Continuiamo il nostro viaggio nel mondo assurdamente folle del fotoromanzo andando a scoprire uno dei titoli meno conosciuti ma non per questo interessanti, anzi…
Come sempre vi invitiamo a partecipare alla CALL per il nostro progetto FOTOSHOCK speciale DROGA di cui trovate tutto al termine dell’articolo.


IL CONTESTO: L’ITALIA TRA RIVOLUZIONE SESSUALE E BOOM EDITORIALE
Settembre 1969. L’Italia è un paese che ha appena concluso il miracolo economico e si affaccia a un decennio di profonde trasformazioni sociali e culturali. La cosiddetta rivoluzione sessuale sta scardinando tabù secolari, e l’editoria popolare cavalca l’onda con pubblicazioni che esplorano territori fino a quel momento inesplorati. In questo clima di fermento nasce Cinesex, una rivista che la ricerca accademica definisce “oggetto peculiare nella stampa maschile del periodo”.
La testata si presenta come “Rassegna internazionale di fotofilm e attualità cinematografica”, ma la sua vera natura è molto più complessa e affascinante visto che si colloca in un territorio di confine, a metà strada tra il cinema popolare e le riviste per adulti, in bilico tra il desiderio di raccontare storie e quello di mostrare corpi.
Per comprendere Cinesex bisogna fare un passo indietro.
Il cineromanzo classico nasce nel dicembre 1950 con la rivista Super Cinema, come evoluzione del fotoromanzo, già allora un prodotto di largo consumo considerato merce scadente, lettura di bassa lega come le definì il regista Gianni Amelio. I cineromanzi erano storie tratte da film, raccontate attraverso fotogrammi in bianco e nero, accompagnati da didascalie e dialoghi. Il loro pubblico era prevalentemente femminile, composto da cameriere e casalinghe, e la loro vita era breve: si leggevano, si passavano di mano, e spesso finivano per incartare le uova al mercato.
Tuttavia, nella seconda metà degli anni Sessanta, la formula entra in crisi. Il cinema stesso si sta trasformando, e l’arrivo del sesso sugli schermi italiani – complice la progressiva liberalizzazione dei contenuti – crea le condizioni per una rinascita.
Il cineromanzo erotico rappresenta una rifunzionalizzazione in senso erotico di contenuti, rappresentazioni e forme culturali già esistenti. Non è un caso che questa nuova vita post mortem del cineromanzo coincida con l’enorme successo della pubblicistica maschile, che crea il mercato ideale per questo prodotto ibrido. Nel giro di pochi anni, accanto a Cinesex, nasceranno testate come Cinestop, Gong!, Genius, Erosfilm e Sexirama.

Dalle Pose Statiche al Dinamismo della Celluloide
Cinesex stravolge l’estetica del cineromanzo tradizionale: se il fotoromanzo classico tendeva a eludere il cuore dell’azione, il nuovo fotofilm sfrutta le scene che descrivono azioni in corso, accompagnandole con didascalie che ne chiariscono il senso. Le pose degli attori diventano meno statiche, le inquadrature più dinamiche, a scapito talvolta della pulizia formale dell’immagine. Questa ricerca di movimento – che tradisce la filiazione diretta dal cinema – è una delle caratteristiche che distingue il cineromanzo dal fotoromanzo, definito quasi per assurdo come “un fotoromanzo che non è mai stato girato in quanto tale”.
Ma la vera rivoluzione di Cinesex sta nella sua politica editoriale. La rivista adatta sulle proprie pagine film erotici o filo-erotici coevi, ma lo fa con una particolare “riduzione” che ne stravolge il senso. La selezione delle scene non segue più la logica narrativa, ma un principio esclusivamente visivo: vengono eliminate tutte le sotto-trame e gli elementi giudicati accessori, che non offrono la possibilità di mostrare lembi di pelle femminile. Un esempio illuminante: nel primo numero, dedicato al film Brucia ragazzo brucia di Fernando Di Leo, viene completamente omessa la sotto-trama dei due bambini, che nel film aveva una funzione speculare rispetto alle vicende degli adulti. Una scena apparentemente innocua come il pasto di una turista svizzera, su cui il regista indugia con intenti probabilmente sarcastici, viene ridotta alla sola sequenza di sesso con il protagonista. Il messaggio è chiaro: il corpo femminile è il vero protagonista, e tutto il resto è superfluo.

Anche il linguaggio subisce una trasformazione radicale: nel cineromanzo classico, le didascalie servivano a “disambiguare” i film, a mediare aspetti che potevano risultare spinosi per il lettore popolare. In Cinesex, invece, la funzione è completamente diversa: le didascalie rendono esplicito ciò che nel film è appena sfumato, ma non per chiarire la trama, bensì per semplificare i contenuti e ridurre ogni distrazione da ciò che deve rappresentare il punto focale: i nudi femminili.
Il risultato è un linguaggio ibrido, quasi grottesco dove, da un lato, la rivista cerca di mantenere un registro “alto”, mutuato dalla letteratura rosa, con didascalie che parlano di “tremiti” e “spasimi” per descrivere le sensazioni legate al rapporto sessuale, mentre, dall’altro, questo tentativo di elevazione culturale viene continuamente smentito dall’evidenza delle immagini, che spingono ben oltre i confini del soft-core.
Curiosamente, nonostante la natura esplicita dei contenuti, le fotografie di Cinesex e delle sue testate gemelle erano rigorosamente in bianco e nero, una scelta che le distingue dalle riviste patinate a colori dell’epoca e che conferisce loro un’atmosfera quasi noir, un’estetica del proibito che forse, paradossalmente, accresce il fascino delle immagini.

LE DIVE DEL FOTOFILM
Le pagine di Cinesex sono popolate da attrici che hanno fatto sognare il pubblico dell’epoca: Rosalba Neri, Rita Calderoni, Edwige Fenech, Cristina Airoldi, Sylva Coscina, Femi Benussi. Corpi caldi e surreali, chiamati a impersonare vampire assatanate, femmine lussuriose, personaggi sempre al limite, paragonabili a quelli dei fumetti neri dell’epoca.

Ma il fascino di Cinesex non si esaurisce nel fotofilm centrale, che occupa generalmente una sessantina di pagine sulle ottantatré totali. Il magazine si presenta come un vero e proprio contenitore di erotismo, con un corredo di servizi e rubriche che caratterizzano la tipica pubblicazione sexy di fine anni Sessanta: articoli di attualità e notizie “piccanti” dal mondo, novelle ad alto tasso di sensualità, l’immancabile angolo della posta dei lettori, sommerso di quesiti sul sesso e di veri e propri sfoghi di esibizionismo verbale, una sezione di annunci personali dove si cercano e si offrono le più svariate “combinazioni” sessuali e una rubrica di fotografie amatoriali, con tanto di commenti maliziosi degli esibizionisti di turno.

UN ANEDDOTO: LA FANTOMATICA LILY FHON
Tra le rubriche ricorrenti della rivista, una delle più riconoscibili era Cinestop Anteprima, firmata dalla misteriosa Lily Fhon, nome che compare anche su altre pubblicazioni riconducibili allo stesso circuito editoriale. Tutto lascia pensare che si trattasse di uno pseudonimo collettivo o comunque di un’identità costruita ad arte, più che di una persona realmente identificabile. Del resto, nell’editoria erotica popolare degli anni Settanta e Ottanta il ricorso a firme fittizie era una pratica consolidata: serviva a proteggere gli autori, a moltiplicare artificialmente il numero delle collaborazioni e, soprattutto, a costruire un immaginario fatto di figure elusive, seducenti e apparentemente irraggiungibili. In questo senso, anche Lily Fhon funzionava come un vero e proprio dispositivo narrativo. La sua presenza ricorrente contribuiva ad alimentare quell’atmosfera di segretezza, ambiguità e trasgressione che costituiva parte integrante dell’identità di Cinesex, trasformando una semplice firma redazionale in un elemento della finzione editoriale attraverso cui la rivista costruiva il proprio universo simbolico.
Prima di Cinesex, il fotoromanzo e il cineromanzo vivevano in una “metasfera” nella quale, come scrisse il critico Arturo Carlo Quintavalle, si proponeva “l’immagine di quella che si vorrebbe fosse la vita reale”, un’immagine funzionale alla repressione borghese. Il matrimonio era il fine ultimo delle storie d’amore, e i modelli di comportamento erano rigidamente codificati. Allo stesso tempo, l’Italia degli anni Sessanta aveva sviluppato una ricca tradizione di fumetti neri – Killing, Diabolik, Kriminal, Satanik – che esploravano territori di violenza e trasgressione. Cinesexe le sue consorelle raccolgono questa eredità, mescolando l’estetica del fumetto nero con l’esplicitezza erotica del cinema di genere italiano.
Cinesex pubblica dal settembre 1969 fino al 1974. La sua parabola è breve, ma intensa. Nel giro di pochi anni, il panorama editoriale si satura: la formula del fotofilm erotico, pur avendo risvegliato un mercato in declino, è già avviata alla saturazione.
La pubblicazione segna il passaggio da un erotismo soft, ancora legato al cinema di genere, a un’esplicitezza sempre maggiore che troverà il suo apice in pubblicazioni come Supersex, che affronteremo nella prossima puntata, dove l’elemento narrativo diventa un pretesto per scene di sesso sempre più spinte. Cinesex rappresenta, in questo senso, l’anello di congiunzione tra il cinema di genere italiano e l’esplosione del porno hard degli anni Settanta.

Come osserva Giovanna Maina nel suo studio Corpi che si sfogliano, Cinesex è stata a lungo relegata a mera testimonianza della “decadenza fisiologica” dell’editoria cinematografica popolare, considerata di limitata rilevanza sociale. Eppure, proprio la sua posizione ibrida – in bilico fra schermo e riviste per adulti – pone problemi complessi e suscita riflessioni non banali.
La rivista è un esempio perfetto di ciò che i teorici dei media chiamano “bracconaggio artigianale”: la creazione a getto continuo di prodotti sempre nuovi, inesorabilmente simili tra loro, attraverso la rifunzionalizzazione di contenuti esistenti. Nel caso di Cinesex, la materia prima è il cinema erotico italiano di inizio anni Settanta, ma il prodotto finale è qualcosa di completamente diverso, un oggetto che risponde a logiche editoriali e a desideri che vanno oltre il semplice consumo cinematografico.
Oggi, a distanza di cinquant’anni, Cinesex appare come un prezioso documento storico: non solo per la sua iconografia, che cattura un immaginario erotico ormai scomparso, ma anche per il suo linguaggio, le sue rubriche, il suo modo di parlare di sesso e di relazioni. È uno specchio di un’Italia che stava cambiando, e che attraverso queste pagine – spesso rozze, grottesche, ma sempre affascinanti – cercava di raccontare la propria rivoluzione sessuale.
La riscoperta di questo universo editoriale ha trovato recentemente un riflesso anche nella fiction contemporanea, a testimonianza della persistenza di questo immaginario nella memoria collettiva.
Cinesex non è stata solo una rivista erotica, ma un laboratorio di sperimentazione visiva e narrativa, un crocevia tra cinema, fumetto e pornografia, un fenomeno culturale che ha saputo intercettare i desideri e le ansie di un’Italia in trasformazione. La sua importanza storica non risiede tanto nella qualità artistica dei suoi contenuti – spesso discutibile – quanto nella sua capacità di essere, al tempo stesso, prodotto e specchio del proprio tempo. Le sue pagine, oggi, ci parlano di un paese che cercava di raccontarsi attraverso il sesso, e che in questo tentativo trovava una delle sue espressioni più autentiche e, forse, più inconsapevolmente rivelatrici.


Il fotoromanzo non è morto, è nascosto e adesso si sveglia con una gran voglia di tornare a sorprendere. FOTOSHOCKla call aperta lanciata da Edizioni del Frisco e Fantasma Distro — è esattamente la continuazione di quel cortocircuito che Killing aveva innescato negli anni Sessanta: prendere un linguaggio popolare, caricarlo di tensione, di eccesso, di ironia feroce, e restituirlo al mondo trasformato in qualcosa che il mondo non si aspetta.
Il tema del primo numero è la Droga perché il fotoromanzo e la droga condividono la stessa logica: alterano la percezione del reale, producono dipendenza, e vengono proibiti da chi ha paura di ciò che mostrano.
Hai tempo fino al 27 settembre. Tutto quello che ti serve — istruzioni, modulo di partecipazione — lo trovi QUA.