Nell’immaginario collettivo, la propaganda sovietica degli anni Venti e Trenta è associata alle figure trionfali di operai muscolosi, trattori, mietitrebbie e piani quinquennali, immagini che richiamano la produttività severa e algida imposta dal partito, tesa a forgiare “uomo nuovo” del collettivismo. Eppure, tra i tanti strumenti utilizzati per edificare il nuovo Stato, ce n’è stato uno che ha sfidato tutti i cliché, un alfabeto che possiamo definire erotico.
Realizzato nel 1931 da Sergej Dmitrievič Merkurov, scultore ufficiale del regime e futuro “Artista del Popolo dell’URSS”, il volume illustrato rappresenta che oggi vi presento è un capitolo poco conosciuto ma assai affascinante, della immensa campagna di alfabetizzazione nota come Likbez.
Si tratta di un’opera che, a quasi un secolo di distanza, continua a stupire per la sua audacia – e bellezza – suscitando interrogativi sulla natura della propaganda sovietica e sul rapporto tra potere, eros e educazione.

La crociata contro l’analfabetismo
Per comprendere appieno la portata di quest’opera, è necessario inquadrarla nel contesto storico in cui nacque.
Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, il nuovo governo bolscevico si trovò a governare un paese enormemente arretrato sotto il profilo dell’istruzione. La stragrande maggioranza della popolazione, soprattutto nelle campagne, era analfabeta.
Per Lenin e i suoi compagni, l’alfabetizzazione non era solo un obiettivo pedagogico, ma un’imperativa necessità politica: solo un popolo in grado di leggere e scrivere avrebbe potuto comprendere i princìpi del marxismo, partecipare attivamente alla vita del partito e contribuire alla modernizzazione del paese.
Fu così che il 26 dicembre 1919 venne decretata la campagna per l’Eliminazione dell’ignoranza tra la popolazione, abbreviata in Likbez, un acronimo che univa le parole likvidacija [eliminazione] e bezgramotnost [analfabetismo].
Si trattò di un’impresa titanica, che mobilitò insegnanti, intellettuali e attivisti in tutto il vasto territorio sovietico.
La propaganda giocò un ruolo fondamentale: manifesti che invitavano gli adulti a iscriversi ai corsi, slogan che esaltavano la cultura come strumento di liberazione e persino un’infinità di materiali didattici pensati apposta per un pubblico adulto e spesso, appunto, analfabeta.
Fu in questo crogiolo di fervore ideologico e sperimentazione pedagogica che Sergej Merkurov, uno degli artisti più vicini al potere, decise di contribuire con un’opera quantomeno atipica.

L’artista del potere e il suo segreto
Per prima cosa è bene specificare come Sergej Dmitrievič Merkurov (1881-1952) fosse al tempo tutt’altro che un artista marginale o un ribelle.
Formatosi in Europa, dove ebbe modo di conoscere Lenin in Svizzera e di rimanere folgorato dalle sculture di Auguste Rodin in Francia, Merkurov tornò in patria per diventare una colonna del panorama artistico sovietico.
Fu direttore del Museo di Belle Arti Puškin di Mosca e, soprattutto, lo scultore ufficiale del regime, celebre per aver realizzato i tre monumenti più imponenti dedicati a Stalin, oltre a statue di Lenin e a centinaia di maschere mortuarie dei massimi esponenti del partito, da Majakovskij a Frunze.
Eppure, la figura del fedele artista di Stato si intreccia con un mistero: nel 1931, nel pieno della sua carriera istituzionale, Merkurov realizzò un alfabeto illustrato dal contenuto apertamente erotico.
L’attribuzione dell’opera, a lungo discussa e talvolta considerata un fake, è stata recentemente confermata.
Il pronipote Anton Merkurov, studioso e custode dell’eredità artistica dello scultore, ha dichiarato che la cartella con i disegni era conservata nell’appartamento di famiglia e che, lui stesso la vide fino a una quarantina d’anni fa, prima che scomparisse, probabilmente sottratta da qualcuno dei tanti visitatori che frequentavano la loro casa.
Lo stesso giornalista Aleksej Fëdorov ha testimoniato di aver visto la cartella negli anni Settanta, definendola una vera e propria “attrazione” per gli amici di famiglia.

Auguste Rodin, Danaidi, 1885

Il Monumento a Lenin di Merkurov su Piazza Bessarabia a Kiev, capitale dell’Ucraina, abbattuto nel dicembre 2013 durante le manifestazioni di piazza dell’Euromaidan.

Un alfabeto di carta e desiderio
Il risultato di quest’opera è una serie di acquerelli che trasformano le lettere dell’alfabeto cirillico in palcoscenici di scene erotiche. Ispirandosi chiaramente all’immaginario classico greco-romano, Merkurov popola le sue tavole con satiri, amorini, figure mitologiche e corpi nudi che si intrecciano in pose degne del Kāma Sūtra.
Ogni lettera diventa una composizione studiata in cui l’anatomia è resa con realismo e le scene, sebbene esplicite, possiedono una loro armonia estetica e una modernità sorprendente.
La domanda sorge spontanea: perché un artista legato al potere, nel pieno di una campagna di alfabetizzazione di massa, avrebbe creato un’opera così audace?
La tesi più affascinante e diffusa è che l’alfabeto fosse un vero e proprio sussidiario del Likbez, pensato per invogliare gli adulti analfabeti a imparare l’alfabeto attraverso immagini provocatorie e memorabili.

Tra mito, realtà e censura
Se l’alfabeto non fu mai utilizzato ufficialmente nelle scuole del Likbez, la sua stessa esistenza è comunque un indizio prezioso.
L’intento dell’artista potrebbe essere stato più privato e ludico che pedagogico.
Secondo le ricerche del pronipote, è probabile che l’opera sia nata come un gioco collettivo, durante una serata tra amici, quando Merkurov e i suoi compagni, artisti e scrittori, avrebbero scarabocchiato schizzi di pose erotiche per poi trasformarle in un progetto grafico più ambizioso, come suggerito dalla cura dei dettagli e dalla presenza di un’etichetta sulla copertina che attribuiva l’opera a un fittizio “I. I. Ivanov”.
Questa circostanza la dice lunga sulla complessità del clima culturale sovietico degli anni Trenta. La stagione delle avanguardie, che aveva sperimentato con libertà forme e contenuti, si stava chiudendo per lasciare spazio al rigido realismo socialista.
La censura e il controllo ideologico si facevano sempre più stringenti e pubblicare un’opera del genere con il proprio nome sarebbe stato assai rischioso, eppure, è altrettanto significativo che un artista così vicino al regime potesse permettersi di realizzarla e conservarla.

La parentela erudita: da Apoux all’URSS
L’operazione di Merkurov non è certo un unicum nella storia dell’arte.
Per comprendere meglio le sue radici, è utile citare un precedente illustre: l’Alphabet pornographique del francese Joseph Apoux, realizzato intorno al 1880.
Apoux, un incisore vicino al decadentismo, creò una serie di stampe che abbinavano le lettere a scene erotiche, spesso grottesche e macabre.
Il legame stilistico e concettuale tra l’opera di Apoux e quella di Merkurov è evidente, ed è probabile che lo scultore sovietico conoscesse i precedenti francesi. Tuttavia, mentre il lavoro di Apoux era un prodotto di nicchia per collezionisti, quello di Merkurov si inserisce in un contesto politico completamente diverso.
L’artista “sovietizzò” il genere, sostituendo il gusto fin-de-siècle con un’estetica neoclassica più solare e monumentalizzante, rimuovendo gli elementi decadenti e mortiferi cari ad Apoux.
L’alfabeto di Merkurov, pur nella sua esplicitezza, appare come un inno alla vitalità fisica e al piacere, in linea con una certa retorica sovietica che esaltava la forza e la salute del corpo proletario.
Un altro parallelo interessante si può trovare in Zanaveshennye kartinki – Immagini velate – un libro illustrato del 1920 del poeta Michail Kuzmin e dell’artista Vladimir Milaševskij, che conteneva poesie e disegni apertamente omoerotici.
Come l’alfabeto di Merkurov, anche quest’opera fu pubblicata in poche copie e con falsi dati editoriali, a dimostrazione che, nonostante la repressione, esisteva una circolazione clandestina di arte erotica negli ambienti dell’intellighenzia russa.

Joseph Apoux, Alphabet pornographique, 1880

Infine
L’alfabeto erotico di Sergej Merkurov rimane un oggetto affascinante perché sfida le nostre categorizzazioni. Non fu un manifesto politico, né un semplice scherzo da collegio; fu probabilmente un’opera d’arte privata che, per le sue qualità estetiche e per la storia che porta con sé, è diventata nei decenni, un simbolo, seppur involontario, di un’epoca.
Rappresenta la dimostrazione che anche nei periodi storici più severi e ideologizzati, lo spazio per la creatività, l’ironia e il desiderio non può essere mai del tutto cancellato. Ci ricorda che dietro la facciata monolitica della propaganda sovietica e dei grandiosi monumenti a Stalin, esistevano individui complessi, che coltivavano passioni tanto segrete quanto umane.
Oggi, quell’alfabeto continua ad “affascinare” perché ci parla di un’umanità che, nonostante tutto, sapeva sorridere della propria nudità e del proprio desiderio. In un mondo di trattori e piani quinquennali, un fallo alato o un satiro libidinoso, nascosti tra le pieghe di una lettera dell’alfabeto, diventano un atto di resistenza estetica e personale che il tempo non ha scalfito.