Ne avevo sempre sentito parlare ma, in tutta onestà, non mi ero mai messo davvero a studiare il tema e quindi, in questi giorni tristi di bombe e altre amenità, mi sono chiesto com’era l’Iran prima di Khomeyni e come vivevano i giovani in quella che, al tempo, non era ancora divenuta una teocrazia sanguinaria? 

Ho fatto un po’ di ricerche e ho provato a raccontarlo questo Iran, soprattutto (ovviamente), nel periodo, più caratterizzato da movimenti underground.
Ecco, immaginate dunque la Teheran degli anni Sessanta e Settanta come un caleidoscopio frenetico, una città che si svegliava tra l’odore del caffè francese e il fumo delle sigarette senza filtro. Non era solo una questione di estetica occidentale importata, ma un vero e proprio laboratorio d’avanguardia dove la millenaria tradizione persiana si scontrava frontalmente con il rock psichedelico e l’esistenzialismo, l’esistenzialismo persiano però, non la semplice imitazione di Sartre o Camus, ma una rielaborazione profonda del concetto di alienazione, dove il dramma dell’individuo moderno si intrecciava alla crisi d’identità di un intero popolo, sospeso tra il desiderio di un’emancipazione laica e il richiamo quasi metafisico delle proprie radici spirituali. In quel periodo, l’underground iraniano non era un semplice passatempo, né una moda, ma (come sempre) uno spazio di resistenza culturale situato tra la modernizzazione forzata dello Scià e il conservatorismo religioso che covava sotto la superficie.

Giovani studentesse di fronte all’Università di Teheran, 1971

 

Il battito cardiaco di questa scena era indubbiamente la musica. Mentre le radio trasmettevano pop leggero, nei piccoli club e negli scantinati artisti come Kourosh Yaghmaei sperimentavano con chitarre elettriche distorte e sintetizzatori, creando un genere unico che oggi chiamiamo “Psych-Folk” persiano. Era una musica libertaria perché rompeva gli schemi classici, fondendo il misticismo dei poeti antichi con l’energia ribelle dei Velvet Underground. Questo fermento sonoro era accompagnato da una rivoluzione del costume: le strade di Teheran Nord erano un corridoio di minigonne, capelli lunghi e occhiali scuri, influenzate dal passaggio continuo di giovani occidentali che percorrevano l’Hippy Trail verso l’India, lasciando dietro di sé dischi, idee e una nuova concezione del corpo.
Questa rivoluzione sonora trovò il suo specchio visivo in una grafica acida e profondamente innovativa, capace di tradurre le vibrazioni del sitar elettrico in forme geometriche e colori ipnotici. Il pioniere di questo linguaggio fu indubbiamente Morteza Momayez, il “padre del graphic design iraniano”, che insieme a figure come Farshid Mesghali e Ghobad Shiva, mescolò l’estetica della cartellonistica polacca e il surrealismo europeo con la calligrafia persiana e certa psichedelia californiana. Le loro opere non erano semplici poster, ma visioni lisergiche: i caratteri dell’alfabeto farsi venivano deformati, allungati e fatti “sciogliere” proprio come nei manifesti di San Francisco, creando un ponte visivo tra l’eredità millenaria di Isfahan e l’estetica dei light-show di Londra. Era un design che rifiutava la pulizia del modernismo aziendale per abbracciare un’illustrazione sporca, materica e onirica. Questa facciata di benessere e consumismo sfrenato incarnava perfettamente ciò che Guy Debord definiva la Società dello Spettacolo: un’immagine di modernità prefabbricata dove le relazioni autentiche tra cittadini venivano sostituite da una sfilata di merci e simboli occidentali, spingendo gli artisti underground a cercare un “autentico” persiano che non fosse né merce, né folklore museale.
Questa spinta libertaria trovava la sua espressione più visibile in un’estetica che mescolava il glamour di Hollywood con la psichedelia mediorientale. Non era raro vedere nelle strade di Teheran il contrasto tra i tradizionali chador e una gioventù che sfoggiava stivali platform in vernice, pantaloni a zampa d’elefante e acconciature beehive cotonate, ispirate dalle copertine di riviste come Zan-e Ruz. L’estetica maschile, influenzata dal cinema di genere, oscillava tra il look ‘tough guy’ alla Behrouz Vossoughi — basette lunghe, camicie aperte e catene d’oro — e il dandy intellettuale in velluto a coste. Era una moda che fungeva da manifesto politico: ogni centimetro di pelle scoperta o ogni riga di eyeliner marcato rappresentava una rivendicazione di spazio individuale contro l’omologazione.

Poster di Morteza Momayez

Poster di Morteza Momayez

Poster di Ghobad Shiva

Parallelamente, il cinema e la letteratura vivevano una stagione di cruda onestà che sfidava apertamente la censura della SAVAK, la polizia segreta. In questo contesto, la Teheran degli anni Settanta divenne una manifestazione fisica del Panopticon di Michel Foucault: una società in cui la modernizzazione esteriore e le luci dei boulevard servivano da apparato di sorveglianza, dove l’individuo si sentiva costantemente osservato dal potere monarchico, rendendo l’arte underground l’unico spazio di reale invisibilità e resistenza soggettiva. Il “Nuovo Cinema” iraniano abbandonava i palcoscenici patinati per scendere nel fango delle periferie e dei villaggi, usando la macchina da presa come un bisturi per analizzare le ferite di una società che cambiava troppo in fretta. Figure iconiche come la poetessa Forugh Farrokhzad diventavano il volto di questo underground: con la sua vita privata scandalosa per l’epoca e i suoi versi carichi di desiderio e critica sociale, Forugh incarnava l’anima di una generazione che reclamava il diritto all’autodeterminazione, specialmente per le donne. 
In questo panorama di liberazione, il corpo femminile divenne il campo di battaglia più visibile. Oltre alla già citata Forugh Farrokhzad, la gioventù di Teheran adorava icone come Ramesh, la “pantera” della musica funk iraniana. Con i suoi tagli di capelli cortissimi, le camicie aperte e un’attitudine androgina che oggi definiremmo queer, Ramesh sfidava apertamente i ruoli di genere, diventando l’idolo di chi cercava una libertà che andasse oltre il semplice abito. Accanto a lei brillava Giti Pashaei, l’incarnazione del flower power persiano: spregiudicata, hippy nell’anima e nei costumi, Giti viveva e cantava un amore libero e senza filtri, diventando un simbolo di emancipazione per migliaia di ragazze che vedevano in lei la possibilità di una vita sottratta alle regole del patriarcato. Erano donne che non chiedevano permesso per esistere, bruciando la candela da entrambi i lati in una Teheran che sembrava non voler dormire mai.

Tutta questa libertà aveva però un sapore dolceamaro. Si consumava in luoghi come il Café Naderi, dove gli intellettuali discutevano per ore della Gharbzadegi, ovvero l’ossessione per l’Occidente, cercando disperatamente una terza via che non fosse né l’imitazione servile dell’America, né il ritorno a un passato oscurantista. Il supporto materiale di questo fermento erano riviste e pubblicazioni che rompevano ogni schema accademico. Riviste come Ketab-e Jomeh, curata dal poeta Ahmad Shamlou, o le pubblicazioni del Kanoon (l’Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e dei Giovani Adulti), divennero paradossalmente i luoghi di massima sperimentazione underground. Nonostante il Kanoon fosse un’istituzione parastatale, offrì rifugio e libertà totale a illustratori che usavano il pretesto della letteratura per l’infanzia per creare immagini oscure, simboliche e politicamente cariche.
Le copertine di queste riviste, spesso caratterizzate da contrasti cromatici violenti e tecniche miste di collage e fotomontaggio, erano oggetti di culto: piccoli manifesti anticonformisti che circolavano nelle università, portando l’avanguardia visiva nelle mani di chiunque cercasse una crepa nel sistema.  Quella cultura underground era una bolla di creatività estrema, un’esplosione di vita che cercava di esistere nonostante la repressione politica. Era un Iran notturno, sofisticato e profondamente libero, che viveva ogni notte come se fosse l’ultima, consapevole della fragilità di quell’equilibrio perfetto tra Oriente e Occidente.

In questi giorni di guerra, riscoprire le storie, le immagini, i gusti dei giovani e delle giovani iraniane prima dell’avvento della Teocrazia ha, a sua volta, un gusto dolce amoro che, se da un lato dimostra come in ogni angolo del globo, in ogni periodo storico, le culture ribelli hanno portato sprazzi di felicità e speranza; dall’altro, ci ricorda come i diritti e le libertà non siano mai definitivamente acquisiti e sempre da (ri)conquistare.

Copertina di Zan-e Rooz, numero 303, 16 gennaio 1971

Interno di Zan-e Rooz, numero 303, 16 gennaio 1971

Copertina di Zan-e Rooz, numero 322, 5 giugno 1971

Copertina di Zan-e Rooz, numero 313, 3 aprile 1971