Quando nei primi mesi del 1969 la Yale University Press diede finalmente alle stampe Theory of Voting, un testo destinato a rivoluzionare la teoria delle scelte collettive e a formalizzare per la prima volta il concetto di voto strategico, l’autore del libro non si trovava in un’aula accademica, né a un convegno scientifico. Reginald Robin Farquharson vagava per i marciapiedi di Londra senza una sterlina in tasca, dormiva in sistemazioni di fortuna o nelle case occupate di Notting Hill e si definiva un barbone a tempo pieno.
Nato in Sudafrica nel 1930, brillante studente alla Rhodes University e poi approdato alle aule dorate dell’Università di Oxford — dove tra i suoi contemporanei figuravano il filosofo John Searle, il magnate Rupert Murdoch e il logico Michael Dummett —, Farquharson possedeva una mente analitica fuori dal comune. La sua tesi di dottorato, completata nel 1958 sotto la supervisione del politologo David Butler, era considerata un capolavoro di logica e speculazione eppure, la pubblicazione dell’opera fu ritardata per oltre un decennio da un dettaglio squisitamente estetico e maniacale: l’autore pretese inflessibilmente che i diagrammi di scelta logica venissero stampati a tre colori, in nero, bianco e rosso. Quel ritardo editoriale non era frutto di un caso o di una mera testardaggine, ma rifletteva soprattutto una spaccatura ben più profonda, la frattura insanabile tra le strutture matematiche della ragione e la rottura psichedelica, politica ed esistenziale che avrebbe affascinato in maniera profonda la sua futura esistenza.
Diagnosticato molto presto come affetto da disturbo maniaco-depressivo, Farquharson apprese rapidamente che il rigoroso mondo della logica accademica non offriva alcun riparo dalle vertigini della psicosi. Dopo aver ricoperto incarichi di ricerca al Churchill College di Cambridge e aver collaborato con il filosofo George Spencer Brown, le sue crisi psichiche si fecero sempre più frequenti, traducendosi in ricorrenti internamenti coatti nei manicomi britannici.
Fu proprio dentro e fuori dai reparti psichiatrici che la traiettoria del matematico incrociò l’onda d’urto della controcultura degli anni Sessanta. Farquharson comprese infatti che la sua condizione non era un semplice guasto biologico, un errore di stema da contenere con la sedazione, ma un nodo politico ed epistemologico in cui si concentravano tutte le contraddizioni della società moderna.
Rifiutata la carriera istituzionale, scelse la via del rifiuto radicale, incarnando alla lettera l’imperativo di Timothy Leary: Turn on, tune in, drop out.

Robin Farquharson in una fotografia pubblicata su The Guardian, il 28 febbraio 1970.

Drop Out, cover di Alan Aldridge, 1968
Nel 1968 la casa editrice Anthony Blond pubblicò Drop Out!, il resoconto autobiografico con cui Farquharson registrò la sua deliberata discesa nei bassifondi della capitale britannica.
Caratterizzato da una straordinaria copertina psichedelica disegnata dal celebre grafico Alan Aldridge, il libro documentava con uno stile asciutto, lucido e a tratti situazionista, la scelta di abbandonare lo status borghese e vivere per le strade di Londra senza mezzi di sostentamento, tra sperimentazione acida, vagabondaggio e incontri provvidenziali.
La narrazione di Drop Out! non era la posa romanzata di un intellettuale che gioca al proletario, ma la cronaca diretta di un’esplorazione psicogeografica del tessuto urbano, dove l’esperienza dell’LSD si fondeva con un’analisi fredda e analitica della pratica quotidiana dell’accattonaggio, della solidarietà e della sopravvivenza ai margini dell’impero.
In quegli stessi anni Londra stava diventando il laboratorio mondiale dell’anti-psichiatria. La sovrapposizione tra la sperimentazione lisergica, l’anarchismo e la critica alle istituzioni totali portò Farquharson a frequentare gli ambienti teorici radicali nati attorno a figure come David Cooper e Ronald Laing, che proprio nel 1967 avevano organizzato la celebre conferenza Dialectics of Liberation alla Roundhouse di Camden. Tuttavia, rispetto alle speculazioni spesso elitarie o intellettualistiche dei padri della psichiatria alternativa, l’impegno di Farquharson mantenne sempre una venatura pragmaticamente sovversiva e popolare, concentrata sul punto di vista diretto di chi la violenza manicomiale la subiva sulla propria pelle.

Dialectics of Liberation Congress 1967 Poster
Nei primi anni Settanta la sua ricerca di una prassi politica autonoma si concretizzò nella partecipazione alle prime reti di organizzazione dei degenti. Dopo un’esperienza di militanza all’interno della Scottish Union of Mental Patients (SUMP) fondata a Glasgow da Thomas Ritchie, Farquharson fu tra i promotori decisivi della nascita della Mental Patients Union (MPU) nel Regno Unito.
Creata all’inizio del 1973, la MPU non si presentava come un comitato di beneficenza o un’associazione di riforma medica, ma come un vero e punto sindacato autogestito di pazienti ed ex degenti, volto a lottare per l’abolizione del ricovero coatto, la cancellazione dell’elettroshock e del trattamento farmacologico forzato, e la piena dignità civile di chiunque venisse bollato come folle.
Per Farquharson, la MPU rappresentava l’applicazione diretta della teoria dei giochi e dell’azione strategica al campo di battaglia della salute mentale, la costruzione di un potere contrattuale collettivo contro l’arbitrio dell’istituzione psichiatrica.
La Londra in cui Farquharson si muoveva in quegli ultimi anni non era più quella rutilante della pop art, ma quella dura, politicizzata e squattrinata della cultura degli squat. Integrazione naturale per un uomo che aveva rinunciato a qualsiasi proprietà, il movimento delle case occupate offriva non soltanto un tetto, ma un modello sociale fondato sulla condivisione delle risorse, sull’editoria ciclostilata di fanzine, volantini e manifesti politici, e sulla creazione di comunità in aperta rottura con la famiglia tradizionale e la proprietà privata.
La sua casa fu a lungo la strada, insieme a qualunque spazio liberato disposto ad accogliere la sua presenza colta, eccentrica e profondamente disturbante per il decoro borghese.
Farquharson, diversamente da come si può pensare, non era affatto un eremita solitario, ma il punto d’intersezione di una fitta e convulsa rete di sovversione culturale.
Immerso nella controcultura londinese, frequentò assiduamente la scena dei poeti beat e outsider della capitale come Michael Horovitz e Alexander Trocchi— stringendo un legame profondo con l’inquieto poeta anglo-ebraico Harry Fainlight,, già tra i protagonisti del leggendario International Poetry Incarnation alla Royal Albert Hall del 1965.

In alto a sinistra (con la cinepresa/macchina fotografica): Barbara Rubin. Fila posteriore (da sinistra a destra): Adrian Mitchell (con gli occhiali da sole), Anselm Hollo, Marcus Field, Michael Horovitz, Ernst Jandl. Fila anteriore (da sinistra a destra): Harry Fainlight, Alexander Trocchi (con i fogli in mano), Allen Ginsberg, John Esam e Dan Richter.
Sul piano dell’azione politica e mediatica, Farquharson fu tra i primissimi ad adoperarsi per importare e fondare nel Regno Unito la sezione britannica delle White Panthers, il movimento radicale antirazzista nato negli Stati Uniti su impulso di John Sinclair a supporto delle Black Panthers.
La sua presenza si fece sentire anche nell’editoria di strada: partecipò attivamente alle reti di distribuzione e redazione informale dei giornali della stampa underground, orbitando attorno ai fogli alternativi e ai ciclostilati che trovavano il loro punto di riferimento in testate iconiche della controcultura come IT (International Times) e OZ Magazine.
La vita di Robin Farquharson si interruppe tragicamente nell’aprile del 1973, all’età di soli quarantadue anni, a causa delle gravi ustioni riportate durante un incendio scoppiato in una casa occupata a Londra, in circostanze mai del tutto chiarite, che portarono successivamente alla condanna di due persone per omicidio colposo.
In suo omaggio, il movimento dei pazienti britannici intitolò a suo nome uno dei primi centri di accoglienza e autogestione nati dall’esperienza della MPU, la Robin Farquharson House.
Nel 2006 è uscito International Freak: Robin Farquharson and the Dream of Psychedelic Revolt la biografia scritta dal ricercatore e autore londinese M. Syd Rosen (pubblicata dalla rinomata casa editrice underground Strange Attractor Press). Frutto di un lavoro di scavo d’archivio e testimonianze dirette, il volume ricostruisce l’intera parabola esistenziale di Farquharson: dall’impegno giovanile contro l’Apartheid in Sudafrica al genio matematico ad Oxford, fino alla totale immersione nel sogno e nell’incubo della rivolta psichedelica britannica, intrecciando biografia e storia sociale.
La sua parabola rimane un punto di snodo unico e particolarrismo nella storia della controcultura del Novecento. L’uomo che aveva formalizzato le regole matematiche con cui le democrazie calcolano il potere scelse di finire i suoi giorni rifiutando ogni calcolo, dimostrando sulla propria carne che l’unica equazione davvero irrisolvibile resta quella della libertà umana.

International Freak: Robin Farquharson and the Dream of Psychedelic Revolt, M. Syd Rosen, Strange Attractor Press, 2006
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