Per chi, come me, studia la storia e le estetiche della cultura underground, la valorizzazione di tutto quel materiale che solitamente viene considerato marginale – se non (ahimè) addirittura di scarso valore – deve essere considerata un’opera da spiegare, difendere, promuovere.
Uno dei casi che più mi piace far conoscere rimanda non solo a un “collettivo” di artiste e illustratrici che da anni lavorano sviluppando ognuna la propria estetica personale, ma soprattutto ad un gruppo di amiche che portano sempre quello scompiglio sano e imprevedibile che considero un aspetto davvero non secondario nel mondo dell’arte. Sto parlando de Le Vanvere e del loro progetto di biblioteca itinerante di sketchbook.
Ma di cosa stiamo parlando davvero, quando scriviamo sketchbook? Forse è meglio allora fare qualche passo indietro…
La genesi dello sketchbook affonda le sue radici in una stratificazione storica che precede di secoli l’attuale feticismo editoriale fatto di prodotti sempre più orientati al libro d’artista, oggetti complessi, spesso sofisticatissimi, quasi totemici nel loro valore di feticci da collezionare.
Con il tempo e con non poca fatica, riesce a conquistarsi – forse ancora non del tutto – la dignità di “linguaggio autonomo”, e non solamente uno spazio liminale di transizione, un qualcosa di esclusivamente preparatorio e quindi utile solo “in funzione di qualcos’altro”.
Etimologicamente, il termine fonde il sostantivo sketch — dal latino schedius, ovvero ciò che è fatto senza preparazione — con l’idea fisica del volume rilegato (book).
Storicamente, l’oggetto rimanda al taccuino di bottega rinascimentale, il libro dei disegni dove gli apprendisti copiavano i maestri e dove i maestri stessi accumulavano frammenti anatomici, intuizioni prospettiche e dettagli architettonici destinati a confluire, solo in un secondo momento, nella stabilità pseudo-definitiva dell’affresco o della tela.
In questa che mi piace definire “archeologia del fare artistico”, lo sketchbook rappresenta l’equivalente dell’officina, il luogo cioè in cui l’opera si trova ancora in uno stato fluido, instabile, vivo.
Venendo più ai nostri tempi, tuttavia, questo archetipo ha subìto una torsione radicale soprattutto grazie alla nascita delle avanguardie prima, e delle culture underground poi, quando lo sketchbook si è progressivamente svincolato dalla sua funzione subalterno di studio preparatorio, per rivendicare un ruolo e una dignità propri, diventando uno degli esempi più chiari di una contro-narrazione visiva fatta di spontaneità a volte cruda, ma sempre rigorosamente non filtrata e diretta; in una parola: vera.

Sketchbook a tema “WHAT A FEELING!”, 2022

Sketchbook a tema “WHAT A FEELING!”, 2022

Sketchbook a tema “WHAT A FEELING!”, 2022

Sketchbook a tema “WHAT A FEELING!”, 2022

Sketchbook a tema “WHAT A FEELING!”, 2022
È in questo solco concettuale che incontriamo il progetto del collettivo Le Vanvere, che a partire dal biennio a cavallo tra il 2021 e il 2022 ha attivato un progetto che loro stesse definiscono “biblioteca itinerante degli sketchbook”.
Attraverso una chiamata aperta lanciata sulle piattaforme digitali, il collettivo seleziona ciclicamente trenta artisti – ma anche ragazzi delle scuole primarie e secondarie – inviando loro un quaderno bianco con l’unico vincolo di abitarlo e restituirlo solo una volta che è stato “vissuto”.
A volte lasciando completa libertà creativa, altre inserendo il progetto in percorsi partecipati con indicazioni tematiche (Raccontami nel 2023, Multiverso nel 2024, etc.), il progetto ha il grande merito di svelare l’unicità di quelli che molti definiscono “taccuini d’artista”.
Sebbene esistano illustri e storici precedenti simili – penso all’esperienza internazionale della Sketchbook Project di Brooklyn che ha però chiuso i battenti nel maggio del 2023 dopo ben 17 anni di attività, o alle collezioni museali dedicate al taccuino d’autore come la collezione Taccuini d’Autore di Fondazione Moleskine, la specificità del progetto de Le Vanvere risiede nella natura comunitaria, tematica e soprattutto de-professionalizzante dell’operazione.
Non si tratta di una “semplice” operazione di accumulo documentale, né di una vetrina per virtuosismi tecnici; il progetto si configura invece come un dispositivo di indagine sociologica ed estetica che, muovendosi dalle vette della grafica professionale sino al candore del segno infantile, mette in crisi la gerarchia del valore artistico istituzionale per concentrarsi sul processo puro del creare.
La quantità complessiva di questo archivio visivo, che oggi supera i cento quaderni, smette di essere un mero dato numerico e diventa una costellazione di manufatti che, visti nel loro insieme, offrono una radiografia profonda delle urgenze espressive, dei tic visivi e delle nevrosi latenti della nostra epoca.
Il cuore teorico della proposta de Le Vanvere risiede – almeno ai miei occhi, ma so già che loro mi contesteranno la pretenziosità di ciò che sto per dire – nella deliberata e sistematica glorificazione dell’istinto e di quel flusso creativo liberatorio che lo accompagna.
Ne parlo spesso, ma credo sia interessante sottolineare come viviamo in un’era geologica e culturale dominata dall’estetica della pulizia digitale e dalla precisione algoritmica, in cui i software di grafica e le intelligenze artificiali generative propongono immagini prive di spigoli, lisce e luminose, istantaneamente consumabili e sterilizzate da qualsiasi traccia di esitazione, dubbio, ripensamento.
Lo sketchbook si oppone frontalmente a questa visione, imponendosi come uno degli ultimi baluardi del disegno istintivo, uno spazio – tutto orgogliosamente fisico – in cui la cancellatura non elimina ma stratifica, e dove la macchia o la linea interrotta diventano elementi fondamentali e non sbagli da nascondere. Nello sketchbook si supera quindi quella deriva oramai dilagante che vede nella fase della post produzione l’allineamento dell’estetica personale all’estetica generale. QUello smussare gli angoli che Nicolas Bourriaud ha ben descritto nel suo Postproduction. Come l’arte riprogramma il mondo.

Sketchbook Classe IV A E III G del Liceo Artistico Virgilio di Empoli, 2025

Sketchbook Classe IV A E III G del Liceo Artistico Virgilio di Empoli, 2025
Anche la scelta di portare i quaderni all’interno della scuola dell’infanzia significa compiere un atto politico di resistenza pedagogica perché noi tutti siamo stati educati alla rincorsa di un canone estetico precostituito e non alla scoperta del disegno imperfetto.
In un tale contesto, che spinge costantemente verso una frustrante e inarrivabile idea di perfezione formale, il laboratorio sullo sketchbook protegge e rivendica il diritto al gesto indeciso, all’anomalia, allo sbandamento creativo, intesi in questo caso come forze propulsive di autenticità espressiva.
Questa attitudine emana lo stesso odore di molte delle logiche della cultura underground dove la risposta non va ricercata nell’estetica superficiale, ma nell’attitudine etica e operativa all’espressione libera e de-conidizionata.
Sì, questo progetto appartiene intimamente alla cultura underground nella misura in cui recupera lo spirito originario delle fanzine e delle autoproduzioni do it yourself, dove il mezzo espressivo non è subordinato alle logiche del mercato editoriale o al compiacimento della critica ufficiale o allo stile del momento ma rimanda a qualcosa di performativo, in cui l’atto emerge in tutta la sua spontanea forza.
In perfetta coerenza con certe tipicità underground, anche lo sketchbook è – per sua stessa natura – un oggetto economico, autogestito, sottratto a qualsiasi controllo e privo di finalità commerciali. È un terreno che ama il sabotaggio dei codici, dove l’artista o il bambino o lo studente o tutti questi soggetti assieme, assaggiano il piacere unico della sperimentazione in uno stato di assoluta “impunità estetica”.
Infine, l’ultimo elemento che mi piace sottolineare è l’aver colto la necessità stessa di archiviare e preservare questo immenso corpus di materiale effimero – potremmo estendere il tema a molto del materiale prodotto dall’underground – che risponde a un’esigenza che la storiografia ufficiale (italiana) tende tragicamente a ignorare.
La storia dell’arte e della cultura visiva è quasi sempre purtroppo, la storia di monumenti e di opere finite, mentre lo sketchbook abbraccia il divenire, il farsi e conservarlo significa, al contrario, istituire un’archeologia del non-finito, custodire la fragilità del tentativo, ricostruire la nuda traccia di un’idea.
Al termine di questo percorso, che dai taccuini de Le Vanvere ci ha portato (come sempre) parecchio distanti dalla strada maestra, mi piace pensare alla Biblioteca degli sketchbook non come un museo polveroso, ma come un organismo vivente che continua a viaggiare, a contaminare contesti diversi e a ricordare a chiunque sfogli quelle pagine ricchissime e pazzissime, che l’arte non risiede nella perfezione dell’approdo finale, ma nell’onestà profonda del viaggio perenne.
E brave Le Vanvere!

Sketchbook “Luci di carta”, 2026
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