L’editoria underground del movimento revival mods in Inghilterra

Maximum Speed inizia le pubblicazioni nel 1979 dando inizio ad periodo poi definito come quello del Mod revival, che cioè ridà vita e animo al movimenoto underground Mod originale degli anni ’60.
Alla fine degli anni Settanta esistevano  soprattutto in Inghilterra molte pubblicazioni indipendenti che si rifacevano alla sottocultura Mod fra le quali ricordiamo The MOD’s, Blues & Soul e, quella che rimandava essenzialmente alla parte musicale, dal titolo London’s Outrage.

The MOD’s
The MOD’s
The MOD’s
The MOD’s

Quello del Mod revival è un proprio un movimento culturale supportato, ccome da tradizione, da un’ingente produzione editoriale che, soprattutto nei primi anni Ottanta, si riversano per le strade e soprattutto nei negozi e nei concerti.
Altre riviste, soprattutto fanzine, riescono a raggiungere una buona tiratura e fra queste ricordiamo Heavy Soul, Dedicated Follower e soprattutto
Maximum Speed, forse la più conosciuta.
All’interno di Maximum Speed si ritrovano un pò tutti gli elementi tipici delle fanzine già cresciute all’interno dell’universo punk: le recensioni dei concerti, le interviste con musicisti dei generi cari ai mods come lo ska, il northern soul e jazz.
E’ proprio dalle pagine di Maximum Speed che compaiono per la prima volta le recensioni di band allora sconosciute come The Purple Hurts, The Chords, The Mods e altre che stavano muovendo i primi passi a Londra e dintorni.
Ciò che rende veramente speciale il progetto di Maximum Speed è il suo essere una versione cartacea, forse meglio ancora definirla lo-fi, di quello che oggi sono i social. In una fanzine erano infatti raccolte le passioni, gli interessi ed i gusti di questi giovani che utilizzavano queste fanzine come punti di incontro e scambio informazioni, il tutto con un approccio molto personale ed intimo, in cui cioè coloro che scrivono mettono tutto se stessi senza nessun tipo di filtro o mediazione.

Rileggendo oggi un numero di Maximum Speed è possibile capire benissimo la ricerca musicale, l’attesa per i concerti e gli scooter rally che caratterizzavano la vita quotidiana dei giovani mods e capire quanto tutto questo rappresentasse  un vero e proprio universo di riferimenti importantissimi, quasi una ragione di vita.
Nel numero 8 di Maximum Speed si legge un breve articolo di un ragazzo a ccui è stata rubata la Lambretta che spera di ritrovarla grazie all’aiuto dei lettori.
Ci sono poi gli annunci di ragazzi che vogliono formare nuove band o che cercano contributori per articoli sulle varie band sparse per tutto il paese.

Come è tipico per le fanzine, sono prodotti stampati con un budget molto basso, in bianco e nero su una carta povera e, a differenza delle riviste di moda patinate che proponevano uno stile di vita mainstream, in questo caso si notano addirittura come gli errori di battitura vengano corretti a mano.
Ma anche in questo loro essere underground e totalmente libere, queste riviste contengono l’essenza della vita del periodo, quella in cui il contenuto è più importante dell’estetica e soprattutto quella di una rivista fatta da ragazzi molto giovani per giovani.
Il layout e la grafica sono chiaramente basici e semplici, privi di originalità o tentativi di innovazione, ma forse è proprio questo loro aspetto ruvido, asciutto e diretto a dare a queste pagine un sapore underground e libertario.
A volte c’erano testi e didascalie aggiunte a mano, mentre i titoli erano quasi sempre scritti a mano con pennarelli spessi e ovviamente le foto classiccamente granulose, sfocate, prive quasi sempre di qualità perché solitamente scattate durante i concerti.

Queste fanzine hanno rappresentato senza fronzoli l’universo Mod in tutti i suoi aspetti, non solo la musica… hanno parlato della moda, un argomento molto caro ai Mods, come i completi su misura, quanti bottoni devono avere, quanto dovrebbero essere corti i pantaloni. I parka, i mocassini e tutto ciò che non poteva mancare nel guardaroba del perfetto Mod.
Per tutti coloro che volessero approfondire la storia dell’editoria underground del mondo mods, la lettura che assolutamente consiglio è quella del volume MODZINES: Fanzine Culture From The Mod Revival, l’ultima e più completa celebrazione delle fanzine del revival Mod, con opere d’arte originali, fotografie e interviste con gli autori più importanti.
Sono riportate tutte le maggiori fanzine del periodo quali Direction Reaction CreationExtraordinary SensationsRoadrunner; Maximum Speed; Sense of Style; Sth Circular; Patriotic; Go Go; In The Crowd; Right Track; Beat That e molte, molte altre.
Si tratta di un’edizione limitata stampata in 750 copie che include anche il singolo If I Was You “/” That’s What I Want “di Long Tall Shorty, originariamente pubblicato gratuitamente con la fanzine Direction Reaction Creation.

Uno dei più importanti eroi della grafica indipendente: Barney Bubbles

Barney Bubbles è il nome d’arte da sempre utilizzato da Colin Fulcher, artista inglese nato il 30 luglio 1942 a Tranmere Road, Whitton, nel Middlesex, Inghilterra.
Frequenta la Isleworth Grammar School e nel 1958 frequenta il corso di visual design presso la scuola d’arte del Twickenham College of Technology.
Durante i suoi cinque anni al college, Bubbles ha ricevuto un’educazione orizzontale e diversificata che comprende tematiche quali il design, la fotografia, la grafia e il packaging, tutte competenze che in seguito sarebbero tornate utili nella sua carriera nell’ambito musicale.
Nel 1963 abbandona gli studi per lavorare come assistente presso la prestigiosa società Michael Tucker di Londra che annovera fra i suoi clienti brand quali Pirelli per la quale Bubbles produce poster per video e manifesti pubblicitari senza però apporre la sua firma.
Nel maggio del 1965 Bubbles entra a far parte del gruppo The Conran come senior graphic designer ma soprattutto inizia, insieme a due diplomati del Twickenham Art College, David Wills e Roy Burge, l’attività che ama di più, quella cioè di organizzatore di eventi sotto lo strano pseudonimo di A1 Good Guyz .
Nel 1967 Fulcher, divenne noto con il nome di Barney Bubbles, nome d’arte nato quando Fulcher inizia a lavorare come ingegnere e creatore di light show in tipico stile psichedelico.

Colin Fulcher (aka Barney Bubbles). Photograph by David Wills, 1966

Lo spettacolo era solitamente organizzato per accompagnare i concerti di una band, i Gun and Quintessence in locali underground di Londra tra cui il Roundhouse, il Drury Lane Arts Lab di Jim Haynes o l’Electric Cinema.
Con David Wills, Bubbles si getta a capofitto nel lavoro di grafico freelance con  cui riprogetta la rivista Motor Racing e soprattutto cura il numero 12 della leggendaria rivista underground Oz magazine nel maggio 1968.

“Existence is Unhappiness” fold-out poster from Oz no. 12, 1968
“Existence is Unhappiness” fold-out poster from Oz no. 12, 1968
“Existence is Unhappiness” fold-out poster from Oz no. 12, 1968

All’inizio del 1969 Bubbles prende in affitto un edificio di tre piani al 307 di Portobello Road a Notting Hill Gate, nella zona ovest di Londra, che trasforma lo spazio al piano terra in uno studio di grafica che lavora principalmente per l’industria musicale, ribattezzato Teenburger Designs.
Il suo primo progetto di sleeve da record era per LP In Blissful Company (1969) della band Quintessence.

In Blissful Company, Quintessence, 1969

Il design della copertina del disco mostra un’illustrazione apribile della figura mitologica indiana di Gopala sul davanti. Un perfetto esempio della grafica psichedelica del periodo.
Teenburger ha anche realizzato progetti per altre band come Brinsley Schwarz, Red Dirt, Cressida, Gracious! e Dr Z, il cui LP Three Parts To My Soul è particolarmente noto per la sua copertina pieghevole complessa e colorata.

Brinsley Schwarz, Brinsley Schwarz, 1970
Cressida, Cressida, 1970

Dopo la chiusura di Teenburger nel 1970, Bubbles lavora per un periodo come designer del giornale underground Friends, in seguito ribattezzato Frendz.

Friends magazine, 1971

Mentre lavorava a Friends, Bubbles inizia a collaborare con la band Hawkwind e per la quale crea una serie di cover dei loro album, tra cui In Search of Space, Doremi Fasol Latido e Space Ritual.

Hawkwind, In Search of Space, 1971
Hawkind, Doremi Fasol Latido, 1972
Hawkind, Space Ritual, 1973

Bubbles lavora in modo nuovo all’identità visiva del gruppo, progettando poster, pubblicità, decorazioni sceniche e chiaramente le cover degli album e del merchandising.
Nel 1972, Bubbles produce il triplo LP dal titolo Glastonbury Fayre che comprende un set di arte carte piegate a sei pannelli, due poster, un libretto e addirittura un ritaglio che, tutto insieme , andava a costruire una piramide in miniatura che poteva essere inserita nel classico sacchetto trasparente per vinile, un concept assurdamente avanguardistico e fuori mercato, tipico di Bubbles e della sua voglia di spingere la propria creatività sempre ai margini più estremi delle possibilità.
Dal 1973 in poi Bubbles accentua una tendenza che era già presente nei suoi lavori precedenti, quella cioè di eliminare del tutto e per scelta, la propria firma dai suoi lavori.
Durante questo periodo disegna copertine per album e materiale promozionale per artisti come Sutherland Brothers, Kevin Coyne, Edgar Broughton Band, Chilli Willi e Red Hot Peppers, Quiver, Kursaal Flyers e Michael Moorcock e Deep Fix. Nel 1976 si chiude la sua storia collaborazione on gli Hawkwind.
Barney Bubbles entra dunque a far parte della Stiff Records del fondatore dell’etichetta Jake Riviera, come designer e art director all’inizio del 1977, ma quando Riviera lascia la Stiff alla fine del 1977, Bubbles lo segue nella sua nuova etichetta Radar Records e più tardi anche nella F-Beat Records.
Per tutte queste etichette, Bubbles crea progetti unici e originalissimi, per artisti quali Elvis Costello, Nick Lowe, Carlene Carter e Clive Langer & The Boxes.
Il suo stile è emerso fin dalla fine degli anni Sessanta per il suo sapiente utilizzo dei colori, sempre forti ma mai stucchevoli.
La sua grafica si è sempre appoggiata moltissimo sui riferimenti geometrici, pescando a piene mani nella storia della grafica musicale ma cercando ostinatamente di modificarne il percorso stabilito dal mercato in favore di una ricerca genuina e coerente di una libertà espressiva che andasse ben oltre le mode del momento.
Nel 1979, oramai un nome assai noto negli ambiti della musica indipendente, Bubbles viene ingaggiato da uno dei più importanti giornali musicali inglese, quel New Musical Express conosciuto da tutti con il semplice nome di NME lavorare ad una completa revisione del marchio.

LOGO NME di Barney Bubbles
LOGO NME di Barney Bubbles

La riprogettazione di Bubbles del logo NME incorpora e rivisita elementi della Pop art e della poster art sovietica degli anni Venti in un formato grafico elegante ed avveniristico.
Il suo restyling includeva un nuovo logo con scritte in stile militare pulite che annunciava il passaggio del titolo da New Musical Express a NME.
Nel 1979 Derek Boshier cura una mostra dal titolo Lives alla Hayward Gallery di Londra e commissiona a Bubbles la progettazione del catalogo e del poster.

Manifesto mostra: Lives

Uno degli aspetti che però hanno da sempre accompagnato la vita di Barney Bubbles è una forma acuta di depressione paranoica che, alla fine degli anni Ottanta si acuì a causa di alcuni problemi finanziari e soprattutto per la una sua percezione di essere oramai fuori moda nel mondo della grafica.
Durante uno dei suoi periodi più bui, questo terribile fantasma che da sempre lo accompagnava, lo porta al suicidio avvenuto a Londra il 14 novembre 1983 quando si uccide chiudendosi la testa all’interno di un sacchetto riempito di gas. Aveva 41 anni.
A distanza oramai di quasi quarant’anni, si può sostenere che Barney Bubbles può essere inserito a buon diritto fra padri fondatori della grafica indipendente, autore di centinaia di copertine, poster e illustrazioni diffuse in milioni e milioni di copie in tutto il mondo.
Per chi volesse approfondire la sua arte, e onestamente dispone di un buon budget, è vivamente consigliato il volume di Paul Gorman Reasons to be Cheerful, Paul Gorman’s book on the graphic design genius and radical visual artist Barney Bubbles pubblicato nel 2008 che la rivista musicale britannica Mojo ha eletto a Libro dell’Anno.

Reasons to be Cheerful, Paul Gorman

Nel gennaio 2012, BBC Radio 4 ha trasmesso un documentario dal titolo In Search Of Barney Bubbles, scritto e prodotto da Mark Hodkinson.
L’importanza di Barney Bubbles trascende, a mio avviso, la sue opere e si staglia sopra i generi e gli stili, i periodi e le tendenze, riuscendo a toccarle tutte pur non divenendo mai un autore di genere.
Sfuggente, assurdamente unico nelle sue idee di grafica, ha mantenuto sempre una sua coerenza ed un’eticità che, dalle esperienze più underground di OZ magazine, fino ai moderni video clip, è davvero rara da trovare in altri autori.
Figura unica, trasversale e contorta così come la sua personalità, di Bubbles resta e resterà sempre l’esempio da insegnare a tutti i giovani grafici di come si possa lavorare e creare arte mantenendo fede ai propri gusti e principi più che alle influenze esterne, passeggere come la piuma di Forrest Gump.

The Print Mint, il primo negozio a produrre e distribuire magazine indipendenti

Print Mint, Inc. è stato un baluardo della stampa underground americana che ha svolto un ruolo fondamentale per la diffusione di riviste e fumetti indipendenti prima soprattutto nella zona della Bay Area.
Editore e distributore dal 1965, aveva la sua sede basato a San Francisco proprio durante il periodo d’oro del del genere a cavallo fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta.

Altro aspetto che lo ha reso un punto fondamentale di ritrovo per i giovani ribelli del periodo è la sua scelta, uno fra i primi se non addirittura proprio il primo, a scegliere di mettere in vendita un nuovo prodotto fino ad allora del tutto snobbato ed essenzialmente privo di un vero e proprio mercato di riferimento: il poster.
Iniziando come rivenditore di fanzine e riviste indipendenti dell’ala più apertamente psichedelica del movimento, la Print Mint si trasformò presto in editore e stampatore.
Originariamente la società appartiene al poeta Don Schenker ed a sua moglie Alice che nel Dicembre 1965 fondarono The Print Mint come negozio di cornici per foto e, solo successivamente, come rivenditore di manifesti e riproduzioni d’arte lungo la strada principale di Berkeley, la famosa Telegraph Avenue, teatro in quel periodo di continue manifestazioni del Free Speech Movement, un movimento di protesta la cui guida era il giovane Mario Savio, molto numeroso alla fine degli anni Sessanta che partendo dalla protesta contro l’intervento americano in Vietnam, era poi passato ad un livello dello scontro con l’Università molto più ampio, sfociando in numerose manifestazioni e scontri con la polizia. 

Il negozio inizialmente condivideva gli spazi con Moe’s Books, piccola e frizzante libreria del centro di proprietà di Moe Moskowitz ancora oggi attivissima e con gli anni divenuta vera e propria icona dello spirito libertario della città di Berkeley.
La libreria di Moe apre le porte nel 1959 e, ad oggi, può vantare un catalogo di oltre 200.000 edizioni nuove, usate e rare.
Nato nel 1921 a New York, Morris Moskowitz, dopo aver raggiunto la maggiore età, si stabilisce nell’East Village di Manhattan, dove studia pittura e storia dell’arte facendo anche parte, per un breve periodo, membro della Lega dei Giovani Comunisti e un pacifista dichiarato che fu più volte arrestato per protestare contro la Seconda Guerra Mondiale.
La necessità di guadagnarsi da vivere ha portato Moe a fare un’infinità di professioni: imbianchino, gelataio, operaio in una fabbrica di libri tascabili ed infine apprendista corniciaio.
Fu quest’ultima avventura che lo porta inseguimento nella Bay Area nel 1955, dove si stabilisce a Berkeley dove incontra la sua futura moglie, Barbara Stevens che aveva formato un collettivo anarchico dal nome Walden School di Berkeley.
Moe e Barbara si sposarono nel 1958 e aprirono il Bookshop nel centro di Berkeley che oggi si sviluppa su ben 4 piani con una sezione di dischi usati nel seminterrato che rimane tutt’oggi un ritrovo per studenti e collezionisti.
Moe e sua moglie hanno anche cresciuto due figlie, Katherine e Doris, ed è quest’ultima che oggi gestisce Moe’s Books, mantenendo in vita l’eredità di suo padre.
Per dare un’idea del personaggio, nel 1973 Moe fu colpito da un attacco di cuore a cui seguirono una miriade di regole imposte dal proprio dottore, più o meno tutte diligentemente seguite da Moe…  ha iniziato a mangiare più sano, a fare attività fisica e tutto il resto, ma no, non ha mai rinunciato ai suoi amati sigari.
Su questa sua fissazione era così deciso che lo portò a scatenare un’epica battaglia lunga 15 anni con il Consiglio Comunale di Berkeley contro l’ordinanza per il divieto dei fumatori negli spazi pubblici arrivando persino a proporre la trasformazione del Moe’s Book in un locale solo per fumatori, un sogno questo che, con grande sollievo del suo staff, non è mai stato realizzato.
Moe Moskowitz è scomparso nel 1997, ma rimane ancora oggi un’icona in una città piena di icone, un visionario amante dei libri con un posto fisso nella storia contemporanea di Berkeley.
Ritornando a noi, come Moe Moskowitz, lo stesso si può dire di Don e Alice Schenker il cui primo lavoro di editore sotto il nome di Print Mint è stato il libro
di fumetti fu una ristampa di Lenny di Laredo di Joel Beck, pubblicato da Print Mint nell’aprile 1966.


Come abbiamo già accennato però, uno degli aspetti particolari e visionari di Schenker e della sua Print Mint fu la pubblicazione e distribuzione di questi nuovi e strani e coloratissimi poster che si stavano vedendo sempre più in giro.
I concerti dei due storici locali di San Francisco come The Avalon Ballroom e The Fillmore venivano pubblicizzate da manifesti disegnati dagli giovani e artisti sperimentatori passati alla storia come Big Five: Stanley Mouse, Rick Griffin, Alton Kelley, Victor Moscoso e Wes Wilson. I loro lavori facevano impazzire i ragazzi che facevano pazzie pur di accaparrarseli e Schenker se ne innamorò iniziando a supportarli nelle loro stampe ed esponendo nel suo negozio i lavori anche di altri artisti come Peter Keymack, Hambly, Solo Period, MC Escher, Neon Rose, Bob Frieds Food line e molti altri.
Nel dicembre del 1966, Print Mint si allargò ed aprì un secondo negozio in Haight Street, nel quartiere di culto di Haight Ashbury, in un edificio che, ancora lui, Moe Moskowitz mise a disposizione di Schenker.

Il negozio divenne immediatamente un centro di attività di ogni genere, una fonte a cui attingere per ogni tipo di informazione sul movimento e sulle sue attività.
Questo fino alla fine del 1968 quando il fondo venne acquistato da un nuovo soggetto a causa di alcuni problemi economici di Moskowitz e Schenker dovette chiudere la casa editrice più hippies che si fosse mai vista.
A partire sempre dal 1968 però, l’editoria e la distribuzione di fumetti underground erano diventati il principale canale per The Print Mint a cui si erano aggiunti, nella conduzione del negozio anche i coniugi Bob and Peggy Rita.
Il primo underground comix targato e distribuito da Print Mint fu il settimanale Yellow Dog, edito direttamente da Don Schencker oltre che la ristampa di Feds ‘n’ Heads di Gilbert Shelton, che inizialmente si era autoprodotto.

Negli anni Print Print divenne famosa in tutti gli States per la promozione, pubblicazione e distribuzione del meglio dell’editoria underground del periodo. Ogni nome che ha contribuito alla storia del fumetto indipendente è infatti passato dalla Print Mint, artisti oramai leggendari quali Robert Crumb, Trina Robbins, Rick Griffin, S. Clay Wilson, Victor Moscoso, Gilbert Shelton, Spain Rodriguez e Robert Williams.
Titoli come Zap Comix, Junkwaffel, Bijou Funnies e Moondog i primi fumetti a tema ecologico come The Dying Dolphin ed il meglio della poster art di Jim Evans, Ron Cobb e Rick Griffin.

Essendo il primo editore a investire pesantemente nel movimento underground comix e nella sua distribuzione, Print Mint è stato determinante per la popolarità e la diffusione di questo mondo parallelo e dei suoi contenuti alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70 quando alcuni autori decisero di mettersi in proprio e fondare le loro proprie case editrici. Alcuni di questi, tra cui Gilbert Shelton e Frank Stack, interruppero la collaborazione all’inizio del 1969 per formare il loro progetto editoriale, la Rip Off Press, portando con sé alcuni dei più affermati fumettisti come lo stesso Crumb.
Sempre per essere stati i primi a distribuire certo materiale underground, gli Schenker furono arrestati e accusati di pubblicare materiale pornografico contenuto, secondo il dipartimento di polizia di Berkeley, all’interno del numero 4 di ZAP Comix di Robert Crumb e soci.
Don Schenker muore nel 1993 e, con gli anni, Alice si allontana dalla Print Mint che oggi continua a produrre progetti editoriali sia pur on molta meno vivacità del suo primo periodo.
Resta comunque una storia unica, romantica e frizzante, di una copia e di un sogno, forse ingenuo ma meraviglioso che non solo si è realizzato, ma ha contribuito a realizzarlo per molti altri che hanno potuto imparare, godere e apprezzare fumetti, riviste e poster underground che altrimenti sarebbero rimasti del tutto sconosciuti.

The Underground Press Syndicate, il primo sindacato delle riviste underground

The Underground Press Syndicate (UPS), più tardi noto come Alternative Press Syndicate (APS), è una rete di giornali e riviste underground nata a metà del 1966 grazie agli editori di cinque fra i primi magazine indipendenti, nello specifico: l’East Village Other, il Los Angeles Free Press, il Berkeley Barb, The Paper e Fifth Estate.
Per molti anni l’Underground Press Syndicate è stato gestito da Tom Forcade, personaggio che meriterà prima o poi uno specifico approfondimento su questo sito, e che in seguito fonderà la rivista High Times.

Tom Forcade

L’Underground Press Syndicate crea fin da subito un servizio rivoluzionario per il periodo e, più tardi, un proprio bollettino informativo da diffondere a tutte le riviste del movimento.
Il servizio rivoluzionario di cui sopra consiste nell’accordo stipulato da tutti i membri UPS per consentire a tutti gli altri sostenitori di ristampare liberamente i loro contenuti, di scambiare abbonamenti gratuiti tra loro e di pubblicare un notiziario irregolare con l’elenco di tutti i giornali UPS con i loro indirizzi facenti parte di UPS.
Questa condivisione all’interno del movimento ha fatto si che anche i primi numeri di piccole riviste avessero già materiali interessanti da pubblicare.
Un esempio di questo scambio fruttuoso è la copertura in preda diretta delle rivolte di Detroit del 1967 pubblicate originariamente sul Fifth Estate e poi immediatamente copiate da tutte le altre riviste underground del periodo.

Fifth Estate

Le riviste che fanno parte di UPS sono molto diverse fra loro, alcune sono militanti mentre altre, come il San Francisco Oracle, presentano contenuti ben più spirituali e psichedelici e sono graficamente molto più sofisticati e originali.

San Francisco Oracle

Grazie al lavoro dell’UPS, in breve tempo il numero dei documenti condivisi si è moltiplicato in maniera esponenziale diffondendo gli articoli più interessanti e facendo emergere alcune delle figure centrali del mondo dell’editoria underground fra cui Walter Bowart e John Wilcock dell’East Village Other e Michael Kindman di The Paper.
Dopo qualche mese dalla nascita, anche il famoso San Francisco Oracle si affilia all’organizzazione e, con esso, anche altre importanti riviste del tempo come The Rag oppure The Illustrated Paper, una rivista psichedelica meno conosciuta rispetto alle altre pubblicata a Mendocino, in California.

The Rag

A partire dal 1967, molte altre testate fanno la stessa scelta facendo crescere l’organizzazione che inizia anche a produrre i primi documenti ufficiali.
Interessante notare come all’UPS aderiscono riviste da tutti gli Stati Uniti, come testimonia il caso di The Inquisition, rivista nata e sviluppatasi nel profondo sud, per la precisione a Charlotte, North Carolina.

The Inquisition Magazine 1968

Il primo raduno di tutte le redazioni delle riviste appartenenti ad UPS  si tiene a casa di Walter Bowart del San Francisco Oracle a Stinson Beach, in California, nel marzo del 1967, con la presenza di circa 30 persone in rappresentanza di 8 magazine.
L’incontro non è proprio il massimo in termini di risultati, ma ha un enorme valore simbolico e soprattutto di esempio al fine di creare un senso di comunità nazionale e far sentire i giornali meno soli nei loro sforzi contro quello he veniva definito “il sistema”.

Documento Underground Press Syndacate

Nel giugno del 1967, una conferenza UPS a Iowa City vede la presenza di circa 80 redattori di giornali fra gli Stati Uniti ed il Canada e, per la prima volta, compaiono anche componenti di un’altra organizzazione nata da pocco ccon scopi simili, il Liberation News Service (LNS), fondata da Marshall Bloom e Ray Mungo.

Liberation News Service

Questa ricopre un ruolo altrettanto importante e complementare ad UPS, nella crescita e nell’evoluzione della stampa underground statunitense.
La parabola ascendente dell’editoria underground però comincia a frenare, nel 1970 e nel 1973 la situazione, come del resto l’intero movimento controculturale mondiale è in totale stallo.
Proprio nel 1973 si svolge a Boulder, in Colorado un nuovo incontro tra i giornali underground che sancisce il cambio di nome in Alternative Press Syndicate (APS).
L’APS è il tentativo – fallito – di reinventare il sindacato e dargli nuovo slancio per riuscire a competere con una nuova realtà, l’Association of Alternative Newsweeklies, la rete di settimanali alternativi molto meno radicale di APS.
Dopo alcuni altri tentativi di riorganizzazione, nel 1976 quella che è adesso denominata APSmedia si scioglie e termina la sua avventura.
Nel 1974 infatti, la maggior parte dei giornali underground degli Stati Uniti ha cessato le pubblicazioni anche se, è giusto ricordare, come queste brevi ma intense esperienze editoriali, abbiano lasciato una eredità assai importante e duratura e, a testimoniarlo, sono le decine di fogli e piccole pubblicazioni nate nelle piccole città e periferie americane come, solo per citarne alcune, quelli di Long Island come Moniebogue Press e Suffolk StreetPapers.

 

L’eroina dei primi teen comics Bunny Ball incontra una strana band di nome The Beagles

Ci sono dei prodotti, nella storia dell’editoria indipendente, che si muovono ai margini di ambiti a prima vista lontanissimi fra loro: dal trash al demenziale, dal politico al più libertario mondo della controcultura vera e propria.
Uno di questi è senz’altro Bunny Ball, che al tempo in cui apparve, fecce scuotere le teste a molti dei padri di famiglia convinti che i loro ragazzi stessero definitivamente perdendo tempo con sciocchezze ultra-psichedeliche.

E’ il 1969, ok, e in tutti gli Stati Uniti gli adolescenti stanno scoprendo le nuove droghe psichedeliche, abbandonando la società per vivere nelle comuni o scappando di casa insieme a brutti ceffi casomai appartenenti a bande di motociclisti come quelle degli Hell’s Angels.
Ecco, non troverete niente di simile nella serie edita dalla Harvey Comics con protagonista la nostra eroina Bunny Ball, il cui cognome non è sicuramente un eufemismo casuale.
Ma Bunny non è la sola protagonista di questi fumetti composti a malapena da 52 pagine, c’è anche sua sorella più giovane, ancora adolescente, dal nome Honey.
Bunny Ball è però il personaggio principale di questa serie degli anni ’60, la risposta di Harvey al monopolio dei fumetti della Archie Series nel genere teen comics.

Bunny è una la tipica teenager che adora fare shopping con le sue amiche e ascoltare e cantare la nuova musica beat.
In Rock Happening, il numero della serie di Bunny dedicato appunto alla nuova musica beat di un fantasioso quartetto inglese chiamato The Beagles.

E’ proprio la possibilità di Bunny di uscire con i quattro componenti di questa famosissima band: rinominati Nigel, Stanley, Frederic e Harold ed il loro manager Garson Goldentripp, che sta al centro di Rock Happening, numero uscito nel 1966.

In un libro a spirale il meglio della grafica hip hop degli anni novanta a New York

A metà degli anni ’90, il collezionista di memorabilia musicali Dan Cook era titolare di un piccolo negozio di dischi nell’East Village, New York.
Era sua abitudine girarsi la grande mela in lungo ed in largo alla ricerca di fogli, riviste e volantini del periodo o del passato ed in uno di questi suoi giri, precisamente ad una fermata nel Bronx, era solito intrattenersi in un negozio di dischi di cui si era innamorato e dove era solito trovare dei dischi nuovi, ma soprattutto usati, che lo facevano letteralmente impazzire.
Si trattava per lo più di dischi appartenuti a qualche DJ visto che erano di solito molto consumati, alcuni quasi al limite dell’utilizzo.
In alcuni casi le condizioni di questi dischi era così mal ridotte che Cook non poteva neppure pensare eventualmente di rivenderle.
Continuando però questa serie infinita di viaggi e viaggetti nel sottobosco underground di New York in alcuni anni Dan ha messo insieme una piccola collezione comprensiva anche di un gran numero di volantini troppo giovani per essere vintage ma troppo belli per venderli a prezzi stracciati come solitamente viene fatto con questo materiale per sua natura effimera.
Alcuni di questi flyers riportavano i concerti di alcuni dei suoi gruppi hip hop preferiti e avevano una grafica davvero fantastica, soprattutto se paragonata agli altri lavori prodotti al tempo anche al di fuori del mondo dell’underground.
Cook, non sapendo di preciso cosa farne, decise allora di tenerli e riporli in una scatola che per anni raramente ha aperto per mostrarli ad amici.
Proprio uno di questi, dopo aver riconosciuto in questo materiale una vera e propria ricchezza grafica e storica, ha suggerito a Cook di farne un libro.

È questa la storia che sta alla base dell’archivio dello stesso Cook che negli anni ha raggiunto dimensioni ragguardevoli cconvinendolo, proprio in questo 2019, a farne una pubblicazione assai utile per hi studia la storia della grafica, della musica e quindi dell’intero mondo underground.
Questo archivio rappresenta uno sguardo critico e archivistico sui numerosi volantini che hanno riempito le pareti, i muri ed un pò tutta la città di New York dalle sue scuole superiori fino ai club senza orari di chiusura in un periodo storico immediatamente precedente all’invasione dell’hip hop che, in poco tempo, ha conquistato il mondo intero.
In questo libro di 47 pagine rilegato a spirale come un vecchio taccuino dal titolo 47 Fly Flyers from the Early Hip Hop era, appena pubblicato da SUN, tutto questo archivio viene selezionato e riportato alla luce, mostrando una volta di più quanto sia importante una corretta catalogazione ed un sapiente archivio in modo da non perdere gli aspetti di sviluppo dei trend grafici dagli anni Novanta ad oggi di un ambito, quello dell’hip hop ancora poco studiata ma senz’atro, come l’intero sviluppo di questo grande movimento ci dimostra, enormemente diffuso e amato

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Superbitch, la prima eroina nera tutta sesso, violenza e azione

L’editore California Comics e Bob Sidebottom nel 1977 stampano circa 5.000 copie di questo fumetto dal titolo abbastanza diretto Superbitch creato dal fumettista di Chicago, Ira Harmon.
Siamo in pieno furore creativo e uno dei più importanti filoni artistici, fracinema e fumetto, è la cosiddetta Blaxploitation – fusione delle parole inglesi black ed exploitation (sfruttamento).
Si tratta di un vero e proprio genere che nacque negli Stati Uniti nei primi anni Settanta, quando molti film d’azione, violenza e poi sempre più ammiccamenti sessuali, furono realizzati a basso costo avendo come pubblico di riferimento gli afroamericani.
Queste pellicole vedevano protagonisti principalmente attori afroamericani diretti da registi afroamericani – raramente erano bianchi – e furono i primi ad avere colonne sonore di musica soul o funk di altissimo livello.
Sebbene criticati dagli stessi attori e registi e soprattutto dagli attivisti per i diritti civili a causa del loro generalizzato uso di banali stereotipi sul mondo afro, queste pellicole e fumetti riscossero un notevole successo colmando la lacuna inerente all’offerta di intrattenimento appositamente creato per gli afroamericani e furono immensamente popolari tra il pubblico di colore, e sia pure in misura minore, anche tra il pubblico non di colore.

Superfly, regia di Gordon Parks jr, 1972
                                Blacula di William Crain, 1972
Shaft il detective, di Gordon Parks, 1971

Freda Foxx, il vero nome di questa nostra nuova eroina, non è il primo personaggio dei fumetti ad essere fortemente influenzato dal cinema Blaxploitation, ma è uno dei pochi personaggi femminili neri creati da un fumettista nero.
Il lavoro di Ira Harmon è immediatamente riconoscibile per il suo estremo senso dello stile visivo e dell’umorismo he lo differenzia rispetto alla maggior parte dei fumetti underground del periodo.
Superbitch è un fumetto dove grande rilevanza è data al sesso ed alla sua non filtrata descrizione che negli anni successivi aumenterà sempre più fino alla creazione, nei nostri anni del web, di vere e proprie saghe dove i personaggi, e perfino i supereroi ultra conosciuti, diventano nè più e nè meno, attori pornografici.
Superbitch è caratterizzata da un corpo mozzafiato messo in evidenza da una tuta iper aderente e dalla classica capigliatura afro.
Le sue avventure, come detto, comprendono solitamente sfrenate scene di sesso che vengono mostrate senza alcun tabù, anzi..  visto che i suoi superpoteri sono la capacità di aumentare le dimensioni e il peso del proprio seno e soprattutto la vagina radioattiva!
L’unica uscita di Superbitch compare in un volume di 23 pagine con Freda Foxx, la supereroina raffigurata sulla copertina.

Mentre Freda Foxx si diletta sul suo appartamento di New York in un perenne stato di nudità, dando da mangiare al suo leopardo domestico e ascoltando la televisione che parla dei primi astronauti neri che verranno mandati sulla luna, proprio la missione Apollo ha un incidente e gli astronauti vengono persi nello spazio.

A questo punto tocca proprio a Freda indossare il suo costume da Superbitch ed imbarcarsi su una nave spaziale per la missione di salvataggio.
Superbitch e gli astronauti neri affrontano molte complicazioni durante questa avventura, tra cui una gattina interplanetaria che inghiotte le loro astronavi, un enorme pene che tenta di uccidere Superbitch e una città di guerriere lesbiche che pianificano di uccidere tutti gli astronauti.

Ma Superbitch ha dei super poteri che tornano utili durante questi conflitti, tra cui il suo già citato seno da demolizione e la sua vagina radioattiva!
Superbitch è quindi si completamente sfaiata nel suo rapporto on il sesso, ma è altrettanto ironia da non scadere mai nel rozzo e nel banale rendendo la sua storia piacevole e mai di attivo gusto.


Synapse: The Electronic Music Magazine

Synapse: The Electronic Music Magazine è stata una rivista bimestrale americana di musica elettronica pubblicata tra il marzo 1976 e il giugno 1979. In un periodo in cui i sintetizzatori commerciali erano ancora piuttosto nuovi ed in gran parte fai-da-te, Synapse è stato un magazine molto importante per le sue interviste con musicisti e articoli che hanno contribuito a diffondere la cultura della nuova musica elettronica che, a giudicare da quanto successo negli ultimi 30 anni, ha avuto un discreto successo e diffusione.
La prima redazione era composta dall’editore Douglas Lynner, dall’art director Chris August, dal fotografo Bill Matthias e dall’illustratrice Angela Schill.
Negli anni la redazione ha visto numerosi cambiamenti che hanno portato a nuove collaborazioni con Colin Gardner e Melodie Bryant.

Synapse chiude i battenti nel 1979 dopo 14 numeri.
La rivista era una piccola realtà editoriale che non ha mai raggiunto un’alta tiratura ma il suo grande merito è stato quello di offrire interviste con i principali produttori di sintetizzatori del periodo e soprattutto di ospitare discussioni anche con i musicisti che di questi nuovi strumenti stavano iniziando a scoprire le potenzialità.
Alcuni di questi artisti, fra i quali ricordiamo la band dei Tangerine Dream, i Kraftwerk oppure il grande Brian Eno.
Come spesso accade con lo studio delle riviste del passato, risultano molto interessanti le inserzioni pubblicitarie del tempo soprattutto di una vastissima gamma di sintetizzatori, dai più grandi produttori fino alle piccole compagnie che sperimentavano su questa nuova fetta di mercato in espansione.


Jean Solé ed il fumetto underground francese

A volte, una canzone ispira un amore, a volte causa dei litigi, altre a volte un prodotto editoriale underground.
Uno di questi casi è quello della canzone Stink-Foot di Frank Zappa presente nel suo album del 1974 dal titolo Apostrophe che ha appunto ispirato il lavoro dell’illustratore francese Jean Solé nel 1975 quando, nella rivista di satira francese Fluide Glacial, è apparso il fumetto chiamato Pop & Rock & Colegram.

Pop & Rock & Colégram – 1975

Questi fumetti, poi pubblicati su Fluide Glacial dal 1975 al 1978, sono creati dagli illustratori francesi Marcel Gotlieb – noto come Gotlib e Jean Solé che insieme crearono le illustrazioni estremamente ricche e dettagliate basate successivamente anche su altri grandi classici della musica rock quali i pezzi dei Beatles, dei Roxy Musica, dei Pink Floyd.

Jean Solé – The Beatles and the Women – 1976

Questi progetti sono pensati per mettere in immagini le traduzioni francesi di grandi canzoni ed il risultato è davvero sorprendente mentre i testi a volte risultano davvero assurdi e senza senso.
Le traduzioni delle canzoni di questi diversi artisti sono realizzate da Alain Dister, giornalista specializzato nella storia della musica rock e sono state messe in scena da Jean Solé, che come detto tende nei suoi lavori a riempire al massimo le tavole.
Possiamo dire che questo fumetto è il più elaborato di Solé, disegnatore dal 1971 con un picco di successo per la creazione del famoso logo delle Guide du Routard, il viaggiatore con al posto dello zaino il mondo intero.

Jean Solé merita davvero un approfondimento.
Nato a Vic Fezensac, Gers, ha fatto la sua prima apparizione nella rivista Pilote nel 1971 ma il suo primo successo arriva con il fumetto psichedelico Jean Cyriaque da lui disegnato insieme allo sceneggiatore Jean-Pierre Dionnet nel 1972-1973.

Jean Cyriaque – Pilote 1973

Altro grande successo è la raccolta di illustrazioni dal titolo Les Animaux Fabuleux in cui la creatività di Solé si sprigiona in tutta la sua energia e le sue competenze grafiche e di illustratore rendono al meglio.

Si tratta di una serie di animali fantastici quali draghi pavoni e draghi in bianco e nero che dimostrano la cura maniacale del dettaglio e la visionarietà delle forme.
Solé ha infatti uno stile di disegno tutto suo, molto particolare: un mix di realismo, dettagli sottili e barocchi insieme ad assurdità visive che risentono fortemente, sia pure in maniera del tutto personale, dell’underground comix statunitense.
Enormi lavori pieni di simboli, strambi personaggi ed invenzioni folli dove Solé dimostra anche un’esemplare padronanza nell’utilizzo del colore e delle sue potenzialità grafiche. Un artista originale ed un classico dell’editoria underground europea che, nonostante l’opinione diffusa, non ha niente da invidiare ai cugini d’oltreoceano.

Butifarra! ovvero i fumetti della resistenza urbana di Barcellona

A metà strada fra una fanzine ed una tipica rivista dell’underground press dei tardi anni Sessanta, Butifarra! è una pubblicazione di comix che nasce a Barcellona nel 1975 che prende il nome da un’espressione gergale catalana che significa più o meno a mezze maniche.

Butifarra! Logo

Prima della prima uscita di Butifarra!, il gruppo aveva già dato alle stampe un quaderno di 16 pagine intitolato Tocata y Fuga de la O.S.H., datato 15 aprile 1975, e del quale ne vengono pubblicate 5.000 copie, immediatamente esaurite. Cronologicamente questo è il primo numero del collettivo, a distanza di soli due mesi dall’uscita di Butifarra! del quale può essere considerato il numero zero.

TOCATA Y FUGA DE LA O.S.H. – 1975

Irregolare nelle uscite ma comunque sempre molto attiva, nel primo anno di vita conta addirittura 22 numeri molti dei quali tematici, il primo dei quali apparso il 15 giugno 1975.
Inizialmente pensata come una rivista bisettimanale, la redazione non riuscì mai come detto a mantenere una regolarità nelle uscite fra mille problemi economici affrontati con indomito spirito indipendente dai redattori che autofinanziavano il progetto e coprivano eventuali buchi tramite una cooperativa creata appositamente.
I riferimenti culturali ed editoriali della redazione erano riviste quali Rius a Los Agachados ed il messicano Los Supermachos, ma Butifarra! ha cercato di andare un pò oltre utilizzando il potenziale del linguaggio del fumetto in modo anche didattico, per informare ed educare i lettori su questioni complesse legate ai problemi dei quartieri più periferici e delle classi lavoratrici da una posizione marcatamente schierata.

Los Supermachos (1965-1968)
Los Agabadhos

Butifarra! viene distribuito in modo artigianale in ogni manifestazione o raduno di persone (associazioni di quartiere, concerti, ecc.).
L’editore Alfonso Lopez ha da sempre sostenuto che Butifarra! è l’espressione della frustrazione di non essere informato sui principali temi che riguardano la città e le sue problematiche socio culturali.
Butifarra è il risultato delle esperienze di utilizzo del mezzo del fumetto e del cartone animato come strumento di rivendicazioni popolari.
Lo stile della rivista e di alcuni dei suoi autori ha fatto parlare di editoria underground anche se Lopez e gli altri hanno sempre cercato di staccarsi dalle definizioni e da un certo spirito avanguardista preferendo invece di allargare il più possibile il target di riferimento con l’intento di raggiungere più persone possibile.
All’interno del team di collaboratori, oltre alla figura centrale di Alfons López, c’erano Ricard Soler, Carlos Vila, Antonio Martino, Ivan Tubau, Juanjo Sarto, Francisco Pérez Navarro, Francesc Capdevila, José Briz, Manuel Puyal , Pere Lluís Barberá e Albert Parareda, e tante altre numerose collaborazioni sporadiche di cui si sono perse le tracce.
Ogni numero nasce durante un’assemblea dove vengono decisi gli argomenti da discutere e gli script dei fumetti che poi vengono condivisi da tutti. Le sceneggiature passano poi nelle mani dei fumettisti e quindi alla pubblicazione.
La storia di Butifarra! è difficile da ricostruire in quanto sono rimaste poche copie archiviate e catalogate e oltretutto, a complicare ancor di più lo studio e la ricerca, c’è il fatto che nessun fumetto è firmato, quindi difficile da analizzare.
Butifarra chiude i battenti nel 1977 ma senza polemiche visto che l’obiettivo iniziale di parlare di tematiche sociali in maniera nuova ed originale attraverso il fumetto è stato raggiunto, tanto è vero che, a distanza di quasi cinquant’anni, siamo ancora qua a parlarne.

Butifarra! Barcelona 1975

The Great Speckled Bird è un magazine di controcultura politica

The Great Speckled Bird è stato un giornale underground con sede ad Atlanta, Georgia, dal 1968 al 1976.
Comunemente noto come The Bird, è stato fondato da un gruppo di attivisti, fra cui Tom e Stephanie Coffin, Howard Romaine e Gene Guerrero Jr, della New Left della Emory University e da alcuni membri del Southern Student Organizing Committee, una parte del movimento Students for a Democratic Society.

Students for a Democratic Society – 1969

Il primo numero esce l’8 marzo 1968 e per 6 mesi è uscito con regolarissima cadenza settimanale fino ad arrivare al 1970 quando addirittura arriva ad essere il terzo magazine più venduto in tutta la Georgia con una tiratura di ben 22.000 copie. Membro fondatore e sottoscrittore della prima agenzia stampa indipendente, il Liberation News Service.
Fortemente schierato politicamente contro tutto l’establishment politico e i cosiddetti poteri forti, dopo aver pubblicato un esposto contro il sindaco di Atlanta, subisce addirittura un attacco fino all’incendio dell’ufficio situato all’estremità nord del Piedmont Park che andò interamente distrutto il 6 maggio 1972.
La peculiarità di The Bird è la scelta netta e perseguita con tenacia per tutta la storia del magazine, di pubblicare articoli su questioni non trattate nei giornali mainstream: la guerra in Vietnam, il potere nero, la liberazione delle donne, l’attivismo gay, il lavoro e le questioni ambientali.
Da un punto di vista grafico, The Bird ha lanciato i fumetti di Ron Ausburn e contributi su arte e cultura di Miller Francis.

Ron Ausburn – The Great Speckled Bird – 1970

Le copertine di Ausburn erano letteralmente richiami grafici e diretti all’azione politica ed alle manifestazioni di piazza con illustrazioni che uniscono vari media fra cui fumetto, tipografia e grafica.

Cover History: The Great Speckled Bird

The Great Speckled Bird era, insieme al texano The Rag, uno dei pochi magazine underground prodotti e realizzati negli stati del sud del paese.
Rigoroso sotto ogni punto di vista, non si concede quasi mai alla nascente grafica psichedelica così in voga nella West Coast e mantiene per tutti gli otto anni di vita un assoluto livello di pulizia nei layout con un equilibrio estremamente sobrio fra testo, immagini e illustrazione.
Un tipico esempio di quel segmento di editoria underground che si differenzia sostanzialmente da quella più tipicamente hippies del San Francisco Oracle e del Berkeley Barb.

Plexus Magazine, la rivista che disinibisce

Plexus è stata una rivista bimestrale francese realizzata dal 1966 al 1970 con solo 36 numeri all’attivo, ma che in ognuna delle 36 copertine è riuscita a sprigionare un ritmo tipicamente funky, molto vintage style, condito da un erotismo mai urlato ma sempre caldamente ammiccante.
Dalla grafica ai contenuti, era una perfetta rappresentazione cartacea del suo tempo, così tipica da venir definita da tutti The uninhibited magazine, ovvero La rivista disinibita.
Nel 1967 viene anche vietata ai minorenni per il suo contenuto ritenuto pornografico.

Oltre alle sue fantastiche copertine, Plexus era un tesoro di contenuti con articoli che andavano dalla storia alla filosofia, fino alla fantascienza, il tutto sotto il controllo di Jacques Sternberg, l’editore (e letterato) di Plexus.
L
e diverse sezioni erano dedicate all’arte ed alla letteratura erotica con la regolare presenza delle splendide e conturbanti illustrazioni create appositamente da Leonor Fini, personaggio che di per se meriterebbe molto più spazio all’interno della storia dell’illustrazione.
Oltre agli originalissimi contributi della Fini, ad abbellire le pagine di Plexus era sempre sempre un fumetto di Popeye.
Molti dei collaboratori provengono dall’esperienza di un altro magazine, Planète magazine, organo del movimento del realismo magico e pubblicato tra il 1961 e il 1971.
Le figure più importanti del magazine erano Alex Grall, direttore di Plexus per i primi numeri, seguito da Louis Pauwels prima di Jacques Mousseau, ultimo art director della pubblicazione.
L’ultimo nome da ricordare è comunque Pierre Chapelot, direttore artistico della rivista e colui che le ha dato una propria splendida immagine.

Plexus #1, 1966
Plexus, n.16, Settembre 1968
Cover: Wolfgang Hutter
Plexus, n.28, Ottobre 1969
Cover: Gilles Rimbault
Plexus, n.31, Gennaio 1970
Cover: Le Bain turquoise
Plexus, n.23, Aprile 1969
Cover: “My best Friends,” poster Robert Lewis
Plexus, n 26, Luglio 1969
Cover: Roman Cieslewicz
Plexus, n.34, Aprile 1970
Cover: Graham Rogers

Di particolare interesse è il fumetto presente nel numero 30 del  Dicembre 1969 in cui viene presentato il fumetto psichedelico dal titolo Alcohol Tripping ideato sulla base di una storia di Don Mitchell ed illustrato magistralmente da Tito Topin, storico collaboratore della rivista.
Il fumetto è un chiaro esempio di grafica psichedelica in cui Topin sprigiona, a partire da un unico colore un mondo sognante e visionario che rimanda a certi lavori di Guy Peellaert, penso per esempio al suo famoso lavoro per Pravda.

Alcohol Tripping – Tito Topin – Plexus Magazine (1969)

Throttle Magazine è stata la rivista hot rod prima che si parlasse di hot rod

Throttle Magazine è stata forse la prima rivista ad occuparsi interamente al mondo dell’hot-rod.
Nato nel 1941 a Los Angeles, in California per seguire il crescente movimento delle auto da corsa personalizzate, è durata solo un anno lasciando però una grande eredità nel settore editoriale sia dal punto di vista dei contenuti, sia soprattutto per l’aspetto estetico e grafico che ha gettato le basi per tutta un’infinita serie di magazine che successivamente sono nati.
I dodici numeri usciti nell’unico anno di vita includono un’edizione speciale dedicata alla corsa Indy 500 e il numero del primo anniversario, che sarebbe però stato anche l’ultimo.
La pubblicazione di Throttle Magazine cessò in un momento critico nella storia degli Stati Uniti, quello cioè del bombardamento di Pearl Harbor ed il conseguente ingresso all’interno della seconda guerra mondiale a cui decise di partecipare anche Jack Peters, editore della rivista.
Peters, nato in Oklahoma, frequenta il Liceo Artistico dove fa parte del Circolo della stampa e scrive per l’annuario.
Nel 1935 Jack decide di fare il primo passo stampando la sua prima rivista più o meno autoprodotta sul tema del car racing.
Nel 1937, insieme ai suoi amici Bill Burke, Joe Hunt, Bill Hunt, Joe Reath, Tom O’Mara, Bob Avery e Bruce Snitzler, forma il Road Rebels Car Club poi Western Timing Association WTA nel 1938.

Road Rebels members. From left to right, unknown, Tom O’Mara, Bob Avery, Bruce Snitzler, and Bill Burke. Photo provided by Dan O’Mara.
Another photo that were with the negatives above. Photo provided by Dan O’Mara.

Nel 1939 la WTA organizza 3 corse nel lago di Rosamond Dry nel deserto del Mojave pubblicizzati da poster tipografici creati dallo stesso Jack, che all’epoca lavorava ancora per una tipografia locale.
Dopo aver creato una newsletter per tutti gli affezionati, Peters compie il grande salto iniziando a stampare il suo progetto più ambizioso Throttle Magazine nel gennaio 1941.
Arruolatosi come detto nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, per molti anni nessuno ha saputo cosa fosse successo a Jack Peters e molti hanno quindi pensato che fosse stato ucciso durante il suo servizio militare.
Dopo una lunga ricerca sul vero nome di Jack Peters che si è scoperto essere Jack E. Jerrils.
Nessuno sa perché lo pseudonimo sia negli anni diventato il suo vero nome, ma attraverso il nipote di Jack, Steven Jerrils, il sito The Rodder’s Journal è stato in grado di risolvere il mistero.
Nel settembre 1941 si scopre quindi che Jack divenne redattore di uno sperduto giornale della comunità di Crenshaw, Los Angeles chiamato Boulevard News.
Dopo essere tornato dalla guerra, nel 1947 Jack E. Jerrils si trasferisce a Carson, in California dove lavorerà per l’Harbour Belt Line Railroad nel porto di Los Angeles per 14 anni non smettendo però mai di scrivere per diverse riviste nazionali.
Nel 1957 Jack inizia a collaborare con il vecchio giornale locale Harbor Mail e contribuisce a lanciare un altro giornale, il Carson Sun.
Muore di cancro ai polmoni nel 1980 mentre sua moglie Phyllis lo raggiunge nel 1999.
È difficile non chiedersi il perché Jack non abbia ripreso in mano il progetto di Throttle Magazine dopo la guerra o perché non si sia più occupato, almeno pubblicamente, del mondo delle corse e dell’hot rod.
A prescindere dalle scelte personali di Jack E. Jerrils, quello che è certo è l’assoluta novità del progetto Throttle che presentava in maniera elegante e nuova le gare di hot rod che si svolgevano sui laghi asciutti che circondano Los Angeles presentando anche articoli sulle cosiddette gare speedway nel sud della California e le auto Champ.
Throttle Magazine fu pubblicato ancora prima che venisse coniato il termine Hot Rod ed a dimostrazione di questo suo salto nel futuro, il termine non compare mai da nessuna parte nei dodici numeri della rivista.

Throttle January 1941

Il sito The Rodder’s Journal nel 2010 ha realizzato un gran bel progetto, la pubblicazione del libro Throttle Magazine – 1941: The Complete Collection, un elegante volume che contiene le ristampe anastatiche dei numeri originali, comprese le copertine e le pubblicità.
Grazie a questo libro è possibile quindi riscoprire quelli che sono stati i pionieri del mondo hot rod come Wally Parks, Bill Burke e Lou Senter e vederli all’opera proprio nel loro momento magico.
Interessante è anche poter sfogliare ed ammirare anche alcune delle prime pubblicità dei marchi più iconici del settore hot rod come Edelbrock, Bell Auto Parts, Eddie Meyer e Sandy’s Muffler.

Il volume è un’importante testimonianza anche per gli studiosi di storia dell’editoria in quanto contiene anche un nuovo capitolo specifico sulla storia degli uomini che hanno originariamente pubblicato Throttle magazine.

Illustrazione o collage, con Adolf Hoffmeister non si sbaglia mai

Adolf Hoffmeister è un gigante della grafica del Novecento.
Uno dei maggiori disegnatori e illustratori del Novecento, ma anche librettista,  prosatore, avvocato, poeta, diplomatico, caricaturista, drammaturgo, ideologo, professore d’arte e combattente per le libertà dei rifugiati ebrei.

Adolf Hoffmeister, Parigi, 1968

Avrete capito che non parliamo di un personaggio qualsiasi.
Giovanissimo membro del gruppo  Devětsil accanto al teorico Karel Teige ed al poeta Vitezslav Nezval, un gruppo ceco di artisti d’avanguardia, abbandona ben presto la pittura a olio per dedicarsi quasi esclusivamente al ritratto caricaturale di cui diventerà un vero maestro come lo sarà nell’ambito del collage, in cui si evidenzia l’influenza esercitata sui suoi lavori da Max Ernst.
Negli anni ’30, l’ufficio legale in cui lavora rappresenta molti degli esuli tedeschi in fuga dal nazismo incluso Thomas Mann mentre, come membro della Mánes Association of Fine Arts, è stato determinante nell’introdurre e difendere l’opera di fotomontaggio antinazista di John Heartfield.

Adolf The Superman: Swallows Gold And Spouts Junk – 1932

Uomo mondano che conosceva molti personaggi chiave nell’arte e nella politica europea nel periodo tra le due guerre, Hoffmeister nasce a Praga nel 1902 da una famiglia benestante e aristocratica.
Prima che gli accadimenti precipito a causa del nazismo, dirige lo storico quotidiano ceco Lidové noviny dal 1928 al 1930.

Lidové noviny

Da sempre vicino al movimento Dada e successivamente al Surrealismo di Breton, fugge dal nazismo nel 1939 per recarsi Parigi dove viene internato per 7 mesi a La Santé, poi attraverso un rocambolesco viaggio per Casablanca, Lisbona e L’Avana, riesce a raggiungere New York nel 1941.
Nel frattempo però non rinuncia mai agli attacchi ai regimi totalitari del tempo. In un disegno-collage del 1943, un Mussolini dai tratti di Pietro Gambadilegno, clown bianco con cappello a pan di zucchero, si staglia sullo sfondo dei coloratissimi manifesti del circo in cui lavora insieme al sopraggiungente domatore Adolf Hitler.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale torna a Praga e si unisce al Partito Comunista e continua a lavorare sia nella diplomazia sia nel mondo accademico.
Hoffmeister sarà infatti ambasciatore cecoslovacco a Parigi, da dove viene frettolosamente richiamato nel 1951, quando comincia a insegnare cinema animazione alla Scuola superiore di design di Praga, sferzando e provocando spesso la smorta situazione culturale cecoslovacca con originali interventi sulle arti figurative.
Il disegno cede intanto progressivamente spazio al collage.
Nascono così cicli fantastici come i Paesaggi tipografici del Caucaso (1959), collage ottenuti con ritagli dei giornali nazionali e sue illustrazioni.

Paesaggi tipografici del Caucaso – 1959

Sono di questo periodo le splendide illustrazioni per Il Giro del mondo in 80 giorni di Verne, libro di 250 pagine su cui Hoffmeister riversa un diluvio di fantasia, colore e genialità che difficilmente può non suscitare stupore.

Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959

L’occupazione di Praga dell’agosto del ’68 lo vede, pian piano, forzatamente allontanarsi dalla vita pubblica, fino alla sua definitiva espulsione dal Partito Comunista avvenuta nel 1970.

Il nuovo Playboy Francia è del tutto diverso e molto più vicino ai magazine indipendenti

Fina dalla sua comparsa nel 1953, Playboy magazine ha cercato di definire un’estetica della sensualità nuova e sempre al passo con i propri tempi, basti pensare al piccolo logo creato dal designer Art Paul per il secondo numero nel 1954 e ancora oggi simbolo del magazine.

Questo aspetto di ricerca è vivo più che mai se pensiamo alla versione francese del magazine che di recente ha visto un profondo restyling grafico che lo ha reso molto più attuale avvicinandolo al mondo dei moderni magazine indipendenti.
Questa rivoluzione è stata opera dello studio parigino République che, a riprova di quanto detto in precedenza, si occupa da sempre molto più di tipografia che di magazine per adulti.
Ogni edizione internazionale ha infatti un proprio team di progettazione separato da quello centrale in USA.
Questo ha fatto si che l’edizione francese abbia puntato sull’estetica facendo di Playboy un magazine di alto livello, piuttosto che una “semplice” rivista per uomini.
Se sfogliate Playboy France vi troverete dunque di fronte a layout sperimentali, ad un uso innovativo di caratteri tipografici e, nel complesso, ad una direzione grafica e progettuale che può assolutamente messa in relazione alla nuova estetica dei magazine indipendenti.

Il giornalismo rigoroso è ancora in primo piano da un punto di vista dei contenuti ma viene supportato da un approccio al design che sembra spingere l’idea di Playboy verso altre realtà editoriali quali il nuovo Johnny magazine, Luncheon magazine, etc..
République ha portato quell’approccio attento e audace al design di Playboy a partire dal 2018, quando la squadra, diretta dal fondatore dello studio Tom Uferas, è stata invitata a riprogettare il magazine.
La banda di Playboy è rimasta colpita dal lavoro di République per la rivista di calcio France Football, dove un approccio molto più artistico ha sostituito le classiche formule grafiche incentrate su fotografia di sudore, calciatori e manto erboso erboso.
Si è deciso quindi di distaccarsi notevolmente dall’influenza progettuale della rivista madre americana verso territori nuovi, più contemporanei e forse più idonei all’estetica francese e più in generale europea.

National Police Gazette la rivista ufficiale dei barbieri americani

La National Police Gazette, comunemente chiamata Police Gazette, era una rivista americana edita a partire dal 1845 dall’editore immigrato irlandese Richard K. Fox che con questo progetto editoriale per alcuni è diventato il precursore di tutte le riviste di lifestyle maschile.
Police Gazette aveva cadenza settimanale e riportava notizie di sport, gossip solitamente relativo alle bellezze del periodo, accompagnando il tutto con eleganti foto ancora in bianco e nero.

La rivista è stata fondata da due giornalisti, Enoch E. Camp e George Wilkes, come un classico tabloid fatto di pezzi sulla cronaca destinato ad un pubblico trasversale e generico.
Nel 1866 Wilkes and Camp vendettero Police Gazette a George W. Matsell che resterà direttore fino al 1922.
Apparentemente dedicato a tematiche poliziesche e di criminalità, era in formato tabloid, famoso fin dai primi numeri per le sue incisioni e le fotografie che con il tempo riguardarono sempre più anche spogliarelliste vestite poco o in modo succinto, ballerini di burlesque e prostitute, spesso arrivando a scontrarsi con la censura per problemi di oscenità e buon costume.
Esemplificativo fu, nel settembre del 1942, lo scontro con le poste americane che  ne vietarono la consegna per posta a causa delle sue immagini definite oscene e scabrose.
Per decenni è stato un vero e proprio status symbol, presente come oggetto d’arredo in ogni barbiere delle grandi città americane, letto immancabilmente da tutti gli uomini mentre aspettavano il loro turno.
La National Police Gazette ha goduto il suo periodo di successo soprattutto a cavallo del secolo scorso diminuendo il numero di copie durante la Grande Depressione.
A causa di questa grave crisi, National Police Gazette cessò le pubblicazioni nel 1932 e fu venduta tristemente all’asta per una somma simbolica.
Il 5 settembre 1933, sotto la nuova proprietà della ricca famiglia Donenfelds, il magazine venne affidato alla direzione della signora Merle W. Hersey che cambio format e cadenza passando a due uscite mensili e spostando il target dagli uomini dei barbieri alle giovani ragazze in cerca di svago e leggerezza.
Questi cambiamenti però non furono utili a risollevare le sorti del magazine che cambiò ancora molti proprietari fino al 1935 quando, sotto la proprietà di Harold H. Roswell divenne un mensile.
Nel 1968 l’editore canadese Joseph Azaria ne comprò i diritti e pubblicò ancora fino al 1977.

La National Police Gazette è stata definita dallo storico Howard P. Chudacoff come il magazine della cultura underground degli scapoli d’America e vera e propria pioniera di certa editoria per uomini che oggi riempie gli scaffali delle edicole con titoli quali Maxim, Esquire, GQ etc.
L’uso della grafica era interessante in quanto copriva come reportage alcuni dei fatti importanti del periodo nelle sezioni principali della rivista perciò sport – soprattutto pugilato – cronaca nera e gossip, tutto chiaramente visto da un punto di vista strettamente maschile.

National Police Gazette – incontro di pugilato
National Police Gazette – cronaca nera
National Police Gazette – combattimento dei cani

La presentazione di donne relativamente vestite era una caratteristica tipica nella Police Gazette ma si trattava essenzialmente di braccia nude, caviglie e infiniti décolleté. Per gli standard odierni appare materiale piuttosto innoquo, ma all’epoca si trattava di una vera rivoluzione, in particolare per un settimanale venduto al grande pubblico.
Nel 1880, Police Gazette iniziò una rubrica specifica dal titolo Footlight Favorites in cui veniva dedicata un’intera pagina a illustrazioni di giovani donne attraente e ammiccanti.
Interessante è anche notare come nelle pagine della Police Gazzette fanno la loro comparsa per la prima volta donne in atteggiamenti e comportamenti solitamente riservati agli uomini come fumare, combattere e addirittura indossare pantaloni.
E’ chiaro come 120 anni fa roba del genere fosse scioccante e affascinasse il pubblico.

National Police Gazette – donna con i pantaloni

Uno degli aspetti che più mi piace di National Police Gazette è la testata, così ricca e dettagliata, così vintage nel suo essere lontana dal minimalismo di oggi e pure così attuale se pensiamo alla generale riscoperta del lettering manuale degli ultimi anni.

Rampage è stata una delle riviste per adulti più assurda di sempre

I tabloid erotici vengono spesso considerati materiale buono per la cartapesta con la loro carta scadente e le loro immagini di qualità piuttosto infima.
Molte volte invece, per chi attraverso la carta e l’editoria cerca di scoprire i cambiamenti della società, questi sono proprio i materiale più interessanti perché non mediati e non assoggettati a regole conformiste come invece da sempre sono le riviste ultra patinate.
Rampage è un settimanale cha appartiene a questo mondo, un tabloid per adulti che si definiva “la satira e l’umorismo più popolari di tutti gli Stati Uniti”.

Sono i temi trattati, spesso veramente assurdi, a fare la differenza con altri magazine del settore erotico. Non ci credete? Date un’occhiata a questa copertina del 1973 dove viene presentato uno speciale sull’utilità del sesso anale in relazione al problema del controllo delle nascite.

Rampage 1973

La storia viene poi raccontata all’interno di Rampage in prima persona e già questo rappresenta anche per i libertini anni Settanta, un dettaglio sorprendente perché tende il lettore ad immedesimarsi nel racconto e direi che è tutto dire…
Il lessico utilizzato è al limite dello scurrile e non si risparmiano al lettore particolari di ogni genere..
Questo è un classico esempio del famigerato giornalismo in Rampage sleazy style travestito da giornalismo.
Un aspetto interessante è che risulta impossibile scoprire se qualcuno degli autori delle storie di Rampage, oggettivamente ben scritte, abbia avuto successivamente successo come autore visto che (chiaramente) le firme sono tutte fittizie o con nomi tanto assurdi quanto originali.

Rampage 1973
Rampage 1973 interno
Rampage 1973 interno
Rampage – Cher
Rampage 1973

Sulle pagine di Rampage sono transitate splendide attrici, cantanti e modelle, basti citare la tedesca Alice Arno, Victoria Vetri, Lillian Parker o l’allora giovanissima Cher e sono state raccontati con pezzi di giornalismo in pieno stile gonzo, anche fatti di cronaca nera sempre e comunque con dei riferimenti al sesso ed alle tentazioni..
Un altro aspetto che caratterizza Rampage è la sua totale noncuranza del buon gusto e del politically correct. Questo si nota benissimo con un numero uscito sempre nel 1973 a poche settimane dall’uccisione del presidente John Fitzgerald Kennedy.
La redazione infatti pensò bene di scherzare anche sul cervello del povero Kennedy scomparso, insieme a molti altri, in un mistero mai del tutto chiarito..

Rampage 1966

Facendo un pò di salti nel tempo, vediamo addirittura come in un Rampage datato 1968 si può leggere un dettagliatissimo articolo di consigli su come rubare le mogli di altri uomini e recensioni dei migliori oggetti cuoio per gli amanti del sesso fetish.
Una delle rubriche fisse di Rampage era quella tenuta dal famigerato veggente e Mark Travis dal titolo “I Predict”.
Bellissimo leggere queste previsioni a distanza di così tanti anni e sapendo come sono andate poi le cose.. prendete per esempio quello che scrive Travis nel 1971: Prevedo che le videocassette (quelle giganti appena messe sul mercato per la musica audio al posto dei vinili) diventeranno presto comuni come e più dei dischi fonografici e che queste cassette saranno la forma più comune di intrattenimento nelle case americane“.

Rampage 1968

Il tabloid Rampage, oggi difficilissimo da trovare, viene pubblicato a partire dal 1969 dal coraggioso editore Illinois Informer Publishing ed è stato un progetto editoriale che si è basato sempre sull’esagerazione, sul verosimile e sulla continua sfida al buon costume ed alla censura.
Pieno di donne bellissime, ninfomani assetate di lussuria e, naturalmente, di uomini alla ricerca del vero amore. Il tutto narrato con un gergo unico e originale, con termini inventati e poi entrati nello slang americano per descrivere aspetti del sesso fino allora innominabili.

Un nuovo libro indaga il rapporto fra la grafica e la controcultura dell’era digitale

L’editore Phaidon offre un nuovo interessante volume che aggiorna quello che è il rapporto fra poster art, grafica e controcultura.
Un’esplorazione ricca ed illustrata di come l’arte e il design abbiano appunto guidato molti degli importanti cambiamenti sociali e politici nel XXI secolo.
Il libro, dal titolo Visual impact. Creative dissent in the 21st century è a cura di Liz McQuiston già autrice di altri volumi sul tema fra cui vi segnalo i due volumi dal titolo Graphic Agitation: Social and Political Graphics Since the Sixties.

Creative dissent contiene il lavoro di oltre 200 artisti, da nomi famosissimi come Ai Weiwei, Kara Walker, Banksy e Shepard Fairey, agli influencer anonimi che si sono fatti conoscere attraverso i social media.
Con oltre 400 immagini, questo libro è una guida visiva alle immagini più influenti e altamente politicizzate della nostra era digitale. Esplora temi quali le rivolte popolari (la primavera araba, le rivolte londinesi) l’attivismo sociale (diritti di gay, femministe etc) e le crisi ambientali (uragano Katrina).
Il libro inizia con una breve panoramica dell’eredità grafica degli anni ’90, caratterizzati dal digitale e dalle proteste contro la prima guerra del Golfo passando poi ad alcune campagne sociali promosse da riviste quali Actuel in Francia o The Face nel Regno Unito.
Si mostrano le grafiche riconducibili alla cosiddetta primavera araba e le proteste politiche dei Los Indignados in Spagna o Occupy Wall Street negli USA fino agli attivisti della Russia che chiedono il rispetto dei diritti umani e mettono apertamente in discussione l’eterna gestione di Putin.
Questo libro è intelligente e ricco, curatissimo e molto utile per ricordare a tutti che è possibile brandire la disapprovazione attraverso la creatività e la passione civica.
Le proteste forse non sempre raggiungono gli obiettivi sperati ma, come ci ricorda la citazione presente nel libro, meglio morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio.

Un magazine grafico sul mondo del surf ma non solo per surfisti

Oramai le giornate si stanno allungando e la luce del sole illumina sempre più queste settimane che ci accompagnano verso la primavera.
E’ proprio in questo periodo di risveglio generale che si inizia a pensare all’estate e di conseguenza al mare ed alle spiagge.
Ci sono poi coloro i quali al mare non rinunciano mai, giorno dopo giorno, estate e inverno, sempre.
Questi strane figure sono i surfisti, un misto di figure leggendarie e romantici amanti della natura.
Proprio per loro è pensato il magazine che vi presento oggi e che, nonostante sia attivo già da qualche mese, ho scoperto casualmente da pochi giorni: Twenty.
Twenty è una rivista di grande formato che si pone l’obiettivo di raccontare storie del lato più nascosto del surf.
Il primo numero uscito nel Settembre 2018 presenta la spiaggia di Trestles vicino a San Clemente, in California e si mette subito in chiaro l’approccio originale al tema del surf con una breve storia a fumetti dell’illustratore Alvar Sirlin ed un interessante articolo dal titolo Surfer in Chief in cui la parte grafica curata dall’illustratore newyorchese Xiao Hua Yang, mostra di avere molta importanza all’interno del progetto editoriale di Twenty.

Twenty #1
Twenty #1
Twenty #1

Il secondo numero di Twenty Magazine parla invece della spiaggia di North Shore a Oahu, nelle Hawaii e presenta il pezzo intitolato Facing Pipeline illustrato da Ignacio Serrano.

Twenty #2
Twenty 2

Tra pochi giorni è prevista l’uscita del terzo numero di cui è stata da poco svelata la splendida cover e che non vediamo l’ora di sfogliare..

Twenbty #3

Con SCARTO l’architettura e l’editoria indipendente rinnovano un amore che viene da lontano

Il pezzo di oggi è dedicato ad un prodotto che ho espressamente ricercato, chiesto, voluto.
Si tratta di un progetto piccolo, si potrebbe dire sperimentale, di frontiera nel senso che tende ad esplorare punti possibili di contatto fra l’editoria indipendente e l’architettura, mondi a prima vista distanti ma che già in passato hanno dimostrato di sapersi parlare e conoscere.
Pensiamo alle incursioni di Archizoom Associati, il gruppo fiorentino di architetti formato da Andrea Branzi, Gilberto Coretti, Paolo Deganello,
Massimo Morozzi, Dario Bartolini e Lucia Bartolini che, nel 1967, contribuirono alla pubblicazione di Pianeta Fresco di Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass.

Del 1968 è la serie dei Gazebo, pubblicati sul primo numero della rivista milanese, in cui il linguaggio pop viene abbandonato per lasciare posto ad composizioni elementari iniziando così quello che è un processo teorico di ripensamento del ruolo culturale dell’architettura in rapporto alla realtà che ci circonda.

Archizooom – Profumi d’Oriente
Archizooom – Rosa dell’Islam
Archizooom – Splendori sul Nilo
Archizooom – Primavera stellata

I Gazebi  venivano promossi come prodotti di una ditta islamica – la Gazebos – ed erano una nota discordante rispetto al resto dei contenuti della rivista, in pieno stile Sottsass.
Questo è solo un esempio fra molti di come, architettura e mondo editoriale indipendente si continuino ad amare. Andate a dare un’occhiata per esempio a SAFT, il bel popgetto editoriale indipendente lanciato da due interessanti realtà quali ALAD e SOARC che da poco ha riunito i primi 9 numeri in un volume unico acquistabile QUA.
Oppure fatevi un bel giro sul sito Archizines, la meravigliosa vetrina di riviste e fanzine di architettura provenienti da tutto il mondo che rappresentano un’ottima alternativa alla stampa architettonica patinata.
Lanciato da Elias Redstone con la direzione artistica di Folch Studio, il progetto celebra e promuove l’editoria indipendente che si concentra sull’architettura.
Insomma, ce n’è per tutti i gusti, basta cercare..
Quello che dicevo, ho voluto cercare io arriva ancora da Firenze, precisamente dallo studio di architetti FiloFerro e si chiama SCARTO.
Scarto si presenta in modo elegante al lettore, senza essere pretenzioso, si trova dento una busta trasparente ripiegato nel suo formato A3 e stampato in una risograph stampata dai ragazzi di Concretipo in un colore diverso per ogni numero.

SCARTO n.00 e n.01

Il primo numero, vera e propria presentazione del progetto, descrive le intenzioni del gruppo e le finalità del prodotto specificando la volontà di “affrontare ed elaborare tesi riguardo tutte quelle pulsazioni che la città contemporanea – dunque la società – ed i suoi umori sviscerano quotidianamente“.

Filoferro Architetti – SCARTO #00
Filoferro Architetti – SCARTO #00
Filoferro Architetti – SCARTO #00
Filoferro Architetti – SCARTO #00
Filoferro Architetti – SCARTO #00
Filoferro Architetti – SCARTO #00

Il secondo numero di SCARTO, stampato in un pulitissimo risograph verde ed uscito nel Febbraio 2019, è l’inizio di un percorso di rivisitazione di spazi urbani attraverso gli occhi curiosi ed esperti del gruppo di Filoferro.
Quattro inserti per 4 luoghi, quattro descrizioni poetiche e dal linguaggio franco e diretto, descrivono realtà e luoghi nella loro essenza lasciando quasi che siano gli stessi spazi ad esprimere il loro punto di vista – vedi Tizio, ed a sottolineare contraddizioni e potenzialità oppure, come nel caso di Torniamo all’Autogrill, che siano direttamente i ricordi ad esprimersi liberamente.

Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01

Un punto di riflessione, un momento rubato alla frenesia, un progetto editoriale indipendente pensato e realizzato con cura.
Complimenti.

Pete Millar e la leggenda dei fumetti hot rod (pt.2)

..ed eccoci di nuovo a parlare di Pete Millar e dei suoi mirabolanti fumetti hot rod.. ripartiamo dunque..

Questo suo progetto lo impegna per tutti gli anni Settanta dove la Millar Publications si espande producendo quella che forse è una delle riviste di riferimento ancora oggi della kustom kulture.
Millar, oltre ad essere un abile disegnatore è da sempre un ottimo scopritore di talenti tanto che con la sua casa editrice produsse anche quattro numeri per la rivista rivista Big Daddy Roth Magazine.

“Big Daddy” Ed Roth pubblicato da Peter Millar – 1964
“Big Daddy” Ed Roth pubblicato da Peter Millar
“Big Daddy” Ed Roth pubblicato da Peter Millar

Il primo numero di Dragtoons ha debuttato nel giugno del 1963 dopo che Millar si è assicurato un accordo con un distributore per coprire i costi editoriali anticipati e le spese di spedizione.
Nel 1966, Millar pubblicò uno degli autori fondamentali di tutto il fumetto underground, quel Wonder Wart-Hog di Gilbert Shelton di cui vi ho già parlato QUI diventando l’anello di congiunzione con la nascente editoria underground di stampo controculturale.
Entrambi i progetti, quello di Ed Roth e di Shelton, non ebbero però i successi sperati, forse perché estremamente innovativi sia per i contenuti che soprattutto per la parte grafica e questo portò all’editore Millar problemi economici.

Dragtoons – 1963
Dragtoons – 1964
Dragtoons – 1964

Nel 1968, Millar, la moglie e le tre figlie lasciarono gli Stati Uniti e viaggiarono attraverso l’Europa, vivendo in Svezia e in Spagna, visitando la Finlandia, l’Unione Sovietica e altri paesi del blocco orientale e del Mediterraneo.
Millar ha finanziato gran parte del viaggio attraverso il lavoro di illustrazione che nel mentre inviava a molte riviste iniziando anche a comentarsi con la pittura ad olio e di scultura con il bronzo.
Tornato negli States dopo 3 anni, Millar riprende la sua attività ma in tono minore, lasciando sempre più spazio ai suoi interessi e passioni.

Peter Millar è quindi una figura fondamentale nella storia dell’editoria underground e un gigante nel mondo del comix hot rod.
Ha saputo ritrarre le personalità ed i caratteri di un mondo – quello delle hot rod – in maniera perfetta e sopraffina, con tutti i loro manierismi e dettagli grafici e caratteriali.
Oltre a questo, come detto, la sua figura si staglia come un gigante nella storia dell’editoria underground americana grazie ai talenti scovati e lanciati, alle numerose avventure editoriali ed alla costante ricerca di nuove strade per diffondere una cultura che prima di lui era marginalizzata agli addetti ai lavori.
L’influenza del lavoro di Millar sui colleghi è enorme. Uno dei suoi più grandi ammiratori è Peter Bagge (leggi QUI), che per tanti lettori incarna molti degli stessi valori artistici di Millar.
Nel 1993 Millar riappare sulla scena delle corse automobilistiche partecipando alla  California Hot Rod Reunion di quell’anno.
Ha inoltre contribuito, al termine della sua carriera, alla presentazione della raccolta di libri del lavoro automobilistico di Alex Toth, One for the rod e ha riunito molti dei suoi lavori in libri indipendenti venduti attraverso il suo sito web con lo slogan promettente Comic Books Are Back.
A testimoniare il suo ruolo di riferimento è stato designato come “il fumettista più venerato di drag racing” dal Museo Hot Rod in Ontario, California dove sono esposti alcuni dei suoi lavori.

Pete Millar è morto il 28 febbraio 2003 e le sue ceneri sono state disperse a Green Hills a Palos Verdes.

Pete Millar e la leggenda dei fumetti hot rod (pt.1)

Pete Millar è stato un fumettista, illustratore e pilota di dragster statunitense.
Una delle sue creature di maggior successo è stata la rivista Cartoons, pubblicazione americana di fumetto satirico dalla grafica hot rod. Ideata e prodotta insieme all’amico Carl Kohler, Cartoons è stata pubblicata come trimestrale a partire dal 1959.

Peter Millar

Cartoons si inserisce in quel filone di editoria underground che comprendeva anche titoli simili quali CYCLEtoons (dal 1968 al 1973), SURFtoons, Hot Rod Cartoons (dal 1965)Choppertoons, rivista oramai leggendaria uscita in soli 3 numeri.

CYCLEtoons 1970
CYCLEtoons 1972
SURFtoons 1967
SURFtoons 1968
Hot Rod Cartoons 1970

Tutti questi prodotti erano pubblicati dalla Robert E. Petersen Publication, una vera leggenda vivente nel mondo della kustom kulture, che nel 1994 ha addirittura realizzato il Petersen Automotive Museum nei dintorni di Los Angeles.

Petersen Automotive Museum – by David Zaitz

Queste riviste erano una vera bomba per il pubblico dell’epoca ed hanno contribuito ad allargare il target di riferimento anche al di la dei soli appassionati di hot rod.
Articoli più o meno curati, fumetti, guide pratiche per creare nuovi fumetti e nuove illustrazioni tipiche del genere e molto altro ancora.

Cartoons – 1959
Cartoons – 1961
Peter Millar su Cartoons

Nel primo numero fa la sua comparsa il fumetto, Rumpsville: The Saga of Rumpville, illustrato da Millar che fu l’inizio di un’interminabile serie di fumetti, personaggi e storie che hanno fatto la storia della kustom kulture statunitense divenendo dei veri e propri cult anche per i collezionisti di oggi.
Rumpsville è un termine che diviene immediatamente gergale nel momndo delle hot rod e sta ad indicare il paradiso dell’hot rod.
Ma cerchiamo di definire la storia di Millar.
Peter Millar nasce il 14 dicembre 1929 e si forma come ingegnere anche se nutre da sempre il sogno segreto di diventare un fumettista e un editore a tempo pieno.
Nel 1953 si trasferisce da San Diego a Los Angeles ma i suoi lavori vengono rifiutati da tutti gli editori a cui li propone.
La prima striscia pubblicata da Millar fu Arin Cee, prodotta per la rivista Rod & Custom a partire dal 1955 e proseguita fino agli anni ’60.

Arin Cee di Peter Millar

Come detto il suo successo iniziale è dovuto a Cartoons, dove insieme a lui, vengono lanciati moltissimi artisti poi approdati a magazine e riviste più conosciute e famose. E’ bene ricordarne alcuni: Alex Toth, Russ Manning, Willie Ito, Dale Hale, George Trosley , John Kovalic, Shawn Kerri (una delle pochissime donne che hanno disegnato per la rivista), John Larter, Robert Williams, William Stout.

Krass & Bernie di George Trosley

Millar ha lavorato a Cartoons fino al 1963 quando la rivista divenne Hot Rod e lui fu sostituito Tom Medley che lo aveva creato il personaggio di Stroker McGurk.

Stroker McGurk di Tom Medley per Hot Rod Magazine

Cartoons è stata senza dubbio una delle storie di successo più improbabili nella storia dell’editoria underground del ventesimo secolo e, da sola, ha garantito a Millar un posto nella storia del fumetto.
Cartoons ha infatti raggiunto numeri di vendita altissimi per il genere ed il periodo offrendo a giovani fumettisti della West Coast spazio e possibilità di sperimentare.
Cartoons ha delineato lo standard per il fumetto umoristico del settore automobilistico, caratterizzato da uno stile di disegno forte tipico della grafica hot rod e che si poneva in netto contrasto con i fumetti d’avventura del periodo.
All’interno di Cartoons comparvero pagine di lettere inviate dai soldati in Vietnam o direttamente dai lettori che catturavano l’umore dei tempi come in seguito avrebbero fatto tutte le pubblicazioni underground.
E’ nel giugno del 1963 la decisione di Millar di fondare la rivista DRAGtoons con la sua casa editrice, la Millar Publications che ne pubblica 49 numeri di  tra il 1963 e il 1968…

..altro, molto altro, vi aspetta domani, ci siete??

Un grande classico della filosofia ed un progetto editoriale basato sugli appunti di lettori straordinari

Kenneth Goldsmith è un poeta e critico americano nato nel 1961.
È l’editore fondatore di UbuWeb un grande database online di risorse per la divulgazione della conoscenza soprattutto in ambito artistico fondata nell’oramai lontano 1996. Ubu offre ai visitatori veramente un viaggio unico e spesso sconosciuto attraverso un mondo di materiali prodotti da artisti noti soprattutto per la loro appartenenza alle avanguardie artistiche del Novecento.
Ma oggi vi parlo di Goldsmith per una delle sue ultime produzioni – ovviamente editoriali e ovviamente cartacee – che mi ha colpito molto.
Il libro, perché nonostante tutto di libro si tratta, già dal titolo è una piccola dichiarazione di guerra rispetto alla normalità: I Declare a Permanent State of Happiness.
Certo, in questi anni pieni di parole di odio e rancore, dove tutti attorno a noi appaiono arrabbiati per qualche torto subito e dove la parola felicità viene forzatamente associata solo alla ricchezza o, peggio ancora, ad una non precisata elìte, appare veramente controtendenza un titolo del genere, ma sfogliando queste bellissime ed interessantissime pagine ci accorgiamo che non è proprio così..

Kenneth Goldsmith – I Declare a Permanent State of Happiness
Eris Press – 2018

I Declare a Permanent State of Happiness è un pezzo straordinario del lavoro di Goldsmith prodotto da Urtext e fa parte della serie Marginalia, una serie di libri che presentano il meglio della letteratura mondiale e della saggistica tutti caratterizzati appunto dalla presenza delle note a margine scritte da alcuni dei pensatori più intriganti del nostro tempo.
Fondamentalmente questi particolari lettori hanno condiviso con noi quelle che sono state le loro immediate reazioni alle parole di giganti della letteratura come Shakespeare, Dickens, Marx e Wittgenstein.
Liberi da vincoli accademici e con totale libertà editoriale, hanno quindi potuto trasformare alcuni classici della letteratura – solitamente considerati  intoccabili – in opere nuove, originali, ricche e profondamente personali.
Fra i titoli della serie, solo per citarne alcuni, Simon Critchley che legge Hamlet di William Shakespeare

Simon Critchley – Hamlet di William Shakespeare
Vijay Prashad – Manifesto di Marx & Engels
Harold Bloom – Leaves of Grass di Walt Whitman

Come con gli altri della serie Marginalia, anche il lavoro di Goldsmith è un progetto quindi di meta-scrittura dove, nelle 60 pagine di cui si compone il libro, lo stesso Goldsmith prende il Tractatus Logico-Philosophicus del filosofo Ludwig Wittgenstein e annota ai margini delle pagine le sue considerazioni personali.
Ogni pagina diventa dunque un’opera letteraria nuova, diversa e arricchita rispetto all’originale grazie ad appunti schietti e sinceri come quello in cui Goldsmith rivela:

Sebbene sia rimasto seduto sul mio scaffale per decenni, non ho mai letto il Tractatus. Ma mi è sempre piaciuta l’idea … 

È un oggetto per appassionati di libri d’arte e per chi vuole scoprire nuovi punti di vista su alcuni dei grandi classici. Di grande formato – misura 26 x 35 cm – che quasi lo fa apparire un vero manuale scolastico ma, per usare un eufemismo, molto meno banale anche grazie alla postfazione manoscritta dell’artista.

Collage improvvisati, disegni accennati, schizzi, commenti scritti a mano, testo scritto e poi cancellato, ricevute di acquisto e conteggi numerici, queste sono solo alcune delle tecniche che Goldsmith lascia come traccia della sua lettura nelle pagine di questo libro.
La copertina, minimale e quasi del tutto priva di testo, mostra solamente un’ombra, rendendo il libro elegante e contrastando con la ricchezza che invece vi si nasconde all’interno. Inoltre, sto amando il semplice marchio in rilievo per l’impronta.

Punk magazine ovvero la scena punk sbarca a New York

Punk era una rivista musicale molto vicina allo stile fanzinaro, creata dal fumettista John Holmstrom e prodotta dall’editore Ged Dunn insieme al critico musicale Legs McNeil nel 1975.
Proprio dalle pagine di Punk magazine emerge con tutta la prepotenza del periodo, il genere musicale denominato Punk rock, definizione coniata pochi anni prima dalla rivista di Detroi Creem.
Il gruppo fondante di Punk era la perfetta unione di varie influenze che a metà degli Settanta stavano uscendo dalla penombra: un mix di musica ruvida quale quella degli Stooges di Iggy Pop, The New York Dolls e The Dictators ed un’estetica molto devota al mondo del primo fumetto underground come Zap Comix e Mad magazine.
Solo qualche anno più tardi, fu proprio Holmstrom a consegnarci quella che – a mio avviso – resta la migliore definizione di Punk Magazine, e cioè “la versione stampata di The Ramones”.
Fu grazie a Punk che la scena musicale – e non solo – legata allo storico locale  CBGB di New York cominciò ad essere conosciuta un pò in tutti gli States ed a diffondere vere e proprie tendenze, stili e, senza rischio di esagerare, un nuovo stile di vita indipendente e underground.
Punk ha pubblicato 15 numeri tra il 1976 e il 1979, oltre a un numero speciale nel 1981, più molti altri numeri nella sua seconda vita dopo gli anni 2000.
Le sue copertine comprendevano tutto il meglio della musica del periodo: dai Sex Pistols a Iggy Pop, da Lou Reed a Patti Smith e Blondie.
La rivista divenne in breve tempo uno strumento per far conoscere la scena musicale underground di New York e soprattutto il punk rock che si ascoltava in locali quali appunto il CBGB, ma anche lo Zeppz ed il Max’s Kansas City.

CBGB – New York
Max’s Kansas City – New York

Punk è riuscito a unire alcuni dei migliori fumettisti underground del periodo come lo stesso Holmstrom, Bobby London e un giovanissimo Peter Bagge lasciando però che le pagine fossero completate anche da un giornalismo dallo stile molto pop e diretto che rese la rivista molto diversa dalle altre del periodo che, dopo anni di dura appartenenza al mondo underground, mostravano cenni di stanchezza cercando nuove strade e stili. proprio questo giornalismo ha portato alla ribalta uno nuova generazione di scrittori, artisti e fotografi che non venivano presi in considerazione dalle testate come Rolling Stone e Creem che viaggiavano oramai su tirature di ben altro tipo.
Questi giovani talenti mossero i loro primi passi proprio su Punk magazine, scrittori e registi quali come Mary Harron (Ho sparato a Andy Warhol e American Psycho), la poetessa Pam Brown, artisti com il Buz Vaultz di Vampirella, Anya Phillips ovvero una delle prime ballerine hardcore del CBGB e il grande critico musicale Lester Bangs allora poco più di un ragazzo.
Nel 1977 Dunn e McNeil lasciano il progetto e al loro posto arrivano l’art director Bruce Carleton, Ken Weiner e Elin Wilder, una delle poche personalità di colore coinvolte nella scena punk rock del periodo.
Figura centrale nell’intero percorso editoriale di Punk è senz’altro John Holmstrom.
Nato nel 1954, Holmstrom è un fumettista e scrittore underground americano noto soprattutto per aver illustrato le copertine di band storiche quali Ramones Rocket in Russia e Road to Ruin.

Ramones – Rocket in Russia (1977)
Ramones – Rocket in Russia (1977)
I Ramones con McNeil e John Holmstrom di PUNK

Grande successo ebbero anche alcuni dei suoi personaggi, Bosko e Joe inizialmente pubblicato nella rivista Scholastic’s Bananas.

Bosko
Photo: johnholmstrom.com
Bosko
Photo: johnholmstrom.com

Come detto, all’età di soli 21 anni è tra i fondatori di Punk magazine ed in seguito collabora con altre testate tra cui The Village Voice, K-Power, Heavy Metal e High Times.
Nel 1986, Holmstrom ha lavorato al numero speciale di Spin magazine contribuendo alla creazione della cronologia del punk rock basata sui fumetti che ne hanno accompagnato la storia.Come detto, Punk è uscito per pochi numeri nuovamente nel 2007 ma il tempo era passato e l’underground con lui.

Punk magazine #1 – 1975
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #2 – 1976
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #6 – 1976
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #11 – 1977
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #11 – 1977 interno
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #15 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #15 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com

La vera storia del Flying Eyeball (pt.2)

Eccoci dunque alla seconda parte della storia del famoso flying Eyeball.
Eravamo rimasti addirittura ad una scenografia di Salvator Dalì del 1944 utilizzata anche nella cover di Topolino del 2010 e da li riprendiamo..

Colui che infatti ha lavorato con più continuità nell aprima parte del Novecento sul tema del flying Eyeball è Tomaso Buzzi, disegnatore che utilizzava come strumento una modestissima penna a sfera Bic, ambidestro che disegnava gli schizzi con una mano, correggendoli contemporaneamente con l’altra.
Buzzi scelse, in omaggio a Leon Battista Alberti, come suo emblema proprio l’occhio alato e, all’interno del Theatrum Mundi, un grande anfiteatro in Umbria acquistato da Buzzi per i suoi strani ed affascinanti spettacoli, costruì intorno agli anni Cinquanta un suo mondo dell’assurdo e della simbologia. Eì proprio qua che ritroviamo nuove traccie del flying eyeball, questa volta addirittura in muratura.

Theatrum Mundi – Montegiove in Umbria

Ma è proprio a metà del Novecento che l’occhio alato entra di diritto nella grafica underground e lo fa con uno dei suoi pionieri, Kenny Howard, che molti di voi forse conosceranno per il suo nome d’arte: Von Dutch.
Il famoso logo flying Eyeball diventa ben presto il marchio di fabbrica della sua attività di illustratore con la tecnica del pinstriping.
Von Dutch ha modificato la versione filaretiana dell’occhio alato rendendola vicina ai fumetti di Basil Wolverton ed a tutta la cultura underground vicina alla kustom kulture.

Von Dutch – flying Eyeball
Von Dutch – flying Eyeball

Il flying Eyeball è quindi diventato icona, quasi leggendarie sono le sue diverse declinazioni prodotte dal grande Rick Griffin per poster, fumetti o copertine di riviste.

Rick Griffin – poster
Rick Griffin – Surfer magazine
Rick Griffin – poster

Infinite sono diventate negli anni le illustrazioni riportanti l’occhio alato fino a conquistarsi anche spazio in alcuni media mainstream – basti pensare alla cover di Dylan Dog del 1992 – ma rimanendo orgogliosamente underground e misteriosa.

Angelo Stano – Dylan Dog n. 73 – 1992

Uno degli ultimi casi di utilizzo del flying Eyeball appartiene all’illustratore e fumettista Jesse Jacobs nel suo Safari Honeymoon.

Jesse Jacobs – Safari Honeymoon – 2015

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Yoshihiro Togash in Yu degli Spettri, n. 4 – 2001
Naoto Hattori
Santa Cruz Skateboard
Jim Phillips – flying Eyeball
KUSTOM KULT STUDIO Dave Parmley
Till Bleifuß
Akire Yonekawa

Sex to Sexty è davvero la rivista più volgare mai stata stampata?

Sex to Sexty è stata una rivista di satira per adulti pubblicata ad Arlington, Texas dal 1964 al 1983 da John W. Newbern, Jr. e Peggy Rodebaugh sotto la direzione artistica di Lowell Davis con i rispettivi pseudonimi di Richard o Dick Rodman, Goose Reardon e Pierre Davis.
Vale la pena dedicare due righe aJohn Newton, editore della rivista, che nei primi anni Sessanta gestiva un’azienda in ottima saluta che stampava slogan su posaceneri, penne, tazze da caffè ed altri gadget. Tuttavia è interessato al mondo nascente dei fumetti underground e, con l’ottica di creare una rivistina satirica, acquista per la cifra di 10.000 dollari una collezione privata di libri di barzellette ordinati in schedari e suddivisi in base ai diversi temi trattati come, per esempio, un uomo ed una donna su un’isola deserta, desideri sessuali oppure moglie tradita.
Da questo materiale, e con l’aiuto di altri amici, nasce Sex to Sexty stampato a proprie spese da Newton e diffuso inizialmente sfruttando la rete di distribuzione dei suoi gadget per arrivare negli anni anche ad una tiratura di 250.000 copie in tutti gli Stati Uniti.
Il contenuto di questa strana e per certi versi rivoluzionaria rivista era una miscela di doppi sensi audaci, strambe poesie e brevi scritti a sfondo erotico e satirico.

Sex to Sexty #1 – 1965
Sex to Sexty #2 – 1965
Sex to Sexty #4 – 1965
Sex to Sexty #6 – 1965
Sex to Sexty #8 – 1965
Sex to Sexty #9 – 1965
Sex to Sexty #10 – 1965
Sex to Sexty #11 – 1965
Sex to Sexty #13 – 1965
Sex to Sexty #16 – 1965

La rivista è stata inoltre la palestra per fumettisti quali lo stesso Lowell Davis, ma anche Bill Ward e Bill Wenzel.
Alcuni critici hanno definito Sex to Sexty la rivista più volgare mai stata stampata, altri invece la considerano l’ultimo vero esempio di rivista per adulti mentre per altri ancora era un classico esempio della tipica editoria americana leggera e satirica.
Nata nel 1964 in piena rivoluzione sessuale, quando le menti si stavano aprendo ed i tabù stavano disgregandosi, termina le sue uscite nel 1983 quando invece, in pieni anni Ottanta, il disgraziato politically correct americano di Reagan & co. ha reso questo tipo di satira socialmente inaccettabile.
A prescindere però da come la si pensi in proposito, Sex to Sexty è stato un progetto editoriale coraggioso per la sua provocatorietà, talvolta gratuita certo,  ma certamente coerente con l’obiettivo iniziale di trattare argomenti considerati pruriginosi in maniera leggera e divertente.

Sex to Sexty #30 – 1965
Sex to Sexty #35 – 1969
Sex to Sexty #5 – 1970
Sex to Sexty #35 – 1965

Dopo i primi anni in cui le cover sono chiaramente influenzate dalla grafica psichedelica del periodo, gran parte delle copertine successive di Sex to Sexty erano disegnate da Pierre Davis, dipinte ad olio per ogni numero.
All’interno di Sex to Sexty, nel corso degli anni, hanno scritto e disegnato numerosi nomi in seguito divenuti famosi anche al grande pubblico: il critico e studioso di cultura popolare americana Gershon Legman ed il fumettista Bill Ward, che aveva iniziato la sua carriera professionale illustrando le cosiddette beer jackets, ovvero le giacche da birra, un tipo di giacca di jeans diffusa nelle confraternite universitarie su cui venivano disegnati testo e disegni sul retro.
Proprio Ward avrà negli anni un discreto successo nel mondo dei fumetti per adulti e nell’editoria pulp con il suo stile tipicamente americano fatto di curve e vestiti ridotti all’osso per donne provocanti e irrimediabilmente sexy.

Bill Ward
Bill Ward

Insieme a Ward, l’altro illustratore di punta di Sex to Sexty è Bill Wenzel che invece si contraddistingue da uno stile più vicino all’estetica anni Cinquanta con donne, comunque prosperose e ammiccanti, ma molto più stilizzate e geometriche rispetto a Ward.

Bill Wenzel
Bill Wenzel

Grazie al lavoro di ricerca e studio, oggi è possibile sfogliare gran parte della produzione di Sex to Sexty nell’omonimo volume edito da Taschen ed acquistabile QUA dove vengono riprodotte tutte le 198 copertine della rivista e molti dei dipinti che le accompagnavano.
I due autori, Mike Kelly e Dian Hanson, categorizzano in queste pagine tutti i grandi temi trattati nei fumetti di Sex to Sexty con i loro titoli a metà fra il sensazionalistico e il satirico fra i quali Stinkfinger, Incest on the Best, Cannibal Cuisine, e I Love Ewe!
Crudo, irriverente, sempre sfuggente alla temutissima censura e tipicamente americano nel linguaggio e nella sua estetica sempre sopra le righe, Sex to Sexty non risparmia nessuno dei temi caldi del tempo: il sesso, gli orientamenti  sessuali, l’appartenenza a minoranze etniche.

La Raza ovvero l’editoria underground della comunità ispanica di Los Angeles

La parola chicano nella lingua inglese è nata in origine per identificare le persone di origine ispanica che vivevano nei territori statunitensi appartenuti al Messico come la California e il Texas.
Il movimento della minoranza ispanica nato negli anni Sessanta si è riappropriato del termine e ne ha fatto un motivo di orgoglio sulla scia di quanto fatto dal movimento dei neri con il Black Panther Party (QUI il pezzo sulle riviste delle Pantere Nere).
Il termine raza fu usato per la prima volta nel 1952 da José Vasconcelos nel saggio La raza cósmica, in italiano la razza cosmica, in cui affermava che il popolo messicano apparteneva a una quinta razza del futuro, in cui si mescolavano diverse popolazioni tra cui indigeni, europei e africani.
Durante gli anni ’60 e ’70, il quotidiano chiamato proprio La Raza ha catturato lo spirito rivoluzionario della zona East di Los Angeles, quella per intendersi dove viveva propria una delle più numerose comunità ispaniche di tutti gli Stati Uniti.

Original photographer retains copyright. Digital surrogate property of UCLA Chicano Studies Research Center.
Original photographer retains copyright. Digital surrogate property of UCLA Chicano Studies Research Center.

Dalle proteste per le disuguaglianze sociali e dagli scioperi guidati dagli studenti fino alla morte di alcuni membri della comunità chicanos per mano del dipartimento di polizia di Los Angeles, La Raza ha pubblicato le storie scomode e solitamente nascoste della comunità ricoprendo un ruolo fondamentale nel creare il movimento per i diritti civili guidato da messicani americani informando i residenti dell’Eastside sulle questioni politiche e sociali della comunità.
Laureati entrambi a Stanford, Elizier Risco attivista di origine cubana e Ruth Robinson, la fidanzata di Risco, nel 1967 fondarono insieme a John Luce nel seminterrato della chiesa dell’Epifania a Lincoln Heights, a East LA il magazine bilingue La Raza come strumento politico per tutti i gruppi organizzati della comunità. Joe Razo era invece uno dei collaboratori, scrittore, fotografo e coeditore di La Raza.
Il primo numero di La Raza fu pubblicato nel settembre 1967 e includeva il famoso poema di Corky Gonzalez I Am Joaquín.

La Raza – 1967
Foto: www.kcet.org

Questo primo numero includeva anche un editoriale scritto da Richard Vargas e riportava come da tradizione la missione del giornale illustrata in questi termini:
Mis Amigos Chicanos, è arrivato il momento di smettere di scusarsi per essere messicani … Dobbiamo unificare, organizzare e mobilitare l’intera comunità messicana in azioni politiche e militanti“.
Si nota immediatamente la forte similitudine che accomuna il progetto poitico di La Raza con quello del Black Panther Party Newspaper sia in termini di linguaggio che di contenuto delle proposte.
La Raza si schierò violentemente contro l’impegno americano in Vietnam, unendosi a tutta la miriade di fogli underground che stava esplodendo in tutto il paese.
Era venduto in abbonamento, ma gratuito per coloro che non potevano permetterselo che potevano comunque trovarlo nelle varie biblioteche di quartiere.
Più che un giornale locale, La Raza è stata un progetto di resistenza attiva da parte del movimento Chicano supportato da un corposo archivio fotografico di circa 25.000 immagini creato per sopperire alla mancata rappresentazione nei media della comunità.
I fotografi di La Raza hanno documentato con un nuovo approccio molto vicino al fotogiornalismo, la brutalità della polizia in maniera diretta, senza filtri, mostrando anche le ferite riportate dai militanti dopo le aggressioni della polizia di Los Angeles.

East L.A., 31 gennaio 1971.Per gentile concessione del fotografo e dell’UCLA Chicano Studies Research Center. © Maria Marquez-Sanchez.
Ufficiali di polizia alla dimostrazione del Centro Civico di Los Angeles, circa 1970.Per gentile concessione del fotografo e dell’UCLA Chicano Studies Research Center. © Raul Ruiz.
Membri dei Brown Berets, un gruppo per i diritti di Chicano che rimane attivo oggi, c. 1970. Per gentile concessione di Patricia Borjon-Lopez / UCLA Chicano Studies Research Center

Le immagini hanno avuto il merito di portare all’attenzione anche dei media nazionali e di cittadini non appartenenti alla comunità chicano favorendo gli appelli alla parità di trattamento e creando uno scudo contro ulteriori violenze. Le immagini invertono quindi la logica classica delle fotografie delle forze dell’ordine, sostituendo il colpevole con la vittima.
La Raza ha costantemente documentato anche i sistemi di comunicazione politica del movimento: i manifesti, gli striscioni, le bandiere, le opere grafiche, murali ed i primi graffiti dando a questi nuovi linguaggi una dignità mai vista prima.
La maggior parte di queste opere grafiche erano prodotte da militanti autodidatti, in alcuni casi con pretese artistiche.
Durante i suoi primi tre anni, La Raza fu pubblicato come un tabloid di otto pagine, ma già nel giugno del 1970, vista la grande diffusione in tutti gli Stati Uniti, la rivista cambiò formato adottando il formato magazine e arrivando a 20 pagine per ottenere maggiori entrate dagli abbonamenti e fornire ai suoi lettori più contenuti.
Il nuovo format di La Raza conteneva articoli più lunghi e sofisticati ed in generale faceva del magazine un prodotto più professionale ed di livello nazionale. Questo mutamento portò al distacco dell’ala più legata al territorio originario che non condivideva la svolta.
La Raza ha svolto un ruolo sostanziale nello sviluppo di El Partido de la Raza Unida a Los Angeles, un partito politico nazionalista chicano che negli anni ’70 raggiunse un notevole seguito in Texas e nel sud della California.

Bandiera di Aztlan usata da La Raza Unida
Foto: CC0

Non ottenendo però risultati politici concreti, La Raza il progetto editoriale inizia a perdere seguito e nel 1975 il numero dei collaboratori crollò portando ad una prima sospensione delle pubblicazioni durata per tutto il 1976.
La Raza tornò poi con due soli numeri nel 1977, ma con un taglio decisamente più moderato e pragmatico, lo sguardo era più distaccato e l’analisi del movimento Chicano era per lo più da una prospettiva storica.
La pubblicazione è stata ufficialmente interrotta nel 1978.L’archivio è attualmente conservato presso il Centro Studi di Studi Chicano dell’UCLA.

La Raza – 1974 (www.bolerium.com)
La Raza – 1975
La Raza – 1968
La Raza – 1968

 

Una delle prime riviste culturali australiani e le sue copertine da collezione

Il settimanale The Queenslander era l’allegato culturale settimanale del  Brisbane Courier, ancora oggi vivo e vegeto con il nome di The Courier-Mail, la rivista principale della colonia australiana del Queensland, in Australia dal 1850.
The Queenslander fu lanciato dalla Brisbane Newspaper Company di Thomas Blacket Stephens il 3 febbraio 1866 a Brisbane e cessò la pubblicazione nel 1939.
Dal punto di vista editoriale, la direzione è stata affidata a Gresley Lukin – caporedattore dal novembre 1873 al 21 dicembre 1880 – che punta molto sull’importanza per il The Queenslander di raggiungere anche i quartieri agricoli e periferici.
Gresley Lukin era un funzionario pubblico australiano appassionato di editoria e di giornali che riuscì a trasformare il Brisbane Courier da semplice settimanale di cronaca popolare, in uno stimato settimanale letterario di qualità coinvolgendo alcuni tra i migliori artisti e scrittori disponibili nella colonia del Queensland.
Nella rivista collaborarono scrittori, poeti e saggisti ma soprattutto artisti e illustratori di grande talento quali Joseph Augustine Clarke.

Queenslander Magazine
1879

Uno di questi artisti fu Garnet Agnew, illustratore delle copertine dal 1926 al 1930.
Nel 1924 Agnew partecipò alla fondazione della Society of Australian Black and White Artists, un insolito gruppo che si incontrava per discutere di arte, grafica ed in genere di temi culturali, o nei pub o nello studio del fumettista, Gayfield Shaw, famoso illustratore australiano.

Gayfield Shaw – Sydney Town Hall
joseflebovicgallery.com
1934
Gayfield Shaw – The Sydney Mint
joseflebovicgallery.com
1934

Nel 1926 Agnew tornò a Brisbane per lavorare appunto per il The Courier Mail con incisioni su linoleum e dipinti ad olio dando al The Queenslander
uno stile unico per il periodo.
Con Agnew in The Queenslander compare la testata ed il logo storici del magazine con uno stile handwriting molto classico e simile agli attuali trend di rivisitazione del lettering manuale.
Agnew diventa in breve tempo il vero e proprio art director della rivista a ci collaborano altri artisti in contatto con lui.

Garnet Agnew
1929
Esther Paterson
1937
E. S. Watson
1931
Garnet Agnew
1930
Garnet Agnew
1929
Garnet Agnew – 1928
Garnet Agnew – 1930

Dal 1935, con l’arrivo di Ian McBain iniziano a comparire anche le raccolte annuali di The Queenslander ma il successo cala e con esso il numero delle vendite che portano alla chiusura del 1938.

Cover of The Queenslander Annual featuring a De Havilland DH86A, 1936
cover from The Queenslander annual, November 1, 1937
cover from The Queenslander annual, November 4, 1936

L’intero catalogo del The Queenslander è stato digitalizzato dall’Australian Newspapers Digitization Program della National Library of Australia.

Vaughn Bodē era diverso, diverso da tutto il mondo del fumetto uderground

Uno degli illustratori più sconosciuti al grande pubblico e che invece ha avuto enorme influenza negli illustratori underground della seconda metà del Novecento è senz’altro Vaughn Bodē.
Nato nel 1941 a Utica, piccolissimo paese nello stato di New York, quando nel 1951 i genitori di Bodē divorziano se ne va a vivere con uno zio vicino a Washington, D.C.
A 22 anni si autoproduce il suo primo lavoro dal titolo Das Kämpf, considerato da molti studiosi uno dei primi fumetti underground.

Vaughn Bodē

Das Kampf, creato dopo la breve esperienza di Bodē nell’esercito americano è una sarcastica parodia dell’ambiente militare americano ed è facile ritrovarci gli influssi stilistici di Charles Schulz che l’anno precedente aveva pubblicato Happiness is a Warm Puppy.

Charles Schulz – “Happiness is a Warm Puppy (1962) foto: https://natedsanders.com/lot-17049.aspx
Vaughn Bodē – Das Kämpf (1963)
Vaughn Bodē – Das Kämpf (1963)

Con un pò denaro preso in prestito da suo fratello Vincent, Bod – come si faceva chiamare – produce con un rozzo ciclostile circa 100 copie del Libro di 52 pagine e tenta di venderlo per strada ad Utica con scarso successo.
A metà degli anni ’60 Bodē si trasferisce a Syracuse dove frequenta i corsi l’Università ed inizia a produrre fumetti per la rivista The Sword of Damocles, una rivista di satira gestita dagli studenti ispirata alla ben più celebrata The Harvard Lampoon.
E’ qui che nasce la più famosa creatura fumettistica di Bodē, Cheech Wizard. Cheech Wizard è fondamentalmente un mago il cui grande cappello giallo decorato con stelle nere e rosse copre tutto il suo corpo eccetto le sue gambe e i suoi grandi piedi rossi.

Cheech Wizard
Foto: https://www.pinterest.it/pin/24910604158649834/?lp=true

Cheech Wizard è costantemente alla ricerca di una feste, birra ghiacciata e soprattutto donne, donne, e ancora donne.
Di solito raffigurato senza braccia, non sarà mai effettivamente mostrato interamente per quello che è lasciando la forma costantemente nascosta sotto il grande cappello.
Dopo essere comparso su The Sword of Damocles, Cheech Wizard continua per qualche anno su un’altra pubblicazione underground di Syracuse, il The Daily Orange, giornale scritto sempre dagli studenti della Syracuse University.
Nel 1968, Bodē illustra la copertina e gli interni del romanzo di fantascienza di R. A. Lafferty, Space Chantey.
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, collabora in maniera continuativa con il mondo della fantascienza illustrando le raccolte di fantascienza per Amazing Stories, Fantastic, Galaxy Science Fiction, Witzend e Worlds of If.

Vaughn Bodē – Amazing Science Fiction Stories 1972)
Foto: https://i.pinimg.com/originals/19/af/c3/19afc3fc1741b631ad296543cf60f540.jpg

Grazie a questi suoi lavori viene notato dalla fumettista underground Trina Robbins, Bodē e per questo nel 1969 si trasferisce a Manhattan dove entra staff del giornale underground East Village Other.
E’ qui che Bodē incontra Spain Rodriguez, Robert Crumb e gli altri fondatori dell’underground comix allora in rapida ascesa.
E’ all’East Village Other che fonda Gothic Blimp Works, un supplemento di fumetti underground allegato alla rivista, che  esce per 8 numeri, i primi due editi direttamente dallo stesso Bodē.

Foto: i.pinimg.com/originals
Foto: i.pinimg.com/originals
Foto: i.pinimg.com/originals

Sempre in questi anni fa la comparsa la serie di fantascienza post-apocalittica dal titolo Cobalt-60 in cui un antieroe vaga per una devastata terra post-nucleare cercando di vendicare l’omicidio dei suoi genitori.
Cobalt-60 debutta in bianco e nero nel n. 73 della fanzine di fantascienza Shangri L’Affaires del 1968 e fa parte del periodo più prolifico della carriera di Bodē con numerosi collaborazioni e lavori fra cui: War of Lizards, Deadbone e le storie sul magazine per adulti Cavalier e molti altri.

War of Lizards
Foto: https://comicrazys.wordpress.com/2010/03/30/zooks-the-first-lizard-in-orbit-junkwaffel-5-vaughn-bode/
Deadbone
Foto: https://stuartngbooks.com/bode-deadbone.html
Illustrazione per Cavalier
Foto: https://www.hakes.com/Auction/ItemDetail/66085/BODE-EROTICA-WALLI-ELMLARK-CAVALIER-MAGAZINE-ORIGINAL-ART-PAIR

Nel 1972 Bodē decide di partire per una stramba tournée con uno spettacolo dal titolo Cartoon Concert dove egli dava voce ai suoi personaggi le sue storie venivano proiettate su unop schermo alle sue spalle tramite un proiettore per diapositive.

Cartoon Concert
Foto: https://www.jwkbooks.com/pages/books/15800/vaughn-bode/bodes-cartoon-concert

Sposato Barbara Hawkins all’età di 20 anni nel 1961 e divorziato nel 1972, Bodē ha un figlio che segue le orme del padre continuando anche alcuni dei suoi lavori.
La morte di Bodē fu dovuta all’asfissia autoerotica all’età di 34 anni.
Bodē ha lasciato una ricca collezione di quaderni di schizzi, diari, opere finite e opere incomplete, dipinti e fumetti.

Figura controversa e mai del tutto capita, Bodē ha da sempre espresso un carattere chiuso e pieno di iinterrogativi interiori che nel empo ha cercato di approfondire sia con colloqui con il guru Prem Rawat, sia con la collega fumettista Jeffrey Catherine Jones che lo hanno anche portatoo ad utilizzare travestimenti femminili.
L’arte di Bodē ha fin da subito ispirato moltissimi degli artisti della street art e del graffitismo che hanno riversato dapprima sui treni di New York le loro idee e la loro arte.
Uno di essi, dal nome DONDI, ha addirittura deciso di riprodurre proprio alcuni dei personaggi di Bodē.
I suoi personaggi sono liquidi, androgini, mai del tutto definiti, un pò come il loro creatore.
Il suo stile è totalmente differente da quanto si vedeva allora nella grafica indipendente, non c’erano i tratti marcati e le vibrazioni di Robert Crumb, non la massa di dettagli di Rodriguez; il suo era uno stile intimo, quasi delicato che – forse non consapevolmente – molta influenza ha avuto anche in alcune realtà italiane, se pensiamo ai fumetti di Matteo Guarnaccia o di Max Capa.
La sua diversità era umana e, avendo da sempre scelto di non avere filtri, si è del tutto riversata nei suoi tratti, nelle sue storie e nei suoi personaggi.

 

La grafica delle copertine della letteratura Pulp è una vera bomba

Pulp Fiction non è solo un film, un meraviglioso film.
Pulp Fiction è anche, anzi soprattutto, un fenomeno editoriale emerso nella seconda metà del Novecento a partire dagli Stati Uniti, dove ha avuto un ruolo importantissimo nello sviluppo di molte idee e iconografie della cultura popolare che nel corso dei decenni successivi sono esplose in modi e stili anche assai diversi tra loro.
Gli editori di questo tipo di prodotti editoriali Signet, Horwitz, Olympia e la New English Library, sia pur con alcune differenze specifiche, avevano capito che trovando autori giusti e spingendo al massimo sulla riduzione dei costi di stampa, potevano vendere questi tascabili pieni di omicidi, violenza, belle donne e tipi loschi, in luoghi nuovi, borderline, lontani anni luce dalle librerie mainstream.

Edizioni Signet
Edizioni Horwitz

La distribuzione infatti di questo tipo di editoria avveniva per lo più sugli scaffali dei mini market fuori dal centro, ben nascosti fra birre e stecche di sigarette.
Oramai 2 anni fa ha fatto la sua comparsa, per i tipi della PM Press, il volume dal bellissimo titolo Girl Gangs, Biker Boys e Real Cool Cats, un eccitante e coloratissimo viaggio in questo mondo, spesso brutale ed a volte psichedelico.

Foto: http://www.pmpress.org

Nel volume l’editoria Pulp viene spiegata ed analizzata partendo dal suo periodo d’oro, gli anni’50, fino alla fase di decadenza negli anni’80.
In oltre 300 pagine, il libro fornisce moltissime informazioni grazie ad alcuni saggi e interviste, ma soprattutto mostra moltissime delle accattivanti copertine sfacciatamente violente e/o sexy dei titoli presi in esame.
Questo tipo di prodotti editoriali, spesso effimeri e di materiali scandentissimi, sono sempre più difficili da trovare in uno stato decente di conservazione e quindi il lavoro di ricerca e raccolta acquista ancora un valore maggiore per tutti gli appassionati di storia dell’editoria underground.
Fra le arte opere, ci sono molte delle prime famose edizioni della Permabook di Ed McBain, nome d’arte di Salvatore Albert Lombino, scrittore nato a New York da una famiglia di immigrati italiani originari di Ruvo del Monte in provincia di Potenza, spesso vendute all’interno di sacchetti di plastica chiusi da una cerniera lampo, quindi l’opportunità di vedere il l’opera d’arte di tanti libri diversi riprodotti qui è una delizia.

Uno degli aspetti interessanti del libro è anche quello di estendere lo studio ai prodotti che in seguito sono usciti dai confini statunitensi per approdare in Inghilterra e addirittura in Australia.
Il libro è diviso in sette sezioni tematiche che iniziano dalla cosiddetta Juvenile Delinquency degli anni ’50 per poi svilupparsi in ordine cronologico fino agli anni’80.
In un’epoca in cui i film di Hollywood venivano censurati, l’editoria Pulp in generale assicuravano ai lettori la giusta dose di crimine, sessualità e violenza che venivano mostrate sulle cover sempre più lontane dall’immaginario casto e pudico del periodo.
Le donne diventano sempre più sexy ed ammiccanti nel corso dei decenni e, allo steso tempo, sempre più soggette alle violenze di uomini bruti, rozzi e campioni di un machismo becero e bigotto.
Nei primi decenni del Novecento, agli albori dell’estetica Pulp, questo tipo di grafiche erano prodotti come illustrazioni indipendenti, per poi diventare prodotti stampati in serie come copertine dei libri tascabili.
Gli illustratori Pulp erano spesso di talento e visivamente molto innovativi, ma totalmente trascurati dal mondo dell’arte come successo ad uno dei più importanti di loro come George Gross, illustratore che lavorava nel mondo della moda e che in seguito aprì il suo studio di illustrazione oppure Rafael Desoto che invece lavorava nella pubblicità.

GEORGE GROSS (1909-2003)

RAFAEL DESOTO (1904-1992)

Mentre molti musei dell’epoca si interessavano solo all’arte moderna e astratta, gli artisti e gli illustratori Pulp si facevano un loro pubblico di appassionati del genere rispondendo alla voglia di immagini realistiche e violente, in alcuni casi persino melodrammatiche.
Il volume è acquistabile sul sito della PMPress: QUA.


Tutte le foto del volume: http://www.pmpress.org

La storia di The Masses, la rivista underground prima dell’underground (pt.2)

Ed eccoci qua, con la seconda parte della storia di The Masses, la rivista di New York che distrusse gran parte dei canoni di quello che era politicamente e graficamente tollerabile al tempo della Grande guerra, almeno negli Stati Uniti…

Dopo aver scoperto come nasce ed alcune caratteristiche di The Masses, arriviamo ad un momento cruciale della storia della cooperativa editoriale di Eastman e soci..
La storia della rivista è infatti segnata da una data.
In seguito al passaggio dello Spionage Act del 15 giugno 1917, un atto politico del governo che dichiarava reato pubblicare materiale che minasse lo sforzo bellico, le maglie della censura infatti si stringono e The Masses è al centro di questa voglia di silenziare le voci libertarie.
Dopo che gli Stati Uniti dichiarano entrano in guerra nel 1917, The Masses viene sottoposta a forti pressioni del governo per cambiare la sua politica e quando Eastman e gli altri si è rifiutano di farlo, il giornale perde i suoi privilegi economici nell’utilizzo dei servizi postali.
Nel luglio del 1917, le autorità dichiarano inoltre che gli articoli di Floyd Dell e Max Eastman e soprattutto le vignette di Art Young, Boardman Robinson e Henry J. Glintenkamp violano lo Spionage Act.
Uno degli scrittori principali della rivista e studente e amico di John Dewey alla Columbia University, Randolph Bourne, di fronte all’impossibilità di continuare ad esprimere le proprie opinioni, commentò: Mi sento molto isolato dal mondo, molto estraneo ai miei tempi: le riviste che scrivo per le morti violente e tutti i miei pensieri non sono stampabili.
Spesso si può pensare che una ricerca storica come questa sia lontana da noi e dal nostro vivere, dai nostri gesti e dall’ecosistema in cui siamo immersi. A dimostrazione dell’esatto contrario arriva un bell’articolo del New Yorker che, rintracciando proprio uno scritto di Randolph Bourne, lo pone come il miglior testo per ribaltare e fare a pezzi l’attuale politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trumb, QUI per chi volesse approfondire.
Come detto il governo degli Stati Uniti individua del materiale considerato contrario allo Spionage Act e, poco dopo, emette un atto d’accusa contro Max Eastman, Floyd Dell, John Reed, Josephine Bell, HJ Glintenkamp, ​​Art Young, e Merrill Rogers, in pratica l’intera direzione di The Masses.
Accusati di ostacolo al reclutamento e l’arruolamento dei militari degli Stati Uniti, Eastman e gli altri rischiano di pagare multe fino a 10.000 dollari e addirittura a venti anni di reclusione.
Il processo è leggendario con scene eccessive come i salti a salvare la bandiera americana ogni volta che veniva suonato l’inno americano ad inizio processo da parte di alcuni imputati che alla fine non vennero condannati.
Nel settembre 1918, The Masses viene nuovamente accusato di terrorismo e sovversione, questa volta insieme al noto giornalista John Reed – autore del famosissimo libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo. A parte i nuovi avvocati della difesa, il procedimento è la ripetizione del primo processo compreso le tragicomiche scenette.

Floyd Dell e la direzione di The Masses al processo del 1918

Per darvi un’idea, terminando il suo intervento, l’accusa invoca l’immagine di un soldato morto in Francia affermando: “Egli è morto, ed è morto per te ed è morto per me, è morto per Max Eastman ed è morto per John Reed!”
Art Young, membro della direzione di The Masses, che aveva dormito durante la maggior parte del tempo, si sveglia alla fine della discussione gridando in aula:”Cosa? Non è morto per me?
The Masses chiude i battenti nel 1917 schiacciato da limitazioni e stanchezze del gruppo dopo anni di battaglie legali ed economiche ma soprattutto per la voglia di intraprendere ognuno anche strade diverse dopo aver condiviso una strada importante per un periodo breve ma intensissimo.
The Masses lascia però un’impronta unica e irriducibile sull’editoria underground statunitense.
Molti, in seguito, anche se non consapevolmente, riprenderanno lo spirito battagliero di questa strana e anticonformista cooperativa di lavoratori che ha mischiato ad un livello di rado visto prima, arte ed impegno, coerenza e qualità riuscendo a dimostrare come il linguaggio dell’arte deve ispirare la società e a sua volta esserne contaminato.
Le copertine di The Masses rappresentano ancora oggi dei veri e propri scandali, un pugno in faccia alla normalità ed al quieto vivere stracciando il velo di omertà o menefreghismo su quelli che erano i mali sociali del tempo, una lezione assai utile per un periodo come il nostro dove sembra impossibile riuscire a mostrare la verità per quella che è.

The Masses – 1914
The Masses – 1915
The Masses – 1916
The Masses – 1917

Molti esponenti del gruppo originario, terminata l’esperienza di The Masses, decisero di continuare con un nuovo progetto editoriale, The Liberator di cui, se vi va, ternerò a parlarvi…

The Liberator – 1922

Una serie di invenzioni strane e visionarie riempiono il libro del progetto indipendente di Lök Zine

Vi ho già parlato in passato del collettivo di Lök Zine QUA, in occasione del lancio dell’ultimo numero dell’omonima – oramai storica – rivista ed oggi sono felice di ritornare sull’argomento perché è sempre piacevole constatare che alcuni progetti camminano oramai sulle proprie gambe ed hanno degli obiettivi ben definiti e chiari.
Molto spesso infatti, a fronte di un’offerta di editoria indipendente oramai diffusa, quello che difetta è appunto un percorso, una strada da intraprendere che faccia crescere e allargare gli orizzonti creando legami e, per dirla con parole altisonanti, faccia cultura in questo settore dove spesso ci si auto reclude negli appuntamenti di vendita.
Il progetto in questione si chiama WWL, ovvero World Wide LÖK e si pone l’ambizioso e onestissimo obiettivo di creare una rete di persone che fanno autoproduzione in tutto il mondo, connetterle fra loro per dare una risonanza maggiore ai loro progetti.
Bene, bravi, bis!

World Wide LÖK

Il team italo/francese è quello oramai consolidato di Lök Zine ed è composto da Elisa Caroli, Salvatore Giommarresi e Lucia Manfredi ed il quarto progetto nato all’interno di WWL è Patent Depending: a collection di Steven M.Johnson acquistabile sul tictail di Lök Zine.

Intanto chi è Steven M. Johnson??
Illustratore ed inventore di idee e progetti tanto strambi quanto assurdamente reali, Johnson è nato nel 1938 a San Rafael, in California, ma è cresciuto a Berkeley e Palo Alto, i luoghi dei visionari e degli inventori, almeno per quanto riguarda l’ultimo secolo di storia. Frequenta la Yale University e l’University of California a Berkeley.

Steven M. Johnson

I suoi Patent depending, in italiano traducibili con Brevetti dipendenti apparvero per la prima volta sul The Siera Club Bulletin nel 1973 e da allora vengono pubblicati su numerosi periodici e articoli on-line.
Nel 2013 presenta un TEDx intitolato: Inventando Senza un Scopo ed il titolo rappresenta al meglio quella che l’attività di Jophnson, immaginare mondi irreali attraverso strumenti ed oggetti di uso comune, ma solo nella sua sfavillante testa.
Il suo primo libro, pubblicato nel 1984, era intitolato What The World Needs Now di cui nel tempo ne sono state pubblicate una seconda e una terza edizione.

What The World Needs Now – 1984

Nel 1991è stato pubblicato Public Therapy Buses ed anche in questo caso sono state pubblicate altre due edizioni.

Public Therapy Buses – 1991
Have Fun Inventing – 2012

Have Fun Inventing è del 2012. Nel 2015.
Seguono altre pubblicazioni sempre del filone strane invenzioni, come Patent Depending: Vehicles, Patent Depending: Armbrella, Sofa Shower, Unzipped Fly Alarm and Other Essential Products e, nel 2017, Patent Depending: The Early Years.
Attualmente Steven M.Johnson vive in un sobborgo di Sacramento, California con Beatrice, sua moglie di 51 anni e suo figlio, Alex S. Johnson.
Il libro Patent Depending: a collection è stato curato da Elisa Caroli ed è un gran bel vedere, sia per la cura del prodotto che non lascia scampo all’attenzione del lettore focalizzandosi esclusivamente sui lavori si Johnson, sia proprio per la scelta di questo autore così fuori dagli schemi e, per alcuni aspetti, così geniale e visionario.
Sono infatti molti gli oggetti da lui immaginati e disegnati dagli anni Ottanta che oggi hanno una loro vera esistenza ed è lui stesso che ne cita alcuni nello scorrere delle pagine. parliamo del brevetto di Amazon per un drone che si attacca ai veicoli elettrici dall’alto e li ricarica durante la guida, o dei fantomatici Google Glass, disegnati da Johnson nel lontanissimo 1992.

La carrellata è suddivisa in quattro sezioni in base all’utilizzo degli oggetti: moda e accessori, ufficio e casa, mezzi di trasporto e tempo libero con una piccola descrizione testuale in italiano ed inglese che accompagna l’illustrazione di Johnson.
Il volume in un comodissimo formato standard A5 è quindi una carrellata di invenzioni che sta in equilibrio perfetto fra lo scherzo, il visionario e l’artistico. Un equilibrio che Johnson bilancia nelle 120 pagine in maniera saggia ed intelligente riuscendo a non esagerare mai in una direzione e disegnando sorrisi beffardi sulle facce dei lettori che si trovano di fronte ad oggetti quali i marsupaloni, gli ombrelli gonfiabili, miniScrivanie vagabonde, cappelli abbronzanti e molto, ma davvero molto, altro.
Un’ottimo segnale di vita e di progettualità del mondo dell’editoria indipendente italiana e non solo che indica una direzione che spero venga seguita da altri.

I ragazzi di Lök Zine hanno da poco inaugurato anche un digital shop dove oltre i vecchi numeri della rivista è possibile acquistare l’antologia gratuita, QUI il link dove andare e vedere!