La grafica della David King è la grafica della sinistra in Europa

Oltre a una leggendaria carriera di designer, King ha anche accumulato una delle più grandi collezioni al mondo di design sovietico.

David King è senza dubbio alcuno uno dei più importanti graphic design del XX secolo e se il suo nome non vi è familiare, non preoccupatevi, è in parte dovuto alla sua stessa figura estremamente dispersiva; quell’infinita serie cioè di interessi e attività, apparentemente distanti fra loro, che lo hanno allontanato dal design tradizionale, prima fra tutte l’attivismo politico.

David King

Come afferma il critico Rick Poynor:

Nei suoi ultimi decenni di vita, King “non è più interessato alla sua carriera di designer pluripremiato, egli si era dato una missione e l’ha inseguita fino alla fine”, quella missione era di raccogliere materiale visivo dalla Rivoluzione Russa e dall’era sovietica, insieme a qualsiasi altro manufatto appartenente alla cultura di sinistra proveniente da tutto il mondo.

Al momento della morte di King – avvenuta nel 2016 – la Tate Modern ha acquisito la sua intera collezione, una delle più grandi al mondo, che comprende circa 250.000 articoli, tra cui fotografie, poster, pubblicazioni e grafiche varie.
Un momento adatto per ricordare questa figura è l’uscita del libro di Poynor: David King: Designer, Activist, Visual Historian, pubblicato dalla Yale University Press, che ripercorre le tre fasi in cui può essere divisa la vita lavorativa di King sempre attraversata dalle sue battaglie culturali quali la lotta contro il razzismo, il fascismo e le violazioni dei diritti umani negli anni Settanta e ottanta.


David King, ‘National Demonstration,’ poster for Anti-Apartheid Movement, 1985.

Nato a Isleworth nel 1943, King disprezza il capitalismo fin da bambino e studia graphic design alla London School of Printing and Graphic Arts, dove i suoi insegnanti sono Richard Hollis e Robin Fior, due dei designer londinesi più politicamente coinvolti. È con Fior, un membro del Comitato contro il nucleare, che King lavora per la prima volta usando il metodo del paste-up (collage a mano) per realizzare il giornale pacifista Peace News (di cui vi ho scritto QUA) nel 1962. Per tutta la sua carriera mantiene un approccio molto tattile al design, senza mai passare definitivamente alla progettazione digitale. Il design editoriale e l’attivismo politico sono i due interessi che guideranno il resto della sua carriera. È sempre lo stesso Robin Fior a presentare a King il lavoro del designer  tedesco John Heartfield, il cui stile così tanto ha influenzato l’estetica di King.

John Heartfield collage

Dopo aver terminato gli studi, King inizia a lavorare come assistente artistico presso la rivista Queen, una delle pubblicazioni più alla moda di Londra, sotto la direzione dell’influente Tom Wolsey, ma la collaborazione dura ben poco perché decide di fondare l’agenzia pubblicitaria Stratton & Wolsey.
È di questo periodo l’incontro con due figura assai rilevanti nella sua carriera: il fotografo Don McCullin e l’illustratore Roger Law, con il quale nel 1965 King disegna il primo numero di Magnet News, magazine rivolto a un pubblico britannico nero. Molte caratteristiche del lavoro successivo di King, così come il suo interesse per l’uguaglianza razziale, possono già essere intraviste in questo particolare progetto indipendente, come la centralità della tipografia, le pesanti linee di demarcazione e i colori primari.
Questo primo lavoro attira l’attenzione di Michael Rand, direttore artistico del The Sunday Times Magazine, che offre a King un lavoro come designer nel 1965 e, dopo soli due anni, lo promuove a direttore artistico.

The London Sunday Times Magazine, 1968
The London Sunday Times Magazine, 1967

La rivista è il primo supplemento a colori pubblicato da un quotidiano britannico e gode di una meritata reputazione per la qualità della sua scrittura e delle sue immagini, con caratteristiche libere dalla presenza dirompente della pubblicità, che veniva tenuta separata.
King lavora per il Sunday Times Magazine per dieci anni in tutto, cinque dei quali come freelance, il che gli permette di sperimentare in completa libertà.
Le sue influenze grafiche includono la Pop Art — King utilizzava spesso stampe serigrafiche dai colori vivaci per le sue illustrazioni, così come effetti di colore a mezzitoni — Costruttivismo e fotomontaggi d’avanguardia. Tuttavia, è stata la sua capacità di creare con le fotografie una narrativa visiva avvincente, unica, così come il suo occhio per il ritaglio, che alla fine diventa il marchio distintivo della rivista. 

The Sunday Times Magazine, 1972. David King
David King/Proletcult, “Release All Southern African Political Prisoners!”, poster for Anti-Apartheid Movement, 1977.

Il ruolo di King al Sunday Times Magazine, come sottolinea Poynor, è più del semplice designer, era un “giornalista visivo” e “concepiva e scriveva le storie da una prospettiva visiva”.
Nel 1970, il primo anno di King come libero professionista, intraprende un viaggio “di ricerca” di tre settimane a Mosca, la sua prima visita in URSS. Questa esperienza porta a un articolo pittorico del Sunday Times Magazine su Trotsky del 1971, che King poi riprenderà per il suo primo libro, Trotsky: A Documentary con i testi scritti da Francis Wyndham, un collaboratore frequente.

Trotsky: A Documentary, 1971

Altri libri sarebbero arrivati ​​in seguito, ma prima King si cimenta in un’attività per la quale la sua identità visiva si farà ancora più distintiva: la sua progettazione di materiale per vari gruppi di attivisti politici, tra cui il movimento anti-apartheid, l’Unione Nazionale dei Giornalisti, il Partito Socialista dei Lavoratori, Rock Against Racism e la Lega Anti-nazista.

Poster per il movimento Anti Apartheid, 1978
Poster per la Lega Anti-nazista, 1978

I manifesti politici di King forniscono quello che, con le sue stesse parole, ha descritto come uno “stile visivo per la sinistra” nei turbolenti anni Settanta in Gran Bretagna.
Il suo approccio era tenacemente diretto, con un’enorme tipografia sans-serif, fotografie sempre evidenti e testi enfatizzati attraverso sottolineature, frecce e punti esclamativi.

Anti-Apartheid Movement, 1980

A volte ha anche usato il suo stile di collage ispirato a Heartfield anche perché i budget ristretti portano all’uso di carta e stampa di bassa qualità, ma King era un maestro della stampa economica, basti pensare che la sovrapposizione di due colori per crearne un terzo colore intenso è uno dei suoi tratti distintivi visivi.
Uno dei clienti commerciali che gli permettono di vivere è il Museum of Modern Art di Oxford, il cui direttore David Elliott assume King per progettare poster e cataloghi per mostre legate all’Unione Sovietica.

David King, 1979
Image courtesy of David King and Modern Art Oxford

Negli anni Ottanta inizia a dedicare meno tempo al lavoro di progettazione per concentrarsi maggiormente sull’arricchimento della sua collezione.
Considera il graphic design “un gioco” oramai da giovani, ma continua a lavorare fino alla fine del decennio, in particolare per City Limits, una rivista settimanale di Londra, e Crafts, la rivista del British Craft Council.
Per entrambe le riviste, King utilizza alcuni dei suoi tratti distintivi visivi oramai divenuto classici, descritti da Poynor come “costruttivismo pop” e caratterizzato da elementi grafici quali stelle, frecce, tipografia importante e fotografia solenne.
Il suo collezionismo raggiunge l’apice con la pubblicazione di Red Star Over Russia: A Visual History of the Soviet Union from 1917 to the Death of Stalin, un libro di 345 pagine pubblicato dalla Tate Modern nel 2009 dopo l’inizio del suo rapporto con l’istituzione artistica risalente al 2002.

Red Star over Russia: A Visual History of the Soviet Union from 1917 to the Death of Stalin

David King muore nel 2016, all’età di 73 anni, quando si completa l’acquisizione della sua collezione da parte della Tate che nel 2017, in occasione del 100° anniversario della rivoluzione del 1917, organizza una grande mostra sul tema.

L’estetica punk come atto di ribellione non solo musicale

La cultura giovanile è nota perché molto spesso, è caratterizzata da una sua specifica e imprevedibile linfa di ribellione, ma questa tendenza all’insurrezione potrebbe aver raggiunto uno dei suoi picchi creativi, forse l’ultimo vero picco creativi, nella Gran Bretagna degli anni Settanta quando emerge con forza genuina il punk.

Poly Styrene, X-Ray Spex a The Round House, 1978, litografia. Collezione di Andrew Krivine.

Proponendo l’ideologia del chiunque può farlo, successivamente definita dallo slogan Do it yourself, i giovani punk dell’epoca iniziano a trasformare la scena musicale da raffinata e eterodiretta a qualcosa di veloce, aggressivo ma soprattutto autodiretta. Il vinile da 7 pollici realizzato in modo indipendente diventa il centro, il simbolo, il fulcro dell’estetica punk che i designer assoceranno ad altri riferimenti artistici quali il collage dadaista, la stampa underground degli anni Sessanta e la grafica di protesta politica del Sessantotto parigino.

Generalizzando molto, si può dire che il punk ha a che fare con il concetto di opposizione – ancora meglio di rifiuto – che si tratti di moda, di letteratura o di musica.

Secondo il sito inglese HitsvilleUK di Russ Bestley, la regola generale quando si tratta di musica del periodo punk, è: “se non si può dire in tre minuti, non vale nemmeno la pena dirlo” e in questo motto chiaro e coinciso ci si ritrova il punk ma anche tutti i suoi sottogeneri, dal Proto Punk al Novelty Punk, fino all’Anarcho Punk.
Lo stesso concetto non vale solo per l’ambito musicale, ma in perfetta coerenza sostanziale, anche per il design grafico del punk: veloce, disordinato, grezzo, diretto, che si tratti della copertina di un album, di un poster promozionale o di una fanzine.

“Quella punk è un’arte di convenienza, che faceva uso di collage, disegni e scritte a mano, fumetti, stencil e soprattutto fotocopie Xerox in bianco e nero”.

Scrive Rick Poynor in un articolo per Design Observer.

Queste scelte non vengono fatte per mancanza di pianificazione o conoscenza del design. No. Ogni progetto viene creato con l’intenzione di mettere in discussione gli standard classici del mainstream, ma anche dell’underground press precedente, per sfidare le norme della cultura contemporanea insomma.
Molti musicisti e grafici divenuti icone dell’estetica punk hanno infatti un background consapevole della progettazione grafica.

Mail-out del fan club dei Ramones, Los Angeles, USA, 1977. Fonte: Punk: An Aesthetic (Rizzoli)

Prendiamo ed esempio, Penny Rimbaud o Gee Vaucher, storici fondatori della rinomata band Crass hanno entrambi studiato progettazione grafica lavorando in particolare in ambito editoriale con libri e composizione di poster.
L’estetica punk quindi – come in alcuni casi avviene in Inghilterra soprattutto – è tutt’altro che ambigua e sprovveduta ma, al contrario, riveste un denso corpus di segni, elementi e concetti ed è un interessante campo di studi nella storia della grafica a cui, per esempio, è dedicata anche una specifica rivista inglese, Punk & Post-Punk.

Opuscolo situazionista di David Jacobs, USA, 1973. Fonte: Punk: An Aesthetic
Sex Pistols, poster Pretty Vacant, Regno Unito, 1977. Design: Jamie Reid. Fonte: The Art of Punk (Omnibus Press)
Gli autobus sembrano provenire dal progetto di David Jacobs. Reid afferma di aver inviato l’immagine al gruppo situazionista nel 1973
Pretty Disobedient, poster serigrafato di Shepard Fairey, USA, 2001. Firmato da Fairey

Johan Kugelberg cerca di dimostrare questo assunto nel suo libro Punk: An Aesthetic, scritto in collaborazione con Jon Savage, che con la tipica schiettezza del punk stesso ci tiene a sottolineare come:

“La storia dell’estetica punk non può essere raccontata, ma solo mostrata”.

Poster che promuove un concerto dei Crass, Regno Unito, 1978. Fonte: Punk: An Aesthetic