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Tom Vague la militanza schizoide

Scritto da:

Francesco

Tom Vague è nato e cresciuto a Salisbury, nel Wiltshire, classica periferia in cui il tempo scorre con un ritmo tutto suo. Dopo aver lasciato la scuola nel 1976, frequenta il Salisbury Tech College dove, scrive lo stesso Vague: «mi sono imbattuto in una folla composta da un mix di fanatici del calcio e di David Bowie» e dove stringe rapporti con alcuni studenti della scuola d’arte che si riveleranno poi essere “i primi punk di Salisbury”. (1)
Tom Vague ha vissuto per molti anni a Notting Hill, in una piccola casa di proprietà di una Housing Association, il nome che nel Regno Unito viene dato alle organizzazioni private senza scopo di lucro che forniscono dimore sociali a basso costo per le persone che hanno bisogno di un posto dove vivere e non hanno reddito. Molto spesso, come nel caso di Vague, sono condivise con altri inquilini. Nello specifico, il suo spazio è ridotto ancora oggi ad una stanza molto piccola con un letto, una sedia e qualche scaffale pieno di libri.
Il suo stile di vita è una dimostrazione tanto coerente quanto esemplificativa di un impegno esistenziale a vivere al di fuori della cultura tradizionale e del conformismo in favore di un radicale rifiuto del carrierismo e della ricerca del denaro ad ogni costo. Ciò nonostante negli anni molti studiosi e giornalisti che ne hanno ripercorso la storia, hanno sottolineato come il suo potenziale creativo e teorico gli avrebbe tranquillamente permesso di ritagliarsi un ruolo di primo piano nell’ambiente giornalistico internazionale se è vero che, come si legge fra le pagine del giornale musicale New Musical Express: «se Tom Vague potesse svegliarsi negli anni Ottanta, potrebbe diventare sia il re dell’editoria, sia il romanziere più figo in circolazione; sfortunatamente però si è accontentato di lavorare solo su Vague come un hobby.» (2)
Il nome di Vague è infatti indissolubilmente legato a quello della sua creatura cartacea che porta il suo cognome. La fanzine Vague, che inizia le sue pubblicazioni nel settembre 1979 per terminarle nei primi anni Novanta, è infatti realizzata inizialmente dal giovane Tom insieme ad altre tre persone ed è «poco più di un modo per entrare in concerti gratis» nella scena punk di Sahsbury.
Dopo i primi numeri, Vague fu l’unico disposto a continuare la pubblicazione mentre sbarcava il lunario lavorando come roadie per la band punk Adam and the Ants.

Vague, n.6, 1980

Da allora in poi è rimasto ufficialmente disoccupato, una scelta esistenziale oltre che politica, dettata dall’esigenza sempre rivendicata di fare le sue cose. Per Vague, la realizzazione della rivista è il passatempo perfetto, termine che preferirà sempre rispetto a quello di lavoro, definizione questa in linea con la sua già citata etica anti-lavoro.
Grazie a Vague, Tom conosce l’americano Bob Black, autore del saggio The Abolition of Work (3), che grande influenza eserciterà su di lui, in cui l’autore lascia poco spazio all’immaginazione fin dall’incipit del testo in cui si legge:

 

Nessuno dovrebbe mai lavorare. Il lavoro è la fonte di quasi tutta la miseria del mondo. Quasi tutti i mali che vorresti nominare derivano dal lavoro o dal vivere in un mondo progettato per il lavoro. Per smettere di soffrire, dobbiamo smettere di lavorare.» In questo senso si può anche vedere il numero di Vague interamente dedicato «Agli amici che mi hanno prestato soldi e mi hanno tenuto misericordiosamente disoccupato. Niente sarebbe potuto accadere senza di loro, ancora grazie.
Ciò non significa che dobbiamo smettere di fare le cose. Significa creare un nuovo modo di vivere basato sul gioco; in altre parole, una ludica convivialità, commensalità, e forse anche l’arte. C’è di più da giocare che un gioco da ragazzi, per quanto degno sia. Invito a un’avventura collettiva nella gioia generalizzata e nell’esuberanza liberamente interdipendente. Il gioco non è passivo. Senza dubbio abbiamo tutti bisogno di molto più tempo per la pura pigrizia e pigrizia di quanto non ci godiamo ora, indipendentemente dal reddito o dall’occupazione, ma una volta recuperati dall’esaurimento indotto dall’occupazione quasi tutti vogliamo agire. L’oblomovismo e lo stakhanovismo sono due facce della stessa medaglia degradata. (4)

 

La scrittura di Vague – sempre contraddistinta da uno stile personale, diretto e spesso colloquiale, che attinge alla tradizione delle fanzine – fa molto spesso riferimento al suo rifiuto del lavoro, in particolar modo di quei lavori che vengono  spesso considerati come trampolini di lancio per luminose carriere e alla sua predilezione per l’abitudine ad alzarsi tardi. In un articolo tenta addirittura di delineare i contorni di un’esistenza work free, fornendo un resoconto della sua filosofia di vita: «segui il calcio, guarda molto la TV. Bevi molto tè e caffè e fuma almeno venti sigarette al giorno. Non alzarti mai prima di mezzogiorno. Lavora il meno possibile (per niente se si considerano i lavori veri e propri). Tieni sempre i capelli ben corti e indossa quanto più nero possibile. Leggi alcuni libri, ma rifornisciti spesso di riviste pop-spazzatura per mantenere vivo il tuo odio verso il mainstream. Coltiva amicizie con persone normali, persone con cui puoi parlare di calcio. Evita gli strambi.» (5)

 

Tom Vague

 

Se andiamo ad analizzare quella che è la rivista Vague notiamo che più o meno per tutta la sua parabola si è caratterizzata per essere stata riccamente illustrata con grafica composta da pagine di testo a volte sovrastampate, il che le conferisce quel tipico stile da fanzine punk che gli permise di diffondersi fin dai primi numeri in un sottobosco culturale fatto di cultura politica sovversiva, scena musicale punk e post-punk e più in generale di ribelle curiosità che a volte diviene anche teorica.
Gli articoli presentati nella fanzine, che in breve tempo prenderà in tutto e per tutto le sembianze più tipiche di una vera e propria rivista musicale di stampo underground, contengono contributi che non si limitano alla sola scena punk inglese – come gli approfondimenti sui Clash e sui Crass, per citare solo i più conosciuti – ma che spaziano anche su versanti musicali più mainstream come il rock’n’roll e addirittura, in alcuni casi mai rinnegati, finanche il pop da classifica visto come un punto di vista privilegiato per le analisi sulla cultura di massa.
Di notevole importanza per riuscire a fare chiarezza nel variegato Pantheon di riferimento dello scrittore inglese sono le prime pagine della rivista in cui Vague è solito riportare una apposita sezione denominata Inspirations, i riferimenti e i personaggi che ne hanno influenzato il periodo rilavorazione del numero. Scorrere queste liste di nomi che a prima vista appaiono in un ordine del tutto casuale, aiuta però non poco a delinearne il percorso teorico e letterario. Si tratta di profili che spaziano dai principali nomi del Situazionismo fino ai surrealisti, dai musicisti pop ad alcuni attori di seconda fascia del cinema inglese, da figure letterarie più o meno di successo fino ai classici occultisti. Includono Aleister Crowley, Antonin Artaud, Arthur Rimbaud, Arthur Scargill, Brian Jones, Diana Rigg, Guy Debord, Raoul Vaneigem, Jack Kerouac, James Dean, Lou Reed, William Burroughs e William Shakespeare, solo per citare quelli elencati nei numeri sedici e diciassette.

Vague, n.16/17, 1985

Ad accompagnare la sezione Inspirations c’è anche quella dei Contributors in cui compaiono nomi i cui articoli sono stati oggetto di appropriazione libera, sia di autori di pezzi che negli anni hanno formato la cerchia di quella che potremmo definire un’instabile redazione. Gli immancabili Guy Debord e Rauoul Vaneigem, ma anche Genesis P. Orridge, Larry Law (di Spectacular Times), Bob Black e il fantomatico scrittore Me Mum.
Nell’elenco degli aiutanti di Vague va ricordata anche la figura di Graham Harwood, già attivo nella stagione punk di fine anni Settanta e in quella squatter dei primi anni Ottanta. Harwood collaborava già con la Working Press, casa editrice dedita alla pubblicazione di «libri di e sugli artisti delle classi operaie». (6)
Dall’elenco dei contributori riportato in precedenza, si desume come Vague abbia saputo negli anni costruire una rete di contatti e collaboratori e che, la rivista nata ai tempi della prima ondata punk inglese come uno stratagemma utilitaristico per riuscire a entrare gratuitamente ai concerti, sia divenuta numero dopo numero un mezzo attraverso il quale stabilire relazioni più o meno durature e burrascose con persone che con Vague non condividevano solo gusti musicali, ma anche una più complessa e generale visione del mondo e della società.
Ogni fanzine porta nel suo codice genetico il concetto di rete e connessioni e Vague in questo senso non fa eccezione. Le pagine cartacee pinzate e distribuite in giro per Londra prima e per l’intero Regno Unito poi, contribuiscono allo sviluppo di relazioni sia per l’editore, ma anche peri pubblico stesso, punti di contatto e riferimento per la storica funzione sociale del prodotto fanzinaro che, a volte ancien modo del tutto casuale e non voluto, tende a rafforzare il senso di appartenenza a una comunità con leggi, mitologie e metafore proprie. Questa ricerca costante del senso di comunità è perfettamente rappresentato sulla rivista dallo speciale in due parti sulle fanzine (7) inglesi redatto direttamente da Vague in cui vengono riportate duecento titoli che lo stesso autore fu in grado di vedere e conoscere personalmente.

Vague, n.6, 1980 AZ

 

Vague, inteso sia come scrittore che come rivista, è un vettore da cui scaturiscono idee e analisi sempre contraddistinte da un forte sentimento anti autoritario, da un interesse costante di ricerca su quelle che sono le più nascoste e trasgressive sub culture sia musicali che soprattutto politico-sociali. Ne sono esempi gli svariati articoli di approfondimento su realtà quali la tedesca Red Army Faction (RAF), conosciuta comunemente come la Banda Baader-Meinhof, uno dei gruppi armati appartenenti all’estrema sinistra tedesca più importanti e violenti che messo in atto azioni di sanguinari attacchi terroristici dal 1970 al 1993 e che vedeva coinvolti Andreas Baader, Ulrike Meinhof, Gudrun Ensslin e Horst Mahler. (8)

Vague, n.20 – Televisionaries RAF

 

Altro tema ricorrente era quello riconducibile alla figura del marxista-leninista Comandante Carlos The Jackal, terrorista di origine venezuelana con cittadinanza palestinese che con il suo gruppo Separat combatteva a fianco del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
Uno dei tratti tipici di tutta la produzione editoriale di Vague è senza ombra di dubbio la deliberata e orgogliosamente rivendicata totale assenza di valutazione critica circa il materiale da pubblicare che, proprio per questa mancanza di filtro risultava a volte una macabra celebrazione di fenomeni sovversivi e violenti che però fanno ancora oggi di Vague uno spazio di lettura che apre a punti di vista davvero particolari e difficilmente percorsi da altre testate anche e soprattutto successive.
Il complottismo più sfrenato, le assurde e fantasiose teorie sulla morte di John Fitzgerald Kennedy e sulla Massoneria, un ambiguo sguardo sulla figura di Charles Manson e molto altro, fanno parte dello spericolato stile di conduzione editoriale di Vague che in ogni riga trasuda di un’anarchia impossibile da riscontrare altrove e che lo hanno reso una figura davvero univa che ha riuscito a gettare la propria influenza su personaggi quali Nick Land, Mark Fisher e in generale sull’intero gruppo di originali pensatori poi riconducibili al Cybernetic Culture Research Unit (CCRU) e al movimento chiamato Accellerazionista.
È questa che a prima vista può apparire incoscienza ha rendere Vague un unicum nel panorama editoriale e a distinguerlo, per esempio, da Lobster, altra rivista vicina alle subcultura del periodo che, al contrario, si distingueva per un’analitica ricerca delle fonti e da un approccio alle notizie quasi investigativo.
Vague viene descritta da Edmund Berger come «la famigerata, schizoide, frac-zine ideata da Tom Vague che a partire dalla sottocultura punk diventerà il principale centro d’attrazione per tutta la frangia radicale: le sue pagine erano riempite in maniera apparentemente casuale di missive e avventure psicogeografiche di personaggi come Karen Eliot, Mark Downham e lo stesso Vague, decomposte e ricomposte nell’ormai iconico situ-punk». (9)
Come accennato in precedenza tracce di Situazionismo sono onnipresenti in tutta la storia della rivista. L’utilizzo dello slogan come feroce arma di comunicazione, le continue citazioni da testi storici del movimento, spesso utilizzate del tutto fuori contesto, ne aumentano la forza espressiva. Esempio in questo senso sono le numerosissime frasi di Raoul Vaneigem che intermezzano un lungo articolo dedicato ai gruppi terroristici di sinistra. Sebbene in queste citazioni dell’autore del Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni (10) si possa leggere valutazioni critiche degli atti di terrorismo narrati nel pezzo, il loro uso fuori contesto, crea una narrativa destabilizzante e ricca di tensione che soddisfa il lettore fornendogli un’esperienza unica e molto particolare.
Nel numero 46 della rivista è inserito addirittura un lungo articolo a firma dello stesso Vague, dal titolo The Boy Scout’s Guide to the Situationist International (11) in cui, nel tentativo di propagare le basi teoriche del movimento di Debord, l’autore elenca e definisce quelli che sono i concetti base del Situazionismo.
La mescolanza dei livelli e dei contenuti della discussione è un’altra delle cifre di Vague. Il suo passare con noncuranza da argomenti popolari a temi fortemente sovversivi ne delinea lo stile unico che si posizione in una situazione ibrida e non sappiamo quanto volutamente ricercata, fra il gossip e la politica, fra i tabloid scandalistici e la trasgressione più eccentrica.
Quello che avviene in Vague è una sorta di ribaltamento del punto di vista. Il fascino mai celato nei confronti di certe derive estremiste rivela al simbolico il desiderio di vendetta contro tutto ciò che è visto come sbagliato nel mondo. Se per la cultura popolare mainstream e la stampa scandalistica il culto della rivoluzione violenta rappresenta perfettamente l’immagine del male, in Vague è l’esatto opposto: il mondo nelle sue dinamiche di sfruttamento e oppressione porta dentro di sé le stigmate del male e la violenza è l’atto di reazione e di vendetta nei confronti del mondo stesso.
Si può azzardare l’ipotesi che l’atto stesso di concentrarsi su questo tipo di materiale sia già in sé una simbolica manifestazione di quella vendetta contro l’ordine costituito che è colpevole di aver contribuito a generare proprio tali risposte così estreme.
La cultura mainstream si salva, agli occhi di Vague, perché non elitaria ma tendente all’inclusività nel suo processo capitalista di estensione infinita dello Spettacolo debordiano. Quella che ha la peggio è invece la classe che impersonifica la teoria pura, sganciata per Vague dal quotidiano vivere esistenze marginali e che ai suoi occhi rimanda a figure quali Theodor W. Adorno, Max Horkheimer, Frank Raymond Leavis  e Richard Hoggart, avvertiti come oltre il tempo massimo e quindi non più capaci di descrivere la contemporaneità.

 

Questa sorta di irresistibile fascinazione nei confronti del marginale non impedisce però a Vague di pubblicare anche contenuti che si impongono per contenuti sofisticati e intellettualmente di livello. Penso a questo proposito agli articoli che analizzano l’eccentrica figura dell’artista performativo Genesis P. Orridge, cantante, musicista e attore britannico fra i principali esponenti del genere musicale industrial nonché pioniere di quella che qualche anno dopo sarà definita musica acid house che al tempo destava scandalo con i suoi spettacoli in cui comparivano sul palco polli vivi, abiti e danze riferibili alla cultura sadomaso, sangue proveniente da finte mutilazioni corporee e ambigui riferimenti all’Olocausto.
Anche dal punto di vista grafico, la rivista non è assolutamente meno importante rispetto a quello del contenuto. Come sottolinea Teal Triggs nel suo seminale Fanzines: The DIY Revolution infatti: «il design ha sempre avuto un ruolo chiave in questa fanzine (ad esempio, la copertina cyberpunk Branson di Jamie Reid e Joe Ewart): fin dai primi giorni i layout caotici erano sovrastampati con colori fluorescenti. Negli anni ’80 fu la prima fanzine del genere ad essere rilegata in brossura.». (12)
Molti sono i lavori affidati appunto a Jamie Reid, artista inglese, anarchico e attivista già attivo con la sua fanzine Suburban Press. Il suo approccio alla grafica mostra una spiccata sensibilità nei confronti della tradizione estetica del Futurismo e del Dadaismo con ampio uso di quel collage che contribuirà a creare l’immaginario del punk nel Regno Unito come dimostrano le copertina degli album dei Sex Pistols come Never Mind the Bollocks (1977), Here the Sex Pistols (1977) e i singoli Anarchy in the UK (1977) e la celeberrima God Save The Queen (1979), basata su una fotografia di Cecil Beaton della regina Elisabetta II, descritta da Sean O’Hagan di The Observer come «l’immagine più iconica dell’era punk». (13)

 

L’intero progetto editoriale e più in generale il costrutto teorico che Vague delineerà negli anni, pur nella sua enfasi anarcoide e spesso confusionaria, è dunque riconducibile a due riferimenti di pensiero ben definiti e come detto spesso citati dall’autore stesso ovvero il Punk e il Situazionismo affrontati da Vague in maniera diametralmente opposta rispetto all’altro nome di riferimento della controcultura del tempo ovvero Stewart Home e la sua rivista Art Strike.
È Mark Fisher che, con il suo stile inconfondibile, riesce forse a descrivere al meglio ciò che ha rappresentato per una o più generazioni la figura di Tom Vague quando sul suo blog scrive che:

Vague era assolutamente del suo tempo e quindi in anticipo sui tempi visto che – come sostiene McLuhan – il profeta è semplicemente colui che è in grado di vedere e conoscere quello che accade di fronte ai suoi occhi. Accusando il rock and roll di aver fallito nelle sue millenarie promesse di liberazione, Vague da tempo ha cessato di essere una fanzine per diventare un oggetto mutante del tutto assimilabile a una console videodrome.
Le pagine, il testo e le immagini che si aggrappano l’una sull’altra, spesso con scarsa attenzione alla leggibilità, erano l’equivalente visivo del disco As the Veneer of Democracy Starts to Fade di Mark Stewart (Stewart stesso è stato a volte un collaboratore della rivista). Segnale frammentario che sanguinava attraverso il rumore, Vague ha colto che lo stallo degli anni Settanta tra vecchi media e le fanzine presagiva un conflitto in cui siamo oggi del tutto immersi.
Il punk contava solo se poteva diventare cyberpunk che Vague sapeva non aver nulla a che fare con il sogno californiano ma bensì con il Capitale visto da lui come mostruosità planetaria super senziente. […] Il cyberpunk britannico è stato inventato dal bricoleur pulp modernista Mark Downham nelle pagine di Vague. Certamente, non ci sarebbe stato alcun CCRU senza i due trattati di Downham, Videodrome: the Thing in Room 101 e Cyberpunk, che hanno anticipato di diversi anni le comunità accademiche che in seguito se ne sarebbero appropriate unendo William Gibson, Guy Debord, Michael Moorcock, Nikola Tesla, Jean Baudrillard, Apocalypse Now, in una forma che ha accelerato ciò che Ballard aveva fatto in The Atrocity Exhibition. (14)

Tom Vague è quindi una specie sui generis di antieroe, un uomo strano che si è ritrovato a condurre un’esistenza militante proprio nell’era della banalità, del super ego manifesto e dei legami personali tesi al definitivo scomparire. Ogni aspetto della sua attività di editore e soprattutto di divulgatore può essere visto – in alcuni aspetti questo può valere anche per il suo alter ego Stewart Home – anche come il definitivo passaggio di certa editoria underground e quindi di una specifica cultura, dal moderno al postmoderno, dall’universale al particolare, dalla massa indistinta alla moltitudine parcellizzata. Una realtà che conosciamo assai bene.


1.  Vague, 1994, p.9.
2.  (citato in Vague n.23, pag. 23.
3.  Bob Black, The Abolition of Work and Other Essays, Loompanics Unlimited, 1986.
4.  Vague n.20, 1988, pag.3
5.  Vague Philosophy in Vague, n.23, p.57, 1990.
6.  A. Medosch, «Interview with Harwood/Mongrel: Between Social Software and the Poetic», in theoriebild.ung.at, 30 giugno 2006.
7.  The Vague A-Z of Fanzines in Vague n.5-6, 1980.
8.  Il testo, aggiornato e integrato, è stato pubblicato dalla casa editrice AK Press con il titolo Televisionaries: Red Army Faction Story, AK Press, London, 2001.
9.   E. Berger, Accelerazione. Correnti utopiche da Dada alla CCRU, Nero Edizioni, 2021.
10. R. Vaneigein, Trattato di saper vivere ad uso delle nuove generazioni e altri scritti, Massari Editore, Roma, 2004.
11.  Il testo è stato poi pubblicato con il titolo The Boy Scout’s Guide to the Situationist International: Paris and London, Active Distribution, London, 2015.
12.  T. Triggs, Fanzines: The DIY Revolution, Chronicle Books, New York, 2010, pag.75.
13.  S. O’Hagan, «Art anarchy in the UK» in The Observer, 3 Jun 2007.
14.  M. Fisher, A rupturing of this Collective Amnesia in «K-Punk», 17 agosto 2007.
Visitato 5 dicembre 2021: http://k-punk.abstractdynamics.org/archives/009656.html

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