Ne avevo sempre sentito parlare ma, in tutta onestà, non mi ero mai messo davvero a studiare il tema…

Cos’è l’Iran?

Ho provato a raccontarla nel periodo, ovviamente, più caratterizzato da movimenti underground. Ecco, immaginate la Teheran degli anni sessanta e settanta come un caleidoscopio frenetico, una città che si svegliava tra l’odore del caffè francese e il fumo delle sigarette senza filtro dei poeti impegnati. Non era solo una questione di estetica occidentale importata, ma un vero e proprio laboratorio d’avanguardia dove la millenaria tradizione persiana si scontrava frontalmente con il rock psichedelico e l’esistenzialismo. Questo esistenzialismo persiano non era una semplice imitazione di Sartre o Camus, ma una rielaborazione profonda del concetto di alienazione, dove il dramma dell’individuo moderno si intrecciava alla crisi d’identità di un intero popolo, sospeso tra il desiderio di un’emancipazione laica e il richiamo quasi metafisico delle proprie radici spirituali. In quel periodo, l’underground iraniano non era un semplice passatempo di moda, ma uno spazio di resistenza culturale situato tra la modernizzazione forzata dello Scià e il conservatorismo religioso che covava sotto la superficie.

Il battito cardiaco di questa scena era indubbiamente la musica. Mentre le radio trasmettevano pop leggero, nei piccoli club e negli scantinati artisti come Kourosh Yaghmaei sperimentavano con chitarre elettriche distorte e sintetizzatori, creando un genere unico che oggi chiamiamo “Psych-Folk” persiano. Era una musica libertaria perché rompeva gli schemi classici, fondendo il misticismo dei poeti antichi con l’energia ribelle dei Velvet Underground. Questo fermento sonoro era accompagnato da una rivoluzione del costume: le strade di Teheran Nord erano un corridoio di minigonne, capelli lunghi e occhiali scuri, influenzate dal passaggio continuo di giovani occidentali che percorrevano l’Hippy Trail verso l’India, lasciando dietro di sé dischi, idee e una nuova concezione del corpo. Questa rivoluzione sonora trovò il suo specchio visivo in una grafica ‘acida’ e profondamente innovativa, capace di tradurre le vibrazioni del sitar elettrico in forme geometriche e colori ipnotici. Il pioniere di questo linguaggio fu indubbiamente Morteza Momayez, il ‘padre del graphic design iraniano’, che insieme a figure come Farshid Mesghali e Ghobad Shiva, mescolò l’estetica della cartellonistica polacca e il surrealismo europeo con la calligrafia persiana. Le loro opere non erano semplici poster, ma visioni lisergiche: i caratteri dell’alfabeto farsi venivano deformati, allungati e fatti ‘sciogliere’ proprio come nei manifesti di San Francisco, creando un ponte visivo tra l’eredità millenaria di Isfahan e l’estetica dei light-show di Londra. Era un design che rifiutava la pulizia del modernismo aziendale per abbracciare un’illustrazione sporca, materica e onirica. Questa facciata di benessere e consumismo sfrenato incarnava perfettamente ciò che Guy Debord definiva la Società dello Spettacolo: un’immagine di modernità prefabbricata dove le relazioni autentiche tra cittadini venivano sostituite da una sfilata di merci e simboli occidentali, spingendo gli artisti underground a cercare un “autentico” persiano che non fosse né merce né folklore museale. Questa spinta libertaria trovava la sua espressione più visibile in un’estetica che mescolava il glamour di Hollywood con la psichedelia mediorientale. Non era raro vedere nelle strade di Teheran il contrasto tra i tradizionali chador e una gioventù che sfoggiava stivali platform in vernice, pantaloni a zampa d’elefante e acconciature ‘beehive’ cotonate, ispirate dalle copertine di riviste come Zan-e Ruz. L’estetica maschile, influenzata dal cinema di genere, oscillava tra il look ‘tough guy’ alla Behrouz Vossoughi — basette lunghe, camicie aperte e catene d’oro — e il dandy intellettuale in velluto a coste. Era una moda che fungeva da manifesto politico: ogni centimetro di pelle scoperta o ogni riga di eyeliner marcato rappresentava una rivendicazione di spazio individuale contro l’omologazione.

Morteza Momayez
Farshid_Mesghali

Parallelamente, il cinema e la letteratura vivevano una stagione di cruda onestà che sfidava apertamente la censura della SAVAK, la polizia segreta. In questo contesto, la Teheran degli anni ’70 divenne una manifestazione fisica del Panopticon di Michel Foucault: una società in cui la modernizzazione esteriore e le luci dei boulevard servivano da apparato di sorveglianza, dove l’individuo si sentiva costantemente osservato dal potere monarchico, rendendo l’arte underground l’unico spazio di reale invisibilità e resistenza soggettiva. Il “Nuovo Cinema” iraniano abbandonava i palcoscenici patinati per scendere nel fango delle periferie e dei villaggi, usando la macchina da presa come un bisturi per analizzare le ferite di una società che cambiava troppo in fretta. Figure iconiche come la poetessa Forugh Farrokhzad diventavano il volto di questo underground: con la sua vita privata scandalosa per l’epoca e i suoi versi carichi di desiderio e critica sociale, Forugh incarnava l’anima di una generazione che reclamava il diritto all’autodeterminazione, specialmente per le donne.

Tutta questa libertà aveva però un sapore dolceamaro. Si consumava in luoghi come il Café Naderi, dove gli intellettuali discutevano per ore della “Gharbzadegi“, l’ossessione per l’Occidente, cercando disperatamente una terza via che non fosse né l’imitazione servile dell’America né il ritorno a un passato oscurantista. Il supporto materiale di questo fermento erano riviste e pubblicazioni che rompevano ogni schema accademico. Riviste come Ketab-e Jomeh, curata dal poeta Ahmad Shamlou, o le pubblicazioni del Kanoon (l’Istituto per lo Sviluppo Intellettuale dei Bambini e dei Giovani Adulti), divennero paradossalmente i luoghi di massima sperimentazione underground. Nonostante il Kanoon fosse un’istituzione parastatale, offrì rifugio e libertà totale a illustratori che usavano il pretesto della letteratura per l’infanzia per creare immagini oscure, simboliche e politicamente cariche. Le copertine di queste riviste, spesso caratterizzate da contrasti cromatici violenti e tecniche miste di collage e fotomontaggio, erano oggetti di culto: piccoli manifesti anticonformisti che circolavano nelle università, portando l’avanguardia visiva nelle mani di chiunque cercasse una crepa nel sistema.  Quella cultura underground era una bolla di creatività estrema, un’esplosione di vita che cercava di esistere nonostante la repressione politica. Era un Iran notturno, sofisticato e profondamente libero, che viveva ogni notte come se fosse l’ultima, consapevole della fragilità di quell’equilibrio perfetto tra Oriente e Occidente.