Prima di cominciare a leggere credo sia utile specificare che all’interno di questo articolo non mi riferirò al Mark Fisher di Realismo capitalista etc. ma al quasi omonimo Marc Fisher. Entrambi in trincea da anni contro il conformismo, ma ahimé con il primo che ha fatto la sua scelta lasciandoci tutti un po’ più soli e con meno riferimenti.
Detto ciò, facciamo un passo indietro fino al settembre 2025 quando Marc Fischer, che da quasi quarant’anni colleziona, produce e distribuisce pubblicazioni che molti chiamerebbero “minori”, ha dato alle stampe un libretto di poche pagine dal titolo didascalico e insieme disarmante: Public Publishing Diary / Why Self-Publish Under Fascism?.
Se non lo conosci, Marc Fischer è il tipo di artista che non fa mostre negli spazi del “giro giusto”, ma da anni tiene in piedi Public Collectors, una pratica che oscilla tra archivio vivente, editoria plagiarista e servizio pubblico do it yourself.
Ha iniziato con le fanzine alla fine degli anni Ottanta, ha attraversato l’epoca d’oro del punk hardcore, ha visto nascere e morire piattaforme sociali di vario genere, e ha continuato a stampare, pinzare, spedire e vendere libretti da pochi dollari mentre il mondo dell’arte imparava a usare la sigla DIY come un’etichetta da vendere in tutte le salse.
Questa sorta di diario, scritto tra il novembre 2024 e il settembre 2025, è apparentemente una raccolta di appunti frammentari sul variopinto mondo dell’editoria indipendente ma, in realtà, nasconde un manuale di sopravvivenza come quelli che si pubblicavano negli anni Sessanta (Do it! di Jerry Rubin e Ruba questo libro! di Abbie Hoffman sono gli antenati più conosciuti) ad uso e consumo di chi ancora crede che un foglio piegato in quattro possa contribuire alla resistenza culturale assai più di un post virale su qualche piattaforma.
Fischer non teorizza: registra.
E registrando, costruisce un pensiero lucido su cosa significhi auto pubblicare oggi, dentro un presente che non è semplicemente “difficile”, ma apertamente fascista in alcuni dei suoi tratti strutturali: controllo dell’informazione, precarietà delle piattaforme, disparità sociali ed economiche, sorveglianza, obsolescenza programmata dei supporti digitali e molto, molto altro ancora…
Ma quello che questo libretto ci costringe a fare è andare oltre il “perché auto pubblicare sotto il fascismo” visto che ci pone di fronte ad una scelta ben più radicale: ha ancora senso auto pubblicare nella nostra contemporaneità culturale, quando l’industria editoriale ha già assorbito e neutralizzato l’estetica zine, quando chiunque può stampare un libro con Amazon in 24 ore, quando la differenza tra pubblicare e postare – per qualcuno – è diventata quasi impercettibile?
La risposta di Fischer è implicita, ma chiara: auto pubblicare oggi non è un atto di ribellione estetica perché la ribellione estetica è già stata comprata, incartata e rivenduta.
Autopubblicare oggi è un atto di infrastruttura.

Non stai facendo un libretto perché è figo o underground, lo fai perché un post può scomparire domani, venire sepolto, o addirittura diventare invisibile se l’algoritmo non lo “vuole” più spingere. La carta no. La carta che pinzi, che ingiallisce, che puoi attaccare con la colla su un palo della luce, quella resta lì anche quando il cloud collassa.
E qui arriva il punto che nessuno dice con la giusta forza: la cultura underground non è mai stata solo una questione di stile.
Chi studia storie ed estetiche delle culture underground lo sa bene: il punk, la fanzine, il tape trading, il samizdat, tutto ciò che chiamiamo underground ha funzionato finché è stato materialmente difficile da replicare e da censurare. Il momento in cui l’underground diventa un’estetica facilmente riproducibile su Instagram, muore come infrastruttura politica e sopravvive come decorazione. Fischer lo capisce bene quando scrive una cosa che fa male perché è vera: che nessuno ti insegna, né alla scuola d’arte, né alla scuola dell’underground, che da adulto ti ritroverai a passare dieci minuti a cercare un coupon online per risparmiare 25 dollari sulla stampa del tuo libretto, e che quel piccolo risparmio ti permetterà poi di comprarti una pizza. Quella di Fischer non è una battuta, ma la fotografia esatta di come sopravvive chi produce cultura vera senza le istituzioni alle spalle.
Non è cinismo, è realismo.
L’auto pubblicazione vera, quella che conta, è fatta di costi reali, scatole di graffette ereditate da parenti morti.
Non è una poetica, è una filiera. È una catena di scelte materiali che tengono la fanzine in vita mentre l’attenzione digitale muore dopo 48 ore.
In un panorama culturale dove l’accesso alla pubblicazione è diventato totale – chiunque può avere un blog, un canale Telegram, un PDF – la scarsità non è più tecnica, ma attenzionale.
Il problema non è riuscire a pubblicare, è riuscire a esistere abbastanza a lungo nella testa di qualcuno perché quella pubblicazione serva a qualcosa.
La fanzine risponde a questa scarsità con un paradosso bellissimo: è un medium lento in un ecosistema veloce, ma è anche un medium che si diffonde in modo quasi virale senza bisogno di alcun server.
La prendi, la fotocopi, la lasci in un bar, la scambi. Ogni copia è un nodo indipendente, ma non c’è un link che si compromette e smette di funzionare, non c’è un algoritmo che banna o censura.
Molti oggi pensano che l’auto pubblicazione debba diventare più professionale: copertine patinate, rilegature solide, formati da libreria. Fischer fa l’esatto contrario. Lui prende una semplice pinza taglia-angoli e al massimo, smussa i bordi della carta per nascondere i difetti. Non è un trucco da amatore, ma è una scelta precisa. Sta progettando un oggetto che deve passare indenne attraverso un mondo di dazi, controlli, censure.
Non cerca di piacere al mercato, sta costruendo una “zona franca.”
Ecco perché l’auto pubblicazione fanzinara ha ancora un senso radicale oggi: non perché sia più autentica dell’editoria tradizionale, ma perché è l’unica forma di pubblicazione che può ancora adattarsi sul momento alle condizioni reali in cui si trova. Se devi superare una dogana, togli il prezzo. Se la carta è rovinata, smussi gli angoli. Se i costi di spedizione diventano proibitivi, scambi i libri a mano. Non devi chiedere il permesso a nessuno. Non devi seguire uno standard industriale, puoi modificare tutto all’ultimo secondo per fare in modo che quella copia arrivi viva dove deve arrivare.
Un editore con un catalogo non può decidere da un giorno all’altro di non stampare più i prezzi. Un social network non può decidere di diventare carta. Tu sì, e proprio questo margine di decisione – questo spazio in cui la tecnica è ancora abbastanza semplice da poter essere modificata in tempo reale – è ciò che rende la fanzine un medium irriducibile alla logica della piattaforma.
Fischer lo sa bene quando scrive: “ogni volta che una cosa auto pubblicata raggiunge tante persone quante una rivista accademica, un angelo riceve una pinzatrice a braccio lungo”.
Non è solo ironia, è una dichiarazione di guerra alla gerarchia della legittimità culturale.
L’accademia stampa 200 copie che nessuno legge. La fanzine ne stampa 500 e le distribuisce a mano.
Chi ha fatto più cultura?
Ma attenzione: questo non significa che auto pubblicare sia sempre e comunque un atto di resistenza. Il rischio opposto, oggi, è che l’auto pubblicazione diventi una trappola narcisistica – l’ennesimo modo per produrre oggetti che circolano solo tra chi già la pensa come te, senza mai confrontarsi con il mondo e su questo Fischer è spietato: “ho spesso la sensazione che molte pubblicazioni d’artista e molte fanzine non sfuggano mai ai confini degli spazi dedicati all’arte”.
Traduzione: se il tuo libretto lo vedono solo quelli che vengono già alla fiera della piccola stampa, non stai creando contenuti, stai facendo terapia di gruppo.
La vera sfida è andare fuori, uscire, girovagare nei locali, attaccata ai muri o nelle mani di chi non sa nemmeno cosa sia una fanzine.
E qui sta la lezione più dura e più utile per chiunque voglia davvero usare l’autopubblicazione come strumento culturale oggi: non serve fare mille copie di qualcosa di bellissimo. Serve farne cinquanta, ma metterle dove qualcuno che non conosci può inciamparci sopra. La rete non aiuta in questo, anzi, oggi la rete tende a rinchiuderti nella tua bolla di interessi con una precisione chirurgica. La carta invece è stupida, e proprio per questo è democratica.
Un giornale attaccato a una cabina telefonica non chiede il login e non filtra all’ingresso.
Il titolo della fanzine parla di fascismo, ma il fascismo qui non va inteso solo in senso storico o politico-militante. Fischer lo intende come una condizione ambientale: un regime in cui ogni atto di pubblicazione è potenzialmente intercettabile, controllabile e quindi cancellabile. In questo contesto, auto pubblicare non è una scelta estetica., è più simile al coltivarsi il proprio cibo quando la catena di distribuzione non funziona.
Non lo fai perché è più bello, lo fai perché diversamente, non mangi.
Lo stesso vale per la cultura.
Se aspetti che una casa editrice, un museo, una piattaforma o un’accademia ti diano il permesso per esistere, nell’era del fascismo diffuso aspetterai per sempre o, peggio, otterrai un permesso che addirittura ti rende sterile, neutro, in definitiva inutile.
La fanzine è l’ultimo medium che non chiede permesso, non perché sia illegale, ma perché è così piccola (e libera) che nessuno la considera una minaccia. Fino a quando non lo diventa. E a quel punto è già in mille mani.
Se vuoi fare cultura oggi, non pensare all’algoritmo, ma cerca una fotocopiatrice, una risma di carta, una pinzatrice ereditata da un parente morto e una scatola di buste. Poi esci di casa. Lascia la tua zine nel primo posto utile che ti colpisce.
Marc Fischer lo fa ancora.
E funziona.

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