In questi giorni si inseguono fatti e notizie che guardano al passato rendendo ancora più cupo il futuro. Fra l’annuale ritorno del G8 e dei suoi vergognosi orrori ostinatamente taciuti dalla politica (e dai media), facce che esalano ultimi respiri mentre sono schiacciate su asfalti roventi, fumi di incendi che si levano nell’aria, guerriglia dura, scontri con la polizia, rumori di molotov che esplodono e tutto il resto del catalogo. Una prima cosa che mi colpisce è come, in una società che si dice cambiata, irriconoscibile, rispetto a quella di venti o trenta anni fa, certe dinamiche, certi contesti, certi immaginari, sono rimasti pressoché immutati.
In un contesto simile, ciò di cui ho sentito il bisogno negli ultimi giorni, è stato andare a rifugiarmi nel mio habitat, una confort zone fatta di riviste, fogli stampati e fanzine, consapevole però, che questa volta l’obiettivo era quello di scoprire come è composta oggi l’editoria underground, quella che possiamo definire “di movimento”, forse l’unica o comunque la più affine a certe esperienze che affondano le radici nei decenni.
Non si tratta di una ricognizione puntuale, piuttosto di un volo dall’alto con limiti e mancanze (di cui mi scuso in anticipo) di cui però avvertivo una certa esigenza.
Mi piace immaginare che tutto si continui a muovere tra le pareti impregnate dell’odore acre di inchiostro e di alcol da pulizia che caratterizzano le piccole tipografie comunitarie e i laboratori sotterranei sparsi tra la Val Susa, i quartieri popolari di Marsiglia, le banlieue parigine, i vicoli di Barcellona e i seminterrati di Kreuzberg a Berlino. Luoghi in cui la carta stampata non ha mai smesso di essere il supporto privilegiato della conflittualità bypassando – fra orgoglio, nostalgia e impossibile ritorno al passato – tutta la narrazione della società dell’informazione, dell’Infosfera e bla, bla, bla…
In un’epoca infatti, segnata dal controllo algoritmico, dalla tracciabilità digitale e dalla volatilità dei contenuti veicolati dalle piattaforme, l’editoria cartacea della sinistra radicale, del movimento autonomo e dell’anarchismo – nelle sue declinazioni organizzate o informali – continua a riaffermare una funzione strategica che per qualcuno appare ancora oggi come irrinunciabile. Nel 2026 si può ancora sostenere – chi lo avrebbe detto? – che la pagina stampata agisce ancora da infrastruttura materiale, da memoria storica non cancellabile dai server, come laboratorio teorico rigorosamente sganciato dalle logiche commerciali della rete.
Questo universo editoriale si presenta come lo abbiamo imparato a conoscere nei decenni precedenti, un arcipelago articolato su più livelli interconnessi, in cui case editrici di ricerca teorico-politica si affiancano a riviste d’analisi e inserendosi nella fitta rete underground dei fogli volanti, dei bollettini e delle fanzine clandestine, diffusi esclusivamente di mano in mano durante i presìdi, i cortei o sui banchetti delle casse di resistenza.
Per orientarsi in questa galassia variopinta e assai composita, occorre riconoscere una costellazione di riferimenti teorici costantemente citati e rielaborati. La critica dell’economia e del capitale trae linfa da Karl Marx, Rosa Luxemburg e Vladimir Lenin, mentre l’analisi del lavoro contemporaneo, della ristrutturazione logistica e del biopotere si fonda sull’eredità dell’operaismo e del post-operaismo italiano, richiamando figure come Mario Tronti, Sergio Bologna, Raniero Panzieri, Romano Alquati e, ovviamente, Antonio Negri.
Sul versante libertario e anticarcerario, i capisaldi dell’anarchismo classico come Pëtr Kropotkin, Errico Malatesta, Mikhail Bakunin e Luigi Fabbri si intrecciano con la critica radicale allo Stato, all’istituzione carceraria e alla teoria dell’azione diretta e del sabotaggio teorizzata da Alfredo Maria Bonanno, Max Stirner e Jean Grave. La disamina dei dispositivi di sorveglianza, della biopolitica e delle istituzioni disciplinari poggia sulle intuizioni di Michel Foucault, Gilles Deleuze e Félix Guattari.
Al contempo, la critica all’infrastrutturazione capitalistica del territorio, all’estrattivismo e al mito del progresso trova ispirazione nell’ecologia sociale di Murray Bookchin, negli scritti di Élisée Reclus e nell’analisi di Jacques Camatte.
Infine, l’eredità dell’Internazionale Situazionista e di Guy Debord si fonde con la teoria contemporanea del Comitato Invisibile e dei testi originati dalla rivista francese Tiqqun, che concettualizzano la secessione dalle infrastrutture statali e la pratica dell’occupazione territoriale nelle cosiddette Zone da Difendere (ZAD).
Nato in Francia nel 2011 durante la storica battaglia di Notre-Dame-des-Landes contro la costruzione di un aeroporto, il termine ZAD ribalta il linguaggio burocratico statale — che indicava quelle aree come Zone d’Aménagement Différé (Zone di Sviluppo Differito) — trasformandolo nel motto di lotta Zone à Défendre (Zona da Difendere).
La ZAD non è semplicemente un’occupazione di suolo o un presidio di protesta, ma un vero e proprio esperimento di riappropriazione territoriale e autonomia quotidiana. Chi vive una ZAD rifiuta la logica dell’estrattivismo e delle grandi opere infrastrutturali per costruire, sul campo, forme di vita comunitarie sganciate dalle logiche del mercato e dello Stato. Attraverso la democrazia assembleare diretta e la resistenza fisica ai tentativi di sgombero delle forze dell’ordine, la ZAD si è affermata in tutta Europa come il modello tattico ed esistenziale più avanzato dell’ecologia radicale contemporanea.
Ovviamente i riferimenti teorici sarebbero molti altri, ma proseguiamo la nostra perlustrazione sul panorama editoriale.
Da questo punto di vista, l’Italia vanta una tradizione di controinformazione cartacea tra le più strutturate d’Europa. Sul piano della ricerca saggistica e della riflessione teorica operano case editrici indipendenti come DeriveApprodi oggi a Bologna, storica fucina del pensiero post-operaista e della storia dei movimenti; Edizioni Alegre, specializzata in critica marxista, ecologia politica e narrativa di classe; Edizioni Tabor, realtà militante radicata in Val Susa focalizzata su autonomia montana ed eresie rurali; Odradek Edizioni, punto di riferimento per la storia operaia e l’antimperialismo; e esperienze divulgative più recenti come Cronache Ribelli, nate per ricostruire la memoria storica delle lotte popolari. A questo circuito (parziale) si affiancano marchi della tradizione libertaria come, fra gli altri, le Edizioni Alternativa Libertaria e le Edizioni Anarchismo.
Parallelamente, il dibattito si sviluppa su riviste di approfondimento e periodici di lungo corso. Nunatak, trimestrale cartaceo giunto alla fine della sua parabola, edito dalle Edizioni Tabor, rappresenta il punto di connessione teorica tra la lotta No TAV, l’autonomia territoriale e la critica alle nocività ambientali. Zapruder, quadrimestrale di storiografia militante curato dal collettivo Storie in Movimento ed edito da Mimesis, analizza i conflitti del passato per offrire chiavi di lettura al presente. Il progetto di rivista online con uscite cartacee Machina di DeriveApprodi propone volumi monografici sulle trasformazioni tecnologiche e il capitalismo cognitivo, mentre lo storico Umanità Nova, quotidiano fondato nel 1920 da Errico Malatesta e oggi settimanale della Federazione Anarchica Italiana, garantisce la continuità dell’anarchismo organizzato. Lo scenario comprende anche le sporadiche produzioni cartacee legate al portale Carmilla Online, fondato da Valerio Evangelisti, dalle pubblicazioni del laboratorio politico Volere la Luna a Torino e da una serie difficilmente tracciabile di bollettini di raccordo internazionale.

Addentrandosi ulteriormente nel caotico sottobosco della stampa underground, notiamo come il linguaggio grafico abbandona la compostezza per farsi spigoloso, fatto di fotocopie, stampa e collage in bianco e nero. L’esempio più rilevante degli ultimi anni è Bezmotivny Senza Motivo, quindicinale cartaceo nato nel 2020 e terminato nel 2023, legato al circolo anarchico Gogliardo Fiaschi di Carrara, stampato presso la tipografia Avenza Grafica di Massa.
Diventato punto di riferimento per l’anarchismo d’azione e l’insurrezionalismo, Bezmotivny ha ospitato comunicati, dibattiti sul 41-bis e testi del “prigioniero” Alfredo Cospito, finendo al centro dell’operazione giudiziaria Scripta Scelera della DDA di Genova, che ha sequestrato la tipografia e contestato ai redattori i reati di associazione con finalità di terrorismo e istigazione. Attorno e accanto a questa esperienza orbita una galassia di numerosi “fogli d’azione” e bollettini dalla vita piuttosto effimera come i bollettini della Croce nera Anarchica (CNA), la fanzine Machete, la francese Avis de Tempête o la conclusa Voce Libertaria. Esistono poi la storica testata Anarchismo fondata da Alfredo M. Bonanno; Negazine, curata dal gruppo della Biblioteca Anarchica Disordine; Uscire dal Coro, foglio antimilitarista e anticarcerario; L’Impazienza, dedicato al dibattito sulla conflittualità urbana; Mani al Maglio, bollettino d’attacco ed ecologia radicale; Dissonanze, focalizzato sul controllo sociale, e la sterminata produzione di fogli unici, zine e dossier autoprodotti nei presìdi No TAV di Venaus e San Didero o all’interno del CSOA Askatasuna di Torino.

 

La dimensione di questa rete è intrinsecamente europea e internazionalista, alimentata da continue traduzioni autoprodotte che valicano i confini nazionali.
In Francia, il fulcro del pensiero autonomo e post-situazionista risiede nel progetto editoriale cartaceo Lundimatin, affiancato da case editrici fondamentali come Éditions La Fabrique, fondata da Eric Hazan e dedita alla filosofia politica radicale, e Éditions La Lenteur, specializzata nella critica della tecnologia.
La cronaca sociale e la critica all’urbanismo neoliberale trovano spazio nel mensile CQFD a Marsiglia, mentre la voce delle carceri è portata avanti dal foglio L’Envolée. Completano il quadro transalpino (ripeto, assai parziale) lo storico quotidiano Le Monde Libertaire, organo della Fédération Anarchiste, e il già citato bollettino d’attacco Avis de Tempête.
In Germania e nei paesi di lingua tedesca, il cuore dell’autonomia urbana batte a Berlino attorno a Interim, celebre foglio quindicinale anonimo e privo di copyright in cui convivono analisi sulla gentrificazione, strategie di piazza e rivendicazioni di azione diretta, oggetto nel tempo di ripetuti sequestri giudiziari. Sul versante dell’anarchismo nonviolento si distingue il giornale Graswurzelrevolution, mentre l’editoria di saggistica critica è presidiata da case editrici come Assoziation A, Unrast Verlag e la rivista d’analisi marxista Gegenstandpunkt.
Nella penisola iberica, la vivacità del movimento libertario si traduce in pubblicazioni diffuse come il mensile gratuito Todo Por Hacer a Madrid, il quindicinale cooperativo Directa a Barcellona, la storica rivista basca Ekintza Zuzena e l’intensa attività di case editrici orientate alla critica della civiltà tecnologica come Virus Editorial e Ediciones El Salmón.
La sostenibilità logistica ed economica di questo articolato circuito si regge interamente su una rete di spazi fisici autogestiti che rifiutano la grande distribuzione commerciale. Luoghi come i pochi Centri di documentazione e archivi rimasti, sporadiche librerie indipendenti o altri spazi, per esempio gli Infoladen tedeschi come il celebre M99 a Berlino, fungono da nodi di conservazione e vendita. A questi si aggiungono i momenti di incontro collettivo, tra cui il Festival Alta Felicità in Val Susa, le varie edizioni della Fiera del Libro Anarchico a Milano, Barcellona, Londra e Basilea, e gli storici raduni internazionali di Saint-Imier in Svizzera, dove centinaia di distribuzioni amatoriali allestiscono i propri banchetti.
Come detto, la ricognizione potrebbe essere assai più approfondita e precisa di quanto riportato in questo breve testo. Soprattuto sarebbe utile riconoscere la produzione e le dinamiche di questo universo che porta avanti la tradizione della underground press. Un lavoro che spero sia fatto senza che questo significhi “normalizzare” un fenomeno che di per sé, nel 2026, mantiene una sua importanza che va ben oltre la semplice testimonianza del passato o l’appartenenza ideologica.
Senza dubbio, per finire, questa ricchezza di idee e teorie messe in circolazione in forme apparentemente anacronistiche evidenzia una precisa scelta tattica e politica dato che, per gli apparati investigativi e le forze di polizia, molte di queste pubblicazioni rappresentano strumenti di istigazione o coordinamento per l’attacco alle infrastrutture e il sabotaggio. Al contrario, per i collettivi redazionali, il foglio cartaceo auto prodotto è ancora oggi – mi viene da dire, soprattutto oggi – l’unico mezzo in grado di eludere la censura algoritmica, preservare l’anonimato dei militanti e garantire la continuità della teoria critica.
L’editoria underground antagonista si conferma così non come un residuo nostalgico del passato, ma come il polmone comunicativo più resistente della conflittualità contemporanea.
Questo primo tentativo di mappatura di questo arcipelago editoriale non risponde a una semplice esigenza d’inventario o di cronaca, non era certo il mio intento. Credo sia piuttosto interessante mettere in luce un principio strutturale che attraversa, senza soluzione di continuità, la storia del movimento anarchico e più in generale di certa cultura underground internazionale ovvero la ferma convinzione che la produzione culturale, l’analisi teorica e la circolazione dell’informazione indipendente costituiscano la prima e più genuina forma di autodeterminazione dei popoli. Fin dalle origini del pensiero libertario, la conquista dei mezzi di produzione della parola — dalla tipografia artigianale di Proudhon alle macchine offset, fino alle serigrafie autogestite — non è mai stata considerata un’attività di contorno o un semplice supporto alla militanza, ma l’atto politico d’autodifesa per eccellenza.
Rifiutare la mediazione dell’editoria industriale e sfuggire al perimetro dell’omologazione algoritmica significa sottrarre il pensiero alla logica della merce, riappropriandosi del tempo e dei linguaggi necessari per interpretare le trasformazioni del capitale. Che si tratti della saggistica d’alto profilo o della fanzine ciclostilata in poche centinaia di copie, la carta stampata si conferma così un dispositivo di resistenza materiale. In essa la teoria non si separa mai dalla pratica: la scrittura, la stampa e la distribuzione di mano in mano si configurano come atti comunitari volti a costruire spazi d’autonomia culturale prima ancora che politica. È precisamente in questa persistenza della pagina scritta, nell’ostinazione a voler stampare e archiviare il conflitto lontano dai server centralizzati, che l’underground contemporaneo riafferma la propria eredità più autentica: la certezza che non possa esistere alcuna liberazione sociale senza un’autonoma e radicale presa di parola.