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DISPACCI: intervista a Davide Arcuri dall’Ucraina

In questo periodo molte volte mi sono chiesto, come credo molti di voi, cosa sta succedendo e qual’è il mio ruolo in tutto questo. Immagino si tratti di domande ovvie, forse banali, ma molto spesso le domande ovvie sono quelle a cui è più difficile rispondere o forse, sono quelle in cui è proprio la risposta che restituisce un senso al dubbio iniziale.
Qual’è il mio ruolo in quello che sta succedendo quindi? Da persona normale che vive e lavora non credo di avere un ruolo specifico nel dramma del conflitto a cui stiamo assistendo, tento di dare il mio contributo, mi sono a messo a disposizione in caso di necessità e poco altro.
Fermandomi un po’ a riflettere però, credo che ognuno di noi un ruolo ce l’abbia, forse è quello della sconosciuta comparsa, ma comunque, anche in questo caso, si tratta di una parte all’interno del triste quotidiano e quindi la risposta alla mia domanda iniziale è risultata più semplice.
Da anni mi occupo di editoria e di comunicazione, specializzandomi nelle dinamiche storiche e sociologiche con cui questi ambiti si manifestano ed allora eccola la semplice risposta: scrivere di questo, ancora più di prima.
È per questo che ho deciso di approfondire alcuni aspetti, alcune realtà, alcune personalità della comunicazione in tempo di guerra scrivendo alcuni articoli che trovate nel sito. Ed è ancora per questo che ho pensato ad una serie di interviste che ho chiamato DISPACCI.
Per la prima puntata ho contattato Davide Arcuri, inviato freelance in Ucraina e collaboratore di alcune testate giornalistiche, per chiedere direttamente a lui cosa significhi nel 2022, in pieno conflitto bellico, essere un giornalista freelance.
Di seguito la nostra chiacchierata…

 

 

Ciao Davide,
Innanzi tutto, devo ringraziarti per aver trovato il tempo (e il modo) di accettare la nostra intervista nel momento e nel contesto in cui ti trovi.
Vorrei parlare con te di due temi sul tuo mestiere sia nel contesto specifico in cui ti trovi adesso ma anche, più in generale, sul ruolo del freelance.

Per prima cosa ti chiederei di descrivere il viaggio che hai fatto per arrivare e come poi ti sei spostato all’interno del territorio ucraino. (Tragitto, problematiche, mezzi)

Per arrivare in Ucraina io sono venuto con la mia macchina. Abbiamo fatto un viaggio con il mio collega Salvatore Garzillo, semplicemente da Milano fino alla Polonia, ci siamo fermati li due notti, un giorno intero per coprire il confine e poi abbiamo passato la frontiera e siamo arrivati a Leopoli, In realtà è stato abbastanza semplice, ovviamente una volta arrivati in Ucraina ci sono molti checkpoint, molti posti di blocco organizzati dai cittadini quindi neanche della polizia o esercito ufficiale di conseguenza sempre un po’ di nervosismo e un po’ di tensione e da lì ho lasciato la macchina per rimanere alcune settimane proprio a Leopoli. Da li mi sono spostato con i treni, prima a Kiev mentre adesso che rispondo sono a Kharkiv.

Come si organizza un viaggio del genere, sia dal punto di vista burocratico (permessi, richieste, etc.) che da quello materiale, (cosa ci si porta dietro insomma).

Dal punto di vista burocratico, in realtà, non ha richiesto grandi permessi perché in questo momento non c’è il problema dei permessi arrivando dall’Europa per entrare in Ucraina. L’unica cosa che abbiamo dovuto richiedere è il permesso giornalistico all’esercito però quello lo abbiamo richiesta appena arrivati in territorio ucraino. Abbiamo aspettato circa sei giorni per poterlo ottenere. Fino a quel momento ci siamo mossi solo con contatti al chiuso, non potevamo fare riprese all’esterno, non potevamo parlare con militari o cose simili. Una volta ottenuto quello, a livello burocratico abbiamo risolto.
Cosa portarsi dietro è una bella domanda perché bisogna essere pronti a tutto. Noi per esempio, venendo in macchina, abbiamo portato delle taniche piene per avere delle scorte di benzina, del cibo, dell’acqua. Poi c’è la parte elettronica. Io occupandomi soprattutto di foto e video ho tutta la mia attrezzatura, tutti i caricatori, gli hard disk di riserva. Alcuni cavi, alcuni ricambi che possono tornare utili e che qua possono essere difficile da trovare. E poi ovviamente, serve un giubbotto anti proiettile, un elmetto, un turnychet*, un kit di primo soccorso, che sono tutte cose fondamentali per potersi avvicinare alla front line, alla zona più calda del conflitto.

 

 

Quali sono le tue modalità di lavoro? (dalla produzione del materiale, il montaggio, l’invio fino alla scelta di chi lo diffonderà)

Io mi occupo di foto, di video e scrivo quindi in realtà, mentre vado in giro, cerco di portare più materiale possibile quindi con la mia macchina fotografica giro principalmente i video che sono il mio contenuto principale e che so fare meglio. Una volta che sono sul posto cerco il più possibile di scattare anche delle foto da portarmi via e poi, con il mio cellulare, cerco di fare foto e video dove magari parlo e racconto quello che sta succedendo e poi cerco di vendere il più possibile in giro. Per esempio, da quando sono qua sono riuscito a fare alcuni reportage per Fanpage che era il mio giornale quando sono partito. Ho scritto articoli quasi quotidiani per Il Messaggero dove allego anche le foto. Poi sono riuscito a vendere parte delle foto a La Stampa. Altri video sono finiti in giro un po’ ovunque, dalla Rete Svizzera Italiana, Rolling Stone. Diciamo che si cerca sempre di trovare il giusto canale con la giusta storia e il giusto contenuto per andare a fare una proposta che abbiamo molte probabilità che venga accettata. Anche perché il tempo è poco quindi non si può perdere tempo a proporre cose che poi non verranno accettate.

Come gestisci lo stress che si accumula nel tuo lavoro quando sei “sul campo” e come soprattutto di disintossichi nel momento del ritorno a quella che possiamo definire “normalità”.

Gestire lo stress non scontato, non è semplice in queste situazioni. Ogni tanto serve un giorno di riposo e si fa fatica ad averlo. Noi siamo qui da quasi quaranta giorni e un giorno intero senza fare nulla, senza pensare all’invio di materiale, le foto e i video, non lo abbiamo mai fatto. Ogni tanto si cerca di prendere un giorno più leggero come oggi che siamo riusciti a distendere un attimo infatti riesco finalmente a risponderti (scusa ancora!). Quando poi i ritorna attivi, ovviamente Leo show culturale ed emotivo è forte e necessita di un periodo di decompressione di almeno qualche giorno di stacco totale prima di poter rientrare nella normalità.

La storia dei giornalisti indipendenti ha i suoi miti, i suoi martiri e le sue leggende. Puoi raccontarcene una che ti ha fatto innamorare di questo mestiere così particolare?

Guarda, se mi chiedi fonte di ispirazione fra i giornalisti indipendenti, io più che rifarmi a grandi nomi, grandi leggende del giornalismo italiano, prendo ad esempio più colleghi e persone che conosco, con cui vivo e condivido. Persone che mi hanno insegnato questo mestiere e quindi in realtà, più che farti nomi storici, ti faccio esempi pratici come Salvatore Garzillo con cui sto condividendo questo viaggio ed è per me grande fonte di ispirazione dato che da lui riesco a vedere cosa significa essere un giornalista indipendente, freelance, sapersi vendere, saper essere nel posto giusto al momento giusto. Sicuramente un’altra mia fonte di ispirazione è Laura Silvia Battaglia che è stata mia professoressa, mia mentore al Master di studi in giornalismo alla Cattolica. Anche lei giornalista di esteri, freelance, che mi ha insegnato praticamente quello che so, o per lo meno che sapevo fino alla fine della scuola.

 

 

Cosa significa per te essere un freelance oggi?

Io sono da poco un freelance in realtà, praticamente da questo viaggio quindi è anche difficile poterti dire esattamente cosa significa. Quello che provo in questo momento è la sensazione che non hai le spalle coperte come quando hai un giornale dietro di te, che può venirti a recuperare, che può fare delle spese anche importanti se ce n’è bisogno, può darti una tutela legale nel caso di problemi giudiziari. La sicurezza di una tutela, di una paga e tutto il resto. Dall’altra parte però significa libertà, poter scegliere dove andare, cosa fare e cosa proporre e a chi proporlo. Ci sono quindi i pro e i contro che di volta in volta vanno valutati.

Nella definizione di freelance c’è anche il termine free, ovvero libero. Pensi che questa libertà sia riconducibile solo al metodo di lavoro o rimanda anche al rappresentare una voce maggiormente libera rispetto al resto dei colleghi legati a testate o compagni di media?

Secondo me il termine freelance, si rifà alla possibilità di poter esprimere più liberamente le proprie idee o comunque all’interno del proprio racconto quello che si vede e quello che si vede e va raccontato. Sicuramente è ovvio che non essere legati ad un editore che impone una certa linea ti permette di spaziare in tutti i modi. Resta comunque il fatto che poi per questo tuo prodotto, a meno che non lo pubblichi sui Social Network al tuo pubblico dove dici cosa vuoi e come lo vuoi, una mediazione la devi fare. Purtroppo, anche da freelance devi stare dentro ad un certo schema, dentro ad un certo limite.

Quali sono a tuo avviso i maggiori problemi che incontra la rappresentazione della verità nel panorama giornalistico di oggi?

Per me il concetto di rappresentazione della verità non esiste poi davvero. E più un continuo inseguire questa verità unica che poi è un’illusione. Ognuno vede la propria realtà e cerca di raccontarla attraverso i suoi occhi, attraverso i suoi strumenti. Sicuramente c’è un problema in Italia che è gigantesco, nell’intermediazione che c’è tra la realtà e quello che poi viene trasmesso e divulgato. Sicuramente ti posso dire che anche qua, a tremila chilometri di distanza è molto complicato poter raccontare sempre tutto quello che succede, anche solo semplicemente perché ci sono dei limiti imposti dall’esercito, perché ci sono obiettivi sensibili, informazioni sensibili che non possono essere divulgate e altre cose che loro nascondono perché non vogliono o non si possono raccontare e quindi è logico che il racconto, come dicevo prima, è sempre una mediazione fra quello che vede e decidi che è la tua realtà e quello che puoi realmente raccontare di questa realtà.

 

 

Il mondo della comunicazione indipendente è storicamente caratterizzato dalla volontà di cambiare lo stato delle cose, rivendicare diritti o contrastare limitazioni della libertà. Come si inserisce in questa tradizione la figura del freelance?

Sicuramente il freelance dovrebbe essere l’ultimo baluardo della libertà i espressione, del non avere limiti nell’esprimere il proprio pensiero. In realtà poi, quello che succede nella pratica può essere esattamente l’opposto perché la figura del freelance si ritrova a dover trovare un cliente, qualcuno a cui vendere questi materiali conio rischio che se non è guidato da un’etica rigida e ferrea su quelle che sono le sue idee e i suoi limiti, poi rischia di rigirare il tutto e diventare al servizio del canale per cui decide di lavorare, a cui decide di vendere illuso lavoro. Questo soprattutto è fondamentale se pensi che in questo momento la maggior parte dei giornali in guerra non sta mandando i suoi inviati ma sta comprando da dei freelance che sono qua sul posto e quindi il dubbi sorge, quanti di quelli che sono qua sta lavorando per un giornale che rispecchia le sue idee e quindi gli permette di lavorare in totale libertà e autonomia rispetto a quanti invece si stanno piegando pur di poter lavorare, a degli schemi che non sono i propri e quindi modificano la propria realtà e quindi il proprio lavoro?

Da quando l’uomo abita il pianeta Terra abbiamo a che fare con guerre e conflitti. Nell’ultimo Secolo queste tragedie sono state sempre più trasmesse e mostrate a fette sempre più ampie di popolazione. La considerazione che mi viene da fare è che vedere cosa è la guerra avrebbe dovuto porre almeno un freno al suo utilizzo come strumento politico e invece… Come mai secondo te?

Sicuramente questo fenomeno si è amplificato ancora di più con questo conflitto visto che questa è la prima guerra in diretta, che stiamo vivendo in diretta, perché gli inviati sono in diretta, i video sui Social Network. Praticamente le persone in tutto il mondo stanno vivendo in tempo reale quello che succede qui in Ucraina amplificando così ancora di più questo aspetto.
Se mi chiedi come sia possibile che ancora oggi si faccia ricorso a questo strumento politico, sicuramente è difficile dare una risposta e ti dirò di più, dal primo giorno in cui sono arrivato al confine ho visto la disperazione negli occhi di queste persone che arrivavano a piedi dopo cinque o addirittura dieci giorni di viaggio e già da quel momento ho iniziato a farmi questa domanda, come sia possibile che nel 2022 l’essere umano sia ancora in grado di tanto dolore, di tanta brutalità perché poi le cose che abbiamo visto, non tanto a Leopoli che ancora è un posto tranquillo, ma a Kiev, e poi qua a Kharkiv sono cose indicibili che però abbiamo visto tutti perché, torniamo lì, lo hanno visto tutti, ovvio che vederle dal vivo certe cose non riesci a darti una risposta su come si a possibile ancora oggi vedere tutto questo.

 

 

Io non sapevo cos’è il turnychet e quindi sono andato a cercare il significato su Wikipedia. Il turnychet è un laccio emostatico per primo soccorso, strumento salvavita e di auto soccorso, indispensabile per il controllo delle emorragie.


 

 

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