La storia di José Guadalupe Posada Aguilar, lo sconosciuto re dell’illustrazione messicana

Oggi vi parlerò di un artista di nome José Guadalupe Posada Aguilar il cui nome forse non vi dirà niente in un primo momento ma che grande influenza ha avuto e ha tutt’oggi nel mondo della grafica, anche e soprattutto quella indipendente.
José Guadalupe Posada Aguilar nasce ad Aguascalientes, Messico, il 2 febbraio 1852 da Germán Posada Serna e Petra Aguilar Portillo.
Riceve la sua prima educazione dal fratello maggiore Cirilo che gli insegna a leggere, scrivere e disegnare per poi continuare gli studi presso l’Academia Municipal de Dibujo de Aguascalientes. Nel 1868, lavora come apprendista nella bottega di Jose Trinidad Pedroza dove impara alcune tecniche di stampa fra cui la litografia e l’incisione e grazie al quale entra in contatto con la redazione della rivista El Jicote che pubblica le sue prime vignette politiche.

José Guadalupe Posada

Stando alle leggende, il giornale El Jicote sarà costretto a chiudere 11 numeri perché proprio una delle vignette di Posada ha offeso un potente politico locale. Nel 1872, Posada è intento a misurarsi ancora con la litografia per cui decide di aprire il suo laboratorio in cui tiene anche corsi di litografia.
Nel 1873, per paura di ritorsioni dovute ai suoi continui attacchi ai potenti di turno, torna nella sua città di Aguascalientesdove, sposa María de Jesús Vela e l’anno successivo acquista la tipografia dal vecchio amico e maestro Pedroza.
Dal 1875 al 1888 Posada continua a collaborare con diversi giornali di León, tra cui La Gacetilla, el Pueblo Caótico e La education.
A partire dal 1884 insegna litografia alla scuola secondaria di Leon per circa un anno mentre nel 1888, un’alluvione a León danneggia l’officina di Posada e probabilmente causa la morte di uno o più membri della sua famiglia.
Il suo lavoro ha influenzato numerosi artisti e fumettisti latinoamericani e non soprattutto per la sua satira corrosiva e il suo impegno sociale.
Il suo lavoro è conosciuto in tutto il mondo per il marchio di fabbrica che lo contraddistingue e cioè il continuo utilizzo di teschi e scheletri come soggetti delle sue illustrazioni, utilizzate frequentemente intorno alla data del 2 novembre, il giorno in cui si celebrano i morti.
La più famosa fra questi è senza dubbio La Calavera Catrina.

La Calavera Catrina

La Calavera Catrina, inizialmente conosciuta come La Calavera garbancera viene realizzata nel 1910, proprio mentre la rivoluzione sta prendendo piede, e mostra la caricatura di una signora dell’alta società vista come uno scheletro vestito con abiti eleganti e con indosso un bizzarro cappello alla francese con piume e fiori.
Si ritiene che La Catrina sia apparsa per la prima volta nel 1912 pochi mesi prima della morte dello stesso Posada. Il primo uso che conosciamo dell’illustrazione risale al 1913, circa otto mesi dopo la morte di Posada.
In entrambi i casi l’immagine ci dà un messaggio che ricorda a tutti noi che non importa chi e come siamo, ricchi o poveri, bianchi o neri, perché la morte è qualcosa che accomuna tutti.

Poster de La Calavera garbancera, 1913La vita lavorativa di Posada si svolgerà sempre in parallelo con quella politica del dittatore Porfirio Díaz, famoso al tempo per la durezza del suo governare dispotico fatto di repressione, corruzione, stravaganze varie e ossessione per tutto ciò che proviene al di fuori dei confini messicani.
La concentrazione della ricchezza nelle mani dei pochi privilegiati produce sotto Porfirio Díaz un crescente malcontento nella popolazione fino a causare la ribellione del 1910 che rovescia Diaz nel 1911 con la cosiddetta rivoluzione messicana.

Calavera from Oaxaca, 1910

Le illustrazioni di Posada rivestono un ruolo molto significativo nel movimento popolare rivoluzionario visto che la maggioranza dei messicani era allora analfabeta e lui contribuisce a diffondere idee attraverso il linguaggio grafico.
Negli anni 1889-90, Posada inizia a lavorare per la casa editrice di Antonio Vanegas Arroyo con pubblicazioni diffuse in gran parte del Messico e anche, ma meno frequentemente, nelle parti di lingua spagnola del Nord America. Nonostante la vasta produzione di litografie di Posada, in vita non ottenne una vera fama e morì improvvisamente a 60 anni il 20 gennaio 1913 nella sua casa.
Il suo certificato di morte mostra che la causa della morte è dovuta all’abuso di alcol che da anni lo accompagnava e probabilmente collegata alla nota abitudine di Posada di consumare grandi quantità di tequila.
Posada è sepolto in una fossa comune anonima nel cimitero di Dolores a Città del Messico.
Da sempre attratto dall’eccentrico, la grafica di Posada ha affrontato soggetti  fantastici e sgradevoli della vita quotidiana di Città del Messico come omicidi, rapine, scandali politici e relazioni amorose illecite.
Il suo lavoro di grafica come detto si alternava a quello di politico con regolari immagini satiriche del presidente Porfirio Díaz e celebrative dei leader rivoluzionari come Emiliano Zapata e Francisco Madero.
Dopo di lui sono stati in molti gli artisti che hanno ammesso di essere stati fortemente influenzati da Posada, fra cui Diego Rivera, Frida Kahlo, Rufino Tamayo, Jose Clemente Orozco e altri grandi artisti messicani.
Da notare come gran parte dell’estetica del film d’animazione Coco, prodotto nel 2017 dalla Pixar Animation Studios, sia chiaramente influenzato dall’estetica proposta per la prima volta proprio dal nostro Posada.

La tipografia come atto politico: il progetto Vocal Type

Tré Seals è una designer di Washington, D.C. che fin dalla scuola materna si è esercitato a scrivere in corsivo fino e a studiare le forme delle lettere.
In quinta e sesta elementare ha realizzato il suo primo progetto tipografico scrivendo i nomi degli amici su delle schede, plastificandole e vendendole per $ 3 a pezzo. Al liceo disegnava già tatuaggi. All’età di 25 anni Seals è un associato del noto sito Type Directors Club e designer di fama internazionale.

Tré Seals

Questa la doverosa premessa di un articolo che si potrebbe definire di stretta attualità visto ciò che sta accadendo per le strade americane e le relative risposte della società civile, ad ogni livello, dai cittadini con i cartelli, alle ribellioni violente; dai candidati alle presidenziali di Novembre fino alla chiusura dei Play Off NBA decisa dai giocatori stessi indignati – una volta di più – dall’ennesimo assassinio di un giovane di colore in circostanze misteriose.
Tré Seals dunque, ha recentemente lanciato il progetto Vocal Type per raccontare le storie più nascoste e quindi maggiormente interessanti nel mondo della tipografia.

Le forme delle lettere sono oggetti culturali che portano con sé molte più informazioni rispetto a quello che si pensa normalmente, spesso infatti riflettono le persone che le hanno create e la storia che queste volevano raccontare.
Utilizzando le parole che ha scelto lo stesso Seals nel manifesto del progetto, forse capiamo meglio:

Quasi l’84% di tutti i designer in America sono bianchi. Fino a poco tempo fa, la maggior parte di tutti i designer in America erano uomini. Quindi, se sei una donna o se sei di colore, asiatico o latino e vedi un annuncio che ritieni non rappresenti accuratamente la tua razza, etnia e / o sesso, conosci il motivo per cui viene creato così.
La diversità è sempre stata una questione trascurata nell’industria del design ed è stata considerata al massimo un problema di occupazione e non un problema del design.
Quando un’industria è dominata da un’unica razza e genere, ciò non solo crea una mancanza di diversità nelle persone e nelle esperienze, ma anche nelle idee e nelle creazioni. Ecco perché Vocal Type sta lavorando per diversificare il design attraverso la radice di tutti i  lavori di progettazione grafica: la tipografia.
Ogni carattere mette in risalto un pezzo di storia di una specifica razza, etnia o genere sottorappresentati, dal Movimento per il suffragio femminile in Argentina al Movimento per i diritti civili in America.
Vocal è stato lanciato nel 2016 con il crescente supporto di persone che condividono con me questa visione.

Vocal Type è quindi una fonderia di caratteri per i creativi di colore che sentono di non avere voce in capitolo nel loro settore, per le donne creative che sentono di non avere voce in capitolo nel loro settore. Per i creativi cioè che sono stanchi di essere ispirati dalle stesse creazioni di persone diverse e vogliono essere protagonisti di qualcosa di nuovo, in prima persona.
Dal 2016, la fonderia ha rilasciato cinque caratteri tipografici, ha lavorato a numerosi lavori di caratteri personalizzati e ha lanciato un sito Web che descrive i retroscena storicamente significativi dei progetti di Vocal Type.

La tipografia è nota per la sua omogeneità razziale. I due percorsi principali per la progettazione di caratteri provengono dalla tecnologia e dal design, che sono settori dominati da uomini bianchi.

Il sito di Vocal riporta che nella professione di type design l’84% dei lavoratori è bianco mentre per il censimento del design di AIGA del 2017 è al 60%.
Si tratta quindi di un fenomeno assai esteso che è emerso per la prima volta grazie al lavoro della dottoressa Cheryl D. Holmes-Miller dal titolo “Black Designers: Missing in Action“. Da qui Seals ha scoperto che i designer di colore come lui erano quasi inesistenti e ispirato dall’invito all’azione di Holmes-Miller continuato con un secondo articolo del 2016 dal titolo Black Designers: Still Missing in Action?” la contattò in merito alla sua idea di avviare una fonderia di caratteri che potesse rappresentare le diverse esperienze in forma tipografica.

Cheryl D. Holmes-Miller

I caratteri tipografici realizzati finora da Vocal Type si ispirano ai lavori tipografici creati per e da storici visionari del design e includono il carattere tipografico Martin, dal nome di Martin Luther King, e William, dal nome di William Edward Burghardt Du Bois, un attivista, scrittore e storico americano e uno dei fondatori della National Association for the Advancement of Colored People (NAACP).
I caratteri fanno eco anche a movimenti di protesta meno noti come Ruben, ispirato al movimento National Chicano Moratorium, che protestò contro la guerra del Vietnam ed era guidato dal giornalista Rubén Salazar.
Seals non vuole limitarsi a diversificare i caratteri tipografici solo in base alla provenienza culturale, ma desidera realizzare caratteri tipografici come Carrie, un sans serif che onora il suffragio femminile negli Stati Uniti; Eva , creata per il movimento per il suffragio in Argentina e Stonewall per sottolineare le rivolte LGBTQ del 1969 allo Stonewall Inn nel Greenwich Village, New York City.

Moti di Stonewall, 1969

Ogni font nasce da una ricerca storica e grafica molto dettagliata ed è modellato dagli sforzi collettivi delle comunità online di Seals. Spesso Seals condivide il materiale originale (foto, poster, frammenti di caratteri) con i suoi follower tramite Pinterest e Instagram e questi, a loro volta, gli forniscono ulteriori fotografie d’archivio di cartelli di protesta sufficienti per cominciare a impostare un carattere tipografico.
Per il Martin, Seals si è ispirato alle foto delle fiancate tipografiche che riportavano slogan quali: “Honor King: End Racism!” e “I am a man” stampato in una tipografia della chiesa in 400 tirature per lo sciopero dei lavoratori dell’igiene di Memphis del 1968 , durante il quale più di 1.300 impiegati neri del Dipartimento dei lavori pubblici di Memphis protestarono contro le condizioni di lavoro pericolose.

Per l’ornato carattere tipografico Eva , Seals fa riferimento a striscioni disegnati a mano trasportati durante una manifestazione delle donne del 1947 a Buenos Aires guidata da Eva Perón che sfilarono davanti al Congresso Nazionale per sostenere la Legge per il Suffragio Universale affermando: “La mujer puede y debe votar!“.

Eva

Seals ha recentemente completato una suite di caratteri tipografici personalizzati per Umber magazine, una pubblicazione con sede a Oakland, in California, che si concentra sulla cultura creativa e le arti visive dal punto di vista delle persone di colore.
Per il suo terzo numero intitolato “Sound“, Vocal ha creato un carattere tipografico basato sui resti della prima etichetta discografica interamente di proprietà di persone di colore, la Broome Special Phonograph Records.

Umber magazine, Sound issue

La tipografia quindi come un’arte che è ben di più di un semplice strumento utilitaristico e pratico.
Nella lunga storia del type design, i designer del colore hanno storicamente avuto un accesso limitato agli strumenti e alle conoscenze necessarie per fare tipografia e questa forma di discriminazione tecnologica e culturale ha avuto l’effetto di limitare certi gruppi di persone nella loro rappresentanza nella tipografia di tutto il mondo.
Se partiamo da questi presupposti risulta più chiaro come i caratteri e la piattaforma di Vocal Type siano un atto radicale, non solo perché originali, ma soprattutto perché la loro vocazione ugualitaria e libertaria intende abbattere l’essere minoranza storica.
A questo proposito le parole della pittrice Emma Amos risuonano ancora oggi nelle orecchie di chi non ci sta ad arrendersi a certe odiose consuetudini storiche:

Per me, un’artista donna di colore, entrare in studio è un atto politico.

La buona grafica e il buon design possono esserlo senza una propria eticità?

Non credo di dire niente di particolarmente interessante o innovativo sottolineando quanto la nostra vita sia sempre più immersa in un incessante turbinio di immagini. Lo sappiamo tutti, ci siamo dentro, a volte ne siamo addirittura assuefatti e non ci facciamo nemmeno più particolarmente caso.
La grafica, il design, l’illustrazione, sono oggi ambiti assai più influenti che nella storia passata della nostra cultura e questo porta con sé inevitabilmente un impatto su quelli che a prima vista possono apparire argomenti distanti quali l’etica, la responsabilità e l’impegno.
Detto questo, è facile giungere ad una domanda a cui credo sia interessante porre la nostra attenzione e che mi ronza in testa da quando ho scritto un articolo sul numero 3 di Friscospeaks sulla controversa figura di grafico e artista di Stanislav Szukalski:

Il design o la grafica, per essere considerati di buona qualità, devono per forza essere buoni anche da un punto di vista etico? O può esserci una grafica buona anche se ha comportato un impatto negativo sulla vita e sull’umanità?

Per spiegarmi meglio credo sia utile un esempio.
Per chi non lo sapesse l’AK47 è un fucile d’assalto ideato e progettato nel 1948 in Unione Sovietica da Michail Timofeevič Kalašnikov, da cui prende il nome, e da allora considerato una delle armi leggere migliori al mondo.
I suoi intramontabili e ancora oggi insuperati punti di forza sono – stando a chi lo utilizza – la semplicità con cui è costruito e soprattutto la sua facilità d’uso. Inoltre, aspetto non trascurabile, l’AK47 è economico e si rompe raramente. Insomma stiamo parlando della perfezione di un’arma da fuoco che oramai conta più di Settanta anni di diffusione mondiale ed è esposta addirittura al MOMA di New York.

AK-47

Adesso riformulo la mia domanda precedente:

L’AK47 è un prodotto di design perfetto nonostante sia uno strumento per uccidere? O viceversa tutto ciò che non rende il mondo migliore non può essere considerato buon design?

Prima di rispondere però, vediamo un altro esempio – forse meno radicale – ma credo ugualmente utile al tema.
Molti di voi conoscono il marchio di moda tedesco Hugo Boss, fondato nel 1924, ma pochi sanno che Hugo Boss ha progettato e prodotto tutte le uniformi per il Partito Nazista prima e durante la Seconda Guerra mondiale, in particolare le uniformi per gli ufficiali delle SS.

Hugo Boss, 1930.

Ecco – proprio come l’arma di Michail Timofeevič Kalašnikov – fino ad oggi, queste divise sono state prese a modello più o meno pubblicamente per il loro perfetto mix di design ed estetica.

Alcuni dei modelli delle divise dell’élite del Reich disegnate da Hugo Boss.

Lo stesso discorso può essere esteso alla progettazione grafica dei manifesti della propaganda nazista tutti basati su pochi elementi cardine quali: la tipografia chiara, la messaggistica semplice e immediata, i colori vivaci.
Ancora – ampliando ulteriormente lo spettro dei linguaggi – pensiamo ai lavori nel cinema e nella scenografia realizzati da Leni Riefenstahl, storicamente considerata una delle principali ideatrici dell’estetica nazista e amica personale di Adolf Hitler.

Adolf hitler e Leni Riefenstahl, Monaco, 1939.
Una scena da “Il trionfo della volontà” di Leni Riefenstahl, 1934.

Ritorniamo a noi…
Gli esempi visti finora sono opere di creatività nate per promuovere qualcosa che niente ha a che vedere con il miglioramento del mondo in cui viviamo, anzi.
Possiamo comunque sostenere che etica e design sono inscindibili?
Una risposta razionale e teorica porterebbe a propendere per il NO, visto che – esistendo in due dimensioni vicine ma parallele – si tratta comunque di due ambiti destinati a non interagire mai nella loro essenza, pensiamo a questo proposito alle gocce di acqua riversate in un contenitore di olio.
Il design e la grafica appartengono infatti ad un ramo dell’attività dell’uomo che appartiene alla creatività e all’opera dell’ingegno umano mentre l’etica è un sistema di credenze e di comportamenti, dal greco antico èthos, cioè “carattere”, “comportamento”, “costume”, “consuetudine”.
Ma non mi sento del tutto a mio agio con questa risposta, la considero troppo fredda ed enciclopedica per soddisfare un dubbio che sento essere invece tutto umano, esistenziale si potrebbe dire.
Ritengo invece che la grafica e l’etica siano – come del resto ogni ambito dell’agire umano – completamente indivisibili in quanto quest’ultima non può essere considerata un abito da indossare solo in alcune occasioni, o peggio ancora, un surplus qualitativo di cui si può fare anche a meno, in funzione degli aspetti più strettamente tecnici e pratici.
Insomma, mi risulta impossibile attribuire ad una grafica o ad un prodotto di design, o a qualsivoglia altra creazione artistica, sia pure eccellente e stilisticamente ineccepibile, ma che sacrifica o tralascia il suo aspetto etico, lo stesso giudizio di valore rispetto al medesimo oggetto che al contrario porta con sé un sistema valoriale, un insieme di riferimenti etici appunto, che potenzialmente mirano alla creazione di una società migliore.
Avverto io per primo alcuni dei limiti di questo approccio di giudizio, come banalmente il dubbio su chi e perché si può arrogare il diritto di decidere quale sia il corretto sistema valoriale su cui basare la propria creatività o come sia possibile stabilire il grado di aderenza al medesimo sistema.
Detto questo però, considero comunque l’elemento etico un fattore strumentale all’obiettivo finale e quindi preferibile rispetto all’alternativa che abbiamo visto. 

Risulta infatti evidente ciò che comporterebbe, in un arco di tempo che va dal medio al lungo periodo, un concetto di creazione grafica o di design che abbia nel proprio processo di ideazione, non solo il carattere di tecnicità, che rende un prodotto funzionale; non solo il carattere di esteticità, che rende un prodotto gradevole, ma anche quello di eticità, che rende un prodotto giusto.

I poster reggae a tutto lettering del giapponese Massa AquaFlow

Uno degli aspetti che più mi affascina da sempre della poster art è il suo essere instancabile, indecifrabile e impossibile da definire attraverso categorie specifiche e fisse.
Fin dagli anni Sessanta, quando si ritaglia attraverso l’esplosione della grafica psichedelica, un suo ambito e una propria dignità artistica, sia pur con qualche periodo di stanca, non ha infatti mai cessato di fornire spunti e idee divenendo con il tempo una delle pochissime forme espressive caratterizzate da una straripante vitalità.
A dimostrazione del piacere che la ricerca in questo settore può dare, oggi vi parlo di Massa AquaFlow, un artista, graphic designer e tipografo con sede a Okinawa, in Giappone.
Un personaggio a prima vista di secondo piano nel panorama della poster art e più in generale della grafica, ma che a mio avviso, è giusto segnalarvi per alcuni aspetti che reputo interessanti.
Massa AquaFlow intanto crede fermamente che i volantini degli eventi che vediamo in giro per le nostre città abbiano la funzione di veri e propri megafoni necessari a diffondere stili ed estetiche indipendenti in cui quello che conta è la possibilità – mi verrebbe da dire la necessità – di sperimentare liberamente e senza vincoli commerciali su tutti gli elementi tipici della poster art: dalla grafica alla tipografia, dai colori al formato, dalla carta ai soggetti.
Spinto da questa certezza, Massa AquaFlow concentra le sue energie creative nella progettazione di poster e volantini per eventi soprattutto legati alla musica Reggae.

L’artista, nei suoi numerosissimi lavori, evidenzia una chiara passione verso i poster e le grafiche delle etichette discografiche del Reggae giamaicano degli anni Settanta e Ottanta, oltre che verso i manifesti europei prodotti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Ma il suo stile tradisce anche un’attenzione particolare all’arte del tatuaggio e, ancora di più, a quella dei graffiti e della street art, anche e soprattutto old school.
Come spesso accade quando si tratta di artisti giapponesi, questa serie di riferimenti, anche lontani fra loro, vengono fatti propri e rivisitati con lo sguardo tradizionale della Ukiyo-e, ovvero l’immagine del mondo fluttuante, la tecnica di stampa artistica giapponese prevalentemente su carta, impressa con matrici di legno, fiorita nel periodo Edo, tra il XVII e il XX secolo.

39th Opening Party of Beach House Oasis, Hayama Japan, face to My – 2019
Vinterviken Rub-A-Dub: Organic Reggae Event|Stockholm Sweden – 2018

Nel lavoro di Massa AquaFlow viene rivendicato il primato che anche al giorno d’oggi, con i social che sono diventati i media più familiari al grande pubblico, dei poster stampati su carta, una potente forma di comunicazione che ha contribuito a creare gusti e generi, a supportare scene più o meno indipendenti, a diffondere musica e a lanciare artisti.

MOOMIN / NAOKI / Snufkin Joe – 2018

Nelle nostre città infatti, i poster degli eventi vengono definiti, soprattutto in ambito anglosassone con il termine ephemera, prodotti effimeri appunto, con una durata molto breve e un destino fatto di veloce obsolescenza o, ancora più spesso, sostituzione con nuovi manifesti.
Un destino naturale, un fenomeno nato in e per la strada e che con essa mantiene un legame che lo rende unico, come unica è infatti la spontaneità e la freschezza che, anche nei lavori di Massa AquaFlow sul lettering, veramente fantasiosi e ricchi di spunti, emerge senza filtri o mediazioni.

NYAM UP!!! – 2018
NYAM UP!!

Prima di Gutenberg, la stampa mongola, realizzava queste opere a stampa

La Bibbia di Gutenberg risale al 1454 ed è considerata la prima pubblicazione a caratteri mobili della storia della stampa a caratteri mobili in metallo.

La Bibbia di Gutenberg – 1454

Ma la stampa della Bibbia di Gutenberg non è priva di precedenti, anche assai pregiati, spesso del tutto sconosciuti solo a causa della loro lontananza geografica.
Esistono infatti alcuni esempi – davvero impressionanti oserei dire – ma come detto è necessario guardare in terre lontane dall’Europa. Prendiamo, per esempio, l’esemplare del libro stampato a Pechino nel 1410 contenente dhāranī sanscriti e illustrazioni di diagrammi mantra, stampato con blocchi di legno con inchiostro rosso brillante su carta bianca pesante, la cui stampa risulta incredibilmente dettagliata sia pur precedente Gutenberg di circa 40 anni.

Immagini per gentile concessione di Incunabula
Immagini per gentile concessione di Incunabula

Il suo testo, scritto in lingua Rañjanā tibetano e nepalese, un sistema di scrittura sviluppato nell’XI secolo, è stampato due volte, una volta su ciascun lato del foglio piegato a fisarmonica, in modo che il libro possa essere letto in modo indo-tibetano girando le pagine da destra a sinistra o in stile cinese girando da sinistra a destra.

Immagini per gentile concessione di Incunabula

Il contenuto del libro è essenzialmente una sequenza di testi  sacri buddisti tibetani, o canti, con copertine in cartone spesso in cui sono disegnate con una estrema precisione ed eleganza, 20 icone del Tathagata realizzate a penna in vernice dorata su pagina nera.
Insomma, come avete modo di vedere, si tratta di un capolavoro sia dal punto di vista tecnico che estetico, un esempio di stampa che infatti è pura opera d’arte.

Tutto lo sport nelle illustrazioni di Akira Yonekawa

Akira Yonekawa è un illustratore giapponese che riesce ad unire una tradizione che si ispira al mondo dei vecchi fumetti anni Cinquanta e Sessanta come il famoso Astroboy, ad un certo genere di pubblicità dichiaratamente pop sulla scia di Roy Licchtenstein, fino alle infinite mascotte che popolano ad ogni livello, le squadre sportive americane fin dagli anni Sessanta.
Yonekawa, laureatosi alla Aichi Toho University in graphic design nel 1985, vive e lavora ancora oggi a Aichi, in Giappone dove predilige utilizzare della tecnica digitale classica di Photoshop e Illustrator.
All’interno dei suoi lavori, Yonekawa cerca di inserire regolarmente elementi dal fascino retro come esagerate espressioni facciali dei personaggi, caratteri tipografici ricercati, scivolamenti e bruciature, il tutto sempre mantenendo l’attenzione all’utilizzo di carte e supporti invecchiati o scoloriti.
Come detto, la passione di Yonekawa per lo sport trae origine dalla lettura dei manga sportivi, in particolare di Ashita no Jô di Tetsuya Chiba.

Ashita no Jô

Il manga, noto in Italia come Rocky Joe, è incentrato sul mondo della boxe ed evidenzia la fatica e l’ostinazione di un pugile che vuole sfidare il campione del mondo.
L’ispirazione di Yonekawa, vero patito di quasi tutti gli sport, viene spesso proprio dalle notizie sportive come, per esempio, dimostrato dalla seriedi illustrazioni dal titolo Kick Your Ass che raffigura il contrattacco di una squadra di basket.
Questo lavoro è stato ispirato da Naomi Osaka, la 17enne tennista giapponese che ha vinto la US Open femminile Campionato Singolare nel 2018.

“Kick your ass!”

Quello che ha colpito Yonekawa della giovane tennista allora semi sconosciuta è stata la sua tenacia nel battersi contro avversarie a prima vista molto più forti di lei e questa voglia e ostinazione sono state rappresentate nel lavoro sia pure traslate in un altro sport, il basket.
Un’altra influenza su Yonekawa che deriva dal mondo dello sport è la fiducia nei più deboli, negli sfavoriti e l’emozione che ci contagia quando un atleta supera le avversità pur di arrivare alla vittoria.
Quando naviga o legge manga sportivi, Yonekawa fa skateboard, altra sua grande passione soprattutto per il suo studio sulla storia della grafica skate e la sua evoluzione fino ad oggi.
Grande fan delle storiche grafiche targate Santa Cruz e Powell Peralta, cresce adorando e copiando senza sosta i lavori di una vera e propria leggenda del settore, Jim Phillips .

“Screaming hand”
Jim Phillips

Questa sua passione è testimoniata anche dalla sua recente collaborazione con la compagnia di Black Cat Skateboards con sede a New York.

Black Cat Skateboards
Black Cat Skateboards
Black Cat Skateboards

Uno degli aspetti più interessanti di tutti i suoi lavori è lo studio sul movimento, sull’azione dei suoi soggetti sempre ritratti in qualche mossa sia sportiva che non.
L’utilizzo costante dei mezzitoni e delle texture classiche del fumetto anni Cinquanta, donano ai suoi lavori una classicità che li ferma nel tempo, lasciando il dubbio del periodo di realizzazione.
I lineamenti risentono indubbiamente della tradizione di un manga dei tempi andati ma la mano di Yonekawa riesce a donare comunque un’originalità fresca e convincente.
Se a tutto questo ci aggiungete una passione sconfinata per la pop culture americana fatta di fumetti, loghi, pubblicità e icone a stelle e strisce, riuscirete a capire la bellezza e la complessità di questo straordinario artista.

“PLEASE PLEASE PLEASE..”
WEIRD SKATERS
SKATE AND SURF ARTS
SKATE AND SURF ARTS
Red and Blue

 

Le donne in pericolo di Art Frahm

Come spesso accade girovagando nel web, mi sono imbattuto in uno strano e curioso sito di quelli che archiviano la grafica vintage e, in questo caso, la pubblicità e la grafica del periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale.
Si tratta di un progetto del giornalista americano James Lileks che ha preso il via nel 1996 e che, tramite il sito The Institute of Official Cheer ha creato ad oggi una delle più grandi raccolte online di illustrazioni scannerizzate fra cui moltissime di un illustratore che damolto tempo volevo presentarvi: Art Frahm, illustratore che negli anni successivi alla sua morte si è guadagnato un posto particolare fra i personaggi di culto nel mondo della grafica.
Ma perché tutta questa fascinazione per un illustratore che essenzialmente ritrae pin up come molti altri?
Il motivo è semplice e riguarda essenzialmente la sua serie denominata Ladies in distress, cioè Donne in pericolo.
Il tema della donna in pericolo, la fanciulla perseguitata o la principessa che rischia la vita è un tema classico nella letteratura mondiale, nell’arte, nei film ed oggi anche nei videogiochi.
Questo vero e proprio genere di solito comporta delle belle, innocenti ed indifese ragazze che si trovano in terribili situazioni di pericolo, inseguite da un cattivo, un mostro o un alieno e sovente a salvarle giunge il classico eroe di turno.

La raffigurazione di San Giorgio e il drago di Paolo Uccello, c. 1470, un’immagine classica di una damigella in pericolo.

Chiaramente si tratta di uno stereotipo classico che però, negli anni, è stato declinato in un’infinità di generi diversi fra cui quello, un pò particolare, di Art Frahm che individua un genere di pericolo tutto suo e molto particolare, quello cioè che può provenire dalla biancheria intima femminile che, soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta, poteva giocare delle strane sorprese.
Ed eccoci quindi al tema scottante. L’elastico della biancheria intima era davvero così pericolosamente imprevedibile negli anni ’50?
Qui sta infatti il fulcro dell’arte di Art Frahm, nell’imprevedibilità di certi indumenti intimi femminili e nella loro capacità appunto di mettere in pericolo l’intero genere femminile.
Il tema ricorrente della serie Ladies in distress è appunto quello delle mutandine che misteriosamente cadono alle caviglie di queste belle giovani soprattutto – guarda caso – in luoghi pubblici molto affollati..
Al bowling, a spasso il cane, nel cambiare un pneumatico o all’interno di un super mercato provocando il massimo imbarazzo nelle pin-up di Frahm.
I dipinti di Frahm raffigurano donne esclusivamente bianche con facce innocenti, quasi di ceramica, e molto simili a vere e proprie bambole, secondo il genere pin up tanto in voga nella sua contemporaneità.
Gli uomini sono invece costantemente caratterizzati da espressioni a metà fra il sorpreso e l’eccitato.
Le
loro sopracciglia si sollevano come in attesa di ancora di vedere ancora di più e solitamente sono assai lontani dall’intervenire per sanare questa situazione di emergenza.

Questi suoi lavori sono il frutto e lo sviluppo delle sue collaborazioni precedenti con illustrazioni commerciali per aziende quali Quaker Oats e Coppertone, per i quali ha creato la famossissima bambina di 3 anni che indossa il costume da bagno tirato da un cane.

Art Frahm – Coppertome, 1940s

Questo particolare feticcio per le mutandine di Frahm è stato imitato da altri artisti pin-up, come Jay Scott Pike che soprattutto nei suoi lavori per il magazine Girls Love Stories e Secret Stories ne ha ridotto ai minimi termini il vestiario rendendo il tutto ancora più provocante.

Altro artista che ha preso ispirazione dai lavori di Frahm è senz’altro Al Brulé più vicino a certa ritrattistica anni Cinquanta condita sempre da un piccante senso di voyeurismo.

In tre libri di inizio secolo un illustratore giapponese ci guida in una serie interminabile di grafiche tutte dedicate alle onde

Le onde sono da sempre un soggetto appassionante, avvincente, incredibilmente ricco di ispirazione per ogni artista e grafico.
Il loro incessante movimento, l’ipnotico suono, le increspature e le linee sinuose diventano una sfida per la mano che deve illustrare e per gli occhi che inseguono l’anima stessa delle onde.
E’ forse banale ripartire dalla famosa Onda di Hokusai, ma il suo successo planetario lo dimostra, l’ossessione per le onde non ha tempo ne confini.
E’ proprio questo amore, questi elementi che stanno alla base di un lavoro straordinariamente ricco e composito, testardo nel suo ricercare ogni punto di vista, ogni angolazione ed ogni cifra stilistica come quello che troviamo nei tre libri dal titolo Hamonshu di Yuzan Mori, disegnatore giapponese dei primi del Novecento.
Risalgono infatti al 1903 i tre brevi volumi di Yuzan Mori che potete meravigliosamente godervi qui, qui e qui nella versione on line che, sia pur in maniera digitale, restituisce una bellezza unica.

I disegni di Mori sono una parte di un lavoro immane, esageratamente complesso e ricco, che cerca di utilizzare e analizzare ogni stile possibile, partendo dal disegno realistico fino alla pittura più astratta sorprendentemente innovativa per il periodo.
I 3 volumi appartengono dalla Smithsonian Libraries il cui archivio di rari libri d’arte giapponese è forse il più importante fuori dal territorio nipponico.
Mori Yuzan, di cui non si hanno molte informazioni, a parte il fatto che sia nato a Kyoto e che sia morto nel 1917, ha creato una infinita serie di opere sul tema delle onde affrontando questa sfida attraverso linee di ogni genere e forma, arrivando ad estremi simbolismi o dettagli dandoci così una vera e propria enciclopedia grafica sul tema.
Affascinante.

Illustrazione o collage, con Adolf Hoffmeister non si sbaglia mai

Adolf Hoffmeister è un gigante della grafica del Novecento.
Uno dei maggiori disegnatori e illustratori del Novecento, ma anche librettista,  prosatore, avvocato, poeta, diplomatico, caricaturista, drammaturgo, ideologo, professore d’arte e combattente per le libertà dei rifugiati ebrei.

Adolf Hoffmeister, Parigi, 1968

Avrete capito che non parliamo di un personaggio qualsiasi.
Giovanissimo membro del gruppo  Devětsil accanto al teorico Karel Teige ed al poeta Vitezslav Nezval, un gruppo ceco di artisti d’avanguardia, abbandona ben presto la pittura a olio per dedicarsi quasi esclusivamente al ritratto caricaturale di cui diventerà un vero maestro come lo sarà nell’ambito del collage, in cui si evidenzia l’influenza esercitata sui suoi lavori da Max Ernst.
Negli anni ’30, l’ufficio legale in cui lavora rappresenta molti degli esuli tedeschi in fuga dal nazismo incluso Thomas Mann mentre, come membro della Mánes Association of Fine Arts, è stato determinante nell’introdurre e difendere l’opera di fotomontaggio antinazista di John Heartfield.

Adolf The Superman: Swallows Gold And Spouts Junk – 1932

Uomo mondano che conosceva molti personaggi chiave nell’arte e nella politica europea nel periodo tra le due guerre, Hoffmeister nasce a Praga nel 1902 da una famiglia benestante e aristocratica.
Prima che gli accadimenti precipito a causa del nazismo, dirige lo storico quotidiano ceco Lidové noviny dal 1928 al 1930.

Lidové noviny

Da sempre vicino al movimento Dada e successivamente al Surrealismo di Breton, fugge dal nazismo nel 1939 per recarsi Parigi dove viene internato per 7 mesi a La Santé, poi attraverso un rocambolesco viaggio per Casablanca, Lisbona e L’Avana, riesce a raggiungere New York nel 1941.
Nel frattempo però non rinuncia mai agli attacchi ai regimi totalitari del tempo. In un disegno-collage del 1943, un Mussolini dai tratti di Pietro Gambadilegno, clown bianco con cappello a pan di zucchero, si staglia sullo sfondo dei coloratissimi manifesti del circo in cui lavora insieme al sopraggiungente domatore Adolf Hitler.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale torna a Praga e si unisce al Partito Comunista e continua a lavorare sia nella diplomazia sia nel mondo accademico.
Hoffmeister sarà infatti ambasciatore cecoslovacco a Parigi, da dove viene frettolosamente richiamato nel 1951, quando comincia a insegnare cinema animazione alla Scuola superiore di design di Praga, sferzando e provocando spesso la smorta situazione culturale cecoslovacca con originali interventi sulle arti figurative.
Il disegno cede intanto progressivamente spazio al collage.
Nascono così cicli fantastici come i Paesaggi tipografici del Caucaso (1959), collage ottenuti con ritagli dei giornali nazionali e sue illustrazioni.

Paesaggi tipografici del Caucaso – 1959

Sono di questo periodo le splendide illustrazioni per Il Giro del mondo in 80 giorni di Verne, libro di 250 pagine su cui Hoffmeister riversa un diluvio di fantasia, colore e genialità che difficilmente può non suscitare stupore.

Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959

L’occupazione di Praga dell’agosto del ’68 lo vede, pian piano, forzatamente allontanarsi dalla vita pubblica, fino alla sua definitiva espulsione dal Partito Comunista avvenuta nel 1970.

Una breve carrellata degli elementi classici della grafica horror

Come in ogni genere e stile grafico, che sia esso underground o mainstream, è chiaro che esistono alcuni simboli che fanno da punto di riferimento, alcune icone tradizionali per il genere, basti leggere il pezzo sulla storia del Flying Eyeball nella Kustum Kultur o il teschio con le rose per certa poster art californiana.
Anche nel genere Horror, caratterizzato da uno stile grafico molto specifico e che negli anni si è ulteriormente caratterizzato, esistono alcuni elementi di cui non è possibile fare a meno e che quindi si tramandano da artista ad artista nel corso dei decenni fin dai primi anno Cinquanta fino ad oggi e li ritroviamo su ogni genere di linguaggio come il cinema, il fumetto o le cover dei romanzi o delle riviste specializzate.
Le infinite ripetizioni di alcuni topos non sono però solo un’imitazione frutto di un’adesione supina agli standard del genere, ma spesso sono veri e propri atti di rispetto, citazioni o semplicemente segnalazioni di apprezzamento per l’opera altrui
Il modo migliore per dimostrare questi tipi di rimandi e citazioni più o meno velate credo sia quello di mostrare almeno i più famosi..

La porta
Classico esempio di oggetto che nasconde il mistero e serve a creare ansia e suspance, la porta è davvero un evergreen nella grafica Horror.
Una porta che si apre con una creatura terrificante che aspetta dentro, solitamente lo spettatore si trova dalla prospettiva di fronte al personaggio è un classico stratagemma grafico molto efficace che è stato utilizzato da sempre.

La testa mozzata
Anche la testa mozzata è un grande classico fin dagli anni Cinquanta che proviene soprattutto dal fumetto per poi essere inserito di diritto nelle icone della grafico horror.

La donna che scappa
Le donne che scappano dalle case sono forse l’icona horror più utilizzata da tutti i grafici ed in effetti, fin dai romanzi gotici degli anni Sessanta e Settanta si nota come non manchi mai la bella fanciulla in pericolo che tenta di sfuggire ad una sorte apparentemente segnata.
Fin dalle origini del romanzo gotico, che possiamo rintracciare nel libro Monk di Mathew Lewis (1796), si mostrano tutti gli elementi essenziali della grafica Horror, le foreste nere e nebbiose, i corridoi infestati, il clero satanico e soprattutto le ripetute fughe della donna in pericolo.
È stato però The Mysteries of Udolpho (1794) di Ann Radcliff a sottolineare davvero l’importanza di questo elemento grafico fin quasi a renderlo un vero e proprio genere stilistico a se stante, vicino ai romanzi rosa gotici – in genere tascabili – che per definizione dovevano contenere l’immagine della donna che correva via da una casa nella copertina.
Può apparire folle, ma veramente, per diversi decenni, un intero genere molto popolare presentava quasi la stessa copertina piccolissime variazioni sul tema.

La mano gigante
In questo caso il tema è forse più diffuso e comune nella grafica di fantascienza, tuttavia non mancano esempi anche nella grafica horror.
Non credo questa icona sia servita nella tradizione per evocare il terrore e lo spavento, quanto piuttosto stia a dimostrare la sproporzionata forza del male nei confronti della vittima.

Diavolo ripetuto
Ed ecco il male, impersonificato dal diavolo, satana o chi per lui che di volta ion volta assume sembianze ben codificate dal genere e che si presentano nelle grafiche in modo ripetitivo e dettagliato.

Il teschio
Oltre al diavolo o chi per lui, l’altro classico elemento per la raffigurazione del male è attraverso la morte e chi se non il teschio ha la migliore presenza scenica?
Il teschio umano è infatti molto potente e chiaramente utilizzatissimo. La grafica horror è tutta basata sulla paura e cos’è più avvincente e spaventoso della paura della morte?

Le mani dei morti
Terminiamo questa carrellata con un elemento forse non così diffuso come i precedenti ma che, allo stesso modo, ha saputo ritagliarsi un proprio spazio all’interno della gallerie delle immagini classiche della grafica horror: le mani dei morti che spuntano dalla terra.

Corita Kent è stata una suora underground che creava poster pop [PT.2]

Eravamo rimasti con Corita che creava poster in pieno stile Pop Art con messaggi e testi in pieno stile underground controculturale criticando l’establishment e irrorando di positività la scena artistica a lei contemporanea…  ripartiamo da qua..

Le tensioni tra l’Immaculate Heart College e la leadership della chiesa crescono, con l’arcidiocesi di Los Angeles che critica il college perché troppo liberale e il cardinale James McIntyre che non esita a definire il college come “comunista” e il lavoro della Kent come “blasfemo”.
A causa di queste tensioni crescenti, la Kent decide con molta sofferenza di tornare alla vita secolare con il nome di Corita Kent nel 1968.

Interessante notare come la maggior parte delle suore che lavoravano presso l’Immaculate Heart College decida di seguire la Kent nella sua scelta portando alla chiusura del College nel 1982.
Nel 1974 a Corita viene diagnosticato il cancro e questo si ripercuote sulla sua attività artistica che da ora in poi si limita alla pittura a colori ad acqua ed alla stampa.
E’ di questi anni la creazione della grande illustrazione dal titolo Rainbow Swash, dal nome del serbatoio di gas naturale alto 43 metri a Boston su cui è stata creata, una delle più grandi opere mai realizzate prima della sua demolizione nel 1992.

Rainbow Swash – 1971
Rainbow Swash – 1971

Nel 1985, quando il suo nome non è più sconosciuto, realizza per lo United States Postal Service i francobolli “Love” che superano i 700 milioni di pezzi venduti.
Il lavoro sul serbatoio e sui francobolli mostrano una continuità estetica, entrambi sprizzano allegria, leggerezza e speranza con colori pastello caldi e piacevoli agli occhi.
Proprio queste caratteristiche sono un aspetto peculiare di tutta l’opera della Kent che ha sempre posto la sua arte al servizio della sensibilizzazione sui temi più ostici e diretti quali la povertà, il razzismo e la guerra. Opere che parlano e che portano sempre il medesimo messaggio di pace e giustizia sociale.
Il suo desiderio è quello di sensibilizzare democraticamente le popolazioni che si trovano di fronte ai suoi lavori, poiché auspica da sempre un’arte accessibile alle masse.
Corita Kent crea diverse centinaia di disegni in serigrafia, poster, copertine di libri e murali.
Durante gli anni ’60 Kent espone le sue opere in più di 230 mostre in tutto il paese e le sue opere sono incluse nelle collezioni del Museum of Modern Art, del Los Angeles County Museum e del Metropolitan Museum of Art.

Damn – 1968
as a witness to the light for john 23 and j.f.k. – 1964
for eleanor – 1964
mary does laugh – 1964

Il suo lavoro viene ispirato – in piena coerenza con la PoP art – da tutto ciò che la circonda. Trae infatti ispirazione dalle Sacre Scritture, ma anche dai cartelloni pubblicitari, dai supermercati e persino dalle insegne degli autolavaggi.
Corita Kent muore il 18 settembre 1986 a Watertown, Massachusetts, all’età di 67 anni e l’aula in cui la Kent insegnò per 30 anni della sua vita viene intitolata “The Corita Art Center”, in memoria di una donna così piena di passione e capace di ispirare il prossimo. Il centro non soltanto preserva le opere di Corita, ma promuove la sua passione per la giustizia sociale.

The Corita Art Center – corita.org – courtesy of Corita Art Center, Los Angeles
M however measured – 1968, courtesy of Corita Art Center, Los Angeles
Alphabet Prints
manflowers – 1969

Corita Kent è stata una suora underground che creava poster pop [PT.1]

Quella che sto per raccontare è una storia unica, tanto vera quanto eccezionale, che mi ha colpito subito e che non vedevo l’ora di raccontarvi. E’ la storia di Frances Elizabeth Kent.
Nata a Fort Dodge, Iowa nel 1918, entra a soli 16 anni nell’ordine delle Sorelle del Cuore Immacolato di Maria a Los Angeles nel 1936 prendendo il nome di Suor Mary Corita.
Frequenta subito le lezioni d’arte e grafica all’Otis College of Art and Design laureandosi alla University of Southern California in Storia dell’arte nel 1951.
Tra il 1938 e il 1968 Kent vive e lavora all
Immaculate Heart College dove diventa insegnante – e lo sarà per ben 30 anni – di educazione artistica.
Le sue lezioni sono avanguardia pura e vengono apprezzate da artisti quali Alfred Hitchcock, John Cage, Saul Bass, Buckminster Fuller e Charles & Ray Eames.
Incoraggia i suoi alunni a guardare il mondo attorno a loro con occhi nuovi invitando i ragazzi a guardare ogni cosa come unica visto che non esistono due cose perfettamente identiche.
Il genio è guardare cose ordinarie in modo straordinario è uno dei suoi motti preferiti.
I suoi metodi didattici diventano leggendari e si basano su alcune semplici regole che tiene appese in classe:

1: Trova un luogo di cui poterti fidare, e prova a fidarti per un po’ di tempo.
2: Assorbi il più possibile dal tuo insegnante, assorbi il più possibile dagli altri studenti.
3: Assorbi il più possibile dai tuoi studenti.
4: Considera ogni cosa come un esperimento.
5: Sii disciplinato: questo significa trovare qualcuno che sia saggio o intelligente e decidere di seguirlo. Essere disciplinato vuol dire seguirlo bene.
6: Non esistono errori. Non esiste vittoria o sconfitta. Esistono soltanto azioni.
7: L’unica regola è il lavoro. Se ti dai da fare arriverai da qualche parte. Le persone lavorano, che lavorano tanto, ad un certo punto hanno successo.
8: Non cercare di creare e analizzare contemporaneamente. Sono processi differenti.
9: Sii felice ogni volta che riesci in qualcosa. Divertiti. È più facile di quello che pensi.
10: “Rompiamo tutte le regole, anche quelle che ci siamo dati da soli. E come lo facciamo? Lasciando abbastanza spazio a mille altre cose” (John Cage)
Suggerimenti: Sii sempre presente. Partecipa a ogni evento. Vai sempre a lezione. Leggi tutto quello su cui puoi mettere le mani. Guarda i film con attenzione, e spesso. Metti tutto da parte, potrebbe tornarti utile in futuro.

Corita Art center –  courtesy of Corita Art Center, Los Angeles

Già all’inizio degli anni ’50, la Kent mostra un proprio stile estetico e didattico così unico che i membri del clero di tutto il paese arrivano all’Immaculate Heart College a seguire le sue lezioni. I suoi studenti sono attratti dal suo altruismo e dai metodi di insegnamento rivoluzionari.
Nei primi anni Sessanta il lavoro della Kent diventa sempre più politico, affrontando eventi come la guerra del Vietnam e le crisi umanitarie.
E’ di questi anni il logo per la rivista Life – il cui fotogiornalismo e pubblicità sono stati una fonte di ispirazione per le lezioni di Kent – in cui compaiono le citazioni di Philip Roth La vita è un business complicato, carico di mistero e un po ‘di sole e di Simon & Garfunkel Lascia che il mattino faccia cadere tutti i suoi petali su di me Vita, ti amo, tutto è groovy.
I suoi lavori sono chiaramente ispirati dagli artisti Pop a lei contemporanei come Andy Warhol o Roy Lichtenstein con immagini semplificate al massimo nei contorni e nello stile e contorni forti, ma lei si differenzia per un utilizzo continuo e “sociale” della parte testuale, di citazioni o frasi indicanti un messaggio di solare ed irriducibile positività.
In Juiciest Tomato Kent usa la grafica di un annuncio della compagnia Del Monte per la descrizione della Vergine Maria: Mary Mother è il pomodoro più succoso di tutti. Ed ecco l’appropriazione di icone e testi pop per l’arte, in questo caso religiosa.
Viene incaricata dalla associazione Physicians for Social Responsibility di creare una serie di cartelloni pubblicitari in cui si criticavano le guerre in atto nel mondo.

Corita Kent – 1964
come alive, 1967
Logo per la rivista LIFE – 1967
Juiciest Tomato – 1964

Karel Thole ovvero la nascita della grafica di fantascienza

Come credo avrete capito se seguite le pagine delle Edizioni del Frisco, la storia della grafica e dell’editoria underground o indipendente è una materia ostica sia per i confini magmatici, sia per la continua e intrinseca voglia di sfuggire a definizioni e analisi di sorta.
Uno dei punti da cui partire parlando di questi temi è infatti la necessità di forzare un pò la mano con le definizioni pur sapendo che sicuramente non sono sempre perfettamente centrate ma sono funzionali allo studio, alla ricerca ed all’analisi necessari per una visione d’insieme del fenomeno underground.
Finita l’intro pallosa ma necessaria soprattutto per i puristi lessicali o di genere, ecco presentare un nome che infatti potrà far storcere il naso se inserito nell’ambito underground ma che, a mio avviso, ne fa parte a pieno titolo, non fosse altro per la marginalità iniziale del genere – la fantascienza – e la sua radicalità visiva e stilistica rispetto a ciò che esisteva prima e durante la sua carriera.
Con Karel Thole inizio a parlarvi della grafica relativa alla fantascienza che credo incontrerà altre figure anche meno conosciute e che – anche qua forzando un pò la mano – passa dalle opere di Hans Ruedi Giger, fino ai contemporanei lavori di Thomas Kuntz ed i suoi automi contemporanei.

Hans Ruedi Giger
Thomas Kuntz automata

Karel Thole nasce il 20 aprile 1914 a Bussum, città dei Paesi Bassi a Sud Est di Amsterdam, in una famiglia che conta ben 11 figli.
Fi da bambino segue la sua vocazione artistica frequentando la facoltà di disegno del “Rijksmuseum” di Amsterdam.
I primi lavori sono nel campo pubblicitario in cui disegna manifesti pubblicitari, esegue ritratti, pitture murali ed illustrazioni in bianco e nero per alcuni libri ed inizia a disegnare le prime copertine di libri.
Nel 1942 sposa Elizabeth e, finita la guerra, si avvicina ancora di più al mondo dell’editoria. Oltre ad illustrare numerosi libri e periodici olandesi, Karel collabora con più di cinquanta editori differenti.
Sue sono le illustrazioni per la versione olandese della celebre saga di Guareschi Don Camillo diventando un affermato illustratore che però stenta a fare il definitivo salto di qualità.
Nel 1958 decide di trasferirsi a Milano – dove il mercato editoriale era in grande espansione – per esplorare nuovi ambiti artistici.
Dopo aver lavorato per alcune case editrici, tra cui Rizzoli, è con Mondadori che Thole raggiunge il grande pubblico.
Gli vengono infatti affidate le copertine della collana di fantascienza Urania che per 25 anni diventa il luogo delle sue infinite invenzioni grafiche.
I suoi sono lavori di fantascienza ma intrise di chiare sfumature horror e humor, supportate da una ragguardevole cifra tecnica e stilistica.
La sua prima copertina è quella del numero 233, pubblicato il 3 luglio 1960.

Urania – 47
L’impossibile ritorno

I famosi “tondi” lo renderanno celebre ad un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo con i suoi numerosi riferimenti al surrealismo di Dalì che tanto influenzerà tutta la grafica musicale del progressive italiano degli anni Settanta italiani, e certi ammiccamenti anche al mondo della sexploitation e dell’hardboiled americano.

Contemporaneamente lavora anche per altri editori europei, tra cui la casa editrice tedesca “Heine”.
Nella seconda metà degli anni ottanta, a causa di un progressivo ed inesorabile peggioramento alla vista, la sua attività si riduce sensibilmente. Nonostante questo problema la sua voglia di disegnare e di scoprire nuove strade del suo lavoro non vengono meno.
Nel 1993 si trasferisce con la moglie a Cannobio, sul Lago Maggiore.
La sua ultima copertina per la collana di “Urania” è quella del numero 1330, pubblicata nel 1998.

Questo post non sarebbe stato possibile senza il lavoro di ricerca di Giuseppe Lippi e del suo sito dedicato a Karel Thole.

L’ippitsugaki è la tecnica di illustrazione giapponese dove con un tratto che non si stacca mai dal foglio puoi disegnare mondi interi

Come molti di voi, anche io da piccolo sono rimasto affascinato dal lavoro di Osvaldo Cavandoli e dal suo capolavoro di illustrazione e animazione conosciuto come “La linea“.
La fluidità, la creatività e l’eleganza di quel personaggio non mi ha più abbandonato facendomi emozionare tutte le volte che, nel corso degli anni, ho avuto modo di incontrarlo di nuovo.

Osvaldo Cavandoli parla con Mister Linea

La stessa emozione mi ha contagiato quando ho scoperto il termine giapponese ippitsugaki, ovvero la tecnica proveniente proprio dal Sol Levante in cui un disegno viene creato da un singolo tratto continuo senza cioè mai distaccare lo strumento da disegno dal supporto cartaceo.
Uno dei maestri di questa tecnica è l’illustratore e animatore giapponese Kazuhiko Okushita, art director e videoartista nato a Kanazawa, prefettura di Ishikawa nel 1985 e diplomato al Kanazawa College of Art e alla Tokyo University of Fine Arts and Music.
Okushita è arrivato ad una discreta fama a livello mondiale nel 2009 grazie al cortometraggio dal titolo “Akai ito” ovvero Il filo rosso e Bill Gates e James Cameron – insomma, non proprio due a caso – hanno amato così tanto il suo lavoro che gli hanno chiesto espressamente di mostrare il suo lavoro durante i loro rispettivi TED Talks nel 2010.

Le sue opere a tratto singolo non finiscono solo come disegno, ma vanno più lontano. Gli dà una vita come animazione. Guarda questa medusa. È un movimento semplice ma non riesco a smettere di guardarlo come se fossi in un acquario.
La sua opera d’arte colpisce per la sua ingannevole semplicità, sia che si tratti di un’immagine fissa o di un cortometraggio.
Mi diverte tantissimo – lo ammetto – perdermi nel guardare ogni sua immagine soprattutto quando è associata ad un movimento animato che rende il tutto ancora più magico.

I lavori di Okushita sono opere uniche, ipnotiche, impregnate di lirismo e gravità che rapiscono gli occhi come se – almeno per pochi istanti – venissero massaggiati da chi sa finalmente prendersi cura di loro e del loro benessere.

L’archivio online come un viaggio delle meraviglie fra il meglio dell’arte tipografica Svizzera

Quello di oggi è uno di quei post che nascono dopo il girovagare selvaggio nei cavi del web, fra grafica, poster, carta e design. Di quelli che non erano previsti ma poi sei felicissimo di scrivere e di condividere..
Quello di oggi è un post che parla di un sito web appunto, un sito che deriva da  ricerca che credo essere stata fantastica da fare e su cui nutro molta, ma molta invidia.
Tutto nasce nel nel 1952, quando tre riviste di grafica e tipografia del cosiddetto stile svizzero decidono di unire le loro forze per dare vita ad un vero e proprio Dream Team del settore.
Si trattava di realtà quali “Schweizer Graphische Mitteilungen” (SGM), la “Revue Suisse de l’Imprimerie” (RSI) e “Typographische Monatsblätter” che unirono le forze in unica rivista mensile intitolata “TM” (Typographical Monthly).
A capo della rivista ci furono il caporedattore Rudolf Hostettler e i collaboratori Emil Ruder e Robert Büchler.
Le pagine di questo vero e proprio manuale visivo di tipografia erano un fiorire di caratteri tipografici fusi con foto, immagini e testi. Una vera avanguardia creativa del secolo scorso e ancora oggi uno dei punti più alti del graphic designer editoriale di tutti i tempi.
La Typographische Monatsblätter ha divulgato ovunque il verbo estetico e stilistico della tipografia svizzera con oltre 70 anni di esistenza.

1960 Issue 3
1962 Issue 3
1964 Issue 1
1967 Issue 8/9
1969 Issue 10

Proprio per questo non si è mai placata la passione di ricercatori e designer verso questo oggetto di culto e per questo Louise Paradis, insieme all’Università di Arte e Design di Losanna, gestisce il sito che raccoglie e cataloga quella fantastica esperienza visiva.
Il sito è interamente dedicato alla Typographische Monatsblätter e si concentra sugli anni 1960-1990 che corrispondono a un periodo di transizione in cui molti fattori come la tecnologia, i contesti socio-politici e le ideologie estetiche hanno profondamente influenzato e trasformato i campi di tipografia e grafica.
Da questa vera rivoluzione stilistica, sono emerse nuove forme e nuovi modelli che ancora oggi sono chiaramente considerati avanguardia o, per dirla in altri termini cool. Basti guardare alle migliori produzioni editoriali dei nostri giorni quanto devono all’utilizzo della tipografia, al rapporto fra testo e immagini e, più in general ed al culto della pulizia visiva delle pagine.
Una delle funzioni del catalogo online che mi ha fatto impazzire è stata quella di archiviazione e ricerca per carattere tipografico di identificazione così come le interviste con molti dei collaboratori della rivista.
Un sito da guardare e riguardare assolutamente ma attenti può creare dipendenza..

1971 Issue 1
1975 Issue 2
1977 Issue 12
1979 Issue 3
1979 Issue 5
1990 Issue 5

I film di Gary Hustwit sul design sono tutti da ammirare

Gary Hustwit è un regista e fotografo indipendente che lavora a New York. Ha prodotto 13 lungometraggi, tra cui i pluripremiati I Am Trying To Break Your Heart della band WilcoOddsac, un film sperimentale del gruppo Animal Collective e Mavis, il documentario HBO sulla leggenda della musica gospel & soul Mavis Staples.
Gary ha una carriera multiforme e sempre di altissimo livello. Ha lavorato con l’etichetta punk SST Records alla fine degli anni ’80, ha diretto la casa editrice indipendente Incommunicado Press negli anni ’90 e ha dato il via all’etichetta cinematografica indipendente Plexifilm nel 2001.

Nel 2007 ha deciso di misurarsi con la macchina da presa debuttando alla regia con il lungometraggio Helvetica, uno splendido documentario sul graphic design e la tipografia.
Il film segna l’inizio di una trilogia di film dedicati al mondo del design.

Il secondo film è Objectified dedicato al design industriale e di prodotto datato 2009.
Il terzo è invece Urbanized sul design urbano delle città del 2011.

Il suo ultimo progetto è un lungometraggio sulla leggenda del design tedesco Dieter Rams con musiche originali composte addirittura da Brian Eno.
Rams è attualmente in tour promozionale e sarà disponibile a breve sul sito ohyouprettythings.com.

I lavori di Hustwit sono stati proiettati al Sundance Film Festival ed è stato nominato fra le 100 persone più creative nel mondo.
Rams ha lasciato un segno indelebile nel campo del product design e del mondo in generale con il suo iconico lavoro a Braun e Vitsoe.

radio/phono combination, 1959
tischsuper radio, 1961

Il lavoro di Rams ha influenzato il modo in cui la maggior parte dei prodotti di consumo di oggi appaiono e funzionano. Il computer o il telefono che stai leggendo risente senz’altro dell’influenza del lavoro di Dieter Rams e dei suoi “Dieci principi del buon design” che rivendicano per il design la semplicità, l’onestà e la moderazione.
Questa stessa filosofia estetica, molti anni dopo, sarà ripresa da Jonathan Ive e da tutto il product design di Apple.

In un’intervista ad una rivista americana Rams ha raccontato un aneddoto: durante un evento vide l’architetto e designer francese Philippe Starck correre verso di lui e, senza troppi convenevoli, gli disse: “Apple, ti ha copiato!”. Rams rispose a Starcks con la massima “L’imitazione è la più sincera delle adulazioni”.

Il paradiso dei ricordi di carta di Mandy

Oggi vi presento una persona, Mandy, una collezionista di album ed altri prodotti cartacei che vive a San Francisco, California dove insegna alla San Francisco State University.
Di norma le persone la incrociano nei negozi più impensabili intenta a scavare fra pile di carte d’epoca con l’obiettivo di trovare storie bellissime nascoste in polverosi vecchi album fatti di ritagli, lettere e diari.
La sua immensa collezione di album che cresce di mese in mese, si estende tra il 1840 e il 1950 e la stessa Mandy l’ha intitolata “Paper of the Past“.

All’interno di questo piccolo grande tesoro di carta si può veramente trovare di tutto.. ricordi, sfoghi, registrazioni effimere e molto altro.
Pensate all’album di Genevieve, risalente al lontanissimo 1926 in cui si legge:
“Mi chiamo Genevieve Sartor, vivo in America, in Ohio. Spero che il paradiso mi attenda, ma sono sicura che quando sarò morta questo piccolo libro continuerà a raccontare il mio nome anche nella mia tomba non lasciandomi del tutto all’oblio”.
“Paper of the Past” è davvero uno scrigno di tesori. Un amarcord di emozioni, un circolo di persone e di sentimenti lanciati in aria e lasciati a galleggiare e, grazie a Mandy, riportati in vita in tutto il loro splendore.
Già, perché questi libri, album o simili, sono anche di straordinaria bellezza in alcuni casi e sorprendono per l’armonia e la cura con cui venivano creati.
Provate a dare un’occhiata alla pagina Instagram.

Una serie di cartoline illustrate ispirate al grande grafico Aron Draplin

Con una certa regolarità è bene sempre restare aggiornati sulle attività dei mostri sacri della grafica contemporanea.
A questo proposito, vi segnalo l’ultima delle infinite idee di quei pazzi della French Paper Co. di cui vi avevo già parlato un pò di tempo fa per un una serie di libretti davvero fantastici.Questa volta si sono alleati con un colosso della grafica digitale come CSA, considerata una delle principali risorse di design moderno al mondo per la creazione e la conservazione della stampa e della cultura pop.
Le immagini che trovate regolarmente su CSA catturano l’autenticità e i dettagli dell’illustrazione artigianale e conservano digitalmente l’eredità e gli artefatti dell’inchiostro stampato su carta.
L’archivio CSA contengono decine di migliaia di illustrazioni ed elementi di design, tra cui icone, ornamenti, motivi, bordi e parole illustrate, tutti ricercabili per parola chiave, una manna..
L’altro tassello mancante era il creativo, il grafico e, anche in questo caso, quelli della French Paper non si sono accontentati andando a collaborare con Aron Draplin di cui vi ho mostrato i lavori sia qui che qui, insomma un mostro sacro di certa grafica e design tipicamente americano che a me piace, per non dire di più.
Quindi, sotto la direzione dello stesso Draplin, la French Paper Co. ha commissionato 25 cartoline a 25 diversi artisti amici di Aron, tutte raffiguranti lo stesso artista. Il tutto, per essere ancora più sfiziosi, inserito in un’apposita scatola cartonata..  direi che sanno come creare prodotti e come promuoverli.

Ogni cartolina ha l’illustrazione di Aron Draplin e la descrizione testuale che lo stesso Draplin fa del lavoro e del rapporto che lo lega con il singolo artista, la tecnica, lo stile, l’impatto visivo e fa di ogni cartolina un breve saggio ed una guida ad alcuni dei maggiori illustratori contemporanei che si sono prestati volentieri a questo strambo progetto.

 

Le proposte di Present & Correct per i calendari più belli in vista del prossimo anno

Present & Correct è un negozio con sede a Londra che ha aperto i battenti nel 2009. P&C è luogo magico popolato da oggetti magici creati da designer e grafici di tutto il mondo e da prodotti vintage scovati in giro per tutto il mondo.
È una vetrina che farà impazzire gli amanti compulsivi del mondo della cancelleria e della cartoleria anche se definirlo così sarebbe riduttivo.
Le menti che stanno dietro a P&C sono due grafici che quattro volte l’anno si mettono in viaggio con la speranza di trovare gemme nuove o vintage.
Il catalogo è quindi sempre nuovo e ricco di gemme preziose ed oggi, per muoverci con il dovuto anticipo, vi mostro alcune delle proposte in ambito di calendari e agende per il 2019.
Buona visione dunque..

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Dial Perpetual Calendar – acquistabile QUI.

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Paperback Agenda 2019 – acquistabile QUI.

Le incredibili infografiche di W. E. Du Bois risalenti al secolo scorso sembrano di oggi

Per la Exposition Universelle del 1900 a Parigi, l’attivista e sociologo afroamericano W. E. Bo Bois – che tra l’altro varrebbe la pena approfondire – decide di creare oltre 60 grafici e mappe che visualizzavano i dati sullo stato della vita delle persone di colori.

Le illustrazioni disegnate a mano sono poi confluite in una mostra dal titolo “American Negroes“, che Du Bois, in collaborazione con Thomas J. Calloway e Booker T. Washington, organizzò per rappresentare il contributo della popolazione nera alla presenza degli Stati Uniti alla fiera mondiale.
Questo era meno di mezzo secolo dopo la fine della schiavitù americana e in un periodo in cui nei giardini zoologici si potevano trovare ancora persone importate da paesi colonizzati.
Le charts di Du Bois (recentemente condivise dal data artist Josh Begley su Twitter) si concentrano sulla Georgia, tracciando le rotte della tratta degli schiavi verso lo stato meridionale, il valore economico di uno schiavo tra il 1875 e il 1889, confrontando le occupazioni dei neri e dei bianchi per effettuare varie analisi.

Polar area visualization of mortality rates by Florence Nightingale, 1857

Guardando le risposte date a Du Bois dai suoi numeri, ma soprattutto pensando all’aspetto grafico, si scopre quanto siano sorprendentemente attuali, quasi anticipatorie rispetto alle linee di Piet Mondrian o le forme intersecanti di Wassily Kandinsky.
Dal punto di vista più dei contenuti i lavori di Du Bois sono in linea con l’innovativa visualizzazione dei dati del XIX secolo, che includeva i diagrammi coxcomb della fantastica infermiera nata a Firenze Florence Nightingale sulle cause della mortalità bellica e sulle analisi dinamiche del colera con le mappe di William Farr.
La Library of Congress ha digitalizzato le immagini di visualizzazione dei dati sopravvissute dalla “Exhibit of American Negroes“, con alcune di queste incredibili infografiche del primo Novecento.

Rolling Stone cambia logo, ma voi la conoscete la sua storia?

Non so se qualcuno di voi si appassiona come me al moto sempre più dinamico che interessa il design delle testate giornalistiche italiane e non, ma stiamo vivendo in un periodo di profondi cambiamenti che svelano un bisogno quanto mai necessario di cambiare pelle, adeguarsi a nuovi ritmi e strumenti da parte della carta stampata, prima ancora che del mondo digitale.
Se negli U.S.A. hanno iniziato questa mutazione alcune delle riviste storiche come il National Geographic e Glamour (qui l’analisi di Designweek) fino ad arrivare all’indipendente per antonomasia, MAD magazine (qui l’analisi di DesignTaxi e Print Magazine), in Inghilterra ha fatto molto rumore il nuovo vestito che si è dato lo storico Guardian (qui l’analisi di Prima Comunicazione).

Anche noi in Italia stiamo assistendo ai nostri scossoni tellurici con il primo e fortunato lavoro fatto su Repubblica (e Robinson) da Angelo Rinaldi e Francesco Franchi (qui l’analisi del Post) e lo sfortunato ma coraggioso tentativo sul Mucchio Selvaggio da parte di Francesca Pignataro (qui le analisi di FrizziFrizzi e Dearwaves) fino a quelli molto meno coraggiosi de La Stampa e Il sole 24 Ore.
Adesso siamo arrivati ad un’altra icona dell’editoria, storicamente indipendente e attenta ai sommovimenti della cultura di massa come da sempre lo è Rolling Stone che dal mese di Luglio cambierà decisamente stile e, a giudicare dall’eco che sta avendo, la cosa ha appassionato più di quanto mi aspettassi.
Se qualcuno si vuole fare un’idea del cambiamento che anche la storica rivista underground americana, nata nel 1967 a San Francisco, ha deciso di affrontare, ecco qua qualche link dove poter approfondire le analisi ed i commenti che sono comparsi un pò dappertutto.

Alcuni ottimi approfondimenti potete leggerli su Design Taxi, storico sito di grafica, design e (oramai ahimè) molto costume, Underconsideration, Eye on Design e la nostra italianissima Rivista Studio che ne entra nel dettaglio dimostrandosi come spesso accade una delle poche realtà attente a questi aspetti.

Ma prima di vedere in cosa consiste questa rivoluzione, forse a qualcuno interessa anche sapere come nasce il famoso logo tipografico di Rolling Stone e che percorso ha avuto prima di giungere a quest’ultima mutazione targata 2018.
Il primo direttore artistico, Robert Kingsbury, che in realtà era uno scultore e non un designer, chiese nel 1967 al grande artista psichedelico Rick Griffin di disegnare il logo. Griffin mandò una bozza realizzata a matita per l’approvazione e questa bozza divenne immediatamente lo storico logo utilizzato poi per diversi anni.

Rick Griffin
Rolling Stone, n.1, 1967

La versione che tutti noi conosciamo venne invece presentata a metà degli anni Settanta dal grande type designer Jim Parkinson a Roger Black che, dopo Salisbury e Tony Lane era subentrato nel ruolo di art director della rivista.
Parkinson ha alterato il design di Griffin pur mantenendone il DNA artigiano e manuale, modificando le maiuscole in minuscole ed eliminando i cosiddetti swash.

Oggi, per la prima volta dopo decenni, il logo di Rolling Stone non avrà più la sua storica tridimensionalità che è stata così tanto importante nel rendere unico questo marchio, forse anche più della stessa forma del lettering.
Questa nuova linea – disegnata ancora da Parkinson – riesce a mantenere viva la tradizione ma, al contempo, getta un ponte nella contemporaneità che sembra sempre più voler eliminare tutto ciò che è superfluo.

www.underconsideration.com

Un progetto di riconversione grafica adattato ai poster razzisti dei campus universitari

Le settimane successive alle elezioni presidenziali del 2016 hanno visto un aumento senza precedenti di incitamento all’odio, crimini d’odio, atti vandalici e violenze contro le minoranze e le persone di colore. Secondo le statistiche dell’FBI, il giorno successivo alle elezioni si è registrato un aumento del 127% nel numero di crimini segnalati e tale numero ha continuato a crescere nei mesi successivi. Come se Trump avesse scoperchiato un vaso di Pandora di nazionalismo bianco che demonizza e attacca in un vortice di negatività che ancora oggi è vivo e vegeto.
Sempre più spesso i cosiddetti hate groups si stanno infiltrando nei campus universitari basti pensare che nel febbraio 2017 alla Kutztown University, nelle zone rurali della Pennsylvania, i manifesti di reclutamento dei suprematisti bianchi hanno invaso l’intero campus.

Sebbene l’Università abbia denunciato pubblicamente questi gruppi ed i loro messaggi razzisti e violenti, Vicki Meloney, professore associato del dipartimento di design della comunicazione, si è sentita in dovere di fare di più.
Ha inviato velocemente una mail ai suoi studenti aprendo una call per chiunque trovasse uno dei poster e lo trasformasse in qualcosa di bello trasformando un messaggio di odio in un messaggio di bellezza.
L’e-mail è arrivata ai social media ed in 24 ore il post ha ricevuto più di 20.000 “likes” con circa 2.000 commenti tutti di sostegno all’iniziativa.
La risposta è stata così grande che la sua casella di posta elettronica è stata inondata di richieste da parte di organizzazioni locali e nazionali che volevano saperne di più sulla sua offerta agli studenti. Quasi tutti quelli che hanno commentato volevano vedere ciò che gli studenti avevano creato.

Il workshop è stato organizzato rapidamente e senza finanziamenti riunendo materiali e attrezzature a disposizione e utilizzando inchiostro, carta, kit per timbri e pennelli.
E’ stato un modo per affrontare la crescente ed odiosa retorica della destra del campus e la loro esibizione pubblica di poster suprematisti.
Così è nato il progetto Replace-the-Hate, uno sforzo guidato da specialisti del design per costruire legami comunitari, rinunciare all’odio e apprezzare invece la diversità attraverso espressioni creative e eventi artistici comunitari.
Il potere dell’arte e del design nelle mani delle persone è stato utilizzato per promuovere il cambiamento, rinunciare all’odio e rafforzare un ambiente di inclusione.

Lester Beall ha portato le avanguardie europee nella grafica a stelle e strisce

Lester Beall è un uomo speciale con un background che risente molto del suo amore per la tecnologia. Cresciuto giocando con le radio ed i transistor, si laurea però con un dottorato di ricerca in Storia dell’arte a dimostrazione che la sua è una mente totalmente orizzontale ed onnivora. Gli anni successivi alla laurea gli lo avvicinano ai movimenti artistici europei in fatti si innamora soprattutto del Surrealismo, del Costruttivismo e del Dadaismo.
Il suo lavoro di pubblicitario e grafico si è rapidamente fatto spazio nel panorama internazionale con un picco di produttività e notorietà arrivato negli anni Trenta e Quaranta.
Il suo lavoro si distingue dal resto della produzione contemporanea per una visione del tutto nuova del rapporto fra grafica e tipografia, per le soluzioni tecniche adottate fra cui rivestono massima importanza il fotomontaggio, il collage ed il cut-out, una particolare tecnica da lui sperimentata fino all’estremo, che consiste nell’eliminare i colori – desaturare – di una fotografia lasciando però alcuni particolari nel loro colore originale.


Questi suoi particolari studi lo rendono il pioniere della sperimentazione grafica americana ed il primo artista commerciale americano ad essere omaggiato con una mostra personale al MoMA di New York.
Il suo lavoro compare su diverse riviste di cui cura la composizione grafica tra cui “Fortune”, “Chicago Tribune” e “Scope”.
Il suo uso chiaro e conciso della tipografia, l’utilizzo sfrontato dei colori primari, delle frecce e delle linee compongono il suo stile grafico che è diventato con gli anni unico ed immediatamente riconoscibile.

Per finire mi piace – immagino ve ne siate accorti – segnalare un bel libretto di Nicole Mcquade, una designer freelance, illustratrice e co-fondatrice dello studio The McQuades. Fra i suoi lavori ho scovato il volume “Lester Beall Catalog”, un piccolo gioiellino che analizza il lavoro proprio di Lester Beall e che sto cercando disperatamente di avere…

Nelle illustrazioni in 3D di HuskMitNavn la vera protagonista è la carta

HuskMitNavn in inglese significa RememberMyName ma per noi oggi è il nome di un artista che ho deciso di presentarvi perché, in un suo progetto del 2016, ha unito alla perfezione il mondo della grafica e della illustrazione con quella della carta.
Nato nel 1975, vive e lavora da sempre a Copenaghen e ha scelto di rimanere anonimo per tutta la sua carriera in quanto sostiene che l’importante non è l’autore ma bensì il lavoro che egli crea.
È interessante notare che HuskMitNavn è diventato uno degli artisti danesi contemporanei più riconosciuti e celebri in tutto il mondo e questo è dimostrato anche dalle quotazioni che alcuni dei suoi lavori sono arrivati a raggiungere con numeri a 6 cifre….
Altro aspetto che sicuramente non poteva sfuggirmi è l’amore che da sempre dimostra di avere nei confronti dei libri che, più o meno regolarmente, pubblica e distribuisce in tutto il mondo.
Per darvi un’idea della folle creatività di HuskMitNavn il progetto che vi mostro si intitola “3D drawings” ed è una geniale serie di lavori in cui la carta e le sue caratteristiche di flessibilità e adattabilità, viene piegata ai fini della grafica arrivando a realizzare opere che stanno a metà fra illustrazione e scultura e che non possono nascere se non da una mente creativa.

Sto cercando di capire il perché impazzisco per i celebrity pattern di My metal Hand

Gainesville è una città degli Stati Uniti, capoluogo della Contea di Alachua, nello Stato della Florida e proprio qui lavora Jeff T. Owens, da alcuni conosciuto come JTO, mentre dai più come My  Metal Hand.
Il lavoro di Jeff può tranquillamente rientrare nel grande universo del pop graphic, quell’universo grafico popolato – soprattutto negli U.S.A. – da illustratori e creatività che traggono le loro maggiori idee dal mondo della musica, della TV e più in genere dello star system.
Anche Jeff rende l’immancabile tributo stilistico a colui che forse per primo ha davvero capito la bellezza che si può nascondere dietro ad un ritratto di Bob Dylan o di qualsiasi altra star, quel Robert Crumb che davvero si può dire che ha dato inizio al tutto.
Da qui però inizia il mistero per cui, da giorni, non riesco a stare senza dare una sbirciata a quelli che lo stesso Jeff definisce i suoi Celebrity Patterns, una raccolta ancora in corso d’opera di suoi lavori che, partendo dal lavoro su un personaggio celebre, arriva ad uno sfondo moltiplicato e simmetrico che i miei occhi non riescono a non ammirare.

 

Una serie di poster generati da modelli matematici rendono visibile il suono della musica

Gunther Kleinert è un interior designer che vive e lavora ad Amburgo, in Germania. Nel suo curriculum si nota che quando aveva 20 anni ha vissuto per un periodo di tempo nel Devon, in Inghilterra. Questo per imparare l’arte del restauro e costruzione di mobili e arredi. Poi è tornato ad Amburgo per conseguire la laurea in Disegno Industriale presso l’Università di Belle Arti nel 2008.
Oggi può vantare più di 10 anni di intensa esperienza interdisciplinare nella progettazione di prodotti e spazi interni. Oltre a progettare mobili, interni ed esposizioni per aziende del come Rolf Benz, FC Bayern Monaco e molti altri.
Vi parlo di Gunther perché ha realizzato un progetto che a me ha davvero colpito innanzi tutto perché fonde insieme mondi apparentemente distanti e lo fa in modo del tutto nuovo ed originale.
I due poli su cui si basa questo lavoro sono da una parte il cosiddetto generative design, un processo di progettazione basato sull’Intelligenza Artificiale che consente ai sistemi di generare proposte, suggerimenti se non addirittura componenti e parti di progetto a chi sviluppa prodotti e soluzioni.
Dall’altra la passione per la musica di Gunther, appassionato chitarrista.
Il suo obiettivo è quello di usare il suono e la musica per tentare di visualizzare in diretta ciò che può essere ascoltato ma finora non visto dall’occhio. Da qui ha creato alcuni modelli matematici su cui proprio non ho intenzione di addentrarmi che riportano in forma grafica il suono della musica.

Inizialmente ne ha stampati alcuni su una stampante laser, ma non era totalmente soddisfatto dei risultati finché non si è imbattuto in un vecchio plotter a penna della metà degli anni ’80, quelli che all’epoca erano furono una vera rivoluzione soprattutto per gli architetti che potevano elaborare i loro piani con la macchina, piuttosto che a mano. Con questo Gunther è riuscito a stampare linee con inchiostro e pennarelli molto più definite e questo ha fatto si che il progetto vedesse la luce.
A guardare la grafica generata da modelli musicali viene subito alla mente il lavoro di Manfred Mohr e tutto il filone minimale della grafica e dell’architettura.
La serie delle visualizzazioni musicali ha un processo abbastanza complesso. In primo luogo, viene creato il file audio tramite un codice che legge ed estrae determinati parametri come le curve di ampiezza di frequenza, il beat, la dinamica generale ecc. All’interno del codice si impostano i parametri per la visualizzazione grafica per poi convertire l’output in modo che sia stampabile con il plotter con la relativa impostazione dei colori ecc.
Credo però che adesso sia giunto il momento di dare un’occhiata a questi lavori…

Esbjörn Svensson Trio, Believe Beleft Below
Keith Jarrett, The Köln Concert, Part I

Keith Jarrett, The Köln Concert, Part II C
The Rolling Stones, Gimme Shelter

Italianism porta a Napoli un evento unico dove si celebra il matrimonio fra musica e grafica

Italianism riparte dalla musica italiana” con questo gustoso claim, Renato Fontana presenta il suo ultimo progetto che porterà a Napoli la quinta edizione della conferenza creativa indipendente che negli anni è diventata un appuntamento che in molti, non solo il sottoscritto, attendono con ansia.
Oltre 100 contributi di artisti e creativi per due giorni speciali all’insegna del pop e della cultura visiva tutto rigorosamente made in Italy.

Una due giorni che si svolgerà il 10 e 11 Maggio 2018 nella splendida cornice della Reggia di Portici a Napoli e che vedrà alternarsi mostre, talk e molto, molto altro… ma andiamo un pò a spulciare nel programma.
L’edizione 2018 di Italianismruota attorno al rapporto fra la musica italiana degli ultimi 50 anni e la sua rivisitazione, la sua ispirazione grafica e più in generale la sua creatività vista attraverso gli speciali filtri di giornalisti, designer, fotografi, art director, e di altri professionisti che lavorano all’interno del poliedrico mondo del pop.
Il programma è davvero interessante e si snoda fra una sfida tutta da gustare, chiamata per l’occasione Creative Match in cui 11 tra le più importanti università/accademie/scuole di specializzazione dell’area comunicazione/creatività/arte italiane si affronteranno live su un brief avente per oggetto un progetto di comunicazione richiesto da un vero committente.
Le squadre che potrete vedere all’opera rappresentano quanto di meglio c’è oggi in Italia in tema di creatività: AANT Roma, ABAN Napoli, IED Milano, IED Roma, IUAD Napoli, Politecnico Milano, Politecnico Torino, Quasar Roma, RUFA Roma, Sapienza Roma, Università Federico II Napoli.
Ci sarà l’opportunità di partecipare alla Creative Conference dal titolo “Le parole della musica italiana” ed alla mostra “Forma e funzione per la musica” dove viene indagato il rapporto tra Musica e Design attraverso il racconto delle aziende, dei laboratori e delle persone che in Italia hanno saputo innovare il mondo dei supporti musicali, degli apparecchi per la diffusione del suono e degli strumenti musicali.
Se questo non bastasse è in programma una masterclass di John Barnbrook, il grande creativo inglese noto per il sodalizio artistico pluriennale con David Bowie e, per finire, due eventi come “Italianisimm” con 21 eccellenze autoriali della musica napoletana raccontate attraverso altrettanti scatti fotografici e illustrazioni, forse l’evento che aspetto con maggior interesse, “Dieci copertine”, la presentazione dei 30 artwork vincitori del contest online aperto a tutti dove  dieci copertine di dischi importanti per la musica italiana degli ultimi cinquanta anni sono state reinterpretate liberamente da creativi che sicuramente sorprenderanno come Silvia Boschero. Damir Ivic, Raffaella Oliva, Luca Pacilio, Carlo Pastore, Francesca Pignataro, Claudio Rossi Marcelli, Barbara Santi, Gianni Santoro e Giorgio Valletta.

Francesca Depalma[/caption]

Insomma Italianism è un evento da non perdere sia per gli amanti della musica che per tutti coloro i quali vivono e lavorano per la grafica ed il design. Un momento unico nel panorama italiano per originalità della proposta e per livello di realizzazione di cui deve senz’altro esser dato merito al gruppo di Renato Fontana che comprende, a vario titolo, anche Giovanna Talocci (Curatela mostre), Loredana De Luca (Organizzazione locale), Printaly (Produzione), Studio Mistaker (Branding) e Francesca Pignataro (Concept).

Grottangeles
Chiara Clerici

La rivoluzione grafica nei dischi disegnati da Reid Miles per la storica etichetta jazz Blue Note Records

Dopo la sua designazione come Goodwill Ambassador for Intercultural Dialogue dell’UNESCO per il Dialogo Interculturale il 22 luglio 2011, Herbie Hancock annunciò la sua intenzione di creare una Giornata internazionale per celebrare il ruolo diplomatico della musica jazz e scelse il 30 Aprile.
Nel Novembre 2011, a seguito di una favorevole raccomandazione del Comitato Esecutivo, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha proclamato ufficialmente il 30 Aprile come l’International Jazz Day riconoscendo il jazz come “un mezzo per sviluppare e aumentare gli scambi interculturali e la comprensione tra le culture allo scopo di comprensione reciproca e tolleranza“.
La data del 30 Aprile è stata inizialmente proposta per l’International Jazz Day in modo da essere il gran finale dell’aprile Jazz Apprezzation Month (JAM), uno dei più importanti appuntamenti Jazz di tutto il mondo.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente inserito la Giornata Internazionale del Jazz nel suo calendario ufficiale nel Dicembre 2012.

Proprio qualche giorno dopo questa data, mi viene voglia di ripercorrere brevemente insieme a voi il viaggio lungo la via della memoria di quella che è stata una vera e propria rivoluzione tipografica effettuata dal grande grafico Reid Miles per Blue Note Records (qui trovate una bella carrellata di lavori dal sito Jazz nella storia).
Con il suo straordinario design visivo Reid Miles, il graphic designer e fotografo nato a Chicago ha portato la tipografia nel jazz.
Dopo aver lavorato a New York nei primi anni ’50 per la rivista John Hermansader e Esquire, Miles fu ingaggiato nel 1955 da Francis Wolff dell’etichetta discografica jazz Blue Note per la progettazione delle copertine degli album quando l’etichetta iniziò a pubblicare le loro registrazioni su 12 ” LP.
Miles disegnò più di cinquecento copertine, incorporando spesso le fotografie delle session di Francis Wolff e, più tardi, direttamente le sue all’interno di grafiche al tempo mai viste.
Miles non era particolarmente interessato al jazz, professando di avere molto più interesse per la musica classica.
L’uscita di scena di Alfred Lion come produttore discografico nel 1967 coincise con la fine del legame di Miles con la Blue Note che può essere ammirato sfogliando il libro “The Cover Art Of Blue Note Records” di Graham Marsh e Glyn Callingham.

L’abilità artistica di Miles ha reso la Blue Note un case study per il suo design unico, nuovo e sperimentale.
Miles ha fatto letteralmente suonare le cover come se il suo design astratto emettesse musica fatta da simbolismi, tipografia e colori. I suoi disegni immediatamente riconoscibili erano un esperimento, suo un modo unico di suonare il jazz che non si è mai fermato.
Un certo numero di altri designer ha contribuito a ciò che Blue Note è diventato come Shawn Hazen, Paul Bacon, John Hermansader e addirittura l’onnipresente Andy Warhol.

Un poster tipografico sulla storia della stampa a caratteri mobili in Occidente ed in Oriente scritto in inglese e cinese

Non è un libro e neppure un magazine, ma il progetto che vi presento oggi era d’obbligo apparisse sulle Edizioni del Frisco, non fosse altre che riguarda colui, oramai un bel pò di tempo fa, diede il via a tutto.

“Dream Pool of Gutenberg” è una stampa tipografica sperimentale ideata e realizzata dallo Studio di Onion Design Associates, una meravigliosa che ama fare web design e graphic design con sede a Taipei, Taiwan di cui io – oramai da anni – sono follemente innamorato.
“Dream Pool of Gutenberg” racconta la storia del carattere mobile ideato dal grande tedesco partendo da due diverse prospettive storiche.

Questa stampa utilizza infatti due script, l’alfabeto romano ed i caratteri cinesi per rappresentare il famoso Johannes Gutenberg ed il meno conosciuto – ma ugualmente rivoluzionario – Bi Sheng che sono entrambi accreditati come gli inventori della tecnica di stampa che ha cambiato il mondo.
In questa grande stampa il testo in inglese scorre regolarmente da sinistra verso destra, mentre i caratteri cinesi si sviluppano – come previsto dalla lingua cinese – dall’alto verso il basso e da destra verso sinistra contemporaneamente.
Entrambi raccontano le rispettive storie sull’invenzione della stampa a caratteri mobili con due diversi punti di vista storici.
Il titolo è una combinazione di 2 eventi storici diversi: la storia dell’invenzione di Johannes Gutenberg della stampa a caratteri mobili che si fa risalire in Europa alla produzione della “Bibbia a 42 linee” in caratteri gotici del 23 febbraio 1455 e di uno specifico paragrafo del libro “Dream Pool Essays” dello studioso Shen Kuo dove la stessa invenzione è stata menzionata in Cina per la prima volta ben 400 anni prima (!) tra il 1041 e il 1048 d.C. di Gutenberg.
Bellissima l’idea, bellissima la realizzazione, per una vera e propria chicca.

I supereroi del mondo pop nelle incisioni di Brian Reedy

Brian Reedy è un artista e insegnante d’arte con sede a Miami che crea queste bellissime incisioni attraverso la tecnica dell’incisione su legno. Uno strato di legno viene ripulito da tutto ciò che non deve essere stampato, viene quindi ricoperto da uno spesso strato di inchiostro per poi essere stampato su carta.
Il risultato varia leggermente ad ogni impressione particolare questo che conferisce ad ogni pezzo prodotto un carattere unico mettendo in risalto la parte artigianale dell’incisione.
Brian Reedy fa anche altre bellissime incisioni prendendo spunto da quelle che sono delle vere e proprie icone della cultura geek come i personaggi dei famosi film animati dello Studio Ghibli oppure i personaggi della serie TV come Stranger Things.
Il contrasto evidente e affascinante fra l’utilizzo di una tecnica così classica e la scelta di soggetti così contemporanei rende i suoi lavori davvero speciali.
Andiamo da Superman a Darth Vader e Godzilla
Il lavoro di Reedy è un contributo satirico ed a volte critico su quelli che sono gli eroi della società attuale. Il suo stile è un’esagerazione continua unita alla ricerca dell’iper realismo di dettaglio che trae origine dal mondo del fumetto e dei cartoni animati.

Swissted è il progetto che ricrea i poster dei concerti delle migliori band indie seguendo le regole del modernismo svizzero

Attenzione, questo è un articolo lungo e articolato e quindi, molti di voi, immagino che molleranno arrivati a questo punto. Bene, solo pochi arriveranno in fondo.

Swissted è un progetto del graphic designer Mike Joyce proprietario di Stereotype Design uno studio grafico di New York specializzato in progetti di multidisciplinari per l’industria dell’intrattenimento.. Attingendo dal suo amore per il punk rock e per il modernismo svizzero, due movimenti che non hanno quasi nulla a che fare l’uno con l’altro, Mike ha avuto l’idea geniale di ridisegnare i volantini vintage punk, hardcore, new wave e indie rock in base alle linee guida tipografiche tipiche proprio del modernismo svizzero.
Ogni lavoro è rigorosamente impostato su un minuscolo Berthold Akzidenz ed è bene far notare che ognuno dei poster creati si riferisce ad un concerto realmente esistito.

Dopo il successo travolgente ricevuto nella fase iniziale del progetto sia dai fan del graphic design che da quelli delle band presenti nei poster, Mike ha deciso di creare un negozio ufficiale che ha chiamato appunto Swissted dove tutti i poster sono stampati in HQ su carta opaca e disponibili in tre misure.
I manifesti di Swissted sono stati anche oggetto di mostre in alcuni dei luoghi più suggestivi del mondo quali il Victoria & Albert Museum di Londra, del Museum of Contemporary Art di Chicago, del Baltic Centre of Contemporary Art e dello spazio espositivo di Tokyo Terrada.
Per fortuna, “Swissted” è diventato anche un libro che presenta oltre 200 poster di leggendari gruppi come The Clash, The Pixies, Green Day, The Ramones, The Sex Pistols, The Replacements, Dead Kennedys, Public Image Ltd., The Cure, Danzig, Pearl Jam e Nirvana.

 

 

Un libro ripercorre la storia del nudo nella grafica con 5 esempi particolari

Il corpo umano è una contraddizione, partiamo da questo assunto.
Esso racchiude infatti una moltitudine di elementi e caratteristiche. E’ allo stesso tempo affascinante, grottesco, familiare e inaspettato.
Sebbene gli artisti abbiano usato il corpo umano per la propria arte da per migliaia di anni, il mondo della grafica riesce ancora oggi a scandalizzare e ha provocare con il corpo alcune reazioni inaspettate.
Immagino questo sia stato uno dei punti di partenza per la realizzazione del volume “Head to Toe: Nudity in Graphic Design” di Mirko Ilić e Steven Heller tracciano la storia dei designer che utilizzano il corpo nudo come dispositivo grafico. Il libro documenta centinaia di esempi, dall’ovvio al provocatorio esplorando come la percezione pubblica del corpo nudo si sia evoluta da audace provocazione a efficacissimo strumento di marketing. Heller e Ilić indicano anche cinque usi significativi del corpo nudo nella recente storia della grafica spiegando come è cambiato il modo in cui pensiamo alla nudità e, per estensione, a noi stessi.
1 – Rolling Stone Cover, 1968

Progettare un quotidiano a Londra

Jordan-River Low ha condiviso un suo lavoro di progettazione editoriale sul suo profilo Behance. Il lavoro è stato fatto per un brief universitario di Editorial Design. Il progetto prevedeva la progettazione di un numero unico di newspaper locale che contenesse le informazioni del territorio suddivise in sezioni e la creazione di contenuti in linea con lo stile del giornale.
“Il grande giornale E” è quindi un giornale per gli abitanti londinesi della zona nord orientale, più precisamente nella zona E di Hackney Borough.
Le notizie, gli articoli, le informazioni ed in generale tutti i contenuti sono stati individuati appositamente tenuto conto del territorio di riferimento e per le persone che ci vivono.
Si suppone che sia un prodotto editoriale stampato quotidianamente e che quindi svolge il ruolo di un newspaper a distribuzione popolare ma di alto livello in termini di contenuti. I riferimenti indicativi posso no essere The Independent o The Guardian.
Il design della rivista è stato pensato per rappresentare al meglio l’estetica giovane dei quartieri di Shoreditch, Dalston, Hackney e altrove.
Si tratta di uno stile con chiari rimandi ai riferimenti classici e quindi vagamente retrò, ma associato il più possibile alla vivacità della zona e dei residenti.

Il progetto è stato infine realizzato con un numero speciale cartaceo che ha riscosso un buon successo fra i lettori che hanno ricevuto una copia tramite gli uffici dell’University of Reading, Londra.
Ecco quindi il risultato finale del brief di Jordan-River Low.

Oggi è il Martin Luther King Day

Come ogni 4 Aprile, come in ogni parte del mondo, anche oggi, anche le Edizioni del Frisco, ricordano il reverendo Martin Luther King.
Il modo con cui lo facciamo è il nostro, con il linguaggio della grafica, della stampa, della tipografia dei libri e della comunicazione in generale.
Con questo, aggiungiamo il nostro piccolo sassolino alla valanga di massi che moltissime persone portano ogni giorno in favore di una causa, quella dei diritti civili, su cui ogni voce in più, su cui ogni parola in più, su cui ogni mano alzato in più, fa accender le luci e, per le Edizioni del Frisco, è sempre il momento di tenere le luci bene accese e far splendere la vita. La vita di tutti.

Comparso nel 2015 proprio a Montgomery in Alabama, questo pezzo King si chiama “I Have a Dreamcatcher” e potrebbe riferirsi alle affermazioni di King sulle ingiustizie subite dai nativi americani. King infatti più di una volta osservò: “La nostra nazione nacque in un genocidio quando accettò la dottrina secondo cui l’originale americano, l’indiano, era una razza inferiore. Ancor prima che ci fosse un gran numero di negri sulla nostra costa, la cicatrice dell’odio razziale aveva già sfigurato la società coloniale“.

I Have a Dreamcatcher, sconosciuto

L’immagine di Martin Luther King Jr. dell’americano Romare Bearden, intitolata “Mountain Top” rappresenta un omaggio a un leader caduto. Il lavoro si riferisce ad un discorso pronunciato da King a Memphis il 3 aprile 1968, dove annunciava l’arrivo di giorni difficili. Il giorno fu assassinato.
King proprio nel suo ultimo discorso disse: “Non potrò venire con voi, ma voglio che tu sappia stasera, che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa“.

Mountain Top, Romare Bearden

La citazione scelta dall’illustratore Nip Rogers è tratta invece dalla “Lettera da un carcere di Birmingham” scritta da Luther King Jr. e divenuta un testo fondamentale sia del movimento per i diritti civili che delle aule di storia.
Le tenebre non possono scacciare l’oscurità; solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio; solo l’amore può farlo“.

Quote Art, Nip Rogers

Lo studio grafico Vocal Type nel 2016 ha reso omaggio a Martin Luther King con un carattere sans serif, che porta il suo nome e che è basato sui cartelli portati dai seguaci di King, durante il Memphis Sanitation Strike del 1968 quando i lavoratori dei servizi igienici di Memphis, la maggior parte dei quali afro-americani, hanno scioperato chiedendo il riconoscimento del loro sindacato, salari migliori e condizioni di lavoro più sicure dopo che due spazzini erano morti. Mentre marciavano gli operai in sciopero mostravano le copie di un poster passato alla storia con il nome di “IO SONO UN UOMO”.

MARTIN: A Non-Violent Typeface, Vocal Type

Quello di Camille Ravassat è invece un omaggio che include i più grandi discorsi di alcuni famosi oratori, Charles de Gaulle, Nelson Mandela e appunto Martin Luther King. Per la giovane grafica francese, si tratta di diffondere, attraverso mezzi grafici, la vivacità e la forza di questi discorsi. Questo obiettivo viene raggiunto tramite i forti contrasti tra la grandezza delle foto e la loro cornice. Il formato richiama quello dei giornali, un formato diverso da quello standard del libro tascabile per sottolineare l’importanza dell’oralità dei discorsi.

Agorà – Camille Ravassat
Agorà – Camille Ravassat
Emmanuel Cook, un graphic designer parigino, ha invece ideato e realizzato un vero e proprio giornale gratuito che ha personalmente distribuito nella città di Aix-en-Provence per fare in modo che il maggior numero possibil e(ri)scoprire
il più famoso dei discorsi del reverendo King, “I have a dream”.

L’importanza della tipografia nel cinema spiegata attraverso 3 film che avete visto

Prima di iniziare a leggere il pezzo di oggi che riguarda il rapporto fra tipografia e cinema, è bene stabilire una regola: l’arte della realizzazione del film è interconnessa con la progettazione grafica. L’arte tipografica è necessaria e importantissima per trasmettere l’essenza stessa di un film e questo vale sin dalle prime pellicole nate nella Hollywood oramai di un secolo fa.
La tipografia racconta molto di un film, più di quanto generalmente si creda. Attraverso le sempre più ricercate sequenze dei titoli iniziali e finali, con i poster ufficiali e non e con tutta una serie di altri elementi grafici, la tipografia da il senso e lo stile al film.
Sull’onda lunga della serata degli Oscar 2018, ecco dunque alcuni casi che dimostrano meglio di tante parole come specifici caratteri tipografici siano riusciti a trasmettere una precisa personalità con un linguaggio visivo iconico e ultra riconoscibile.

Psycho” di Saul Bass
Psycho di Alfred Hitchcock è un ottimo esempio di ciò che la tipografia può offrire al grande schermo. In questo progetto il grande Saul Bass, grafico e poster artist geniale, ha utilizzato una serie di linee strutturate per scomporre e ricomporre il carattere News Gothic. Con questa idea, Bass invita lo spettatore a entrare e uscire dallo schermo. Il News Gothic, parente stretto del ben più famoso Franklin Gothic, è uno dei caratteri più iconici progettati da Morris Fuller Benton, per molti anni a capo del design department dell’American Type Founders (ATF). Questo austero carattere tipografico è stato ampiamente utilizzato in editoria e pubblicità fin dalla sua nascita risalente all’incirca al 1908.
Le linee sulla sequenza del titolo del film provengono da diverse aree dello schermo e non interrompono mai la formazione o l’intersecazione delle parole, questo continuo movimento conferisce un effetto drammatico e, allo stesso tempo, emozionale.
Tuttavia, il vero logo di Psycho che tutti conosciamo è stato mantenuto rigorosamente uguale all’originale creato da Tony Paladino perché Hitchcock riteneva che fosse un esempio di perfezione tipografica.


Saul Bass, uno dei più importanti grafici della storia del cinema e non solo, ha lavorato per alcuni dei più grandi registi di Hollywood tra cui si possono ricordare Billy Wilder per Uno, due, tre!, Stanley Kubrick per Shining, Martin Scorsese per Cape Fear ed un’altra infinità di leggende.

Pulp Fiction” di Pacific Title
Forse il film più cool degli anni ’90, “Pulp Fiction” è una commedia nera con dialoghi eclettici, ironia e violenza scritta e diretto da Quentin Tarantino. Per il titolo principale, Pacific Title utilizzava un carattere tipografico Serif Slap piuttosto particolare chiamato Aachen progettato da Alan Meeks sotto la supervisione di Colin Brignall e pubblicato da Letraset nel 1969.
Pur essendo un lettering particolarmente corposo ed ingombrante, dopo Pulp Fiction, Aachen è diventata una font assai popolare per i title sequence.
Un aspetto che a me ha colpito molto è l’utilizzo spinto di effetti tipografici dai colori assai vivaci come le ombre esterne e le lettere evidenziate, escamotage riuscitissimo per attirare l’attenzione dello spettatore.

Alien” di R / Greenberg Associates
La sequenza del titolo e la creazione del poster del film “Alien” diretto da Ridley Scott nel 1979 appartiene allo studio R/Greenberg Associates di Richard & Robert Greenberg. Per il poster di Alien e soprattutto per la sequenza di apertura il font utilizzato è una versione tiny della classica Helvetica Black, appositamente progettata con le lettere spezzettate e un maggiore spazio tra gli elementi.
Greenberg Associates hanno collaborato negli anni ad alri film di grande successo come Superman, Flash Gordon, Arma Letale, etc.

Robert Crumb ha disegnato 36 carte da gioco per i 36 maestri del blues del Delta del Mississippi

Il libro che vi presento oggi è un volume che forse è un pò datato visto che è uscito oramai nel 1980 ma non per questo meno interessante.
i tratta di una raccolta di illustrazioni, di cards più correttamente, disegnate dal genio di Robert Crumb, uno che la storia della grafica e del fumetto in particolare non l’ha solo studiata, ma l’ha scritta con le proprie opere, il proprio stile, la sua irriverente innovazione.


Tralascio per rispetto di Crumb la sua storia che potrebbe essere benissimo oggetto di un volume a se stante e mi concentro sul libro “Heroes of the Blues Trading Card Setche proprio un libro non è, ma è bensì un mazzo di carte vero e proprio.
Come detto la prima edizione del set di carte “Heroes of the Blues” di Robert Crumb viene pubblicato nel 1980 da Yazoo Records, un’etichetta discografica americana fondata alla fine degli anni ’60 da Nick Perls specializzata nei primi blues americani, country, jazz e altri generi rurali noti collettivamente come roots music.

 

Robert Crumb, noto fan e musicista di blues, country e jazz, ha creato il suo set di carte da gioco composto da 36 bellissimi ritratti di blues leggendari come Blind Blake, Mississippi John Hurt, Blind Gary Davis a Son House, Charley Patton, Blind Lemon Jefferson e altri. Il testo biografico sul retro di ogni carta è stato scritto dal famoso storico e scrittore Blues Stephen Calt.
Dal 10980 ad oggi “Heroes of the Blues Trading Card Set” è stato ristampato molte volte ed in molti paesi del mondo e le immagini sono state utilizzate per diversi calendari, come copertine di album e CD e sono state infine inserite in un bel libro.


Il gruppo dei bluesman illustrati comprende:
1. William Moore 2. Peg Leg Howell 3. Clifford Gibson 4. Blind Blake 5. Frank Stokes 6. Jaybird Coleman 7. Blind Willie Johnson 8. Scrapper Blackwell e Leroy Carr 9. Blind Lemon Jefferson 10. Curley Weaver e Fred McMullen 11 Whistler & His Jug Band 12. Mississippi Sheiks 13. Rube Lacey 14. Skip James 15. Bo-Weavil Jackson 16. Furry Lewis 17. Sam Collins 18. Ramblin ‘Thomas 19. Sleepy John Estes 20. Cannon’s Jug Stompers 21. Memphis Jug Band 22. Big Bill Broonzy 23. Roosevelt Sykes 24. Blind Gary Davis 25. Papa Charlie Jackson 26. Charlie Patton 27. Buddy Boy Hawkins 28. Barbecue Bob 29. Ed Bell 30. Blind Willie McTell 31. Son House 32. Memphis Minnie 33. Mississippi John Hurt 34. Tommy Johnson 35. Peetie Wheatstraw 36. Bo Carter

La più bella mostra di collage contemporanei è in scena a Londra in questi giorni

La carta è sempre la carta e per me è da sempre una vera fissazione.
Questo è il presupposto da cui partire per leggere questo articolo sulla mostra in scena a Londra dal 1 fino al 11 Febbraio alla Jealous Gallery.


Dopo il grande successo riscosso a New York, Berlino, Barcellona, Madrid, Montreal, Rotterdam, Trondheim e Lima l’International Weird Collage Show arriva infatti per la prima volta “The International Weird Collage Show” presentato da The Weird Show, un collettivo che organizza mostre collettive che utilizza il collage contemporaneo come mezzo espressivo.
The Weird Show (TWS) è una piattaforma artistica creata nel 2010 da due geni come Rubén B e Max-o-matic dedicata all’esplorazione del collage contemporaneo attraverso mostre, pubblicazione e workshop.
TWS non parla di collage. Per TWS il collage è solo un modo per esprimere idee, sentimenti e storie.


Dal 2011 TWS ha curato e realizzato mostre di collage in gallerie e musei in Europa (Barcellona, ​​Berlino, Madrid, Rotterdam, Trondheim, Valladolid) e America (New York, Montreal, Lima, Quito, San José de Costa Rica) e ha tenuto workshop e sessioni di collage in molte di queste città.
La mostra, organizzata ed allestita con il contributo dell’artista londinese James Springall. intende aiutare a ridefinire il modo in cui il collage viene creato e concepito.
25 artisti in totale che presentano una grande varietà di stili e tecniche sia a mano che in stampe in edizione limitata.
La carta è morta, viva la carta!

Ashkan Honarvar, The Denial of Death
Sergei Sviatchenko, from the series Less
Sarah Hardacre, You Owe Me An Egg
Max-o-matic, The Complexity of Simplicity

Un kit patriottico per perfette sfide a ping pong

“Patriot Paddles” è una linea, o meglio un kit per giocare a Ping-Pong creata da due designer americani: Elena Chudoba e Andrew Czap.
Il progetto celebra il gioco e tutto ciò che rappresenta per i due giovani: la storia americana di un tempo che fu quando la libertà era immagine e grafica.
Il progetto di packaging è veramente fantastico e pratico visto che può essere riposto in uno zaino o conservato in una scrivania o su un scaffale come un soprammobile.
Esteticamente il rimando più immediato è all’aspetto di un libro di testo del college condito però da molti riferimenti grafici storici che arricchiscono il design e l’illustrazione del prodotto.

La storia di “Smiling Sun”, un simbolo che dagli anni Settanta non è mai passato di moda

Già in passato vi ho parlato di un famosissimo logo utilizzato e diffusosi in tutto il mondo creato partendo da un’idea politica e civile. Si trattava della rosa nel pugno di Cruz Novillo. (qui il pezzo) ed oggi ritorniamo sul tema scoprendo un altro simbolo che è diventato sinonimo di protesta e rivendicazione, questa volta per un mondo senza il nucleare.
The Smiling Sun“, in Italia meglio conosciuto come il sole che ride, è il simbolo originariamente nato dal movimento anti-nucleare. Trasformato in spille, in adesivi o sventolato come bandiera, il gioioso sorriso rosso su sfondo giallo è diventato negli anni il sinonimo di lotta per un mondo alimentato da energie rinnovabili. Nonostante la sua popolarità sia ancora oggi molto diffusa, il designer del logo è rimasto per anni sconosciuto e ed è bello che il sito It’s nice that sia riuscito a rintracciare Anne Lund, la creatrice del logo che oggi fa la docente universitaria.


Nella primavera del 1975, nella città di Aarhus, la seconda più grande della Danimarca, Anne Lund era una ragazza con nessuna esperienza di progettazione grafica che decise di disegnare un simbolo che accomunasse tutti i movimenti più influenti nella lotta contro l’energia nucleare di tutto il mondo. The Smiling Sun, con il suo fortunatissimo slogan di “Nuclear Power? No grazie” è stato tradotto in circa 60 lingue negli anni successivi. Questo logo, insieme a tutte le attività che lo hanno accompagnato, hanno fortemente influenzato la decisione della Danimarca di non costruire mai una centrale nucleare sul proprio territorio ed è ancora molto attivo e visibile nelle proteste degli ultimi mesi in Germania, Giappone, Lituania e Taiwan.