C’è un’immagine che dice più di qualsiasi ricostruzione biografica: un uomo davanti a una macchina da stampa, nel settembre del 2005, che sta finendo di comporre le pagine di un giornale fondato ottantacinque anni prima da Errico Malatesta. L’uomo si chiama Alfonso Nicolazzi, ha sessantatré anni, e morirà lì, proprio in quel gesto. Non si tratta di un dettaglio aneddotico da chiudere in una nota a piè di pagina, è invece la sintesi perfetta di una vita spesa a costruire qualcosa che oggi, dentro la storia dell’editoria underground italiana, meriterebbe uno spazio ben più ampio di quello che finora gli è stato riservato — e che, come proveremo a mostrare, anticipa per vie pratiche e reali una teoria politica che verrà formulata esplicitamente solo decenni più tardi, dall’altra parte del Mediterraneo e in un contesto generazionale completamente diverso.

Alfonso Nicolazzi

Un uomo prima del movimento

Nicolazzi nasce nel 1942 nell’area di Stresa, tra Novara e l’attuale Verbania — anche se non tutte le fonti concordano su questo dettaglio, e c’è chi lo indica genericamente come piemontese senza ulteriori precisazioni. È una delle tante incertezze che accompagnano la sua biografia, e che raccontano indirettamente qualcosa del personaggio, un uomo che ha lasciato tracce solide nel lavoro e nella militanza, meno nella documentazione di sé.
Prima di Carrara, prima della tipografia, prima di diventare quello che qualcuno definirà “poligrafo e poliglotta, tipografo e agitatore politico”, Nicolazzi lavora come steward per Alitalia. È un dettaglio che potrebbe sembrare marginale e che invece è decisivo perché quel lavoro gli permette di viaggiare, di imparare lingue, di intrecciare rapporti internazionali, ed è dentro quello stesso ambiente professionale che matura la sua prima esperienza politica organizzata, nel Collettivo dei lavoratori Alitalia, nel pieno della stagione di sindacalismo di base. Nicolazzi arriva quindi al movimento anarchico non da un percorso ideologico astratto, ma da un’esperienza concreta di organizzazione del lavoro — un’origine che si rifletterà in modo evidente in tutto ciò che farà negli anni successivi.

Carrara, 1974: comprare le macchine

Nel 1974 Nicolazzi si trasferisce a Carrara, uno dei nodi storici dell’anarchismo italiano, città di cave e di scioperi, dove la tradizione libertaria ha radici che affondano addirittura nell’Ottocento. Qui incontra Dino Mosca, e insieme prendono una decisione che ha il sapore di un atto fondativo: usare la propria liquidazione — il denaro, cioè, che chiude simbolicamente un rapporto di lavoro salariato — per comprare le macchine necessarie ad aprire una tipografia.
Non una tipografia qualunque però, l’obiettivo dichiarato è dotare il movimento anarchico di una capacità produttiva propria, sganciata dalla dipendenza da stampatori esterni. Fino a quel momento, infatti, Umanità Nova — il settimanale storico della Federazione Anarchica Italiana — veniva stampato alla GATE di Roma, una tipografia riconducibile all’area editoriale comunista. Una soluzione di comodo, ma anche una forma sottile di delega: il giornale del movimento anarchico dipendeva, materialmente, da un’infrastruttura politicamente esterna.
Nasce così Il Seme, che diventerà con gli anni la Cooperativa Tipolitografica di Carrara, tuttora attiva e tuttora legata alla stampa di Umanità Nova e di altre testate del movimento.

Sede del FAI, Carrara

Una tipografia non è solo una tipografia

È qui che la vicenda di Nicolazzi assume un rilievo che va oltre l’aneddoto biografico e tocca direttamente una questione teorica centrale per chi si occupa di editoria underground: la differenza tra autoproduzione domestica e autonomia industriale.
Buona parte della storia della stampa alternativa novecentesca — quella che siamo abituati a raccontare — si costruisce attorno a strumenti leggeri, poveri, spesso rubati al margine del sistema: il ciclostile, la fotocopiatrice, il collage fatto con forbici e colla nelle cucine, le fanzine tirate in poche decine di copie su carta scadente. È una genealogia che conosciamo bene, ed è preziosa, perché racconta la capacità di produrre cultura con mezzi minimi, spesso clandestini.
Il Seme di Nicolazzi e Mosca racconta però qualcosa assai di diverso, e in un certo senso di più radicale: non l’invenzione di un’alternativa povera al sistema della stampa, ma la sottrazione di una tecnologia professionale — macchine vere, tipografia vera, capacità produttiva vera — alla logica commerciale, per reinserirla dentro una logica cooperativa e militante.

Non uno strumento improvvisato ai margini dell’industria,
ma un pezzo d’industria riconquistato e riorganizzato
secondo principi autogestionari.

È una distinzione che vale la pena sottolineare: l’autonomia editoriale non coincide in questo caso con la povertà dei mezzi, ma con la proprietà collettiva del processo produttivo. La tipografia diventa contemporaneamente luogo di lavoro, infrastruttura militante, spazio di formazione tecnica e teorica per nuovi compagni, dispositivo di controinformazione e nodo di una rete che arriva ben oltre i confini nazionali. La forma editoriale, in altre parole, coincide qui con la forma dell’organizzazione politica: non si tratta di stampare per un movimento, ma di essere, materialmente, parte del movimento attraverso la stampa.

Trent’anni con “Umanità Nova”

Per oltre vent’anni — alcune fonti dicono trenta — Nicolazzi resta legato a filo doppio a Umanità Nova, occupandosi non solo della composizione tipografica ma di tutto ciò che serve a far esistere materialmente un giornale periodico dentro il movimento: la distribuzione, i rapporti con le federazioni locali, la tenuta di una macchina organizzativa che a differenza di un giornale commerciale non può contare né su una rete distributiva strutturata, né su introiti pubblicitari.
La sua attività non si esaurisce del resto nella sola stampa. Nicolazzi partecipa alle iniziative politiche e sociali dell’anarchismo carrarese, comprese le battaglie ambientaliste contro gli impianti chimici della provincia di Massa-Carrara, e mantiene, grazie alle lingue apprese negli anni di Alitalia, un ruolo attivo nei rapporti internazionali della Federazione Anarchica Italiana e dell’Internazionale delle Federazioni Anarchiche, occupandosi anche di traduzioni. È un profilo che sfugge volutamente alla specializzazione: tipografo, sì, ma anche traduttore, organizzatore, agitatore — un poligrafo, appunto, nel senso più letterale del termine, capace di muoversi su più registri della militanza senza che nessuno di questi prevalga mai sugli altri fino a diventare identità esclusiva.
Alfonso Nicolazzi muore il 14 settembre 2005 — anche qui le fonti non sono del tutto concordi, alcune riportano il 2006, e la documentazione archivistica conservata nel Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche colloca genericamente le carte relative ai suoi funerali tra il 2005 e il 2006.
Muore, si diceva, mentre sta finendo di stampare Umanità Nova: un’uscita di scena che sembra scritta apposta per chiudere in modo coerente una biografia interamente costruita attorno al rapporto fisico, materiale, quasi artigianale tra un uomo e una macchina da stampa. La sua scomparsa non è un dettaglio che resta confinato al cordoglio interno del movimento visto che lascia traccia sia nella stampa anarchica sia, cosa meno scontata, negli archivi istituzionali. A/Rivista Anarchica ne ricorda esplicitamente la collaborazione pluridecennale con Dino Mosca e il ruolo avuto nella nascita del Seme e poi della Cooperativa Tipolitografica. Anche il Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche conserva a sua volta la documentazione relativa ai suoi funerali, un dettaglio che, per quanto burocratico, dice qualcosa di preciso: la morte di un tipografo di provincia, legato a un giornale periferico rispetto ai grandi circuiti editoriali nazionali, viene giudicata degna di essere archiviata e catalogata come evento storicamente rilevante. È il segno, indiretto ma eloquente, che la figura di Nicolazzi non veniva percepita — né allora né oggi — come quella di un semplice tecnico al servizio di un’idea altrui, ma come quella di uno dei nodi attraverso cui quell’idea, per oltre trent’anni, aveva continuato materialmente a esistere.

Riedizione anastatica del primo numero di Umanità Nova

Una teoria che arriva dopo, ma spiega prima

Fin qui la biografia, e fin qui il racconto potrebbe chiudersi come un ritratto compiuto, seppur parziale, di militanza tipografica, ma c’è un secondo livello di lettura che diventa possibile solo se si affianca a questa storia uno strumento teorico più recente, elaborato da un pensatore che con Carrara, con Nicolazzi, con l’anarchismo italiano del Novecento non sembrerebbe aver nulla a che fare, ma che offre — proprio per questa distanza — una lente capace di far emergere quanto ci sia di sistematico, e non semplicemente pragmatico, nella scelta compiuta da Nicolazzi e Mosca nel 1974.
Uri Gordon, teorico israelo-britannico attivo dagli anni Novanta, ha costruito la propria riflessione politica osservando da vicino i movimenti di azione diretta emersi nell’orbita della cosiddetta alter-globalizzazione: Indymedia, Peoples’ Global Action, Anarchists Against the Wall. È un contesto generazionale e geografico lontanissimo da quello di Carrara negli anni Settanta, eppure il concetto attorno a cui Gordon costruisce la propria teoria — la prefigurazione — sembra scritto apposta per essere applicato retroattivamente alla vicenda del Seme.
L’idea di prefigurazione rovescia la sequenza classica con cui gran parte della tradizione rivoluzionaria novecentesca ha pensato il rapporto tra presente e futuro. Lo schema tradizionale — quello ereditato in gran parte dal marxismo-leninismo, ma non estraneo a certe letture anche dell’anarchismo storico — immagina una sequenza in tre tempi: la società data, la rottura rivoluzionaria, e infine la società nuova che emerge dopo la rottura, come esito di un processo che nel presente resta necessariamente compromesso, provvisorio, strumentale. I mezzi, in questo schema, sono giustificati dal fine: si può accettare gerarchia, segretezza, avanguardia, disciplina ferrea, proprio perché tutto ciò è transitorio, funzionale a un obiettivo che sta altrove, nel futuro.
Gordon propone invece — riprendendo e sistematizzando un’intuizione presente fin dall’Ottocento in autori come Kropotkin e Malatesta, ma portandola a un livello di formalizzazione teorica inedito — di pensare la rivoluzione non come un evento che separa un prima da un dopo, ma come un processo che si costruisce già ora, nella qualità delle relazioni che si è in grado di mettere in piedi nel presente. Non si tratta di aspettare la società anarchica futura, ma di costruire, oggi, dentro le pratiche quotidiane di organizzazione, le stesse relazioni orizzontali, non gerarchiche, mutualistiche che si desidera vedere generalizzate. Assemblee che funzionano per consenso e non per delega, pratiche di mutuo appoggio, rifiuto della rappresentanza, azione diretta intesa non come tattica ma come principio: tutto questo non prepara la rivoluzione, la è, già ora, nella misura in cui riesce a esistere.
La conseguenza più radicale di questa impostazione è che mezzi e fini smettono di essere separabili. Non ha senso, per Gordon, giustificare una pratica gerarchica o accentratrice in nome di un fine egualitario che verrà: la gerarchia praticata oggi non prepara l’uguaglianza di domani, la contraddice nel momento stesso in cui viene messa in atto. Il come si organizza qualcosa è già, di per sé, il contenuto politico di quel qualcosa.

Pensare la rivoluzione non come un evento che separa
un prima da un dopo, ma come un processo che si costruisce
già ora, nella qualità delle relazioni che si è in grado
di mettere in piedi nel presente.

Il Seme come prefigurazione, prima della parola

Se si guarda ora alla vicenda di Nicolazzi attraverso questa lente, quella che a prima vista poteva sembrare una semplice scelta pratica — comprare delle macchine da stampa con la propria liquidazione, invece di continuare a dipendere da una tipografia esterna — assume i contorni di un atto squisitamente prefigurativo, nel senso più tecnico che Gordon attribuisce al termine, benché formulato trent’anni prima che quel termine venisse teorizzato in questi termini.
Il punto non è semplicemente che Nicolazzi e Mosca volessero un giornale stampato da compagni anziché da estranei. Il punto è che la forma organizzativa scelta per Il Seme — cooperativa, non impresa gerarchica; autogestita, non diretta da un padrone o da un comitato centrale esterno; aperta alla formazione di nuovi tipografi dentro il movimento, non chiusa in una competenza professionale gelosamente custodita — è essa stessa un pezzo di quella società anarchica che il movimento diceva di voler costruire. Non uno strumento in vista di un fine successivo, ma un frammento di fine già realizzato nel presente, dentro il perimetro limitato ma concretissimo di una tipografia di provincia.
È esattamente qui che il rifiuto della rappresentanza, uno dei tre nuclei che Gordon individua come costitutivi dell’anarchismo contemporaneo insieme alla critica della dominazione e a una politica aperta e sperimentale, trova un corrispettivo materiale sorprendente. Se il movimento anarchico avesse continuato a stampare Umanità Nova alla GATE di Roma, avrebbe delegato — pur temporaneamente, pur per pura necessità pratica — un momento decisivo della propria voce pubblica a un soggetto esterno, per quanto politicamente vicino. Nicolazzi e Mosca scelgono invece di internalizzare quella capacità, di non delegarla: la stessa logica, sul piano infrastrutturale, che anima il rifiuto assembleare della delega politica sul piano decisionale. Non è un caso che entrambe le pratiche — quella organizzativa e quella tipografica — condividano la stessa parola chiave: autogestione, cioè la pretesa di gestire da sé, senza intermediari, tanto le proprie decisioni quanto i propri mezzi di produzione simbolica.
Anche la seconda componente del tríptico gordoniano, l’azione diretta, trova nel Seme un’incarnazione che va oltre la metafora. L’azione diretta, in Gordon, non è semplicemente un repertorio tattico — l’occupazione, il blocco, il sabotaggio — ma un principio più ampio: agire direttamente sulla realtà che si vuole trasformare, senza passare attraverso istituzioni mediatrici che si ritengono strutturalmente compromesse. Comprare delle macchine da stampa con la propria liquidazione è, in questo senso, un atto di azione diretta applicato alla sfera della produzione culturale: invece di chiedere, negoziare, aspettare che qualcun altro metta a disposizione uno strumento tipografico compatibile con le esigenze del movimento, Nicolazzi e Mosca lo costruiscono da sé, con le proprie mani e col proprio denaro. Non protesta contro la GATE di Roma, non rivendicazione nei suoi confronti, semplicemente, la sua sostituzione con un’alternativa reale, funzionante, posseduta collettivamente.

Il terzo nucleo: una politica senza modello definitivo

C’è però un aspetto della teoria di Gordon che rischia di passare inosservato se ci si ferma ai primi due nuclei — critica della dominazione e prefigurazione attraverso l’azione diretta — e che invece è probabilmente il più utile per comprendere la lunga durata dell’esperienza carrarese. Gordon insiste su un terzo elemento, forse il meno intuitivo: l’anarchismo contemporaneo, a differenza di molte tradizioni rivoluzionarie novecentesche, rifiuta di dotarsi di un modello definitivo e compiuto della società futura. Non esiste, in questa impostazione, un progetto chiuso da realizzare una volta per tutte, ma una politica aperta, sperimentale, capace di correggersi, di adattarsi, di restare permanentemente in costruzione.
Ora, la storia del Seme e della sua trasformazione nella Cooperativa Tipolitografica racconta esattamente questo tipo di apertura sperimentale, non come debolezza organizzativa ma come tratto costitutivo. Non nasce come un progetto compiuto e statico, pensato una volta per tutte nel 1974 e poi semplicemente riprodotto identico a se stesso per trent’anni: si trasforma, cambia forma giuridica, allarga probabilmente il proprio raggio di committenti pur restando fedele al proprio nucleo militante, sopravvive alla morte del suo fondatore continuando a stampare Umanità Nova ancora oggi. È una struttura che si mantiene in vita non aggrappandosi rigidamente a una forma originaria, ma restando fedele a un principio — l’autogestione della produzione tipografica del movimento — che è compatibile con adattamenti continui della forma concreta in cui quel principio si realizza.
Questa capacità di restare aperta senza smarrire il proprio orientamento è, in fondo, l’unica risposta possibile a un problema che la teoria prefigurativa pone in modo esplicito: se il fine non è un punto d’arrivo definito, ma una qualità delle relazioni presenti, allora nessuna forma organizzativa può dichiararsi definitiva. La Cooperativa Tipolitografica di Carrara, attraversando quasi mezzo secolo restando fedele a un principio pur cambiando pelle più volte, è forse la miglior illustrazione pratica di che cosa voglia dire, per un’organizzazione politica, evitare la cristallizzazione in un modello chiuso senza per questo perdere la propria identità.

Un’utopia senza progetto, o il senso di un’eredità

Vale la pena, a questo punto, richiamare un ulteriore sviluppo del pensiero di Gordon, più recente e ancora meno immediatamente collegabile alla vicenda di Nicolazzi sul piano cronologico, ma utile per chiudere il cerchio sul piano teorico. In un suo lavoro recente dal titolo Utopia in contemporary anarchism, inserito nel volume collettivo Anarchism and Utopianism, (Laurence Davis e Ruth Kinna, Cambridge University Press, 2026) dedicato al rapporto tra anarchismo contemporaneo e utopia, Gordon sostiene che questo rapporto si sia profondamente trasformato rispetto alla tradizione ottocentesca e novecentesca. L’utopia, per l’anarchismo che Gordon osserva e teorizza, non è più — se mai lo è stata in senso stretto — la descrizione dettagliata di una società futura perfetta da realizzare, un progetto architettonico del mondo che verrà. È piuttosto un orizzonte regolativo, una tensione permanente che orienta la pratica senza mai risolversi in un progetto compiuto, esattamente come il terzo nucleo della sua teoria — la politica aperta e sperimentale — lasciava intendere.
Applicata retrospettivamente alla vicenda carrarese, questa idea di utopia senza progetto illumina un aspetto della biografia di Nicolazzi che altrimenti resterebbe puramente aneddotico: il fatto che egli non abbia mai smesso, in oltre trent’anni, di fare esattamente la stessa cosa — comporre pagine, stampare fogli, distribuire un giornale — senza che questo gesto ripetuto assumesse mai i tratti della routine burocratica o del semplice mestiere. Non c’era, nella sua biografia, un momento in cui la tipografia potesse dirsi “completata”, un traguardo oltre il quale il compito prefigurativo si sarebbe potuto considerare assolto. C’era, piuttosto, una tensione che si rinnovava a ogni numero, a ogni edizione, a ogni pagina composta: la stessa a cui allude Gordon quando parla di un’utopia che non si esaurisce mai in un progetto definitivo, ma che vive proprio nella sua costante, instancabile riattualizzazione pratica.
È in questo senso che la morte di Nicolazzi, sopraggiunta mentre stava finendo di stampare Umanità Nova, smette di essere solamente un’immagine drammaticamente efficace da usare in apertura di un articolo, e diventa invece la conferma più netta della coerenza tra teoria e pratica che la sua intera esistenza aveva incarnato. Non muore dopo aver raggiunto un obiettivo, perché quell’obiettivo — la costruzione quotidiana, ininterrotta, di un’infrastruttura editoriale autonoma per il movimento — non prevedeva per sua stessa natura un punto di arrivo. Muore nel mezzo del gesto che lo definiva, perché quel gesto, ripetuto identico eppure sempre nuovo per oltre trent’anni, era già, in sé, il fine.

Una tradizione più lunga di quanto sembri

C’è il rischio, raccontando una storia come questa, di farla apparire come una bella eccezione locale; uun episodio isolato di volontarismo militante in una provincia toscana degli anni Settanta. È un rischio da scongiurare, perché la scelta di Nicolazzi e Mosca si inserisce in realtà dentro una linea storica molto più lunga e molto più solida di quanto la cronaca locale lasci intuire — una linea in cui il mestiere tipografico non è mai stato, per l’anarchismo, un semplice strumento a disposizione della causa, ma qualcosa di più intimo: quasi una scuola di pensiero.
Bisogna risalire, per capirlo, fino alle origini stesse della tradizione. Pierre-Joseph Proudhon, prima di scrivere Che cos’è la proprietà?, lavorava come correttore di bozze in una tipografia di Besançon, componendo a mano, lettera per lettera e in negativo, i testi altrui. Non è un banale dettaglio biografico: diversi suoi biografi hanno infatti osservato come proprio quella pratica quotidiana — il continuo smontare e rimontare un testo attraverso caratteri mobili, il vedere la lingua ridotta a elementi combinabili e riassemblabili secondo regole tecniche precise — abbia lasciato tracce dirette nel suo modo di pensare la società come sistema di rapporti che si possono scomporre e ricomporre diversamente, senza bisogno di un’autorità centrale che ne garantisca l’ordine. Il primo grande teorico dell’anarchismo moderno, insomma, pensa il mondo anche a partire dal proprio corpo chino su un bancone da compositore. La tipografia, per l’anarchismo, non nasce come mezzo di propaganda aggiunto in un secondo momento alla teoria: le è, in un certo senso, contemporanea.
Questa contiguità tra mestiere e movimento diventa poi struttura organizzata su vasta scala nella Spagna della rivoluzione del 1936. A Barcellona, dove il sindacato anarcosindacalista CNT contava tra le proprie fila un potentissimo Sindicato de las Artes Gráficas, la vittoria contro il colpo di stato franchista si traduce quasi immediatamente nella collettivizzazione delle grandi rotative cittadine: gli operai grafici non si limitano a continuare a stampare, ma prendono materialmente possesso degli impianti industriali delle testate borghesi, mettendoli al servizio della stampa rivoluzionaria. Solidaridad Obrera, il quotidiano della CNT, viene tirato su macchinari requisiti e gestiti collettivamente dagli stessi lavoratori che prima li facevano funzionare per altri padroni. È l’episodio che rende visibile, su scala industriale e in poche settimane, esattamente il principio che Nicolazzi e Mosca metteranno in pratica quarant’anni dopo su scala artigianale e nell’arco di una vita intera: non basta scrivere il giornale del movimento, bisogna possederne anche la macchina.

Testata della rivista spagnola “Solidaridad Obrera”, 1907

Testata della rivista inglese “Freedom”, 1886

Logo AK Press, Californnia

Se si guarda fuori dai confini italiani e spagnoli, si trova un termine di paragone ancora più diretto, perché strutturalmente identico al caso di Carrara: la Freedom Press di Londra. Fondata nel 1886 da Charlotte Wilson e Pëtr Kropotkin, è tuttora attiva nello stesso quartiere di Whitechapel, e continua a stampare il periodico Freedom — l’omologo britannico, per anzianità e per funzione, di Umanità Nova. Come Il Seme, anche Freedom Press nasce dall’esigenza di sganciare la voce pubblica del movimento dalla dipendenza da tipografi esterni, e come la Cooperativa Tipolitografica di Carrara è sopravvissuta ben oltre un secolo cambiando pelle più volte — attraversando persino un bombardamento nella Seconda guerra mondiale — restando fedele a un principio più che a una forma fissa. Mettere una accanto all’altra le due vicende, separate da quasi un secolo e da un intero continente, permette di misurare quanto la scelta carrarese fosse tutt’altro che estemporanea: era l’applicazione italiana di un modello già collaudato altrove, con la stessa logica e con esiti di analoga durata.
Il filo non si interrompe nel Novecento. Nel 1990, in Scozia, un gruppo di giovani militanti anarchici fonda AK Press, casa editrice e distributrice strutturata esplicitamente come cooperativa di lavoratori, poi trasferitasi negli Stati Uniti, prima a San Francisco e poi a Oakland, dove tuttora distribuisce a livello internazionale testi di teoria e storia del movimento. Anche in questo caso la forma giuridica non è un dettaglio amministrativo, ma la traduzione, in un contesto anglosassone e globalizzato di fine millennio, dello stesso principio che aveva mosso Nicolazzi vent’anni prima a Carrara — il rifiuto di separare la proprietà dei mezzi di produzione editoriale dalla comunità politica che quei mezzi utilizza.
Letta dentro questa cornice, la vicenda del Seme smette di essere un aneddoto di storia locale e assume i contorni di un vero e proprio genere storico ricorrente all’interno della cultura anarchica: quello del tipografo-militante che, invece di limitarsi a scrivere o a diffondere idee, ne possiede collettivamente l’infrastruttura materiale. Da Proudhon compositore a Besançon, ai grafici collettivizzati di Barcellona, da Freedom Press a Whitechapel fino ad AK Press a Oakland, passando per Carrara: è una linea che attraversa un secolo e mezzo e tre continenti, e che colloca Alfonso Nicolazzi non come una curiosità periferica della storia dell’editoria underground italiana, ma come l’ultimo, per ora, di una catena di uomini e donne che hanno capito, prima ancora di poterlo teorizzare con il linguaggio di Gordon, che un movimento politico che non possiede i propri mezzi di stampa resta, in fondo, ospite in casa altrui.

Perché Nicolazzi conta ancora

Nella storiografia della stampa underground italiana, la figura del tipografo militante resta spesso relegata a comprimario rispetto a quella del redattore, dell’ideologo, del fondatore di testata. Nicolazzi obbliga a rovesciare questa gerarchia. La sua vicenda dimostra che nella storia dell’editoria alternativa la questione decisiva non è soltanto cosa si stampa, ma chi possiede i mezzi con cui lo si stampa, con quali principi vengono gestiti, e — se si accetta il vocabolario che Gordon ha reso disponibile trent’anni dopo — quale relazione tra presente e futuro quella gestione mette in atto.
Leggere Nicolazzi attraverso la teoria della prefigurazione non significa forzare la sua biografia dentro una cornice teorica a lui estranea, quanto piuttosto riconoscere che certe pratiche politiche precedono sistematicamente la loro formalizzazione concettuale, e che la teoria, quando arriva, spesso non fa che nominare con precisione ciò che militanti come Nicolazzi avevano già intuito e realizzato nella materialità del proprio lavoro quotidiano. Ricostruire la piccola genealogia che porta da Malatesta a Umanità Nova, da Umanità Nova al Seme di Nicolazzi e Mosca, dal Seme alla Cooperativa Tipolitografica di Carrara ancora oggi attiva, significa dunque restituire visibilità a una linea meno raccontata ma non meno significativa della storia dell’editoria underground: quella che passa non dalla clandestinità dello strumento povero, ma dalla riconquista cooperativa di uno strumento professionale, secondo una logica che oggi, grazie a Gordon, possiamo chiamare con il suo nome esatto — prefigurazione, appunto, applicata al più concreto e meno celebrato dei terreni: la macchina da stampa.