Superbitch, la prima eroina nera tutta sesso, violenza e azione

L’editore California Comics e Bob Sidebottom nel 1977 stampano circa 5.000 copie di questo fumetto dal titolo abbastanza diretto Superbitch creato dal fumettista di Chicago, Ira Harmon.
Siamo in pieno furore creativo e uno dei più importanti filoni artistici, fracinema e fumetto, è la cosiddetta Blaxploitation – fusione delle parole inglesi black ed exploitation (sfruttamento).
Si tratta di un vero e proprio genere che nacque negli Stati Uniti nei primi anni Settanta, quando molti film d’azione, violenza e poi sempre più ammiccamenti sessuali, furono realizzati a basso costo avendo come pubblico di riferimento gli afroamericani.
Queste pellicole vedevano protagonisti principalmente attori afroamericani diretti da registi afroamericani – raramente erano bianchi – e furono i primi ad avere colonne sonore di musica soul o funk di altissimo livello.
Sebbene criticati dagli stessi attori e registi e soprattutto dagli attivisti per i diritti civili a causa del loro generalizzato uso di banali stereotipi sul mondo afro, queste pellicole e fumetti riscossero un notevole successo colmando la lacuna inerente all’offerta di intrattenimento appositamente creato per gli afroamericani e furono immensamente popolari tra il pubblico di colore, e sia pure in misura minore, anche tra il pubblico non di colore.

Superfly, regia di Gordon Parks jr, 1972
                                Blacula di William Crain, 1972
Shaft il detective, di Gordon Parks, 1971

Freda Foxx, il vero nome di questa nostra nuova eroina, non è il primo personaggio dei fumetti ad essere fortemente influenzato dal cinema Blaxploitation, ma è uno dei pochi personaggi femminili neri creati da un fumettista nero.
Il lavoro di Ira Harmon è immediatamente riconoscibile per il suo estremo senso dello stile visivo e dell’umorismo he lo differenzia rispetto alla maggior parte dei fumetti underground del periodo.
Superbitch è un fumetto dove grande rilevanza è data al sesso ed alla sua non filtrata descrizione che negli anni successivi aumenterà sempre più fino alla creazione, nei nostri anni del web, di vere e proprie saghe dove i personaggi, e perfino i supereroi ultra conosciuti, diventano nè più e nè meno, attori pornografici.
Superbitch è caratterizzata da un corpo mozzafiato messo in evidenza da una tuta iper aderente e dalla classica capigliatura afro.
Le sue avventure, come detto, comprendono solitamente sfrenate scene di sesso che vengono mostrate senza alcun tabù, anzi..  visto che i suoi superpoteri sono la capacità di aumentare le dimensioni e il peso del proprio seno e soprattutto la vagina radioattiva!
L’unica uscita di Superbitch compare in un volume di 23 pagine con Freda Foxx, la supereroina raffigurata sulla copertina.

Mentre Freda Foxx si diletta sul suo appartamento di New York in un perenne stato di nudità, dando da mangiare al suo leopardo domestico e ascoltando la televisione che parla dei primi astronauti neri che verranno mandati sulla luna, proprio la missione Apollo ha un incidente e gli astronauti vengono persi nello spazio.

A questo punto tocca proprio a Freda indossare il suo costume da Superbitch ed imbarcarsi su una nave spaziale per la missione di salvataggio.
Superbitch e gli astronauti neri affrontano molte complicazioni durante questa avventura, tra cui una gattina interplanetaria che inghiotte le loro astronavi, un enorme pene che tenta di uccidere Superbitch e una città di guerriere lesbiche che pianificano di uccidere tutti gli astronauti.

Ma Superbitch ha dei super poteri che tornano utili durante questi conflitti, tra cui il suo già citato seno da demolizione e la sua vagina radioattiva!
Superbitch è quindi si completamente sfaiata nel suo rapporto on il sesso, ma è altrettanto ironia da non scadere mai nel rozzo e nel banale rendendo la sua storia piacevole e mai di attivo gusto.


Le donne in pericolo di Art Frahm

Come spesso accade girovagando nel web, mi sono imbattuto in uno strano e curioso sito di quelli che archiviano la grafica vintage e, in questo caso, la pubblicità e la grafica del periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale.
Si tratta di un progetto del giornalista americano James Lileks che ha preso il via nel 1996 e che, tramite il sito The Institute of Official Cheer ha creato ad oggi una delle più grandi raccolte online di illustrazioni scannerizzate fra cui moltissime di un illustratore che damolto tempo volevo presentarvi: Art Frahm, illustratore che negli anni successivi alla sua morte si è guadagnato un posto particolare fra i personaggi di culto nel mondo della grafica.
Ma perché tutta questa fascinazione per un illustratore che essenzialmente ritrae pin up come molti altri?
Il motivo è semplice e riguarda essenzialmente la sua serie denominata Ladies in distress, cioè Donne in pericolo.
Il tema della donna in pericolo, la fanciulla perseguitata o la principessa che rischia la vita è un tema classico nella letteratura mondiale, nell’arte, nei film ed oggi anche nei videogiochi.
Questo vero e proprio genere di solito comporta delle belle, innocenti ed indifese ragazze che si trovano in terribili situazioni di pericolo, inseguite da un cattivo, un mostro o un alieno e sovente a salvarle giunge il classico eroe di turno.

La raffigurazione di San Giorgio e il drago di Paolo Uccello, c. 1470, un’immagine classica di una damigella in pericolo.

Chiaramente si tratta di uno stereotipo classico che però, negli anni, è stato declinato in un’infinità di generi diversi fra cui quello, un pò particolare, di Art Frahm che individua un genere di pericolo tutto suo e molto particolare, quello cioè che può provenire dalla biancheria intima femminile che, soprattutto negli anni Quaranta e Cinquanta, poteva giocare delle strane sorprese.
Ed eccoci quindi al tema scottante. L’elastico della biancheria intima era davvero così pericolosamente imprevedibile negli anni ’50?
Qui sta infatti il fulcro dell’arte di Art Frahm, nell’imprevedibilità di certi indumenti intimi femminili e nella loro capacità appunto di mettere in pericolo l’intero genere femminile.
Il tema ricorrente della serie Ladies in distress è appunto quello delle mutandine che misteriosamente cadono alle caviglie di queste belle giovani soprattutto – guarda caso – in luoghi pubblici molto affollati..
Al bowling, a spasso il cane, nel cambiare un pneumatico o all’interno di un super mercato provocando il massimo imbarazzo nelle pin-up di Frahm.
I dipinti di Frahm raffigurano donne esclusivamente bianche con facce innocenti, quasi di ceramica, e molto simili a vere e proprie bambole, secondo il genere pin up tanto in voga nella sua contemporaneità.
Gli uomini sono invece costantemente caratterizzati da espressioni a metà fra il sorpreso e l’eccitato.
Le
loro sopracciglia si sollevano come in attesa di ancora di vedere ancora di più e solitamente sono assai lontani dall’intervenire per sanare questa situazione di emergenza.

Questi suoi lavori sono il frutto e lo sviluppo delle sue collaborazioni precedenti con illustrazioni commerciali per aziende quali Quaker Oats e Coppertone, per i quali ha creato la famossissima bambina di 3 anni che indossa il costume da bagno tirato da un cane.

Art Frahm – Coppertome, 1940s

Questo particolare feticcio per le mutandine di Frahm è stato imitato da altri artisti pin-up, come Jay Scott Pike che soprattutto nei suoi lavori per il magazine Girls Love Stories e Secret Stories ne ha ridotto ai minimi termini il vestiario rendendo il tutto ancora più provocante.

Altro artista che ha preso ispirazione dai lavori di Frahm è senz’altro Al Brulé più vicino a certa ritrattistica anni Cinquanta condita sempre da un piccante senso di voyeurismo.

Plexus Magazine, la rivista che disinibisce

Plexus è stata una rivista bimestrale francese realizzata dal 1966 al 1970 con solo 36 numeri all’attivo, ma che in ognuna delle 36 copertine è riuscita a sprigionare un ritmo tipicamente funky, molto vintage style, condito da un erotismo mai urlato ma sempre caldamente ammiccante.
Dalla grafica ai contenuti, era una perfetta rappresentazione cartacea del suo tempo, così tipica da venir definita da tutti The uninhibited magazine, ovvero La rivista disinibita.
Nel 1967 viene anche vietata ai minorenni per il suo contenuto ritenuto pornografico.

Oltre alle sue fantastiche copertine, Plexus era un tesoro di contenuti con articoli che andavano dalla storia alla filosofia, fino alla fantascienza, il tutto sotto il controllo di Jacques Sternberg, l’editore (e letterato) di Plexus.
L
e diverse sezioni erano dedicate all’arte ed alla letteratura erotica con la regolare presenza delle splendide e conturbanti illustrazioni create appositamente da Leonor Fini, personaggio che di per se meriterebbe molto più spazio all’interno della storia dell’illustrazione.
Oltre agli originalissimi contributi della Fini, ad abbellire le pagine di Plexus era sempre sempre un fumetto di Popeye.
Molti dei collaboratori provengono dall’esperienza di un altro magazine, Planète magazine, organo del movimento del realismo magico e pubblicato tra il 1961 e il 1971.
Le figure più importanti del magazine erano Alex Grall, direttore di Plexus per i primi numeri, seguito da Louis Pauwels prima di Jacques Mousseau, ultimo art director della pubblicazione.
L’ultimo nome da ricordare è comunque Pierre Chapelot, direttore artistico della rivista e colui che le ha dato una propria splendida immagine.

Plexus #1, 1966
Plexus, n.16, Settembre 1968
Cover: Wolfgang Hutter
Plexus, n.28, Ottobre 1969
Cover: Gilles Rimbault
Plexus, n.31, Gennaio 1970
Cover: Le Bain turquoise
Plexus, n.23, Aprile 1969
Cover: “My best Friends,” poster Robert Lewis
Plexus, n 26, Luglio 1969
Cover: Roman Cieslewicz
Plexus, n.34, Aprile 1970
Cover: Graham Rogers

Di particolare interesse è il fumetto presente nel numero 30 del  Dicembre 1969 in cui viene presentato il fumetto psichedelico dal titolo Alcohol Tripping ideato sulla base di una storia di Don Mitchell ed illustrato magistralmente da Tito Topin, storico collaboratore della rivista.
Il fumetto è un chiaro esempio di grafica psichedelica in cui Topin sprigiona, a partire da un unico colore un mondo sognante e visionario che rimanda a certi lavori di Guy Peellaert, penso per esempio al suo famoso lavoro per Pravda.

Alcohol Tripping – Tito Topin – Plexus Magazine (1969)

National Police Gazette la rivista ufficiale dei barbieri americani

La National Police Gazette, comunemente chiamata Police Gazette, era una rivista americana edita a partire dal 1845 dall’editore immigrato irlandese Richard K. Fox che con questo progetto editoriale per alcuni è diventato il precursore di tutte le riviste di lifestyle maschile.
Police Gazette aveva cadenza settimanale e riportava notizie di sport, gossip solitamente relativo alle bellezze del periodo, accompagnando il tutto con eleganti foto ancora in bianco e nero.

La rivista è stata fondata da due giornalisti, Enoch E. Camp e George Wilkes, come un classico tabloid fatto di pezzi sulla cronaca destinato ad un pubblico trasversale e generico.
Nel 1866 Wilkes and Camp vendettero Police Gazette a George W. Matsell che resterà direttore fino al 1922.
Apparentemente dedicato a tematiche poliziesche e di criminalità, era in formato tabloid, famoso fin dai primi numeri per le sue incisioni e le fotografie che con il tempo riguardarono sempre più anche spogliarelliste vestite poco o in modo succinto, ballerini di burlesque e prostitute, spesso arrivando a scontrarsi con la censura per problemi di oscenità e buon costume.
Esemplificativo fu, nel settembre del 1942, lo scontro con le poste americane che  ne vietarono la consegna per posta a causa delle sue immagini definite oscene e scabrose.
Per decenni è stato un vero e proprio status symbol, presente come oggetto d’arredo in ogni barbiere delle grandi città americane, letto immancabilmente da tutti gli uomini mentre aspettavano il loro turno.
La National Police Gazette ha goduto il suo periodo di successo soprattutto a cavallo del secolo scorso diminuendo il numero di copie durante la Grande Depressione.
A causa di questa grave crisi, National Police Gazette cessò le pubblicazioni nel 1932 e fu venduta tristemente all’asta per una somma simbolica.
Il 5 settembre 1933, sotto la nuova proprietà della ricca famiglia Donenfelds, il magazine venne affidato alla direzione della signora Merle W. Hersey che cambio format e cadenza passando a due uscite mensili e spostando il target dagli uomini dei barbieri alle giovani ragazze in cerca di svago e leggerezza.
Questi cambiamenti però non furono utili a risollevare le sorti del magazine che cambiò ancora molti proprietari fino al 1935 quando, sotto la proprietà di Harold H. Roswell divenne un mensile.
Nel 1968 l’editore canadese Joseph Azaria ne comprò i diritti e pubblicò ancora fino al 1977.

La National Police Gazette è stata definita dallo storico Howard P. Chudacoff come il magazine della cultura underground degli scapoli d’America e vera e propria pioniera di certa editoria per uomini che oggi riempie gli scaffali delle edicole con titoli quali Maxim, Esquire, GQ etc.
L’uso della grafica era interessante in quanto copriva come reportage alcuni dei fatti importanti del periodo nelle sezioni principali della rivista perciò sport – soprattutto pugilato – cronaca nera e gossip, tutto chiaramente visto da un punto di vista strettamente maschile.

National Police Gazette – incontro di pugilato
National Police Gazette – cronaca nera
National Police Gazette – combattimento dei cani

La presentazione di donne relativamente vestite era una caratteristica tipica nella Police Gazette ma si trattava essenzialmente di braccia nude, caviglie e infiniti décolleté. Per gli standard odierni appare materiale piuttosto innoquo, ma all’epoca si trattava di una vera rivoluzione, in particolare per un settimanale venduto al grande pubblico.
Nel 1880, Police Gazette iniziò una rubrica specifica dal titolo Footlight Favorites in cui veniva dedicata un’intera pagina a illustrazioni di giovani donne attraente e ammiccanti.
Interessante è anche notare come nelle pagine della Police Gazzette fanno la loro comparsa per la prima volta donne in atteggiamenti e comportamenti solitamente riservati agli uomini come fumare, combattere e addirittura indossare pantaloni.
E’ chiaro come 120 anni fa roba del genere fosse scioccante e affascinasse il pubblico.

National Police Gazette – donna con i pantaloni

Uno degli aspetti che più mi piace di National Police Gazette è la testata, così ricca e dettagliata, così vintage nel suo essere lontana dal minimalismo di oggi e pure così attuale se pensiamo alla generale riscoperta del lettering manuale degli ultimi anni.

Rampage è stata una delle riviste per adulti più assurda di sempre

I tabloid erotici vengono spesso considerati materiale buono per la cartapesta con la loro carta scadente e le loro immagini di qualità piuttosto infima.
Molte volte invece, per chi attraverso la carta e l’editoria cerca di scoprire i cambiamenti della società, questi sono proprio i materiale più interessanti perché non mediati e non assoggettati a regole conformiste come invece da sempre sono le riviste ultra patinate.
Rampage è un settimanale cha appartiene a questo mondo, un tabloid per adulti che si definiva “la satira e l’umorismo più popolari di tutti gli Stati Uniti”.

Sono i temi trattati, spesso veramente assurdi, a fare la differenza con altri magazine del settore erotico. Non ci credete? Date un’occhiata a questa copertina del 1973 dove viene presentato uno speciale sull’utilità del sesso anale in relazione al problema del controllo delle nascite.

Rampage 1973

La storia viene poi raccontata all’interno di Rampage in prima persona e già questo rappresenta anche per i libertini anni Settanta, un dettaglio sorprendente perché tende il lettore ad immedesimarsi nel racconto e direi che è tutto dire…
Il lessico utilizzato è al limite dello scurrile e non si risparmiano al lettore particolari di ogni genere..
Questo è un classico esempio del famigerato giornalismo in Rampage sleazy style travestito da giornalismo.
Un aspetto interessante è che risulta impossibile scoprire se qualcuno degli autori delle storie di Rampage, oggettivamente ben scritte, abbia avuto successivamente successo come autore visto che (chiaramente) le firme sono tutte fittizie o con nomi tanto assurdi quanto originali.

Rampage 1973
Rampage 1973 interno
Rampage 1973 interno
Rampage – Cher
Rampage 1973

Sulle pagine di Rampage sono transitate splendide attrici, cantanti e modelle, basti citare la tedesca Alice Arno, Victoria Vetri, Lillian Parker o l’allora giovanissima Cher e sono state raccontati con pezzi di giornalismo in pieno stile gonzo, anche fatti di cronaca nera sempre e comunque con dei riferimenti al sesso ed alle tentazioni..
Un altro aspetto che caratterizza Rampage è la sua totale noncuranza del buon gusto e del politically correct. Questo si nota benissimo con un numero uscito sempre nel 1973 a poche settimane dall’uccisione del presidente John Fitzgerald Kennedy.
La redazione infatti pensò bene di scherzare anche sul cervello del povero Kennedy scomparso, insieme a molti altri, in un mistero mai del tutto chiarito..

Rampage 1966

Facendo un pò di salti nel tempo, vediamo addirittura come in un Rampage datato 1968 si può leggere un dettagliatissimo articolo di consigli su come rubare le mogli di altri uomini e recensioni dei migliori oggetti cuoio per gli amanti del sesso fetish.
Una delle rubriche fisse di Rampage era quella tenuta dal famigerato veggente e Mark Travis dal titolo “I Predict”.
Bellissimo leggere queste previsioni a distanza di così tanti anni e sapendo come sono andate poi le cose.. prendete per esempio quello che scrive Travis nel 1971: Prevedo che le videocassette (quelle giganti appena messe sul mercato per la musica audio al posto dei vinili) diventeranno presto comuni come e più dei dischi fonografici e che queste cassette saranno la forma più comune di intrattenimento nelle case americane“.

Rampage 1968

Il tabloid Rampage, oggi difficilissimo da trovare, viene pubblicato a partire dal 1969 dal coraggioso editore Illinois Informer Publishing ed è stato un progetto editoriale che si è basato sempre sull’esagerazione, sul verosimile e sulla continua sfida al buon costume ed alla censura.
Pieno di donne bellissime, ninfomani assetate di lussuria e, naturalmente, di uomini alla ricerca del vero amore. Il tutto narrato con un gergo unico e originale, con termini inventati e poi entrati nello slang americano per descrivere aspetti del sesso fino allora innominabili.

Fascinus, il libro che raccoglie la grafica di vecchie riviste fetish

Fascinus è il frutto della collaborazione tra due giovani artiste, la fotografa Anaïs Bigard-Bachmann e la regista Ombline Ley.
Tutto è iniziato in una cantina, dove la Ley ha fatto una scoperta assai interessante, una raccolta cioè di riviste fetish risalente agli anni ’70 dimenticate li dai legittimi proprietari per circa quindici anni.
Condividere queste pepite d’oro con l’amica Anaïs ha dato il via al progetto.
Il lavoro è stato sia molto lungo, sia molto difficile visto che la massa delle riviste era ingente.

Queste riviste feticiste combinano serie di fotoromanzi, fotografie e altre immagini e illustrazioni del periodo degli anni Settanta.
Insieme e con grande resistenza, nell’ottobre 2018 le due amiche hanno finalmente rilasciato “Fascinus”, questo bellissimo libro illustrato edito da Kopa presse.

Il volume è acquistabile QUI.

Psychedelic Sex, ovvero quando l’arte psichedelica incontra la sessualità

In una breve stagione d’oro compresa tra il 1967 e il 1972, la rivoluzione sessuale entra in contatto con l’esplorazione di droghe psichedeliche dando il via a quello che in alcuni casi viene definito psychedelic sex. Mentre i baby boomer iniziano a volersi divertire e ballano nudi per le strade, ascoltano musica nuova e sperimentale e disegnano e stampano, gli editori di riviste maschili tentano di ricreare visivamente le meraviglie dell’LSD nelle pagine di nuovi magazine incentrati sul tema sempre più affascinante dell’amore libero.

WHERE IT’S AT MAGAZINE, 1970

Way Out, Groovie, Where It’s At: ogni titolo di queste riviste faceva a gara per essere il più ammiccante per convincere il pubblico che avrebbe offerto il più autentico viaggio sessuale in pieno stile flower power.
Pagine eccessive, piene di grafica strabiliante e corpi esibiti senza censura o pudore.
Al suo apice, l’editoria legata al sesso psichedelico arriva a comprendere poster, tabloid, fumetti e riviste in tutti gli Stati Uniti, ma gli esempi più famosi sono senza ombra di dubbio le riviste patinate della California, paradiso per geni e creativi situato al centro sia della cultura hippie sia della nascente industria del porno americano.
Sono questi ricordi sexy ed inizialmente innocenti quelli su cui è realizzato il libro di oggi del titolo appunto di “Psycehdelic Sex“.


Presentato a sua volta in un formato anticonvenzionale, con un contenitore cartonato in pieno stile psichedelico, il libro porta con se 300 pagine di amore e grafica, eros e stampa fornendo sia uno spaccato storico di un processo appena all’inizi, sia un prodotto davvero interessante e ben confezionato dalla sempre presente Taschen Book.

Fra gli autori del libro, oltre al collezionista Eric Godtland, troviamo Dian Hanson, produttrice di una lunghissima serie di serie di riviste maschili dal 1976 al 2001, tra cui Juggs, Outlaw Biker e Leg Show, prima di diventare Sexy Book Editor proprio di TASCHEN.
Sempre fra gli autori compare Paul Krassner vera e propria leggenda vivente della controcultura americana e internazionale. Già attivo con i Marry Pranksters di Ken Kesey, fondatore del Youth International Party (Yippies) nel 1967 è stato colui che fra i primi, ha dato il via all’esplosione dell’editoria underground realizzando  The Realist, una rivista di critica sociale edita dal 1958 al 1974, che ha portando la rivista People a definirlo “il padre della stampa underground”.

Paul Krassner e Jerry Garcia dei Grateful Dead, 1967

Una vera chicca per gli appassionati del genere e per chi fa ricerca nel campo dell’editoria indipendente.

“Leste” è un magazine in risografia che parla di sesso

Anche nella settimana di Ferragosto, le Edizioni del Frisco, segnalano quanto di meglio esiste e nasce nel panorama editoriale, preferibilmente indipendente, italiano ed internazionale.
Oggi tocca a “Leste“, bellissimo magazine annuale, pubblicato dalla poetessa di Montreal Sara Sutterlin.
Questo ibrido fra magazine e fanzine contiene interviste con donne tutte a tema sesso, intimità, scrittura e arte.
Progettato da Kevin McCaughey dello studio di progettazione grafica Nonporous di Chicago, con il consueto approccio molto controculturale e indipendente rafforzato dalla grinta della stampa risografica che da alle pagine un tono giocoso, sexy e volutamente disordinato.
“Leste” vuole raccontare tutte le storie, esplorare tutte le narrazioni, parlare di tutto il sesso.

La copertina del numero 3 è particolarmente indicativa del tono intimo e diretto di “Leste” con un primo piano di un torace appiattito illuminato sensualmente e privo di ritocchi o abbellimenti.
L’immagine individua una sensualità proprio nelle pieghe della pelle e anche nel modo in cui un corpo si ritrae. Celebra un movimento che è diametralmente opposto alle forme di una ragazza pin-up stereotipata. Dal punto di vista del design, il senso di trasparenza si riflette anche nell’uso dell’involucro di plastica che vuole sottolineare la differenza con i normali sacchetti di carta marrone che da sempre avvolgono i magazine erotici e porno.
“Leste” è quindi un progetto caratterizzato sia dalla schiettezza, sia dal taglio artistico e, riuscendo a unire questi due fattori, propone un prodotto nuovo e interessante.

Un libro ripercorre la storia del nudo nella grafica con 5 esempi particolari

Il corpo umano è una contraddizione, partiamo da questo assunto.
Esso racchiude infatti una moltitudine di elementi e caratteristiche. E’ allo stesso tempo affascinante, grottesco, familiare e inaspettato.
Sebbene gli artisti abbiano usato il corpo umano per la propria arte da per migliaia di anni, il mondo della grafica riesce ancora oggi a scandalizzare e ha provocare con il corpo alcune reazioni inaspettate.
Immagino questo sia stato uno dei punti di partenza per la realizzazione del volume “Head to Toe: Nudity in Graphic Design” di Mirko Ilić e Steven Heller tracciano la storia dei designer che utilizzano il corpo nudo come dispositivo grafico. Il libro documenta centinaia di esempi, dall’ovvio al provocatorio esplorando come la percezione pubblica del corpo nudo si sia evoluta da audace provocazione a efficacissimo strumento di marketing. Heller e Ilić indicano anche cinque usi significativi del corpo nudo nella recente storia della grafica spiegando come è cambiato il modo in cui pensiamo alla nudità e, per estensione, a noi stessi.
1 – Rolling Stone Cover, 1968

“Friends Make Books 2017” il volume dello studio risografico torinese che chiude il 2017 in bellezza

Friends Make Books è uno studio con sede a Torino specializzato nella stampa Risograph.
che ha aperto i battenti nel 2012. Il gruppo di FMB offe molteplici servizi fra qui sviluppare modelli editoriali su piccola scala per l’intero processo: dall’ideazione, alla progettazione, alla stampa e alla rilegatura. Offrono servizi di creazione di libri in edizione limitata, su richiesta, ad artisti, illustratori, piccoli editori, studenti e professionisti, facilitando le persone interessate alla stampa e alle produzioni indipendenti.
Friends Make Books, come viene ben specificato nella loro presentazione, non è  una semplice e anonima copisteria ma un progetto nato dopo anni di esperienza nella stampa risografica.
Riporto le loro parole perché, meglio delle mie, riescono a descrivere quanto sia interessante il loro approccio alla stampa risografica: “La stampa su un Risograph implica la traduzione della tua idea nella lingua della macchina e siamo qui per aiutarti a prendere decisioni“.
La pubblicazione che vi presento oggi è “Friends Make Book 2017”, una sorta di volume riepilogativo e di presentazione della tecnica risografica che chiude il 2017.
Il volume è stato creato sovrapponendo immagini erotiche prese da vintage magazines. Il risultato è una raccolta feticistica che ben evidenzia la particolare magia della stampa in risograph.

“Post-Butt” è il libro che vi mostra come il sedere sia uno strumento di promozione personale

Il libro di Melani de Luca “Post-Butt” è una vera chicca per appassionati del genere. Inizialmente nato come un progetto editoriale mentre Melani stava frequentando il master all’Accademia di design di Eindhoven, ha impegnato la giovane grafica e designer per più di un anno. È un libro che nasce dalla curiosità nata in Melani dopo aver notato “l’onnipresenza di culi su canali diversi; in particolare Instagram e video musicali”. La parte più dura è senz’altro stata quella della ricerca che però ha permesso di scoprire come il bootyfication esista in molti contesti diversi e come riesca ad influenzare l’arte e la società tutta attraverso linguaggi diversissimi tra loro come film, web, danza e clip.
Uno degli aspetti più curiosi e perciò interessanti del suo lavoro sta nell’aver notato che l’immagine con cui si mostrano i fondo schiena è notevolmente cambiata negli ultimi 20 anni. “La fotocamera si è abbassata, i fotogrammi durano più a lungo e il viso è spesso tagliato o addirittura completamente fuori dalla foto”, dice. La ricerca ha seguito una sua teoria propria teoria di fondo che si può riassumere nella teorizzazione definitiva:”l’ascesa del culo nei media non è stata affatto casuale”.
“Le immagini del culo sono incorporate nella nostra cultura e quindi hanno un’enorme influenza sulla nostra società e sul comportamento individuale”, spiega. “Anche se la musica e la danza sono viste principalmente come intrattenimento, hanno una funzione politica indiretta o talvolta diretta. Potremmo pensare che il fenomeno del selfie specifico sul fondo schiena, noto anche come belfie, possa essere assurdo, ma l’analisi della storia recente rende anche questo fenomeno improvvisamente logico. La viralità dei glutei parte dal dominio digitale ma ha ripercussioni nel mondo fisico”.
Dal punto di vista del design e della comunicazione è oramai diffusa l’idea di sfruttare il culo come uno strumento di branding, basti pensare a Jennifer Lopez che ha usato le sue natiche eccezionali già negli anni Novanta per celebrare la sua diversità e addirittura assicurarle con una polizza dedicata. Altre celebrità come Kim Kardashian e Nicki Minaj fanno esattamente la stessa cosa, trasformando il sedere in una zona di empowerment.
Accanto al libro, Melani ha anche creato un’installazione che mostra “ciò che di solito guardiamo in privato sui nostri telefoni” attraverso la creazione di  una serie di cuscini utilizzati per “innescare reazioni, positive o negative”.

Con un’introduzione di Charlotte van Buylaere, specialista di curatori e scrittori nel post-femminismo e nell’arte di Internet.
“Post-Butt” di Melani de Luca è quindi interessante, con la giusta dose d provocatorietà ed una importante cura del dettaglio anche dal punto di vista editoriale.

 

“Free the Nipple” ovvero “Tette libere”

Negli ultimi anni, l’artista francese Tiane Doan Na Champassak è diventato relativamente famoso per la grandiosità della sua collezione di riviste erotiche – nello specifico di quelle tailandesi – e per aver su queste ideato e realizzato un compendio di pubblicazioni che si riferiscono agli anni ’60 e ’70.
La parte però interessante del lavoro di Champassak è che, ad un certo punto, la sua attenzione si è soffermata sugli aspetti relativi alla censura di queste nudità, su cosa, come, quando e perché, questi corpi aggraziati venivano coperti e soprattutto sugli aspetti artistici con cui questa censura veniva posta in essere.

La sua attività di ricerca si appoggia anche alla campagna di sensibilizzazione contro le censure intitolata “Free the Nipple”  iniziata nel 2013 da l’attivista e filmmaker Lina Esco che lotta anche contro le strane censure del web che perpetuano e impongono tabù legati ai capezzoli femminili. Facebook per esempio proibisce graphic content che ritraggono immagini dei capezzoli. Il regolamento di Instagram chiede addirittura ai suoi utenti di “tenersi i vestiti addosso” ma, come sappiamo bene, questa regola sembra essere applicata solo ai capezzoli.

Nei sei volumi quindi vengono mostrati numerosissimi esempi di collage ripresi dalla sua vastissima collezione che conta più di 4000 libri. Questi infiniti esempi di censura vengono presentati in maniera ordinata ed elegante.

Ritagliati dall’immagine originale, mostrano tutto l’inventario con cui si può nascondere un capezzolo: dalle stelline alle note musicali, dalla classica biancheria intima fino ai fiori posizionati perfettamente sul luogo peccaminoso fino ad arrivare a casi ancora più creativi e fantasiosi.

Tutti e sei i volumi sono acquistabili presso la casa editrice RVB Books un editore indipendente dedicato alla progettazione e stampa di libri d’arte molto ricercati e interessanti che, all’interno della sua galleria d’arte, svolge anche un’interessante attività di promozione delle nuove e più originali pratiche editoriali.

Phile Magazine, perché ognuno ha il proprio sesso

Il magazine semestrale “Phile Magazine” è da sempre un magazine particolare, fin dalla scelta dei suoi temi centrali: le sottoculture sessuali, le tendenze e le pratiche dal punto di vista sociologico. Phile mira infatti a comprendere la complessità dei desideri umani, i loro risvolti più intimi e particolari per riuscire a gettar luce su come i membri delle diverse comunità sessuali siano in grado di esplorare e rispondere ai loro impulsi.

Da un’idea di Erin Reznick e Michael Feswick, Phile Magazine ha la propria base tra Berlino, Toronto e New York City, tre città che hanno molto da raccontare in tema di movimenti, atteggiamenti e protagonisti.

Phile si muove per evidenziare la più ampia diversità di prospettive fra le persone. Le storie raccontate riguardano l’approccio alla sessualità ma analizzato da infiniti punti di vista differenti, dalla sessualità, all’identità, dall’etnia alla religione.

Questo primo numero contiene temi quali il porno alimentare coreano (!!!), l’ecosessualità, i modelli dell’industria pornografica gay.