SimPolitics: America’s Quest to Solve Politics with Computers di Fenwick McKelvey è uno di quei libri che rischiano di essere letti nel modo sbagliato. Il titolo può trarre in inganno: non si tratta dell’ennesimo saggio sulla politica digitale, sui social media come strumenti di propaganda o sull’intelligenza artificiale applicata alle campagne elettorali. McKelvey ha in mente qualcosa di più strutturale e, per certi aspetti, di più inquietante.
Il suo oggetto di studio non è infatti la tecnologia nella politica, ma la trasformazione della politica stessa in un oggetto computabile: misurabile, calcolabile, ottimizzabile.
È la storia di un’idea: che la società possa essere analizzata, prevista e governata come se fosse un programma — un sistema in cui ogni variabile è misurabile e ogni comportamento è calcolabile. Un’idea che nel tempo ha cambiato il modo in cui istituzioni, partiti e persino movimenti parlano della realtà collettiva, sostituendo le parole della politica con quelle dell’ottimizzazione calcolabile e quindi prevedibile.
Letto da questa angolazione, il libro smette di essere un testo di scienza politica e diventa qualcosa di assai più interessante: la genealogia di un’immaginazione del potere, e quindi, per contrasto, la mappa di ciò che le culture underground hanno storicamente combattuto senza sempre saperlo nominare con precisione.

Le controculture non nascono, nella loro forma più profonda, per opporsi a un governo specifico o a una singola ideologia. Nascono per opporsi a un modo freddo, programmabile e funzionale di descrivere il mondo in cui viviamo. Ogni volta che un sistema di rappresentazione pretende di essere esaustivo — ogni volta che un modello dichiara di contenere la complessità senza residui — l’underground risponde introducendo rumore, errore, ironia, ambiguità, deviazione casuale. Si tratta di una risposta estetica prima ancora che politica, e per questo assume forme apparentemente incoerenti: il cut-up di Burroughs che sabota la sintassi del senso comune, la fanzine fotocopiata che moltiplica voci senza controllo, il collage di Adbusters che strappa e ricuce immagini istituzionali fino a renderle illeggibili o addirittura contrarie al messaggio mainstream.
In tutti questi gesti c’è la stessa intuizione: che la vita eccede qualsiasi tentativo di formalizzarla.
McKelvey racconta la storia di chi ha abbracciato il contrario. La simulazione politica nasce nei circoli governativi e militari del dopoguerra americano — la cibernetica, la ricerca operativa, i war games del Pentagono — ma si espande rapidamente verso ambiti apparentemente eterogenei: le università, i centri di ricerca indipendenti, persino certi ambienti pacifisti e progressisti. È proprio qui che il libro diventa più acuto, perché smette di proporre una narrativa semplice.
Non esiste, in SimPolitics, una contrapposizione netta tra tecnologia del controllo e tecnologia della liberazione.
Le stesse tecniche usate dall’esercito per pianificare guerre e strategie militari venivano poi riprese — adattate, modificate — da ricercatori, attivisti e intellettuali che volevano fare il contrario: prevenire i conflitti, immaginare società diverse, progettare futuri alternativi.
Questa ambiguità non è un difetto dell’analisi: è il suo punto più interessante e fecondo.
Nella storia delle culture underground, gli strumenti hanno sempre cambiato significato a seconda di chi se ne appropriava e di come. La fotocopiatrice è uno strumento burocratico trasformato in macchina per la distribuzione autonoma di testi. Il fax è un mezzo aziendale che diventa canale per documenti censurati. Le BBS — i bollettini elettronici degli anni Ottanta — sono sistemi di comunicazione nati in ambienti militari e universitari che diventano l’infrastruttura di comunità hacker, zine digitali, reti di attivismo.
Internet stessa porta in sé questa doppia possibilità, che si è poi risolta in modo storicamente determinato: ha prodotto tanto i commons digitali – spazi e risorse digitali costruiti collettivamente, governati in modo condiviso e accessibili senza logiche di profitto o proprietà privata esclusiva – quanto i monopoli della sorveglianza indagati da Shoshana Zuboff nel suo “Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri”.
Nessuno strumento è neutro nel senso di essere privo di forma — ogni tecnologia porta con sé vincoli e aperture — ma nessuno strumento è nemmeno destinato a un solo uso.
Sono le pratiche, le intenzioni, le attitudini specifiche di chi lo usa a orientarne il senso.

Mimi Ọnụọha, The Library of Missing Datasets (2016–2021

Mimi Ọnụọha, The Library of Missing Datasets (2016–2021

Quello che SimPolitics aiuta a vedere è però che il conflitto tra immaginazione computazionale e immaginazione underground non riguarda solo i mezzi, ma i modelli sottostanti.
La simulazione politica non funziona se il comportamento umano è radicalmente imprevedibile.
Ha bisogno che l’individuo sia classificabile, che le preferenze siano stabili abbastanza da poter essere modellate, che il futuro assomigli al passato in misura sufficiente da poter essere calcolato.
In altri termini: ha bisogno che la singolarità venga ridotta a statistica.
Le culture underground hanno lavorato storicamente dirigendosi nella direzione opposta.
Hanno coltivato la singolarità, il gesto irripetibile, l’evento che sfugge alla categoria.
L’happening Fluxus è irriproducibile per definizione. La cassetta registrata in casa è un oggetto che resiste alla serialità. La fanzine autoprodotta vive di discontinuità, di errori di stampa, di tirature limitate che la rendono (quasi) non archivabile. Anche laddove la cultura underground ha prodotto oggetti in serie — il disco punk, la t-shirt serigrafata — lo ha fatto con una consapevolezza del proprio essere eccedente rispetto ai codici della riproduzione industriale.
C’è in tutto questo una resistenza al diventare dato, al farsi leggere in modo pulito da qualsiasi sistema di classificazione.
È qui che il libro di McKelvey diventa, a mio avviso, uno strumento di lettura del presente oltre le intenzioni esplicite dell’autore. Se il Novecento underground è stato il secolo della riappropriazione degli strumenti — stampanti offset, nastri magnetici, Super 8, fotocopiatrici, modem — il ventunesimo sembra richiedere un’altra forma di resistenza, più difficile da praticare e da teorizzare.
Oggi gli strumenti sono meno interessanti dei modelli che li governano. Appropriarsi di una piattaforma – sempre che questa sia ancora un’opzione percorribile – non basta più se la piattaforma continua, nel frattempo, a classificare, prevedere e ottimizzare ogni gesto che vi viene compiuto.
Il conflitto si è spostato dal medium al modello, dallo strumento all’algoritmo che interpreta come viene usato.
Da questo spostamento derivano alcune delle estetiche underground più significative degli ultimi anni.
L’ironia come tattica di opacità, il meme deliberatamente incoerente, il collage visivo che resiste alla descrizione, le pratiche di adversarial camouflage che rendono i volti irriconoscibili ai sistemi di sorveglianza: tutte queste forme hanno in comune non tanto un messaggio da comunicare, quanto un obiettivo relazionale nei confronti del sistema di lettura.
Non si tratta di parlare diversamente, ma di diventare difficili da leggere.
Non si tratta di produrre un’immagine alternativa del mondo, ma di compromettere la leggibilità dell’immagine dominante.
L’obiettivo non è più solo comunicare diversamente: è diventare cattivi dati.
SimPolitics non offre una teoria della resistenza e non è questo il suo compito. Ma costringe a rileggere sessant’anni di culture alternative da una prospettiva insolita, che ne rivela la coerenza più profonda al di là delle differenze di stile, epoca e contesto. L’underground non è solo un insieme di estetiche marginali o di pratiche antagoniste. È la memoria collettiva che ricorda, in forme sempre mutevoli, che esistono dimensioni della vita comune che nessuna simulazione riesce davvero a contenere: il conflitto che non si risolve in consenso, il desiderio che non si riduce a preferenza, il corpo che non diventa dato. In un’epoca che misura tutto, la vera dissidenza potrebbe consistere nel rimanere, ostinatamente, non simulabili.

Mimi Ọnụọha, The Library of Missing Datasets (2016–2021)


Le immagini dell’articolo sono di Mimi Ọnụọha e del suo lavoro The Library of Missing Datasets (2016–2021): un’installazione composta da schedari metallici pieni di cartelle vuote, ciascuna etichettata con il nome di un dato che non esiste — o che qualcuno ha scelto di non raccogliere. Persone escluse dall’housing per precedenti penali, morti non contabilizzate, minoranze iper-sorveillate ma assenti dalle statistiche ufficiali.
L’assenza, qui, non è accidentale: è una decisione politica resa visibile nella sua forma più elementare.

Ọnụọha lavora sul bordo tra arte e ricerca dei dati, e in questo lavoro in particolare inverte la logica della quantificazione: invece di mostrare ciò che viene misurato, mostra il profilo di ciò che viene ignorato.
Gli schedari vuoti — oggetto burocratico per eccellenza — diventano il monumento a tutto ciò che il sistema ha scelto di non sapere, una critica alla pretesa di esaustività dei modelli computazionali che non ha bisogno di algoritmi per farsi sentire: basta aprire un cassetto e trovare il niente.