La pubblicazione di Quarterly Underground Theater nel 1970, diretta da Shuji Terayama e Masahiko Akuta per l’editore Guroubaru Sha, costituisce una testimonianza esemplare di come la cultura underground giapponese abbia saputo trasformare il teatro in un luogo di sperimentazione totale, in cui riflessione teorica, pratica artistica, politica e ricerca visiva cessano di essere ambiti distinti per diventare parti di un unico processo creativo. L’interrogativo posto dalla rivista – What is theatre? – non rappresenta semplicemente una domanda estetica, ma assume il valore di un’indagine sulle possibilità stesse dell’esperienza umana in un Giappone attraversato dalle contraddizioni della modernizzazione accelerata, delle proteste studentesche, della crescita economica e della progressiva americanizzazione della società.

Quarterly Underground Theater, Anti-Theatre, n.1, 1969

Quarterly Underground Theater, The World’s Avant-Garde Theatre, n.2, 1970

Quarterly Underground Theater, Eros and Theatre, n.3, 1970

Quarterly Underground Theater collezione completa
Per comprendere il significato di questa pubblicazione occorre inserirla nel contesto dell’angura, abbreviazione di underground, termine che tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi Settanta identifica una delle più fertili stagioni della cultura giapponese. L’angura non designa semplicemente un movimento teatrale, ma un ecosistema culturale nel quale convivono fotografia sperimentale, cinema indipendente, poesia, performance, editoria alternativa, graphic design e arti visive. Figure come Shuji Terayama, Jūrō Kara, Tadashi Suzuki, Tatsumi Hijikata e il fotografo Daidō Moriyama condividono infatti una medesima tensione verso la demolizione dei linguaggi consolidati e il rifiuto della separazione tra arte e vita.
Terayama occupa una posizione assolutamente centrale in questo panorama. Poeta, drammaturgo, regista cinematografico, teorico e fondatore della compagnia Tenjō Sajiki, egli interpreta il teatro come uno spazio aperto, continuamente ridefinibile, che non coincide più con il palcoscenico tradizionale, ma invade la città, il corpo, il linguaggio e la memoria. Le sue opere rifiutano ogni concezione naturalistica della rappresentazione per costruire esperienze in cui sogno, autobiografia, citazione letteraria, cultura popolare, surrealismo e provocazione politica convivono senza gerarchie. In questo senso, la domanda posta dalla rivista non cerca una definizione del teatro, bensì mette in discussione la necessità stessa di definirlo.
È significativo che Quarterly Underground Theater venga presentata come una rivista teorica, ma allo stesso tempo riccamente illustrata. Questo elemento, apparentemente secondario, rivela una delle caratteristiche fondamentali dell’estetica underground. L’immagine non svolge una funzione ornamentale rispetto al testo, ma partecipa alla costruzione del discorso teorico. Fotografie, impaginazione, tipografia, documentazione delle performance e interventi grafici diventano veri e propri strumenti critici.
La teoria non è confinata alla scrittura accademica, bensì prende forma attraverso un montaggio di linguaggi differenti che costringe il lettore a un’esperienza interpretativa complessa.
Questa impostazione si colloca in una più ampia trasformazione dell’editoria underground internazionale. Negli stessi anni, riviste americane legate alla Beat Generation, pubblicazioni situazioniste francesi e periodici della controcultura europea sperimentano forme analoghe di contaminazione tra testo e immagine. Tuttavia, il caso giapponese presenta una specificità evidente. L’influenza della tradizione grafica locale, del teatro classico, della calligrafia e dell’estetica dell’incompiuto si intreccia con le avanguardie occidentali producendo un linguaggio autonomo, riconoscibile e difficilmente assimilabile ai modelli europei o americani.
L’underground giapponese rifiuta inoltre la concezione moderna dell’opera come oggetto concluso. Ogni pubblicazione funziona piuttosto come un archivio provvisorio di pratiche, incontri e sperimentazioni. In questo senso la rivista documenta spettacoli destinati a scomparire, raccoglie riflessioni teoriche ancora aperte, conserva fotografie di performance uniche e produce una memoria alternativa rispetto a quella delle istituzioni culturali ufficiali.
L’editoria diventa così uno strumento di resistenza contro la natura effimera della performance,
senza tuttavia trasformarla in monumento.
L’archivio underground rimane sempre incompleto, frammentario e processuale.
Anche la scelta dell’editore Guroubaru Sha appare significativa. Molte delle esperienze editoriali dell’underground giapponese operano infatti ai margini del sistema commerciale, con tirature limitate, distribuzione irregolare e una circolazione che si snoda attraverso librerie indipendenti, spazi teatrali e reti informali. La scarsità materiale delle pubblicazioni contribuisce a costruirne il valore simbolico, non come oggetti elitari, ma come strumenti di una comunità culturale che si riconosce attraverso pratiche condivise più che attraverso il mercato.
Quarterly Underground Theater riflette un principio fondamentale dell’estetica underground: la dissoluzione dei confini disciplinari. Filosofia, politica e arte non vengono semplicemente accostate, ma considerate manifestazioni di una stessa ricerca. Il teatro non è più soltanto spettacolo; diventa antropologia, critica sociale, esperienza sensoriale, pratica editoriale e dispositivo filosofico.
La rivista in questo senso, testimonia un momento storico in cui la produzione culturale underground rinuncia deliberatamente alla specializzazione per recuperare una concezione integrale della creazione artistica.
A oltre mezzo secolo dalla sua prima pubblicazione, la rivista mantiene un’importanza che va ben oltre la storia del teatro giapponese. Essa documenta infatti uno dei momenti in cui la cultura underground internazionale comprende che la riflessione teorica può assumere forme visive, che una rivista può funzionare come una performance e che l’editoria può trasformarsi in uno spazio di sperimentazione estetica tanto quanto il palcoscenico. In questo senso i tre numeri Quarterly Underground Theater non rappresenta soltanto un documento storico, ma una dimostrazione concreta di come l’underground abbia ridefinito il rapporto tra produzione culturale, pratica artistica e costruzione del sapere, anticipando molte delle modalità interdisciplinari che caratterizzano ancora oggi la ricerca nelle arti contemporanee.
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