Superbitch, la prima eroina nera tutta sesso, violenza e azione

L’editore California Comics e Bob Sidebottom nel 1977 stampano circa 5.000 copie di questo fumetto dal titolo abbastanza diretto Superbitch creato dal fumettista di Chicago, Ira Harmon.
Siamo in pieno furore creativo e uno dei più importanti filoni artistici, fracinema e fumetto, è la cosiddetta Blaxploitation – fusione delle parole inglesi black ed exploitation (sfruttamento).
Si tratta di un vero e proprio genere che nacque negli Stati Uniti nei primi anni Settanta, quando molti film d’azione, violenza e poi sempre più ammiccamenti sessuali, furono realizzati a basso costo avendo come pubblico di riferimento gli afroamericani.
Queste pellicole vedevano protagonisti principalmente attori afroamericani diretti da registi afroamericani – raramente erano bianchi – e furono i primi ad avere colonne sonore di musica soul o funk di altissimo livello.
Sebbene criticati dagli stessi attori e registi e soprattutto dagli attivisti per i diritti civili a causa del loro generalizzato uso di banali stereotipi sul mondo afro, queste pellicole e fumetti riscossero un notevole successo colmando la lacuna inerente all’offerta di intrattenimento appositamente creato per gli afroamericani e furono immensamente popolari tra il pubblico di colore, e sia pure in misura minore, anche tra il pubblico non di colore.

Superfly, regia di Gordon Parks jr, 1972
                                Blacula di William Crain, 1972
Shaft il detective, di Gordon Parks, 1971

Freda Foxx, il vero nome di questa nostra nuova eroina, non è il primo personaggio dei fumetti ad essere fortemente influenzato dal cinema Blaxploitation, ma è uno dei pochi personaggi femminili neri creati da un fumettista nero.
Il lavoro di Ira Harmon è immediatamente riconoscibile per il suo estremo senso dello stile visivo e dell’umorismo he lo differenzia rispetto alla maggior parte dei fumetti underground del periodo.
Superbitch è un fumetto dove grande rilevanza è data al sesso ed alla sua non filtrata descrizione che negli anni successivi aumenterà sempre più fino alla creazione, nei nostri anni del web, di vere e proprie saghe dove i personaggi, e perfino i supereroi ultra conosciuti, diventano nè più e nè meno, attori pornografici.
Superbitch è caratterizzata da un corpo mozzafiato messo in evidenza da una tuta iper aderente e dalla classica capigliatura afro.
Le sue avventure, come detto, comprendono solitamente sfrenate scene di sesso che vengono mostrate senza alcun tabù, anzi..  visto che i suoi superpoteri sono la capacità di aumentare le dimensioni e il peso del proprio seno e soprattutto la vagina radioattiva!
L’unica uscita di Superbitch compare in un volume di 23 pagine con Freda Foxx, la supereroina raffigurata sulla copertina.

Mentre Freda Foxx si diletta sul suo appartamento di New York in un perenne stato di nudità, dando da mangiare al suo leopardo domestico e ascoltando la televisione che parla dei primi astronauti neri che verranno mandati sulla luna, proprio la missione Apollo ha un incidente e gli astronauti vengono persi nello spazio.

A questo punto tocca proprio a Freda indossare il suo costume da Superbitch ed imbarcarsi su una nave spaziale per la missione di salvataggio.
Superbitch e gli astronauti neri affrontano molte complicazioni durante questa avventura, tra cui una gattina interplanetaria che inghiotte le loro astronavi, un enorme pene che tenta di uccidere Superbitch e una città di guerriere lesbiche che pianificano di uccidere tutti gli astronauti.

Ma Superbitch ha dei super poteri che tornano utili durante questi conflitti, tra cui il suo già citato seno da demolizione e la sua vagina radioattiva!
Superbitch è quindi si completamente sfaiata nel suo rapporto on il sesso, ma è altrettanto ironia da non scadere mai nel rozzo e nel banale rendendo la sua storia piacevole e mai di attivo gusto.


Helix, l’editoria underground a Seattle

Nell’infinito mondo della storia dell’editoria indipendente, spesso succede di imbattersi, dopo anni, in piccole gemme e questo è proprio il caso di Helix, rivista quindicinale fondata e curata da Paul Dorpat a partire dal 1967 quando, dopo una serie di riunioni organizzative tenute presso la Free University of Seattle, insieme a Tom Robbins e Lorenzo Milam, venne deciso di gettarsi in questa nuova avventura editoriale.
La maggior parte delle persone associa le parole Seattle music scene a band come Soundgarden, Nirvana e Pearl Jam che negli anni ’80 e ’90 hanno reso la città e le sue periferie un focolaio di quello che passerà alla storia come grunge rock, un pò come Microsoft e Starbucks hanno fatto con l’high tech ed il caffé.

Ma alla fine degli anni ’60, Seattle non era molto diversa dal resto del mondo.
Helix entra a far parte fina da subito della foltissima schiera di underground press che diffondevano il verbo della controcultura in tutti gli States ed oltre.
Membro fondante sia della Underground Press Syndicate che del Liberation News Service, Helix ha pubblicato un totale di 125 numeri con una tiratura che ad un certo punto arriva anche a 125.000 copie, prima di chiudere i battenti l’11 giugno 1970.
Molte delle copertine di Helix sono illustrate da Walt Crowley, successivamente divenuto famoso come personalità televisiva locale e per il suo lavoro di archiviazione e catalogazione della memoria storia della città di Seattle.
Crowley è quindi una figura centrale della controcultura di Seattle fin dagli anni Sessanta quando, oltre alla parte grafica del magazine, in cui evidenzia in maniera del tutto personale ed originale il suo amore nei confronti di certa grafica psichedelica sensibile più allo stile europeo che a quello californiano die Big Five.

Walt Crowley 1968
Walt Crowley – Poster for the first Sky River Rock Festival 1970

Walt Crowley collabora a Helix anche in qualità di scrittore di articoli e poi co-editore della rivista.
I suoi articoli riguardano un pò tutti gli aspetti del movimento underground: dalle libertà civili al pacifismo, da divagazioni filosofiche, fino alla poesia ed alla grafica.
Ogni numero era composto da circa 24/28 pagine piene di illustrazioni e grafica con innesti di strambe pubblicità riprese da vecchie riviste.
Il giornale non si limita a supportare la scena underground, ma organizzava e promuoveva anche concerti, tra cui il leggendario Sky River Rock Festival di tre giorni nella contea di Snohomish nella quale si esibiscono alcune fra le band più importanti del periodo come Country Joe and the Fish, Flying Burrito Brothers,  Frumious Bandersnatch, Grapefruit e Steve Miller.

Tom Robbins (sinistra) e Paul Dorpat nel 1968

Il primo numero di Helix viene realizzato da Paul Dorpat e Walt Crowley con soli 200 dollari di capitale preso in prestito in un negozio preso in affitto su Roosevelt Way NE.
Ken Monson, giovane collaboratore di un’associazione locale, aveva da poco acquistato un ciclostile e proprio grazie al suo aiuto vengono stampate le prime 1.500 copie.
Dopo i primi 4 numeri  Helix raggiunge 11.000 copie ed inizia a sperimentare le nuove opportunità della grafica sulla scia di riviste come il San Francisco Oracle come il cosiddetto rainbow effect, l’effetto arcobaleno soprattutto per le meravigliose copertine psichedeliche.

Nel settembre del 1967, Helix venne però sfrattato dall’ufficio di Roosevelt Way e la redazione fu costretta a trasferirsi nel nuovo ufficio al 3128 di E. Harvard dove rimase fino alla chiusura.
Dopo la scomparsa di Helix diversi furono i tentativi di nuovi progetti editoriali a Seattle tra cui il New Times Journal, il Puget Sound Partisan, il Sabot, il Seattle Flag, il Seattle Sound e il Sun, ma nessuno è riuscito nel riconquistare lo spirito o il successo di Helix.

Helix, Maggio 1967
Helix, Ottobre 1967
Helix, Febbraio 1969
Helix, Novembre 1969
Helix, Luglio 1969
Helix, Luglio 1968
Helix, Agosto 1968

Le donne in pericolo di Art Frahm

Come spesso accade girovagando nel web, mi sono imbattuto in uno strano e curioso sito di quelli che archiviano la grafica vintage e, in questo caso, la pubblicità e la grafica del periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale.
Si tratta di un progetto del giornalista americano James Lileks che ha preso il via nel 1996 e che, tramite il sito The Institute of Official Cheer ha creato ad oggi una delle più grandi raccolte online di illustrazioni scannerizzate fra cui moltissime di un illustratore che damolto tempo volevo presentarvi: Art Frahm, illustratore che negli anni successivi alla sua morte si è guadagnato un posto particolare fra i personaggi di culto nel mondo della grafica.
Ma perché tutta questa fascinazione per un illustratore che essenzialmente ritrae pin up come molti altri?
Il motivo è semplice e riguarda essenzialmente la sua serie denominata Ladies in distress, cioè Donne in pericolo.
Il tema della donna in pericolo, la fanciulla perseguitata o la principessa che rischia la vita è un tema classico nella letteratura mondiale, nell’arte, nei film ed oggi anche nei videogiochi.
Questo vero e proprio genere di solito comporta delle belle, innocenti ed indifese ragazze che si trovano in terribili situazioni di pericolo, inseguite da un cattivo, un mostro o un alieno e sovente a salvarle giunge il classico eroe di turno.

La raffigurazione di San Giorgio e il drago di Paolo Uccello, c. 1470, un’immagine classica di una damigella in pericolo.

Chiaramente si tratta di uno stereotipo classico che però, negli anni, è stato declinato in un’infinità di generi diversi fra cui quello, un pò particolare, di Art Frahm che individua un genere di pericolo tutto suo e molto particolare, quello cioè che può provenire dalla biancheria intima femminile che, soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta, poteva giocare delle strane sorprese.
Ed eccoci quindi al tema scottante. L’elastico della biancheria intima era davvero così pericolosamente imprevedibile negli anni ’50?
Qui sta infatti il fulcro dell’arte di Art Frahm, nell’imprevedibilità di certi indumenti intimi femminili e nella loro capacità appunto di mettere in pericolo l’intero genere femminile.
Il tema ricorrente della serie Ladies in distress è appunto quello delle mutandine che misteriosamente cadono alle caviglie di queste belle giovani soprattutto – guarda caso – in luoghi pubblici molto affollati..
Al bowling, a spasso il cane, nel cambiare un pneumatico o all’interno di un super mercato provocando il massimo imbarazzo nelle pin-up di Frahm.
I dipinti di Frahm raffigurano donne esclusivamente bianche con facce innocenti, quasi di ceramica, e molto simili a vere e proprie bambole, secondo il genere pin up tanto in voga nella sua contemporaneità.
Gli uomini sono invece costantemente caratterizzati da espressioni a metà fra il sorpreso e l’eccitato.
Le
loro sopracciglia si sollevano come in attesa di ancora di vedere ancora di più e solitamente sono assai lontani dall’intervenire per sanare questa situazione di emergenza.

Questi suoi lavori sono il frutto e lo sviluppo delle sue collaborazioni precedenti con illustrazioni commerciali per aziende quali Quaker Oats e Coppertone, per i quali ha creato la famossissima bambina di 3 anni che indossa il costume da bagno tirato da un cane.

Art Frahm – Coppertome, 1940s

Questo particolare feticcio per le mutandine di Frahm è stato imitato da altri artisti pin-up, come Jay Scott Pike che soprattutto nei suoi lavori per il magazine Girls Love Stories e Secret Stories ne ha ridotto ai minimi termini il vestiario rendendo il tutto ancora più provocante.

Altro artista che ha preso ispirazione dai lavori di Frahm è senz’altro Al Brulé più vicino a certa ritrattistica anni Cinquanta condita sempre da un piccante senso di voyeurismo.

Jean Solé ed il fumetto underground francese

A volte, una canzone ispira un amore, a volte causa dei litigi, altre a volte un prodotto editoriale underground.
Uno di questi casi è quello della canzone Stink-Foot di Frank Zappa presente nel suo album del 1974 dal titolo Apostrophe che ha appunto ispirato il lavoro dell’illustratore francese Jean Solé nel 1975 quando, nella rivista di satira francese Fluide Glacial, è apparso il fumetto chiamato Pop & Rock & Colegram.

Pop & Rock & Colégram – 1975

Questi fumetti, poi pubblicati su Fluide Glacial dal 1975 al 1978, sono creati dagli illustratori francesi Marcel Gotlieb – noto come Gotlib e Jean Solé che insieme crearono le illustrazioni estremamente ricche e dettagliate basate successivamente anche su altri grandi classici della musica rock quali i pezzi dei Beatles, dei Roxy Musica, dei Pink Floyd.

Jean Solé – The Beatles and the Women – 1976

Questi progetti sono pensati per mettere in immagini le traduzioni francesi di grandi canzoni ed il risultato è davvero sorprendente mentre i testi a volte risultano davvero assurdi e senza senso.
Le traduzioni delle canzoni di questi diversi artisti sono realizzate da Alain Dister, giornalista specializzato nella storia della musica rock e sono state messe in scena da Jean Solé, che come detto tende nei suoi lavori a riempire al massimo le tavole.
Possiamo dire che questo fumetto è il più elaborato di Solé, disegnatore dal 1971 con un picco di successo per la creazione del famoso logo delle Guide du Routard, il viaggiatore con al posto dello zaino il mondo intero.

Jean Solé merita davvero un approfondimento.
Nato a Vic Fezensac, Gers, ha fatto la sua prima apparizione nella rivista Pilote nel 1971 ma il suo primo successo arriva con il fumetto psichedelico Jean Cyriaque da lui disegnato insieme allo sceneggiatore Jean-Pierre Dionnet nel 1972-1973.

Jean Cyriaque – Pilote 1973

Altro grande successo è la raccolta di illustrazioni dal titolo Les Animaux Fabuleux in cui la creatività di Solé si sprigiona in tutta la sua energia e le sue competenze grafiche e di illustratore rendono al meglio.

Si tratta di una serie di animali fantastici quali draghi pavoni e draghi in bianco e nero che dimostrano la cura maniacale del dettaglio e la visionarietà delle forme.
Solé ha infatti uno stile di disegno tutto suo, molto particolare: un mix di realismo, dettagli sottili e barocchi insieme ad assurdità visive che risentono fortemente, sia pure in maniera del tutto personale, dell’underground comix statunitense.
Enormi lavori pieni di simboli, strambi personaggi ed invenzioni folli dove Solé dimostra anche un’esemplare padronanza nell’utilizzo del colore e delle sue potenzialità grafiche. Un artista originale ed un classico dell’editoria underground europea che, nonostante l’opinione diffusa, non ha niente da invidiare ai cugini d’oltreoceano.

Butifarra! ovvero i fumetti della resistenza urbana di Barcellona

A metà strada fra una fanzine ed una tipica rivista dell’underground press dei tardi anni Sessanta, Butifarra! è una pubblicazione di comix che nasce a Barcellona nel 1975 che prende il nome da un’espressione gergale catalana che significa più o meno a mezze maniche.

Butifarra! Logo

Prima della prima uscita di Butifarra!, il gruppo aveva già dato alle stampe un quaderno di 16 pagine intitolato Tocata y Fuga de la O.S.H., datato 15 aprile 1975, e del quale ne vengono pubblicate 5.000 copie, immediatamente esaurite. Cronologicamente questo è il primo numero del collettivo, a distanza di soli due mesi dall’uscita di Butifarra! del quale può essere considerato il numero zero.

TOCATA Y FUGA DE LA O.S.H. – 1975

Irregolare nelle uscite ma comunque sempre molto attiva, nel primo anno di vita conta addirittura 22 numeri molti dei quali tematici, il primo dei quali apparso il 15 giugno 1975.
Inizialmente pensata come una rivista bisettimanale, la redazione non riuscì mai come detto a mantenere una regolarità nelle uscite fra mille problemi economici affrontati con indomito spirito indipendente dai redattori che autofinanziavano il progetto e coprivano eventuali buchi tramite una cooperativa creata appositamente.
I riferimenti culturali ed editoriali della redazione erano riviste quali Rius a Los Agachados ed il messicano Los Supermachos, ma Butifarra! ha cercato di andare un pò oltre utilizzando il potenziale del linguaggio del fumetto in modo anche didattico, per informare ed educare i lettori su questioni complesse legate ai problemi dei quartieri più periferici e delle classi lavoratrici da una posizione marcatamente schierata.

Los Supermachos (1965-1968)
Los Agabadhos

Butifarra! viene distribuito in modo artigianale in ogni manifestazione o raduno di persone (associazioni di quartiere, concerti, ecc.).
L’editore Alfonso Lopez ha da sempre sostenuto che Butifarra! è l’espressione della frustrazione di non essere informato sui principali temi che riguardano la città e le sue problematiche socio culturali.
Butifarra è il risultato delle esperienze di utilizzo del mezzo del fumetto e del cartone animato come strumento di rivendicazioni popolari.
Lo stile della rivista e di alcuni dei suoi autori ha fatto parlare di editoria underground anche se Lopez e gli altri hanno sempre cercato di staccarsi dalle definizioni e da un certo spirito avanguardista preferendo invece di allargare il più possibile il target di riferimento con l’intento di raggiungere più persone possibile.
All’interno del team di collaboratori, oltre alla figura centrale di Alfons López, c’erano Ricard Soler, Carlos Vila, Antonio Martino, Ivan Tubau, Juanjo Sarto, Francisco Pérez Navarro, Francesc Capdevila, José Briz, Manuel Puyal , Pere Lluís Barberá e Albert Parareda, e tante altre numerose collaborazioni sporadiche di cui si sono perse le tracce.
Ogni numero nasce durante un’assemblea dove vengono decisi gli argomenti da discutere e gli script dei fumetti che poi vengono condivisi da tutti. Le sceneggiature passano poi nelle mani dei fumettisti e quindi alla pubblicazione.
La storia di Butifarra! è difficile da ricostruire in quanto sono rimaste poche copie archiviate e catalogate e oltretutto, a complicare ancor di più lo studio e la ricerca, c’è il fatto che nessun fumetto è firmato, quindi difficile da analizzare.
Butifarra chiude i battenti nel 1977 ma senza polemiche visto che l’obiettivo iniziale di parlare di tematiche sociali in maniera nuova ed originale attraverso il fumetto è stato raggiunto, tanto è vero che, a distanza di quasi cinquant’anni, siamo ancora qua a parlarne.

Butifarra! Barcelona 1975

The Great Speckled Bird è un magazine di controcultura politica

The Great Speckled Bird è stato un giornale underground con sede ad Atlanta, Georgia, dal 1968 al 1976.
Comunemente noto come The Bird, è stato fondato da un gruppo di attivisti, fra cui Tom e Stephanie Coffin, Howard Romaine e Gene Guerrero Jr, della New Left della Emory University e da alcuni membri del Southern Student Organizing Committee, una parte del movimento Students for a Democratic Society.

Students for a Democratic Society – 1969

Il primo numero esce l’8 marzo 1968 e per 6 mesi è uscito con regolarissima cadenza settimanale fino ad arrivare al 1970 quando addirittura arriva ad essere il terzo magazine più venduto in tutta la Georgia con una tiratura di ben 22.000 copie. Membro fondatore e sottoscrittore della prima agenzia stampa indipendente, il Liberation News Service.
Fortemente schierato politicamente contro tutto l’establishment politico e i cosiddetti poteri forti, dopo aver pubblicato un esposto contro il sindaco di Atlanta, subisce addirittura un attacco fino all’incendio dell’ufficio situato all’estremità nord del Piedmont Park che andò interamente distrutto il 6 maggio 1972.
La peculiarità di The Bird è la scelta netta e perseguita con tenacia per tutta la storia del magazine, di pubblicare articoli su questioni non trattate nei giornali mainstream: la guerra in Vietnam, il potere nero, la liberazione delle donne, l’attivismo gay, il lavoro e le questioni ambientali.
Da un punto di vista grafico, The Bird ha lanciato i fumetti di Ron Ausburn e contributi su arte e cultura di Miller Francis.

Ron Ausburn – The Great Speckled Bird – 1970

Le copertine di Ausburn erano letteralmente richiami grafici e diretti all’azione politica ed alle manifestazioni di piazza con illustrazioni che uniscono vari media fra cui fumetto, tipografia e grafica.

Cover History: The Great Speckled Bird

The Great Speckled Bird era, insieme al texano The Rag, uno dei pochi magazine underground prodotti e realizzati negli stati del sud del paese.
Rigoroso sotto ogni punto di vista, non si concede quasi mai alla nascente grafica psichedelica così in voga nella West Coast e mantiene per tutti gli otto anni di vita un assoluto livello di pulizia nei layout con un equilibrio estremamente sobrio fra testo, immagini e illustrazione.
Un tipico esempio di quel segmento di editoria underground che si differenzia sostanzialmente da quella più tipicamente hippies del San Francisco Oracle e del Berkeley Barb.

L’Esoteric Poster Company ed i poster satirici che hanno anticipato la grafica psichedelica

Roland Fargo Crump ha iniziato la sua carriera al Walt Disney Studio come addetto all’animazione all’età di ventidue anni.
Questo lavoro ha offerto al giovane Rolly, come era soprannominato da tutti, una grande opportunità per soddisfare la sua fame di conoscenza nell’ambito della grafica.
In particolar modo Rolly era affascinato dal colore e dagli oggetti in movimento e questo lo portò ben presto a diventare il primo ingegnere grafico all’interno degli studios
 Disney.
Tutti i suoi lavori erano caratterizzati infatti dalla presenza di piccole eliche colorate, uno stile che molto ha influenzato la successiva Tiki Art che ha in Derek Yoniger uno dei suoi più importanti artisti di riferimento.

La carriera di Rolly alla Disney è durata più di 40 anni con alcune brevi interruzioni durante le quali ha creato le sue società personali con cui ha lavorato con aziende di tutto il mondo.
Nel 2004 Rolly è stato premiato con il Walt Disney Legends Award, un prestigioso riconoscimento alle persone eccezionali che hanno contribuito a rendere grande l’impero Disney.
Quella che abbiamo descritto è una carriera modello, di un grande del mondo dell’illustrazione e della grafica animata, ma come immaginate bene, a noi interessa soprattutto la parte più nascosta ed indipendente delle carriere e delle figura del mondo della grafica e dell’editoria e, proprio per questo, è utile notare come durante gli anni Sessanta, proprio Crump, ha prodotto una bellissima serie di poster per la Esoteric Poster Company di Howard E. Morseburg con sede a Seattle.
Questi poster riguardavano temi spinosi come soprattutto la droga, di cui al tempo la controcultura ha fatto i propri simboli di libertà in linea con l’altro personaggio di questa storia, Howard E. Morseburg.
Morseburg, veterano della seconda guerra mondiale, ha iniziato la sua carriera nel mondo dell’arte negli anni ’50 quando, dalla sua base a Seattle dove viveva con la sua giovane famiglia, ha  iniziato a vendere dipinti importati dall’Europa.
Oltre ai dipinti europei, Morseburg ha iniziato a svolgere il lavoro di rappresentanza anche per giovani artisti americani quali Wayne Thiebaud, Elton Bennett, Mel Ramos e appunto Rolly Crump.
Intorno al 1960, in pieno movimento hippie, con poeti e musicisti che promuovevano una nuova forma di poesia e di letteratura, Morseburg si inizia ad avvicinare al mondo della poster art con toni umoristici e satirici.
Durante un suo viaggio nella San Fernando Valley, Morseburg incontra un talentuoso giovane artista della Disney in un negozio di articoli da regalo a nord di Los Angeles.
Questo giovane promettentissimo illustratore era proprio Rolly Crump il quale stava già producendo per conto proprio strani poster beatnik disegnati a mano e stampati in offset.
Crump ha progettato una serie di immagini che hanno come detto preso di mira il mondo della droga che si stava sviluppando tra i Beat.

Alcuni titoli dei poster dell’Esoteric Poster Company erano The Green Gasser o “Big Liz” ed erano serigrafati in tre colori e venivano venditi ai market per strada o alle librerie lungo la costa occidentale che si rivolgevano agli studenti universitari a Berkeley, Stanford, Portland, Seattle, San Francisco e San Diego dallo stesso Morseburg a prezzi bassissimi rispetto, per esempio a quelli che pochi anni dopo, sempre nella cosa ovest in California, avrebbero rivoluzionato la poster art psichedelica.
Quando Morseburg ha iniziato a vendere i suoi poster nelle librerie, nessuna di queste vendeva manifesti e già questo è un merito tanto sconosciuto quanto importante dell’attività di Morseburg.

Questa collaborazione fra Crump e Morseburg ha portato ad altre serie di poster fra cui quelle in cui veniva preso in gire il regime comunista nelle sue esperienze di allora in Russia ed a Cuba.
I numeri delle vendite stavano andando bene nonostante nel 1964 Crump avessa abbandonato il progetto a causa dei suoi impegni con la Disney.
Uno dei centri di maggior successo di questi poster era la  Berkeley Univercity dove però stava nascendo il cosiddetto Free Speech Movement, un movimento giovanile nato appunto all’interno del’università e guidato da Mario Savio che si batteva per maggiori diritti sociali per gli studenti e soprattutto contro la guerra del Vietnam.
Proprio il FSM richiese pubblicamente che la Berkeley Bookstore, ancora oggi la libreria più importante della piccola cittadina di berkeley, di interrompere le vendite di questi poster considerati filo governativi e troppo critici verso il regime comunista.
Gli anni Sessanta sono stati un periodo di eccessi e di radicalismo a volte sfociato in situazioni paradossali come questa in cui il movimento chiamato appunto “per la libertà di parola” intervenne per censurare alcuni poster satirici.
Di fatto questo fu l’inizio della fine dell’Esoteric Poster Company che piano piano scomparirà da quasi tutte le librerie degli Stati Uniti.
A questo punto Morseburg è tornato al suo primo amore, le stampe europee da esporre nella sua galleria d’arte che aveva situato a Los Angeles, nel vecchio quartiere di Westlake Park, a un solo isolato dalla famosa Chouinard Art School ed a pochi isolati dall’Otis Art Institute. Queste erano le principali scuole d’arte di Los Angeles ed i giovani studenti d’arte – come il futuro mito della grafica psichedelica Rick Griffin – andavano spesso a fare un giro nella galleria di Morseburg a guardarele ultime novità.
E’ di questo periodo l’inizio della collaborazione con un altro giovane artista in cerca di fortuna, Robert Wendell, grafico e poster designer di sicuro talento.

Robert Wendell

Wendell era un abile stampatore serigrafico e nel 1967 disegnò diversi poster per l’Esoteric Poster Company che per un periodo ritornò agli antichi splendori riprendendo la linea dedicata alle droghe.
Per celebrare la carriera di Morseburg e per sancire definitivamente la pace con la parte più artistica della scena underground californiana, nel luglio del 1967 alla Moore Gallery di Sutter Street a San Francisco venne organizzato il famoso “Joint Show”, una mostra collettiva dei cinque più famosi poster artist di San Francisco, i cosiddetti Big Five: tra cui Alton Kelley, Stanly Mouse, Victor Moscoso, Rick Griffin e Wes Wilson.
Sfortunatamente però, il business dei poster psichedelici di Morseburg non è stato un successo finanziario.
La sua creatura non aveva una distribuzione efficiente come invece altre realtà storicamente più famose quali la Family Dog di Chet Helm o il Fillmore di Bill Graham.
Questo ha fatto si che i poster dell’Esoteric Poster Company non hanno mai ricevuto l’attenzione che invece spettava loro per la qualità eccelsa dei suoi prodotti e la sorprendente bravura dello stesso Morseburg nello scoprire giovani talenti sconosciuti.
Nel 1968 l’Esoteric Poster Company chiuse i battenti e molti dei poster finirono a marcire nello scantinato di Morseburg sul Wilshire Boulevard.
Questi però, convinto fino alla fine della bontà del suo lavoro, lasciò l’inventario dei poster ai suoi tre figli con l’idea che forse loro avrebbero saputo trovare un mercato per questi capolavori.
Negli anni ’70, fu proprio uno dei figli, Jeffrey Morseburg, a riprendere in mano il materiale e riproporlo ad un nuovo mercato, quello dei collezionisti, che iniziava a spendere cifre da capogiro per gli oramai datati poster psichedelici.
Per alcuni anni i poster dell’Esoteric Poster Company sono stati acuistati sul sito http://www.60spsychedelicposters.com/ attualmente non funzionante e quindi non ci resta di attendere qualche novità in merito sperando di non dover attendere troppo tempo per ammirare di nuovo questi splendidi lavori.

La rivoluzione femminista degli anni Venti nei magazines di allora: il movimento Flapper

In un periodo come questo, dove a fronte del movimento #metoo contro gli abusi sulle donne, si sta risvegliando quanto di più retrogrado e barbaro nel modo di concepire i rapporti familiari e lo specifico ruolo della donna nell’ambito della società, è ancora più interessante andare a riscoprire un movimento come quello Flapper che mise la donna, le sue idee ed i suoi gusti, al centro dell’attenzione di gran parte del mondo occidentale.
Con il termine Flappers si indica oramai comunemente una generazione di giovani donne occidentali che durante gli anni ’20 iniziarono a distinguersi attraverso scelte estetiche e di comportamento molto originali e coraggiose.
Indossavano gonne corte, ascoltavano jazz e ostentavano il loro disprezzo per quello che era stato fino ad allora il ruolo dedicato alla donna.
Le flapper erano viste come sfacciate per il loro trucco eccessivo. Bevevano alcolici e fumavano sigarette, guidavano automobili e soprattutto si rapportavano con estrema disinvoltura con il sesso, privilegiando quello casuale e fatto per il solo piacere di farlo sfuggendo così alle rigide e bigotte regole sociali.
Il termine Flapper deriva probabilmente dallo slang inglese dove flapper indica genericamente una ragazza adolescente. anche se alcuni ci vedono un legame anche con il ben più dispregiativo appellativo di giovane prostituta.
Come tutti i movimenti controculturali , anche quello Flappers ha scatenato numerose critiche e attacchi da parte della società benpensante. Pensate che durante una  conferenza nel 1920 il dott. R. Murray-Leslie criticò queste giovani definendole “farfalle sociali, frivole, insignificanti, irresponsabili e indisciplinate, a cui una danza, un cappello nuovo o un uomo con una bella macchina, interessano più del destino delle nazioni in guerra”.
Una delle cause del cambiamento nel comportamento delle giovani donne fu infatti lo scoppio della Prima Guerra Mondiale con la conseguente morte di un gran numero di giovani accompagnata dall’epidemia di influenza spagnola.
Questi due fattori spinsero le giovani a concepire la vita come un soffio lieve e veloce nel suo trascorrere e soprattutto ad avvertire con urgenza la possibilità che questa potesse finire in qualsiasi momento. Pertanto le Flapper volevano trascorrere la loro giovinezza godendosi la vita con la più completa libertà piuttosto che stare semplicemente a casa e aspettare che un uomo le sposasse.
Si tratta di un periodo di profondi cambiamenti come il diritto di voto conquistato proprio dalle donne negli Stati Uniti il ​​26 agosto 1920 e, più in generale, dalla ferma volontà di essere socialmente uguali agli uomini per realizzare nuovi obiettivi individuali vicini al quello che in seguito diverrà il movimento femminista: individualità, piena partecipazione alla vita politica, indipendenza economica e libertà sessuali.
L’ascesa delle prime forme di consumismo incoraggiarono le donne a pensare in modo indipendente ed a desiderare per loro stesse nuove forme di liberazione come l’attenzione ai loro abiti, alle loro carriere, alle attività sociali.
Un aspetto a prima vista banale ma invece assai importante in questo movimento è anche l’esplosione della vendita di automobili, poiché significavano che una donna poteva spostarsi liberamente ed a suo piacimento, viaggiare e frequentare luoghi di intrattenimento come feste e locali senza chiedere il permesso ai mariti.
La prima apparizione dello stile flapper negli Stati Uniti viene fatta risalire al famoso film della Frances Marion del 1920, The Flapper, con Olive Thomas.

Olive Thomas, 1920

Altre attrici, come Clara Bow, Colleen Moore e la mia preferita in assoluto Louise Brooks, avrebbero presto costruito la loro carriera sulla stessa immagine, ottenendo una grande popolarità.

Colleen Moore, 1922
Clara Bow, 1922
Louise Brooks, 1921

Negli Stati Uniti, il proibizionismo e la conseguente diffusione di locali notturni clandestini è stato un fattore determinante nell’ascesa del movimento flapper, con salotti illegali e cabaret che si riempiono di giovani ragazze libere e vogliose di semplice divertimento.
Scrittori negli Stati Uniti come F. Scott Fitzgerald e Anita Loos e illustratori come Russell Patterson, John Held, Jr., Ethel Hays e Faith Burrows hanno reso popolare l’aspetto flapper e lo stile di vita attraverso le loro opere, e le flapper sono state descritte come attraenti, spericolate e indipendenti.

Russell Patterson
John Held Jr

Tra coloro che hanno contribuito alla diffusione del movimento flapper, come si legge nel bel libro di Joshua Zeitz: Flapper: A Madcap Story of Sex, Style, Celebrity, and the Women who Made America Modern, c’era la scrittrice Dorothy Parker che ha scritto il provocatorio pamphlet dal titolo: Flappers: A Hate Song” per prendere in giro la moda. Il segretario del lavoro ha denunciato la “spensieratezza del fumo di sigarette, del barista che beve cocktail. Come ogni movimento controculturale, anche quello Flapper ha avuto le sue riviste a fare da cassa di risonanza ed a mostrare pubblicamente i nuovi temi e le nuove idee.
E’ del 1922 infatti la nascita della rivista a piccola tiratura The Flapper, con sede a Chicago, che celebrò lo scanzonato mondo flapper.
Nella prima pagina del suo primo numero, come vuole la tradizione della stampa indipendente, si può leggere la dichiarazione di intenti del movimento attraverso la pubblica contestazione dei valori tradizionali.
Sotto la testata, corredata dal bellissimo sottotitolo Not for old Fogies cioè Non per i vecchi parrucconi, si poteva leggere:
Saluti, flappers! Tutte voi che avete fede in questo mondo e nella sua gente, che non pensate di essere costrette a servire per sempre, che amate la vita e la gioia e le risate e bei vestiti e bei tempi, e che non avete paura dei riformatori, grandissime!!
Grazie ai flapper il mondo che gira nel modo sbagliato, sarà più bello e divertente! La tribù vi saluta!

The Flapper magazine, 1922

In un altro numero della rivista, si poteva leggere ancora:
Perché, in nome del buon senso, i produttori di abbigliamento femminile insistono con le gonne lunghe, quando semplicemente noi non le vogliamo più? Cosa pensano che noi siamo un branco di meduse senza testa e cervello?
I primi numeri di Flapper erano essenzialmente incentrati sulla nuova moda ma poi si allargò anche ad altre tematiche quali l’importanza del legame femminile e della solidarietà fra donne, si cominciarono ad affrontare argomenti come il pregiudizio dei media e l’attenzione sul comportamento delle giovani donne.
Nel 1923, la rivista iniziò anche a dare spazio alle lettrici ed alle loro storie in una nuova rubrica chiamata Confessions of a Flapper.
Ma Flapper magazine non fu il solo magazine a sostenere questo movimento controculturale. Anche in Europa nacquero e si diffusero riviste del genere, pensiamo a spkendidi prodotti quali il tedesco Die Dame o Das Blatt der Hausfrau che attrassero le giovani donne tedesche con un’immagine sensuale e nuove pubblicità per gli abiti e gli accessori che avrebbero voluto acquistare.
Le pagine patinate di queste riviste mostravano una nuova concezione di donna, giovane e alla moda, finanziariamente indipendente e desiderosa di conoscere le ultime mode.

Die Dame magazine,1927

Lo stile flapper abbelliva regolarmente le copertine di riviste anche del mondo mainstream come Vanity Fair e Life con lavori splendidi di Gordon Conway.
Un movimento bellissimo quello Flapper, coraggioso per il suo te forse anche per il nostro tempo. Un esempio di come la miccia della ribellione a regole stringenti e considerate immobili possa sempre accendersi ed incendiare anche i contesti a prima vista più immutabili.

Gordon Conway
Gordon Conway
Gordon Conway

 

 

 

 

Il cinema d’animazione psichedelico giapponese di Belladonna of Sadness

Belladonna of Sadness è un film per adulti del 1973 scritto e diretto da Eiichi Yamamoto e prodotto dallo studio di animazione giapponese Mushi Production.
Ispirato al libro di fantascienza Satanism and Witchcraft di Jules Michelet, è il terzo e ultimo film della trilogia dal titolo Animerama.
La produzione del film occupò un arco di tempo di quasi sei anni, dal 1967 al 1973 ma fu un clamoroso fallimento commerciale contribuendo al fallimento della Mushi Production.
Il film, ambientato presumibilmente in un Medioevo decisamente più europeo che giapponese, inizia con un incipit folgorante in cui la bellissima Jeanne vuole sposarsi con l’umile contadino Jean contro la volontà del barone locale che nega la possibilità del matrimonio se non unicamente dopo il pagamento di una tassa molto ingente.
Di fronte all’impossibilità del giovane Jean di procurarsi una somma simile, il barone rapisce Jeanne e dopo averla violentata, la offre anche ai suoi sudici cortigiani.
Jeanne, assetata di vendetta ed in preda alla disperazione più profonda, viene tentata dal diavolo e decide di vendere la propria anima al demonio.
Belladonna è l’episodio più cupo della trilogia e le sue immagini sono chiaramente influenzate dall’arte e dall’estetica occidentale del periodo.
La grafica è caratterizzata da un tripudio di colori ed effetti psichedelici utilizzati anche e soprattutto nella terribile scena iniziale dello stupro che diventa un’esplosione di sensazioni che riempiono l’immagine e soffocano l’occhio dello spettatore, rompendo lo schermo per gridare con la forza dei sensi un ventaglio di emozioni potenti e disperate.
I bellissimi ed appena tratteggiati disegni della giovane protagonista si allontanano dalla classica animazione disneyana per assumere un carattere che sa molto più di arte plastica, di espressionismo e pop art tenuti insieme da una potenza lirica davvero rilevante.
L’utilizzo del colore di Yamamoto è lo strumento con cui accelera e frena in base ai momenti, passando senza sosta da Klimt a Degas, fino a Munch e Matisse anche se, a mio avviso, è evidente l’amore dello stesso Yamamoto nei confronti di Mondrian, soprattutto quello meno conosciuto e figurativo di Evolution e di Egon Schiele.

Mondrian, Evolutie – 1911
Schiele, Tulln an der Donau – 890

L’influenza dell’arte psichedelica californiana, e con essa l’art nouveau e l’opera di Gustav Klimt insieme alle illustrazioni dei Tarocchi, in particolar modo quelle di Harry Clarke sono il perimetro con cui mettere a fuoco questo tipo di lavoro.
Visionario, azzardato, eccentrico, sono solo alcuni degli aggettivi che sono stati utilizzati per descrivere questo lavoro che, se non ha avuto la fortuna nella sua contemporaneità, resta però ancora oggi, a distanza di 50 anni, un chiaro esempio di arte psichedelica di pregevole fattura e pienamente nel mood dello stile a cui voleva far riferimento.

Illustrazione o collage, con Adolf Hoffmeister non si sbaglia mai

Adolf Hoffmeister è un gigante della grafica del Novecento.
Uno dei maggiori disegnatori e illustratori del Novecento, ma anche librettista,  prosatore, avvocato, poeta, diplomatico, caricaturista, drammaturgo, ideologo, professore d’arte e combattente per le libertà dei rifugiati ebrei.

Adolf Hoffmeister, Parigi, 1968

Avrete capito che non parliamo di un personaggio qualsiasi.
Giovanissimo membro del gruppo  Devětsil accanto al teorico Karel Teige ed al poeta Vitezslav Nezval, un gruppo ceco di artisti d’avanguardia, abbandona ben presto la pittura a olio per dedicarsi quasi esclusivamente al ritratto caricaturale di cui diventerà un vero maestro come lo sarà nell’ambito del collage, in cui si evidenzia l’influenza esercitata sui suoi lavori da Max Ernst.
Negli anni ’30, l’ufficio legale in cui lavora rappresenta molti degli esuli tedeschi in fuga dal nazismo incluso Thomas Mann mentre, come membro della Mánes Association of Fine Arts, è stato determinante nell’introdurre e difendere l’opera di fotomontaggio antinazista di John Heartfield.

Adolf The Superman: Swallows Gold And Spouts Junk – 1932

Uomo mondano che conosceva molti personaggi chiave nell’arte e nella politica europea nel periodo tra le due guerre, Hoffmeister nasce a Praga nel 1902 da una famiglia benestante e aristocratica.
Prima che gli accadimenti precipito a causa del nazismo, dirige lo storico quotidiano ceco Lidové noviny dal 1928 al 1930.

Lidové noviny

Da sempre vicino al movimento Dada e successivamente al Surrealismo di Breton, fugge dal nazismo nel 1939 per recarsi Parigi dove viene internato per 7 mesi a La Santé, poi attraverso un rocambolesco viaggio per Casablanca, Lisbona e L’Avana, riesce a raggiungere New York nel 1941.
Nel frattempo però non rinuncia mai agli attacchi ai regimi totalitari del tempo. In un disegno-collage del 1943, un Mussolini dai tratti di Pietro Gambadilegno, clown bianco con cappello a pan di zucchero, si staglia sullo sfondo dei coloratissimi manifesti del circo in cui lavora insieme al sopraggiungente domatore Adolf Hitler.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale torna a Praga e si unisce al Partito Comunista e continua a lavorare sia nella diplomazia sia nel mondo accademico.
Hoffmeister sarà infatti ambasciatore cecoslovacco a Parigi, da dove viene frettolosamente richiamato nel 1951, quando comincia a insegnare cinema animazione alla Scuola superiore di design di Praga, sferzando e provocando spesso la smorta situazione culturale cecoslovacca con originali interventi sulle arti figurative.
Il disegno cede intanto progressivamente spazio al collage.
Nascono così cicli fantastici come i Paesaggi tipografici del Caucaso (1959), collage ottenuti con ritagli dei giornali nazionali e sue illustrazioni.

Paesaggi tipografici del Caucaso – 1959

Sono di questo periodo le splendide illustrazioni per Il Giro del mondo in 80 giorni di Verne, libro di 250 pagine su cui Hoffmeister riversa un diluvio di fantasia, colore e genialità che difficilmente può non suscitare stupore.

Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959

L’occupazione di Praga dell’agosto del ’68 lo vede, pian piano, forzatamente allontanarsi dalla vita pubblica, fino alla sua definitiva espulsione dal Partito Comunista avvenuta nel 1970.

Dave Bell è uno degli ultimi grandi disegnatori hot rod

Originario di Falcon Heights, un piccolo paesino alle porte di  Austin in Minnesota, David J. “Dave” Bell è morto il 5 maggio del 2012.
Leggendario artista Hot Rod è membro onorifico della Goodguys Rod and Custom Association.
Il suo umoristico fumetto in bianco e nero ha riempito le pagine di riviste e manifesti del mondo kustom per interi decenni, descrivendo uno stile unico e originale venerato a livello internazionale.
Bell ha avuto la capacità di inserire nel suo mondo creativo una serie infinita di personaggi tanto assurdi quanto innovativi e di auto scoppiettanti e dal tratto unico, tutto caratterizzato da un tradizionale bianco e nero che rende l’arte di Bell uno dei capisaldi della kustom kulture.

Negli anni Sessanta Bell faceva parte del club automobilistico Thumpers Car Club per cui creò alcuni poster, ma alcune delle sue opere d’arte più famose sono quelle create da Bell negli anni ’80 e ’90 per uno show automobilistico, che non tra l’altro non visitò mai, il Pomona Swap Meets in California.
Questo evento viene organizzato ancora oggi dalla George Cross & Sons, storica famiglia da sempre famosa per le sue attività nel mondo delle automobili.


L’arte di Bell aveva uno stile unico che si rifaceva alla grafica dei cartoon con un aspetto specifico che portava Bell a riempire a dismisura le sue tavole con un’infinità di auto di ogni genere e forma intervallate da testo con lettering tipici del mondo kustom e della surf art degli anni Cinquanta lanciata da John Severson nei suoi poster.
Uno ei suoi personaggi più conosciuti è senz’altro Jock E. Shift, un motociclista che usciva regolarmente sulla rivista Street Chopper.

Altre collaborazioni sono quelle con il magazine White’s Pit Stop, l’altro per 2Wheelers.

Imperdibile era la sia vignetta mensile chiamata Henry Hirise su Street Rodder Magazine, magazine su cui ha lavorato a partire dal 1969 per molti anni.
Dave è stato parte integrante del nostro settore e della rivista Street Rodder sin dal suo inizio“, ha dichiarato l’editore di Street Rodder Magazine Brian Brennan. “Non ha mai mancato una scadenza in tutti questi anni. Era un uomo eccezionale, aveva una grande personalità e un talento incredibile che ha reso Street Rodder una rivista migliore”.
Instancabile lavoratore, Bell Lavorava su magliette, poster, automobili, camion, motociclette e su centinaia di altre riviste in giro per il mondo.


Henry Hirise by Dave Bell

Il filo diretto che lega da sempre la tradizione della grafica della kustom kulture parte da Von Dutch, passa per Big Daddy Ed Roth e poi per Dave Bell ed arriva alla grafica contemporanea del mondo hot rod con artisti quali Steve Fiorilla, Rockin Jelly Bean e Don Cocker.
Proprio a Von Dutch ed a Big Daddy sono dedicati alcuni degli ultimi lavori di Dave Bell proprio a testimoniare che questo specifico genere, che negli anni è diventato diffuso e conosciuto, adesso non è più un ambito di nicchia.

Una breve carrellata degli elementi classici della grafica horror

Come in ogni genere e stile grafico, che sia esso underground o mainstream, è chiaro che esistono alcuni simboli che fanno da punto di riferimento, alcune icone tradizionali per il genere, basti leggere il pezzo sulla storia del Flying Eyeball nella Kustum Kultur o il teschio con le rose per certa poster art californiana.
Anche nel genere Horror, caratterizzato da uno stile grafico molto specifico e che negli anni si è ulteriormente caratterizzato, esistono alcuni elementi di cui non è possibile fare a meno e che quindi si tramandano da artista ad artista nel corso dei decenni fin dai primi anno Cinquanta fino ad oggi e li ritroviamo su ogni genere di linguaggio come il cinema, il fumetto o le cover dei romanzi o delle riviste specializzate.
Le infinite ripetizioni di alcuni topos non sono però solo un’imitazione frutto di un’adesione supina agli standard del genere, ma spesso sono veri e propri atti di rispetto, citazioni o semplicemente segnalazioni di apprezzamento per l’opera altrui
Il modo migliore per dimostrare questi tipi di rimandi e citazioni più o meno velate credo sia quello di mostrare almeno i più famosi..

La porta
Classico esempio di oggetto che nasconde il mistero e serve a creare ansia e suspance, la porta è davvero un evergreen nella grafica Horror.
Una porta che si apre con una creatura terrificante che aspetta dentro, solitamente lo spettatore si trova dalla prospettiva di fronte al personaggio è un classico stratagemma grafico molto efficace che è stato utilizzato da sempre.

La testa mozzata
Anche la testa mozzata è un grande classico fin dagli anni Cinquanta che proviene soprattutto dal fumetto per poi essere inserito di diritto nelle icone della grafico horror.

La donna che scappa
Le donne che scappano dalle case sono forse l’icona horror più utilizzata da tutti i grafici ed in effetti, fin dai romanzi gotici degli anni Sessanta e Settanta si nota come non manchi mai la bella fanciulla in pericolo che tenta di sfuggire ad una sorte apparentemente segnata.
Fin dalle origini del romanzo gotico, che possiamo rintracciare nel libro Monk di Mathew Lewis (1796), si mostrano tutti gli elementi essenziali della grafica Horror, le foreste nere e nebbiose, i corridoi infestati, il clero satanico e soprattutto le ripetute fughe della donna in pericolo.
È stato però The Mysteries of Udolpho (1794) di Ann Radcliff a sottolineare davvero l’importanza di questo elemento grafico fin quasi a renderlo un vero e proprio genere stilistico a se stante, vicino ai romanzi rosa gotici – in genere tascabili – che per definizione dovevano contenere l’immagine della donna che correva via da una casa nella copertina.
Può apparire folle, ma veramente, per diversi decenni, un intero genere molto popolare presentava quasi la stessa copertina piccolissime variazioni sul tema.

La mano gigante
In questo caso il tema è forse più diffuso e comune nella grafica di fantascienza, tuttavia non mancano esempi anche nella grafica horror.
Non credo questa icona sia servita nella tradizione per evocare il terrore e lo spavento, quanto piuttosto stia a dimostrare la sproporzionata forza del male nei confronti della vittima.

Diavolo ripetuto
Ed ecco il male, impersonificato dal diavolo, satana o chi per lui che di volta ion volta assume sembianze ben codificate dal genere e che si presentano nelle grafiche in modo ripetitivo e dettagliato.

Il teschio
Oltre al diavolo o chi per lui, l’altro classico elemento per la raffigurazione del male è attraverso la morte e chi se non il teschio ha la migliore presenza scenica?
Il teschio umano è infatti molto potente e chiaramente utilizzatissimo. La grafica horror è tutta basata sulla paura e cos’è più avvincente e spaventoso della paura della morte?

Le mani dei morti
Terminiamo questa carrellata con un elemento forse non così diffuso come i precedenti ma che, allo stesso modo, ha saputo ritagliarsi un proprio spazio all’interno della gallerie delle immagini classiche della grafica horror: le mani dei morti che spuntano dalla terra.

Un nuovo libro indaga il rapporto fra la grafica e la controcultura dell’era digitale

L’editore Phaidon offre un nuovo interessante volume che aggiorna quello che è il rapporto fra poster art, grafica e controcultura.
Un’esplorazione ricca ed illustrata di come l’arte e il design abbiano appunto guidato molti degli importanti cambiamenti sociali e politici nel XXI secolo.
Il libro, dal titolo Visual impact. Creative dissent in the 21st century è a cura di Liz McQuiston già autrice di altri volumi sul tema fra cui vi segnalo i due volumi dal titolo Graphic Agitation: Social and Political Graphics Since the Sixties.

Creative dissent contiene il lavoro di oltre 200 artisti, da nomi famosissimi come Ai Weiwei, Kara Walker, Banksy e Shepard Fairey, agli influencer anonimi che si sono fatti conoscere attraverso i social media.
Con oltre 400 immagini, questo libro è una guida visiva alle immagini più influenti e altamente politicizzate della nostra era digitale. Esplora temi quali le rivolte popolari (la primavera araba, le rivolte londinesi) l’attivismo sociale (diritti di gay, femministe etc) e le crisi ambientali (uragano Katrina).
Il libro inizia con una breve panoramica dell’eredità grafica degli anni ’90, caratterizzati dal digitale e dalle proteste contro la prima guerra del Golfo passando poi ad alcune campagne sociali promosse da riviste quali Actuel in Francia o The Face nel Regno Unito.
Si mostrano le grafiche riconducibili alla cosiddetta primavera araba e le proteste politiche dei Los Indignados in Spagna o Occupy Wall Street negli USA fino agli attivisti della Russia che chiedono il rispetto dei diritti umani e mettono apertamente in discussione l’eterna gestione di Putin.
Questo libro è intelligente e ricco, curatissimo e molto utile per ricordare a tutti che è possibile brandire la disapprovazione attraverso la creatività e la passione civica.
Le proteste forse non sempre raggiungono gli obiettivi sperati ma, come ci ricorda la citazione presente nel libro, meglio morire in piedi piuttosto che vivere in ginocchio.

Con Plastic Paper si esplora il design contemporaneo attraverso i sacchetti di plastica di New York

Plastic Paper esplora le “urban flotsam” della cultura del design dei sacchetti di plastica a New York City

Come spesso accade il bello, l’originale e più in generale l’arte, può trovarsi in luoghi e oggetti che solitamente ci passano per mani, a prima vista anonimi e senz’anima.
Sta proprio qua uno degli aspetti più intriganti del progetto che oggi mi piace presentarvi, un progetto dal titolo Plastic Paper.
L’autore di Plastic Paper è Sho Shibuya – che gestisce lo studio di design a Brooklyn, Placeholder – ed ha concepito l’idea dopo essersi trasferito a New York nel 2011 e sopratutto dopo essere rimasto sconvolto dalla quantità di sacchetti di plastica disseminati per le strade dell’intera città.
Uno degli aspetti assurdi e interessanti che hanno colpito Sho è l’infinita gamma e tipologia dei diversi design e, ancora più particolare, i motivi e gli stili grafici che proprio nei sacchetti si scoprono ricorrenti.
Plastic Paper è divenuto quindi un libro di 144 pagine piene di fotografie iconiche scattate da Vanessa Granda e Henry Hargreaves che catalogano le loro scoperte di questo tipo, raccolte in quasi sette anni.

I sacchetti di plastica sono espressioni anonime di un mondo di design, afferma l’autore Sho, li vedi appesi al manubrio della bici di ogni fattorino, sono impigliati tra gli alberi senza foglie o sono avvolti attorno alle selle di cuoio dei ciclisti.
I sacchetti di plastica dunque come pezzi del paesaggio visivo della Grande Mela tanto quanto il brand I Love New York di Milton Glaser o la mappa della metropolitana di Massimo Vignelli e questo è ancora più chiaro se messi a confronto con lo stesso materiale ritrovato in altre città.
Ma Plastic Paper non è solo una celebrazione del graphic design fatto attraverso i sacchetti di plastica e di come questi testimonino l’importanza delle grafiche che vengono riproposte ancora e ancora negli anni. Si tratta anche però di evidenziare e porre l’attenzione sul problema delle materie plastiche e di come queste stanno distruggendo il nostro ambiente.
Non è infatti un segreto che i sacchetti di plastica monouso stanno soffocando le nostre città e l’intero nostro pianeta.
Questo libro è perciò anche un atto di sensibilizzazione per diffondere una maggiore attenzione verso gli oggetti che usiamo ogni giorno, spronando tutti verso un loro maggiore riutilizzo ed un minore spreco.
Come ulteriore parte del progetto, l’artista Anna Roberts ha ricreato alcune delle fotografie dei sacchetti di plastica di Vanessa Granda, trasformandole in dipinti.
Tutti i proventi della vendita di Plastic Paper andranno devoluti a Parley, un progetto di sensibilizzazione verso la cura degli oceani e del loro habitat naturale.

Lo stile unico di Eric Engstrom, quando la psichedelia incontrò l’arte tipografica svizzera

Devo ammettere che non conoscevo Eric Engstrom fino a pochi mesi fa, era proprio uno sconosciuto, nemmeno uno di quei nommi che sai di aver trovato qualche volta e che ti sei sempre detto che poi avresti approfondito.
Niente, non posso mentirvi.
Una volta però che ho scoperto chi era e cosa aveva fatto, non ci è voluto poi molto per decidere che valeva la pena presentarlo anche a voi.
Nato il 9 luglio 1942 a Plymouth, nel Massachusetts, Eric Engstrom ha condotto una vita direi normale sia pur avendo vissuto a pieno la controcultura degli anni Sessanta sia come persona sia come artista e grafico.
Era infatti uno spirito degli anni Sessanta con un’estetica mai giutna ad un punto fermo e sempre in continua evoluzione.
Dopo essersi diplomato in illustrazione alla Rhode Island School of Design a Providence, vicino a Boston, Eric ha proseguito gli studi universitari in arte e design presso l’Università del Massachusetts, precisamente a Dartmouth.
Ha fatto mille lavoretti per sbarcare il lunario, guida ai musei cittadini museo, cuoco di linea, grafico per associazioni del territorio, promotore di concerti rock e molto altro ancora.
La svolta nella sua carriera di grafico avvenne proprio grazie alla sua passione per il rock e la grafica che trovarono il modo di esprimersi al meglio grazie al Boston Tea Party, locale per concerti situato nel quartiere di South End a Boston, nel Massachusetts, e successivamente trasferito nel quartiere di Kenmore Square sempre a Boston.
Lo storico locale è stato associato da sempre al movimento psichedelico degli anni Sessanta rendendolo – anche per la somiglianza architettonica – quello che l’Avalon Ballroom e il Filmore erano per la San Francisco hippies.
essendo simile in questo modo ad altre sale contemporanee come l’Electric Factory di Philadelphia, l’Avalon Ballroom di San Francisco o il Fillmore East di New York.
Inizialmente ospitava esclusivamente attori locali, ma ben presto, sotto la crescente ondata di acid rock, il locale iniziò ad ospitare artisti quali  Grateful Dead, Neil Young, Frank Zappa, Pink Floyd, Cream, Fleetwood Mac, The Allman Brothers Band, Joe Cocker, Jimi Hendrix,  The Byrds, Santana e The Who.
Nel 1968 la stazione radio WBCN, di proprietà degli stessi gestori del Boston Tea Party, iniziò a trasmettere dalla stanza sul retro del locale divenendo in breve tempo la stazione rock più quotata del mercato statunitense.

D. Arthur Hahn
Giugno 1967
Bob Driscoll
Marzo 1968
D. Arthur Hahn
Maggio 1967

I poster del Boston Tea Party erano concepiti in pieno stile grafico psichedelico e risentivano, come tutti del resto, delle novità estetiche apportate dai Big Five californiani, ma allo stesso tempo, si sono sempre caratterizzati, a prescindere dall’artista, per una propria specifica originalità che li differenziava sia dall’esplosione grafica fluorescente californiana sia dall’anarchia grafica europea rendendoli immediatamente riconboscibili sia per una pulizia grafica ed una chiara ammirazione per un gusto vittoriano non rintracciabili nei colleghi della West Coast.
All’interno di questo gruppo di artisti, Eric Engstrom lavorò con altri grafici quali D. Arthur Hahn e David Lang producendo poster e grafiche in serie fino ai primi anni Settanta.
Il lavoro di Engstrom era a sua volta unico e originalissimo visto che nei suoi lavori emergeva una caratteristica che lo distanziava dal resto dei colleghi e che sottolineava come i suoi studi di architettura e di design industriale lo avevano portato ad innamorarsi dello stile tipografico svizzero, quanto di più lontano ci potesse essere dalla fantasia al potere che era il minimo comune denominatore della grafica psichedelica prima di lui.
Il suo sforzo di far convergere questi due punti di riferimento fu, per tutti gli anni Sessanta, un suo obiettivo raggiunto attraverso una rigorosa attenzione alle regole tipografiche dello swiss style sia nell’utilizzo dei colori che nella sapiente gestione del lettering, in cui il carattere Helvetica ebbe sempre un posto di riguardo, proprio come appreso nei corsi sulla scuola svizzera.
Pulizia, rigore e, allo stesso tempo, accenni di psichedelia e utilizzo di immagini solarizzate qua e la, furono questi i suoi principi ispiratori per i poster realizzati fino al 1972.

Eric Engstrom – Agosto 1969
Eric Engstrom – Settembre 1969
Eric Engstrom – 1969
Eric Engstrom – Ottobre 1969
Eric Engstrom – 1968
Eric Engstrom – 1969
Eric Engstrom – 1970
Eric Engstrom – 1970
Eric Engstrom – 1971
Eric Engstrom – 1971
Eric Engstrom – 1971

Successivamente Eric Engstrom si è trasferito a Honolulu nel 1972 dove ha sviluppato una passione per l’interior design con un tocco grafico. Si è poi trasferito a San Francisco nel 1978 per lavorare con diversi architetti, fino al 1987 quando ha fondato Engstrom Design Group (ora EDG) nella Contea di Marin, in California.
Nei successivi 20 anni, Eric e il suo socio in affari Jennifer Johanson hanno sviluppato un’azienda di design con progetti di ristorazione e ospitalità in tutto il mondo.
Durante la sua carriera di designer è stato premiato dall’appartenenza alla rivista Hospitality Design Platinum Circle e come Fellow dell’International Interior Design Association (IIDA). Eric è stato anche membro del consiglio di amministrazione di RISD e presidente internazionale di IIDA. Eric si ritirò nel 2007 per dedicarsi a tempo pieno alle sue attività artistiche, alla fotografia, ai viaggi e alla scrittura.
A partire dal 2001, Eric ha iniziato a guidare attraverso le autostrade originali degli Stati Uniti: Route 66, Lincoln Highway e Route 6 per cercare ispirazione dalle fattorie abbandonate e dalle città disabitate, creando una serie di opere d’arte a tecnica mista che celebravano le desolate strade periferiche americane.

© Eric Engstrom
© Eric Engstrom
© Eric Engstrom

Le sue passioni comprendevano motociclette Ducati, cultura rock & roll, grande cucina e naturalmente, interior design.

Il 15 giugno del 2013, dopo una lunga battaglia contro il cancro, è morto nella sua casa a Fairfax, in California, circondato dalla famiglia. Aveva 70 anni.

Pete Millar e la leggenda dei fumetti hot rod (pt.2)

..ed eccoci di nuovo a parlare di Pete Millar e dei suoi mirabolanti fumetti hot rod.. ripartiamo dunque..

Questo suo progetto lo impegna per tutti gli anni Settanta dove la Millar Publications si espande producendo quella che forse è una delle riviste di riferimento ancora oggi della kustom kulture.
Millar, oltre ad essere un abile disegnatore è da sempre un ottimo scopritore di talenti tanto che con la sua casa editrice produsse anche quattro numeri per la rivista rivista Big Daddy Roth Magazine.

“Big Daddy” Ed Roth pubblicato da Peter Millar – 1964
“Big Daddy” Ed Roth pubblicato da Peter Millar
“Big Daddy” Ed Roth pubblicato da Peter Millar

Il primo numero di Dragtoons ha debuttato nel giugno del 1963 dopo che Millar si è assicurato un accordo con un distributore per coprire i costi editoriali anticipati e le spese di spedizione.
Nel 1966, Millar pubblicò uno degli autori fondamentali di tutto il fumetto underground, quel Wonder Wart-Hog di Gilbert Shelton di cui vi ho già parlato QUI diventando l’anello di congiunzione con la nascente editoria underground di stampo controculturale.
Entrambi i progetti, quello di Ed Roth e di Shelton, non ebbero però i successi sperati, forse perché estremamente innovativi sia per i contenuti che soprattutto per la parte grafica e questo portò all’editore Millar problemi economici.

Dragtoons – 1963
Dragtoons – 1964
Dragtoons – 1964

Nel 1968, Millar, la moglie e le tre figlie lasciarono gli Stati Uniti e viaggiarono attraverso l’Europa, vivendo in Svezia e in Spagna, visitando la Finlandia, l’Unione Sovietica e altri paesi del blocco orientale e del Mediterraneo.
Millar ha finanziato gran parte del viaggio attraverso il lavoro di illustrazione che nel mentre inviava a molte riviste iniziando anche a comentarsi con la pittura ad olio e di scultura con il bronzo.
Tornato negli States dopo 3 anni, Millar riprende la sua attività ma in tono minore, lasciando sempre più spazio ai suoi interessi e passioni.

Peter Millar è quindi una figura fondamentale nella storia dell’editoria underground e un gigante nel mondo del comix hot rod.
Ha saputo ritrarre le personalità ed i caratteri di un mondo – quello delle hot rod – in maniera perfetta e sopraffina, con tutti i loro manierismi e dettagli grafici e caratteriali.
Oltre a questo, come detto, la sua figura si staglia come un gigante nella storia dell’editoria underground americana grazie ai talenti scovati e lanciati, alle numerose avventure editoriali ed alla costante ricerca di nuove strade per diffondere una cultura che prima di lui era marginalizzata agli addetti ai lavori.
L’influenza del lavoro di Millar sui colleghi è enorme. Uno dei suoi più grandi ammiratori è Peter Bagge (leggi QUI), che per tanti lettori incarna molti degli stessi valori artistici di Millar.
Nel 1993 Millar riappare sulla scena delle corse automobilistiche partecipando alla  California Hot Rod Reunion di quell’anno.
Ha inoltre contribuito, al termine della sua carriera, alla presentazione della raccolta di libri del lavoro automobilistico di Alex Toth, One for the rod e ha riunito molti dei suoi lavori in libri indipendenti venduti attraverso il suo sito web con lo slogan promettente Comic Books Are Back.
A testimoniare il suo ruolo di riferimento è stato designato come “il fumettista più venerato di drag racing” dal Museo Hot Rod in Ontario, California dove sono esposti alcuni dei suoi lavori.

Pete Millar è morto il 28 febbraio 2003 e le sue ceneri sono state disperse a Green Hills a Palos Verdes.

Pete Millar e la leggenda dei fumetti hot rod (pt.1)

Pete Millar è stato un fumettista, illustratore e pilota di dragster statunitense.
Una delle sue creature di maggior successo è stata la rivista Cartoons, pubblicazione americana di fumetto satirico dalla grafica hot rod. Ideata e prodotta insieme all’amico Carl Kohler, Cartoons è stata pubblicata come trimestrale a partire dal 1959.

Peter Millar

Cartoons si inserisce in quel filone di editoria underground che comprendeva anche titoli simili quali CYCLEtoons (dal 1968 al 1973), SURFtoons, Hot Rod Cartoons (dal 1965)Choppertoons, rivista oramai leggendaria uscita in soli 3 numeri.

CYCLEtoons 1970
CYCLEtoons 1972
SURFtoons 1967
SURFtoons 1968
Hot Rod Cartoons 1970

Tutti questi prodotti erano pubblicati dalla Robert E. Petersen Publication, una vera leggenda vivente nel mondo della kustom kulture, che nel 1994 ha addirittura realizzato il Petersen Automotive Museum nei dintorni di Los Angeles.

Petersen Automotive Museum – by David Zaitz

Queste riviste erano una vera bomba per il pubblico dell’epoca ed hanno contribuito ad allargare il target di riferimento anche al di la dei soli appassionati di hot rod.
Articoli più o meno curati, fumetti, guide pratiche per creare nuovi fumetti e nuove illustrazioni tipiche del genere e molto altro ancora.

Cartoons – 1959
Cartoons – 1961
Peter Millar su Cartoons

Nel primo numero fa la sua comparsa il fumetto, Rumpsville: The Saga of Rumpville, illustrato da Millar che fu l’inizio di un’interminabile serie di fumetti, personaggi e storie che hanno fatto la storia della kustom kulture statunitense divenendo dei veri e propri cult anche per i collezionisti di oggi.
Rumpsville è un termine che diviene immediatamente gergale nel momndo delle hot rod e sta ad indicare il paradiso dell’hot rod.
Ma cerchiamo di definire la storia di Millar.
Peter Millar nasce il 14 dicembre 1929 e si forma come ingegnere anche se nutre da sempre il sogno segreto di diventare un fumettista e un editore a tempo pieno.
Nel 1953 si trasferisce da San Diego a Los Angeles ma i suoi lavori vengono rifiutati da tutti gli editori a cui li propone.
La prima striscia pubblicata da Millar fu Arin Cee, prodotta per la rivista Rod & Custom a partire dal 1955 e proseguita fino agli anni ’60.

Arin Cee di Peter Millar

Come detto il suo successo iniziale è dovuto a Cartoons, dove insieme a lui, vengono lanciati moltissimi artisti poi approdati a magazine e riviste più conosciute e famose. E’ bene ricordarne alcuni: Alex Toth, Russ Manning, Willie Ito, Dale Hale, George Trosley , John Kovalic, Shawn Kerri (una delle pochissime donne che hanno disegnato per la rivista), John Larter, Robert Williams, William Stout.

Krass & Bernie di George Trosley

Millar ha lavorato a Cartoons fino al 1963 quando la rivista divenne Hot Rod e lui fu sostituito Tom Medley che lo aveva creato il personaggio di Stroker McGurk.

Stroker McGurk di Tom Medley per Hot Rod Magazine

Cartoons è stata senza dubbio una delle storie di successo più improbabili nella storia dell’editoria underground del ventesimo secolo e, da sola, ha garantito a Millar un posto nella storia del fumetto.
Cartoons ha infatti raggiunto numeri di vendita altissimi per il genere ed il periodo offrendo a giovani fumettisti della West Coast spazio e possibilità di sperimentare.
Cartoons ha delineato lo standard per il fumetto umoristico del settore automobilistico, caratterizzato da uno stile di disegno forte tipico della grafica hot rod e che si poneva in netto contrasto con i fumetti d’avventura del periodo.
All’interno di Cartoons comparvero pagine di lettere inviate dai soldati in Vietnam o direttamente dai lettori che catturavano l’umore dei tempi come in seguito avrebbero fatto tutte le pubblicazioni underground.
E’ nel giugno del 1963 la decisione di Millar di fondare la rivista DRAGtoons con la sua casa editrice, la Millar Publications che ne pubblica 49 numeri di  tra il 1963 e il 1968…

..altro, molto altro, vi aspetta domani, ci siete??

La vera storia del Flying Eyeball (pt.2)

Eccoci dunque alla seconda parte della storia del famoso flying Eyeball.
Eravamo rimasti addirittura ad una scenografia di Salvator Dalì del 1944 utilizzata anche nella cover di Topolino del 2010 e da li riprendiamo..

Colui che infatti ha lavorato con più continuità nell aprima parte del Novecento sul tema del flying Eyeball è Tomaso Buzzi, disegnatore che utilizzava come strumento una modestissima penna a sfera Bic, ambidestro che disegnava gli schizzi con una mano, correggendoli contemporaneamente con l’altra.
Buzzi scelse, in omaggio a Leon Battista Alberti, come suo emblema proprio l’occhio alato e, all’interno del Theatrum Mundi, un grande anfiteatro in Umbria acquistato da Buzzi per i suoi strani ed affascinanti spettacoli, costruì intorno agli anni Cinquanta un suo mondo dell’assurdo e della simbologia. Eì proprio qua che ritroviamo nuove traccie del flying eyeball, questa volta addirittura in muratura.

Theatrum Mundi – Montegiove in Umbria

Ma è proprio a metà del Novecento che l’occhio alato entra di diritto nella grafica underground e lo fa con uno dei suoi pionieri, Kenny Howard, che molti di voi forse conosceranno per il suo nome d’arte: Von Dutch.
Il famoso logo flying Eyeball diventa ben presto il marchio di fabbrica della sua attività di illustratore con la tecnica del pinstriping.
Von Dutch ha modificato la versione filaretiana dell’occhio alato rendendola vicina ai fumetti di Basil Wolverton ed a tutta la cultura underground vicina alla kustom kulture.

Von Dutch – flying Eyeball
Von Dutch – flying Eyeball

Il flying Eyeball è quindi diventato icona, quasi leggendarie sono le sue diverse declinazioni prodotte dal grande Rick Griffin per poster, fumetti o copertine di riviste.

Rick Griffin – poster
Rick Griffin – Surfer magazine
Rick Griffin – poster

Infinite sono diventate negli anni le illustrazioni riportanti l’occhio alato fino a conquistarsi anche spazio in alcuni media mainstream – basti pensare alla cover di Dylan Dog del 1992 – ma rimanendo orgogliosamente underground e misteriosa.

Angelo Stano – Dylan Dog n. 73 – 1992

Uno degli ultimi casi di utilizzo del flying Eyeball appartiene all’illustratore e fumettista Jesse Jacobs nel suo Safari Honeymoon.

Jesse Jacobs – Safari Honeymoon – 2015

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Yoshihiro Togash in Yu degli Spettri, n. 4 – 2001
Naoto Hattori
Santa Cruz Skateboard
Jim Phillips – flying Eyeball
KUSTOM KULT STUDIO Dave Parmley
Till Bleifuß
Akire Yonekawa

La vera storia del Flying Eyeball (pt.1)

Ci sono delle immagini che diventano nel tempo delle vere e proprie icone ed a cui sembra impossibile fare a meno, questo è il caso, nel mirabolante universo della grafica underground, del famoso Flying Eyeball ovvero l’occhio alato.
Proviamo perciò a ricostruirne un pò la storia, andandop a scavare dall’antichità ai giorni nostri attraverso esempi più o meno conosciuti di utilizzo di questa immagine diventata nel frattempo sinonimo essa stessa di underground.
L’immagine dell’occhio alato viene comunemente fatta risalire all’italianissimo Leon Battista Alberti che rimandando all’iconografia egizia dell’occhio di Horus, simbolo della prosperità, del potere regale e della buona salute, riporta questa effige in una moneta datata 1446-1450 circa accompagnata dalla dicitura Quid Tum – allora dunque – un motto della retorica ciceroniana.

Leon Battista Alberti by Matteo de Pasti (1446-50)

Questo occhio, contornato da ciglia simili a raggi del sole, di due ali e di una strana coda che lo rassomiglia ad un serpente, ritorna anche nell’opra – sempre dell’Alberti – dal titolo Philodoxeos fabula ed ha ricevuto molte interpretazioni ma da sempre rimane il suo mistero del suo significato originario.

Leon Battista Alberti – Philodoxeos fabula

Secondo lo storico dell’arte tedesco Edgar Wind questa immagine rimanda ad un occhio terribile, un occhio giudicante e, quindi, divino, ma siamo anche di fronte a un occhio di forma chiaramente umana e perciò, in quanto tale, limitato e terreno.
Rintracciare dove e come Alberti abbia inventato quest’immagine è materiale ancora oggi di studi, ma è chiaro che nel 1543 – 71 anni dopo la morte di Leon Battista Alberti – nel volume dal titolo Hieroglyphica di Orapollo, compare una nuova immagine simile a quello che noi chiamiamo flying Eyeball.

Hieroglyphica di Orapollo – 1543

Altro riferimento si trova nel 1464 all’interno del Trattato di Architettura di Filarete dove compare quello che effettivamente appare come una delle figure più simili al flying Eyeball che inonda l’estetica underground dal 1960 ai giorni nostri.

Filarete – Trattato di Architettura – 1464

Leggendo il testo di Giuliano Martufi e Ruggero Zanin Sei lezioni su L.B. Alberti e Le Corbusier scopriamo che Filarete presenta due distinte interpretazioni dell’occhio alato: una, con le ali sovrapposte, che possiamo dire albertiana ed un’altra, in cui l’occhio è visto quasi frontalmente e con le ali dispiegate, propriamente sua che verrà definita appunto filaretiana.
Questa seconda immagine è quella che otterrà maggior fortuna nei secoli a seguire e che arriverà dritta dritta fino a noi.
Se proprio vogliamo essere maniacali e approfondire la nostra ricerca davvero ai dettagli ed agli elementi nascosti e misteriosi, scopriamo che in un dipinto di Giorgio Vasari del 1540 dove viene ritratto proprio Leon Battista Alberti, possiamo scovare dei particolari interessanti, un pò in stile trova il particolare…

Giorgio Vasari – Leon Battista Alberti – 1540

Forse non è così chiaro da notare, forse non è nemmeno proprio un occhio alato come lo intendiamo noi, ma da molti studiosi è stato appurato che questo fosse un modo di Vasari per apporre lo stemma scelto per la propria persona dallo stesso Alberti nel ritratto.
E quindi ecco di nuovo il famoso flying Eyeball.

Giorgio Vasari – Leon Battista Alberti – 1540 (particolare)

Andando spediti verso i giorni nostri, troviamo invece una nuova rivisitazione del tema occhio alato da parte del grande incisore Odilon Redon che nel 1878 realizza il dipinto dal titolo Œil ballon dove si vede chiaramente la presenza del nostro misterioso occhio..

Odilon Redon – Œil ballon – 1878

Arriviamo al nostro secolo e troviamo, manco a dirlo, Salvator Dalì che nbel 1945, dipinge un olio per uno studio da adattare per il film di Alfred Hitchcock Io ti salverò.
In questo caso, seppur sprovvisto di ali, l’enorme occhio del re del del surrealismo vola e si muove a pochi metri da terra.

Salvador Dalí – Io ti salverò – 1944

L’occhio di Dalì è stato poi ripreso anche nelle pagine del noto Topolino, che nel numero 2861 del 22 settembre 2010 dal titolo Disney incontra Dalí nelle pagine del fumetto, riporta l’occhio ancora però sprovvisto di ali.

Topolino – n. 2861

Ecco, se siete arrivati fino a quyi, credo proprio che non vi perderete la seconda ed ultima parte di questa storia affascinante che arriva dritta dritta fino a noi ed al nostro mondo attraverso altri personaggi e soprattutto altri occhi alati….

Sex to Sexty è davvero la rivista più volgare mai stata stampata?

Sex to Sexty è stata una rivista di satira per adulti pubblicata ad Arlington, Texas dal 1964 al 1983 da John W. Newbern, Jr. e Peggy Rodebaugh sotto la direzione artistica di Lowell Davis con i rispettivi pseudonimi di Richard o Dick Rodman, Goose Reardon e Pierre Davis.
Vale la pena dedicare due righe aJohn Newton, editore della rivista, che nei primi anni Sessanta gestiva un’azienda in ottima saluta che stampava slogan su posaceneri, penne, tazze da caffè ed altri gadget. Tuttavia è interessato al mondo nascente dei fumetti underground e, con l’ottica di creare una rivistina satirica, acquista per la cifra di 10.000 dollari una collezione privata di libri di barzellette ordinati in schedari e suddivisi in base ai diversi temi trattati come, per esempio, un uomo ed una donna su un’isola deserta, desideri sessuali oppure moglie tradita.
Da questo materiale, e con l’aiuto di altri amici, nasce Sex to Sexty stampato a proprie spese da Newton e diffuso inizialmente sfruttando la rete di distribuzione dei suoi gadget per arrivare negli anni anche ad una tiratura di 250.000 copie in tutti gli Stati Uniti.
Il contenuto di questa strana e per certi versi rivoluzionaria rivista era una miscela di doppi sensi audaci, strambe poesie e brevi scritti a sfondo erotico e satirico.

Sex to Sexty #1 – 1965
Sex to Sexty #2 – 1965
Sex to Sexty #4 – 1965
Sex to Sexty #6 – 1965
Sex to Sexty #8 – 1965
Sex to Sexty #9 – 1965
Sex to Sexty #10 – 1965
Sex to Sexty #11 – 1965
Sex to Sexty #13 – 1965
Sex to Sexty #16 – 1965

La rivista è stata inoltre la palestra per fumettisti quali lo stesso Lowell Davis, ma anche Bill Ward e Bill Wenzel.
Alcuni critici hanno definito Sex to Sexty la rivista più volgare mai stata stampata, altri invece la considerano l’ultimo vero esempio di rivista per adulti mentre per altri ancora era un classico esempio della tipica editoria americana leggera e satirica.
Nata nel 1964 in piena rivoluzione sessuale, quando le menti si stavano aprendo ed i tabù stavano disgregandosi, termina le sue uscite nel 1983 quando invece, in pieni anni Ottanta, il disgraziato politically correct americano di Reagan & co. ha reso questo tipo di satira socialmente inaccettabile.
A prescindere però da come la si pensi in proposito, Sex to Sexty è stato un progetto editoriale coraggioso per la sua provocatorietà, talvolta gratuita certo,  ma certamente coerente con l’obiettivo iniziale di trattare argomenti considerati pruriginosi in maniera leggera e divertente.

Sex to Sexty #30 – 1965
Sex to Sexty #35 – 1969
Sex to Sexty #5 – 1970
Sex to Sexty #35 – 1965

Dopo i primi anni in cui le cover sono chiaramente influenzate dalla grafica psichedelica del periodo, gran parte delle copertine successive di Sex to Sexty erano disegnate da Pierre Davis, dipinte ad olio per ogni numero.
All’interno di Sex to Sexty, nel corso degli anni, hanno scritto e disegnato numerosi nomi in seguito divenuti famosi anche al grande pubblico: il critico e studioso di cultura popolare americana Gershon Legman ed il fumettista Bill Ward, che aveva iniziato la sua carriera professionale illustrando le cosiddette beer jackets, ovvero le giacche da birra, un tipo di giacca di jeans diffusa nelle confraternite universitarie su cui venivano disegnati testo e disegni sul retro.
Proprio Ward avrà negli anni un discreto successo nel mondo dei fumetti per adulti e nell’editoria pulp con il suo stile tipicamente americano fatto di curve e vestiti ridotti all’osso per donne provocanti e irrimediabilmente sexy.

Bill Ward
Bill Ward

Insieme a Ward, l’altro illustratore di punta di Sex to Sexty è Bill Wenzel che invece si contraddistingue da uno stile più vicino all’estetica anni Cinquanta con donne, comunque prosperose e ammiccanti, ma molto più stilizzate e geometriche rispetto a Ward.

Bill Wenzel
Bill Wenzel

Grazie al lavoro di ricerca e studio, oggi è possibile sfogliare gran parte della produzione di Sex to Sexty nell’omonimo volume edito da Taschen ed acquistabile QUA dove vengono riprodotte tutte le 198 copertine della rivista e molti dei dipinti che le accompagnavano.
I due autori, Mike Kelly e Dian Hanson, categorizzano in queste pagine tutti i grandi temi trattati nei fumetti di Sex to Sexty con i loro titoli a metà fra il sensazionalistico e il satirico fra i quali Stinkfinger, Incest on the Best, Cannibal Cuisine, e I Love Ewe!
Crudo, irriverente, sempre sfuggente alla temutissima censura e tipicamente americano nel linguaggio e nella sua estetica sempre sopra le righe, Sex to Sexty non risparmia nessuno dei temi caldi del tempo: il sesso, gli orientamenti  sessuali, l’appartenenza a minoranze etniche.

La Raza ovvero l’editoria underground della comunità ispanica di Los Angeles

La parola chicano nella lingua inglese è nata in origine per identificare le persone di origine ispanica che vivevano nei territori statunitensi appartenuti al Messico come la California e il Texas.
Il movimento della minoranza ispanica nato negli anni Sessanta si è riappropriato del termine e ne ha fatto un motivo di orgoglio sulla scia di quanto fatto dal movimento dei neri con il Black Panther Party (QUI il pezzo sulle riviste delle Pantere Nere).
Il termine raza fu usato per la prima volta nel 1952 da José Vasconcelos nel saggio La raza cósmica, in italiano la razza cosmica, in cui affermava che il popolo messicano apparteneva a una quinta razza del futuro, in cui si mescolavano diverse popolazioni tra cui indigeni, europei e africani.
Durante gli anni ’60 e ’70, il quotidiano chiamato proprio La Raza ha catturato lo spirito rivoluzionario della zona East di Los Angeles, quella per intendersi dove viveva propria una delle più numerose comunità ispaniche di tutti gli Stati Uniti.

Original photographer retains copyright. Digital surrogate property of UCLA Chicano Studies Research Center.
Original photographer retains copyright. Digital surrogate property of UCLA Chicano Studies Research Center.

Dalle proteste per le disuguaglianze sociali e dagli scioperi guidati dagli studenti fino alla morte di alcuni membri della comunità chicanos per mano del dipartimento di polizia di Los Angeles, La Raza ha pubblicato le storie scomode e solitamente nascoste della comunità ricoprendo un ruolo fondamentale nel creare il movimento per i diritti civili guidato da messicani americani informando i residenti dell’Eastside sulle questioni politiche e sociali della comunità.
Laureati entrambi a Stanford, Elizier Risco attivista di origine cubana e Ruth Robinson, la fidanzata di Risco, nel 1967 fondarono insieme a John Luce nel seminterrato della chiesa dell’Epifania a Lincoln Heights, a East LA il magazine bilingue La Raza come strumento politico per tutti i gruppi organizzati della comunità. Joe Razo era invece uno dei collaboratori, scrittore, fotografo e coeditore di La Raza.
Il primo numero di La Raza fu pubblicato nel settembre 1967 e includeva il famoso poema di Corky Gonzalez I Am Joaquín.

La Raza – 1967
Foto: www.kcet.org

Questo primo numero includeva anche un editoriale scritto da Richard Vargas e riportava come da tradizione la missione del giornale illustrata in questi termini:
Mis Amigos Chicanos, è arrivato il momento di smettere di scusarsi per essere messicani … Dobbiamo unificare, organizzare e mobilitare l’intera comunità messicana in azioni politiche e militanti“.
Si nota immediatamente la forte similitudine che accomuna il progetto poitico di La Raza con quello del Black Panther Party Newspaper sia in termini di linguaggio che di contenuto delle proposte.
La Raza si schierò violentemente contro l’impegno americano in Vietnam, unendosi a tutta la miriade di fogli underground che stava esplodendo in tutto il paese.
Era venduto in abbonamento, ma gratuito per coloro che non potevano permetterselo che potevano comunque trovarlo nelle varie biblioteche di quartiere.
Più che un giornale locale, La Raza è stata un progetto di resistenza attiva da parte del movimento Chicano supportato da un corposo archivio fotografico di circa 25.000 immagini creato per sopperire alla mancata rappresentazione nei media della comunità.
I fotografi di La Raza hanno documentato con un nuovo approccio molto vicino al fotogiornalismo, la brutalità della polizia in maniera diretta, senza filtri, mostrando anche le ferite riportate dai militanti dopo le aggressioni della polizia di Los Angeles.

East L.A., 31 gennaio 1971.Per gentile concessione del fotografo e dell’UCLA Chicano Studies Research Center. © Maria Marquez-Sanchez.
Ufficiali di polizia alla dimostrazione del Centro Civico di Los Angeles, circa 1970.Per gentile concessione del fotografo e dell’UCLA Chicano Studies Research Center. © Raul Ruiz.
Membri dei Brown Berets, un gruppo per i diritti di Chicano che rimane attivo oggi, c. 1970. Per gentile concessione di Patricia Borjon-Lopez / UCLA Chicano Studies Research Center

Le immagini hanno avuto il merito di portare all’attenzione anche dei media nazionali e di cittadini non appartenenti alla comunità chicano favorendo gli appelli alla parità di trattamento e creando uno scudo contro ulteriori violenze. Le immagini invertono quindi la logica classica delle fotografie delle forze dell’ordine, sostituendo il colpevole con la vittima.
La Raza ha costantemente documentato anche i sistemi di comunicazione politica del movimento: i manifesti, gli striscioni, le bandiere, le opere grafiche, murali ed i primi graffiti dando a questi nuovi linguaggi una dignità mai vista prima.
La maggior parte di queste opere grafiche erano prodotte da militanti autodidatti, in alcuni casi con pretese artistiche.
Durante i suoi primi tre anni, La Raza fu pubblicato come un tabloid di otto pagine, ma già nel giugno del 1970, vista la grande diffusione in tutti gli Stati Uniti, la rivista cambiò formato adottando il formato magazine e arrivando a 20 pagine per ottenere maggiori entrate dagli abbonamenti e fornire ai suoi lettori più contenuti.
Il nuovo format di La Raza conteneva articoli più lunghi e sofisticati ed in generale faceva del magazine un prodotto più professionale ed di livello nazionale. Questo mutamento portò al distacco dell’ala più legata al territorio originario che non condivideva la svolta.
La Raza ha svolto un ruolo sostanziale nello sviluppo di El Partido de la Raza Unida a Los Angeles, un partito politico nazionalista chicano che negli anni ’70 raggiunse un notevole seguito in Texas e nel sud della California.

Bandiera di Aztlan usata da La Raza Unida
Foto: CC0

Non ottenendo però risultati politici concreti, La Raza il progetto editoriale inizia a perdere seguito e nel 1975 il numero dei collaboratori crollò portando ad una prima sospensione delle pubblicazioni durata per tutto il 1976.
La Raza tornò poi con due soli numeri nel 1977, ma con un taglio decisamente più moderato e pragmatico, lo sguardo era più distaccato e l’analisi del movimento Chicano era per lo più da una prospettiva storica.
La pubblicazione è stata ufficialmente interrotta nel 1978.L’archivio è attualmente conservato presso il Centro Studi di Studi Chicano dell’UCLA.

La Raza – 1974 (www.bolerium.com)
La Raza – 1975
La Raza – 1968
La Raza – 1968

 

Una delle prime riviste culturali australiani e le sue copertine da collezione

Il settimanale The Queenslander era l’allegato culturale settimanale del  Brisbane Courier, ancora oggi vivo e vegeto con il nome di The Courier-Mail, la rivista principale della colonia australiana del Queensland, in Australia dal 1850.
The Queenslander fu lanciato dalla Brisbane Newspaper Company di Thomas Blacket Stephens il 3 febbraio 1866 a Brisbane e cessò la pubblicazione nel 1939.
Dal punto di vista editoriale, la direzione è stata affidata a Gresley Lukin – caporedattore dal novembre 1873 al 21 dicembre 1880 – che punta molto sull’importanza per il The Queenslander di raggiungere anche i quartieri agricoli e periferici.
Gresley Lukin era un funzionario pubblico australiano appassionato di editoria e di giornali che riuscì a trasformare il Brisbane Courier da semplice settimanale di cronaca popolare, in uno stimato settimanale letterario di qualità coinvolgendo alcuni tra i migliori artisti e scrittori disponibili nella colonia del Queensland.
Nella rivista collaborarono scrittori, poeti e saggisti ma soprattutto artisti e illustratori di grande talento quali Joseph Augustine Clarke.

Queenslander Magazine
1879

Uno di questi artisti fu Garnet Agnew, illustratore delle copertine dal 1926 al 1930.
Nel 1924 Agnew partecipò alla fondazione della Society of Australian Black and White Artists, un insolito gruppo che si incontrava per discutere di arte, grafica ed in genere di temi culturali, o nei pub o nello studio del fumettista, Gayfield Shaw, famoso illustratore australiano.

Gayfield Shaw – Sydney Town Hall
joseflebovicgallery.com
1934
Gayfield Shaw – The Sydney Mint
joseflebovicgallery.com
1934

Nel 1926 Agnew tornò a Brisbane per lavorare appunto per il The Courier Mail con incisioni su linoleum e dipinti ad olio dando al The Queenslander
uno stile unico per il periodo.
Con Agnew in The Queenslander compare la testata ed il logo storici del magazine con uno stile handwriting molto classico e simile agli attuali trend di rivisitazione del lettering manuale.
Agnew diventa in breve tempo il vero e proprio art director della rivista a ci collaborano altri artisti in contatto con lui.

Garnet Agnew
1929
Esther Paterson
1937
E. S. Watson
1931
Garnet Agnew
1930
Garnet Agnew
1929
Garnet Agnew – 1928
Garnet Agnew – 1930

Dal 1935, con l’arrivo di Ian McBain iniziano a comparire anche le raccolte annuali di The Queenslander ma il successo cala e con esso il numero delle vendite che portano alla chiusura del 1938.

Cover of The Queenslander Annual featuring a De Havilland DH86A, 1936
cover from The Queenslander annual, November 1, 1937
cover from The Queenslander annual, November 4, 1936

L’intero catalogo del The Queenslander è stato digitalizzato dall’Australian Newspapers Digitization Program della National Library of Australia.

Vaughn Bodē era diverso, diverso da tutto il mondo del fumetto uderground

Uno degli illustratori più sconosciuti al grande pubblico e che invece ha avuto enorme influenza negli illustratori underground della seconda metà del Novecento è senz’altro Vaughn Bodē.
Nato nel 1941 a Utica, piccolissimo paese nello stato di New York, quando nel 1951 i genitori di Bodē divorziano se ne va a vivere con uno zio vicino a Washington, D.C.
A 22 anni si autoproduce il suo primo lavoro dal titolo Das Kämpf, considerato da molti studiosi uno dei primi fumetti underground.

Vaughn Bodē

Das Kampf, creato dopo la breve esperienza di Bodē nell’esercito americano è una sarcastica parodia dell’ambiente militare americano ed è facile ritrovarci gli influssi stilistici di Charles Schulz che l’anno precedente aveva pubblicato Happiness is a Warm Puppy.

Charles Schulz – “Happiness is a Warm Puppy (1962) foto: https://natedsanders.com/lot-17049.aspx
Vaughn Bodē – Das Kämpf (1963)
Vaughn Bodē – Das Kämpf (1963)

Con un pò denaro preso in prestito da suo fratello Vincent, Bod – come si faceva chiamare – produce con un rozzo ciclostile circa 100 copie del Libro di 52 pagine e tenta di venderlo per strada ad Utica con scarso successo.
A metà degli anni ’60 Bodē si trasferisce a Syracuse dove frequenta i corsi l’Università ed inizia a produrre fumetti per la rivista The Sword of Damocles, una rivista di satira gestita dagli studenti ispirata alla ben più celebrata The Harvard Lampoon.
E’ qui che nasce la più famosa creatura fumettistica di Bodē, Cheech Wizard. Cheech Wizard è fondamentalmente un mago il cui grande cappello giallo decorato con stelle nere e rosse copre tutto il suo corpo eccetto le sue gambe e i suoi grandi piedi rossi.

Cheech Wizard
Foto: https://www.pinterest.it/pin/24910604158649834/?lp=true

Cheech Wizard è costantemente alla ricerca di una feste, birra ghiacciata e soprattutto donne, donne, e ancora donne.
Di solito raffigurato senza braccia, non sarà mai effettivamente mostrato interamente per quello che è lasciando la forma costantemente nascosta sotto il grande cappello.
Dopo essere comparso su The Sword of Damocles, Cheech Wizard continua per qualche anno su un’altra pubblicazione underground di Syracuse, il The Daily Orange, giornale scritto sempre dagli studenti della Syracuse University.
Nel 1968, Bodē illustra la copertina e gli interni del romanzo di fantascienza di R. A. Lafferty, Space Chantey.
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, collabora in maniera continuativa con il mondo della fantascienza illustrando le raccolte di fantascienza per Amazing Stories, Fantastic, Galaxy Science Fiction, Witzend e Worlds of If.

Vaughn Bodē – Amazing Science Fiction Stories 1972)
Foto: https://i.pinimg.com/originals/19/af/c3/19afc3fc1741b631ad296543cf60f540.jpg

Grazie a questi suoi lavori viene notato dalla fumettista underground Trina Robbins, Bodē e per questo nel 1969 si trasferisce a Manhattan dove entra staff del giornale underground East Village Other.
E’ qui che Bodē incontra Spain Rodriguez, Robert Crumb e gli altri fondatori dell’underground comix allora in rapida ascesa.
E’ all’East Village Other che fonda Gothic Blimp Works, un supplemento di fumetti underground allegato alla rivista, che  esce per 8 numeri, i primi due editi direttamente dallo stesso Bodē.

Foto: i.pinimg.com/originals
Foto: i.pinimg.com/originals
Foto: i.pinimg.com/originals

Sempre in questi anni fa la comparsa la serie di fantascienza post-apocalittica dal titolo Cobalt-60 in cui un antieroe vaga per una devastata terra post-nucleare cercando di vendicare l’omicidio dei suoi genitori.
Cobalt-60 debutta in bianco e nero nel n. 73 della fanzine di fantascienza Shangri L’Affaires del 1968 e fa parte del periodo più prolifico della carriera di Bodē con numerosi collaborazioni e lavori fra cui: War of Lizards, Deadbone e le storie sul magazine per adulti Cavalier e molti altri.

War of Lizards
Foto: https://comicrazys.wordpress.com/2010/03/30/zooks-the-first-lizard-in-orbit-junkwaffel-5-vaughn-bode/
Deadbone
Foto: https://stuartngbooks.com/bode-deadbone.html
Illustrazione per Cavalier
Foto: https://www.hakes.com/Auction/ItemDetail/66085/BODE-EROTICA-WALLI-ELMLARK-CAVALIER-MAGAZINE-ORIGINAL-ART-PAIR

Nel 1972 Bodē decide di partire per una stramba tournée con uno spettacolo dal titolo Cartoon Concert dove egli dava voce ai suoi personaggi le sue storie venivano proiettate su unop schermo alle sue spalle tramite un proiettore per diapositive.

Cartoon Concert
Foto: https://www.jwkbooks.com/pages/books/15800/vaughn-bode/bodes-cartoon-concert

Sposato Barbara Hawkins all’età di 20 anni nel 1961 e divorziato nel 1972, Bodē ha un figlio che segue le orme del padre continuando anche alcuni dei suoi lavori.
La morte di Bodē fu dovuta all’asfissia autoerotica all’età di 34 anni.
Bodē ha lasciato una ricca collezione di quaderni di schizzi, diari, opere finite e opere incomplete, dipinti e fumetti.

Figura controversa e mai del tutto capita, Bodē ha da sempre espresso un carattere chiuso e pieno di iinterrogativi interiori che nel empo ha cercato di approfondire sia con colloqui con il guru Prem Rawat, sia con la collega fumettista Jeffrey Catherine Jones che lo hanno anche portatoo ad utilizzare travestimenti femminili.
L’arte di Bodē ha fin da subito ispirato moltissimi degli artisti della street art e del graffitismo che hanno riversato dapprima sui treni di New York le loro idee e la loro arte.
Uno di essi, dal nome DONDI, ha addirittura deciso di riprodurre proprio alcuni dei personaggi di Bodē.
I suoi personaggi sono liquidi, androgini, mai del tutto definiti, un pò come il loro creatore.
Il suo stile è totalmente differente da quanto si vedeva allora nella grafica indipendente, non c’erano i tratti marcati e le vibrazioni di Robert Crumb, non la massa di dettagli di Rodriguez; il suo era uno stile intimo, quasi delicato che – forse non consapevolmente – molta influenza ha avuto anche in alcune realtà italiane, se pensiamo ai fumetti di Matteo Guarnaccia o di Max Capa.
La sua diversità era umana e, avendo da sempre scelto di non avere filtri, si è del tutto riversata nei suoi tratti, nelle sue storie e nei suoi personaggi.

 

La grafica delle copertine della letteratura Pulp è una vera bomba

Pulp Fiction non è solo un film, un meraviglioso film.
Pulp Fiction è anche, anzi soprattutto, un fenomeno editoriale emerso nella seconda metà del Novecento a partire dagli Stati Uniti, dove ha avuto un ruolo importantissimo nello sviluppo di molte idee e iconografie della cultura popolare che nel corso dei decenni successivi sono esplose in modi e stili anche assai diversi tra loro.
Gli editori di questo tipo di prodotti editoriali Signet, Horwitz, Olympia e la New English Library, sia pur con alcune differenze specifiche, avevano capito che trovando autori giusti e spingendo al massimo sulla riduzione dei costi di stampa, potevano vendere questi tascabili pieni di omicidi, violenza, belle donne e tipi loschi, in luoghi nuovi, borderline, lontani anni luce dalle librerie mainstream.

Edizioni Signet
Edizioni Horwitz

La distribuzione infatti di questo tipo di editoria avveniva per lo più sugli scaffali dei mini market fuori dal centro, ben nascosti fra birre e stecche di sigarette.
Oramai 2 anni fa ha fatto la sua comparsa, per i tipi della PM Press, il volume dal bellissimo titolo Girl Gangs, Biker Boys e Real Cool Cats, un eccitante e coloratissimo viaggio in questo mondo, spesso brutale ed a volte psichedelico.

Foto: http://www.pmpress.org

Nel volume l’editoria Pulp viene spiegata ed analizzata partendo dal suo periodo d’oro, gli anni’50, fino alla fase di decadenza negli anni’80.
In oltre 300 pagine, il libro fornisce moltissime informazioni grazie ad alcuni saggi e interviste, ma soprattutto mostra moltissime delle accattivanti copertine sfacciatamente violente e/o sexy dei titoli presi in esame.
Questo tipo di prodotti editoriali, spesso effimeri e di materiali scandentissimi, sono sempre più difficili da trovare in uno stato decente di conservazione e quindi il lavoro di ricerca e raccolta acquista ancora un valore maggiore per tutti gli appassionati di storia dell’editoria underground.
Fra le arte opere, ci sono molte delle prime famose edizioni della Permabook di Ed McBain, nome d’arte di Salvatore Albert Lombino, scrittore nato a New York da una famiglia di immigrati italiani originari di Ruvo del Monte in provincia di Potenza, spesso vendute all’interno di sacchetti di plastica chiusi da una cerniera lampo, quindi l’opportunità di vedere il l’opera d’arte di tanti libri diversi riprodotti qui è una delizia.

Uno degli aspetti interessanti del libro è anche quello di estendere lo studio ai prodotti che in seguito sono usciti dai confini statunitensi per approdare in Inghilterra e addirittura in Australia.
Il libro è diviso in sette sezioni tematiche che iniziano dalla cosiddetta Juvenile Delinquency degli anni ’50 per poi svilupparsi in ordine cronologico fino agli anni’80.
In un’epoca in cui i film di Hollywood venivano censurati, l’editoria Pulp in generale assicuravano ai lettori la giusta dose di crimine, sessualità e violenza che venivano mostrate sulle cover sempre più lontane dall’immaginario casto e pudico del periodo.
Le donne diventano sempre più sexy ed ammiccanti nel corso dei decenni e, allo steso tempo, sempre più soggette alle violenze di uomini bruti, rozzi e campioni di un machismo becero e bigotto.
Nei primi decenni del Novecento, agli albori dell’estetica Pulp, questo tipo di grafiche erano prodotti come illustrazioni indipendenti, per poi diventare prodotti stampati in serie come copertine dei libri tascabili.
Gli illustratori Pulp erano spesso di talento e visivamente molto innovativi, ma totalmente trascurati dal mondo dell’arte come successo ad uno dei più importanti di loro come George Gross, illustratore che lavorava nel mondo della moda e che in seguito aprì il suo studio di illustrazione oppure Rafael Desoto che invece lavorava nella pubblicità.

GEORGE GROSS (1909-2003)

RAFAEL DESOTO (1904-1992)

Mentre molti musei dell’epoca si interessavano solo all’arte moderna e astratta, gli artisti e gli illustratori Pulp si facevano un loro pubblico di appassionati del genere rispondendo alla voglia di immagini realistiche e violente, in alcuni casi persino melodrammatiche.
Il volume è acquistabile sul sito della PMPress: QUA.


Tutte le foto del volume: http://www.pmpress.org

La storia di The Masses, la rivista underground prima dell’underground (pt.2)

Ed eccoci qua, con la seconda parte della storia di The Masses, la rivista di New York che distrusse gran parte dei canoni di quello che era politicamente e graficamente tollerabile al tempo della Grande guerra, almeno negli Stati Uniti…

Dopo aver scoperto come nasce ed alcune caratteristiche di The Masses, arriviamo ad un momento cruciale della storia della cooperativa editoriale di Eastman e soci..
La storia della rivista è infatti segnata da una data.
In seguito al passaggio dello Spionage Act del 15 giugno 1917, un atto politico del governo che dichiarava reato pubblicare materiale che minasse lo sforzo bellico, le maglie della censura infatti si stringono e The Masses è al centro di questa voglia di silenziare le voci libertarie.
Dopo che gli Stati Uniti dichiarano entrano in guerra nel 1917, The Masses viene sottoposta a forti pressioni del governo per cambiare la sua politica e quando Eastman e gli altri si è rifiutano di farlo, il giornale perde i suoi privilegi economici nell’utilizzo dei servizi postali.
Nel luglio del 1917, le autorità dichiarano inoltre che gli articoli di Floyd Dell e Max Eastman e soprattutto le vignette di Art Young, Boardman Robinson e Henry J. Glintenkamp violano lo Spionage Act.
Uno degli scrittori principali della rivista e studente e amico di John Dewey alla Columbia University, Randolph Bourne, di fronte all’impossibilità di continuare ad esprimere le proprie opinioni, commentò: Mi sento molto isolato dal mondo, molto estraneo ai miei tempi: le riviste che scrivo per le morti violente e tutti i miei pensieri non sono stampabili.
Spesso si può pensare che una ricerca storica come questa sia lontana da noi e dal nostro vivere, dai nostri gesti e dall’ecosistema in cui siamo immersi. A dimostrazione dell’esatto contrario arriva un bell’articolo del New Yorker che, rintracciando proprio uno scritto di Randolph Bourne, lo pone come il miglior testo per ribaltare e fare a pezzi l’attuale politica del presidente degli Stati Uniti Donald Trumb, QUI per chi volesse approfondire.
Come detto il governo degli Stati Uniti individua del materiale considerato contrario allo Spionage Act e, poco dopo, emette un atto d’accusa contro Max Eastman, Floyd Dell, John Reed, Josephine Bell, HJ Glintenkamp, ​​Art Young, e Merrill Rogers, in pratica l’intera direzione di The Masses.
Accusati di ostacolo al reclutamento e l’arruolamento dei militari degli Stati Uniti, Eastman e gli altri rischiano di pagare multe fino a 10.000 dollari e addirittura a venti anni di reclusione.
Il processo è leggendario con scene eccessive come i salti a salvare la bandiera americana ogni volta che veniva suonato l’inno americano ad inizio processo da parte di alcuni imputati che alla fine non vennero condannati.
Nel settembre 1918, The Masses viene nuovamente accusato di terrorismo e sovversione, questa volta insieme al noto giornalista John Reed – autore del famosissimo libro I dieci giorni che sconvolsero il mondo. A parte i nuovi avvocati della difesa, il procedimento è la ripetizione del primo processo compreso le tragicomiche scenette.

Floyd Dell e la direzione di The Masses al processo del 1918

Per darvi un’idea, terminando il suo intervento, l’accusa invoca l’immagine di un soldato morto in Francia affermando: “Egli è morto, ed è morto per te ed è morto per me, è morto per Max Eastman ed è morto per John Reed!”
Art Young, membro della direzione di The Masses, che aveva dormito durante la maggior parte del tempo, si sveglia alla fine della discussione gridando in aula:”Cosa? Non è morto per me?
The Masses chiude i battenti nel 1917 schiacciato da limitazioni e stanchezze del gruppo dopo anni di battaglie legali ed economiche ma soprattutto per la voglia di intraprendere ognuno anche strade diverse dopo aver condiviso una strada importante per un periodo breve ma intensissimo.
The Masses lascia però un’impronta unica e irriducibile sull’editoria underground statunitense.
Molti, in seguito, anche se non consapevolmente, riprenderanno lo spirito battagliero di questa strana e anticonformista cooperativa di lavoratori che ha mischiato ad un livello di rado visto prima, arte ed impegno, coerenza e qualità riuscendo a dimostrare come il linguaggio dell’arte deve ispirare la società e a sua volta esserne contaminato.
Le copertine di The Masses rappresentano ancora oggi dei veri e propri scandali, un pugno in faccia alla normalità ed al quieto vivere stracciando il velo di omertà o menefreghismo su quelli che erano i mali sociali del tempo, una lezione assai utile per un periodo come il nostro dove sembra impossibile riuscire a mostrare la verità per quella che è.

The Masses – 1914
The Masses – 1915
The Masses – 1916
The Masses – 1917

Molti esponenti del gruppo originario, terminata l’esperienza di The Masses, decisero di continuare con un nuovo progetto editoriale, The Liberator di cui, se vi va, ternerò a parlarvi…

The Liberator – 1922

La storia di The Masses, la rivista underground prima dell’underground (pt.1)

Piet Vlag era un eccentrico immigrato socialista proveniente dai Paesi Bassi che nel 1911 decide di fondare una rivista avendo delle chiare idee in testa. Il sogno di Vlag è infatti quello di creare un magazine gestito come una cooperativa. Questo suo sogno non si realizzerà mai, ma i sogni lasciano semi e dai semi nascono i fiori e chissà quante altre cose fantastiche..
Questa teoria è dimostrata dall’attenzione che l’idea di Vlag ridesta in un gruppo di giovani tutti più o meno attivi nella zone del Greenwich Village di New York.
Questo progetto prende il nome di The Masses e vede coinvolti artisti e grafici come John French Sloan, Art Young, Louis Untermeyer e Inez Haynes Gillmore.
Nel 1912 Max Eastman, giovane studente della Columbia University, decide allora di seguire il gruppo e di creare una rivista il cui titolo sarebbe stato The Masses.

Max Eastman

Nel primo numero, uscito proprio nel 1912, Eastman scrive il seguente manifesto:

Questa rivista è di proprietà e pubblicata in modo cooperativo dai suoi editori. Non ha dividendi da pagare e nessuno sta cercando di farci soldi. Una rivista rivoluzionaria e non una riforma; una rivista con senso dell’umorismo ma nessun rispetto per il rispettabile. Diretta; arrogante; impertinente; alla ricerca di verità. Una rivista contro la rigidità e il dogma ovunque si trovi;
Stampiamo ciò che è troppo crudo o vero per una stampa che deve fare soldi.
Una rivista il cui obiettivo finale è fare come piace a noi e non far piacere a nessun altro, nessuno, nemmeno i suoi lettori.
C’è uno spazio per questa rivista in America, aiutaci a trovarlo.

Storicamente la nascita di The Masses rappresenta la nascita del Greenwich Village – la zona di New York da sempre più libertaria e fieramente controcorrente – come una comunità consapevole e autonoma.
The Masses – a differenza di molte altre testate di ispirazione socialista come Appeal to Reason, è molto radicata nel tessuto culturale del quartiere e non limitata ad intellettuali e accademici arrivando addirittura a tirare ben 500.000 copie.

Appeal to Reason era un settimanale politico di sinistra pubblicato nel Midwest americano dal 1895 al 1922.

La rivista si è infatti ritagliata una posizione unica all’interno dell’editoria della sinistra americana. E’ la più aperta alle nuove istanze politiche del periodo come il voto alle donne e si scaglia violentemente contro i tradizionali magazine di sinistra come The New Republic, accusato, come avviene tipicamente a sinistra, di essere troppo poco radicale.
Anche se la nascita della rivista coincide con l’esplosione del modernismo The Masses pubblica per la maggior parte delle opere d’arte realistiche che in seguito sono state classificate nella Scuola degli Ashcan. Art Young, che è membro del comitato editoriale della rivista fin dal primo numero è infatti accreditato come il primo ad usare il termine ash can art nel 1916.
Questi artisti tentano di registrare la vita reale creando immagini vere per catturare la sensazione di uno schizzo rapido fatto sul posto e dare una risposta non mediata a ciò che vedono.

John French Sloan, Autoritrato
Gli artisti e gli amici della scuola di Ashcan al John Franklin Sloan’s Philadelphia Studio, 1898

Questo stile di illustrazione divenne meno tipico della rivista dopo lo sciopero del 1916 che nacque in risposta al sempre maggior controllo che Max Eastman vuole mantenere su ciò che viene pubblicato.
Mentre la maggior parte del comitato editoriale sostiene Eastman, alcuni membri dello staff sono contrari a quello che viene visto come il tentativo di Eastman di trasformare The Masses in una rivista personale anziché in un magazine cooperativo.
Lo sciopero, che avviene in piena escalation della prima guerra mondiale, porta all’uscita di John French Sloan, Maurice Becker, Alice Beach Winter e Charles Winter nel 1916.
Durante gli ultimi anni di vita, la rivista si è avvicinata al modernismo. Invece di presentare disegni realistici creati a pastello come tradizione, su The Masses compaiono ragazze spesso vestite con abiti moderni che incarnano appunto il nuovo stile modernista.

The Masses – 1916
The Masses – 1916
The Masses – 1916
The Masses – 1917

Oltre alle opere realistiche e moderniste, la rivista era anche nota per le sue numerose vignette politiche. Art Young è forse il più famoso per questi insieme a Robert Minor.

Art Young – The Masses, 1912-1918
Art Young – The Masses, 1912-1918

Le vignette, specialmente quelle di Young and Minor, erano a volte piuttosto controverse e, dopo che gli Stati Uniti entrarono nella prima guerra mondiale, si schierarono ancora più violentemente contro la guerra.
Grandissima importanza ebbero inoltre i disegni e le copertine disegnate da John Sloan sulla classe operaia, sugli immigrati e sui diritti dei lavoratori.

John Sloan
John Sloan

Il lavoro di Alice Beach Winter enfatizzano invece il lato femminista con lavori sulla maternità e sulla condizione dei bambini lavoratori.
Molte delle illustrazioni di The Masses hanno fatto da sprone feroce al dibattito politico americano sempre con un’attenzione maniacale da parte di Max Eastman al valore estetico e artistico della grafica… ma questo, come si dice in questi casi, lo scoprirete nella prossima puntata..

Una serie di invenzioni strane e visionarie riempiono il libro del progetto indipendente di Lök Zine

Vi ho già parlato in passato del collettivo di Lök Zine QUA, in occasione del lancio dell’ultimo numero dell’omonima – oramai storica – rivista ed oggi sono felice di ritornare sull’argomento perché è sempre piacevole constatare che alcuni progetti camminano oramai sulle proprie gambe ed hanno degli obiettivi ben definiti e chiari.
Molto spesso infatti, a fronte di un’offerta di editoria indipendente oramai diffusa, quello che difetta è appunto un percorso, una strada da intraprendere che faccia crescere e allargare gli orizzonti creando legami e, per dirla con parole altisonanti, faccia cultura in questo settore dove spesso ci si auto reclude negli appuntamenti di vendita.
Il progetto in questione si chiama WWL, ovvero World Wide LÖK e si pone l’ambizioso e onestissimo obiettivo di creare una rete di persone che fanno autoproduzione in tutto il mondo, connetterle fra loro per dare una risonanza maggiore ai loro progetti.
Bene, bravi, bis!

World Wide LÖK

Il team italo/francese è quello oramai consolidato di Lök Zine ed è composto da Elisa Caroli, Salvatore Giommarresi e Lucia Manfredi ed il quarto progetto nato all’interno di WWL è Patent Depending: a collection di Steven M.Johnson acquistabile sul tictail di Lök Zine.

Intanto chi è Steven M. Johnson??
Illustratore ed inventore di idee e progetti tanto strambi quanto assurdamente reali, Johnson è nato nel 1938 a San Rafael, in California, ma è cresciuto a Berkeley e Palo Alto, i luoghi dei visionari e degli inventori, almeno per quanto riguarda l’ultimo secolo di storia. Frequenta la Yale University e l’University of California a Berkeley.

Steven M. Johnson

I suoi Patent depending, in italiano traducibili con Brevetti dipendenti apparvero per la prima volta sul The Siera Club Bulletin nel 1973 e da allora vengono pubblicati su numerosi periodici e articoli on-line.
Nel 2013 presenta un TEDx intitolato: Inventando Senza un Scopo ed il titolo rappresenta al meglio quella che l’attività di Jophnson, immaginare mondi irreali attraverso strumenti ed oggetti di uso comune, ma solo nella sua sfavillante testa.
Il suo primo libro, pubblicato nel 1984, era intitolato What The World Needs Now di cui nel tempo ne sono state pubblicate una seconda e una terza edizione.

What The World Needs Now – 1984

Nel 1991è stato pubblicato Public Therapy Buses ed anche in questo caso sono state pubblicate altre due edizioni.

Public Therapy Buses – 1991
Have Fun Inventing – 2012

Have Fun Inventing è del 2012. Nel 2015.
Seguono altre pubblicazioni sempre del filone strane invenzioni, come Patent Depending: Vehicles, Patent Depending: Armbrella, Sofa Shower, Unzipped Fly Alarm and Other Essential Products e, nel 2017, Patent Depending: The Early Years.
Attualmente Steven M.Johnson vive in un sobborgo di Sacramento, California con Beatrice, sua moglie di 51 anni e suo figlio, Alex S. Johnson.
Il libro Patent Depending: a collection è stato curato da Elisa Caroli ed è un gran bel vedere, sia per la cura del prodotto che non lascia scampo all’attenzione del lettore focalizzandosi esclusivamente sui lavori si Johnson, sia proprio per la scelta di questo autore così fuori dagli schemi e, per alcuni aspetti, così geniale e visionario.
Sono infatti molti gli oggetti da lui immaginati e disegnati dagli anni Ottanta che oggi hanno una loro vera esistenza ed è lui stesso che ne cita alcuni nello scorrere delle pagine. parliamo del brevetto di Amazon per un drone che si attacca ai veicoli elettrici dall’alto e li ricarica durante la guida, o dei fantomatici Google Glass, disegnati da Johnson nel lontanissimo 1992.

La carrellata è suddivisa in quattro sezioni in base all’utilizzo degli oggetti: moda e accessori, ufficio e casa, mezzi di trasporto e tempo libero con una piccola descrizione testuale in italiano ed inglese che accompagna l’illustrazione di Johnson.
Il volume in un comodissimo formato standard A5 è quindi una carrellata di invenzioni che sta in equilibrio perfetto fra lo scherzo, il visionario e l’artistico. Un equilibrio che Johnson bilancia nelle 120 pagine in maniera saggia ed intelligente riuscendo a non esagerare mai in una direzione e disegnando sorrisi beffardi sulle facce dei lettori che si trovano di fronte ad oggetti quali i marsupaloni, gli ombrelli gonfiabili, miniScrivanie vagabonde, cappelli abbronzanti e molto, ma davvero molto, altro.
Un’ottimo segnale di vita e di progettualità del mondo dell’editoria indipendente italiana e non solo che indica una direzione che spero venga seguita da altri.

I ragazzi di Lök Zine hanno da poco inaugurato anche un digital shop dove oltre i vecchi numeri della rivista è possibile acquistare l’antologia gratuita, QUI il link dove andare e vedere!

Il fumetto definitivo che racconta le origini della cultura hip hop guardando ai padri del fumetto underground

Ed Piskor nasce il 28 luglio 1982 a Pittsburgh, Pennsylvania, e fin da bambino si appassiona ai fumetti come The Amazing Spider-Man ma quelli che lo attraggono di più sono soprattutto quelli alternativi, underground, fuori dagli schemi tradizionali.

Ed Piskor

Il colpo di fulmine avviene all’età di 9 anni, quando il giovane Ed vede un documentario in cui Harvey Pekar, fumettista underground statunitense conosciuto specialmente per la serie American Splendor, fumetto autoprodotto che trae spunto dalla vita ordinaria dello stesso Pekar.

American Splendor – Harvey Pekar

Dopo aver terminato la scuola superiore, Pekar frequentato la Kubert School per un anno, dove incontra artisti chiave del fumetto di allora tra cui Steve Bissette, Tom Yeates, John Totleben e Rick Veitch.
I suoi primi lavoro sono Deviant FunniesIsolation Chamber dove già emerge prorompente il suo tipico umorismo molto balck.

Deviant Funnies – Ed Piskor 2003
Isolation Chamber #1 – Ed Piskor 2004
Isolation Chamber #2 – Ed Piskor 2005

Nel 2003 inizia a collaborare con Jay Lynch, e poco dopo con Harvey Pekar. Il primo importante lavoro di Piskor insieme a Pekar è quello di illustrare le storie di American Splendor: Our Movie Year, in cui lo stesso Pekar spiega come ha vissuto l’esperienza della produzione del film con il grande Paul Giamatti tratto dal suo lavoro.
Piano piano perà Piskor si fa conoscere.
Esce la serie Wizzywig in cui Piskor racconta le avventure di Kevin “Boingthump” Phenicle, un giovane prodigio che rimane affascinato dall’hacking del computer e da altre nuove diavolerie che la tecnologia digitale porta con se.

Wizzywig – Ed Piskor 2012

Il personaggio della serie, Kevin, è frutto dell’ammirazione di Piskor nei confronti di molti noti hacker Kevin Mitnick, Kevin Poulsen, Joybubbles e molti altri.
Il disegno di Piskor – come del resto un pò tutto il comix alternativo –  è stato influenzato dalla scena underground degli anni ’60 e degli anni ’70 che vede Robert Crumb come punto di riferimento.
Il lavoro e lo stile di Piskor però ha il grande merito di essersi tolto di dosso questa eredità ed aver cercato ostinatamente, e trovato con il tempo, un proprio modo di esprimersi che guarda si alla tradizione dei padri dell’underground ma senza esserne copia o rifacimento passivo.
Nel 2009 Piskor collabora ancora con Pekar nel libro grafico The Beats: A Graphic History che racconta la storia di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William S. Burroughs e John Clellon Holmes, in pratica una guida illustrata ai leggendari letterati beats.

The Beats: A Graphic History -Harvey Pekar 2009

La rivoluzione culturale dei beat è vista in questo lavoro attraverso gli occhi delle figure chiave del movimento e dei suoi personaggi minori, tra cui Diane di Prima, Carolyn Cassady, Philip Lamantia e altri.
Il lavoro è un misto di graphic novel, saggio storico e reportage giornalistico e procura a Pekar e Piskor la definitiva consacrazione.
Ora che è definitivamente approdato al successo, Piskor si mette al lavoro sul progetto che ha in mente da anni, un lavoro interamente suo su cui investirà tempo e passione.
Si tratta della serie Hip Hop Family Tree, un resoconto storico della cultura Hip Hop e degli artisti che hanno plasmato questo genere che dagli anni Settanta in poi non ha mai smesso di influenzare la cultura non solo musicale.
Hip Hop Family Tree documenta la storia originaria della cultura hip hop.
Pubblicata da Fantagraphics Books, la prima collezione è stata un best seller del New York Times Graphic Books del 2014  ed è stata inserita nei 10 graphic novel del Washington Post del 2013.

Lo stile artistico di Piskor in questo lavoro fa un grande passo avanti anche grazie all’uso dell’effetto denominato Ben-Day Dots, con il quale, a seconda dell’effetto, del colore e dell’illusione ottica necessari, i piccoli punti colorati sono ravvicinati, distanziati o sovrapposti.
I punti magenta, ad esempio, sono ampiamente distanziati per creare il rosa. I fumetti degli anni ’50 e ’60 utilizzavano i punti Ben-Day nei quattro colori di quadricromia (ciano, magenta, giallo e nero) per creare ombreggiature e colori secondari come il verde, il viola, l’arancione e la carnagione sulla carta economica su cui sono stati stampati.
La procedura dei punti Ben-Day differisce dal processo dei punti a mezzitoni in quanto i punti Ben-Day sono sempre di uguale dimensione e distribuzione in un’area specifica.
In generale comunque la grafica di Piskor per Hip Hop Family Tree si riallaccia agli stili di fumetti underground in voga nel periodo di tempo che viene raccontato nell’opera.
Robert Crumb è apertamente citato come fonte d’ispirazione in ognuo dei 4 volumi che compongono il lavoro soprattutto per il suo lavoro sulla storia del blues con le carte collezionabili di Heroes of Blues, Jazz & Country di cui vi parlai QUA un pò di tempo fa.
Un lavoro, quello di Piskor, che unisce divulgazione e arte e che dimostra una volta di più lo straordinario lavoro di ricerca sia storica che stilistica effettuato da Ed Piskor nella sua carriera che saprà sicuramente regalarci altre chicche come queste.

Corita Kent è stata una suora underground che creava poster pop [PT.2]

Eravamo rimasti con Corita che creava poster in pieno stile Pop Art con messaggi e testi in pieno stile underground controculturale criticando l’establishment e irrorando di positività la scena artistica a lei contemporanea…  ripartiamo da qua..

Le tensioni tra l’Immaculate Heart College e la leadership della chiesa crescono, con l’arcidiocesi di Los Angeles che critica il college perché troppo liberale e il cardinale James McIntyre che non esita a definire il college come “comunista” e il lavoro della Kent come “blasfemo”.
A causa di queste tensioni crescenti, la Kent decide con molta sofferenza di tornare alla vita secolare con il nome di Corita Kent nel 1968.

Interessante notare come la maggior parte delle suore che lavoravano presso l’Immaculate Heart College decida di seguire la Kent nella sua scelta portando alla chiusura del College nel 1982.
Nel 1974 a Corita viene diagnosticato il cancro e questo si ripercuote sulla sua attività artistica che da ora in poi si limita alla pittura a colori ad acqua ed alla stampa.
E’ di questi anni la creazione della grande illustrazione dal titolo Rainbow Swash, dal nome del serbatoio di gas naturale alto 43 metri a Boston su cui è stata creata, una delle più grandi opere mai realizzate prima della sua demolizione nel 1992.

Rainbow Swash – 1971
Rainbow Swash – 1971

Nel 1985, quando il suo nome non è più sconosciuto, realizza per lo United States Postal Service i francobolli “Love” che superano i 700 milioni di pezzi venduti.
Il lavoro sul serbatoio e sui francobolli mostrano una continuità estetica, entrambi sprizzano allegria, leggerezza e speranza con colori pastello caldi e piacevoli agli occhi.
Proprio queste caratteristiche sono un aspetto peculiare di tutta l’opera della Kent che ha sempre posto la sua arte al servizio della sensibilizzazione sui temi più ostici e diretti quali la povertà, il razzismo e la guerra. Opere che parlano e che portano sempre il medesimo messaggio di pace e giustizia sociale.
Il suo desiderio è quello di sensibilizzare democraticamente le popolazioni che si trovano di fronte ai suoi lavori, poiché auspica da sempre un’arte accessibile alle masse.
Corita Kent crea diverse centinaia di disegni in serigrafia, poster, copertine di libri e murali.
Durante gli anni ’60 Kent espone le sue opere in più di 230 mostre in tutto il paese e le sue opere sono incluse nelle collezioni del Museum of Modern Art, del Los Angeles County Museum e del Metropolitan Museum of Art.

Damn – 1968
as a witness to the light for john 23 and j.f.k. – 1964
for eleanor – 1964
mary does laugh – 1964

Il suo lavoro viene ispirato – in piena coerenza con la PoP art – da tutto ciò che la circonda. Trae infatti ispirazione dalle Sacre Scritture, ma anche dai cartelloni pubblicitari, dai supermercati e persino dalle insegne degli autolavaggi.
Corita Kent muore il 18 settembre 1986 a Watertown, Massachusetts, all’età di 67 anni e l’aula in cui la Kent insegnò per 30 anni della sua vita viene intitolata “The Corita Art Center”, in memoria di una donna così piena di passione e capace di ispirare il prossimo. Il centro non soltanto preserva le opere di Corita, ma promuove la sua passione per la giustizia sociale.

The Corita Art Center – corita.org – courtesy of Corita Art Center, Los Angeles
M however measured – 1968, courtesy of Corita Art Center, Los Angeles
Alphabet Prints
manflowers – 1969

Corita Kent è stata una suora underground che creava poster pop [PT.1]

Quella che sto per raccontare è una storia unica, tanto vera quanto eccezionale, che mi ha colpito subito e che non vedevo l’ora di raccontarvi. E’ la storia di Frances Elizabeth Kent.
Nata a Fort Dodge, Iowa nel 1918, entra a soli 16 anni nell’ordine delle Sorelle del Cuore Immacolato di Maria a Los Angeles nel 1936 prendendo il nome di Suor Mary Corita.
Frequenta subito le lezioni d’arte e grafica all’Otis College of Art and Design laureandosi alla University of Southern California in Storia dell’arte nel 1951.
Tra il 1938 e il 1968 Kent vive e lavora all
Immaculate Heart College dove diventa insegnante – e lo sarà per ben 30 anni – di educazione artistica.
Le sue lezioni sono avanguardia pura e vengono apprezzate da artisti quali Alfred Hitchcock, John Cage, Saul Bass, Buckminster Fuller e Charles & Ray Eames.
Incoraggia i suoi alunni a guardare il mondo attorno a loro con occhi nuovi invitando i ragazzi a guardare ogni cosa come unica visto che non esistono due cose perfettamente identiche.
Il genio è guardare cose ordinarie in modo straordinario è uno dei suoi motti preferiti.
I suoi metodi didattici diventano leggendari e si basano su alcune semplici regole che tiene appese in classe:

1: Trova un luogo di cui poterti fidare, e prova a fidarti per un po’ di tempo.
2: Assorbi il più possibile dal tuo insegnante, assorbi il più possibile dagli altri studenti.
3: Assorbi il più possibile dai tuoi studenti.
4: Considera ogni cosa come un esperimento.
5: Sii disciplinato: questo significa trovare qualcuno che sia saggio o intelligente e decidere di seguirlo. Essere disciplinato vuol dire seguirlo bene.
6: Non esistono errori. Non esiste vittoria o sconfitta. Esistono soltanto azioni.
7: L’unica regola è il lavoro. Se ti dai da fare arriverai da qualche parte. Le persone lavorano, che lavorano tanto, ad un certo punto hanno successo.
8: Non cercare di creare e analizzare contemporaneamente. Sono processi differenti.
9: Sii felice ogni volta che riesci in qualcosa. Divertiti. È più facile di quello che pensi.
10: “Rompiamo tutte le regole, anche quelle che ci siamo dati da soli. E come lo facciamo? Lasciando abbastanza spazio a mille altre cose” (John Cage)
Suggerimenti: Sii sempre presente. Partecipa a ogni evento. Vai sempre a lezione. Leggi tutto quello su cui puoi mettere le mani. Guarda i film con attenzione, e spesso. Metti tutto da parte, potrebbe tornarti utile in futuro.

Corita Art center –  courtesy of Corita Art Center, Los Angeles

Già all’inizio degli anni ’50, la Kent mostra un proprio stile estetico e didattico così unico che i membri del clero di tutto il paese arrivano all’Immaculate Heart College a seguire le sue lezioni. I suoi studenti sono attratti dal suo altruismo e dai metodi di insegnamento rivoluzionari.
Nei primi anni Sessanta il lavoro della Kent diventa sempre più politico, affrontando eventi come la guerra del Vietnam e le crisi umanitarie.
E’ di questi anni il logo per la rivista Life – il cui fotogiornalismo e pubblicità sono stati una fonte di ispirazione per le lezioni di Kent – in cui compaiono le citazioni di Philip Roth La vita è un business complicato, carico di mistero e un po ‘di sole e di Simon & Garfunkel Lascia che il mattino faccia cadere tutti i suoi petali su di me Vita, ti amo, tutto è groovy.
I suoi lavori sono chiaramente ispirati dagli artisti Pop a lei contemporanei come Andy Warhol o Roy Lichtenstein con immagini semplificate al massimo nei contorni e nello stile e contorni forti, ma lei si differenzia per un utilizzo continuo e “sociale” della parte testuale, di citazioni o frasi indicanti un messaggio di solare ed irriducibile positività.
In Juiciest Tomato Kent usa la grafica di un annuncio della compagnia Del Monte per la descrizione della Vergine Maria: Mary Mother è il pomodoro più succoso di tutti. Ed ecco l’appropriazione di icone e testi pop per l’arte, in questo caso religiosa.
Viene incaricata dalla associazione Physicians for Social Responsibility di creare una serie di cartelloni pubblicitari in cui si criticavano le guerre in atto nel mondo.

Corita Kent – 1964
come alive, 1967
Logo per la rivista LIFE – 1967
Juiciest Tomato – 1964

Karel Thole ovvero la nascita della grafica di fantascienza

Come credo avrete capito se seguite le pagine delle Edizioni del Frisco, la storia della grafica e dell’editoria underground o indipendente è una materia ostica sia per i confini magmatici, sia per la continua e intrinseca voglia di sfuggire a definizioni e analisi di sorta.
Uno dei punti da cui partire parlando di questi temi è infatti la necessità di forzare un pò la mano con le definizioni pur sapendo che sicuramente non sono sempre perfettamente centrate ma sono funzionali allo studio, alla ricerca ed all’analisi necessari per una visione d’insieme del fenomeno underground.
Finita l’intro pallosa ma necessaria soprattutto per i puristi lessicali o di genere, ecco presentare un nome che infatti potrà far storcere il naso se inserito nell’ambito underground ma che, a mio avviso, ne fa parte a pieno titolo, non fosse altro per la marginalità iniziale del genere – la fantascienza – e la sua radicalità visiva e stilistica rispetto a ciò che esisteva prima e durante la sua carriera.
Con Karel Thole inizio a parlarvi della grafica relativa alla fantascienza che credo incontrerà altre figure anche meno conosciute e che – anche qua forzando un pò la mano – passa dalle opere di Hans Ruedi Giger, fino ai contemporanei lavori di Thomas Kuntz ed i suoi automi contemporanei.

Hans Ruedi Giger
Thomas Kuntz automata

Karel Thole nasce il 20 aprile 1914 a Bussum, città dei Paesi Bassi a Sud Est di Amsterdam, in una famiglia che conta ben 11 figli.
Fi da bambino segue la sua vocazione artistica frequentando la facoltà di disegno del “Rijksmuseum” di Amsterdam.
I primi lavori sono nel campo pubblicitario in cui disegna manifesti pubblicitari, esegue ritratti, pitture murali ed illustrazioni in bianco e nero per alcuni libri ed inizia a disegnare le prime copertine di libri.
Nel 1942 sposa Elizabeth e, finita la guerra, si avvicina ancora di più al mondo dell’editoria. Oltre ad illustrare numerosi libri e periodici olandesi, Karel collabora con più di cinquanta editori differenti.
Sue sono le illustrazioni per la versione olandese della celebre saga di Guareschi Don Camillo diventando un affermato illustratore che però stenta a fare il definitivo salto di qualità.
Nel 1958 decide di trasferirsi a Milano – dove il mercato editoriale era in grande espansione – per esplorare nuovi ambiti artistici.
Dopo aver lavorato per alcune case editrici, tra cui Rizzoli, è con Mondadori che Thole raggiunge il grande pubblico.
Gli vengono infatti affidate le copertine della collana di fantascienza Urania che per 25 anni diventa il luogo delle sue infinite invenzioni grafiche.
I suoi sono lavori di fantascienza ma intrise di chiare sfumature horror e humor, supportate da una ragguardevole cifra tecnica e stilistica.
La sua prima copertina è quella del numero 233, pubblicato il 3 luglio 1960.