La buona grafica e il buon design possono esserlo senza una propria eticità?

Non credo di dire niente di particolarmente interessante o innovativo sottolineando quanto la nostra vita sia sempre più immersa in un incessante turbinio di immagini. Lo sappiamo tutti, ci siamo dentro, a volte ne siamo addirittura assuefatti e non ci facciamo nemmeno più particolarmente caso.
La grafica, il design, l’illustrazione, sono oggi ambiti assai più influenti che nella storia passata della nostra cultura e questo porta con sé inevitabilmente un impatto su quelli che a prima vista possono apparire argomenti distanti quali l’etica, la responsabilità e l’impegno.
Detto questo, è facile giungere ad una domanda a cui credo sia interessante porre la nostra attenzione e che mi ronza in testa da quando ho scritto un articolo sul numero 3 di Friscospeaks sulla controversa figura di grafico e artista di Stanislav Szukalski:

Il design o la grafica, per essere considerati di buona qualità, devono per forza essere buoni anche da un punto di vista etico? O può esserci una grafica buona anche se ha comportato un impatto negativo sulla vita e sull’umanità?

Per spiegarmi meglio credo sia utile un esempio.
Per chi non lo sapesse l’AK47 è un fucile d’assalto ideato e progettato nel 1948 in Unione Sovietica da Michail Timofeevič Kalašnikov, da cui prende il nome, e da allora considerato una delle armi leggere migliori al mondo.
I suoi intramontabili e ancora oggi insuperati punti di forza sono – stando a chi lo utilizza – la semplicità con cui è costruito e soprattutto la sua facilità d’uso. Inoltre, aspetto non trascurabile, l’AK47 è economico e si rompe raramente. Insomma stiamo parlando della perfezione di un’arma da fuoco che oramai conta più di Settanta anni di diffusione mondiale ed è esposta addirittura al MOMA di New York.

AK-47

Adesso riformulo la mia domanda precedente:

L’AK47 è un prodotto di design perfetto nonostante sia uno strumento per uccidere? O viceversa tutto ciò che non rende il mondo migliore non può essere considerato buon design?

Prima di rispondere però, vediamo un altro esempio – forse meno radicale – ma credo ugualmente utile al tema.
Molti di voi conoscono il marchio di moda tedesco Hugo Boss, fondato nel 1924, ma pochi sanno che Hugo Boss ha progettato e prodotto tutte le uniformi per il Partito Nazista prima e durante la Seconda Guerra mondiale, in particolare le uniformi per gli ufficiali delle SS.

Hugo Boss, 1930.

Ecco – proprio come l’arma di Michail Timofeevič Kalašnikov – fino ad oggi, queste divise sono state prese a modello più o meno pubblicamente per il loro perfetto mix di design ed estetica.

Alcuni dei modelli delle divise dell’élite del Reich disegnate da Hugo Boss.

Lo stesso discorso può essere esteso alla progettazione grafica dei manifesti della propaganda nazista tutti basati su pochi elementi cardine quali: la tipografia chiara, la messaggistica semplice e immediata, i colori vivaci.
Ancora – ampliando ulteriormente lo spettro dei linguaggi – pensiamo ai lavori nel cinema e nella scenografia realizzati da Leni Riefenstahl, storicamente considerata una delle principali ideatrici dell’estetica nazista e amica personale di Adolf Hitler.

Adolf hitler e Leni Riefenstahl, Monaco, 1939.
Una scena da “Il trionfo della volontà” di Leni Riefenstahl, 1934.

Ritorniamo a noi…
Gli esempi visti finora sono opere di creatività nate per promuovere qualcosa che niente ha a che vedere con il miglioramento del mondo in cui viviamo, anzi.
Possiamo comunque sostenere che etica e design sono inscindibili?
Una risposta razionale e teorica porterebbe a propendere per il NO, visto che – esistendo in due dimensioni vicine ma parallele – si tratta comunque di due ambiti destinati a non interagire mai nella loro essenza, pensiamo a questo proposito alle gocce di acqua riversate in un contenitore di olio.
Il design e la grafica appartengono infatti ad un ramo dell’attività dell’uomo che appartiene alla creatività e all’opera dell’ingegno umano mentre l’etica è un sistema di credenze e di comportamenti, dal greco antico èthos, cioè “carattere”, “comportamento”, “costume”, “consuetudine”.
Ma non mi sento del tutto a mio agio con questa risposta, la considero troppo fredda ed enciclopedica per soddisfare un dubbio che sento essere invece tutto umano, esistenziale si potrebbe dire.
Ritengo invece che la grafica e l’etica siano – come del resto ogni ambito dell’agire umano – completamente indivisibili in quanto quest’ultima non può essere considerata un abito da indossare solo in alcune occasioni, o peggio ancora, un surplus qualitativo di cui si può fare anche a meno, in funzione degli aspetti più strettamente tecnici e pratici.
Insomma, mi risulta impossibile attribuire ad una grafica o ad un prodotto di design, o a qualsivoglia altra creazione artistica, sia pure eccellente e stilisticamente ineccepibile, ma che sacrifica o tralascia il suo aspetto etico, lo stesso giudizio di valore rispetto al medesimo oggetto che al contrario porta con sé un sistema valoriale, un insieme di riferimenti etici appunto, che potenzialmente mirano alla creazione di una società migliore.
Avverto io per primo alcuni dei limiti di questo approccio di giudizio, come banalmente il dubbio su chi e perché si può arrogare il diritto di decidere quale sia il corretto sistema valoriale su cui basare la propria creatività o come sia possibile stabilire il grado di aderenza al medesimo sistema.
Detto questo però, considero comunque l’elemento etico un fattore strumentale all’obiettivo finale e quindi preferibile rispetto all’alternativa che abbiamo visto. 

Risulta infatti evidente ciò che comporterebbe, in un arco di tempo che va dal medio al lungo periodo, un concetto di creazione grafica o di design che abbia nel proprio processo di ideazione, non solo il carattere di tecnicità, che rende un prodotto funzionale; non solo il carattere di esteticità, che rende un prodotto gradevole, ma anche quello di eticità, che rende un prodotto giusto.

L’arte serigrafica al servizio della rivoluzione del Maggio 68 parigino: l’Atelier Populaire

I manifesti dell’insurrezione del famoso Maggio parigino del 1968 comprendono alcune delle opere grafiche più brillanti che siano mai state associate a un movimento di ribellione sociale. A parte l’aspetto politico, è il design di queste grafiche ad essere interessante da studiare.
Queste vere e proprie opere d’arte contemporanee non sono banali decorazioni concepite per abbellire le pareti degli uffici, ma grafiche pensate per provocare in chi le guarda nuove consapevolezze che spingano all’azione.

© Bibliothèque nationale de France

Uno degli aspetti più interessanti di questo fenomeno è rappresentato dal fatto che molti di questi poster sono creazioni anonime oppure il risultato di collaborazioni spontanee tra studenti ribelli e lavoratori in sciopero. Ad oggi infatti sono molto pochi gli artisti a cui sono stati accreditate queste opere. Ma descriviamo un pò meglio il contesto di cui vi sto parlando.
Nella Parigi del 1968, esplode la frustrazione repressa per una povertà diffusa, per la dilagante disoccupazione, contro il governo conservatore di Charles de Gaulle e contro la guerra del Vietnam. Tutte queste eccitanti spinte verso una nuova concezione della società, danno origine a un movimento di massa per un profondo cambiamento culturale. Nel mese di maggio, lavoratori e studenti scendono in strada come un’onda senza precedenti di scioperi, manifestazioni e scontri urbani.

© Bibliothèque nationale de France

Per darvi un’idea della dimensione del fenomeno, il 18 maggio 1968, sono circa 10 milioni i lavoratori in sciopero e tutte le fabbriche e le università di Francia vengono occupate. È proprio in questi giorni di turbinoso fermento che nasce l’Atelier Populaire.
Anche tutto il corpo studentesco della principale scuola d’arte di Parigi, l’Ecole des Beaux Arts è in sciopero e un certo numero di studenti si incontrano spontaneamente nelle aule dei corsi di incisione per produrre i primi manifesti della rivolta.
Il 16 maggio, gli studenti d’arte, i pittori esterni all’università ed i lavoratori in sciopero decidono di occupare in modo permanente la scuola d’arte al fine di produrre manifesti che avrebbero dovuto dare un supporto concreto al movimento degli operai in sciopero.
I poster dell’Atelier Populaire sono progettati e stampati in modo del tutto anonimo e distribuiti gratuitamente a chiunque li chiedesse. In breve tempo, queste grafiche compaiono un pò ovunque, sulle barricate, sui muri  e nelle case di tutta la Francia.

© Bibliothèque nationale de France

Il titolo poetico di questo poster è La beauté est Dans La Rue, La bellezza è nella strada e non nei palazzi borghesi della cultura alta e distante dalle persone comuni. L’immagine raffigura un combattente di strada avvolto in un trench, che lancia un acciottolato verso le forze antisommossa, ma l’opera allude soprattutto a uno slogan al tempo molto popolare che era sous les pavés, la plage, cioè sotto le pietre del selciato, la spiaggia.

© Bibliothèque nationale de France

Quando la polizia antisommossa francese carica nelle università e nei luoghi di lavoro occupati, la ribellione diventa violenta. La brutalità della polizia è così pesante che molti si uniscono agli scioperanti per protestare contro la violenza della polizia. Il poster sopra è la risposta artistica agli assalti selvaggi della polizia e l’immagine agghiacciante e senza titolo appare sui muri di Parigi.
L’uso della grafica nei manifesti iconici dell’Atelier Populaire per protestare contro il capitalismo e l’imperialismo rimandano paradossalmente allo stile pop americano. Nella Francia degli anni Sessanta infatti, la pop art americana è in gran parte percepita come una provocazione neo-dada, un attacco alla tecnica pittorica classica attraverso immagini dei mass media appartenenti alla più tipica società dei consumi.
Sebbene alcuni critici francesi ne abbiano sottolineato l’importanza in ambito artistico, la maggioranza della critica francese e non, si mostra critica verso la meccanizzazione della tecnica pittorica tipica della pop art e questi attacchi oscurano in parte l’impatto politico delle immagini e soprattutto la sprezzante sfida a tutte le gerarchie estetiche dell’arte con la A maiuscola.
Il dibattito sulla produzione dell’Atelier Populaire e sul contenuto dei manifesti derivano dalla dialettica fra la pop art ed i canoni del realismo moderno, mettendo in evidenza i limiti politici delle tecniche artistiche tradizionali come la pittura a cavalletto nell’era dei mass media.

© Bibliothèque nationale de France

I graffiti, i cartoon politici, i canti di protesta e i manifesti sono dimostrazioni vive di quanto e come la creatività e il fervore artistico sono stati trasformati dall’esigenza politica. L’arte ha riempito il vuoto lasciato dalla cultura ufficiale e dai mass media durante gli scioperi occupando i canali di comunicazione e imitandoli nella forma se non nel contenuto.

© Bibliothèque nationale de France

Secondo la storica della cultura Kristin Ross, la velocità degli eventi in corso ha sfidato gli artisti e messo fuori gioco i tradizionali mezzi di produzione e stampa che non riescono a seguirne gli sviluppi in diretta.

© Bibliothèque nationale de France

Usines, Universités, Union, Fabbriche, Università, Union, è il primo poster litografico prodotto in una tiratura di trenta copie e sottolinea l’unità tra lavoratori e studenti. Le U in grassetto sul lato sinistro del poster sono in scala uniforme, mentre le lettere rimanenti delle tre parole assumono caratteri diversi. Il corsivo in Universités suggerisce uno scarabocchio di lavagna e si distingue dalla stampa più piccola di Usines e dalle lettere a blocchi più grandi di Union. Le stampe sono destinate alla vendita nelle gallerie vicine e il ricavato deve sostenere studenti e lavoratori in sciopero.
L’artista Gérard Fromanger racconta che: “l’idea era di portare i manifesti in una galleria per venderli, ma non siamo riusciti a camminare per i dieci metri di strada necessari prima che gli studenti li afferrassero e li incollassero per strada. Abbiamo capito subito che era l’idea giusta e tornammo rapidamente di sopra a stampare”.
Ogni sera i disegni dei poster vengono presentati in forma anonima per il dibattito e votati in base alle domande “Il messaggio politico è corretto?” oppure “Il poster trasmette bene questa idea?”

© Bibliothèque nationale de France

Il manifesto dell’Atelier Populaire riprende chiaramente le denunce del Salon de la Jeune Peinture, uno dei saloni di pittura di Parigi che promuove anche le attività del collettivo di pittura politicizzata organizzato dagli artisti Gilles Aillaud, Eduardo Arroyo e Antonio Recalcati. La loro è una fortissima critica all’autonomia estetica, alla creatività e all’individualismo borghese operante in una crisi politica come quella in atto.

© Bibliothèque nationale de France

I critici hanno descritto l’uso della serigrafia all’Atelier Populaire nel maggio 1968 come un’anomalia, perché la tecnica è poco usata dagli artisti e non è insegnata all’École des beaux-arts. Tuttavia, la serigrafia non è estranea alla storia dell’arte francese, poiché l’esercito americano ha introdotto questa tecnica come strumento per etichettare le attrezzature dopo la liberazione dall’occupazione tedesca.
Al fine di facilitare la creazione di seminari di manifesti nelle fabbriche occupate e nelle province, l’Atelier Populaire distribuisce un testo che descrive in dettaglio le fasi del processo di stampa serigrafica che viene visto come il migliore per rispondere e dare forma agli eventi sociali e politici.

Il controllo statale dei media divenne presto un argomento esplicito dei manifesti e l’Atelier Populaire produce una serie di progetti che giustappongono proprio la televisione e il poster come strumenti di oppressione ed emancipazione.

© Bibliothèque nationale de France

In Libérons l’ORTF, viene raffigurato un rivoluzionario completo di cappello frigio incarcerato dietro le sbarre.
In L’Intox vient à domicile
, la Croce doppia – simbolo della Resistenza – diventa un’antenna televisiva e di conseguenza uno strumento di propaganda.

© Bibliothèque nationale de France

Quando gli scioperi entrano nella loro terza settimana e la stampa internazionale inizia a mostrare simpatia per i manifestanti, i poster sono oramai diventati oggetti ricercatissimi. Di fronte al sistema delle comunicazioni controllato dallo stato, i poster producono una loro narrazione alternativa come in Toute la presse est toxique (Tutta la stampa è tossica).

© Bibliothèque nationale de France

Il Journal Mural, prodotto tra il 13 e il 21 giugno, è una pubblicazione alternativa prodotta sempre dall’Atelier Populaire per essere incollata sui muri oppure fatta circolare fra i manifestanti. In questo modo i manifesti, che finora sono stati stampati per comodità sui giornali forniti da lavoratori in sciopero, cambiano forma e contenuto.

Journal Mural, n.4 – © Bibliothèque nationale de France

Il primo numero risponde alla richiesta del primo ministro Georges Pompidou di fraternità tra i cittadini con un resoconto degli attacchi della polizia contro gli studenti e una richiesta per la formazione di una université populaire d’été – università popolare estiva – da organizzare nel parco. Questi giornali da parete accostano con un chiaro intento provocatorio, gli articoli dei media ufficiali con l’immediatezza della strada e l’osservazione di prima mano degli eventi.

© Bibliothèque nationale de France

Il maggio 1968 ha rappresentato quindi l’estremo tentativo da parte di una parte della società di seguire il pensiero di Guy Debord e del Situazionismo in cui la vita e l’arte eliminano i loro confini e si fondono fino a diventare un’esperienza artistica tout court, creando cioè quella che il pensatore francese definiva La Situazione.

MAVO: il magazine dei futuristi giapponesi

MAVO è un movimento artistico giapponese radicale degli anni Venti nato dalla riproposizione delle attività dell’associazione giapponese di artisti futuristi, il gruppo di anarchici organizzatori della mostra svoltasi nel 1923 negli spazi pubblici dell’Ueno Park di Tokyo per protestare contro il conservatorismo nel mondo dell’arte giapponese.
Il gruppo di MAVO si muove attraverso una vasta serie di linguaggi anche molto distanti tra loro, dalla performing art alla pittura, dall’illustrazione all’architettura, con lo scopo di comunicare messaggi anti sistema e duramente in opposizione al mondo della cultura mainstream.
Alla stregue delle avanguardie europee che, quasi contemporaneamente, si sviluppano in Europa e in generale nel mondo occidentale, MAVO nasce come reazione al frenetico sviluppo industriale producendo una poetica che pone al centro della propria arte i temi della crisi, del pericolo e dell’incertezza. dell’umanità intera.
Il leader del gruppo è Tomoyoshi Murayama, autoproclamatosi interprete del modernismo europeo e già leader del movimento Miraiha Bijutsu Kyokai (Futurist Art Association) ovvero il futurismo giapponese i cui principi di stile possono essere visti in All of the Woman di Togo Seiji del 1917.

Tomoyoshi Murayama

Il 1920 è l’anno in cui i futuristi russi David Burliuk e Victor Palmov arrivano in Giappone per alcune mostre a Tokyo, Osaka e Kyoto. Le loro opere hanno una grande influenza in Giappone e rappresentano un importante spinta alla fondazione del gruppo Mavo e del suo stile futurista.
Il collage Mystery del 1922 preannuncia la deriva di Murayama verso l’avanguardia con un insieme di ritagli di giornale, ritratti, spartiti musicali, immagini anatomiche e paesaggi.
Altri artisti coinvolti nel movimento sono Masamu Yanase, Kamenosuke Ogata, Shuzo Oura e Shinro Kadowaki, e successivamente Osamu Shibuya, Shuichiro Kinoshita, Iwane Sumiya, Tatsuo Okada, Michinao Takamizawa, Kimimaro Yabashi, Tatsuo Todai, Masao Kato e Kyojiro Hagiwara.
Alcuni artisti di MAVO provengono da esperienze e viaggi in Europa dove hanno conosciuto la pittura sociale di Georg Grosz, i quadri astratti spirituali di Wassily Kandinsky e le opere costruttiviste di El Lissitzky.
Lo storico dell’arte, Gennifer Weisenfeld, ha scritto che Mavo ha cercato di reintegrare l’arte nella vita quotidiana.
Gli artisti cosiddetti mavoisti cercano di sconvolgere o confondere i confini tra arte e vita quotidiana. Si ribellano alla fredda e grigia quotidianità combinando prodotti industriali con pittura, stampa d’arte o collage.
La loro arte performativa protesta contro l’ingiustizia sociale proponendo un’arte dove è centrale il tema dell’erotismo teatrale che tende a provocare e deridere le consuete norme morali dell’epoca.
È proprio durante la manifestazione del 1923, che Takamizawa Michinao, un membro del MAVO, scaglia contro il soffitto di vetro di un edificio che ospita una mostra di opere d’arte curata da Nika-kai, una società di organizzazione di mostre di pittura in stile occidentale fondata dal 1914, delle pietre in segno di protesta.
Tatsuo Okada e Tomoyoshi Murayama hanno curato la rivista MAVO, che viene pubblicata in soli sette numeri tra il luglio 1924 e l’agosto 1925 quando lo stesso Murayama realizza il collage Construction.

Construction, Tomoyoshi Murayama, 1925

La pubblicazione include saggi su arte, politica, poesia e testi teatrali. Le pagine includono stampe originali di incisioni di linoleum e riproduzioni fotografiche dei componenti del gruppo, in alcuni casi queste fotografie vengono incorporate in nuovi collage nei numeri successivi della rivista stessa in una sorta di do ut des artistico tipico del movimento che fa del riutilizzo e del riciclaggio una delle proprie strategie fondanti.

MAVO 1, Jul 1924
MAVO 1, Jul 1924 INTERNO

Lo scioglimento del gruppo avviene alla fine del 1925, quando gli artisti Mavo si dedicano a diverse attività tra cui la pubblicazione di varie riviste, scritti di critica d’arte, illustrazione di libri, design di poster, spettacoli di danza e teatro e progetti architettonici.

MAVO 2, Aug 1924
MAVO 3, Sep 1924
MAVO 4, Oct 1924
MAVO 5, Jun 1925
MAVO 6, Jul 1925

Tutti numeri della rivista MAVO sono visionabili QUA.

FRISCOSPEAKS n.1 É FUORI !!!

Eccoci finalmente,
dopo settimane, mesi di lavoro, di contatti, telefonate, mail e tutte le infinite beghe del caso, finalmente ci siamo, insieme agli amici di Concretipo Studio, siamo felici di potervi dire che FRISCOSPEAKS è fuori!

Ma cos’è FRISCOSPEAKS?
Un magazine semestrale sulla cultura indipendente.
Una Jam Session grafica dove non c’è inizio né fine, non esistono generi o barriere, tutto si unisce a formare un nuovo format collettivo e sperimentale.
Uno strumento per conoscere la storia, i personaggi, le riviste e tutto quanto appartiene al mondo underground.
Uno sguardo libero e anarchico su tutto quanto si muove in questo strano mondo che spesso sembra andare a rotoli ma che riesce ancora e sempre a proporre idee, stili e linguaggi nuovi e originali che riescono a dare una lucida e folle speranza.

Venti amici, fra scrittori, illustratori, fumettisti e chissà che cos’altro, hanno creduto insieme a noi a questo pazzo progetto nato quasi un anno fa e che oggi è diventato realtà, una realtà stampata su di una bellissima carta Favini Shiro, ecologica, riciclata e biodegradabile.

FRISCOSPEAKS E’ UNA JAM SESSIONE GRAFICA

Non c’è molto altro da aggiungere, salvo le informazioni di servizio per cui è bene sapere che oltre che nel nostro shop online, FRISCOSPEAKS lo trovate, a partire dal mese di Settembre, nelle seguenti librerie sparse in tutta Italia:

Facto MONTELUPO FIORENTINO (FI)
Spine Bookstore BARI
Libreria Colibrì MILANO
Reading Room MILANO
Folk CATANIA
Libreria Todo Modo FIRENZE
La Cite’ Libreria FIRENZE
Leporello ROMA
Libreria On the Road MONTE SILVANO (PE)
Libreria Lik e Lak PUTIGNANO (BA)
Libreria MU LANCIANO (CH)

Ci vediamo a Dicembre per il numero 2!!

Con Plastic Paper si esplora il design contemporaneo attraverso i sacchetti di plastica di New York

Plastic Paper esplora le “urban flotsam” della cultura del design dei sacchetti di plastica a New York City

Come spesso accade il bello, l’originale e più in generale l’arte, può trovarsi in luoghi e oggetti che solitamente ci passano per mani, a prima vista anonimi e senz’anima.
Sta proprio qua uno degli aspetti più intriganti del progetto che oggi mi piace presentarvi, un progetto dal titolo Plastic Paper.
L’autore di Plastic Paper è Sho Shibuya – che gestisce lo studio di design a Brooklyn, Placeholder – ed ha concepito l’idea dopo essersi trasferito a New York nel 2011 e sopratutto dopo essere rimasto sconvolto dalla quantità di sacchetti di plastica disseminati per le strade dell’intera città.
Uno degli aspetti assurdi e interessanti che hanno colpito Sho è l’infinita gamma e tipologia dei diversi design e, ancora più particolare, i motivi e gli stili grafici che proprio nei sacchetti si scoprono ricorrenti.
Plastic Paper è divenuto quindi un libro di 144 pagine piene di fotografie iconiche scattate da Vanessa Granda e Henry Hargreaves che catalogano le loro scoperte di questo tipo, raccolte in quasi sette anni.

I sacchetti di plastica sono espressioni anonime di un mondo di design, afferma l’autore Sho, li vedi appesi al manubrio della bici di ogni fattorino, sono impigliati tra gli alberi senza foglie o sono avvolti attorno alle selle di cuoio dei ciclisti.
I sacchetti di plastica dunque come pezzi del paesaggio visivo della Grande Mela tanto quanto il brand I Love New York di Milton Glaser o la mappa della metropolitana di Massimo Vignelli e questo è ancora più chiaro se messi a confronto con lo stesso materiale ritrovato in altre città.
Ma Plastic Paper non è solo una celebrazione del graphic design fatto attraverso i sacchetti di plastica e di come questi testimonino l’importanza delle grafiche che vengono riproposte ancora e ancora negli anni. Si tratta anche però di evidenziare e porre l’attenzione sul problema delle materie plastiche e di come queste stanno distruggendo il nostro ambiente.
Non è infatti un segreto che i sacchetti di plastica monouso stanno soffocando le nostre città e l’intero nostro pianeta.
Questo libro è perciò anche un atto di sensibilizzazione per diffondere una maggiore attenzione verso gli oggetti che usiamo ogni giorno, spronando tutti verso un loro maggiore riutilizzo ed un minore spreco.
Come ulteriore parte del progetto, l’artista Anna Roberts ha ricreato alcune delle fotografie dei sacchetti di plastica di Vanessa Granda, trasformandole in dipinti.
Tutti i proventi della vendita di Plastic Paper andranno devoluti a Parley, un progetto di sensibilizzazione verso la cura degli oceani e del loro habitat naturale.

Un grande classico della filosofia ed un progetto editoriale basato sugli appunti di lettori straordinari

Kenneth Goldsmith è un poeta e critico americano nato nel 1961.
È l’editore fondatore di UbuWeb un grande database online di risorse per la divulgazione della conoscenza soprattutto in ambito artistico fondata nell’oramai lontano 1996. Ubu offre ai visitatori veramente un viaggio unico e spesso sconosciuto attraverso un mondo di materiali prodotti da artisti noti soprattutto per la loro appartenenza alle avanguardie artistiche del Novecento.
Ma oggi vi parlo di Goldsmith per una delle sue ultime produzioni – ovviamente editoriali e ovviamente cartacee – che mi ha colpito molto.
Il libro, perché nonostante tutto di libro si tratta, già dal titolo è una piccola dichiarazione di guerra rispetto alla normalità: I Declare a Permanent State of Happiness.
Certo, in questi anni pieni di parole di odio e rancore, dove tutti attorno a noi appaiono arrabbiati per qualche torto subito e dove la parola felicità viene forzatamente associata solo alla ricchezza o, peggio ancora, ad una non precisata elìte, appare veramente controtendenza un titolo del genere, ma sfogliando queste bellissime ed interessantissime pagine ci accorgiamo che non è proprio così..

Kenneth Goldsmith – I Declare a Permanent State of Happiness
Eris Press – 2018

I Declare a Permanent State of Happiness è un pezzo straordinario del lavoro di Goldsmith prodotto da Urtext e fa parte della serie Marginalia, una serie di libri che presentano il meglio della letteratura mondiale e della saggistica tutti caratterizzati appunto dalla presenza delle note a margine scritte da alcuni dei pensatori più intriganti del nostro tempo.
Fondamentalmente questi particolari lettori hanno condiviso con noi quelle che sono state le loro immediate reazioni alle parole di giganti della letteratura come Shakespeare, Dickens, Marx e Wittgenstein.
Liberi da vincoli accademici e con totale libertà editoriale, hanno quindi potuto trasformare alcuni classici della letteratura – solitamente considerati  intoccabili – in opere nuove, originali, ricche e profondamente personali.
Fra i titoli della serie, solo per citarne alcuni, Simon Critchley che legge Hamlet di William Shakespeare

Simon Critchley – Hamlet di William Shakespeare
Vijay Prashad – Manifesto di Marx & Engels
Harold Bloom – Leaves of Grass di Walt Whitman

Come con gli altri della serie Marginalia, anche il lavoro di Goldsmith è un progetto quindi di meta-scrittura dove, nelle 60 pagine di cui si compone il libro, lo stesso Goldsmith prende il Tractatus Logico-Philosophicus del filosofo Ludwig Wittgenstein e annota ai margini delle pagine le sue considerazioni personali.
Ogni pagina diventa dunque un’opera letteraria nuova, diversa e arricchita rispetto all’originale grazie ad appunti schietti e sinceri come quello in cui Goldsmith rivela:

Sebbene sia rimasto seduto sul mio scaffale per decenni, non ho mai letto il Tractatus. Ma mi è sempre piaciuta l’idea … 

È un oggetto per appassionati di libri d’arte e per chi vuole scoprire nuovi punti di vista su alcuni dei grandi classici. Di grande formato – misura 26 x 35 cm – che quasi lo fa apparire un vero manuale scolastico ma, per usare un eufemismo, molto meno banale anche grazie alla postfazione manoscritta dell’artista.

Collage improvvisati, disegni accennati, schizzi, commenti scritti a mano, testo scritto e poi cancellato, ricevute di acquisto e conteggi numerici, queste sono solo alcune delle tecniche che Goldsmith lascia come traccia della sua lettura nelle pagine di questo libro.
La copertina, minimale e quasi del tutto priva di testo, mostra solamente un’ombra, rendendo il libro elegante e contrastando con la ricchezza che invece vi si nasconde all’interno. Inoltre, sto amando il semplice marchio in rilievo per l’impronta.

I poster di Fabien Loris sono tanto sconosciuti quanto bellissimi

Esistono dei nomi e dei cognomi che per motivi sconosciuti e misteriosi restano nascosti, sconosciuti e diventano dei veri e propri tesori custoditi gelosamente dalla storia.
Uno di questi esempi è senz’altro Fabien Loris il cui nome risulta sfuggente anche ai motori di ricerca che – negli anni digitali del tutto e sempre a disposizione – faticano non poco a restituire risposte utili e complete.
Fabien Loris è un illustratore francese attivo fra gli anni Venti e Trenta del Novecento molto sottovalutato e – come detto – spesso sconosciuto.
Nel pieno dell’esplosione estetica dei motivi e degli stili art nouveau nelle varie declinazioni regionali, Loris dimostra la sua immane abilità nell’applicare motivi geometrici, linee e piani diverse per ottenere illustrazioni e poster davvero interessanti.
Il lavoro di Loris subisce il fascino di molteplici fonti ed ambiti di ispirazione, dall’arredamento al lettering, dalla composizione alle scelte cromatiche forti e vigorose.
La copertina For My Sweetheart è un ottimo esempio di come Loris utilizza audacemente le forme, le linee rette ed i piani colorati per attirare l’attenzione dello spettatore e di come sia chiaro il suo intento di delineare un senso estetico diametralmente opposto al gusto del suo tempo .

For My Sweetheart – 1926

Per altri progetti di spartiti musicali, Loris è andato coraggiosamente oltre verso l’astrazione del soggetto abbandonando quasi del tutto la rappresentazione figurativa.
Quelle di Loris sono immagini fisicamente statiche e rigide che, più o meno un decennio dopo, nel 1938, tornerà con prepotenza nei lavori del mago tedesco di carta e colla chiamato Oskar Fischinger che porterà la relazione tra forma astratta e musica a nuovi livelli estetici.

Fabien Loris – 1925
Fabien Loris – 1925
Fabien Loris – 1926
Fabien Loris – 1926
Fabien Loris – 1925
Fabien Loris – 1927

Geoff McFetridge e l’arte di indagare l’esperienza umana con una sola riga

Il mio amore per il lavoro di Geoff McFetridge, artista e autore multidisciplinare di Los Angeles, risale oramai agli albori delle Edizioni del Frisco.. è un pò come quelle canzoni che senti di aver sempre amato senza nemmeno ricordarti il perché o il quando le hai conosciute.
Proprio per questo attaccamento cerco di non lasciar mai passare senza segnalarla più o meno qualsiasi pubblicazione dei suoi lavori come nel caso di questo “Coming Back Is Half The Trip” da poco pubblicato dalla Nieves Books.

Se vogliamo trovare un comune denominatore nel lavoro di Geoff McFetridge possiamo sostenere che riguarda la condizione umana vista sempre da un punto di vista curioso, pragmatico, poetico e personale.
I suoi dipinti e disegni ruotano attorno a temi come l’inizio e la fine, la relazione e la comprensione, la percezione, il trascendentale e l’inconscio, ma nel lavoro di McFetridge questi temi umani di per se relativamente comuni sono indagati con una leggerezza tutta personale e delicata.
Coming Back Is Half The Trip” consiste negli studi effettuati da McFetridge per dipinti e sculture presentati in occasione della sua quarta mostra personale presso V1 Gallery / Eighteen a Copenhagen.
Il libro offre dunque uno spaccato su alcuni nuovi approcci sul significato dell’esistenza umana, portandoci con lui in un viaggio che possiamo percepire o intuire, ma che a fatica riusciamo a spiegare completamente.

In un libro unico tutta la street art del grande OZMO degli ultimi 20 anni

Leggendo la biografia di OZMO, Gionata Gesi, riporta la sua formazione all’Accademia di Belle Arti di Firenze e dai primi anni Novanta, dopo un esordio nel mondo del fumetto, una netta virata sulla pittura e sul writing.

Dopo il trasferimento nel 2001 a Milano, inizia l’attività che porterà Ozmo a diventare uno dei capisaldi della Street Art italiana.
In occasione della mostra Assab One curata da Roberto Pinto nel 2004, Ozmo diventa uno dei primi artisti in Italia a documentare regolarmente con immagini, fotografie e parole la propria Street Art con il libro Milano, una guida alternativapubblicato in occasione della prima personale dell’artista nella galleria Astuni di Pietrasanta, Lucca.
Ozmo 1998-2018 è il racconto dell’evoluzione di un artista, di una generazione di artisti e la storia di una avanguardia come quella dei Graffiti e della Street Art.
Questo volume, curato dello studio nationhood.it, rappresenta uno strumento unico ed elegante per conoscere questo artista.
Come recita la descrizione del libro, il volume è composto di una copertina bianca cartonata di dimensioni 24×32 cm. Un libro da collezione e consultazione, dal forte impatto estetico.
Le dimensioni esagerate dei murales di Ozmo si riversa gradevolmente nelle doppie pagine cercando di ricreare quella sensazione di spaesamento tipica di quando ci troviamo di fronte ad una delle sue opere.

Una rivista di moda, molto ma molto alla moda..

“PUSS PUSS” è una rivista internazionale di base a Londra, biennale con una piattaforma online dedicata alla cultura, alla moda, alla musica ed agli amanti dei gatti.
“PUSS PUSS” si ispira alle persone che vanno per la loro strada e non sono influenzate dagli altri..
PUSS PUSS” presenta interviste, articoli e servizi di moda dei più eccentrici e affermati talenti provenienti da tutto il mondo presentati in una lussuosa edizione stampata su carta di altissima qualità che diventa ad ogni numero un nuovo oggetto da collezione.
“PUSS PUSS” è anche un’agenzia che offre servizi creativi tra cui la consulenza ai clienti sul proprio brand, la direzione creativa e la creazione di contenuti per clienti del settore fashion e lifestyle attraverso stampa, digitale, video e social media.
Una realtà a tutto tondo, focalizzata su ogni nuova tendenza e stimolo riguardante l’estetica contemporanea.

Il numero 8, l’ultima uscita, celebra gli spiriti indipendenti partendo dal punto di riferimento simbolo di questo concetto di indipendenza, il gatto.
Fra queste pagine si trova il portfolio di Bunny Kinney con persone che lo ispirano e incarnano quelle caratteristiche appunto da “gatto” o alcuni personaggi che possiedono, o amano particolarmente, gatti come i musicisti Bo Ningen, gli stilisti Matty Bovan & Dilara Findikoglu, stylist Alister Mackie e altro ancora.
Una rivista di moda, molto ma molto alla moda..

L’arte esotica di Derek Yaniger in un libro oramai introvabile

Anche se è oramai fuori catalogo da mesi, oggi vi segnalo un libro che raccoglie le illustrazioni di Derek Yaniger, artista che ha una lunga storia artistica alle spalle con collaborazioni con brand del livello della Marvel Comics e della Cartoon Network.
Il suo genere chiaramente si riferisce allo stile Tiki, al mondo del lounge e dello space age per ottenere un mondo fantastico, retro e pieno di simbolismi.
Ottiene una grande carica di arte creativa per un intero mucchio di eventi esclusivi come il Las Vegas Rockabilly Weekend ed i Tales of the Cocktail !

Un libro racconta l’arte e la vita di un artista anticonvenzionale come David Medalla

Exploding Galaxies” è la prima pubblicazione sul lavoro multidisciplinare e sperimentale di David Medalla, artista e ballerino particolare e interessante che negli anni Sessanta, in piena Swingin London riuscì a ritagliarsi un ruolo di primo piano nel mondo dell’arte allora squarciato da continue novità e sperimentazioni.
Di base principalmente a Londra dagli anni ’60, Medalla è noto per le sue sculture cosiddette cinetiche, installazioni e performance partecipative in cui il pubblico era un fattore nuovo di azione ed espressività.
Londra a metà degli anni ’60 era caratterizzata da un’esplosione di innovazione creativa ed esplorazione che andò di pari passo con un’ondata di ottimismo guidata dalla ripresa economica del dopoguerra, una liberazione dal passato e una svolta verso nuove idee di modernità.
In questo contesto Medalla fu uno dei fondatori di Signals Gallery, una galleria dedicata agli esperimenti di arte e scienza a Londra negli anni ’60.
Signals era una nuova galleria sperimentale che fungeva da luogo di incontro per artisti internazionali; una piattaforma per opere contemporanee ancora sconosciute al mondo dell’arte mainstream, e uno spazio vibrante per la sperimentazione e l’espressione che rappresentava un significativo allontanamento dalle gallerie più affermate.

La galleria d’arte Signals London 1967
La galleria d’arte Signals London 1967
La galleria d’arte Signals London 1967

Medalla alla fine degli anni ’60 ha anche fondato The Exploding Galaxy, un collettivo sperimentale che ha vissuto nella comune di Balls Pond Road, creando spettacoli non convenzionali che sfidavano i confini dell’arte e della danza di cui, per chi interessato, si può leggere nel bel libro di Jill Drower oramai di difficile reperibilità.

La comune di Balls Pond Road 1967

Medalla faceva parte di Artists for Democracy, un gruppo di artisti identificato con il più ampio movimento di liberazione negli anni ’70.
Quello che vi presento oggi è la prima monografia, scritta da Guy Brett, uno dei fondatori di Signals, che include un elenco parziale delle esibizioni di Medalla dalla fine degli anni ’60 alla metà degli anni ’90, così come i suoi appunti su “Parables of Friendship“.
Un libro strano, affascinante e incompleto vista la mole e la varietà della produzione di Medalla stesso.

“Ways of Being” è una libro di consigli per aspiranti artisti

Hai mai pensato a come sarebbe sedersi accanto al tuo artista preferito e potergli chiedere tutto sulla sua vita e sulla sua carriera? Ecco, con “Ways of Being” l’idea è proprio quella di fare proprio questo.

Scritto dal giornalista e critico James Cahill, questo libro dal design accattivante presenta interviste, materiale d’archivio e citazioni di artisti del calibro di Gilbert & George, Andy Warhol, Damien Hirst, Sarah Lucas, Louise Bourgeois, Robert Rauschenberg, Grayson Perry e Jeff Koons, suddivisi per argomenti ma tutti caratterizzati da consigli e strategie su come ottenere un primo lavoro, trovare una galleria e assicurarsi un posto nella storia dell’arte.
Il risultato è una lista corposa ed eclettica di voci creative che forniscono vere e proprie perle di informazioni pratiche utilissime per ogni aspirante artista.
Oltre al contenuto che ho appena accennato, l’aspetto ancora più di impatto è la grafica, l’impaginazione, il design del volume.

Il volume è per me un’opera d’arte in sé, progettato dal team di Bibliothèque, interessantissimo studio di design indipendente con sede a Londra.
Ways of Being” assomiglia a un manuale di istruzioni anche se stranamente per un libro d’arte, non contiene alcuna immagine ma infografiche su misura che tracciano i fatti e gli avvenimenti relativi agli artisti presenti.
Tutto il libro è stampato in due colori Pantone, 430 U Gray e 286 U Blue, con ciascuno dei cinque capitoli del libro con due linguette fustellate, tradizionalmente usate per i dizionari.
Il libro è edito da Laurence King e acquistabile QUI.

Arriva Tatanka numero 2: La Danza degli Spettri

Nuovo numero, nuove pagine, nuove storie, nuove illustrazioni.
Mi piace Tatanka con la sua idea delle grandi pagine poster ricche di colori e le sue scelte tematiche differenti ad ogni numero.
Un gran bel progetto da promuovere e sfogliare di cui ho già parlato e di cui continuerò a parlare.
Adesso però lasciamo parlare direttamente chi lavora dietro e dentro a questo bel progetto..

La copertina di questo numero è ispirata al massacro di Wounded Knee, nome con cui è passato alla storia l’eccidio di un gruppo di Lakota Sioux da parte dell’esercito degli Stati Uniti d’America, il 29 dicembre 1890. Massacro scatenato dalla paura della cosiddetta Danza degli Spettri, un rito evocativo con cui gli Indiani credevano di riottenere le terre sottratte ai propri antenati. Non fu così, perché i bianchi decisero di sterminare chiunque adottasse quella pratica pagana.
A Wounded Knee gli Indiani vennero fatti fuori con le mitragliatrici.

Paura, odio, emarginazione, razzismo, sterminio, spari. Parole tornate d’attualità in Italia negli ultimi due mesi. Ogni giorno sui social network sembra di assistere alla guerra dei penultimi contro gli ultimi, descritti come degli intrusi da chi comanda e percepiti come una minaccia da chi si fa comandare, mentre il Paese arranca tra un cambiamento che non arriva (qualcuno dirà “per fortuna”) e la perdita di figure storiche dell’industria italiana (a proposito di sovranismo e Made in Italy).
Sono terminati i Mondiali di calcio (una delle più belle edizioni degli ultimi anni) e sta per ripartire la serie A.
Panem et circenses sono serviti al popolo. Più circenses che panem al momento, ma nessuno sembra lamentarsene. Le grandi capitali dell’Europa meridionale sono in sofferenza ma l’Europa non se ne accorge, e ancora una volta sono le categorie più fragili a subire le violenze di una società che tende a escludere e a lasciare indietro chi non ce la fa.
Esiste ancora la speranza? Forse sì e arriva dal cielo, dove le stelle continuano a brillare. Un po’ come per gli indiani di Wounded Knee che – è vero, non ce l’hanno fatta – ma sono qui, più vivi che mai, sulla prima pagina di Tatanka a danzare con i loro spettri. Noi i nostri – di spettri – dobbiamo ancora disinnescarli.
Del resto la speranza è una trappola inventata da chi comanda.

Grazie ancora al team di Tatanka (acquistatelo QUA) per la loro disponibile collaborazione e avanti tutta!

“Editorial Magazine” è una rivista su ciò che oggi si definisce interessante ma assurdo

Editorial Magazine” è una pubblicazione indipendente di arte e moda che esce trimestralmente a Montreal, in Canada.
Claire Milbrath è la fondatrice della rivista che ad ogni numero riesce ad inventarsi qualcosa di nuovo e questo vale anche per il diciottesimo numero appena uscito.

I temi affrontati da “Editorial Magazine” sono sempre originali e affascinanti come l’approfondimento del concetto di masthead, un formato innovativo di grandi dimensioni (970×250 px), collocato tra la testata di un sito sito e il corpo della pagina.
Inoltre per questo numero Maya Fuhr e Talvi Faustmann hanno lanciato un servizio di moda ispirato alle donne più famose del cosiddetto televangelismo, un fenomeno assurdo e allo stesso tempo oramai diffusosi in tutto il mondo.; l’apice della religione, del glamour e dell’avidità si sono uniti per formare un immane miscuglio.
Di questo e di molto altro si legge su “Editorial Magazine“..

Un illustratore realizza un libro dove le opere sono ordinate in base agli hashtag di Instagram

Oggi vi parlo di un libro di Patrik Mollwing, un illustratore svedese che attualmente vive a Lisbona, in Portogallo, con alle spalle una vasta esperienza trasversale che lo ha portato a lavorare sia nella progettazione grafica che nella direzione artistica, fino all’illustrazione e all’animazione.
Questo suo ultimo libro parte dalla costatazione di come negli ultimi anni Instagram sia diventato un luogo virtuale ma molto utilizzato dagli illustratori per condividere il proprio lavoro. Non mi voglio addentrare sul fatto che questo fenomeno sia una cosa buona o cattiva, IG è senz’altro è una piattaforma che consente ai creativi in genere di raggiungere un pubblico più ampio, spesso attraverso l’uso dei fantomatici hashtag.
Il tentativo di Mollwing è quello di rendere fisico, materiale, reale l’interazione fra hashtag ed il contenuto ed è proprio qui che è nato “Two Hundred e Forty-Two Hashtags“, un libro di illustrazione che prende spunto dalla cultura della ricerca per hashtag.
L’inizio del libro presenta un elenco di hashtag ordinati alfabeticamente, per capirsi si va da da #abnormal a #yum e dopo ogni parola si reinvia alla pagina in cui è possibile trovare i lavori creati dallo stesso Patrik Mollwing nel periodo compreso fra il 2015 ed il 2017 che sono stati condivisi su IG utilizzando proprio quell’hashtag.
Pubblicato da Stolen Books, il libro si presenta quindi come una raccolta di opere di Mollwing il cui stile è da sempre sghembo, pieno di corpi allampanati e forme morbide ritratti con colori vivi e sgargianti mentre pattinano, lottano e chissà che altro.

Una mostra ed un catalogo analizzano come la grafica ed il design rispondono alle turbolenze politiche di questi anni

Oggi prendo spunto dalla mostra dal titolo “Hope to Nope” attualmente al Design Museum di Londra fino al 12 agosto 2018.Già da qualche anno, forse decennio, abbiamo capito che il nostro è un periodo storico turbolento, senza certezze, caratterizzato da profonde divisioni sociali e da conflitti più o meno latenti sparsi in tutto il pianeta. In particolar modo l’ultimo decennio è stato praticamente un costante periodo di turbolenze politiche e questo non lascia certo indifferente il mondo del design che si fa sempre più politicamente attivo attraverso poster, meme, GIF, stampe, magliette prodotti tanto dagli attivisti dilettanti quanto da designer e studi professionali. Non vi viene subito in mente il famossissimo poster “Hope” di Shepard Fairey meglio conosciuto come OBEY?

Barack Obama “Hope” poster

Ecco, per celebrare tutto questo, una nuova mostra al Design Museum di Londra dal titolo Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18 esplora il ruolo della grafica in quei 3.650 giorni. L’obiettivo degli organizzatori è quello di guardare il risultato grafico che gli avvenimenti politici di questi anni hanno prodotto.Margaret Cubbage quindi i criteri di scelta non è stato solo il design buono o meno buono, quanto il tipo di impatto e influenza che questo ha avuto.
Lo spettacolo è stato concepito da GraphicDesign & Lucienne Roberts e David Shaw, con Rebecca Wright insieme al Design Museum.
I temi affrontati sono moltissimi ed il relativo catalogo, un bel volume ricco di immagini, fotografie e approfondimenti riporta fedelmente le principali tensioni politiche di tutto il mondo fra cui le proteste contro le molestie sessuali in Cina, il movimento Occupy e 99%, la protesta in Brasile per la povertà delle periferie, le manifestazioni di Je Suis Charlie, Trump, Brexit e molto, molto altro fino al famosissimo Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Oltre alle sezioni che abbiamo già visto, nel libro ci sono interviste con il celebre grafico Milton Glaser e lo street artist Shepard Fairey, i designer e artisti internazionali presenti in questo libro poi sono: Gorilla, Dread Scott, Edel Rodriguez, TEMPLO, ThoughtMatter, Michael Bierut, Sagmeister e Walsh, Marwan Shahin, Barnbrook e Metahaven .

“OOF Magazine”, una rivista sul calcio da sfogliare come un ricercato catalogo d’arte contemporanea

Il calcio, si sa, è la quintessenza dell’esperienza comunitaria, della passione condivisa, della fede irrazionale. In tutto il mondo – negli stadi, nei bar e nei salotti di casa – milioni di persone provano emozioni collettive guardando le proprie squadre scendere in campo. Ogni giorno il calcio riesce a realizzare con facilità talvolta data per scontata, ciò che l’arte cerca costantemente di fare con ben altri sforzi: far emozionare le persone.
L’arte de-costruisce il mondo, ci aiuta a capire cosa significa il tutto intorno a noi e tenta di offrire nuove prospettive ai nostri sguardi. per questo oggi vi parlo di “OOF magazine“, questo nuovo progetto inglese che unisce in un modo quasi naturale, arte e pallone.
Gli artisti che vedrete all’interno di “OOF” tentano appunto di semplificare il messaggio e l’esperienza calcistica per ridarle senso, per mostrare i perché questo sport riesca ad infiammare così tante persone in tutto il pianeta.
La pubblicazione londinese ha appena pubblicato il suo primo numero in cui, oltre ai lavori di artisti del calibro di Chris Ofili, Hans Ulrich Obrist, Rose Wylie e Petra Cortright e un’affascinante storia di un murale di Zagabria che raffigura Zvonimir Boban che combatte con la rivolta polizia.
L’idea originale di “OOF Magazine” è del fondatore e direttore Eddy Frankel a cui, in seguito, si sono aggiunti Justin Hammond e sua moglie Jennie, che a Londra gestiscono la grande galleria d’arte moderna J Hammond Projects. Un geniale designer chiamato Simon Whybray ha fatto l’iniziale direzione artistica e Tom Havell, che è il capo del design europeo di Time Out, ha fatto tutto il layout.
“OOF magazine” una via di mezzo fra un catalogo di una sofistica mostra d’arte e un magazine specialistico sul calcio e questa comunione rende le 72 pagine di cui è composto, interessanti, originali e per tutti i gusti.

Dentro al nuovo GRAM, fra gli altri, 5 spassosi poster di Filippo Fontana

Come voi che ci leggete avete senz’altro capito, oltre alla passione in generale per i prodotti editoriali più interessanti e curati che scoviamo in gira per l’Italia e nel mondo, un’altra passione che ci caratterizza è quella per la grafica e i progetti indipendenti, underground come si diceva una volta.
Ecco, GRAM è proprio uno di questi. GRAM è un collettivo di autoeditoria con sede a Milano, Venezia e Bolzano. Il suo scopo è quello di dare vita a nuove idee e progetti culturali attraverso prodotti editoriali. Una creatura dalle mille facce in costante mutazione. Come si legge nel loro about, GRAM è una pianta infettiva che si nutre di una varietà di contributors e di diverse tecniche progettuali e realizzative. GRAM è un centro per creativi finalizzato ad un percorso che tende a conoscere la contemporaneità e diffondere arte attraverso la selezione delle migliori opere. Il loro processo curatoriale utilizza nuovi contesti.
L’unità di misura di GRAM è il grammo e per questo ogni prodotto viene pesato e inserito in una busta numerata che reca appunto l’indicazione del peso esatto del prodotto.

Presentato il nucleo, oggi mi piace mostrarvi l’ultima uscita, la quarta dal 2014, del progetto editoriale omonimo, GRAM #4 appunto che si presenta all’interno di una busta con grafica serigrafata in 300 copie. GRAM #4 vi offre 4 poster, 3 zines, cartoline, adesivi, polaroid e altro creato da 12 diversi autori quali Mauro BubbicoCalvin Calenda, Filippo Fontana e Jonathan Mendel. Fra questi artisti mi piace segnalare il lavoro di Filippo Fontana, giovane designer italiano di Venezia laureato in graphic design presso l’ESA Saint Luc School di Bruxelles nel 2013, laurea specialistica in graphic design presso la scuola IED di Milano e un master in comunicazione visiva presso il Royal College of Art di Londra. Il suo lavoro, dal titolo “Void”, utilizza la cultura popolare per evidenziare le ridicolezze della ricchezza trasmessa da alcuni dei volti famosi dell’Italia.
Cinque poster pubblicati appunto dai ragazzi di GRAM, dove si riconoscono figure riconoscibili del mondo social e dalla stampa degli ultimi 20 anni. La serie di poster intende ritrarre, in modo ironico e satirico, i diversi canali di informazione e intrattenimento italiani  dove l’ostentazione della ricchezza, il materialismo, l’ignoranza, la volgarità, il lusso e il sesso sono il fulcro ed il motore di tutto. Usando uno stile illustrativo che ricorda Kyle Platts e Simon Landrein, Filippo cerca con Void, di far riflettere lo spettatore su come l’establishment possa aver plasmato il mondo dei media e, più in generale, la cultura pop italiana. Il provocatorio titolo del progetto, Void (Vuoto), rappresenta anche il sentimento di Filippo sull’argomento scelto e la sua volontà di sottolineare come, contrariamente al suo spirito originario, il mondo dell’informazione invece di creare contenuti culturalmente preziosi, sia invece un contenitore vuoto.

GRAM è acquistabile qui.

45 giovani artisti creano una nuova font lavorando, ognuno sul lavoro dell’altro

New Contemporaries” è una delle organizzazioni leader in UK per il supporto e la promozione dei giovani artisti emergenti inglesi che, al termine del loro percorso accademico, si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro.
Dal 1949 New Contemporaries ha cercato di fornire sempre strumenti all’avanguardia per gli studenti di arte moderna indipendentemente dal luogo e dalla scuola di provenienza, mantenendo perciò un punto di vista democratico e creativo che ancora oggi ne fa una realtà eccezionale.
Questa eccezionalità risulta evidente dal progetto che ha visto produrre il catalogo della mostra annuale di questi artisti emergenti che nel 2017 sono stati selezionati da: Caroline Achaintre, Elizabeth Price e George Shaw.

Il catalogo è un volume blu e bianco, completamente illustrato e include come di consueto le biografie di tutti gli artisti e un breve btta e risposta con i loro selezionatori. Il progetto è stato ideato e realizzato dai ragazzi di Hato, studio londinese di  design specializzato nella visual identity e nell’art director.

Come dicevo si tratta di un prodotto azzardato, folle e molto attuale visto che si basa sulla creazione condivisa fra tutti gli artisti di un prodotto editoriale unico.
E’ stato co-progettato il font da tutti i 45 artisti selezionati, fornendo loro uno strumento digitale con cui potevano manipolare il lavoro dell’artista precedente partendo da una griglia vuota fino ad arrivare, con pochi clic, ad una famiglia completa. L’altro aspetto assurdo ed eccitante è che tutto questo si è svolto nell’arco di 24 ore in un workshop online.

Oltre ad essere il core del catalogo, il carattere progettato è diventato il simbolo della relativa campagna di marketing, in modo da rendere tutto coerente, innovativo e, penso sia indiscutibile, unico e condiviso.

Il volume è acquistabile QUI.

 

Boîte, il magazine che arriva in una scatola e che nasconde tesori

Durante i festival di editoria e simili, si sa, uno dei migliori modi per passare il tempo dopo il vendere i propri prodotti, è quello di conoscere altre persone, scovare affinità, intravedere collaborazioni e fare delle lunghe e belle chiacchierate.
Con Giulia e Federica, le due ragazze dietro al progetto Boîte, l’incontro è avvenuto al OIOI Festival a Prato lo scorso 8 e 9 Settembre dove, anche se già conoscevo il loro progetto avendo qualche numero a casa, parlare con Giulia Brivio e Federica Boràgina è stato veramente un piacere.
Bionde, belle, sempre sorridenti e sempre con quell’aria indaffarata di chi rincorre gli impegni pensando già a qualcosa’altro, le due ragazze di Boîte erano con il loro progetto che guarda a quella certa editoria d’arte restando in equilibrio fra il ristretto mondo dell’Arte con la A maiuscola e l’indistinto mare magnum delle autoproduzioni.

“Boîte”, usando le parole delle sue ideatrici, è una scatola di cartone con uscite semestrali, in tiratura limitata di 250 copie, che custodisce fogli sciolti, immagini e parole che vogliono indagare i percorsi dell’arte del XX e XXI secolo” che lo scorso 26 Settembre ha raggiunto la maggiore età con l’uscita numero #18 dedicata al tema della non-documentazione delle opere d’arte.

All’interno trovate materiali di Emilio Fantin sulle alternative alla documentazione tradizionale e di Paolo Inverni sulla rielaborazione informativa e cognitiva. Angela Serino racconta come poter documentare l’esperienza di una residenza artistica e Cristina Baldacci spiega il ruolo fondamentale e problematico degli archivi storici. Inoltre “Boîte” #18 ospita Clio Casadei e il racconto del suo progetto editoriale Atlas,

Elsie Magazine: creare l’ultimo numero dopo aver svuotato lo scantinato

Elsie è una rivista indipendente e creativa ideata, creata e prodotta da ; è l’opera di una persona … il suo nome è Les Jones designer, fotografo, scrittore e appunto editore inglese di Crewe, Inghilterra.

Elsie è un magazine dove trovano ampio spazio tutte le arti grafiche, la fotografia, la tipografia ed il design. Ogni copia viene stampata in circa 1.000 copie e, fenomeno che si sta oramai diffondendo sempre più, ogni copia contiene degli elementi personalizzati che rendono ogni esemplare un unico.

La mente creativa di Jones però non si è fermata qui ed ha pensato bene di inserire all’interno delle pagine di Elsie, in una copia ogni 25, una busta speciale contenente una stampa artistica unica e firmata!

Uno degli aspetti che sorprende di Elsie è la totale assenza di pubblicità fra le sue pagine che la rende davvero una rivista indipendente in un ecosistema, come quello dei magazine, dove questo aggettivo “indipendente” penso sia molto (molto!) abusato se pensiamo agli sponsor per così dire di peso, che si trovano in tutti i maggiori prodotti editoriali e che, volenti o nolenti, rendono da una parte i prodotti molto più solidi economicamente, ma dall’altra, li vincolano a numerose pagine di advertising.

Ma lasciamo questa discussione che tra l’altro Jones riprende sul suo blog in un breve articolo a chi la vorrà continuare e torniamo a Elsie Magazine che arriva alla quinta uscita, “The Stuff Issue”, la più voluminosa di sempre con le sue 132 pagine colorate.

Aesthetic/Theories, un magazine sull’arte e il design alla ricerca dell’ispirazione

Aesthetic/Theories” è un magazine creato e prodotto a Los Angeles, California da a/t design studio.

Il magazine è una pubblicazione a stampa dedicata a artisti, designer, intellettuali e istituzioni che riflettono e modellano i modelli culturali e creativi della società di oggi.

È da poco uscito il volume 002 che intende analizzare il ruolo dell’arte e del design all’interno di un sistema globale attualmente dominato dalla necessità di mercificazione e commercializzazione.

Un tentativo di capire l’ispirazione che nasce negli artisti, designer e intellettuali che influenzano i nostri modelli culturali e creativi. Una ricerca multidisciplinare interessante e di frontiera che ricerca un punto di vista critico e costruttivo che pone il magazine in una situazione di avanscoperta e di frontiera.

Roman Signer è un genio

Roman Signer (nato nel 1938) è un artista tutto da scoprire che attualmente vive e lavora in Svizzera.
Il suo lavoro è stato esposto in gallerie e musei in tutta Europa, nel Nord America ed in Asia da oltre trent’anni ed è stato selezionato per prestigiosi eventi artistici come la Biennale di Venezia.

Alcune sue sculture e istallazioni fanno parte delle collezioni del MOMA di New York e nel Centro Pompidou di Parigi.

In questo suo libro viene affrontata quella che lui stesso ha definito come la “Scultura temporale” in quanto egli ha aggiunto tre nuove dimensioni alla scultura: l’azione, lo spazio e il tempo.

La pubblicazione “Project pour un jardin” è una monografia illustrata molto dettagliata che comprende molte fotografie e saggi di Gerhard Mack, Sara Weyns e Pieter Boons.
Questa monografia fornisce una panoramica quasi tutte le opere dell’artista svizzero, in cui gli elementi naturali quali l’acqua, l’aria e il fuoco spesso svolgono un ruolo importante.