Dopo anni passati a studiare, sfogliare e parlare di fanzine, sempre relativamente contrariato di quanto poco se ne parli, almeno in Italia, ecco che finalmente mi trovo a scoprire lo splendido progetto ideato e realizzato da Paolo Palmacci interamente dedicato proprio a questo fenomeno mai abbastanza discusso e approfondito.
Molte sono le testate che hanno deciso di segnalarlo, e di questo ne sono davvero felice, ma sarebbe auspicabile che, molti di quelli che oggi celebrano questo progetto utilissimo di Paolo, siano pronti a tornare con un po’ più di regolarità a parlare di fanzine e autoproduzioni, ma su questo, ad essere davvero sinceri, non ci giurerei…
Detto ciò, a fronte di recensioni e articoli di vario genere, quello che ho pensato fosse corretto, è dare direttamente la parola all’autore e quindi eccovi alcune domande/risposte che ci siamo scambiati giorni fa proprio con Paolo a proposito del suo bellissimo FANZINET.
CIAPO: La mappa visuale FanziNet, con i suoi nodi, collegamenti e grafica essenziale, sembra riflettere un’estetica analogica assai lontana dalla iper-mediazione dei siti web di oggi. È una scelta voluta per riecheggiare lo spirito DIY e low-fi delle fanzine stesse e per tentare di tradurre nel digitale non solo i contenuti, ma anche l’ethos materiale di quegli oggetti?
PAOLO: E’ assolutamente una scelta voluta: come ben ci è stato spiegato dal sociologo McLuhan il “media è sempre il messaggio”. Non esiste alcuna neutralità dei mass media. Scelta, pertanto, effettuata proprio in forza di quel concetto di “poor images” di Hito Steyerl che tu ben conosci ed al quale io mi prendo la licenza (poetica), poiché elemento fondante della mia weltanschauung, di affiancare, a corroborazione, anche quello di “Bello” di Baudelaire. Scrisse, per l’appunto il poeta, che “ciò che non è lievemente difforme ha un’aria insensibile; ne consegue che l’irregolarità, cioè l’inatteso, la sorpresa, lo stupore sono l’elemento essenziale e la peculiarità della bellezza”. Che poi era il concetto basico del punk: il contenuto doveva essere sempre più importante della forma!
C: Nel digitalizzare più di settecento numeri e mappare perlomeno altrettante centinaia di fanzine, quali sono stati gli ostacoli più significativi che hai dovuto superare: la dispersione materiale degli originali, le questioni di diritti, la difficoltà a ricostruire gli indirizzi e i nomi, o le resistenze – talvolta – di chi non vuole essere storicizzato o altro?
P: Certamente la dispersione materiale delle copie. Dopo 40, in diversi casi anche 50 anni, andare a recuperare fanzine prodotte spesso in tirature decisamente limitate è stata ed è certamente impresa piuttosto ardua. Per fortuna l’eco che è stata data al mio progetto da parte di siti web e riviste sensibili alle tematiche dell’autoproduzione (DIY), del recupero della memoria come fattiva azione di resistenza, dei media e dei “cultural studies” in senso ampio, mi ha permesso di raggiungere moltissime persone e di poter essere, di conseguenza, contattato. E’ evidente che il mio progetto ha bisogno del contributo di chiunque ha possibilità e piacere di fornirlo. Fortunatamente, ho potuto avere importanti conferimenti di informazioni e di materiale che sono andati ad implementare in modo decisivo questa mia “mappatura”.
Nel corso della mia ricerca mi è capitato diverse volte di non riuscire a risalire alle persone dietro ad alcune autoproduzioni quindi tantomeno di riuscire a contattarle. La questione dei diritti è certamente tema molto complicato da affrontare brevemente quindi mi limito a ripetere quello che ho scritto come “disclaimer” nel post di presentazione della mia mappa ovvero che queste pubblicazioni furono create per puro spirito di piacere di condivisione ed io le ripubblico in aderenza a quello spirito originario. Chiunque ritenga di poter vantare diritti sul materiale da me pubblicato e che non si riconosca più nel suddetto spirito può contattarmi e richiedere la rimozione dei contenuti a loro attribuibili. Allo stesso modo può contattarmi chiunque non abbia piacere anche semplicemente di comparire in questa mia ricerca.
C: Quali criteri hai utilizzato per delimitare temporalmente il progetto agli anni ’80, considerando le evoluzioni del punk verso generi come l’hardcore, la new wave e l’industrial, e hai notato transizioni significative nelle fanzine che si spingono oltre quel decennio?
P: Per la delimitazione temporale mi sono basato, come punto di inizio, sull’esplosione della subcultura punk nella Londra del 1976 e come fine quella degli anni ’80, perché, secondo me, la spinta propulsiva della rivoluzione punk si era comunque esaurita già alla metà del decennio per poi spegnersi definitivamente (vedasi il collasso della scena hardcore punk nel 1987) nei suoi ultimi anni. Storicamente la caduta del Muro di Berlino riassume, per forza di cose, la fine di un’epoca, con tutto quello che ne è conseguito. Per forza di inerzia qualche fanzine ha continuato le sue pubblicazioni negli anni ’90, ma certamente lo scenario storico, sociale e, quindi, culturale, era del tutto mutato.
C: Puoi descrivere il processo di ricerca e archiviazione dei numeri originali, inclusi eventuali collaboratori o contributi esterni, e quali sfide hai affrontato nel digitalizzare materiali fragili come collage fatti a mano, macchine da scrivere e fotocopie?
P: Negli anni 80 sono stato una delle milioni di vittime di quella pandemia subculturale scaturita dalla diffusione del virus “Punk-77”. Già nel 1981 creai la mia prima band (i Negative Existence, primo gruppo punk della città di Latina) ed ho poi sviluppato lungo tutto il decennio ulteriori progetti sonori e concettuali (No Existence, The Bathroom Flowers e Hard Score Rage). Alla luce di ciò so che può sembrare strano, ma il mio essere geograficamente ai margini della stessa scena alla quale appartenevo assieme ad un mio individualismo esasperato (salvifico sotto altri aspetti), non mi hanno fatto divenire un fruitore di fanzine quindi tantomento un collezionista. Questa mia “mappatura” è partita, di conseguenza, da pochissimi elementi e altrettanto scarsissimo materiale in mio possesso. La ricerca (un progetto molto più ampio e non esclusivamente limitato alle fanzine, che ne sono solo un aspetto) l’ho condotta principalmente (da buon boomer) andando a scovare gli altri boomer sul social dove, notoriamente, sono tutti annidati: Facebook. L’ho condotta in solitaria, senza collaboratori o contributi esterni, fino a pochissime settimane fa quando componenti dell’ex sito “sonicreducer.it”, come Fabrizio Barile (lui si, uno dei maggiori collezionisti di fanzine in Italia), mi hanno offerto un contributo in pianta stabile. Chiaramente c’è materiale che ho dovuto trattare con assoluta precauzione per la sua intrinseca fragilità.
C: Hai notato contenuti tematici più ricorrenti nelle fanzine scansionate come, solo per fare esempi, critiche al consumismo, influenze politiche anarchiche o rappresentazioni di genere e identità?
P: I temi più ricorrenti, soprattutto nelle punkzine, sono certamente le posizioni politiche che fanno riferimento all’anarchia, all’antimilitarismo e al pacifismo, le critiche senza quartiere al consumismo ed al capitalismo ma anche l’antispecismo e l’antinuclearismo. In genere, diffuse praticamente nella quasi totalità delle autoproduzioni, si possono facilmente rilevare influenze stilistiche e concettuali delle avanguardie dell’inizio del secolo scorso soprattutto il dadaismo nonché, a piene mani, quelle del situazionismo e del culture jamming.
C: Nel realizzare il tuo progetto, sono emersi “capoluoghi” inattesi della produzione fanzinara al di fuori dei consueti centri metropolitani quali Roma, Milano e Bologna?
P: I grandi centri urbani con le scene più vive sono stati quelli del centro nord (Milano, Torino, Bologna e Firenze) con il “caso Pordenone” che conobbe una scena davvero molto particolare, assolutamente sui generis (quella del The Great Complotto). Roma non si può affatto annoverare per importanza tra queste appena citate. Il luogo di produzione fanzinara che più colpisce di primo acchito, scorrendo la mia mappa grafica interattiva, è forse Rionero in Volture, piccolo paese della provincia di Potenza, che, nonostante la sua collocazione geografica non certamente “comoda”, è stata capace di produrre due ottime fanzine come Fermenti d’Avanguardia e Fuochi Sotterranei.

Musique Mecanique, Pordenone, 1980
C: Uno degli aspetti affascinanti del progetto FanziNet è che segue le pubblicazioni, ma mi chiedo se nel tuo lavoro sei riuscito anche a ricostruire biografie collettive o percorsi individuali significativi che ti va di segnalarci?
P: La mia mappa interattiva è una ricostruzione di quella che è stata una vera e propria capillarissima rete analogica quindi, quando si clicca sul nome di una fanzine, si apre la relativa pagina in cui, oltre a rendere disponibili gratuitamente in formato pdf ed in versione integrale i numeri che sono riuscito a recuperare, aggiungo tutte le informazioni in mio possesso comprese le relazioni/collaborazioni con altri creatori e/o altre pubblicazioni. In questo modo credo di rendere abbastanza possibile una ricostruzione interattiva sia dei percorsi individuali che di “biografie collettive”. Essendo io stesso appartenuto all’underground più profondo e oscuro degli anni ’80, la mia ottica è assolutamente quella, ovvero “dal basso”. Ciò che mi preme mettere in risalto è l’importanza di ogni singola autoproduzione (soprattutto quelle più misconosciute) perché senza la loro esistenza, senza questa sorta di ‘plancton’, nulla sarebbe potuto infine emergere.
C: “Sfogliando” le zine emergono linguaggi ed estetiche visive molto diverse fra loro, dal collage feroce in stile artcore alla dattiloscrittura minimale. Ti chiedo, quali aspetti o soluzioni grafiche ti hanno colpito di più? E quali sono gli aspetti che emergono come differenze (estetiche) rispetto ai modelli angloamericani da cui pure queste fanzine dichiarano di partire?
P: In base al mio gusto estetico (quello che, ovviamente, mi ha sempre guidato nelle mie creazioni) le soluzioni grafiche che mi colpiscono di più non possono che essere quelle dada ma anche il détournement situazionista e i primissimi accenni di adbusting che, grazie alla nascita del movimento del culture jamming alla metà degli anni ’80, cominciarono, da quel momento, a comparire un po’ dovunque nelle produzioni DIY. Credo che, dopo un periodo iniziale esteticamente e contenutisticamente piuttosto pedissequo, le fanzine italiane si siano molto ben caratterizzate e quindi siano state fedele espressione di una situazione sociopolitica e culturale certamente molto diversa da quella inglese e americana.
C: Guardando al futuro, come immagini l’evoluzione di “FanziNet” – ad esempio, espandendosi a fanzine di altri decenni o generi, o integrando elementi interattivi moderni o altro?
P: “FanziNet” come ho accennato è solo un aspetto, ineludibile certamente, ma altresì solo uno del mio progetto complessivo che ho battezzato, ormai circa tre anni fa, come “Capit Mundi?”. Si tratta in definitiva di una ricostruzione storica in ottica culturale e sociologica di un percorso che, negli anni ’80, che mi ha accomunato a milioni di adolescenti sparsi su tutto il pianeta. Un percorso che muoveva dal punk, dalla voglia di usare la propria testa (quindi ecco il perché più profondo del DIY), dal desiderio di libertà e di un mondo migliore a partire in primis da noi stessi. Una ricostruzione di cui ho sentito l’estremo bisogno per tentare di capire come e perché siamo giunti oggi in questo raggelante Zeitgeist, in una fase storica nella quale stiamo gettando al vento conquiste di diritti costate lotte di anni e purtroppo anche vite. E, considerato che non è la prima volta che ciò accade, per provare a pensare, infine, se ancora una volta siamo “condannati a ripetere la storia”. Il prossimo step sarà l’uscita di un vinile compilation dal titolo “No Capitulation” che conto di presentare all’interno di Eufonica – Salone della Musica e delle Sue Professioni che si terrà a Bologna dal 15 al 17 maggio. Si tratta della summa artistico/concettuale di tutto il progetto “Capit Mundi?” sin qui.
L’anno scorso mi ha contattato una ragazza che, avendo letto della mia mappatura delle fanzine, mi ha scritto di avere materiale che certamente sarebbe stato di mio interesse. Quando ci siamo incontrati mi ha lasciato un borsone con dentro fanzine e demotape riportanti nomi che davvero mai avevo sentito: Punkiderma, Jim Secjelagotch, Miss Antropussy, Tom Binou and the Ratlickers, TCYTUAH, Sonic Barabba, M’INCUL POP, Noir Honey… Alla mia domanda circa la provenienza di quel materiale lei, prima di congedarsi, ha beffardamente replicato con un “Forse da un’altra dimensione…”.
Le mie successive analisi su quel materiale mi hanno confermato il suo essere assolutamente mai stato catalogato, per cui ho provveduto a restaurarlo e renderlo disponibile per questa pubblicazione. “No Capitulation” uscirà in allegato ad una fanzine (anch’essa rinvenuta nel borsone di Karen) che avendo un titolo indecifrabile ho, infine, deciso di chiamare Capitzine?.

Fermenti d’Avanguardia, Rionero in Vulture (PZ), 1987

Amen, Milano, 1983
C: Se dovessi indicare due sole fanzine “preferite”, non in termini affettivi, ma di originalità formale (una) e contenutistica (l’altra), quale sceglieresti, e perché?
P: Per originalità formale e al contempo anche contenutistica probabilmente posso riassumere la risposta alla domanda con una sola pubblicazione: Amen di Angela Valcavi. Però ci tengo a sottolineare di nuovo come, al di là delle pubblicazioni che ebbero più riscontro e/o furono le più iconiche, a me stupisce, per dirla con Baudelaire, ed incanta la difformità, l’irregolarità di ogni singola autoproduzione di quegli anni. Testimonianze di quella che, parafrasando il filosofo Pierre Lévy, definisco “creatività collettiva” resa possibile proprio da questa incredibile (se la guardiamo dall’avverato villaggio globale di oggi!) rete analogica delle fanzine.
C: Infine, come presenteresti non tanto il progetto, ma l’ecosistema di relazioni che vi è alla base e che ha prodotto tutta questa ingente mole di idee, valori, contenuti e – più in generale – socialità diffusa?
P: Lo presenterei con il concetto tanto essenziale quanto vitale di umanità accompagnato da quello del poeta e attivista americano John Sinclair che, in tempi non sospetti, asserì testualmente che “la carta stampata è il media che ci unisce”. Lo presenterei in assoluta antitesi a quello delle reti digitali e quindi smaterializzate (controllate ormai sempre più totalmente dalla AI) che per paralleli, ma spesso convergenti, interessi politici ed economici hanno l’obiettivo di separarci (porre in atto un vero e proprio digital “divide et impera”), polarizzarci per azzerare il nostro spirito critico.
Lo presenterei con il nome di Davide e tiferei sfacciatamente per la sua fionda analogica!
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LINK UTILI
Capit Mundi? (Homepage?)
Mappa Grafica Interattiva (FanziNet)
Elenco Alfabetico delle Fanzine (FanziNet)
Capit Mundi? (Capit Blog?)
Eufonica – Prima Comunicazione Programma
Discogs (Paolo Palmacci)
Articolo su pubblicazione No Existence “The Bathos” (dopo 40 anni dalla sua uscita) da parte dell’etichetta finlandese Bestial Burst
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