Soviet Hippies, il documentario che vi fa scoprire la controcultura psichedelica ai tempi dell’Unione Sovietica

Nel 1966, Aksel Lampmann era un adolescente cresciuto in Estonia, allora una regione della sterminata Unione Sovietica.
Quell’estate, annoiato e stanco del grigiore della propria quotidianità, decise di intraprendere un viaggio verso un campus, punto di ritrovo di studenti per lo più proveniente dalla Cecoslovacchia, che lo introdussero a nuove e strane musiche provenienti dal mondo occidentale, allora sconosciuto e proibito. Iniziò ad ascoltare i Beatles.
Non capiva i testi – All’epoca nessuno parlava inglese – ma adorava quel suono.
Impara a suonare la chitarra e si fa crescere i capelli.

L’estone Mihkel Ram Tamm, al centro, era un guru degli hippy sovietici. Fotografia: Vladimir Wiedemann

Nel 1969, senza nemmeno avere chiaro cosa significasse davvero, Lampmann era diventato un hippy sovietico in piena regola.
La cortina di ferro rendeva difficilissimo viaggiare liberamente in Europa, addirittura impossibile negli Stati Uniti, quindi per i suoi viaggi si affida alla pratica diffusissima allora dell’autostop partendo da casa sua nei Paesi Baltici in Crimea.
Aksel Lampmann è una delle tante personalità che vengono a galla in Soviet Hippies, un film documentario ideato e diretto dalla scrittrice e regista estone Terje Toomistu su un periodo perduto e nascosto della storia sovietica.

La regista Terje Toomistu

Il documentario esplora una sottocultura ispirata all’occidente ma nettamente differente da quella che possiamo definire l’originale perché nata e sviluppata in una società modellata totalmente sulle linee guida imposte dal comunismo e sotto la strettissima sorveglianza del KGB .

Soviet Hippies, 2017

In URSS, al contrario di quello che succedeva in occidente, vigeva il controllo completo sulla vita dei cittadini: come le persone lavoravano, vestivano o addirittura danzavano. Chiunque non si adeguava al modello di Homo Sovieticus andava incontro a grossi guai, incluso farsi tagliare i capelli con la forza in pubblici eventi di piazza.

Il movimento hippy sovietico emerge a partire dalla capitale Mosca e da Leningrado intorno al 1966 e 1967, nei primi anni del dominio di Leonid Breznev ed in perfetta contemporaneità con il resto del pianeta.
I primi hippy rossi furono i figli o le figlie della privilegiata nomenklatura sovietica – bambini ben educati provenienti da famiglie d’élite che avevano accesso alla musica del mondo capitalista e ai jeans. All’inizio degli anni ’70, il movimento era diventato sufficientemente grande e ribelle per allarmare le autorità, anche se probabilmente contava solo poche migliaia, dice Toomistu.
Nel giugno 1971, gli hippy hanno avuto il permesso di manifestare contro la guerra del Vietnam fuori dall’ambasciata americana a Mosca.

Hippies russi

Questa era una trappola del KGB che, così facendo, riescea radunare e arrestare in un colpo solo molti dei manifestanti, con l’obiettivo di spazzare via una volta per tutte la contro cultura hippy dallo stato.
Alcuni manifestanti furono inviati in strutture psichiatriche e curati con lunghe sedute di iniezioni di insulina; altri furono spediti nell’esercito o nei campi vicino al confine cinese.
Il film ricrea questo durissimo giro di vite e utilizza le foto trovate negli archivi del KGB in Lituania dalla regista.

Secondo Lampmann, le molestie da parte della polizia e del KGB erano quotidiane. Gli hippy sono stati perseguitati ritrovandosi spesso e volentieri a condividere la cella della prigione in cui erano finiti con gangster e assassini della peggior specie.
Il nostro Lampmann, proprio per riuscire ad evitare l’arresto o altri problemi con la giustizia, ha sempre tenuto i suoi documenti in perfetto ordine in modo da non poter mai essere accusato di niente.

Aksel Lampmann nel 1968
Aksel Lampmann oggi

Verso la fine degli anni ’70, gli hippy avevano sviluppato una vera e propria controcultura con un suo gergo e una sua scena musicale. C’erano quelli che Toomistu chiama Facebook analogico: i taccuini con nomi e numeri di contatti in tutta l’URSS usati dai viaggiatori che cercavano posti dove potersi appoggiare nei loro viaggi.
Per rendere ancora più accattivante la visione, Toomistu utilizza diverse animazioni nel film con disegni e immagine tipicamente psichedeliche.
La contro cultura underground riusciva a collegare persone di diversa estrazione sociale, afferma lo scrittore Vladimir Wiedemann. Comprendeva hippy, dissidenti, mistici, attivisti religiosi e attivisti per i diritti umani. Alcuni abbracciarono lo spiritualismo, altri lo yoga e il veganismo. Tutti respinsero il regime sovietico e giocarono così un ruolo importante nella sua eventuale fine.
Wiedemann si è affacciato sulla cultura rock’n’roll tramite la televisione finlandese e Radio Luxembourg, che ha potuto ascoltare da casa sua in Estonia.
Il film presenta interviste con Wiedemann e altri testimoni diretti dell’avventura psichedelica russa. La maggior parte sono uomini, che ancora oggi sposano le idee hippy con lunghe barbe e capelli grigi. Nel movimento russo ci sono state molte meno hippy donna, dice Toomistu. Molte hanno lasciato la scena per una famiglia e avere figli mentre i maggiori leader carismatici del periodo sono in gran parte morti, spesso a causa di alcolismo e droghe ampiamente disponibili sotto il il regime russo in un enorme mercato nero.
Gli hippy sovietici hanno consumato erba proveniente dall’Asia centrale e dal Caucaso, oppio e tè di papavero, alcuni addirittura bevevano Sopals, un detergente per la pulizia sovietico contenente etere.

Toomistu, cresciuta nell’Estonia post-sovietica, era interessata alla scena hippy fin da adolescente ed era una fan accanita di Jim Morrison. Ha trascorso un anno e mezzo in Russia come studentessa e ha scritto una tesi sulla cultura della memoria. L’idea per il film è nata dopo il suo viaggio in Sud America, dice. Attualmente sta completando un dottorato di ricerca in antropologia.
C’è poco materiale d’archivio sugli hippy dell’era comunista, che la stampa sovietica ignorò, dice Toomistu, cancellandoli dalla storia. Ha recuperato una scatola di riprese video di festival e incontri da un hippy che ha dovuto mantenere anonimo e, nel 2017, molti dei suoi soggetti si sono dati appuntamento per una reunion hippy che si tiene ogni anno al Tsaritsyno Park di Mosca, in occasione dell’anniversario della famosa dimostrazione del 1971.
Gli hippie sovietici non sono più sovietici ma rimangono sempre hippie, sono ancora una rete fitta di amici che condividono una storia comune, capelloni un po’ sdentati che vivono ancora secondo i princìpi dell’amore, del sesso e della libertà. Il rapporto con il potere e con il Kgb, la polizia segreta che oggi si chiama Fsb, era un continuo fuggirsi e ritrovarsi, senza volerlo, uno di fianco all’altro.
Gli hippie volevano soltanto essere apolitici e liberi, ma questa loro voglia di libertà era di per sé un atto politico, le spie li seguivano, li cercavano, tentavano di tracciare i loro movimenti, ma non era semplice. Si muovevano continuamente, non usavano telefoni, andavano in autostop, e il loro modo di vivere, di esistere, risultava quasi incomprensibile per i servizi segreti.

Per realizzare Soviet hippies, Terje Toomistu ha impiegato sette anni, sette anni di ricerche, di viaggi, di inseguimenti, per scoprire che quel mondo pacifista, perseguitato dal Kgb che faticava o forse proprio nemmeno cercava di capirlo, era ancora vivo e scorreva, fluido, da un paese all’altro dell’ex Unione sovietica.

Il gruppo di lavoro di Soviet hippies in giro per le riprese del documentario

Alla fine gli hippie sovietici sapevano più della cultura hippie di quelli occidentali, era un frutto proibito, un giardino segreto dove ascoltare il vento e la musica rock, se possibile nudi. Tutto si diffondeva con rapidità, i dischi, le canzoni, i jeans.
Bello e interessante da vedere, forse un pò pesante per i non addetti ai lavori, Soviet hippies è anche un lavoro di vita vissuta fatto di conoscenze e storie on the road e prive di calcoli che rendono il racconto molto più sincero e ricco di poesia.

Uno degli aneddoti che più mi ha colpito mostra Terje in viaggio con alcuni degli hippie intervistati.
“Eravamo diretti a Smolensk, in Russia, e avevamo bisogno di un posto in cui dormire, allora abbiamo chiamato un hippie che viveva in quella zona, Fanya, per chiedere di ospitarci. Eravamo in dieci e Fanya ha subito accettato, ma quando siamo arrivati a Smolesnk non era in casa”. Nel documentario Terje riprende l’arrivo, in casa hanno iniziato a far festa, a fumare e a chiacchierare, “siamo ripartiti la mattina seguente e tre giorni dopo abbiamo scoperto che Fanya era morto. Era scappato dall’ospedale per venire a salutare i suoi amici, tanto era il desiderio di passare la serata con loro, ma questa era la cultura hippie, così è ancora quarant’anni dopo, questo era il sistema”.
Gli hippie avevano un loro slang, esistono anche dei vocabolari per comprenderlo, e tra le parole più popolari c’è proprio il termine sistema (si pronuncia sistiema) che indicava questo modo di vivere, la condivisione, la rete, la possibilità di trovare ovunque un alloggio, un pasto, un passaggio.
“Alla base c’era la fiducia, si fidavano l’uno dell’altro. In Unione sovietica dove chiunque poteva essere una spia, nessuno si fidava degli altri, soltanto gli hippie, il loro era un altro paese”.

Mod Love, il fumetto psichedelico di Michel Quarez

Michel Quarez nasce a Damasco in Siria nel 1938 ma si trasferisce e vive per tutta la sua vita a Saint-Denis a Parigi dove vive e lavora ancora oggi.
Studiato belle arti a Bordeaux e arti decorative a Parigi prima di trascorrere degli anni a Varsavia, specificatamente nello studio dell’artista grafico Henryk Tomaszewsky) ed a New York dove inizia a collaborare con un’agenzia pubblicitaria e in una casa editrice di fumetti, la Western Comics, in cui inizia a cimentarsi con il mondo dell’illustrazione per poi passare successivamente alla poster art nel 1980.

Michel Quarez

La scoperta dei suoi lavori è stata per me imprevista ed oserei dire goduriosa, una delle infinite perle che solo il mondo underground sa regalare per chi osa e ama fare ricerca nelle sue infinite e ombrose pieghe.
Grafico, illustratore e poster artist, Quarez si inquadra perfettamente nel solco dei maggiori artisti europei che hanno rivisitato quella che era la grafica psichedelica originaria degli anni Sessanta e ne hanno ridato nuovo lustro attraverso lavori tanto interessanti quanto sconosciuti.
Un esempio perfetto di tutto ciò è Mod Love, un fumetto in formato rivista scritto da Michael Lutin e pubblicato
nel 1967 dalla Western Comics, stessi editori anche di Dell e Gold Key.
Un lavoro bellissimo che utilizza tecniche di stampa insolite e sofisticate per il periodo che rende Mod Love unico e caratterizzato da un look piacevolissimo.
Durato (ahimé) un solo numero, dal punto di vista del contenuto narrativo, con i suoi romanticismi un pò banali, non è certamente al livello dello stile grafico.

Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love

I redattori della Western Comics pensano di utilizzare il termine Mod, assai in voga negli anni Sessanta, fosse la chiave per aumentare le vendita.
Questo risulta chiaro anche dagli altri titoli  pubblicati dalla Western con titoli Mod come Mod Wheels, The Modniks e Zody the Mod Rob. Ma altrettanto chiaro ed evidente è l’errore visto che il solo fumetto che ebbe una vita duratura con 19 numeri pubblicati.

Mod Wheels

Il lavoro di Quarez è oggi amato e riconosciuto in tutto il mondo grazie alle sue opere successive agli anni Sessanta, i suoi poster composti da grandi strisce di colori fluorescenti combinate con uno stile pittorico bambinesco ed a prima vista naif.
Impegnato, intransigente, Quarez è riuscito nel tempo ad imporre la sua estetica ed i suoi colori fluorescenti nell’ambito della poster art e della cartellonistica riscuotendo un grande successo soprattutto in Francia.

Quarez Fete Des Tulipes
Quarez Mois Du Graphisme

Lee Conklin e l’arte psichedelica in bianco e nero

Una delle regole principali della grafica psichedelica, anche per la sua stessa natura di estetica visionaria e destabilizzante, è quella di un utilizzo a volte estremo e spinto al limite dell’utilizzo del colore.
Ma come ogni regola che viene presa come stereotipo, esistono poche ma per questo importanti eccezioni. Quella di cui vi parlo oggi è rappresentata da un artista che, nella sua carriera, ha fatto del bianco e nero una vera e propria devianza stilistica. Si tratta di Lee Conklin, artista noto per la sua appartenenza al gruppo di artisti che a partire dalla fine degli anni ’60 iniziano a rivoluzionare la poster art.
Conklin, nato a Englewood Cliffs, nel New Jersey nel 1941, frequenta la Spring Valley High School di New York e il Calvin College di Grand Rapids, nel Michigan dove inizia a lavorare come fumettista nel giornale del college fino al 1965 quando viene chiamato a prestare servizio presso l’esercito degli Stati Uniti.
Sulla scia dei lavori dei famosi Big Five di San Francisco, Conklin, non appena terminato il servizio militare, inizia nel 1968 a produrre poster per il Fillmore West, storico locale rock and roll di San Francisco, in California, gestito da Bill Graham dal 1966 al 1971.
Il nome, che diventa leggendario negli Anni Sessanta, deriva dall’incrocio tra le due strade centrali, Fillmore Street e Geary Boulevard, dove era situata la Sede degli uffici di Graham dal 1966 al 1968.
Oggi, proprio in quel famoso incrocio, c’è un concessionario di automobili ma dal Giugno 2018, nei due piani superiori dell’edificio è stato riaperto un locale per concerti chiamato SVN West.

Nel 1972 si trasferisce a New York, lasciando per un lungo periodo la poster art dedicandosi ad altri progetti. Torna a fare l’artista a tempo pieno nel 1990 e attualmente vive nella California centrale con sua moglie e gestisce la sua pagina Facebook dopo aver mollato il suo blog.
Tornando alla sua fase in rigoroso bianco e nero, arriviamo alla rivista oramai introvabile in versione cartacea, dal titolo Psychedelic Review edita dal 1963 al 1971 da quello che oggi è il MAPS, Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies che ha il merito di aver archiviato in versione digitale l’intero catalogo della rivista.
Psychedelic Review è stato la prima rivista ad affrontare seriamente e scientificamente quello che stava diventando un fenomeno diffusissimo fra i giovani, ovvero l’esperienza di alterazione e espansione della coscienza attraverso sostanze come l’LSD, la psilocibina e la mescalina.
Pubblicato inizialmente dall’International Federation for Internal Freedom, Psychedelic Review era il prodotto teorico degli studi di un gruppo di medici guidati dalla coppia Timothy Leary e Richard Alpert, che si è posto l‘obiettivo di aumentare il controllo dell’individuo sulla propria mente.
Il termine Psychedelic deriva dalle parole greche psykhé (anima) e dêlos (chiaro), nel senso di allargamento della coscienza.
Nel primo editoriale della rivista si affermava che “un ritorno all’orientamento interiore non è affatto nuovo. Da Platone ad Assia, i filosofi occidentali hanno scritto e studiato esperienze che vanno oltre la nostra oscura percezione quotidiana della realtà.
Proprio la percezione distorta della realtà ha sconvolto l’estetica degli Anni Sessanta, dal cinema alla musica, fino alla grafica e, di conseguenza, all’editoria con opere stravolgenti e lettering illeggibili.
Di queste nuove tendenze, hanno beneficiato artisti come Lee Conklin e altri che hanno prodotto in questo periodo opere che uniscono il simbolismo magico al surrealismo.
Nello specifico caso di Conklin, e della sua collaborazione con Psychedelic Review, è interessante analizzare e apprezzare l’originale ed innovativo utilizzo del bianco e nero, totalmente in contro tendenza con il mood ultra cromatico del tempo che Conklin ha continuato poi ad utilizzare in alcuni dei suoi poster.
A distanza di oltre cinquanta anni, le opere di questa serie di Conklin restano rari esempi di arte psichedelica monocromatica e dimostrano come la grafica psichedelica non si può, come banalmente e generalmente viene fatto, ricondurre essenzialmente alla forza dei colori.


Mari Tepper è una delle poche artiste femminili nella storia della poster art psichedelica

Mari Tepper nasce a San Francisco da una famiglia di pittori, Mari Tepper ha vissuto la maggior parte della sua vita nella Baia e ha vissuto molti dei cambiamenti della città, da una città vissuta essenzialmente dalla classe operaia con quartieri multi etnici distinti fra loro, fino alla grande città, addirittura costosa per molti. Attualmente vive nel quartiere di Mission.
Laureatasi alla Lowell High School, Mari è cresciuta con la madre, i due fratelli gemelli e il fratello maggiore.
La famiglia vive ad Haight negli anni ’60, dove per le strade scoppia la rivoluzione controculturale e si diffondono le nuove sostanze psichedeliche, la nuova musica e la nuova grafica.
In questo periodo Mari inizia a disegnare, come molti altri artisti, i poster per le innumerevoli serate e concerti organizzate qua e la in città. E’ proprio in questo periodo che inizia a firmare i suoi lavori come Mari.
I suoi primi poster le vengono commissionati da Bill Graham, il più grande impresario della sua epoca, che gestiva tutti gli eventi del famoso locale Fillmore East, poi affiancato per un breve periodo dall’esperimento del Fillmore West a New York.

Mari Tepper
1967
Mari Tepper
1968

Proprio al Fillmore passano tutte, ma proprio tutte, le maggiori band del tempo e per ognuna di loro, Bill fa stampare splendidi poster sia dagli artisti oramai divenuti conosciuti a livello internazionale come Rick Griffin, Victor Moscoso, Alton Kelley e Wes Wilson, sia iniziando a ricercare nuovi talenti fra i quali anche la stessa Mari Tepper che sta ancora frequentando il liceo e aveva da poo cominciato a creare manifesti per The Committee Theatre e per la American Newsrepeat Company, uno stampatore di manifesti politici del quartiere.
I suoi primi lavori spaziano su tutte le principali attività underground che si organizzano in città, dai concerti rock, alle manifestazione dei gruppi politici locali, dagli eventi delle comunità gay agli spettacoli della Mime Troupe.
Anche se raramente veniva pagata, Mari si mette a disposizione di questo mondo un pò folle ma meravigliosamente colorato e romantico arrivando, piano piano, ad essere abbastanza conosciuta in tutta la California anche attraverso le prime prime
mostre di poster che cominciavano a richiamare amanti del genere.

Mari Tepper
1967

I lavori di Mari, molti dei quali non firmati, sono spesso riportati in molti libri sul rock e la grafica degli anni ’60, ma, come con molti altri artisti, è molto raro riuscire a rintracciare i suoi riferimenti ne tantomeno quanto a lei dovuto per quanto riguarda il copyright.

God Grows Hisv Own

Nel momento di maggior diffusione della poster art, mari decide di partire con suo marito per un viaggio di ben cinque anni per il New Mexico dove apprezza la vita contadina e soprattutto l’isolamento dal caos della grande metropoli.
E’ proprio durante il suo soggiorno nel New Mexico che sviluppa l’altro aspetto importante della sua arte, la scultura con la pasta di pane.
In questo periodo Mari da alla luce il suo unico figlio dal nome Angus.
Nel 1973, al suo ritorno a San Francisco dal New Mexico, vive una profonda crisi esistenziale he la porta, dapprima a chiudere la relazione con il marito, e poi a iniziare a frequentare soprattutto donne.
Questa sua nuova vita sentimentale sarà motivo di feroci diatribe con il marito per l’affidamento e che porterà la stessa mari a grossi problemi di salute e conseguentemente di creatività artistica.
Uno dei fattori chiave di tutta la carriera artistica di Mari è il suo costante attivismo politico che la portata, nel 1986, ad essere coinvolta con il movimento per i diritti dei consumatori e a diventare la co-fondatrice di Spirit Menders Community Center, associazione molto attiva nel supporto alle famiglie in difficoltà di San Francisco.
In tutti questi anni, Mari ha continuato quindi il suo lavoro creando poster per associazioni impegnate nel sociale, illustrazioni di libri e album e collaborando con la Top Floor Gallery, una famosa galleria d’arte queer piena di artisti e poeti.
Mari ha continuato a disegnare e dipingere per tutta la sua vita e ancora oggi le capita di essere informata da amici che il suo lavoro è esposto in questa o quella galleria senza che lei nemmeno sia stata informata. I curatori infatti, molto spesso non la contattano perché gran parte del suo lavoro è in collezioni private o addirittura privo di firma e quindi, a volte, non facilmente riconducibile a lei.
Il suo stile però, unico e originale nel panorama stilistico degli anni Sessanta, rimane un esempio di come la grafica psichedelica abbia saputo negli anni differenziarsi e assumere forme sempre nuove.
In lei sono riconoscibili le influenze di artisti a prima vista lontani dallo stile poi passato alla storia come tipicamente sixties.
I suoi corpi, allungati e trasfigurati nelle forme, rimandano vagamente da una parte a Egon Schiele ed alle sue silhouette scheletriche e, dall’altra, al mondo pop che poi sarà di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat.
Anche l’utilizzo del colore, quasi del tutto privo delle varianti fluorescenti tanto care ai nomi più conosciuti nell’ambito della poster art, è molto lontano dallo standard psichedelico con la scelta di utilizzare quasi sempre colori pastello e spesso limitandosi a 2, massimo 3, olori per poster.
Mari Tepper è quindi, a distanza di anni, una delle pochissime artisti femminili ad essersi ritagliata uno spazio proprio e autonomo, all’interno della poster art, disegnando lavori dal forte impatto visivo senza mai tralasciare il proprio timbro e stile individuale.

Mari Tepper
1967

L’Esoteric Poster Company ed i poster satirici che hanno anticipato la grafica psichedelica

Roland Fargo Crump ha iniziato la sua carriera al Walt Disney Studio come addetto all’animazione all’età di ventidue anni.
Questo lavoro ha offerto al giovane Rolly, come era soprannominato da tutti, una grande opportunità per soddisfare la sua fame di conoscenza nell’ambito della grafica.
In particolar modo Rolly era affascinato dal colore e dagli oggetti in movimento e questo lo portò ben presto a diventare il primo ingegnere grafico all’interno degli studios
 Disney.
Tutti i suoi lavori erano caratterizzati infatti dalla presenza di piccole eliche colorate, uno stile che molto ha influenzato la successiva Tiki Art che ha in Derek Yoniger uno dei suoi più importanti artisti di riferimento.

La carriera di Rolly alla Disney è durata più di 40 anni con alcune brevi interruzioni durante le quali ha creato le sue società personali con cui ha lavorato con aziende di tutto il mondo.
Nel 2004 Rolly è stato premiato con il Walt Disney Legends Award, un prestigioso riconoscimento alle persone eccezionali che hanno contribuito a rendere grande l’impero Disney.
Quella che abbiamo descritto è una carriera modello, di un grande del mondo dell’illustrazione e della grafica animata, ma come immaginate bene, a noi interessa soprattutto la parte più nascosta ed indipendente delle carriere e delle figura del mondo della grafica e dell’editoria e, proprio per questo, è utile notare come durante gli anni Sessanta, proprio Crump, ha prodotto una bellissima serie di poster per la Esoteric Poster Company di Howard E. Morseburg con sede a Seattle.
Questi poster riguardavano temi spinosi come soprattutto la droga, di cui al tempo la controcultura ha fatto i propri simboli di libertà in linea con l’altro personaggio di questa storia, Howard E. Morseburg.
Morseburg, veterano della seconda guerra mondiale, ha iniziato la sua carriera nel mondo dell’arte negli anni ’50 quando, dalla sua base a Seattle dove viveva con la sua giovane famiglia, ha  iniziato a vendere dipinti importati dall’Europa.
Oltre ai dipinti europei, Morseburg ha iniziato a svolgere il lavoro di rappresentanza anche per giovani artisti americani quali Wayne Thiebaud, Elton Bennett, Mel Ramos e appunto Rolly Crump.
Intorno al 1960, in pieno movimento hippie, con poeti e musicisti che promuovevano una nuova forma di poesia e di letteratura, Morseburg si inizia ad avvicinare al mondo della poster art con toni umoristici e satirici.
Durante un suo viaggio nella San Fernando Valley, Morseburg incontra un talentuoso giovane artista della Disney in un negozio di articoli da regalo a nord di Los Angeles.
Questo giovane promettentissimo illustratore era proprio Rolly Crump il quale stava già producendo per conto proprio strani poster beatnik disegnati a mano e stampati in offset.
Crump ha progettato una serie di immagini che hanno come detto preso di mira il mondo della droga che si stava sviluppando tra i Beat.

Alcuni titoli dei poster dell’Esoteric Poster Company erano The Green Gasser o “Big Liz” ed erano serigrafati in tre colori e venivano venditi ai market per strada o alle librerie lungo la costa occidentale che si rivolgevano agli studenti universitari a Berkeley, Stanford, Portland, Seattle, San Francisco e San Diego dallo stesso Morseburg a prezzi bassissimi rispetto, per esempio a quelli che pochi anni dopo, sempre nella cosa ovest in California, avrebbero rivoluzionato la poster art psichedelica.
Quando Morseburg ha iniziato a vendere i suoi poster nelle librerie, nessuna di queste vendeva manifesti e già questo è un merito tanto sconosciuto quanto importante dell’attività di Morseburg.

Questa collaborazione fra Crump e Morseburg ha portato ad altre serie di poster fra cui quelle in cui veniva preso in gire il regime comunista nelle sue esperienze di allora in Russia ed a Cuba.
I numeri delle vendite stavano andando bene nonostante nel 1964 Crump avessa abbandonato il progetto a causa dei suoi impegni con la Disney.
Uno dei centri di maggior successo di questi poster era la  Berkeley Univercity dove però stava nascendo il cosiddetto Free Speech Movement, un movimento giovanile nato appunto all’interno del’università e guidato da Mario Savio che si batteva per maggiori diritti sociali per gli studenti e soprattutto contro la guerra del Vietnam.
Proprio il FSM richiese pubblicamente che la Berkeley Bookstore, ancora oggi la libreria più importante della piccola cittadina di berkeley, di interrompere le vendite di questi poster considerati filo governativi e troppo critici verso il regime comunista.
Gli anni Sessanta sono stati un periodo di eccessi e di radicalismo a volte sfociato in situazioni paradossali come questa in cui il movimento chiamato appunto “per la libertà di parola” intervenne per censurare alcuni poster satirici.
Di fatto questo fu l’inizio della fine dell’Esoteric Poster Company che piano piano scomparirà da quasi tutte le librerie degli Stati Uniti.
A questo punto Morseburg è tornato al suo primo amore, le stampe europee da esporre nella sua galleria d’arte che aveva situato a Los Angeles, nel vecchio quartiere di Westlake Park, a un solo isolato dalla famosa Chouinard Art School ed a pochi isolati dall’Otis Art Institute. Queste erano le principali scuole d’arte di Los Angeles ed i giovani studenti d’arte – come il futuro mito della grafica psichedelica Rick Griffin – andavano spesso a fare un giro nella galleria di Morseburg a guardarele ultime novità.
E’ di questo periodo l’inizio della collaborazione con un altro giovane artista in cerca di fortuna, Robert Wendell, grafico e poster designer di sicuro talento.

Robert Wendell

Wendell era un abile stampatore serigrafico e nel 1967 disegnò diversi poster per l’Esoteric Poster Company che per un periodo ritornò agli antichi splendori riprendendo la linea dedicata alle droghe.
Per celebrare la carriera di Morseburg e per sancire definitivamente la pace con la parte più artistica della scena underground californiana, nel luglio del 1967 alla Moore Gallery di Sutter Street a San Francisco venne organizzato il famoso “Joint Show”, una mostra collettiva dei cinque più famosi poster artist di San Francisco, i cosiddetti Big Five: tra cui Alton Kelley, Stanly Mouse, Victor Moscoso, Rick Griffin e Wes Wilson.
Sfortunatamente però, il business dei poster psichedelici di Morseburg non è stato un successo finanziario.
La sua creatura non aveva una distribuzione efficiente come invece altre realtà storicamente più famose quali la Family Dog di Chet Helm o il Fillmore di Bill Graham.
Questo ha fatto si che i poster dell’Esoteric Poster Company non hanno mai ricevuto l’attenzione che invece spettava loro per la qualità eccelsa dei suoi prodotti e la sorprendente bravura dello stesso Morseburg nello scoprire giovani talenti sconosciuti.
Nel 1968 l’Esoteric Poster Company chiuse i battenti e molti dei poster finirono a marcire nello scantinato di Morseburg sul Wilshire Boulevard.
Questi però, convinto fino alla fine della bontà del suo lavoro, lasciò l’inventario dei poster ai suoi tre figli con l’idea che forse loro avrebbero saputo trovare un mercato per questi capolavori.
Negli anni ’70, fu proprio uno dei figli, Jeffrey Morseburg, a riprendere in mano il materiale e riproporlo ad un nuovo mercato, quello dei collezionisti, che iniziava a spendere cifre da capogiro per gli oramai datati poster psichedelici.
Per alcuni anni i poster dell’Esoteric Poster Company sono stati acuistati sul sito http://www.60spsychedelicposters.com/ attualmente non funzionante e quindi non ci resta di attendere qualche novità in merito sperando di non dover attendere troppo tempo per ammirare di nuovo questi splendidi lavori.

In stampa risografica, ecco tre ricette magiche dal libro dei segreti di Alberto Magno

Oggi vi presento uno degli ultimi lavori di Daria Tessler, giovane fumettista e incisore con sede a Portland, Oregon.
Si tratta di “Three Magical Recipes From The Book Of Secrets Of Albertus Magnus”, un piccolo volumetto stampato in risograph da Matt Davis di Perfectly Acceptable, piccola casa editrice e studio di stampa Risograph di Chicago di cui oni tanto i piace segnalarvi i lavori perché sempre originali e fuori dalle regole, QUI trovate il pezzo su “Gaylord Phoenix” il viaggio onirico di Edie Fake.

Il lavoro di Daria, non solo è straripante fin dalla copertina, ma è un lavoro meravigliosamente e strenuamente straniante, a metà fra l’azzardo grafico fuori controllo e l’arcaico tema che riguarda la figura di Alberto Magno.
E’ un’opera d’arte coloratissima, fantasiosa e avvincente che prende a pugni il lettore con l’abuso di colori quali il rosso, il rosa fluorescente, il giallo e un tono di blu che ho scoperto essere classificato come “federal”.

Chiari i rimandi al mondo alchemico e magico risalenti al Medioevo, dove uno psichedelico Alberto Magno crea artigianalmente pozioni come se fosse una specie di farmacista cosmico.
Daria Tessler ha avuto la temerarietà e la visione di ideare e realizzare un libro assurdo che a mio avviso deve essere premiato.

Il libro può essere acquistato QUI.

La storia si Ver Sacrum, la rivista che ha ispirato gran parte della grafica psichedelica

Ver Sacrum” ovvero La primavera (o la sorgente) sacra in latino, è stata la rivista ufficiale della cosiddetta Secessione di Vienna dal 1898 al 1903. I suoi progressi nella progettazione grafica, tipografia e visuale costituiscono il modello per gran parte della stampa underground che negli anni Sessanta esploderà in tutto il mondo.
Questo rapporto privilegiato fra la Secessione e la grafica underground è da sempre poco studiato ma, a ben guardare, sta alla base di gran parte della poster art californiana dei Sixties e, più in generale, della grafica underground definita psichedelica che, oltre ai poster, investirà nei decenni successivi ogni tipo di prodotto a stampa come flyer e soprattutto riviste.

Il primo numero di “Ver Sacrum” fu pubblicato nel gennaio del 1898 e il suo arrivo venne annunciato nei principali quotidiani austriaci come un vero e proprio evento.
Per i primi due anni la rivista è stata pubblicata come mensile con ogni numero dedicato al lavoro di un artista in particolare chiamato a progettare la copertina. Nel 1898, il numero di luglio fu dedicato al designer liberty Alphonse Mucha, mentre il numero di dicembre fu illustrato dal pittore simbolista olandese Fernand Khnopff.

Per la copertina del primo numero, Alfred Roller ha fornito un’illustrazione di un albero in fiore con le radici che escono dal suo vaso contenitore. La metafora era appropriata: i Secessionisti si erano liberati dai confini del Kunstlerhaus – il circolo più conservatore degli artisti di Vienna – portando il loro messaggio modernista e utopico al grande pubblico.
Nel primo numero si legge: “Il nostro obiettivo è quello di risvegliare, incoraggiare e propagare la percezione artistica del nostro tempo… non conosciamo alcuna differenza tra” grande arte “e” arte intima “, tra arte per i ricchi e arte per i poveri. Ci siamo dedicati con tutto il nostro potere e le nostre speranze future, con tutto ciò che siamo alla Sacra Primavera “.

Il nome scelto per la rivista: Ver Sacrum – Sorgente sacra – è un riferimento classico alla secessione dei giovani dagli anziani per fondare una nuova società. Questa idea di gioventù come simbolo di ribellione e innovazione era il cuore stesso del movimento Jugendstil e rimanda con estrema forza e chiarezza al movimento della controcultura degli anni Sessanta che, proprio sui giovani, poggiava tutta la sua potenza rivoluzionaria.
L’uscita del primo numero non ebbe un’accoglienza entusiastica come ci si poteva aspettare perché pre-matura: erano trascorsi solo pochi mesi dall’apertura della Casa della Secessione di Joseph Olbrich e solo tre dalla loro prima esposizione pubblica. Tuttavia, questa prova generale servì per molte delle idee che sarebbero state sviluppate nelle loro mostre successive.
Ver Sacrum” fungeva da mostra essa stessa, usando le pagine bianche come muri in un museo.
Il principale progettista della rivista, Koloman Moser, ha affrontato il layout con grande creatività, modificandolo costantemente l’interno creando una bellissima armonia di testo e illustrazione. Quando la Secession House di Olbrich cominciò a contenere mostre, questo stesso approccio modulare alla disposizione delle immagini fu adottato da Olbrich attraverso l’uso unico di pareti mobili all’interno della struttura.
Sia nella sua armonia di testo e immagine che nella sua inclusione di molteplici forme d’arte, “Ver Sacrum” è una manifestazione delle idee del compositore Richard Wagner circa il suo concetto di opera d’arte totale.
La rivista in effetti è all’altezza di questo obiettivo, oltre alle belle arti e alle arti grafiche compaiono infatti altre e diverse forme artistiche quali la musica, la poesia ed il teatro. Le poesie di Rainer Maria Rilke sono apparse nei numeri del 1898 e del 1899, giustapposte ai meravigliosi bordi decorativi di Koloman Moser, mentre il numero del dicembre 1901 era interamente dedicato alla musica, con 11 lieder riccamente illustrati.
Un altro degli aspetti rivoluzionari della rivista è senz’altro il formato quadrato, un altro passaggio radicale nella progettazione di periodici.
Il quadrato, e ancor più l’utilizzo della griglia, aveva trovato la sua ispirazione dal movimento art nouveau scozzese, in particolare nel lavoro di Charles Mackintosh che divenne presto membro della Secessione.
Questo formato offriva nuove possibilità nel layout al designer per l’utilizzo di più colonne di testo, bordi decorativi e spazi al negativo e diviene subito il formato ideale del movimento poiché la maggior parte delle loro illustrazioni sono state eseguite in questo formato.
Anni dopo anche il periodico olandese “Art Deco Wendingen” adottò il formato quadrato spingendo ulteriormente avanti i limiti del design tipografico e del layout.
Ver Sacrum” cessa le sue uscite nel dicembre del 1903, probabilmente a causa della mancanza di fondi. Aveva già visto un graduale declino della sua spinta verso la ricerca stilistica dal 1900 quando la produzione aumentò a 24 numeri annuali ed il formato si fece molto più piccolo e più sottile di quelli prodotti nei primi due anni.
Le copertine uniche e sempre diverse dal 1898 al 1999 furono invece sostituite da una testata ripetitiva e il testo sostituì gran parte dei bordi e dei motivi grafici che fecero di “Ver Sacrum” un fenomeno di irripetibile e rivoluzionario.

Revolution, il Magazine che portò la controcultura in Australia

Revolution è stato un magazine australiano pubblicato da Phillip Frazer, giovanissimo studente della Monash University per 11 numeri tra maggio 1970 e agosto 1971 ed è stata definita come “Australia’s First Rock Magazine”.
Inizialmente dedicata alla musica pop, era di proprietà di tre grandi imprenditori di Melbourne appassionati di musica.

Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(2) June 1970, Go-Set Publications, Waverley, 32p. https://ro.uow.edu.au/revolution/2
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970

Con l’ingresso di Frazer, che poi diverrà egli stesso l’editore di Revolution, lo stile comunicativo e l’impronta grafica passa dal rivolgersi ad un pubblico maturo e mainstream ad uno molto più vicino all’esplosivo ambiente underground.
Frazer ha inoltre acconsentito ad ospitare in Revolution – a partire dal numero 4 nel maggio 1970 – il supplemento di 8 pagine della “piccola” rivista musicale americana Rolling Stone.

SUPPLEMENTO Rolling Stone – Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970

Frazer non è mai stato riconosciuto in Australia per l’importanza del suo ruolo nella diffusione delle tematiche libertarie del movimento controculturale australiano.
Il suo continuo e coraggioso lavoro nel portare gli adolescenti australiani fuori dal medioevo culturale verso una nuova consapevolezza sociale.
Attraverso Revolution, Frazer ha portato i suoi lettori nel mondo della consapevolezza sociale sui temi della società e del mondo fuori dall’establishment.

Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(1) May 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(1) May 1970

Frazer, Phillip; James, Colin; McFarland, Macy; and Woolley, Pat, (1971)

Sara Panepinto ha ideato e realizzato una sua piccola autoproduzione sul tema della Psichedelia e Controcultura

Sara Panepinto è una graphic designer di 25 anni originaria della Sicilia.
Nel 2015 si è laureata in graphic design e comunicazione visiva ed attualmente sta frequentando il corso di comunicazione e progettazione editoriale all’ISIA di Urbino.
Principalmente focalizzata su identità e branding, visualizzazione dei dati e illustrazione, fra i suoi lavori, ho notato un piccolo libretto dedicato alla controcultura realizzato nel 2016 dal titolo 
Psichedelia e controcultura“.
Stando alle sue parole “Psichedelia e controcultura è un progetto di analisi e ricerca svolto durante il corso di storia dell’illustrazione, in riferimento al movimento artistico della controcultura degli anni Sessanta e dei movimenti di contestazione giovanile in Nord America e in Europa.
Sono presentati i principali nomi e fenomeni che hanno contribuito a dare una forte spinta innovatrice al mondo della grafica e dell’illustrazione. Nomi quali Milton Glaser e Peer Max fino a due dei cosiddetti Big Five della poster art californiana: Wes Wilson e Vicotr Moscoso.
Molto composto nella sua veste grafica, il piccolo volume di Sara contribuisce però bene ad inquadrare un fenomeno fornendo brevi spunti per conoscere i punti di riferimento e le influenze così come le principali figure e derive stilistiche.
Spero sia un primo lavoro che venga ulteriormente approfondito in futuro visto che in Italia ne esistono pochi ben fatti e quasi tutti di pochi autori di riferimento che, pur conoscendo benissimo l’argomento, restano pur sempre voci isolate e sempre le stesse.
Avanti.

 

Una rivista degli anni Sessanta ma realizzata oggi da un maestro del fumetto punk

Gary Panter è da molti considerato uno dei più grandi disegnatori al mondo, soprattutto per quanto riguarda il mondo dei comics che gardano orgogliosamente al passato.
Panter è un vero e proprio mito per alcuni visto che a lui si fanno risalire alcune delle primissime pubblicazioni indipendenti di fumetti in uno stile che possiamo definire proto punk, ma partiamo dall’inizio.
Gary Panter nasce in Oklahoma ma cresce in Texas dove studia pittura presso la East State University per poi trasferirsi a Los Angeles nel 1977. A LA inizia a lavorare in diversi ambiti, dalla pittura al disegno, dai fumetti alle immagini commerciali, creandosi un proprio stile personale che amalgama insieme vari media e che ancora oggi lo rende unico ed immediatamente riconoscibile.
E’ con i fumetti però che Gary riesce davvero a crearsi un suo agguerritissimo seguito disegnando “Jimbo”.


Gary però ha deciso di coronare un suo sogno che gli balenava in testa, come lui stesso ha avuto modo di dire, oramai da più di 50 anni, quello cioè di ideare e realizzare una rivista hippie, proprio come quelle che venivano distribuite per le strade di San Francisco nei tardi anni Sessanta. Anzi, a dir la verità, dando un’occhiata, si capisce subito quello che è stato il suo punto di riferimento e ciooè quel “San Francisco Oracle” che, da un’idea di Allen Cohen, divenne forse uno fra i più ricercai e meravigliosi prodotti dell’editoria underground del periodo.

 

Grazie all’aiuto dell’amico art director Norman Hathaway ed al grafico Char Esme, ecco dunque “Fog Window”, un folle viaggio psichedelico in pieno e perfetto stile hippie accompagnato da un’esibizione chiamata “Hippie Trip” che si terrà alla galleria Marlborough Contemporary di New York.