Il 6 settembre 2026 il collettivo italiano Autistici/Inventati ha annunciato la propria chiusura, dopo che una designazione del governo statunitense ne aveva reso irraggiungibile il dominio e bloccato i conti bancari. Vent’anni di posta elettronica, hosting e mailing list gratuiti, costruiti su donazioni e lavoro volontario, si sono trovati improvvisamente senza terreno sotto i piedi. Non è la vicenda che voglio raccontare qui, molti – ma ancora troppo pochi – ne hanno già dato notizia, ma è quella che rende urgente una domanda più teorica che mi sono posto in questi giorni:

cosa significa, davvero,
pensare un media non come un prodotto ma come un’infrastruttura collettiva?

È la domanda su cui lavorano da tempo, e da angolature diverse, Stevphen Shukaitis e Adam C. Jones — due autori che il 26 settembre 2026 si confronteranno in una sessione dedicata proprio a questo, al London Anarchist Bookfair.
Shukaitis insegna cultura e lavoro culturale all’University of Essex, fa parte dell’editorial collective di Autonomedia e dal 2009 coordina Minor Compositions, la sua costola editoriale dedicata a teoria critica e scrittura militante, ma più che la sua collocazione istituzionale, conta il percorso concettuale che ha costruito libro dopo libro, ed è quel percorso a offrire il primo dei due fili teorici che voglio sviluppare.
Il punto di partenza è un’idea che attraversa già Imaginal Machines: Autonomy & Self-Organization in the Revolutions of Everyday Life [1]: i movimenti non si limitano a opporsi a qualcosa, producono immaginari. Producono, cioè, la capacità stessa di immaginare forme di vita diverse da quelle esistenti, e lo fanno attraverso pratiche quotidiane di autorganizzazione più che attraverso dichiarazioni programmatiche. È una mossa che sposta l’attenzione dal contenuto esplicito di un’azione politica — quello che dice, quello che chiede — al tessuto di pratiche che quell’azione rende possibili. Una rivista, un archivio, una rete, esperienze che, prese singolarmente, sembrano strumenti, ma che nell’insieme costituiscono la macchina immaginativa attraverso cui una comunità pensa sé stessa.
Shukaitis porta questa intuizione dentro il lessico specifico dell’editoria in The Composition of Movements to Come: Aesthetics and Cultural Labor After the Avant-Garde [2], dove il termine chiave è “composizione“.
Non nel senso astratto di un insieme di parti, ma nel senso quasi musicale di un lavoro che tiene insieme elementi eterogenei — persone, competenze, tempi, tecnologie — senza ridurli mai a un’unica voce.
Comporre un movimento, per Shukaitis, assomiglia più al lavoro di un curatore o di un redattore che a quello di un leader.
Si tratta di creare le condizioni perché voci diverse possano stare nello stesso spazio senza annullarsi a vicenda. È un’idea che si oppone silenziosamente a un’immagine molto diffusa dell’avanguardia politica, quella del gruppo ristretto che indica la strada a tutti gli altri.

Qui la composizione è orizzontale, e il lavoro culturale,
spesso invisibile, quasi sempre non retribuito,
è ciò che la rende possibile.

È in Combination Acts: Notes on Collective Practice in the Undercommons [3] che questo discorso trova forse la sua formulazione più esplicita, anche grazie al prestito di un concetto non suo: l’undercommons, elaborato da Fred Moten e Stefano Harney in un libro che, non a caso, è uscito per la stessa Minor Compositions [4].
L’undercommons è lo spazio di uno studio e di una pratica collettiva che si svolge dentro le istituzioni, ma non appartiene loro — che le usa senza lasciarsi catturare dai loro fini. Applicata all’editoria militante, l’idea diventa quasi letterale: una casa editrice autonoma non è fuori dal mondo delle istituzioni culturali, ci sta dentro, ne usa gli strumenti — tipografie, distributori, fiere del libro — ma organizza quel lavoro secondo logiche proprie, che non coincidono con quelle del mercato editoriale.
Il punto d’arrivo di questo percorso è un breve saggio scritto con Joanna Figiel, Publishing to Find Comrades: Constructions of Temporality and Solidarity in Autonomous Print Cultures [5], che vale la pena leggere quasi come una sintesi in miniatura di tutto quello che viene prima.
Il titolo contiene già l’argomento: “pubblicare per trovare compagni”, non per raggiungere un pubblico. Si tratta di una distinzione che sembra sottile ma non lo è. Raggiungere un pubblico presuppone che il pubblico esista già, da qualche parte, in attesa di essere raggiunto. Il libro è un mezzo che collega un mittente a dei destinatari. Trovare compagni presuppone invece che quelle relazioni non esistano ancora, e che il libro — o la rivista, o la fanzine — sia lo strumento con cui si prova a costruirle.
Il testo pubblicato smette di essere il punto di arrivo di un lavoro editoriale e diventa il suo punto di partenza, l’inizio di una relazione che continuerà, o non continuerà, a seconda di quello che succede dopo.
Shukaitis e Figiel insistono molto su questo “dopo”; sulla temporalità particolare delle culture editoriali autonome che non si misurano con la stessa scala del mercato, e che spesso si affidano a una solidarietà che si costruisce nel tempo, attraverso relazioni ripetute, più che a una vendita che si esaurisce nell’atto dell’acquisto.
Se Shukaitis lavora soprattutto su cosa l’editoria indipendente produca come relazione, Adam C. Jones porta l’attenzione su un livello diverso, più tecnico spostando l’attenzione sulle condizioni materiali attraverso cui quella relazione può, o non può, restare autonoma.
Jones è cresciuto nell’East London, si è formato sul pensiero comunista insurrezionale e da anni co-conduce Acid Horizon, un podcast di teoria politica radicale. Il suo libro più recente, The New Flesh: Life and Death in the Data Economy [6], parte da una domanda apparentemente lontana dall’editoria militante:

cosa succede ai nostri corpi, alle nostre relazioni,
alla nostra stessa idea di identità,
quando ogni gesto di comunicazione
viene trasformato in dato, tracciato, monetizzato?

La risposta di Jones non è una condanna generica delle piattaforme digitali, ma un tentativo di descrivere con precisione i meccanismi attraverso cui un sistema di comunicazione smette di essere neutro e comincia a produrre forme specifiche di controllo — un controllo che non ha bisogno di censurare esplicitamente un contenuto, perché agisce prima, sulla struttura stessa attraverso cui quel contenuto può circolare.
È qui che il lessico cibernetico, presente in filigrana in tutto il lavoro di Jones, torna utile come modo per pensare sistemi di comunicazione, controllo e retroazione. Un sistema centralizzato — una piattaforma commerciale, ma anche, banalmente, un unico server da cui dipende un’intera comunità — produce inevitabilmente un punto di fragilità e un punto di controllo che coincidono. Chiunque governi quel punto governa, di fatto, le condizioni di possibilità di tutto ciò che passa attraverso di esso.
Un sistema distribuito, al contrario, moltiplica i punti di fragilità, ma dissolve anche il punto unico di controllo dato che nessuno può spegnere tutto premendo un solo interruttore. La domanda che ne segue, per Jones, non riguarda mai soltanto la tecnologia in sé, ma chi la controlla, secondo quali logiche, e con quali margini di intervento per chi la usa.
Messe insieme, le due prospettive smettono di essere parallele e cominciano a intrecciarsi. Shukaitis descrive cosa un’infrastruttura editoriale autonoma dovrebbe produrre: più che un pubblico, dei compagni; più che una transazione, una relazione che dura nel tempo. Jones descrive invece le condizioni tecniche sotto cui quella produzione può restare autonoma invece di essere silenziosamente riassorbita dentro logiche di controllo ed estrazione.
Il primo lavora sul lato della composizione culturale, il secondo sul lato dei sistemi che quella composizione attraversa.
È la loro convergenza a suggerirci una tesi che né l’uno né l’altro, da soli, formulerebbe in questi termini:

un media anarchico
non si definisce per quello che pubblica,
ma per il tipo di infrastruttura,
sociale insieme che tecnica,
che riesce a costruirsi attorno,
e per quanto quella infrastruttura
riesca a restare governabile da chi la usa
piuttosto che da chi la ospita.

Una conferma indiretta, e distante geograficamente, di questa stessa intuizione viene da Publishing as Method: Ways of Working Together in Asia [7], librone curato da Lim Kyung yong e Helen Jungyeon Ku, ed in cui sono raccolte esperienze di piccola editoria da tutta l’Asia contemporanea senza mai cercare una definizione univoca del proprio oggetto di analisi.
Il volume tratta l’editoria indipendente non come categoria di prodotti, ma come metodo. Lo analizza come una forma di costruzione di relazioni, logistiche e condizioni culturali che può assumere forme molto diverse a seconda del contesto.
Trovo questo parallelismo assai interessante, non perché aggiunga qualcosa di radicalmente nuovo al discorso di Shukaitis e Jones, ma perché mostra come la stessa torsione concettuale — dal libro come oggetto all’editoria come pratica relazionale — emerga in modo indipendente in un contesto teorico e geografico completamente diverso, segno che non si tratta di una particolarità specifica del pensiero anarchico occidentale, ma di una domanda assai più ampia su quello che è il senso stesso del pubblicare oggi.
Tornando, per chiudere, al punto da cui siamo partiti: quello che è successo ad A/I non è un caso a parte rispetto a questa teoria, ne è semmai l’illustrazione più concreta con un collettivo che per vent’anni aveva prodotto — nel senso di Shukaitis — relazioni più che contenuti, e che dipendeva — nel senso di Jones — da un’infrastruttura tecnica sufficientemente centralizzata da poter essere colpita in un solo punto.
La teoria in questo caso non serve a spiegare la vicenda dopo che è accaduta., ma può aiutarci a capire cosa sia davvero in gioco quando una comunità costruisce un proprio mezzo di comunicazione e – per chi ancora non lo avesse capito – in gioco non c’è soltanto la possibilità di dire qualcosa, ma quella di continuare a farlo, insieme, nel tempo, senza dover chiedere il permesso a chi controlla i punti da cui quella possibilità dipende.


Note

  1. Stevphen Shukaitis, Imaginal Machines: Autonomy & Self-Organization in the Revolutions of Everyday Life, Minor Compositions/Autonomedia, New York, 2009.
  2. Stevphen Shukaitis, The Composition of Movements to Come: Aesthetics and Cultural Labor After the Avant-Garde, Rowman & Littlefield International, London, 2016.
  3. Stevphen Shukaitis, Combination Acts: Notes on Collective Practice in the Undercommons, Minor Compositions, New York, 2019.
  4. Fred Moten e Stefano Harney, The Undercommons: Fugitive Planning & Black Study, Minor Compositions, New York, 2013.
  5. Stevphen Shukaitis e Joanna Figiel, “Publishing to Find Comrades: Constructions of Temporality and Solidarity in Autonomous Print Cultures”, Lateral, vol. 8, n. 2, 2019.
  6. Adam C. Jones, The New Flesh: Life and Death in the Data Economy, Collective Ink, Winchester, 2024.
  7. Lim Kyung yong e Helen Jungyeon Ku (a cura di), Publishing as Method: Ways of Working Together in Asia, Mediabus, Seoul, 2023.