prima rivista mensile dedicata esclusivamente alla comunità nera di tutti gli Stati Uniti ovvero The Colored American Magazine.

Il 5 di Park Square, sede The Colored Magazine

The Coloured American Magazine è stata infatti la prima pubblicazione mensile americana a tentare di produrre una rivista ad uso e consumo della specifica minoranza afroamericana.
La rivista, attiva dal maggio 1900 al novembre 1909 è originariamente pubblicata a Boston dalla Coloured Co-Operative Publishing Company e, dal 1904 in poi, dalla Moore Publishing and Printing Company di New York.
Figura centrale di tutta l’esperienza The Colored American Magazine è senza alcun dubbio Pauline Hopkins, scrittrice e per un breve periodo anche azionista della società The Coloured Co-Operative Publishing Company composta anche da Walter Wallace, Jesse W. Watkins, Harper S. Fortune e Walter Alexander Johnson, nonché editrice dal 1902 al 1904.

Pauline Hopkins

La Hopkins era una storica, giornalista e drammaturga che, nei suoi scritti, riesce nell’intento di evidenziare la serie interminabile di ingiustizie sociali e politiche subite dalle persone di colore, descrivendo per la prima volta sulle pagine di una rivista le scene di stupro e linciaggio tipiche degli stati del sud.
Hopkins entra quindi a far parte di un ristretto numero di donne nere che attraverso la letteratura lavorano coraggiosamente per sovvertire le violente dinamiche di potere vigenti nei confronti di ogni minoranza etnica come, per esempio, Ida B. Wells che più o meno nello stesso periodo, documentò i linciaggi e le violenze contro i neri che si ribellavano ai soprusi dei bianchi, attraverso l’altro giornale del tempo, il Memphis Free Speech and Headlight e che portarono all’incendio della sua abitazione e del suo ufficio di Wells a Memphis.

Ida B. Wells

La direzione della Hopkins porta a una ampia diffusione di The Colored American Magazine ma la sua radicali che pone in netto conflitto i bianchi e i neri non è ben vista dagli altri componenti della redazione.
Queste frizioni trovano il proprio apice nel 1904 quando la Hopkins decise di acquistare da Booker T. Washington la rivista sostituendo lo stesso Hopkins con Fred Randolph Moore come editore. Questo passaggio è il culmine dello scontro tutto interno alla redazione fra le posizioni radicali e civiche della Hopkins e quelle più diplomatiche e opportuniste dello stesso Fred Randolph Moore e del finanziatore bianco John C. Freund.

Giugno 1900 (Vol. 1, No. 2)

Sono proprio questi ultimi due – come testimoniano le lettere ritrovate nell’archivio personale della Hopkins nel 1996 – che le impediscono di continuare il suo lavoro al Coloured American Magazine. Sono infatti Washington, Moore e Freund ha tentare di mantenere attivi i collegamenti con i bianchi del territorio, esortando i neri ad accettare la segregazione sociale.
“I più saggi della mia razza capiscono che l’agitazione delle questioni di uguaglianza sociale è la follia estremista”, disse nel suo discorso tenuto nel 1895 ai componenti della redazione che voleva spingere contro la linea editoriale della Hopkins.

Giugno 1900 (Vol. 1, No. 2)

Quest’ultima, non curante, continuò nella sua opera di divulgazione e denuncia del razzismo e del sessismo a cui quotidianamente assisteva e proprio qua stava l’inconciliabilità fra le due fazioni.
Se per la Hopkins certe manifestazioni erano inconcepibili, violente e da condannare, per Washington, Moore e Freund l’obiettivo era mantenere calma la popolazione bianca locale, minimizzare lo scontro e tenere fuori dalle pagine della rivista tutto ciò che avrebbe potuto essere interpretato come antagonismo nei confronti de i bianchi.

Ottobre 1901 (Vol. 3, No. 6)

Hopkins ha ovviamente sempre rifiutato di modificare la sua linea editoriale e quando è stato chiaro che questi tentativi di intromissione non avrebbero portato a niente, Freund ha minacciato di ritirare il suo sostegno economico se la rivista non avesse smesso di pubblicare ciò che lui e Washington consideravano materiale incendiario come, per esempio, gli approfondimenti sui linciaggi e le intimidazione dei bianchi.
Tutto il precario equilibrio redazionale precipitò nella primavera del 1904, quando Fred Moore, con il sostegno finanziario di Washington, acquistò il Coloured American Magazine trasferendo la sede a New York e di conseguenza, costringendo la Hopkins a lasciare il giornale.

Marzo 1902 (Vol. 4, No. 4)

Dopo essere stata costretta a lasciare The Coloured American, la Hopkins collabora con la rivista Voice of the Negro, nel frattempo nata a Atlanta, e successivamente con il New Era Magazine nel 1916.
Morta in relativa oscurità nel 1930 per le ferite  riportate dopo un misterioso incendio scoppiato nella sua casa, la figura di Pauline Hopkins a partire dal 1996 torna a far parlare di se con l’analisi delle sue lettere personali scritte a proposito dei dissidi redazionali.

Marzo 1903 (Vol. 6, No. 5)

Oggi le copie sbiadite e consumate di The Coloured American restituiscono uno sguardo sul lavoro di una donna indifferente a quello che oggi definiamo politically correct. Una figura, come sottolinea Rhone Fraser nel suo libro Pauline Hopkins and Advocacy Journalism, che ha avuto l’incredibile merito di promuovere un “giornalismo eticamente solido e fieramente contrario ad ogni cedimento alle dinamiche di potere e agli interessi dei potenti”.

Niente di tutto questo si trova oggi al numero 5 di Park Square a Boston, niente della storia breve ma densa di significato e impegno di Pauline Hopkins e del suo The Coloured American, un esempio di impegno e coerenza che traccia un solco profondo che giunge diretto fino a noi e alle contemporanee battaglie che ancora vedono protagonisti i movimenti per i diritti civili della comunità nera americana.

La sfrenata vita erotica della Parigi di inizio secolo in un libro da gustare

Alexandre Dupouy è uno scrittore, libraio ma soprattutto figura di riferimento della controcultura francese. Proprietario dell’emporio Larmes d’Éros, Lacrime di Eros,  è proprio dal suo archivio che ha estratto la maggior parte del materiale fotografico riprodotto nello splendido libro City of Pleasure: Paris Between the Wars che rappresenta un racconto della Parigi underground fra la storia erotica della città, testimonianze della controcultura e del cambiamento dei costumi e della società.

Questa storia sociale eccentrica, una guida ai due decenni della capitale francese compresi tra le due guerre, è un viaggio carico di erotismo.
Innanzi tutto va sottolineata la meraviglia della documentazione fotografica presentata in modo elegante, nelle 176 pagine del bel libro pubblicato dalla Korero Press.

Molte delle immagini proposte non sono accompagnate da informazioni visto che trattasi nella maggior parte dei casi di materiale illecito e quindi mai adeguatamente catalogato. Tuttavia, resta un archivio fotografico e grafico assai affascinante e utile per sottolineare quanto sia stata libertina Parigi in un’epoca sessualmente esplicita e aperta all’erotico molto più di quanto non lo sia nella nostra contemporaneità del politically correct.

Ci sono due aspetti particolari in questo libro.
Uno è che questo volume difficilmente può essere definito solo un reportage fotografico. La ricchezza visuale, con le rappresentazioni di poster e grafiche dell’epoca, l’approfondimento sul mondo studentesco e quello sul mondo intellettuale, contribuiscono a renderlo un vero e proprio documentario cosio culturale della cosiddetta Città del Piacere.

L’altro è che nel promuovere lo spirito libertino dell’epoca, il suo sfavillante anticonformismo e la nudità prorompente, si evita furbescamente di riportare a galla anche l’altra metà del cielo, quella più nascosta e meno luminosa, ovvero la povertà e le vittime della prostituzione coatta. Resta solo l’aspetto celebrativo del periodo, togliendo però molto di quella che era la realtà delle strade parigine.

Il libro è suddiviso in cinque sezioni tematiche, come The Renaissance of the Nude o L’età d’oro del bordello, ciascuna con un saggio introduttivo che presenta le feste di Montparnasse e quel contagioso senso di liberazione derivante dalla fine della prima guerra mondiale che ha cambiato il modo in cui le persone vedevano e vivevano il mondo.
Proprio in questo contesto, alcune donne decidono di prendersi il controllo del proprio destino e non soccombere al modello di comportamento prescritto dalle tradizioni.
(Vi ho parlato QUI, a questo proposito anche del fenomeno flappers)
Lo stile di vita bohémien di artisti e scrittori era egualitario, democratico nella sua diffusa povertà e il ricordo della Comune di Parigi era ancora vivo e vegeto. Nei caffè, nei cabaret, nelle sale da musica, come Le Chat Noir, furono sfidate per la prima volta le restrizioni morali tipiche del periodo precedente alla prima guerra mondiale.

Una testimonianza unica e nascosta, forse per pochi amanti del genere, che però resteranno soddisfatti di un prodotto ricco, elegante e davvero ben curato, che sa restituire lo zeitgeist  di una società libera.

REPORT OVVERO LA NARRAZIONE ATTRAVERSO IL DATABASE

Uno dei temi che negli ultimi due decenni è emerso come centrale nell’ambito dei cosiddetti cultural studies è senz’altro quello che analizza il rapporto fra narratività e Database o, per dirla con le parole di Lev Manovich, uno dei primi teorici della materia: “creare un’opera in new media può essere inteso come creare un’interfaccia che permetta l’accesso a un Database. […] Il Database diventa quindi il centro del processo creativo nell’era dei computer.” (1)

Lo studioso statunitense infatti, propone la tesi secondo la quale la modalità con cui creiamo le narrazioni al tempo dei nuovi media rappresenti uno switch del processo cognitivo che ha le sue basi nel Database. In pratica, semplificando molto, si è passati con il postmpoderno e con la successiva propagazione dell’interfaccia (web e non solo), da una narrazione lineare a una reticolare.
Per essere ancora più chiari, Manovich contrappone a titolo di esempio, la letteratura omerica, tradizionalmente riconosciuta come fondante della cultura occidentale, alle forme attuali di narrazione basate su Database.
A questo proposito un esempio utile a capire le nuove forme e modalità di rappresentazione è quello della trasmissione televisiva Report in onda dal 1994.
Tralasciando per un attimo il canale con cui viene trasmessa, la Televisione generalista del servizio pubblico nazionale, concentriamoci invece sul processo di realizzazione del programma.

Report, già nella prima versione guidata da Milena Gabbanelli – non a caso oggi a capo del progetto di informazione indipendente Dataroom – e ancor più nella successiva versione a guida di Sigfrido Ranucci, dimostra a mio avviso, molto chiaramente ciò che significa narrazione basata su Database.
Anche se a prima vista può apparire come eccessivamente semplicistica come visione, ritengo utile il case studies di Report per rendere maggiormente comprensibile il nuovo paradigma comunicativo dei media contemporanei.
Per entrare più nel merito della questione, elenchiamo di seguito alcuni elementi che credo siano centrali in un’analisi della narrazione da Database così come espresso, a titolo di esempio, dalla trasmissione televisiva Report.
Per farlo, seguiamo ancora le indicazioni di Manovich, quando sostiene che:

“al Database, ovvero al paradigma, viene data l’esistenza materiale, mentre la narrativa, il sintagma, viene smaterializzata”. 

Nei nuovi media cioè, le narrazioni esistono (solo) come collegamenti tra gli elementi del Database – sono semplicemente un’unità di base che va a formare un insieme di più complesse configurazioni rappresentanti la narrazione stessa.

CONNESSIONI
Il primo punto di analisi è quindi la nozione di collegamento (link), su cui si basa l’intera struttura portante della narrazione su Database, pensiamo per esempio all’ipertesto o, ancora più in generale al funzionamento stesso dell’algoritmo di Google che indicizza il materiale presente in Internet. Si tratta di quell’insieme di legami, diretti e indiretti, fra le varie entità che compongono la comunicazione. Legami che si dispiegano in maniera bidirezionale fra loro e potenzialmente senza una conclusione.
Appare evidente come la narrazione di Report si basi quasi esclusivamente sui collegamenti, sul continuo e vorticoso rimando a notizie e servizi precedentemente andati in onda, su informazioni riportate da altre trasmissioni oppure da altri soggetti (magistratura, politica, letteratura, ecc.), da elaborazione di dati e analisi dei fenomeni scaturiti da essi e perfino da ulteriori servizi prodotti dalla stessa trasmissione, arrivando quindi a una sorta di metacomunicazione in cui le stesse puntate di Report vengono ri utilizzate in un’infinita costruzione di senso.

ELENCHI
Proprio dallo studio dei collegamenti, dalla forma dell’intelaiatura dell’intero programma, emerge un altro punto centrale della narrazione su Database di Report, ovvero il suo utilizzo dell’elenco 8o tabella) come elemento base della narrazione. Elenchi che si relazionano a altri elenchi, in un continuum logico-narrativo che non si snoda seguendo una storia pre esistente, ma si realizza in progress sulla base delle correlazioni che di volta in volta vengono evidenziate o, in alcuni rari casi, appaiono senza apparente premeditazione. Si potrebbero fare numerosi altri esempi di tale processo creativo, basti pensare al concept alla base della rivista Archivio Magazine, che si compone di reportage costruiti sui materiali di archivi privati e pubblici e alle loro relazioni di contenuto. Oppure, in una versione ancora più estrema, alle rappresentazioni visuali delle Data Visualizazion sempre più diffuse nel mondo editoriale, in cui per la strutturazione di una narrazione coerente e fenomenologica, vengono connesse elenchi con grosse moli di dati.
A dimostrazione ulteriore dell’attuale fortuna di questa forma di narrazione è possibile notare come Report sia solito non fermarsi a questo primo livello di relazione fra elenchi giungendo sempre più spesso a successivi rimandi, formando cioè una struttura visiva che può essere assimilata appunto, alla struttura di un Database che mostra relazioni che possono essere uno a uno, uno a molti oppure molti a molti.

VARIETÀ
In questo complesso reticolo di legami fra elenchi, un aspetto da sottolineare è quello della varietà, il fatto cioè che gli elementi contenuti negli elenchi stessi siano anche molto differenti fra loro senza per questo inficiare la coerenza della narrazione complessiva che, anzi, proprio da questa diversità, trae e genera la propria ricchezza narrativa.
La materia con cui Report infatti si misura e con cui riesce a montare le proprie storie è quanto di più disomogeneo si possa a prima vista pensare. Riflettiamoci un attimo.
Durante uno qualsiasi dei servizi della trasmissione possiamo imbatterci in molti linguaggi differenti, pensiamo all’utilizzo dei dati e delle statistiche; alla presentazione di e-mail o documenti pubblici e privati, alle rappresentazioni grafiche dei fenomeni, all’uso strumentale della musica o della fotografia. Il tutto, non dimentichiamolo, sempre inserito in un ulteriore canale di trasmissione che è quello del video in cui, stratagemma questo molto utilizzato proprio nella trasmissione Report, la ripresa viene mostrata esattamente così com’è, senza sovrastruttura o mascheramento, con le immagini delle strumentazioni di video registrazione sempre ben evidenti allo spettatore.

CENTRALITÀ DELLA SCRITTURA
È chiaro che alla base di questa tipologia di costruzione narrativa vi è la scrittura visto che le liste e gli elenchi cominciano proprio con la scrittura. Jack Goody osserva che “le informazioni contenute nelle liste vengono estratte dalla situazione concreta in cui sono nate” (2), pensiamo a questo proposito agli elenchi degli indagati, elenchi delle pratiche amministrative, elenchi dei bandi o gare d’appalto, ecc. e dal contesto linguistico di riferimento.
Riprendendo le parole di Walter Ong, si può quindi sostenere come “di norma, nell’espressione orale, le parole non fluttuano liberamente come nelle liste, ma sono collocate in frasi: raramente capita di sentire recitare un elenco di nomi, a meno che non vengono letti da una lista scritta o stampata. In questo senso, le liste in quanto tali non hanno equivalenti orali.”(3) È pertanto logico constatare come, diversamente da quanto vediamo noi in qualità di spettatori, alla base dell’intero processo narrativo-giornalistico di Report vi sia una decisa centralità della scrittura rispetto all’oralità.

SERIALITÀ DELLA NARRAZIONE
Quella di Report è quindi una narrativa molto strutturata e composita, basata su una moltitudine di legami e connessioni fra elementi che variano sia nella quantità che nella forma.
Per rappresentare una costruzione di tale complessità è quindi necessaria un’esposizione altrettanto organizzata, che tenga conto inoltre del fatto che, molto spesso, si tratta di indagini svolte in contemporaneità con la messa in onda.
Da questo deriva un’altra caratteristica della comunicazione su Database di Report, ovvero il suo essere una narrazione seriale.
Il tema della serialità, così come proposto da Umberto Eco, sembra essere strettamente correlato alla questione del superamento della separazione tra due modelli di proposta culturale tra loro ritenuti opposti, o quantomeno pensati in termini di relativa superiorità e inferiorità della cultura alta (mainstream) versus cultura bassa (cultura di massa). Tralasciando tali aspetti squisitamente teorici, possiamo però sostenere come il tema della ripetizione e della serializzazione sia riconducibile a cinque specifiche tipologie:

  • la replica, ovvero la riproduzione di oggetti identici tra loro tipica della produzione industriale;
  • la ripresa o continuazione di un tema di successo, come si vede nel cinema con i casi di produzioni quali Star Wars o Superman;
  • il remake, quando cioè una stessa trama narrativa viene eseguita nuovamente modificandone gli elementi accessori Pensiamo a questo proposito ai casi di Nosferatu di Werner Herzog dal Nosferatu originale del 1922 di Friedrich Wilhelm Murnau oppure allo Scarface di Brian De Palma che rielabora l’originale di Howard Hawks;
  • la serie con la ripetizione di una stessa struttura narrativa con piccole variazioni dell’intreccio tipiche di produzioni televisive quali Starsky e Hutch o Colombo;
  • la saga, ovvero la successione di eventi, apparentemente sempre nuovi, che interessano, a differenza della serie, il decorso storico di un personaggio e meglio ancora di una genealogia di personaggi. A questo proposito pensiamo a Star Wars o a Ritorno al futuro.

Quella che Report utilizza nella variante giornalistica del tema è una serialità che si avvicina al concetto di saga, dove cioè si assiste allo spostamento in avanti della narrazione come parti successive di una narrazione unica.

FOCALIZZAZIONE SUL TEMA
Infine, da un punto di vista più propriamente estetico, notiamo in Report l’utilizzo di uno stile nudo e scarno in cui viene cancellato dalla visuale dello spettatore tutto ciò che può distogliere l’attenzione dalla narrazione e dal suo svolgimento.
Si tratta, a mio avvio, di una scelta funzionale dovuta alla ingente mole di informazioni contenute nella narrazione che rende necessaria la massima semplificazione di tutto ciò che la accompagna.
La narrazione su Database, come nel caso qui analizzato della trasmissione Report, è quindi molto più vicina e presente di quanto non si pensi. Non è un caso forse che il nome sia proprio Report, che in gergo tecnico informatico rimandi a un elemento fondante del database stesso., quello cioè che consente di stampare su supporto cartaceo i dati delle tabelle, o dei risultati delle interrogazioni (query).

Non fraintendete, narrazione su Database non vuole significare eliminazione dell’autore in favore di una fumosa e meccanicistica automazione della produzione narrativa, anzi. Come sostiene  la studiosa americana Katherine Hayles nel suo How We Became Posthuman: Virtual Bodies in Cybernetics, Literature, and Informatics: “il Database chiede la ricomparsa della narrazione non appena sono richiesti significato e interpretazione”.
La narrativa è l’antica tecnologia linguistica con cui l’uomo contemporaneo intende attribuire il significato proprio alle relazioni tra elenchi di informazioni. Il Database viene quindi a rappresentare uno strumento ulteriore nelle mani dell’autore o, come nel caso preso in esame della trasmissione televisiva di Report, uno strumento che però non abita nel regno dei dati e della tecnica, ma nel pensiero e nella tradizionale cultura della narrazione umana.


(1) - Lev Manovich, Il linguaggio dei nuovi media, Edizioni Olivares, 2011
(2) - Jack Goody, The Domestication of the Savage Mind, Cambridge University Press, 1977
(3) -  Walter Ong, Oralità e scrittura. Le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna, 2012

 

La grafica della David King è la grafica della sinistra in Europa

Oltre a una leggendaria carriera di designer, King ha anche accumulato una delle più grandi collezioni al mondo di design sovietico.

David King è senza dubbio alcuno uno dei più importanti graphic design del XX secolo e se il suo nome non vi è familiare, non preoccupatevi, è in parte dovuto alla sua stessa figura estremamente dispersiva; quell’infinita serie cioè di interessi e attività, apparentemente distanti fra loro, che lo hanno allontanato dal design tradizionale, prima fra tutte l’attivismo politico.

David King

Come afferma il critico Rick Poynor:

Nei suoi ultimi decenni di vita, King “non è più interessato alla sua carriera di designer pluripremiato, egli si era dato una missione e l’ha inseguita fino alla fine”, quella missione era di raccogliere materiale visivo dalla Rivoluzione Russa e dall’era sovietica, insieme a qualsiasi altro manufatto appartenente alla cultura di sinistra proveniente da tutto il mondo.

Al momento della morte di King – avvenuta nel 2016 – la Tate Modern ha acquisito la sua intera collezione, una delle più grandi al mondo, che comprende circa 250.000 articoli, tra cui fotografie, poster, pubblicazioni e grafiche varie.
Un momento adatto per ricordare questa figura è l’uscita del libro di Poynor: David King: Designer, Activist, Visual Historian, pubblicato dalla Yale University Press, che ripercorre le tre fasi in cui può essere divisa la vita lavorativa di King sempre attraversata dalle sue battaglie culturali quali la lotta contro il razzismo, il fascismo e le violazioni dei diritti umani negli anni Settanta e ottanta.


David King, ‘National Demonstration,’ poster for Anti-Apartheid Movement, 1985.

Nato a Isleworth nel 1943, King disprezza il capitalismo fin da bambino e studia graphic design alla London School of Printing and Graphic Arts, dove i suoi insegnanti sono Richard Hollis e Robin Fior, due dei designer londinesi più politicamente coinvolti. È con Fior, un membro del Comitato contro il nucleare, che King lavora per la prima volta usando il metodo del paste-up (collage a mano) per realizzare il giornale pacifista Peace News (di cui vi ho scritto QUA) nel 1962. Per tutta la sua carriera mantiene un approccio molto tattile al design, senza mai passare definitivamente alla progettazione digitale. Il design editoriale e l’attivismo politico sono i due interessi che guideranno il resto della sua carriera. È sempre lo stesso Robin Fior a presentare a King il lavoro del designer  tedesco John Heartfield, il cui stile così tanto ha influenzato l’estetica di King.

John Heartfield collage

Dopo aver terminato gli studi, King inizia a lavorare come assistente artistico presso la rivista Queen, una delle pubblicazioni più alla moda di Londra, sotto la direzione dell’influente Tom Wolsey, ma la collaborazione dura ben poco perché decide di fondare l’agenzia pubblicitaria Stratton & Wolsey.
È di questo periodo l’incontro con due figura assai rilevanti nella sua carriera: il fotografo Don McCullin e l’illustratore Roger Law, con il quale nel 1965 King disegna il primo numero di Magnet News, magazine rivolto a un pubblico britannico nero. Molte caratteristiche del lavoro successivo di King, così come il suo interesse per l’uguaglianza razziale, possono già essere intraviste in questo particolare progetto indipendente, come la centralità della tipografia, le pesanti linee di demarcazione e i colori primari.
Questo primo lavoro attira l’attenzione di Michael Rand, direttore artistico del The Sunday Times Magazine, che offre a King un lavoro come designer nel 1965 e, dopo soli due anni, lo promuove a direttore artistico.

The London Sunday Times Magazine, 1968
The London Sunday Times Magazine, 1967

La rivista è il primo supplemento a colori pubblicato da un quotidiano britannico e gode di una meritata reputazione per la qualità della sua scrittura e delle sue immagini, con caratteristiche libere dalla presenza dirompente della pubblicità, che veniva tenuta separata.
King lavora per il Sunday Times Magazine per dieci anni in tutto, cinque dei quali come freelance, il che gli permette di sperimentare in completa libertà.
Le sue influenze grafiche includono la Pop Art — King utilizzava spesso stampe serigrafiche dai colori vivaci per le sue illustrazioni, così come effetti di colore a mezzitoni — Costruttivismo e fotomontaggi d’avanguardia. Tuttavia, è stata la sua capacità di creare con le fotografie una narrativa visiva avvincente, unica, così come il suo occhio per il ritaglio, che alla fine diventa il marchio distintivo della rivista. 

The Sunday Times Magazine, 1972. David King
David King/Proletcult, “Release All Southern African Political Prisoners!”, poster for Anti-Apartheid Movement, 1977.

Il ruolo di King al Sunday Times Magazine, come sottolinea Poynor, è più del semplice designer, era un “giornalista visivo” e “concepiva e scriveva le storie da una prospettiva visiva”.
Nel 1970, il primo anno di King come libero professionista, intraprende un viaggio “di ricerca” di tre settimane a Mosca, la sua prima visita in URSS. Questa esperienza porta a un articolo pittorico del Sunday Times Magazine su Trotsky del 1971, che King poi riprenderà per il suo primo libro, Trotsky: A Documentary con i testi scritti da Francis Wyndham, un collaboratore frequente.

Trotsky: A Documentary, 1971

Altri libri sarebbero arrivati ​​in seguito, ma prima King si cimenta in un’attività per la quale la sua identità visiva si farà ancora più distintiva: la sua progettazione di materiale per vari gruppi di attivisti politici, tra cui il movimento anti-apartheid, l’Unione Nazionale dei Giornalisti, il Partito Socialista dei Lavoratori, Rock Against Racism e la Lega Anti-nazista.

Poster per il movimento Anti Apartheid, 1978
Poster per la Lega Anti-nazista, 1978

I manifesti politici di King forniscono quello che, con le sue stesse parole, ha descritto come uno “stile visivo per la sinistra” nei turbolenti anni Settanta in Gran Bretagna.
Il suo approccio era tenacemente diretto, con un’enorme tipografia sans-serif, fotografie sempre evidenti e testi enfatizzati attraverso sottolineature, frecce e punti esclamativi.

Anti-Apartheid Movement, 1980

A volte ha anche usato il suo stile di collage ispirato a Heartfield anche perché i budget ristretti portano all’uso di carta e stampa di bassa qualità, ma King era un maestro della stampa economica, basti pensare che la sovrapposizione di due colori per crearne un terzo colore intenso è uno dei suoi tratti distintivi visivi.
Uno dei clienti commerciali che gli permettono di vivere è il Museum of Modern Art di Oxford, il cui direttore David Elliott assume King per progettare poster e cataloghi per mostre legate all’Unione Sovietica.

David King, 1979
Image courtesy of David King and Modern Art Oxford

Negli anni Ottanta inizia a dedicare meno tempo al lavoro di progettazione per concentrarsi maggiormente sull’arricchimento della sua collezione.
Considera il graphic design “un gioco” oramai da giovani, ma continua a lavorare fino alla fine del decennio, in particolare per City Limits, una rivista settimanale di Londra, e Crafts, la rivista del British Craft Council.
Per entrambe le riviste, King utilizza alcuni dei suoi tratti distintivi visivi oramai divenuto classici, descritti da Poynor come “costruttivismo pop” e caratterizzato da elementi grafici quali stelle, frecce, tipografia importante e fotografia solenne.
Il suo collezionismo raggiunge l’apice con la pubblicazione di Red Star Over Russia: A Visual History of the Soviet Union from 1917 to the Death of Stalin, un libro di 345 pagine pubblicato dalla Tate Modern nel 2009 dopo l’inizio del suo rapporto con l’istituzione artistica risalente al 2002.

Red Star over Russia: A Visual History of the Soviet Union from 1917 to the Death of Stalin

David King muore nel 2016, all’età di 73 anni, quando si completa l’acquisizione della sua collezione da parte della Tate che nel 2017, in occasione del 100° anniversario della rivoluzione del 1917, organizza una grande mostra sul tema.

L’estetica punk come atto di ribellione non solo musicale

La cultura giovanile è nota perché molto spesso, è caratterizzata da una sua specifica e imprevedibile linfa di ribellione, ma questa tendenza all’insurrezione potrebbe aver raggiunto uno dei suoi picchi creativi, forse l’ultimo vero picco creativi, nella Gran Bretagna degli anni Settanta quando emerge con forza genuina il punk.

Poly Styrene, X-Ray Spex a The Round House, 1978, litografia. Collezione di Andrew Krivine.

Proponendo l’ideologia del chiunque può farlo, successivamente definita dallo slogan Do it yourself, i giovani punk dell’epoca iniziano a trasformare la scena musicale da raffinata e eterodiretta a qualcosa di veloce, aggressivo ma soprattutto autodiretta. Il vinile da 7 pollici realizzato in modo indipendente diventa il centro, il simbolo, il fulcro dell’estetica punk che i designer assoceranno ad altri riferimenti artistici quali il collage dadaista, la stampa underground degli anni Sessanta e la grafica di protesta politica del Sessantotto parigino.

Generalizzando molto, si può dire che il punk ha a che fare con il concetto di opposizione – ancora meglio di rifiuto – che si tratti di moda, di letteratura o di musica.

Secondo il sito inglese HitsvilleUK di Russ Bestley, la regola generale quando si tratta di musica del periodo punk, è: “se non si può dire in tre minuti, non vale nemmeno la pena dirlo” e in questo motto chiaro e coinciso ci si ritrova il punk ma anche tutti i suoi sottogeneri, dal Proto Punk al Novelty Punk, fino all’Anarcho Punk.
Lo stesso concetto non vale solo per l’ambito musicale, ma in perfetta coerenza sostanziale, anche per il design grafico del punk: veloce, disordinato, grezzo, diretto, che si tratti della copertina di un album, di un poster promozionale o di una fanzine.

“Quella punk è un’arte di convenienza, che faceva uso di collage, disegni e scritte a mano, fumetti, stencil e soprattutto fotocopie Xerox in bianco e nero”.

Scrive Rick Poynor in un articolo per Design Observer.

Queste scelte non vengono fatte per mancanza di pianificazione o conoscenza del design. No. Ogni progetto viene creato con l’intenzione di mettere in discussione gli standard classici del mainstream, ma anche dell’underground press precedente, per sfidare le norme della cultura contemporanea insomma.
Molti musicisti e grafici divenuti icone dell’estetica punk hanno infatti un background consapevole della progettazione grafica.

Mail-out del fan club dei Ramones, Los Angeles, USA, 1977. Fonte: Punk: An Aesthetic (Rizzoli)

Prendiamo ed esempio, Penny Rimbaud o Gee Vaucher, storici fondatori della rinomata band Crass hanno entrambi studiato progettazione grafica lavorando in particolare in ambito editoriale con libri e composizione di poster.
L’estetica punk quindi – come in alcuni casi avviene in Inghilterra soprattutto – è tutt’altro che ambigua e sprovveduta ma, al contrario, riveste un denso corpus di segni, elementi e concetti ed è un interessante campo di studi nella storia della grafica a cui, per esempio, è dedicata anche una specifica rivista inglese, Punk & Post-Punk.

Opuscolo situazionista di David Jacobs, USA, 1973. Fonte: Punk: An Aesthetic
Sex Pistols, poster Pretty Vacant, Regno Unito, 1977. Design: Jamie Reid. Fonte: The Art of Punk (Omnibus Press)
Gli autobus sembrano provenire dal progetto di David Jacobs. Reid afferma di aver inviato l’immagine al gruppo situazionista nel 1973
Pretty Disobedient, poster serigrafato di Shepard Fairey, USA, 2001. Firmato da Fairey

Johan Kugelberg cerca di dimostrare questo assunto nel suo libro Punk: An Aesthetic, scritto in collaborazione con Jon Savage, che con la tipica schiettezza del punk stesso ci tiene a sottolineare come:

“La storia dell’estetica punk non può essere raccontata, ma solo mostrata”.

Poster che promuove un concerto dei Crass, Regno Unito, 1978. Fonte: Punk: An Aesthetic

Uno dei magazine più assurdi di sempre è francese e si chiama The Idiot international

Il The Idiot international è un magazine francese fondato nell’ottobre 1969 in piena contestazione, da Jean-Edern Hallier, scrittore e editore francese, insieme al co-fondatore Bernard Thomas, giornalista, critico teatrale e all’editore Jérôme Schmidt, fondatore di Editions Inculte.

Jean-Edern Hallier

Il giornale, inizialmente quindicinale, poi divenuto mensile, viene stampato prima in bianco e nero e poi a colori in otto pagine di formato broadsheet composte da disegni e vignette ma sempre senza fotografie.
Inizialmente sponsorizzato da Simone de Beauvoir e largamente finanziato da Sylvina Boissonnas – storia figura protettrice e mecenate di svariati progetti editoriali della controcultura di sinistra francese – questo giornale è da sempre un progetto estremamente controverso e quindi assai interessante da studiare soprattutto per la parte contenutistica che, nei decenni, ha suscitato accanite critiche da parte di tutti gli schieramenti politici e dagli esponenti della cultura “alta” francese.
Fin dalla sua nascita si dichiara indipendente da qualsiasi ideologia e questo gli provocherà, nella sua trentennale storia che termina nel 1994, una infinita serie di processi e guai giudiziari di ogni tipo e contro qualsiasi “nemico”.
Dal 1969 al 1972, il giornale è parte integrante del movimento della cosiddetta sinistra extraparlamentare che anche in Francia ha un suo seguito relativamente forte, soprattutto fra le generazioni più giovani e quindi più sensibili alla nuova ondata di contestazione che sta invadendo il mondo occidentale.

         The Idiot international, 1969

Nel Maggio 1971 avviene un primo strappo però con la fazione più politica che si esplicita nello scontro con Simone de Beauvoir, da sempre vicina al progetto ma adesso critica verso la sempre più corrosiva linea editoriale di Hallier, arrivando a scrivere nel settembre del 1970, a scrivere sulle pagine de Le Monde che: “The Idiot non rappresenta altro che se stesso, cioè una manciata di lettori […]. Fra i suoi articoli e vignette, io vedo solo critiche negative e disordinate all’attuale sinistra, accompagnate da sproloqui, provocazioni e attacchi molto vaghi e che non delineano alcunché soprattutto in merito al futuro della Francia. Il tuo atteggiamento di giudice si attesta in una posizione elitaria, da chissà quale Olimpo pensano di parlare! The Idiot può quindi solo creare nuovi dissensi, e non promuovere l’unità di azione”.
Da qui in poi le invettive di Hallier si concentreranno soprattutto nei confronti del Partito Socialista e soprattutto contro Francois Mitterand con cui si aprirà una vera e propria battaglia, anche con strascichi legali che durano anche oggi.

È chiaro che il rapporto fra la nota scrittrice e la redazione è oramai compromessa e infatti, di li a poco, il legame si spezza per non risanarsi mai più e portando alla chiusura della rivista stessa avvenuta nel 1972.
Nei mesi successivi al termine di questa esperienza, sarà il quotidiano Liberation, nato nel 1973, ad assumere gran parte del team originale dell’Idiot International che comprende nomi quali lain Soral, Frédéric Taddeï, Marc-Édouard Nabe e Michel Houellebecq, solo per citare i più famosi.
Per trasformare un tale mucchio di pazzi in una redazione, è stata centrale la figura di Jean-Edern Hallier che negli anni si è sempre più distaccato dai movimenti di sinistra arrivando negli ultimi tempi addirittura a strizzare l’occhio ai movimenti neo fascisti di Jean-Marie Le Pen.

The Idiot international, 1989

Da questa sua evoluzione di evidenzia come la filosofia di fondo di The International Idiot si basa sull‘incontro di due estremismi politici, di destra e di sinistra, di fronte a un nemico comune, il capitalismo.
I selvaggi incroci ideologici della rivista sono quanto di più vicino si possa rintracciare in ambito editoriale al cosiddetto Rossobrunismo, un magma piuttosto indistinto che tenta la sintesi fra gli opposti estremismi politici.
Nel aprile 2014, il figlio di Hallier, Frédéric, fa rinascere la pubblicazione con una nuova veste grafica e un progetto editoriale però assai debole che resterà in vita solo tre numeri, l’ultimo dei quali pubblicato nell’estate 2014.

La storia di José Guadalupe Posada Aguilar, lo sconosciuto re dell’illustrazione messicana

Oggi vi parlerò di un artista di nome José Guadalupe Posada Aguilar il cui nome forse non vi dirà niente in un primo momento ma che grande influenza ha avuto e ha tutt’oggi nel mondo della grafica, anche e soprattutto quella indipendente.
José Guadalupe Posada Aguilar nasce ad Aguascalientes, Messico, il 2 febbraio 1852 da Germán Posada Serna e Petra Aguilar Portillo.
Riceve la sua prima educazione dal fratello maggiore Cirilo che gli insegna a leggere, scrivere e disegnare per poi continuare gli studi presso l’Academia Municipal de Dibujo de Aguascalientes. Nel 1868, lavora come apprendista nella bottega di Jose Trinidad Pedroza dove impara alcune tecniche di stampa fra cui la litografia e l’incisione e grazie al quale entra in contatto con la redazione della rivista El Jicote che pubblica le sue prime vignette politiche.

José Guadalupe Posada

Stando alle leggende, il giornale El Jicote sarà costretto a chiudere 11 numeri perché proprio una delle vignette di Posada ha offeso un potente politico locale. Nel 1872, Posada è intento a misurarsi ancora con la litografia per cui decide di aprire il suo laboratorio in cui tiene anche corsi di litografia.
Nel 1873, per paura di ritorsioni dovute ai suoi continui attacchi ai potenti di turno, torna nella sua città di Aguascalientesdove, sposa María de Jesús Vela e l’anno successivo acquista la tipografia dal vecchio amico e maestro Pedroza.
Dal 1875 al 1888 Posada continua a collaborare con diversi giornali di León, tra cui La Gacetilla, el Pueblo Caótico e La education.
A partire dal 1884 insegna litografia alla scuola secondaria di Leon per circa un anno mentre nel 1888, un’alluvione a León danneggia l’officina di Posada e probabilmente causa la morte di uno o più membri della sua famiglia.
Il suo lavoro ha influenzato numerosi artisti e fumettisti latinoamericani e non soprattutto per la sua satira corrosiva e il suo impegno sociale.
Il suo lavoro è conosciuto in tutto il mondo per il marchio di fabbrica che lo contraddistingue e cioè il continuo utilizzo di teschi e scheletri come soggetti delle sue illustrazioni, utilizzate frequentemente intorno alla data del 2 novembre, il giorno in cui si celebrano i morti.
La più famosa fra questi è senza dubbio La Calavera Catrina.

La Calavera Catrina

La Calavera Catrina, inizialmente conosciuta come La Calavera garbancera viene realizzata nel 1910, proprio mentre la rivoluzione sta prendendo piede, e mostra la caricatura di una signora dell’alta società vista come uno scheletro vestito con abiti eleganti e con indosso un bizzarro cappello alla francese con piume e fiori.
Si ritiene che La Catrina sia apparsa per la prima volta nel 1912 pochi mesi prima della morte dello stesso Posada. Il primo uso che conosciamo dell’illustrazione risale al 1913, circa otto mesi dopo la morte di Posada.
In entrambi i casi l’immagine ci dà un messaggio che ricorda a tutti noi che non importa chi e come siamo, ricchi o poveri, bianchi o neri, perché la morte è qualcosa che accomuna tutti.

Poster de La Calavera garbancera, 1913La vita lavorativa di Posada si svolgerà sempre in parallelo con quella politica del dittatore Porfirio Díaz, famoso al tempo per la durezza del suo governare dispotico fatto di repressione, corruzione, stravaganze varie e ossessione per tutto ciò che proviene al di fuori dei confini messicani.
La concentrazione della ricchezza nelle mani dei pochi privilegiati produce sotto Porfirio Díaz un crescente malcontento nella popolazione fino a causare la ribellione del 1910 che rovescia Diaz nel 1911 con la cosiddetta rivoluzione messicana.

Calavera from Oaxaca, 1910

Le illustrazioni di Posada rivestono un ruolo molto significativo nel movimento popolare rivoluzionario visto che la maggioranza dei messicani era allora analfabeta e lui contribuisce a diffondere idee attraverso il linguaggio grafico.
Negli anni 1889-90, Posada inizia a lavorare per la casa editrice di Antonio Vanegas Arroyo con pubblicazioni diffuse in gran parte del Messico e anche, ma meno frequentemente, nelle parti di lingua spagnola del Nord America. Nonostante la vasta produzione di litografie di Posada, in vita non ottenne una vera fama e morì improvvisamente a 60 anni il 20 gennaio 1913 nella sua casa.
Il suo certificato di morte mostra che la causa della morte è dovuta all’abuso di alcol che da anni lo accompagnava e probabilmente collegata alla nota abitudine di Posada di consumare grandi quantità di tequila.
Posada è sepolto in una fossa comune anonima nel cimitero di Dolores a Città del Messico.
Da sempre attratto dall’eccentrico, la grafica di Posada ha affrontato soggetti  fantastici e sgradevoli della vita quotidiana di Città del Messico come omicidi, rapine, scandali politici e relazioni amorose illecite.
Il suo lavoro di grafica come detto si alternava a quello di politico con regolari immagini satiriche del presidente Porfirio Díaz e celebrative dei leader rivoluzionari come Emiliano Zapata e Francisco Madero.
Dopo di lui sono stati in molti gli artisti che hanno ammesso di essere stati fortemente influenzati da Posada, fra cui Diego Rivera, Frida Kahlo, Rufino Tamayo, Jose Clemente Orozco e altri grandi artisti messicani.
Da notare come gran parte dell’estetica del film d’animazione Coco, prodotto nel 2017 dalla Pixar Animation Studios, sia chiaramente influenzato dall’estetica proposta per la prima volta proprio dal nostro Posada.

La storia di KRLA Beat la rivista americana della British Invasion

I Beatles erano un sogno diventato realtà per la maggior parte delle stazioni radio americane degli anni Sessanta, dando nuova vita a playlist stanche e aumentando gli ascoltatori dei programmi radio.
La Beatlemania è stata anche il trampolino di lancio anche per una stazione radio KRLA, poi divenuta una rivista di base nel sud della California, con il nome di KRLA Beat.
Il giornale, che nei primi numeri era poco più di un usa e getta di sole quattro pagine, in breve tempo, grazie alla cosiddetta British Invasion e agli emuli nati un pò ovunque dei Fab Four, si è evoluto fino a divenire un giornale musicale unico nel suo genere e, a ben guardare, uno dei più innovativi dell’epoca.

KRLA Beat magazine, n.1 Ottobre 1964

Lo stile dei contenuti si caratterizzava dalla prosa frizzante delle recensioni di gruppi pop e da un’offerta spericolata di articoli e foto originali come non si vedeva in nessun altro magazine.
Il KRLA Beat aveva una serie di punti di forza che come detto, lo rendevano unico nel panorama editoriale:
Innanzi tutto il formato di The Beat era un avanguardia giunta assai prima a mostrare la strada che poi molti, se non tutti (basti pensare per esempio a Rolling Stone) avrebbero seguito scegliendo il formato formato dei tabloid. Settimanali musicali come NME e Melody Maker erano da tempo su questo percorso ma negli Stati Uniti non esisteva  niente di simile.
È vero che The Beat non era l’unico giornale pubblicato da una stazione radio nel mercato di Los Angeles. La stazione Rival Top 40 KFWB era la principale competitor e rivaleggiava con KRLA per lo status di stazione radio ufficiale dei Beatles avviando la sua pubblicazione di 4 pagine all’incirca nel periodo in cui The Beat fece il suo debutto alla fine del 1964.

Ciò che però differenziava KRLA Beat rispetto alla concorrenza era il suo editore, Cecil Tuck, la cui formazione era tipicamente giornalistica con una costante attenzione verso le hard news piuttosto che il banale gossip.

Tuck conosceva la produzione di riviste e quotidiani in Texas, già prima di trasferirsi a Los Angeles per lavorare alla radio. In qualità di direttore delle notizie dell’allora KRLA Tuck assunse dei veri e propri giornalisti e nella metà degli anni Sessanta creò una vera e propria piattaforma di news Journalism sempre in onda e aggiornata.

KRLA Beat magazine, Dicembre 1964
KRLA Beat magazine, Marzo 1964

Altro progetto che nessuno prese sul serio sul momento fu il restyling della newsletter settimanale di KRLA, ideata e sviluppata da Bonnie Golden, ex redattrice di Teen Screen Magazine. La Golden ha scritto, progettato e distribuito la pubblicazione da sola nei negozi di musica locali e nelle edicole.
La KRLA aveva appena sponsorizzato il suo primo concerto dei Beatles all’Hollywood Bowl nell’agosto 1964 e la rivista KRLA Beat ne fu forse il risultato più tangibile e immediato, evolvendosi da quattro pagine nell’ottobre 1964 alle otto su carta da giornale nell’aprile 1965. Nell’autunno 1965 il Beat arrivava addirittura a 12 anni pagine, espandendosi a 16 pagine entro la fine del 1966.

KRLA Beat magazine, Luglio 1965
KRLA Beat magazine, Ottobre 1965

Quando Cecil Tuck divenne editore nel febbraio 1965, a dimostrazione della sua impronta aziendalista e pragmatica, trascorse gran parte dei suoi primi due anni non solo a supervisionare le operazioni, ma anche a scrivere, modificare, progettare e vendere pubblicità.
Il logo del giornale si è sviluppato gradualmente nel corso del tempo dal suo carattere tipografico originale a quello adattato liberamente dalla copertina dell’LP americano Meet The Beatles.

Il giornale intendeva promuovere i Beatles perché all’epoca erano il gruppo più completo? Non proprio, ha detto Tuck in una recente intervista: “Avremmo promosso chiunque fosse popolare, è capitato che fossero i Beatles”.

Tuck ha assunto un piccolo staff di scrittori e giornalisti, alcuni dei quali sono rimasti con la pubblicazione durante i suoi quattro anni di vita, per condurre interviste con le pop star britanniche e americane di passaggio a Los Angeles.
KRLA Beat è stato anche fortunato ad avere Tony Barrow, l’addetto stampa dei Beatles, come autore di una rubrica settimanale. Barrow, che aveva già un passato come freelance, soprattutto nell’inglese The Beatles Monthly, ha saputo fornire notizie sempre aggiornate e curiose sulle sessioni di registrazione e sui tour dei Beatles.
Nel febbraio 1967, tanto per dare un’idea, lo stesso Barrow riuscì a partecipare ad alcune delle sessioni di registrazione per il disco successivo del gruppo, quello che sarebbe poi divenuto Sgt. Pepper lonely Heart Club Band e negli anni fece conoscere al pubblico americano anche  altri gruppi della British Invasion come Yardbirds, Manfred Mann e Rolling Stones.
Giunti al  1966, anche di KRLA Beat virò verso notizie più controculturali con saggi sulla nascente realtà alternativa di Haight-Ashbury e dell’LSD. Mai divenuto un vero e proprio giornale underground come il suo contemporaneo The Los Angeles Free Press, KRLA Beat riuscì comunque ad essere in linea con il nuovo gusto trattando temi come il sesso, la religione, la droga e la vita in comune.
Uno di questi articoli, forse quello più conosciuto scritto proprio da Tony Barrow, descrive l’esperienza tragicomica con l’LSD di Brian Epstein, manager e confidente dei Beatles.

KRLA Beat magazine, Marzo 1966
KRLA Beat magazine, Febbraio 1967

Un altro ex membro dell’organizzazione dei Beatles era Derek Taylor, autore del libro estate d’amore e di rivolta, allora trasferitosi a Los Angeles per gestire diverse altre band come i Byrds.
Taylor ha scritto articoli per il KRLA Beat a partire dal 1965 fino al 1968, non sempre proprio con voce autorevole.

Derek Taylor, 1970
Estate d’amore e di rivolta. Con i Beatles nella Summer of love, Derek Taylor, ShaKe, 1997

Presto lo stesso Taylor divenne redattore fisso del giornale combinando alla perfezione le sue conoscenze in ambito musicale con la visione della rivista che aveva Cecil Tuck.
Derek Taylor era infatti coinvolto nell’organizzazione del Monterey Pop Festival del 1967 di cui reralizzò un dettagliatissimo reportage sulle colonne del KRLA Beat.
Altro merito di Taylor fu quello di rivoluzionare il design grafico della rivista, spostandolo verso il gusto psichedelico del tempo, enfatizzando soprattutto la grafica a colori e la fotografia.
Derek Taylor però, mal digeriva gli interventi di Cecil Tuck sul suo stile di scrittura prolisso ma affascinante e non riusciva quasi mai a rispettare il budget che Tuck fissava. Il risultato di questi scontri fu dolorosa ma inevitabile e Tuck fu costretto a lasciare andare Taylor a metà del 1968.
Di fronte all’aumento dei cosi di produzione, Tuck mantenne alcuni validi giornalisti nello staff, ma le notizie sul KRLA Beat iniziarono a provenire da servizi di altri giornali o da comunicati stampa freddi e lontani dalla passione degli inizi.
dopo aver pensato di vendere la sua creatura, Tuck decide invece di mantenere il giornale in vita fino alla primavera del 1968, quando chiude definitivamente con alcuni debiti da saldare.
Negli anni Cecil Tuck ha continuato a lavorare nel campo della produzione di notiziari radiofonici e oggi gestisce un’attività di consulenza e stranamente ha dichiarato di non possedere nemmeno una sola copia del suo giornale.

KRLA Beat magazine, Marzo 1968

La grafica Art Nouveau nella versione brasiliana di José Carlos de Brito

Art Nouveau, Jugendstill, Art Deco… questi sono alcuni termini che di solito associamo non solo a un particolare periodo della storia della grafica – l’inizio del XX secolo e la conseguente età del jazz degli anni Venti – ma anche a luoghi specifici di città quali Parigi, New York, Vienna o Weimar. In questo giro del mondo però, azzardo a sostenere che a nessuno di voi è in mente di pensare a Rio de Janeiro.
Ciò potrebbe essere causato da alcuni pregiudizi radicati che vedono spesso la cultura alta abitare esclusivamente in Europa o in Nord America, ma non voglio crederlo.
Spesso infatti, quelle che un tempo sono state le colonie, hanno saputo sviluppare un proprio specifico punto di vista, un’originale rivisitazione indigena, degli stili e dei movimenti artistici nati nel vecchio continente.
Il Brasile, inoltre, ha visto però anche un proprio movimento di rinnovamento e riscoperta dell’arte moderna che si batteva per una sensibilità tipicamente brasiliana pur rimanendo in stretto contatto e influenza reciproca con l’Europa e gli Stati Uniti.
Il movimento nasce nel 1922, anno in cui cade il centenario dell’indipendenza della nazione sudamericana dal Portogallo.
Per celebrare l’evento, alcuni artisti di San Paolo organizzano la Semana de Arte Moderna, sette giorni in cui, scrive la BBC

hanno costruito, destrutturato, eseguito, scolpito, tenuto conferenze, letto poesie e creato alcune delle opere più
avanguardiste mai viste in Brasile.

Il 1922 è anche l’anno in cui J. Carlos (José Carlos de Brito e Cunha), artista, illustratore e grafico nato a Rio de Janeiro nel 1884, assume la direzione di una rivista destinata a rimanere nella storia dell’editoria e della grafica, ovvero Para Todos.

Para Todos, Rio de Janeiro, 1926
Para Todos, Rio de Janeiro, 1926
Para Todos, Rio de Janeiro, 1927

Fondata nel 1918, la rivista inizia come un magazine sul cinema e infatti tutte le sue prime copertine presentano foto di star di quella che viene considerata la settima arte. Ma nel 1926, proprio Carlos, già conosciuto in patria come un grande talento del design grafico e dell’Art Déco brasiliana la cui prima opera era stata pubblicata già nel 1902 sulla rivista Tagarela, inizia a disegnare le illustrazioni di copertina e continua a farlo per i successivi quattro anni, oltre a disegnare migliaia di cartoni animati e scrivere opere teatrali e testi di musica samba.
Il suo lavoro risente chiaramente dell’influenza culturale europea e americana, ed in alcuni (tristi) esempi, evidenzia addirittura il suo allineamento al genere allora molto in voga delle caricature a sfondo razziale.
José Carlos introduce però anche alcuni elementi specifici della cultura brasiliana che appaiono quasi proto psichedelici – qualcuno può pensare, per esempio, a certe copertine della band carioca Os Mutantes ma in chiave età del jazz.

Para Todos, Rio de Janeiro, 1927
Para Todos, Rio de Janeiro, 1927

Artista quanto mai prolifico, Carlos collabora al design e all’illustrazione di tutte le principali riviste brasiliane dagli anni Venti agli anni Cinquanta. Magazine quali O Malho, O Tico Tico, Fon-Fon !, Careta, A Cigarra, Vida Moderna, Eu Sei Tudo, Revista da Semana e O Cruzeiro. In tutto, si stima abbia lasciato oltre 100.000 illustrazioni.
La leggenda narra addirittura che fosse così attaccato all’arte e alla cultura brasiliane da rifiutare l’offerta di lavoro di Walt Disney per cui negli anni Trenta ha illustrato – primo brasiliano a farlo – un numero di Topolino, proposta che lo avrebbe costretto a trasferirsi a Hollywood.
In un articolo dedicato a Carlos, Steven Heller su Print magazine descrive il lavoro di Carlos come:

un incrocio tra Aubrey Beardsley e John Held Jr., con le esili flapper simili a bambole, le figure allungate e elfiche e gli intricati motivi a ragno.

Ma Carlos cerca di affrancarsi dall’estetica tipica europea e americana inseguendo un proprio stile personale che estende le sue influenze sia nella già citata grafica psichedelica degli anni Sessanta, ma anche oltre, fino ai giorni nostri come dimostrano alcuni lavori di recupero del suo lavoro fra cui l’interessante tesi universitaria dal titolo  J. Carlos: Um Lápis Apontado para Todos di Renan Goulart.
Nel 1950, mentre sta discutendo con il suo amico musicista João de Barro, noto come Braguinha, dell’imminente uscita del disco di cui ha appena terminato di illustrare la copertina, J. Carlos viene colto da un ictus cerebrale e muore due giorni dopo.
Nel numero di ottobre della rivista O Careta compare l’ultimo contributo di J. Carlos.

O Careta, Rio de Janeiro, 1944

La tipografia come atto politico: il progetto Vocal Type

Tré Seals è una designer di Washington, D.C. che fin dalla scuola materna si è esercitato a scrivere in corsivo fino e a studiare le forme delle lettere.
In quinta e sesta elementare ha realizzato il suo primo progetto tipografico scrivendo i nomi degli amici su delle schede, plastificandole e vendendole per $ 3 a pezzo. Al liceo disegnava già tatuaggi. All’età di 25 anni Seals è un associato del noto sito Type Directors Club e designer di fama internazionale.

Tré Seals

Questa la doverosa premessa di un articolo che si potrebbe definire di stretta attualità visto ciò che sta accadendo per le strade americane e le relative risposte della società civile, ad ogni livello, dai cittadini con i cartelli, alle ribellioni violente; dai candidati alle presidenziali di Novembre fino alla chiusura dei Play Off NBA decisa dai giocatori stessi indignati – una volta di più – dall’ennesimo assassinio di un giovane di colore in circostanze misteriose.
Tré Seals dunque, ha recentemente lanciato il progetto Vocal Type per raccontare le storie più nascoste e quindi maggiormente interessanti nel mondo della tipografia.

Le forme delle lettere sono oggetti culturali che portano con sé molte più informazioni rispetto a quello che si pensa normalmente, spesso infatti riflettono le persone che le hanno create e la storia che queste volevano raccontare.
Utilizzando le parole che ha scelto lo stesso Seals nel manifesto del progetto, forse capiamo meglio:

Quasi l’84% di tutti i designer in America sono bianchi. Fino a poco tempo fa, la maggior parte di tutti i designer in America erano uomini. Quindi, se sei una donna o se sei di colore, asiatico o latino e vedi un annuncio che ritieni non rappresenti accuratamente la tua razza, etnia e / o sesso, conosci il motivo per cui viene creato così.
La diversità è sempre stata una questione trascurata nell’industria del design ed è stata considerata al massimo un problema di occupazione e non un problema del design.
Quando un’industria è dominata da un’unica razza e genere, ciò non solo crea una mancanza di diversità nelle persone e nelle esperienze, ma anche nelle idee e nelle creazioni. Ecco perché Vocal Type sta lavorando per diversificare il design attraverso la radice di tutti i  lavori di progettazione grafica: la tipografia.
Ogni carattere mette in risalto un pezzo di storia di una specifica razza, etnia o genere sottorappresentati, dal Movimento per il suffragio femminile in Argentina al Movimento per i diritti civili in America.
Vocal è stato lanciato nel 2016 con il crescente supporto di persone che condividono con me questa visione.

Vocal Type è quindi una fonderia di caratteri per i creativi di colore che sentono di non avere voce in capitolo nel loro settore, per le donne creative che sentono di non avere voce in capitolo nel loro settore. Per i creativi cioè che sono stanchi di essere ispirati dalle stesse creazioni di persone diverse e vogliono essere protagonisti di qualcosa di nuovo, in prima persona.
Dal 2016, la fonderia ha rilasciato cinque caratteri tipografici, ha lavorato a numerosi lavori di caratteri personalizzati e ha lanciato un sito Web che descrive i retroscena storicamente significativi dei progetti di Vocal Type.

La tipografia è nota per la sua omogeneità razziale. I due percorsi principali per la progettazione di caratteri provengono dalla tecnologia e dal design, che sono settori dominati da uomini bianchi.

Il sito di Vocal riporta che nella professione di type design l’84% dei lavoratori è bianco mentre per il censimento del design di AIGA del 2017 è al 60%.
Si tratta quindi di un fenomeno assai esteso che è emerso per la prima volta grazie al lavoro della dottoressa Cheryl D. Holmes-Miller dal titolo “Black Designers: Missing in Action“. Da qui Seals ha scoperto che i designer di colore come lui erano quasi inesistenti e ispirato dall’invito all’azione di Holmes-Miller continuato con un secondo articolo del 2016 dal titolo Black Designers: Still Missing in Action?” la contattò in merito alla sua idea di avviare una fonderia di caratteri che potesse rappresentare le diverse esperienze in forma tipografica.

Cheryl D. Holmes-Miller

I caratteri tipografici realizzati finora da Vocal Type si ispirano ai lavori tipografici creati per e da storici visionari del design e includono il carattere tipografico Martin, dal nome di Martin Luther King, e William, dal nome di William Edward Burghardt Du Bois, un attivista, scrittore e storico americano e uno dei fondatori della National Association for the Advancement of Colored People (NAACP).
I caratteri fanno eco anche a movimenti di protesta meno noti come Ruben, ispirato al movimento National Chicano Moratorium, che protestò contro la guerra del Vietnam ed era guidato dal giornalista Rubén Salazar.
Seals non vuole limitarsi a diversificare i caratteri tipografici solo in base alla provenienza culturale, ma desidera realizzare caratteri tipografici come Carrie, un sans serif che onora il suffragio femminile negli Stati Uniti; Eva , creata per il movimento per il suffragio in Argentina e Stonewall per sottolineare le rivolte LGBTQ del 1969 allo Stonewall Inn nel Greenwich Village, New York City.

Moti di Stonewall, 1969

Ogni font nasce da una ricerca storica e grafica molto dettagliata ed è modellato dagli sforzi collettivi delle comunità online di Seals. Spesso Seals condivide il materiale originale (foto, poster, frammenti di caratteri) con i suoi follower tramite Pinterest e Instagram e questi, a loro volta, gli forniscono ulteriori fotografie d’archivio di cartelli di protesta sufficienti per cominciare a impostare un carattere tipografico.
Per il Martin, Seals si è ispirato alle foto delle fiancate tipografiche che riportavano slogan quali: “Honor King: End Racism!” e “I am a man” stampato in una tipografia della chiesa in 400 tirature per lo sciopero dei lavoratori dell’igiene di Memphis del 1968 , durante il quale più di 1.300 impiegati neri del Dipartimento dei lavori pubblici di Memphis protestarono contro le condizioni di lavoro pericolose.

Per l’ornato carattere tipografico Eva , Seals fa riferimento a striscioni disegnati a mano trasportati durante una manifestazione delle donne del 1947 a Buenos Aires guidata da Eva Perón che sfilarono davanti al Congresso Nazionale per sostenere la Legge per il Suffragio Universale affermando: “La mujer puede y debe votar!“.

Eva

Seals ha recentemente completato una suite di caratteri tipografici personalizzati per Umber magazine, una pubblicazione con sede a Oakland, in California, che si concentra sulla cultura creativa e le arti visive dal punto di vista delle persone di colore.
Per il suo terzo numero intitolato “Sound“, Vocal ha creato un carattere tipografico basato sui resti della prima etichetta discografica interamente di proprietà di persone di colore, la Broome Special Phonograph Records.

Umber magazine, Sound issue

La tipografia quindi come un’arte che è ben di più di un semplice strumento utilitaristico e pratico.
Nella lunga storia del type design, i designer del colore hanno storicamente avuto un accesso limitato agli strumenti e alle conoscenze necessarie per fare tipografia e questa forma di discriminazione tecnologica e culturale ha avuto l’effetto di limitare certi gruppi di persone nella loro rappresentanza nella tipografia di tutto il mondo.
Se partiamo da questi presupposti risulta più chiaro come i caratteri e la piattaforma di Vocal Type siano un atto radicale, non solo perché originali, ma soprattutto perché la loro vocazione ugualitaria e libertaria intende abbattere l’essere minoranza storica.
A questo proposito le parole della pittrice Emma Amos risuonano ancora oggi nelle orecchie di chi non ci sta ad arrendersi a certe odiose consuetudini storiche:

Per me, un’artista donna di colore, entrare in studio è un atto politico.

La buona grafica e il buon design possono esserlo senza una propria eticità?

Non credo di dire niente di particolarmente interessante o innovativo sottolineando quanto la nostra vita sia sempre più immersa in un incessante turbinio di immagini. Lo sappiamo tutti, ci siamo dentro, a volte ne siamo addirittura assuefatti e non ci facciamo nemmeno più particolarmente caso.
La grafica, il design, l’illustrazione, sono oggi ambiti assai più influenti che nella storia passata della nostra cultura e questo porta con sé inevitabilmente un impatto su quelli che a prima vista possono apparire argomenti distanti quali l’etica, la responsabilità e l’impegno.
Detto questo, è facile giungere ad una domanda a cui credo sia interessante porre la nostra attenzione e che mi ronza in testa da quando ho scritto un articolo sul numero 3 di Friscospeaks sulla controversa figura di grafico e artista di Stanislav Szukalski:

Il design o la grafica, per essere considerati di buona qualità, devono per forza essere buoni anche da un punto di vista etico? O può esserci una grafica buona anche se ha comportato un impatto negativo sulla vita e sull’umanità?

Per spiegarmi meglio credo sia utile un esempio.
Per chi non lo sapesse l’AK47 è un fucile d’assalto ideato e progettato nel 1948 in Unione Sovietica da Michail Timofeevič Kalašnikov, da cui prende il nome, e da allora considerato una delle armi leggere migliori al mondo.
I suoi intramontabili e ancora oggi insuperati punti di forza sono – stando a chi lo utilizza – la semplicità con cui è costruito e soprattutto la sua facilità d’uso. Inoltre, aspetto non trascurabile, l’AK47 è economico e si rompe raramente. Insomma stiamo parlando della perfezione di un’arma da fuoco che oramai conta più di Settanta anni di diffusione mondiale ed è esposta addirittura al MOMA di New York.

AK-47

Adesso riformulo la mia domanda precedente:

L’AK47 è un prodotto di design perfetto nonostante sia uno strumento per uccidere? O viceversa tutto ciò che non rende il mondo migliore non può essere considerato buon design?

Prima di rispondere però, vediamo un altro esempio – forse meno radicale – ma credo ugualmente utile al tema.
Molti di voi conoscono il marchio di moda tedesco Hugo Boss, fondato nel 1924, ma pochi sanno che Hugo Boss ha progettato e prodotto tutte le uniformi per il Partito Nazista prima e durante la Seconda Guerra mondiale, in particolare le uniformi per gli ufficiali delle SS.

Hugo Boss, 1930.

Ecco – proprio come l’arma di Michail Timofeevič Kalašnikov – fino ad oggi, queste divise sono state prese a modello più o meno pubblicamente per il loro perfetto mix di design ed estetica.

Alcuni dei modelli delle divise dell’élite del Reich disegnate da Hugo Boss.

Lo stesso discorso può essere esteso alla progettazione grafica dei manifesti della propaganda nazista tutti basati su pochi elementi cardine quali: la tipografia chiara, la messaggistica semplice e immediata, i colori vivaci.
Ancora – ampliando ulteriormente lo spettro dei linguaggi – pensiamo ai lavori nel cinema e nella scenografia realizzati da Leni Riefenstahl, storicamente considerata una delle principali ideatrici dell’estetica nazista e amica personale di Adolf Hitler.

Adolf hitler e Leni Riefenstahl, Monaco, 1939.
Una scena da “Il trionfo della volontà” di Leni Riefenstahl, 1934.

Ritorniamo a noi…
Gli esempi visti finora sono opere di creatività nate per promuovere qualcosa che niente ha a che vedere con il miglioramento del mondo in cui viviamo, anzi.
Possiamo comunque sostenere che etica e design sono inscindibili?
Una risposta razionale e teorica porterebbe a propendere per il NO, visto che – esistendo in due dimensioni vicine ma parallele – si tratta comunque di due ambiti destinati a non interagire mai nella loro essenza, pensiamo a questo proposito alle gocce di acqua riversate in un contenitore di olio.
Il design e la grafica appartengono infatti ad un ramo dell’attività dell’uomo che appartiene alla creatività e all’opera dell’ingegno umano mentre l’etica è un sistema di credenze e di comportamenti, dal greco antico èthos, cioè “carattere”, “comportamento”, “costume”, “consuetudine”.
Ma non mi sento del tutto a mio agio con questa risposta, la considero troppo fredda ed enciclopedica per soddisfare un dubbio che sento essere invece tutto umano, esistenziale si potrebbe dire.
Ritengo invece che la grafica e l’etica siano – come del resto ogni ambito dell’agire umano – completamente indivisibili in quanto quest’ultima non può essere considerata un abito da indossare solo in alcune occasioni, o peggio ancora, un surplus qualitativo di cui si può fare anche a meno, in funzione degli aspetti più strettamente tecnici e pratici.
Insomma, mi risulta impossibile attribuire ad una grafica o ad un prodotto di design, o a qualsivoglia altra creazione artistica, sia pure eccellente e stilisticamente ineccepibile, ma che sacrifica o tralascia il suo aspetto etico, lo stesso giudizio di valore rispetto al medesimo oggetto che al contrario porta con sé un sistema valoriale, un insieme di riferimenti etici appunto, che potenzialmente mirano alla creazione di una società migliore.
Avverto io per primo alcuni dei limiti di questo approccio di giudizio, come banalmente il dubbio su chi e perché si può arrogare il diritto di decidere quale sia il corretto sistema valoriale su cui basare la propria creatività o come sia possibile stabilire il grado di aderenza al medesimo sistema.
Detto questo però, considero comunque l’elemento etico un fattore strumentale all’obiettivo finale e quindi preferibile rispetto all’alternativa che abbiamo visto. 

Risulta infatti evidente ciò che comporterebbe, in un arco di tempo che va dal medio al lungo periodo, un concetto di creazione grafica o di design che abbia nel proprio processo di ideazione, non solo il carattere di tecnicità, che rende un prodotto funzionale; non solo il carattere di esteticità, che rende un prodotto gradevole, ma anche quello di eticità, che rende un prodotto giusto.

Il diario disegnato a mano da Vic Lee durante il lockdown

Proprio nei giorni in cui si ricomincia – ahimè – a sentir parlare di lockdown, con tutta la galleria di immagini tristi che questo comporta nella mente di tutti noi, o almeno di quelli che credono che il Covid-19 esista e non sia un’invenzione dei cattivi, arriva un libro che proprio nel periodo della chiusura è stato partorito.
Ma partiamo dall’autore, Vic Lee, artista di base a Camberwell, nel sud-est di Londra, che negli anni si è costruito una discreta fama realizzando insegne, lettering e molto altro per alcuni dei più grandi marchi, agenzie e aziende del mondo.

Vic Lee nel suo studio di Camberwell

Vic inizia come decoratore, ma nel frattempo è postino, restauratore di tavoli da biliardo e addirittura steward di cabina a bordo nelle navi da crociera.
In questi anni di formazione sia tecnica, ma soprattutto esistenziale, Vic viaggia e scopre le ricchezze del mondo, la diversità delle culture, dei colori, profumi e sapori.

Sono giorni in cui ancora il web non ha invaso ogni nostro attimo e quindi i sensi si sprigionano in maniera naturale attraverso l’esperienza diretta. Tutto per Vic è quindi nuovo ed emozionante e non esiste blog che possa raccontare qualcosa di simile.

Successivamente, Vic frequenta il Nottingham Trent e si laurea in graphic design. trasferendosi a Londra e riuscendo – dopo aver inviato domande per 53 posti di lavoro – a entrare a far parte di uno studio di interior design a Old Street, Londra. Qui si confronta con il mondo del lavoro, con le esigenze dei clienti, ampliando così il proprio repertorio e contribuendo al successo dell’azienda.
Dopo 5 anni, Vic decide di lanciarsi nell’avventuroso mondo del freelance riscuotendo fin da subito un notevole successo, soprattutto come interior design, settore nel quale lavora ancora oggi. La sua visione dello spazio, dell’interazione fra i diversi elementi e delle infinite potenzialità della comunicazione sono i tratti distintivi in ogni suo lavoro, ed in particolare in un ambito che negli anni sviluppa sempre di più, quello dei murales.

Dopo 14 anni di onorata carriera come grafico, ecco che arriva il grande salto.
Vic decide di iniziare la carriera di artista a partire dal 2011, creando stampe in edizione limitata delle strade di Londra, tutte illustrate a mano che combinano edifici e tipografia. Si tratta di un successo senza precedenti sia nel Regno Unito che in tutto il mondo.

London Town – Limited Edition of 200

Le sue creazioni vanno esaurite rapidamente e gli acquirenti diventano clienti.
Come detto Vic inizia quindi a collaborare con alcuni dei più grandi marchi e agenzie del mondo come Nike, Mercedes, Virgin Atlantic, The Four Seasons, M&S, solo per citarne alcuni.

Ma se ritorniamo al punto di partenza, e dando per scontato che anche in Inghilterra il Covid-19 si è fatto sentire eccome, la domanda che vi dovreste porre è: “ma che diavolo di legame c’è fra Vic Lee e il lockdown?

Ecco, qui sta il punto dell’articolo, nel presentare il lavoro di che Vic ha ideato e realizzato, come tanti altri artisti del resto, proprio durante il lungo periodo in cui – un pò in tutto il mondo – siamo stati costretti ad una clausura tanto imposta quanto necessaria.
Ecco quindi che nasce il progetto “The Corona Diary 2020“.
Originariamente nato come un diario illustrato a mano, questo libro inizia a metà febbraio 2020, quando le prime notizie sul Covid-19 iniziano a filtrare anche nel Regno Unito.


La vita a Londra in quei giorni era ancora più o meno normale, ma si cominciava ad avvertire un’inquietante incertezza che si insinuava nella quotidianità.
Cominciano quindi ad apparire i primi momenti di ansia.
The Corona Diary 2020” è il viaggio, le esperienze, le cose fatte con gli amici e soprattutto il racconto di come il Covid-19 ha iniziato a prendere il sopravvento nella vita di Vic, come del resto in quella di tutti noi.

Non ha l’intento di informare sulla pandemia, è semplicemente il punto di vista di un artista che ha deciso di utilizzare la propria creatività per cercare – almeno teoricamente – di fissare il tempo, di bloccarlo su carta rendendo le emozioni e gli stati d’animo di quei giorni qualcosa di perenne.

Quando ha iniziato questo diario Vic lo ha pensato come uno strumento per  affrontare praticamente tutto quello che stava accadendo, per cercare di dare un senso alle cose che succedevano, scrivendone e illustrandone i momenti che più lo colpivano.. buoni e cattivi. Non era nelle intenzioni pubblicarlo, ma quando ha iniziato a condividere i disegni sui suoi social media, è successo qualcosa che lo ha colpito molto. Una serie infinita di messaggi e i commenti gli hanno fatto capire che molte, moltissime, altre persone in tutto il mondo vivevano la sua stessa situazione e si ritrovavano nei suoi lavori.
Le pagine di questo libro sono esattamente riprodotte come le originali, senza filtro, senza censura, senza correzioni con errori di battitura ed imperfezioni, linee storte e macchie.
leggendo direttamente le parole di Vic Lee scopriamo anche a chi è dedicato questo suo lavoro personale:

“Spero che questo libro rappresenti un momento unico nella vita.
Che ci aiuti a onorare le persone che mettono le loro vite in prima linea per gli estranei. A rispettare quegli eroi quotidiani che hanno continuato a lavorare mentre tutto il mondo chiudeva.
Per le persone che non ce l’hanno fatta e per quelle che le hanno perdute per sempre”.

La tiratura della prima edizione era di 2.500 copie firmate ed è andata esaurita in sole 7 settimane! La risposta che è giunta da tutte le parti del mondo è stata assolutamente sorprendente.
La seconda edizione verrà autoprodotta nuovamente dallo stesso Vic Lee e se continuerà ad interessare, immagino che continuerà a farlo, ancora e ancora.

Se vi va, la seconda edizione del libro di Vic Lee sarà presto disponibile QUA.

Firebrand il giornale anarchico di Portland sull’amore libero

Quando leggiamo titoli come “Trump cerca il caos per convincere che il suo fascismo è preferibile all’anarchia” riferiti agli scontri che stanno infiammando gli Stati Uniti ed in particolare la città di Portland, una delle storiche città libertarie americane, è giusto farsi delle domande del tipo ma perché proprio a Portland?

Ecco che, come spesso accade, è dando un’occhiata alla storia della stampa, alla tradizione dell’editoria locale, in particolar modo quella più nascosta, che si possono ipotizzare alcune risposte..

Dal 1895 al 1897, un gruppo di agricoltori di Sellwood, una piccola città sul fiume Willamette a sud-est di Portland, in Oregon, inizia a pubblicare Firebrand, un influente quotidiano anarchico.
Fin dalla sua testata, la pubblicazione settimanale che vede la luce  il 27 gennaio 1895, proclama la sua missione: “Per il rogo delle ragnatele dell’ignoranza e della superstizione“.

Sempre nel primo numero troviamo il manifesto dell’intero progetto editoriale: “The Firebrand non ha un editore, nel senso ordinario. Nessuno è investito del potere di escludere quelle idee che non concordano con le proprie. Non crediamo nella censura. Vogliamo una stampa senza restrizioni, una stampa libera!“.
A differenza delle molte pubblicazioni anarchiche che sono prodotte all’epoca, Firebrand affronta soprattutto questioni sociali e politiche proponendo, ad esempio, dei cambiamenti estremamente radicali nelle relazioni tra donne e uomini.
Nei primi numeri del giornale, Firebrand pubblica testi incentrati su questioni locali riferendosi particolarmente alla leadership politica della città, mettendone in discussione le decisioni, smascherandone gli interessi torbidi di politici e magnati aziendali come Henry Corbett, Joe Simon e Henry Failing.
Oggi molti di questi stessi uomini sono celebrati per il ruolo che hanno avuto nei primi anni di sviluppo economico della città di Portland, ma Firebrand ha spesso messo in evidenza il lato oscuro della loro carriera.

Oltre a riportare notizie sulle attività degli anarchici locali e a promuovere una avanguardista forma di società basata sull’amore libero, Firebrand pubblica lunghi articoli di saggistica anche di sociologia, letteratura e molto altro, come dimostrano i numerosi testi molto critici verso le tesi del libro Principi di sociologia di Herbert Spenser, o la difesa di Oscar Wilde che, proprio in quel periodo, sta per essere rilasciato dal carcere.
Come tipico dell’editoria anarchica, emerge anche in questo caso, la fittissima rete di collaborazioni e contatti con le altre realtà degli sparse in giro per gli Stati Uniti, un fenomeno questo, tipico del pensiero anarchico che vede nella relazione  e nel supporto vicendevole uno dei principali fattori di cambiamento.
Tra i principali scrittori ed editori di Firebrand ci sono gli anarchici Henry Addis e Abraham Isaak, gli scrittori William Holmes del Colorado e Viroqua Daniels dalla California.

Su Firebrand vengono pubblicati articoli originali e risposte inviate loro dai loro lettori. Questo formato consentiva agli anarchici di lingua inglese provenienti da tutti gli Stati Uniti e dal Canada, e occasionalmente anche dall’Europa, di impegnarsi reciprocamente in una discussione aperta, contribuendo a costruire un movimento transcontinentale coeso.
Anche gli abbonati alla rivista, vera fonte di sostentamento del progetto, sono sparsi un pò ovunque, dagli Stati Uniti al Canada e fino all’Europa e supportano il progetto in ogni modo, come richiesto dagli editori stessi in un Annuncio speciale in cui si legge: “Accettiamo qualsiasi cosa che possiamo utilizzare in pagamento per l’abbonamento“.
Un sostenitore del Minnesota offre addirittura di contribuire inviando un libretto con le istruzioni sulla tassidermia (!) pur di poter ricevere una copia della rivista. Gli anarchici della città di Tacoma, per sopportare le pubblicazioni di Firebrand, organizzano un concerto di cetra mentre altri di un non specificato paese del sud inviano ceste di lamponi e ribes (!!).
Classicamente rigido nella grafica, Firebrand non concede quasi niente all’estetica, come tipico della maggior parte delle pubblicazioni anarchiche, da sempre concentrate esclusivamente per ovvi motivi economici, sul contenuto e sulla diffusione delle idee. Scarsissime sono infatti le immagini, totalmente assente la grafica, rigida ed estremamente chiara la distribuzione degli articoli.

Con la diffusione di Firebrand, aumentano anche i resoconti sulle numerose attività delle forze dell’ordine locali per provocarne la chiusura, ognuna di queste regolarmente pubblicate nelle pagine della rivista con tanto di foto e testimonianze dirette.
Un esempio è quello che che coinvolge il bibliotecario di Loveland, in Colorado, che convoca un’assemblea cittadina in cui distrugge pubblicamente le copie del giornale visto come un pericolo per la vita dei propri concittadini.
L’approccio e la visione di Firebrand sono estremamente liberali e moderni per il periodo soprattutto, come detto, sullo spinoso tema della sessualità.

È proprio la frequente analisi sul cosiddetto Free Love e sui diritti delle donne presente regolarmente su Firebrand, e non le analisi politiche, a far infuriare i censori.

Ecco dunque numerose le condanne e i sabotaggi fino agli arresti di Addis, Isaak e A.J. Papa, con l’accusa di distribuire materiale osceno attraverso il servizio postale. Uno dei materiali discutibili è “A Woman Waits for Me“, una poesia di Walt Whitman.

Questa denuncia porta gli editori al relativo processo e al frettoloso verdetto della giuria del settembre 1897 che è di totale colpevolezza. La sentenza è così fuori luogo, anche alla luce del fatto che le poesie di Withman sono comunque già pubblicate e circolanti, che Addis e Isaak ottengono rapidamente la libertà, ma Firebrand non riesce a riprendersi a causa dei costi sostenuti per le spese legali dei due ed è costretto a cessare le pubblicazioni, il vero obiettivo non dichiarato, quello cioè di mettere in ginocchio il progetto editoriale, è stato infine raggiunto.
Come spesso accade, e come la storia dovrebbe insegnare, la fine di Firebrand non assopisce l’attivismo locale del movimento anarchico, anzi. Tant’è vero che proprio dalla cessazione di Firebrand nascono altri giornali anarchici in lingua inglese il più importante dei quali è senza dubbio Free Society, pubblicato dall’ex Firebrand Abraham Isaak, centro del movimento anarchico americano fino al suo termine nel 1904.

I poster reggae a tutto lettering del giapponese Massa AquaFlow

Uno degli aspetti che più mi affascina da sempre della poster art è il suo essere instancabile, indecifrabile e impossibile da definire attraverso categorie specifiche e fisse.
Fin dagli anni Sessanta, quando si ritaglia attraverso l’esplosione della grafica psichedelica, un suo ambito e una propria dignità artistica, sia pur con qualche periodo di stanca, non ha infatti mai cessato di fornire spunti e idee divenendo con il tempo una delle pochissime forme espressive caratterizzate da una straripante vitalità.
A dimostrazione del piacere che la ricerca in questo settore può dare, oggi vi parlo di Massa AquaFlow, un artista, graphic designer e tipografo con sede a Okinawa, in Giappone.
Un personaggio a prima vista di secondo piano nel panorama della poster art e più in generale della grafica, ma che a mio avviso, è giusto segnalarvi per alcuni aspetti che reputo interessanti.
Massa AquaFlow intanto crede fermamente che i volantini degli eventi che vediamo in giro per le nostre città abbiano la funzione di veri e propri megafoni necessari a diffondere stili ed estetiche indipendenti in cui quello che conta è la possibilità – mi verrebbe da dire la necessità – di sperimentare liberamente e senza vincoli commerciali su tutti gli elementi tipici della poster art: dalla grafica alla tipografia, dai colori al formato, dalla carta ai soggetti.
Spinto da questa certezza, Massa AquaFlow concentra le sue energie creative nella progettazione di poster e volantini per eventi soprattutto legati alla musica Reggae.

L’artista, nei suoi numerosissimi lavori, evidenzia una chiara passione verso i poster e le grafiche delle etichette discografiche del Reggae giamaicano degli anni Settanta e Ottanta, oltre che verso i manifesti europei prodotti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Ma il suo stile tradisce anche un’attenzione particolare all’arte del tatuaggio e, ancora di più, a quella dei graffiti e della street art, anche e soprattutto old school.
Come spesso accade quando si tratta di artisti giapponesi, questa serie di riferimenti, anche lontani fra loro, vengono fatti propri e rivisitati con lo sguardo tradizionale della Ukiyo-e, ovvero l’immagine del mondo fluttuante, la tecnica di stampa artistica giapponese prevalentemente su carta, impressa con matrici di legno, fiorita nel periodo Edo, tra il XVII e il XX secolo.

39th Opening Party of Beach House Oasis, Hayama Japan, face to My – 2019
Vinterviken Rub-A-Dub: Organic Reggae Event|Stockholm Sweden – 2018

Nel lavoro di Massa AquaFlow viene rivendicato il primato che anche al giorno d’oggi, con i social che sono diventati i media più familiari al grande pubblico, dei poster stampati su carta, una potente forma di comunicazione che ha contribuito a creare gusti e generi, a supportare scene più o meno indipendenti, a diffondere musica e a lanciare artisti.

MOOMIN / NAOKI / Snufkin Joe – 2018

Nelle nostre città infatti, i poster degli eventi vengono definiti, soprattutto in ambito anglosassone con il termine ephemera, prodotti effimeri appunto, con una durata molto breve e un destino fatto di veloce obsolescenza o, ancora più spesso, sostituzione con nuovi manifesti.
Un destino naturale, un fenomeno nato in e per la strada e che con essa mantiene un legame che lo rende unico, come unica è infatti la spontaneità e la freschezza che, anche nei lavori di Massa AquaFlow sul lettering, veramente fantasiosi e ricchi di spunti, emerge senza filtri o mediazioni.

NYAM UP!!! – 2018
NYAM UP!!

Prima di Gutenberg, la stampa mongola, realizzava queste opere a stampa

La Bibbia di Gutenberg risale al 1454 ed è considerata la prima pubblicazione a caratteri mobili della storia della stampa a caratteri mobili in metallo.

La Bibbia di Gutenberg – 1454

Ma la stampa della Bibbia di Gutenberg non è priva di precedenti, anche assai pregiati, spesso del tutto sconosciuti solo a causa della loro lontananza geografica.
Esistono infatti alcuni esempi – davvero impressionanti oserei dire – ma come detto è necessario guardare in terre lontane dall’Europa. Prendiamo, per esempio, l’esemplare del libro stampato a Pechino nel 1410 contenente dhāranī sanscriti e illustrazioni di diagrammi mantra, stampato con blocchi di legno con inchiostro rosso brillante su carta bianca pesante, la cui stampa risulta incredibilmente dettagliata sia pur precedente Gutenberg di circa 40 anni.

Immagini per gentile concessione di Incunabula
Immagini per gentile concessione di Incunabula

Il suo testo, scritto in lingua Rañjanā tibetano e nepalese, un sistema di scrittura sviluppato nell’XI secolo, è stampato due volte, una volta su ciascun lato del foglio piegato a fisarmonica, in modo che il libro possa essere letto in modo indo-tibetano girando le pagine da destra a sinistra o in stile cinese girando da sinistra a destra.

Immagini per gentile concessione di Incunabula

Il contenuto del libro è essenzialmente una sequenza di testi  sacri buddisti tibetani, o canti, con copertine in cartone spesso in cui sono disegnate con una estrema precisione ed eleganza, 20 icone del Tathagata realizzate a penna in vernice dorata su pagina nera.
Insomma, come avete modo di vedere, si tratta di un capolavoro sia dal punto di vista tecnico che estetico, un esempio di stampa che infatti è pura opera d’arte.

L’arte serigrafica al servizio della rivoluzione del Maggio 68 parigino: l’Atelier Populaire

I manifesti dell’insurrezione del famoso Maggio parigino del 1968 comprendono alcune delle opere grafiche più brillanti che siano mai state associate a un movimento di ribellione sociale. A parte l’aspetto politico, è il design di queste grafiche ad essere interessante da studiare.
Queste vere e proprie opere d’arte contemporanee non sono banali decorazioni concepite per abbellire le pareti degli uffici, ma grafiche pensate per provocare in chi le guarda nuove consapevolezze che spingano all’azione.

© Bibliothèque nationale de France

Uno degli aspetti più interessanti di questo fenomeno è rappresentato dal fatto che molti di questi poster sono creazioni anonime oppure il risultato di collaborazioni spontanee tra studenti ribelli e lavoratori in sciopero. Ad oggi infatti sono molto pochi gli artisti a cui sono stati accreditate queste opere. Ma descriviamo un pò meglio il contesto di cui vi sto parlando.
Nella Parigi del 1968, esplode la frustrazione repressa per una povertà diffusa, per la dilagante disoccupazione, contro il governo conservatore di Charles de Gaulle e contro la guerra del Vietnam. Tutte queste eccitanti spinte verso una nuova concezione della società, danno origine a un movimento di massa per un profondo cambiamento culturale. Nel mese di maggio, lavoratori e studenti scendono in strada come un’onda senza precedenti di scioperi, manifestazioni e scontri urbani.

© Bibliothèque nationale de France

Per darvi un’idea della dimensione del fenomeno, il 18 maggio 1968, sono circa 10 milioni i lavoratori in sciopero e tutte le fabbriche e le università di Francia vengono occupate. È proprio in questi giorni di turbinoso fermento che nasce l’Atelier Populaire.
Anche tutto il corpo studentesco della principale scuola d’arte di Parigi, l’Ecole des Beaux Arts è in sciopero e un certo numero di studenti si incontrano spontaneamente nelle aule dei corsi di incisione per produrre i primi manifesti della rivolta.
Il 16 maggio, gli studenti d’arte, i pittori esterni all’università ed i lavoratori in sciopero decidono di occupare in modo permanente la scuola d’arte al fine di produrre manifesti che avrebbero dovuto dare un supporto concreto al movimento degli operai in sciopero.
I poster dell’Atelier Populaire sono progettati e stampati in modo del tutto anonimo e distribuiti gratuitamente a chiunque li chiedesse. In breve tempo, queste grafiche compaiono un pò ovunque, sulle barricate, sui muri  e nelle case di tutta la Francia.

© Bibliothèque nationale de France

Il titolo poetico di questo poster è La beauté est Dans La Rue, La bellezza è nella strada e non nei palazzi borghesi della cultura alta e distante dalle persone comuni. L’immagine raffigura un combattente di strada avvolto in un trench, che lancia un acciottolato verso le forze antisommossa, ma l’opera allude soprattutto a uno slogan al tempo molto popolare che era sous les pavés, la plage, cioè sotto le pietre del selciato, la spiaggia.

© Bibliothèque nationale de France

Quando la polizia antisommossa francese carica nelle università e nei luoghi di lavoro occupati, la ribellione diventa violenta. La brutalità della polizia è così pesante che molti si uniscono agli scioperanti per protestare contro la violenza della polizia. Il poster sopra è la risposta artistica agli assalti selvaggi della polizia e l’immagine agghiacciante e senza titolo appare sui muri di Parigi.
L’uso della grafica nei manifesti iconici dell’Atelier Populaire per protestare contro il capitalismo e l’imperialismo rimandano paradossalmente allo stile pop americano. Nella Francia degli anni Sessanta infatti, la pop art americana è in gran parte percepita come una provocazione neo-dada, un attacco alla tecnica pittorica classica attraverso immagini dei mass media appartenenti alla più tipica società dei consumi.
Sebbene alcuni critici francesi ne abbiano sottolineato l’importanza in ambito artistico, la maggioranza della critica francese e non, si mostra critica verso la meccanizzazione della tecnica pittorica tipica della pop art e questi attacchi oscurano in parte l’impatto politico delle immagini e soprattutto la sprezzante sfida a tutte le gerarchie estetiche dell’arte con la A maiuscola.
Il dibattito sulla produzione dell’Atelier Populaire e sul contenuto dei manifesti derivano dalla dialettica fra la pop art ed i canoni del realismo moderno, mettendo in evidenza i limiti politici delle tecniche artistiche tradizionali come la pittura a cavalletto nell’era dei mass media.

© Bibliothèque nationale de France

I graffiti, i cartoon politici, i canti di protesta e i manifesti sono dimostrazioni vive di quanto e come la creatività e il fervore artistico sono stati trasformati dall’esigenza politica. L’arte ha riempito il vuoto lasciato dalla cultura ufficiale e dai mass media durante gli scioperi occupando i canali di comunicazione e imitandoli nella forma se non nel contenuto.

© Bibliothèque nationale de France

Secondo la storica della cultura Kristin Ross, la velocità degli eventi in corso ha sfidato gli artisti e messo fuori gioco i tradizionali mezzi di produzione e stampa che non riescono a seguirne gli sviluppi in diretta.

© Bibliothèque nationale de France

Usines, Universités, Union, Fabbriche, Università, Union, è il primo poster litografico prodotto in una tiratura di trenta copie e sottolinea l’unità tra lavoratori e studenti. Le U in grassetto sul lato sinistro del poster sono in scala uniforme, mentre le lettere rimanenti delle tre parole assumono caratteri diversi. Il corsivo in Universités suggerisce uno scarabocchio di lavagna e si distingue dalla stampa più piccola di Usines e dalle lettere a blocchi più grandi di Union. Le stampe sono destinate alla vendita nelle gallerie vicine e il ricavato deve sostenere studenti e lavoratori in sciopero.
L’artista Gérard Fromanger racconta che: “l’idea era di portare i manifesti in una galleria per venderli, ma non siamo riusciti a camminare per i dieci metri di strada necessari prima che gli studenti li afferrassero e li incollassero per strada. Abbiamo capito subito che era l’idea giusta e tornammo rapidamente di sopra a stampare”.
Ogni sera i disegni dei poster vengono presentati in forma anonima per il dibattito e votati in base alle domande “Il messaggio politico è corretto?” oppure “Il poster trasmette bene questa idea?”

© Bibliothèque nationale de France

Il manifesto dell’Atelier Populaire riprende chiaramente le denunce del Salon de la Jeune Peinture, uno dei saloni di pittura di Parigi che promuove anche le attività del collettivo di pittura politicizzata organizzato dagli artisti Gilles Aillaud, Eduardo Arroyo e Antonio Recalcati. La loro è una fortissima critica all’autonomia estetica, alla creatività e all’individualismo borghese operante in una crisi politica come quella in atto.

© Bibliothèque nationale de France

I critici hanno descritto l’uso della serigrafia all’Atelier Populaire nel maggio 1968 come un’anomalia, perché la tecnica è poco usata dagli artisti e non è insegnata all’École des beaux-arts. Tuttavia, la serigrafia non è estranea alla storia dell’arte francese, poiché l’esercito americano ha introdotto questa tecnica come strumento per etichettare le attrezzature dopo la liberazione dall’occupazione tedesca.
Al fine di facilitare la creazione di seminari di manifesti nelle fabbriche occupate e nelle province, l’Atelier Populaire distribuisce un testo che descrive in dettaglio le fasi del processo di stampa serigrafica che viene visto come il migliore per rispondere e dare forma agli eventi sociali e politici.

Il controllo statale dei media divenne presto un argomento esplicito dei manifesti e l’Atelier Populaire produce una serie di progetti che giustappongono proprio la televisione e il poster come strumenti di oppressione ed emancipazione.

© Bibliothèque nationale de France

In Libérons l’ORTF, viene raffigurato un rivoluzionario completo di cappello frigio incarcerato dietro le sbarre.
In L’Intox vient à domicile
, la Croce doppia – simbolo della Resistenza – diventa un’antenna televisiva e di conseguenza uno strumento di propaganda.

© Bibliothèque nationale de France

Quando gli scioperi entrano nella loro terza settimana e la stampa internazionale inizia a mostrare simpatia per i manifestanti, i poster sono oramai diventati oggetti ricercatissimi. Di fronte al sistema delle comunicazioni controllato dallo stato, i poster producono una loro narrazione alternativa come in Toute la presse est toxique (Tutta la stampa è tossica).

© Bibliothèque nationale de France

Il Journal Mural, prodotto tra il 13 e il 21 giugno, è una pubblicazione alternativa prodotta sempre dall’Atelier Populaire per essere incollata sui muri oppure fatta circolare fra i manifestanti. In questo modo i manifesti, che finora sono stati stampati per comodità sui giornali forniti da lavoratori in sciopero, cambiano forma e contenuto.

Journal Mural, n.4 – © Bibliothèque nationale de France

Il primo numero risponde alla richiesta del primo ministro Georges Pompidou di fraternità tra i cittadini con un resoconto degli attacchi della polizia contro gli studenti e una richiesta per la formazione di una université populaire d’été – università popolare estiva – da organizzare nel parco. Questi giornali da parete accostano con un chiaro intento provocatorio, gli articoli dei media ufficiali con l’immediatezza della strada e l’osservazione di prima mano degli eventi.

© Bibliothèque nationale de France

Il maggio 1968 ha rappresentato quindi l’estremo tentativo da parte di una parte della società di seguire il pensiero di Guy Debord e del Situazionismo in cui la vita e l’arte eliminano i loro confini e si fondono fino a diventare un’esperienza artistica tout court, creando cioè quella che il pensatore francese definiva La Situazione.

Tad Hunter, il poster artisti di cui non sappiamo (quasi) niente

Uno degli artisti più difficili da scovare fra i disegnatori di poster psichedelici durante gli anni Sessanta psichedelici è senz’altro Tad Hunter.
Hunter, che dalla seconda metà degli anni Sessanta inizò a firmare tutti i suoi poster con lo pseudonimo San Andreas Fault, creò manifesti che pubblicizzavano i concerti che si svolgevano presso il noto locale Avalon Ballroom, uno dei locali storici di San Francisco, gestito da Chet Helms della Family Dog dal 1968 al 1969.
Altri suoi lavori furono tampati per un altro storico locale di San Francisco, lo Straight Theatre di Haight Street nel 1968.
Hunter ha creato almeno otto poster per l’Avalon e almeno quattro per lo Straight e ha anche disegnato poster per altri concerti a Sacramento, San Bernardino e San Rafael dal 1968 al 1970 e un poster del 1976 per un concerto a Fairfax, California.

Tad Hunter, 1970

Tad Hunter, alias The San Andreas Fault, ha creato questo volantino per il Family Dog durante il suo viaggio sulla Great Highway di fronte all’Oceano Pacifico, per un concerto di tre giorni che si è concluso in questo giorno 46 anni fa nel 1970. Abbastanza semplice in design con il famoso logo FD creato da Wes Wilson con “Chief Emmet”. Sul conto quella sera c’era It’s a Beautiful Day, Osceola, Saw Buck e Temporary Optics. Dato che in questi periodi il denaro era abbastanza ridotto per il cane, generalmente venivano fatti solo volantini a colore singolo. Allo stesso modo, è una figata Non pensare?

Nelle pochissime notizie che troviamo sulla sua carriera, è interessante scoprire anche il suo lavoro di fumettista che lo porta a disegnare alcune tavole di The All Losers Squad, una serie che risale alla metà degli anni Settanta scritta da Chester Crill (aka Max Buda) della band Kaleidoscope di cui nel 1968 disegna anche la copertina del disco dal titolo A Beacon From Mars.

Cover album “A Beacon From Mars” dei Kaleidoscope, 1968

Il fumetto dal titolo The All Losers Squad risale alla metà degli anni Settanta e sarà seguito dalla serie Fuktup Funnies.
The All Losers Squad è scritto interamente da Max Buda e disegnati da Marty Nelson, i Fabulous Potts Brothers e appunto Tad Hunter.
The All Losers Squad è un fumetto che risente delle influenze della Justice League con inserti in stile Disney – come il personaggio Mickey Rat – il tutto rivisitato con la consueta verve sopra le righe del periodo psichedelico.

The All Losers Squad – cover
The All Losers Squad – interno
The All Losers Squad

A dimostrazione dell’interesse di Tad Hunter per il mondo del comix underground c’è un altro indizio.
Il 17-18 aprile 1970 la band The Sons si esibì al fianco di Elvin Bishop e Stone Ground durante un concerto all’Università di San Diego.
Proprio la firma San Andreas Fault compare su di un poster per questo concerto che negli ultimi anni è diventato oggetto da collezione molto ricercato e quindi costoso.
La bellezza del poster sta infatti nel suo essere crossover – pensate alla cover di Cheap Thrills che Robert Crumb disegnò nel 1968 per Janis Joplin e la sua band – fra sdue generi fino a qualche anno prima del tutto distanti: la grafica musicale ed il mondo del fumetto.

San Andreas Fault, 1970

L’iconico poster di Hunter riporta classicamente i dettagli per il concerto in programma, insieme ad una grande immagine dell’incredibile Hulk. Durante questo periodo degli anni ’60 infatti, i personaggi Marvel Comic stavano cavalcando un’ondata di popolarità conosciuta come Marvelmania.
Le immagini fornite da Tad Hunter rendono quindi omaggio ai lavori su Hulk di Herb Trimpe e John Severin.
E’ un vero peccato non riuscire a rintracciare maggiori informazioni su un artista come Hunter che, per usare le parole di Max Buda:”He has in recent years become a monk and ain’t talking“.

San Andreas Fault, 1968
San Andreas Fault, 1968
San Andreas Fault, 1968
“Androgyny”, San ANdreas Fault
“Torso”, San Andreas Fault

La grafica di Emory Douglas è oggi più attuale che mai

“La pantera è un animale che, se messo in un angolo, attacca.. ma non lo farebbe mai se non dovesse difendersi”
Emory Douglas

Ogni movimento rivoluzionario ha la sua arte grafica solitamente sorretta da colori accattivanti e slogan in abbondanza. È un genere, se così si può dire, così diffuso e utilizzato da essere diventato quasi un cliché, una forma di comunicazione che nel tempo si è evoluto soprattutto attraverso la pubblicazioni di giornali, volantini e poster.
Lo stesso sentiero è quello percorso dal Black Panther Party for Self Defense, i cui manifesti radicali e soprattutto il quotidiano rivoluzionario, The Black Panther Newspaper, hanno portato il messaggio dell’organizzazione in tutto il mondo. Tutto questo si deve essenzialmente alla figura di Emory Douglas, inventore dell’estetica Black Panther di cuci vi ho già accennato QUA.
Il quotidiano inizia le pubblicazioni come The Black Panther Community News Service riportando regolarmente gli innumerevoli episodi di brutalità della polizia proponendo la resistenza armata organizzata come parte della soluzione all’oppressione dei neri in America.

Emory Douglas

I fucili, le giacche di pelle nera e i berretti tipici possiamo già scorgerli con i fondatori del partito Huey Newton e Bobby Seale, ma l’estetica del movimento si deve tutta proprio a Douglas, che incontra Newton e Seale nel 1967, anno della fondazione del partito.
Negli anni Cinquanta e Sessanta la segregazione e il coprifuoco per i giovani neri è la normalità nella Bay Area come in tutto il resto del paese.
Douglas si avvicina per la prima volta al mondo della grafica durante un periodo di detenzione minorile presso la Youth Training School in Ontario, California, continuando poi a studiare la storia dell’arte e del design presso il San Francisco City College.
Ispirato dalle figure di Newton e Seale, viene nominato Ministro della Cultura del partito on l’obiettivo di educare e mobilitare le masse attraverso la creazione di immagini iconiche e rappresentanti il senso profondo della cultura nera.
La rivista The Black Panther Newspaper è uscita 1967 al 1980 diffondendo con capillare regolarità e ferma coerenza notizie e saggi critici scritti dai leader del partito, il tutto presentato con il contributo grafico di Douglas che negli anni utilizza una infinità di linguaggi grafici, dai cartoni animati ai collage fino alle illustrazioni.

The Black Panther
Marzo 1969

Al suo apice, dal 1968 al 1971, The Black Panther Newspaper è il giornale nero più letto in tutti Stati Uniti raggiungendo un picco di diffusione settimanale di oltre 300.000 copie e arrivando ad essere una valida alternativa ai settimanali mainstream anche più radicali. Tutto ciò nonostante i continui sforzi dell’FBI per chiudere il giornale e il partito attraverso minacce nascoste e continue denunce.

The Black Panther, n.16 marzo 1968.

I primi numeri sono organizzati in colonne e vengono realizzati con un sapiente utilizzo dei semplicissimi strumenti, come il leggendario Letraset, a disposizione della redazione che, nella pratica, consiste nel solo Douglas. Inizialmente la redazione è situata nelle case di chi poteva ospitare Emory e i suoi strumenti quali una immancabile macchina da scrivere, luci, colla, taglierino, righello e una serie interminabile di pennarelli.
Quasi tutti i numeri della rivista vengono stampati da Howard Quinn Printers, una vecchia stamperia di San Francisco i cui un aio di anni prima era stato stampato anche il leggendario San Francisco Oracle, la rivista più famosa della controcultura hippies di San Francisco.

The Black Panther, 21 settembre 1974.

L’idea alla base della rivista è di informare e educare le persone sulle questioni di base della comunità nera e di raccontare la storia dalla sua specifica prospettiva. Douglas, per tutto il periodo in cui ha prodotto la rivista, si può permettere solo un inchiostro a un colore oltre al nero e quindi, per ottenere l’estetica che ha in mente, così audace e iconica, inizia a imitare le incisioni su legno ma utilizzando pennarelli e penne, giocando con le ombre e utilizzando spesso il fotomontaggio
Per Douglas la priorità è quella di trasmettere il messaggio del partito in termini visivi estremamente chiari, una sfida decisiva per ogni artista rivoluzionario incaricato di comunicare a persone a cui è stata spesso negata un’educazione formale decente e che lui riesce a vincere inventandosi uno stile unico e ancora oggi immediatamente riconoscibile.

The Black Panther, 25 luglio 1970.

Al tempo la comunità afroamericana non è abituata a leggere con regolarità quindi è necessario per Douglas creare icone e immagini dal forte impatto visuale che riescano ad attrarre e invogliare a leggere e approfondire tematiche a volte anche impegnative.
Attraverso fotografie e brevi didascalie, evitando al massimo i saggi e gli editoriali lunghi e elaborati, Emory Douglas rappresenta le diverse realtà della vita nera senza condiscendenza o sentimentalismo, impregnando le sue figure di dignità e orgoglio. Insieme alla povertà, Douglas e le pantere nere, propongono un’esistenza alternativa a quella proposta dall’editoria mainstream quasi interamente dominata da bianchi e lontanissima dal rivendicare i loro interessi.

The Black Panther, giugno 7, 1969; Novembre 1, 1969; Marzo 13, 1971.

Combattendo una guerra su più fronti, contro la brutalità repressiva in patria e contro l’imperialismo all’estero, le Black Panther, l’arte di Douglas non si limita mai alla sola denuncia ma mantiene sempre viva una forte spinta propositiva di radicale cambiamento nutrita da una straripante speranza e persino gioia che viene celebrata nei disegni dai colori forti e nei collage sarcastici.
Oggi le Black Panthers sono forse un passato che ritorna, attualizzato, con il movimento Black Life Matters e Emory Douglas è ancora lì.

Manifestazione del movimento Black Life Matters, Washington, 2020.

Nel 2015, gli è stato riconosciuto l’American Institute of Graphic Arts Medal “per il suo uso impavido e potente del graphic design nella lotta delle Black Panthers per i diritti civili, contro il razzismo, l’oppressione e l’ingiustizia sociale”.

“Non è che l’arte sia venuta attraverso me o da me”, ha osservato nel 50 ° anniversario della fondazione del Black Panther Party . “Era un’interpretazione ed espressione collettiva della nostra comunità.”
Emory Douglas

Attraverso filmati d’archivio e conversazioni proprio con Emory Douglas in questo video viene approfondita la sua storia, insieme all’ascesa e alla caduta delle Black Panthers.

Emory Douglas: The Art of The Black Panthers

MAVO: il magazine dei futuristi giapponesi

MAVO è un movimento artistico giapponese radicale degli anni Venti nato dalla riproposizione delle attività dell’associazione giapponese di artisti futuristi, il gruppo di anarchici organizzatori della mostra svoltasi nel 1923 negli spazi pubblici dell’Ueno Park di Tokyo per protestare contro il conservatorismo nel mondo dell’arte giapponese.
Il gruppo di MAVO si muove attraverso una vasta serie di linguaggi anche molto distanti tra loro, dalla performing art alla pittura, dall’illustrazione all’architettura, con lo scopo di comunicare messaggi anti sistema e duramente in opposizione al mondo della cultura mainstream.
Alla stregue delle avanguardie europee che, quasi contemporaneamente, si sviluppano in Europa e in generale nel mondo occidentale, MAVO nasce come reazione al frenetico sviluppo industriale producendo una poetica che pone al centro della propria arte i temi della crisi, del pericolo e dell’incertezza. dell’umanità intera.
Il leader del gruppo è Tomoyoshi Murayama, autoproclamatosi interprete del modernismo europeo e già leader del movimento Miraiha Bijutsu Kyokai (Futurist Art Association) ovvero il futurismo giapponese i cui principi di stile possono essere visti in All of the Woman di Togo Seiji del 1917.

Tomoyoshi Murayama

Il 1920 è l’anno in cui i futuristi russi David Burliuk e Victor Palmov arrivano in Giappone per alcune mostre a Tokyo, Osaka e Kyoto. Le loro opere hanno una grande influenza in Giappone e rappresentano un importante spinta alla fondazione del gruppo Mavo e del suo stile futurista.
Il collage Mystery del 1922 preannuncia la deriva di Murayama verso l’avanguardia con un insieme di ritagli di giornale, ritratti, spartiti musicali, immagini anatomiche e paesaggi.
Altri artisti coinvolti nel movimento sono Masamu Yanase, Kamenosuke Ogata, Shuzo Oura e Shinro Kadowaki, e successivamente Osamu Shibuya, Shuichiro Kinoshita, Iwane Sumiya, Tatsuo Okada, Michinao Takamizawa, Kimimaro Yabashi, Tatsuo Todai, Masao Kato e Kyojiro Hagiwara.
Alcuni artisti di MAVO provengono da esperienze e viaggi in Europa dove hanno conosciuto la pittura sociale di Georg Grosz, i quadri astratti spirituali di Wassily Kandinsky e le opere costruttiviste di El Lissitzky.
Lo storico dell’arte, Gennifer Weisenfeld, ha scritto che Mavo ha cercato di reintegrare l’arte nella vita quotidiana.
Gli artisti cosiddetti mavoisti cercano di sconvolgere o confondere i confini tra arte e vita quotidiana. Si ribellano alla fredda e grigia quotidianità combinando prodotti industriali con pittura, stampa d’arte o collage.
La loro arte performativa protesta contro l’ingiustizia sociale proponendo un’arte dove è centrale il tema dell’erotismo teatrale che tende a provocare e deridere le consuete norme morali dell’epoca.
È proprio durante la manifestazione del 1923, che Takamizawa Michinao, un membro del MAVO, scaglia contro il soffitto di vetro di un edificio che ospita una mostra di opere d’arte curata da Nika-kai, una società di organizzazione di mostre di pittura in stile occidentale fondata dal 1914, delle pietre in segno di protesta.
Tatsuo Okada e Tomoyoshi Murayama hanno curato la rivista MAVO, che viene pubblicata in soli sette numeri tra il luglio 1924 e l’agosto 1925 quando lo stesso Murayama realizza il collage Construction.

Construction, Tomoyoshi Murayama, 1925

La pubblicazione include saggi su arte, politica, poesia e testi teatrali. Le pagine includono stampe originali di incisioni di linoleum e riproduzioni fotografiche dei componenti del gruppo, in alcuni casi queste fotografie vengono incorporate in nuovi collage nei numeri successivi della rivista stessa in una sorta di do ut des artistico tipico del movimento che fa del riutilizzo e del riciclaggio una delle proprie strategie fondanti.

MAVO 1, Jul 1924
MAVO 1, Jul 1924 INTERNO

Lo scioglimento del gruppo avviene alla fine del 1925, quando gli artisti Mavo si dedicano a diverse attività tra cui la pubblicazione di varie riviste, scritti di critica d’arte, illustrazione di libri, design di poster, spettacoli di danza e teatro e progetti architettonici.

MAVO 2, Aug 1924
MAVO 3, Sep 1924
MAVO 4, Oct 1924
MAVO 5, Jun 1925
MAVO 6, Jul 1925

Tutti numeri della rivista MAVO sono visionabili QUA.

Dana W. Johnson una delle poche artisti donne della grafica psichedelica

Conosciamo tutti l’idea di base di questi poster: il neon, i caratteri frizzanti, lo stile crossover fra pop e op art, la visualizzazione del sesso come puro piacere, le droghe e l’immancabile rock n roll.
Eppure dietro la bellezza immediata di questi manifesti c’è la dimostrazione palese di un senso collaborativo, collettivo e democratico molto più ampio che fa di un’epoca come gli anni Sessanta un riferimento non solo stilistico.
Quello che Joan Didion descrive nel suo bellissimo reportage dagli anni Sessanta come alchimia delle passioni è il processo di come una persona, un momento o un’azione possano diventare una causa, un movimento, un modo di vivere. Per quanto tutto questo possa essere vissuto e raccontato in modo confuso o distorto dalla droga o dal simbolismo, questo è un tratto comunque molto poso esplorato della controcultura che, a mio avviso, meriterebbe di essere approfondito.
L’idealismo di fondo del movimento hippie si diffuse nell’aria e portò a un movimento artistico che comprendeva tutto, dalla legalizzazione della marijuana al pacifismo e alla non violenza.
L’utilizzo dei colori e la tecnica necessari per la creazione di queste stampe sono lungi dall’essere il prodotto di menti sfuocate dalle droghe. Molti di questi artisti provengono infatti da solidi percorsi artistici e padroneggiano una vastissima gamma di stili ed influenze che mixano con sapienza e sperimentalismo costruendo così un design avvincente e vivido.
Sebbene la sconosciuta artista americana Dana W. Johnson abbia creato solo due poster, entrambi per il produttore Bill Graham, in entrambi questi lavori si notano elementi molto innovativi e originali nel panorama della grafica psichedelica.
Il suo iconico mix di immagini egiziane e medievali, insieme ad una chiara influenza del surrealismo testimoniato dallo stravolgimento degli elementi naturali, rimanda a qualcosa di nuovo, a qualcosa in cui sicuramente ha avuto un ruolo anche lo stile unico e allucinato del grande pittore olandese Hieronymus Bosch.
Un turbinio surreale di foreste, alberi e fiori con la testa di un uomo che funge da sole. I colori sono bianco, blu, nero e giallo, ben lontana dall’uso a volte estremo dei ben più conosciuti Big Five da cui le due opere di Dana si distanziano notevolmente.

Dana Johnson, 1968
Dana Johnson, 1968

L’eredità storica dei lavori di Dana Johnson risulta più importante alla luce del principio di scarsità. Almeno io non sono stato in grado di scovare altre opere e neppure altre informazioni su un’artista che risulta perciò un mistero.
Questi manifesti però rivestono un importante esempio della versatillità e disomogeneità della grafica psichedelica che, contrariamente a quanto si può percepire ad uno sguardo distratto, riescono a mostrare un’infinità di stili e direzioni assai diverse fra loro.
Se possiamo tratteggiare una linea generale che però unisce i puntini sparsi della storia della grafica psichedelica risulta chiaro, a mio avviso, che le idee politiche e sociali, che sono rappresentate direttamente e indirettamente in molti di questi manifesti, sono un messaggio quanto mai necessario per una nuova generazione di poster artist perché, anche se può apparire scontato, realizzare un poster è bello, ma trasmettere un messaggio è molto più potente.

La stampa underground in Texas ed il suo stile unico

Space City! è stato un underground magazine fondato da Thorne Dreye e pubblicato nella conservatrice città di Houston, in Texas, dal 5 giugno 1969 al 3 agosto 1972.
Dreye era già conosciuto nell’ambiente della controcultura in quanto presente nel gruppo di ideatori del movimento non violento e progressista denominato Students for a Democratic Society SDS ed ex membro dello staff del più importante progetto editoriale underground del Texas, The Rag magazine fin dal 1966.
Altri collaboratori erano Victoria Smith, ex giornalista del dispaccio del St. Paul Dispatch, Cam Duncan e Sue Mithun Duncan e i giornalisti progressisti Dennis Fitzgerald e Judy Gitlin Fitzgerald.
Cover of Space City! con lo staff del magazine, Houston, Texas, Vol. 3, No. 1, 1971.
Thorne Dreyer, nativo proprio di Houston, e la Smith avevano lavorato insieme a New York al Liberation News Service (LNS) prima di tornare a Houston per creare Space City!.
Bill Narum collaborava come Art Director, Kerry Fitzgerald – in seguito noto come Kerry Awn – era il fumettista principale e Tary Owens e John Lomax III scrivevano gli articoli di musica.
I primi dodici numeri di Space City! furono pubblicati sotto il nome di Space City News, ma, a partire dal numero 13 del gennaio 1970, il nome fu cambiato in Space City! con il punto esclamativo. Questo cambio è dovuto alla scoperta di un’altra pubblicazione che stava già usando il medesimo nome.
La testata di Space City!

Space City! è stato uno dei più magazine importanti della seconda generazione della stampa underground americana – sviluppando una propria predilezione per il suo giornalismo di inchiesta, la ricerca sulle forme con cui si struttura il potere e sulla immancabile copertura della scena artistica locale.
Nel suo libro del 1976 How to be a Folksinger sulla storia della musica folkl in Texas, il cantante e studioso Hermes Nye definisce Space City! “un foglio ben scritto, vivace .[..] che ha anche avuto un occhio per vivido, sarcastico e anti convenzionale nel raccontare la storia di Houston con una grafica ed una poesia di altissimo livello”.
Space City! è infatti un solido prodotto editoriale composto anche da recensioni e ampi e approfonditi articoli culturali.
Secondo le dirette parole di Thorne Dreyer, Space City! era il centro della comunità controculturale di Houston, sostenitore instancabile delle attività delle diverse organizzazioni alternative locali quali la cooperativa alimentare, il centro di supporto e aiuto alle prime forme di tossicodipendenza dalla droga e il locale rock gestito dalla comunità chiamato Of Own Owne.
Space City! supportava inoltre la vita di altri diversi magazine underground che aiutava a distribuire anche nelle scuole superiori della città di Houston .
Inizialmente bisettimanale, il magazine si è interrotto per due mesi a partire dal febbraio 1971 per poi ripartire nell’aprile 1971 come settimanale grazie ad una raccolta fondi di 3000$.
Dopo la pausa Space City! ha modificato il suo focus diventando più mainstream, spostando il suo pubblico dalla gioventù rivoluzionaria alla più vecchia intellighenzia liberale che ascoltava la radio locale KPFT dove lavoravano altri ex collaboratori di Rag.
In questo momento Space City! comincia a prestare maggiore attenzione alle notizie e alla politica locali, che in precedenza aveva totalmente sdegnato aggiungendo firme alla propria redazione provenienti dai giornali tradizionali e allestendo una vera e propria sede in città.

Space City, 1970

Durante i tre anni di turbolenta esistenza, gli uffici di Space City! furono attaccati più volte anche con sparatorie e addirittura bombe nelle automobili dei componenti della redazione, nel quale nessuno, fortunatamente, fu gravemente ferito.
Anche la vicina Dreyer Galleries, una galleria d’arte di proprietà della madre di Thorne Dreyer, nota artista Margaret Webb Dreyer, ha ricevuto attacchi armati di intimidazione per le attività editoriali del figlio.

Thorne Dreyer nel 1966.

Addirittura una freccia è stata lasciata sulla porta della rivista con un adesivo che minacciava: I cavalieri del Ku Klux Klan ti stanno guardando.
Ancora più violenti sono stati gli attacchi del 1970 in seguito al fatto di cronaca che riguardò la morte del giovane ragazzo di colore Carl Hampton, fu ucciso a colpi di arma da fuoco.
Space City! affrontò il tema riportando in copertina la foto di Hampton con la chiarissima dicitura: La polizia di Houston ha assassinato Carl Hampton.

The Space City, 1970

In mezzo a tutto questo, Space City! ha contribuito a trasformare Houston in una città che si vanta con orgoglio di essere una delle città più multietniche degli Stati Uniti.

The Space City!, 1969

La copertina dell’edizione del 5 giugno 1969, compleanno della rivista, presentava Pancho Villa che era nato nel medesimo giorno del giornale.
Queste notizie, e molto altro ancora, potete trovarle all’interno del ricco volume dal titolo Boys From Houston: The spirit and image of our music in cui viene ricostruita la vivacissima scena controculturale dello stato del Texas, non sempre presente nei resoconti storici della cultura underground degli Anni Sessanta.

Boys From Houston: The spirit and image of our music di Vicky Welch

Altra ottima fonte per ricerche sull’editoria underground dello stato del Texas è senz’altro l’archivio digitale Independent Voices.
Infine, è da segnalare, il volume del 1982 dal titolo Homegrown: Austin Music Posters dal 1967 al 1982 che restituisce al meglio la poster art di

Homegrown
Austin Music Posters dal 1967 al 1982

Ultima segnalazione, necessaria per completare il focus sulla storia di Space City! è senz’altro quella di Kerry Fitzgerald, meglio noto come Kerry Awn, fumettista, attore, muralista, comico, musicista, iconografo e artista poster americano ancora oggi attivissimo.
Awn divenne, negli anni Settanta, famoso come artista di pster per concerti e come membro della band Uranium Savages.

Poster di Kerry Awn
Poster di Kerry Awn, 1980
Poster di Kerry Awn, 1978
Poster di Kerry Awn, 1976

Insieme a Awn, l’altro nome da tenere d’occhio, per gli amanti della grafica, della poster art e dell’underground comix americano e non solo, è sicuramente Micael Priest che, proprio insieme a Awn, faceva parte del collettivo di artisti dallo stralunato nome di Armadillo World Headquarters. di cui spero di potervi parlare in un’altra occasione.
Lo stile di entrambi, molto simile e molto influenzato del fumetto del maestro Robert Crumb e da Gilbert Shelton, rappresenta benissimo quella che era l’estetica dell’editoria underground texana, da Rag a Space City!.

Poster di Micael Priest
Poster di Micael Priest
Poster di Micael Priest

Kaliflower era la rivista delle Comuni alternative americane

Nel turbinio degli anni sessanta californiani, uno degli aspetti meno conosciuti in Italia per lo meno, è la storia del movimento dei Diggers, un fenomeno socio culturale – azzarderei politico – che ha fatto scattare il successivo movimento delle comuni.
A partire dal 1967, soprattutto in California, ma anche in Oregon, Arizona, Wisconsin e altrove, questi gruppi hanno preso il nome di Diggers, termine preso in prestito da un passo della Bibbia contenuto negli Atti degli Apostoli, in cui questi ultimi suggeriscono la pratica di un determinato stile di vita basato sulla fede in Cristo e sul comunitarismo.
Prendendo spunto da questo, sorsero in Inghilterra molte comuni rurali a partire dalla metà del 1600 e proprio a queste si rifanno Peter Coyote, Emmett Grogan ed altri che, dopo le esperienze con la famosa compagnia teatrale del Mime Troupe, stabiliscono i Diggers a San Francisco, una nuova versione anni sessanta delle comuni agricole inglesi.
Per gli appassionati, è importante ricordare che i Diggers, oltre al ricco archivio consultabile online, hanno promosso nel tempo il loro manifesto valoriale dei loro ideali nei Digger Papers, una raccolta di scritti di ventiquattro pagine uscita nell’agosto del 1968 in due forme: nel numero 81 di The Realist in 40.000 copie e in una versione gratuita autoprodotta che fu distribuita sul strade di San Francisco. Il volume è un archivio di articoli e materiali originali tratti da volantini e giornali di strada.
Date un’occhiata al libro Diggers: rivoluzione e controcultura a San Francisco 1966-1968 di Alice Gaillard.

The Digger Paper, 1968

The Friends of Perfection Commune, il cui nome resta per me strabiliante – è una comunità utopica americana di San Francisco del 1967.

Membri della The Friends of Perfection Commune davanti alla casa vittoriana occupata, 1972.

I membri, fra cui il fondatore Irving Rosenthal, di questa comune si ispirarono anche a John Humphrey Noyes, fondatore della Oneida Community, una vera e propria cittadina comunitaria che esisteva vicino New York negli anni 1840, e dal suo libro, The History of American Socialisms.
Per chi volesse approfondire, segnalo l’ottimo “Free Love in Utopia: John Humphrey Noyes and the Origin of the Oneida Community“.

John Humphrey Noyes, (1811-1886) socialista utopico americano. Ha fondato la Comunità Oneida nel 1848.
Oneida Community, 1850

Irving Rosenthal è un ex collaboratore del The Chicago Review alla fine degli anni ’50. È riuscito a pubblicare poesie di Jack Kerouac, Edward Dahlberg e le prime parti di Naked Lunch di William Burroughs prima che l’Università di Chicago censurasse la sua politica editoriale.
Si trasferisce allora a New York dove entra in contatto con Allen Ginsberg, Hubert Huncke e gli altri artisti del movimento Beat.

Irving Rosenthal

Si trasferì nel 1969 a San Francisco insieme a Hibiscus – altro nome che segnalo – il fondatore del collettivo psichedelico di teatro d’avanguardia e di liberazione gay noto come Cockettes.

Le Cockettes

La comunità ha seguito da sempre una cultura poligama rifiutando i rapporti con un singolo partner sessuale. Molti membri dormivano in una camera da letto unica e condividevano regolarmente svariati partner sessuali, partecipando a quello che consideravano un matrimonio di gruppo.
Nel 1968, è proprio Rosenthal a dotare la comune di una delle sue macchine da stampa con lo scopo di avviare il Free Print Shop.

The Chief 15 offset press in the Free Print Shop

Proprio come la società di comunicazione era stata ispirata dagli scavatori e aveva aperto un negozio per offrire servizi di stampa gratuiti due anni prima, così la Sutter Street Comune ha annunciato il loro nuovo servizio alla comunità. Questa storia sarebbe stata raccontata un decennio più tardi nella pubblicazione Deep Tried Frees.
A causa di queste loro attività editoriali, che hanno permesso di diffondere la filosofia della comune, sono diventati il riferimento controculturale di tutta la Bay Area. Molti membri di The Angels of Light, un gruppo psichedelico gratuito di teatro teatrale, vivevano originariamente nella comune che nel frattempo aveva preso il nome di Kaliflower, parola derivante dalla loro pubblicazione settimanale omonima.
Il Free Print Shop ha prodotto centinaia di pubblicazioni tra cui libri, opuscoli e volantini (per gruppi ecologisti, politici e annunci per eventi gratuiti) ma soprattutto, nell’aprile del 1969, una newsletter settimanale gratuita per tutte le comuni locali, Kaliflower.

Kaliflower, n.1
Kaliflower, n.2 – 1968
Kaliflower, n.4 – 1968

Alla fine c’erano quasi trecento comuni, per lo più nella Baia di San Francisco, che ricevevano Kaliflower ogni giovedì. La rivista divenne così nota che alla fine diede il nome al “Kaliflower Day”, il giorno della distribuzione della rivista rilegata usando il metodo di cucito giapponese.

Kaliflower, n.6 – 1969
Kaliflower, n.4 – 1969

Kaliflower è stato pubblicato settimanalmente fino alla metà del 1972 con una regolarità che ha stupito anche noi. Durante quel periodo scrivevamo spesso di libero e incoraggiavamo qualsiasi attività libera potessimo.

Kaliflower, n.11 -1969
Kaliflower, n.13 – 1970
Kaliflower, n.14 – 1969

Ogni pagina è stata progettata individualmente, e quindi la macchina da stampa offset 15 Chief spesso doveva essere pulita completamente tra più tirature di pagina nello stesso numero.
L’articolo di copertina, Communal Archaelogy, ha reso omaggio alle prime comuni americani del secolo precedente.

Kaliflower, Volume 3, n. 1, 6 maggio 1971
Kaliflower, n.15 – 1969
Kaliflower, n.18 – 1969
Kaliflower, n.43 – 1970

 

Underground Digest era il Greatest Hits annuale della stampa alternativa

Oggi siamo sommersi di classifiche, siti e altro che dovrebbero aiutarci a districare la nostra attenzione dal groviglio infinito di un a proposta informativa mai così potente come adesso. Chi non si è mai rifugiato – nei momenti di sconforto – in una pagina intitolata I migliori film del 2019 oppure Le 5 migliori serie di Netflix o altro di simile.. ecco, questo fenomeno, assimilabile d’altra parte a quello delle raccoltone o Gratest Hits, proviene da anni addietro e non ha lasciato scampo neppure al mondo della stampa alternativa se è vero che, nei siti specializzati, potete trovare infinite raccolte tutte contraddistinte dalla parolina magica DIGEST che sta proprio a significare il nostro Raccoltone

Pubblicato a New York in due numeri a partire dal 1967, Underground Digest voleva essere una sorta di Best of annuale di quanto pubblicato dalla stampa underground americana e non solo.
Il primo numero riporta in copertina una spkendida illustrazione di  Gary Grimshaw, uno dei più originali illustratori e poster artist della grafica psichedelica sixties.
I contenuti sono una vera e propria chicca per gli amanti del genere e riportano una selezione di articoli ripresi dalle migliori riviste della controcultura, si va dall’Avatar di Boston (Chester Anderson su Timothy Leary con un articolo su Drop City la fantomaticca città che il dottore di Harvard pensava il luogo ideale per i suoi studi sulle esperienze con l’LSD), il San Francisco Oracle – poi Orale of Southern California, Los Angeles Free Press, l’inglese Peace News, International Times (con un pezzo di Yoko Ono), Fifth Estate (su John Sinclair) e Open City (su Charles Bukowski).

Marzo 1967 – Vol. 1 No. 1
Marzo 1967 – Vol. 1 No. 1

Anche il secondo ed ultimo numero, sempre pubblicato da Pubblicato da Paperback Underground Communications, è un prodotto sia per collezionisti che per semplici appassionati di editoria e grafica psichedelica con contributi e illustrazioni di tutti i nomi più importanti del periodo fra cui le illustrazioni di Robert Crumb, un testo corrosivo del grande Lenny Bruce ed una vera e propria chicca: la prima parte del racconto di Charles Bukowski, illustrato proprio da Crumb, he poi diverrà il famoso libro Taccuino di un vecchio sporcaccione.

Marzo 1968 – Vol. 1 No. 2

Sono 100 pagine per due numeri, ricche di grafiche e testi utili a ricostruire l’atmosfera del periodo e per uno studio anche sull’organizzazione che si stava dando il movimento underground, dalle tipologie di stampa alle forme di distribuzione, dalla gestione dei costi fino ai servizi comuni di tutela legale. Un mondo in movimento che cercava di strutturarsi non perdendo di vista l’obiettivo comune a tutte le riviste che ne facevano parte, l’inseguimento di una nuova società.

Marzo 1968 – Vol. 1 No. 2
Marzo 1968 – Vol. 1 No. 2
Marzo 1968 – Vol. 1 No. 2
Marzo 1968 – Vol. 1 No. 2
Marzo 1968 – Vol. 1 No. 2
Marzo 1968 – Vol. 1 No. 2
Marzo 1968 – Vol. 1 No. 2

Un libro vi porta alla scoperta dei caratteri della grafica underground

Uno dei libri che più mi ha incuriosito negli ultimi mesi e che mi ero riproposto di presentarvi è senz’altro Pschedelitypes, libretto uscito oramai 3 anni fa in occasione del 90° compleanno del grande Ed Benguiat, nato il 27 ottobre 1927.
La copertina non include i suoi caratteri tipografici – l’immagine riportata sotto il titolo è l’Arabesque di Dave Davison – ma all’interno contiene un meraviglioso e preziosissimo compendio dei caratteri tipografici degli anni Sessanta.

© 1968 Photo-Lettering, Inc. Digital capture: Letterform Archive. License: All Rights Reserved.

Le lettere utilizzate nei manifesti del Fillmore di Victor Moscoso e del recentemente scomparso Wes Wilson a partire dal 1967 sono state una chiara ispirazione per la serie Pyschedelitypes.
La collezione Pschedelitypes è una delle tante brochure a tema pubblicate da Photo-Lettering, Inc.
PLINC, come era affettuosamente nota a tutti i principali direttori artistici del periodo, è stata un pilastro dell’industria della pubblicità e del design a New York City dal 1936 al 1997.
Ciascuno carattere ideato o analizzato da PLINC necessitava di più di 200 ore per essere completato, originariamente disegnato a mano con penna e inchiostro da esperti type designers.
Questi alfabeti erano originariamente esposti su lastre di vetro, mentre successivamente si passò alla pellicola.
Questo opuscolo, pubblicato immediatamente a ridosso dell’esplosione del movimento artistico che prenderà in seguito il nome di Psichedelia, mostra i nuovi caratteri tipografici dei più famosi poster rock del mondo.
Oltre ai caratteri tipografici, Psychedelitypes riporta alla luce una varietà  incredibile di effetti speciali che PLINC ha definito e offerto ai suoi appassionati di lettering come per esempio il famoso riempimento vorticoso e radiale che ha preso il nome di Psychemats, oppure le lenti a distorsione ed i layout caleidoscopici.

© 1968 Photo-Lettering, Inc. Digital capture: Letterform Archive. License: All Rights Reserved.
© 1968 Photo-Lettering, Inc. Digital capture: Letterform Archive. License: All Rights Reserved.

La pagina sopra, per esempio, mostra il cosiddetto Kaleidograph, una tecnica che probabilmente è stata usata anche per la copertina e cche è un vero e proprio classico della grafica psichedelica.
Sulla destra invece ci sono esempi di caratteri tipografici tipici dell’editoria e della grafica underground e non solo. Lettering che in seguito avrebbero preso i nomi di Village, Davison Arabesque e Scorpion.
All’interno di questo volume, oramai obiettivo di vere e proprie ricerche bibliofile, troviamo anche alcuni lavori di Manfred P. Kage, chimico , fotografo e regista tedesco che ha avuto il merito di aver coniato il termine “Science Art” alla fine degli anni ’60.

Manfred P. Kage | Kristalloptische Bildwerke (1956)
Manfred P. Kage | Audioskop (1965)

Le sue invenzioni includono “Polychromator” (1957), una sorta di sintetizzatore ottico e “Audioskop” (1965), che consentirono la visualizzazione di musica dal vivo a colori.
Dal 1967 ha sviluppato installazioni multimediali e successivamente ha lavorato insieme ai Pink Floyd su sintetizzatori video e simultaneità fra la creazione automatizzata di suoni ed immagini.
Se ancora non vi siete innamorati di questo opuscoletti che solo a prima vista è stato concepito ad uso e consumo degli addetti ai lavori, ecco alcune pagine che vi possono convincere ulteriormente di quanto spettacolare possa essere lo studio del lettering sixties.

Un libro dedicato alla moto nel mondo della controcultura

Eccoci di nuovo fra voi dopo un bel pò di tempo..
Sinceramente, devo ammetterlo, il lavoro che sta dietro, sotto e sopra, al magazine Friscospeaks mi ha letteralmente inondato di ose da fare e la vita (ahimé) è fatta di priorità.
Ma non posso durare troppo senza segnalarvi qualche bel libro e quindi eccomi di nuovo qua.
Il libro che vi presento oggi, dal titolo “Motorbikes and Counter Culture” è uno di quelli che non poteva non comparire nelle Edizioni del Frisco.
Un volume edito da Ginko Press e a cura di Jean-Marc Thevenet figura poliedrica attiva come editore, sceneggiatore, produttore televisivo e curatore di mostre in Francia.

Il libro è dedicato alle motociclette e al modo in cui negli anni sono diventate qualcosa di più di una semplice passione, sono infatti oggi un vero e proprio stile di vita che riesce a influenzare la società da molti punti di vista, dalla letteratura (Jack Kerouac, Herman Hesse ecc.), alla moda (giacche di pelle nera, stivali, etc), dal cinema (Easy Rider, The Wild Angels ecc.) con dei simboli e delle star divenute tali grazie proprio alle moto (Marlon Brando, Lee Marvin, Steve McQueen, solo per citarne alcuni).
Le moto sono un simbolo di libertà, di emancipazione, di un modo di vivere altro, differente, proteso verso un’immaginaria e totalizzante libertà non solo di movimento fisico, ma soprattutto mentale..
Proprio questa indipendenza e utopia libertaria lo accomuncca all’altro soggetto del libro, la cosiddetta controcultura, quell’insieme cioè di movimenti artistici, sociali e e più in generale culturali, che mai si adegueranno alle regole dateci dalla società in cui viviamo.

In questo volume, grosso e ricchissimo di immagini, scoprirete le più grandi e famose marche di moto e verrete tuffati dentro a quelle che hanno fatto la storia della cultura underground con analisi dei personaggi più importanti e delle leggende che ne hanno fatto ancora oggi un oggetto di culto con appassionati in tutto il mondo.
Il libro, oltre che su tutte le maggiori piattaforma, lo potete acquistare direttamente sul sito della Ginko Press.
Buon viaggio.

Hardcore Fanzine, il libro raccolta di una delle fanzine più importanti della scena hardcore anni Ottanta

Incentrato sui sette storici numeri di Good and Plenty fanzine prodotti tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, Hardcore Fanzine analizza questa pubblicazione focalizzandosi sulla grafica e sulla tipografia sottolineando quelli che sono gli aspetti tipi del periodo interessato.
I contributi di svariati graphic designer e di appassionati della scena hardcore aiutano a ripercorrere la storia della fanzine e le modalità con cui questa veniva creata.

Viene anche, a mio viso molto giustamente, sottolineata l’importanza di Good and Plenty nell’aver saputo creare uno spirito di comunità e di spazio sociale condiviso e soprattutto alternativo in un’era – come quella pre-Internet – in cui ancora questo era (facticoso ma) possibile.
Interessante a mio avviso lo studio dell’utilizzo dei caratteri tipografici utilizzati in Good and Plenty e diventati molto spesso un classico nell’iconografia hardcore successiva.

Good and Plenty è stata una fanzine pubblicata come ogni prodotto di questo genere, partendo dall’amore e dalla passione di alcuni ragazzi come Sion e Gabe Rodriguez residenti nello stato dell’Illinois.
Originariamente prodotta in collaborazione con l’amico Mike Good, Rodriguez ha in seguito assunto da solo il ruolo di grafico e produttore della fanzine, assistito irregolarmente da una squadra di amici che variavano da numero a numero.
Con la loro assistenza e una rete di fan da tutto il paese, Good and Plenty presentava materiali fotografici originali perfetti per documentare gli spettacoli dal vivo di band come i Gorilla Biscuits, i Judge, i Bold e altre band hardcore del periodo. Conteneva interviste alle band; le immancabili recensioni di spettacoli e nuove uscite e alcuni interessantissimi saggi di Rodriguez, Alyssa “Blowin ‘Chunx” Murray e Kim Nolan su una serie di argomenti che andavano oltre la musica: passando dal vegetarismo ai diritti delle donne, dalle relazioni di genere  al razzismo, dalla cultura pop alla guerra in Iraq.
Un testo di Walter Schreifels — musicista americano, membro dei Gorilla Biscuits, Youth of Today, Quicksand e molte altre band — colloca Good and Plenty in un ben definito contesto storico che analizza e definisce alla perfezione in un suo breve scritto presente in Hardcore Fanzine.

Hardcore Fanzine, oltre all prefazione di Gabe Rodriguez, presenta la riproduzione completa di tutti e sette i numeri di Good and Plenty oltre a belle riproduzioni di una selezione di incisioni e fotografie originali della fanzine.
Altri contributi presenti nella pubblicazione sono di di Kristian Henson, Briar Levit, Ian Lynam, Gabriel Melcher, Anthony Pappalardo, Nate Pyper, Ali Qadeer e Gabe Rodriguez.
Progettato da Partition e edito dalla sempre ligia Draw Down Books Hardcore Fanzine è un lavoro per appassionati del genere che vogliano approfondire la conoscenza di una delle fanzine più complete e ben fatte degli anni Ottanta e Novanta, con una capacità (assai rara) di riuscire a mantenere il proprio focus sulla scena hardcore ma, nello stesso tempo, a spaziare ed ampliare i temi con uno speciale livello di analisi e competenza che hanno portato Good and Plenty ad essere un riferimento anche al di fuori dei confini degli Stati Uniti.
Brossura, 144 pagine, stampa offset a 2 colori, Good and Plenty la potete acquistare QUA.

Soviet Hippies, il documentario che vi fa scoprire la controcultura psichedelica ai tempi dell’Unione Sovietica

Nel 1966, Aksel Lampmann era un adolescente cresciuto in Estonia, allora una regione della sterminata Unione Sovietica.
Quell’estate, annoiato e stanco del grigiore della propria quotidianità, decise di intraprendere un viaggio verso un campus, punto di ritrovo di studenti per lo più proveniente dalla Cecoslovacchia, che lo introdussero a nuove e strane musiche provenienti dal mondo occidentale, allora sconosciuto e proibito. Iniziò ad ascoltare i Beatles.
Non capiva i testi – All’epoca nessuno parlava inglese – ma adorava quel suono.
Impara a suonare la chitarra e si fa crescere i capelli.

L’estone Mihkel Ram Tamm, al centro, era un guru degli hippy sovietici. Fotografia: Vladimir Wiedemann

Nel 1969, senza nemmeno avere chiaro cosa significasse davvero, Lampmann era diventato un hippy sovietico in piena regola.
La cortina di ferro rendeva difficilissimo viaggiare liberamente in Europa, addirittura impossibile negli Stati Uniti, quindi per i suoi viaggi si affida alla pratica diffusissima allora dell’autostop partendo da casa sua nei Paesi Baltici in Crimea.
Aksel Lampmann è una delle tante personalità che vengono a galla in Soviet Hippies, un film documentario ideato e diretto dalla scrittrice e regista estone Terje Toomistu su un periodo perduto e nascosto della storia sovietica.

La regista Terje Toomistu

Il documentario esplora una sottocultura ispirata all’occidente ma nettamente differente da quella che possiamo definire l’originale perché nata e sviluppata in una società modellata totalmente sulle linee guida imposte dal comunismo e sotto la strettissima sorveglianza del KGB .

Soviet Hippies, 2017

In URSS, al contrario di quello che succedeva in occidente, vigeva il controllo completo sulla vita dei cittadini: come le persone lavoravano, vestivano o addirittura danzavano. Chiunque non si adeguava al modello di Homo Sovieticus andava incontro a grossi guai, incluso farsi tagliare i capelli con la forza in pubblici eventi di piazza.

Il movimento hippy sovietico emerge a partire dalla capitale Mosca e da Leningrado intorno al 1966 e 1967, nei primi anni del dominio di Leonid Breznev ed in perfetta contemporaneità con il resto del pianeta.
I primi hippy rossi furono i figli o le figlie della privilegiata nomenklatura sovietica – bambini ben educati provenienti da famiglie d’élite che avevano accesso alla musica del mondo capitalista e ai jeans. All’inizio degli anni ’70, il movimento era diventato sufficientemente grande e ribelle per allarmare le autorità, anche se probabilmente contava solo poche migliaia, dice Toomistu.
Nel giugno 1971, gli hippy hanno avuto il permesso di manifestare contro la guerra del Vietnam fuori dall’ambasciata americana a Mosca.

Hippies russi

Questa era una trappola del KGB che, così facendo, riescea radunare e arrestare in un colpo solo molti dei manifestanti, con l’obiettivo di spazzare via una volta per tutte la contro cultura hippy dallo stato.
Alcuni manifestanti furono inviati in strutture psichiatriche e curati con lunghe sedute di iniezioni di insulina; altri furono spediti nell’esercito o nei campi vicino al confine cinese.
Il film ricrea questo durissimo giro di vite e utilizza le foto trovate negli archivi del KGB in Lituania dalla regista.

Secondo Lampmann, le molestie da parte della polizia e del KGB erano quotidiane. Gli hippy sono stati perseguitati ritrovandosi spesso e volentieri a condividere la cella della prigione in cui erano finiti con gangster e assassini della peggior specie.
Il nostro Lampmann, proprio per riuscire ad evitare l’arresto o altri problemi con la giustizia, ha sempre tenuto i suoi documenti in perfetto ordine in modo da non poter mai essere accusato di niente.

Aksel Lampmann nel 1968
Aksel Lampmann oggi

Verso la fine degli anni ’70, gli hippy avevano sviluppato una vera e propria controcultura con un suo gergo e una sua scena musicale. C’erano quelli che Toomistu chiama Facebook analogico: i taccuini con nomi e numeri di contatti in tutta l’URSS usati dai viaggiatori che cercavano posti dove potersi appoggiare nei loro viaggi.
Per rendere ancora più accattivante la visione, Toomistu utilizza diverse animazioni nel film con disegni e immagine tipicamente psichedeliche.
La contro cultura underground riusciva a collegare persone di diversa estrazione sociale, afferma lo scrittore Vladimir Wiedemann. Comprendeva hippy, dissidenti, mistici, attivisti religiosi e attivisti per i diritti umani. Alcuni abbracciarono lo spiritualismo, altri lo yoga e il veganismo. Tutti respinsero il regime sovietico e giocarono così un ruolo importante nella sua eventuale fine.
Wiedemann si è affacciato sulla cultura rock’n’roll tramite la televisione finlandese e Radio Luxembourg, che ha potuto ascoltare da casa sua in Estonia.
Il film presenta interviste con Wiedemann e altri testimoni diretti dell’avventura psichedelica russa. La maggior parte sono uomini, che ancora oggi sposano le idee hippy con lunghe barbe e capelli grigi. Nel movimento russo ci sono state molte meno hippy donna, dice Toomistu. Molte hanno lasciato la scena per una famiglia e avere figli mentre i maggiori leader carismatici del periodo sono in gran parte morti, spesso a causa di alcolismo e droghe ampiamente disponibili sotto il il regime russo in un enorme mercato nero.
Gli hippy sovietici hanno consumato erba proveniente dall’Asia centrale e dal Caucaso, oppio e tè di papavero, alcuni addirittura bevevano Sopals, un detergente per la pulizia sovietico contenente etere.

Toomistu, cresciuta nell’Estonia post-sovietica, era interessata alla scena hippy fin da adolescente ed era una fan accanita di Jim Morrison. Ha trascorso un anno e mezzo in Russia come studentessa e ha scritto una tesi sulla cultura della memoria. L’idea per il film è nata dopo il suo viaggio in Sud America, dice. Attualmente sta completando un dottorato di ricerca in antropologia.
C’è poco materiale d’archivio sugli hippy dell’era comunista, che la stampa sovietica ignorò, dice Toomistu, cancellandoli dalla storia. Ha recuperato una scatola di riprese video di festival e incontri da un hippy che ha dovuto mantenere anonimo e, nel 2017, molti dei suoi soggetti si sono dati appuntamento per una reunion hippy che si tiene ogni anno al Tsaritsyno Park di Mosca, in occasione dell’anniversario della famosa dimostrazione del 1971.
Gli hippie sovietici non sono più sovietici ma rimangono sempre hippie, sono ancora una rete fitta di amici che condividono una storia comune, capelloni un po’ sdentati che vivono ancora secondo i princìpi dell’amore, del sesso e della libertà. Il rapporto con il potere e con il Kgb, la polizia segreta che oggi si chiama Fsb, era un continuo fuggirsi e ritrovarsi, senza volerlo, uno di fianco all’altro.
Gli hippie volevano soltanto essere apolitici e liberi, ma questa loro voglia di libertà era di per sé un atto politico, le spie li seguivano, li cercavano, tentavano di tracciare i loro movimenti, ma non era semplice. Si muovevano continuamente, non usavano telefoni, andavano in autostop, e il loro modo di vivere, di esistere, risultava quasi incomprensibile per i servizi segreti.

Per realizzare Soviet hippies, Terje Toomistu ha impiegato sette anni, sette anni di ricerche, di viaggi, di inseguimenti, per scoprire che quel mondo pacifista, perseguitato dal Kgb che faticava o forse proprio nemmeno cercava di capirlo, era ancora vivo e scorreva, fluido, da un paese all’altro dell’ex Unione sovietica.

Il gruppo di lavoro di Soviet hippies in giro per le riprese del documentario

Alla fine gli hippie sovietici sapevano più della cultura hippie di quelli occidentali, era un frutto proibito, un giardino segreto dove ascoltare il vento e la musica rock, se possibile nudi. Tutto si diffondeva con rapidità, i dischi, le canzoni, i jeans.
Bello e interessante da vedere, forse un pò pesante per i non addetti ai lavori, Soviet hippies è anche un lavoro di vita vissuta fatto di conoscenze e storie on the road e prive di calcoli che rendono il racconto molto più sincero e ricco di poesia.

Uno degli aneddoti che più mi ha colpito mostra Terje in viaggio con alcuni degli hippie intervistati.
“Eravamo diretti a Smolensk, in Russia, e avevamo bisogno di un posto in cui dormire, allora abbiamo chiamato un hippie che viveva in quella zona, Fanya, per chiedere di ospitarci. Eravamo in dieci e Fanya ha subito accettato, ma quando siamo arrivati a Smolesnk non era in casa”. Nel documentario Terje riprende l’arrivo, in casa hanno iniziato a far festa, a fumare e a chiacchierare, “siamo ripartiti la mattina seguente e tre giorni dopo abbiamo scoperto che Fanya era morto. Era scappato dall’ospedale per venire a salutare i suoi amici, tanto era il desiderio di passare la serata con loro, ma questa era la cultura hippie, così è ancora quarant’anni dopo, questo era il sistema”.
Gli hippie avevano un loro slang, esistono anche dei vocabolari per comprenderlo, e tra le parole più popolari c’è proprio il termine sistema (si pronuncia sistiema) che indicava questo modo di vivere, la condivisione, la rete, la possibilità di trovare ovunque un alloggio, un pasto, un passaggio.
“Alla base c’era la fiducia, si fidavano l’uno dell’altro. In Unione sovietica dove chiunque poteva essere una spia, nessuno si fidava degli altri, soltanto gli hippie, il loro era un altro paese”.

FRISCOSPEAKS n.1 É FUORI !!!

Eccoci finalmente,
dopo settimane, mesi di lavoro, di contatti, telefonate, mail e tutte le infinite beghe del caso, finalmente ci siamo, insieme agli amici di Concretipo Studio, siamo felici di potervi dire che FRISCOSPEAKS è fuori!

Ma cos’è FRISCOSPEAKS?
Un magazine semestrale sulla cultura indipendente.
Una Jam Session grafica dove non c’è inizio né fine, non esistono generi o barriere, tutto si unisce a formare un nuovo format collettivo e sperimentale.
Uno strumento per conoscere la storia, i personaggi, le riviste e tutto quanto appartiene al mondo underground.
Uno sguardo libero e anarchico su tutto quanto si muove in questo strano mondo che spesso sembra andare a rotoli ma che riesce ancora e sempre a proporre idee, stili e linguaggi nuovi e originali che riescono a dare una lucida e folle speranza.

Venti amici, fra scrittori, illustratori, fumettisti e chissà che cos’altro, hanno creduto insieme a noi a questo pazzo progetto nato quasi un anno fa e che oggi è diventato realtà, una realtà stampata su di una bellissima carta Favini Shiro, ecologica, riciclata e biodegradabile.

FRISCOSPEAKS E’ UNA JAM SESSIONE GRAFICA

Non c’è molto altro da aggiungere, salvo le informazioni di servizio per cui è bene sapere che oltre che nel nostro shop online, FRISCOSPEAKS lo trovate, a partire dal mese di Settembre, nelle seguenti librerie sparse in tutta Italia:

Facto MONTELUPO FIORENTINO (FI)
Spine Bookstore BARI
Libreria Colibrì MILANO
Reading Room MILANO
Folk CATANIA
Libreria Todo Modo FIRENZE
La Cite’ Libreria FIRENZE
Leporello ROMA
Libreria On the Road MONTE SILVANO (PE)
Libreria Lik e Lak PUTIGNANO (BA)
Libreria MU LANCIANO (CH)

Ci vediamo a Dicembre per il numero 2!!

Mod Love, il fumetto psichedelico di Michel Quarez

Michel Quarez nasce a Damasco in Siria nel 1938 ma si trasferisce e vive per tutta la sua vita a Saint-Denis a Parigi dove vive e lavora ancora oggi.
Studiato belle arti a Bordeaux e arti decorative a Parigi prima di trascorrere degli anni a Varsavia, specificatamente nello studio dell’artista grafico Henryk Tomaszewsky) ed a New York dove inizia a collaborare con un’agenzia pubblicitaria e in una casa editrice di fumetti, la Western Comics, in cui inizia a cimentarsi con il mondo dell’illustrazione per poi passare successivamente alla poster art nel 1980.

Michel Quarez

La scoperta dei suoi lavori è stata per me imprevista ed oserei dire goduriosa, una delle infinite perle che solo il mondo underground sa regalare per chi osa e ama fare ricerca nelle sue infinite e ombrose pieghe.
Grafico, illustratore e poster artist, Quarez si inquadra perfettamente nel solco dei maggiori artisti europei che hanno rivisitato quella che era la grafica psichedelica originaria degli anni Sessanta e ne hanno ridato nuovo lustro attraverso lavori tanto interessanti quanto sconosciuti.
Un esempio perfetto di tutto ciò è Mod Love, un fumetto in formato rivista scritto da Michael Lutin e pubblicato
nel 1967 dalla Western Comics, stessi editori anche di Dell e Gold Key.
Un lavoro bellissimo che utilizza tecniche di stampa insolite e sofisticate per il periodo che rende Mod Love unico e caratterizzato da un look piacevolissimo.
Durato (ahimé) un solo numero, dal punto di vista del contenuto narrativo, con i suoi romanticismi un pò banali, non è certamente al livello dello stile grafico.

Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love

I redattori della Western Comics pensano di utilizzare il termine Mod, assai in voga negli anni Sessanta, fosse la chiave per aumentare le vendita.
Questo risulta chiaro anche dagli altri titoli  pubblicati dalla Western con titoli Mod come Mod Wheels, The Modniks e Zody the Mod Rob. Ma altrettanto chiaro ed evidente è l’errore visto che il solo fumetto che ebbe una vita duratura con 19 numeri pubblicati.

Mod Wheels

Il lavoro di Quarez è oggi amato e riconosciuto in tutto il mondo grazie alle sue opere successive agli anni Sessanta, i suoi poster composti da grandi strisce di colori fluorescenti combinate con uno stile pittorico bambinesco ed a prima vista naif.
Impegnato, intransigente, Quarez è riuscito nel tempo ad imporre la sua estetica ed i suoi colori fluorescenti nell’ambito della poster art e della cartellonistica riscuotendo un grande successo soprattutto in Francia.

Quarez Fete Des Tulipes
Quarez Mois Du Graphisme

Tutto lo sport nelle illustrazioni di Akira Yonekawa

Akira Yonekawa è un illustratore giapponese che riesce ad unire una tradizione che si ispira al mondo dei vecchi fumetti anni Cinquanta e Sessanta come il famoso Astroboy, ad un certo genere di pubblicità dichiaratamente pop sulla scia di Roy Licchtenstein, fino alle infinite mascotte che popolano ad ogni livello, le squadre sportive americane fin dagli anni Sessanta.
Yonekawa, laureatosi alla Aichi Toho University in graphic design nel 1985, vive e lavora ancora oggi a Aichi, in Giappone dove predilige utilizzare della tecnica digitale classica di Photoshop e Illustrator.
All’interno dei suoi lavori, Yonekawa cerca di inserire regolarmente elementi dal fascino retro come esagerate espressioni facciali dei personaggi, caratteri tipografici ricercati, scivolamenti e bruciature, il tutto sempre mantenendo l’attenzione all’utilizzo di carte e supporti invecchiati o scoloriti.
Come detto, la passione di Yonekawa per lo sport trae origine dalla lettura dei manga sportivi, in particolare di Ashita no Jô di Tetsuya Chiba.

Ashita no Jô

Il manga, noto in Italia come Rocky Joe, è incentrato sul mondo della boxe ed evidenzia la fatica e l’ostinazione di un pugile che vuole sfidare il campione del mondo.
L’ispirazione di Yonekawa, vero patito di quasi tutti gli sport, viene spesso proprio dalle notizie sportive come, per esempio, dimostrato dalla seriedi illustrazioni dal titolo Kick Your Ass che raffigura il contrattacco di una squadra di basket.
Questo lavoro è stato ispirato da Naomi Osaka, la 17enne tennista giapponese che ha vinto la US Open femminile Campionato Singolare nel 2018.

“Kick your ass!”

Quello che ha colpito Yonekawa della giovane tennista allora semi sconosciuta è stata la sua tenacia nel battersi contro avversarie a prima vista molto più forti di lei e questa voglia e ostinazione sono state rappresentate nel lavoro sia pure traslate in un altro sport, il basket.
Un’altra influenza su Yonekawa che deriva dal mondo dello sport è la fiducia nei più deboli, negli sfavoriti e l’emozione che ci contagia quando un atleta supera le avversità pur di arrivare alla vittoria.
Quando naviga o legge manga sportivi, Yonekawa fa skateboard, altra sua grande passione soprattutto per il suo studio sulla storia della grafica skate e la sua evoluzione fino ad oggi.
Grande fan delle storiche grafiche targate Santa Cruz e Powell Peralta, cresce adorando e copiando senza sosta i lavori di una vera e propria leggenda del settore, Jim Phillips .

“Screaming hand”
Jim Phillips

Questa sua passione è testimoniata anche dalla sua recente collaborazione con la compagnia di Black Cat Skateboards con sede a New York.

Black Cat Skateboards
Black Cat Skateboards
Black Cat Skateboards

Uno degli aspetti più interessanti di tutti i suoi lavori è lo studio sul movimento, sull’azione dei suoi soggetti sempre ritratti in qualche mossa sia sportiva che non.
L’utilizzo costante dei mezzitoni e delle texture classiche del fumetto anni Cinquanta, donano ai suoi lavori una classicità che li ferma nel tempo, lasciando il dubbio del periodo di realizzazione.
I lineamenti risentono indubbiamente della tradizione di un manga dei tempi andati ma la mano di Yonekawa riesce a donare comunque un’originalità fresca e convincente.
Se a tutto questo ci aggiungete una passione sconfinata per la pop culture americana fatta di fumetti, loghi, pubblicità e icone a stelle e strisce, riuscirete a capire la bellezza e la complessità di questo straordinario artista.

“PLEASE PLEASE PLEASE..”
WEIRD SKATERS
SKATE AND SURF ARTS
SKATE AND SURF ARTS
Red and Blue

 

Il fumetto di Hal Robinson è davvero il fumetto del mondo dei Bikers

Easyriders, che rimanda immediatamente alla storica pellicola del 1969 del leggendario trio Hopper, Fonda e Nicholson, è sopratutto una storica rivista americana di motociclette, fondata nel 1970 e pubblicata mensilmente da Paisano Publications.

Oltre alla costante copertura dei temi legati al mondo biker, soprattutto relativi agli appassionati di Harley-Davidsons ed alle attività correlate. Easyriders è anche noto per essere stato uno dei primi magazine a svoltare verso il nuovo, ribelle e voglioso target giovanile avendo incluso, in un periodo storico di censura e caccia alle streghe, immagini di donne in topless o addirittura nude insieme ai dipinti dell’illustratore underground, artista e grafico basato in California i cui dipinti celebravano la biker culture in tutte le sue forme.

David Mann
David Mann

Il successo di Easyriders è certificato dai numeri della sua diffusione che è arrivata, negli anni Settanta, a tirature fino a più di 120.000 copie.
All’interno della redazione di Easyriders, oltre ai lavori di Mann, nasce e matura un altro artista che nel tempo saprà ritagliarsi uno piccolo spazio di culto nel ambito biker, Hal Robinson.
Hal sarà sempre ricordato per i suoi due lavori più importanti, Red Rider e soprattutto le epiche vignette di Miraculous Mutha, una vera e propria saga ammirata da migliaia di motociclisti.


Miraculous Mutha ha raggiunto infatti un rapido successo con la sua spudorata e libertaria visione di una mamma di un motociclista che spinge molto sugli aspetti sessuali dimostrando come uno dei punti più centrali dei suoi lavori sia la libertà di espressione tipica degli Anni Sessanta.
All’inizio della sua carriera si fa le ossa come squattrinato pittore di insegne e lavorando in mille modi e luoghi prima di arrivare tramite un concorso di illustrazioni, a disegnare una serie di cartoline per l’azienda Buzza Cardoza Greeting Cards che negli anni ’60 stava letteralmente invadendo il mercato.
Hal Robinson, artista straordinario dalla tecnica e dallo stile che affondano le sue radici nella tradizione fumettistica underground americana, una tradizione che va dalle Tijuana Bible a sfondo erotico esplicito ai primi monsters portraits di Basil Wolverton.

Robinson ha influenzato svariate generazioni di illustratori a lui successive e ci ha lasciato nel 1984 con un imponente archivio di bozze, strisce e personaggi molti dei quali ancora tutti da scoprire.
I suoi disegni a penna e inchiostro, intelligenti, arguti e provocatori di Hal Robinson sono stati pubblicati a livello nazionale e internazionale per oltre 60 anni, comparendo su riviste storiche quali appunto Easyrider, In the Wind, Iron Horse, Cycletoons e Cartoons.

 

Lee Conklin e l’arte psichedelica in bianco e nero

Una delle regole principali della grafica psichedelica, anche per la sua stessa natura di estetica visionaria e destabilizzante, è quella di un utilizzo a volte estremo e spinto al limite dell’utilizzo del colore.
Ma come ogni regola che viene presa come stereotipo, esistono poche ma per questo importanti eccezioni. Quella di cui vi parlo oggi è rappresentata da un artista che, nella sua carriera, ha fatto del bianco e nero una vera e propria devianza stilistica. Si tratta di Lee Conklin, artista noto per la sua appartenenza al gruppo di artisti che a partire dalla fine degli anni ’60 iniziano a rivoluzionare la poster art.
Conklin, nato a Englewood Cliffs, nel New Jersey nel 1941, frequenta la Spring Valley High School di New York e il Calvin College di Grand Rapids, nel Michigan dove inizia a lavorare come fumettista nel giornale del college fino al 1965 quando viene chiamato a prestare servizio presso l’esercito degli Stati Uniti.
Sulla scia dei lavori dei famosi Big Five di San Francisco, Conklin, non appena terminato il servizio militare, inizia nel 1968 a produrre poster per il Fillmore West, storico locale rock and roll di San Francisco, in California, gestito da Bill Graham dal 1966 al 1971.
Il nome, che diventa leggendario negli Anni Sessanta, deriva dall’incrocio tra le due strade centrali, Fillmore Street e Geary Boulevard, dove era situata la Sede degli uffici di Graham dal 1966 al 1968.
Oggi, proprio in quel famoso incrocio, c’è un concessionario di automobili ma dal Giugno 2018, nei due piani superiori dell’edificio è stato riaperto un locale per concerti chiamato SVN West.

Nel 1972 si trasferisce a New York, lasciando per un lungo periodo la poster art dedicandosi ad altri progetti. Torna a fare l’artista a tempo pieno nel 1990 e attualmente vive nella California centrale con sua moglie e gestisce la sua pagina Facebook dopo aver mollato il suo blog.
Tornando alla sua fase in rigoroso bianco e nero, arriviamo alla rivista oramai introvabile in versione cartacea, dal titolo Psychedelic Review edita dal 1963 al 1971 da quello che oggi è il MAPS, Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies che ha il merito di aver archiviato in versione digitale l’intero catalogo della rivista.
Psychedelic Review è stato la prima rivista ad affrontare seriamente e scientificamente quello che stava diventando un fenomeno diffusissimo fra i giovani, ovvero l’esperienza di alterazione e espansione della coscienza attraverso sostanze come l’LSD, la psilocibina e la mescalina.
Pubblicato inizialmente dall’International Federation for Internal Freedom, Psychedelic Review era il prodotto teorico degli studi di un gruppo di medici guidati dalla coppia Timothy Leary e Richard Alpert, che si è posto l‘obiettivo di aumentare il controllo dell’individuo sulla propria mente.
Il termine Psychedelic deriva dalle parole greche psykhé (anima) e dêlos (chiaro), nel senso di allargamento della coscienza.
Nel primo editoriale della rivista si affermava che “un ritorno all’orientamento interiore non è affatto nuovo. Da Platone ad Assia, i filosofi occidentali hanno scritto e studiato esperienze che vanno oltre la nostra oscura percezione quotidiana della realtà.
Proprio la percezione distorta della realtà ha sconvolto l’estetica degli Anni Sessanta, dal cinema alla musica, fino alla grafica e, di conseguenza, all’editoria con opere stravolgenti e lettering illeggibili.
Di queste nuove tendenze, hanno beneficiato artisti come Lee Conklin e altri che hanno prodotto in questo periodo opere che uniscono il simbolismo magico al surrealismo.
Nello specifico caso di Conklin, e della sua collaborazione con Psychedelic Review, è interessante analizzare e apprezzare l’originale ed innovativo utilizzo del bianco e nero, totalmente in contro tendenza con il mood ultra cromatico del tempo che Conklin ha continuato poi ad utilizzare in alcuni dei suoi poster.
A distanza di oltre cinquanta anni, le opere di questa serie di Conklin restano rari esempi di arte psichedelica monocromatica e dimostrano come la grafica psichedelica non si può, come banalmente e generalmente viene fatto, ricondurre essenzialmente alla forza dei colori.


The Book of Weirdo raccoglie il meglio della rivista fondata dal grande Robert Crumb

The Book of Weirdo è la raccolta definitiva, oltre che assurdamente divertente, della rivista Weirdo, la famosa antologia di fumetti del grandissimo artista underground Robert Crumb di cui vi abbiamo raccontato i primi passi QUI.

Nel 1981, quando gli Stati Uniti d’America si spostano pesantemente a destra dal punto di vista politico, Crumb reagisce scatenando la selvaggia e irriverente idea di Weirdo che porta con se una generazione completamente nuova di vignettisti iconoclasti.
E’, come da tradizione di Crumb, un’antologia irriverente, oltraggiosa, spesso politicamente scorretta e provocatoria che mette in mostra il materiale più bello e più controverso di Crumb. E’ violento, isterico e spesso offensivo, ma soprattutto DIVERTENTE!
Weirdo è uno dei migliori esempi nel suo genere di ome si possa dare spazio e opportunità a nuovi talenti che non riescono, o forse non vogliono, entrare a far parte del mecanismo commerciale dell’industria del fumetto… una vetrina per alieni, squilibrati..
Si tratta dell’antologia di alcuni fra i migliori fumetti degli anni ’80 raccolti in base al gusto di colui che, a dire il vero, del fumetto underground è il vero padre spirituale e che per primo ha definito questa retrospettiva “un grande libro” e “l’opera definitiva sull’argomento”.

Si tratta della faccia della medaglia del mondo del fumetto, il contraltare in stile low-brow ai lavori che, sempre negli stessi anni, produceva Art Spiegelman insieme a sua moglie Francoise Mouly all’interno della rivista RAW.
Weirdo
ha influenzato un’intera generazione di vignettisti fungendo da vero e proprio rifugio creativo per tutti i grandi nomi storici del fumetto underground e da palestra formativa per nuovi giovani maleducati che stavano ccrescendo.
Questo libro rappresenta benissimo la storia completa della rivista con picccole chicche come i continui richiami affettuosi ai colleghi alcuni dei quali, nel frattempo, persi per strada.

Sfogliandolo troverete anche numerose testimonianze di un numero spaventoso di collaboratori della rivista, circa 130, fra interviste e simpatici ricordi.
La parola viene data anche ai tre redattori che si sono susseguiti durante tutta la storia decennale di Weirdo. arrivando ad un volume elegante quanto basta, stampato con copertina rigida con 288 pagine di grafiche, illustrazioni, approfondimenti storici e molto, molto altro.
E’ fondamentalmente la storia completa della scena alternativa dei fumetti degli anni ’80 e dei primi anni ’90, una scena ricchissima, che va dal punk della New York anni Ottanta fino al grunge di Seattle dei Novanta attraverso lavori rari e opere d’arte inedite, così come nuovi fumetti di artisti contemporanei che rendono omaggio alla grande rivista ed al suo ideatore.
Durante tutto l’arco della sua vita pubblicata da Last Gasp dal 1981 al 1993, il magazine ha presentato i lavori più belli di molti artisti ed in particolare il miglior materiale di Crumb stesso, fondatore già prima della fondamentale rivista ZAP Comix.

Quando la grafica incontra il ritmo del cha cha cha nascono lavori straordinari

All’inizio degli anni ’50, nel Silver Star Club, una vivace discoteca all’Avana, Cuba, la famosa Orquesta America iniziò a suonare le nuove composizioni di un giovane musicista di nome Enrique Jorrin.
A quel tempo, il mambo aveva domina le piste da ballo non solo di Cuba, ma di tutto il mondo.
Le nuove canzoni e musiche si basano sui ritmi caraibici, ma hanno qualcosa di differente. Lo stile e soprattutto il ritmo di Mr. Jorrin sono più lenti e meno sincopati del mambo classico.
I ballerini, impazziti per questo nuovo sound, iniziano ad improvvisare un nuovo passo fatto di tre diversi movimenti di gambe che produce uno strano suono, è nato quello che passerà alla storia come il cha-cha-cha.
Da dove deriva questo nome così strano? Il cha cha cha è un’onomatopea dal suono che proviene dal movimento dei piedi dei ballerini quando ballano i tre rapidi passaggi consecutivi che caratterizzano la nuova danza.
Nel 1953, Orquesta America pubblica le prime composizioni cha-cha-cha mai registrate prima di allora. L’album diventa subito virale, come si dice oggi, ed arriva il grande successo a Cuba prima, poi a Città del Messico, e alla fine in tutta l’America Latina, negli Stati Uniti e in Europa occidentale.
Il mondo decide che è giunto il momento di superare il mambo e di abbracciare i ritmi più sensuali di cha-cha-cha.

Per i designer e gli artisti che lavorano sulle copertine degli album del periodo, il nuovo stile derivante dal cha-cha-cha offre una straordinaria opportunità di sperimentare e creare nuove estetiche prima di allora impensabili.
L’aspetto dei dischi cha-cha inizia pertanto a diventare un campo da gioco dove grafici e designer si sfidano con creazioni sempre più colorate ed innovative e he influenzeranno molte generazioni di designer dagli anni ’50 ad oggi.
Così come la stessa musica e la danza del cha cha cha, il nuovo stile di design ha una potente carica di giocosa sensualità e si basa su bellissime composizioni tipografiche e su nuovi modi di utilizzare la fotografia ed i colori.