“Jezga” è un magazine sulla nascente scena artistica e creativa della Lettonia

Da quando la Lettonia è uscita dall’Unione Sovietica nel 1991, questo piccolo Stato è cresciuto e si è sviluppato, dimostrando una ricchezza e molte nuove energie che sta sprigionando in diverse forme d’arte. Questa indipendenza relativamente nuova ha portato una diffusa creatività che il nuovo magazine “Jezga” vuole esplorare per definire quella che è una vera e propria nuova identità nazionale che la Lettonia si sta ricavando attraverso l’arte.

L’obiettivo di questo ennesimo nuovo magazine è quello di mostrare il lavoro di pittori, illustratori, fotografi, stilisti, musicisti, attori e molti altri, con l’aiuto di un approccio grafico ed estetico innovativo e molto vicino al mondo del design.
Tutte queste nuove ed originali voci che nascono dalla cultura lettone portano a galla una prospettiva del tutto nuova e diversa che deve ancora essere vista e ascoltata.
Questa massa di idee e creatività è senz’altro una fonte di ispirazione positiva per chiunque voglia alimentare il proprio lato artistico o semplicemente per coloro che amano le arti visive.

Un bellissimo progetto indipendente di un libro interamente dedicato alle mani

Da quando l’ho incrociato sui miei assurdi giri nel web, questo progetto mi ronza in testa e finalmente sono riuscito ad incrociare la mia tastiera ed un attimo nel nostro tempo con Diego Garbini e Michela Brondi, le due teste pensanti che stanno dietro a Platò da cui mi sono fatto spiegare un pò meglio l’idea che sono molto felice di supportare e promuovere attraverso le Edizioni del Frisco.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

“A Book about Hands” è un libro e un progetto internazionale indipendente interamente dedicato alle mani.
Il libro raccoglie i lavori di 47 artisti da 13 nazioni, immagini provenienti da grandi musei e collezioni e particolari ritratti anonimi.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com
Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com
Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Questo progetto nasce da una collezione di circa 700 immagini selezionate da Michela Brondi su Pinterest nel corso di anni di ricerche. In collaborazione con una delle più antiche tipografie della Toscana
Bandecchi&Vivaldi è stato realizzato il prototipo del libro e ora, questo progetto, cerca una grande MANO per realizzare la prima edizione limitata attraverso una campagna di crowdfunding su Eppela.

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Per quello che posso, vi dico di sostenere il progetto che vede coinvolti decine di artisti fra i quali nomi del calibro di: Michael WaraksaJason Travis, Bo Lundberg, Claire Curneen, Ayako Kurokawa, Jim PhilippsNina Myers // Matthew Cox // Joni Majer // Adrian Velasco // Ben Kruisdijk // Sarah Burwash // Jonathan Zawada.

Ecco dunque il progetto “A Book about Hands” che se vi piace, potete sostenere e spingere!

Foto Jason Travis – www.jasontravisphoto.com

Hypebeast riporta in auge gli anni ’90 anche nella grafica editoriale

Continuando a scavare dietro le storie che compongono il panorama creativo di oggi, Hypebeast esplora le ultime tendenze attraverso le lenti di ingrandimento di un team esperto e oramai di primissimo livello.
Pensieri, interviste e guide fanno da anni di Hypebeast un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la moda e più in generale le tendenze estetiche di tutto il mondo.
Oltre al sito, aggiornatissimo e ricchissimo, seguo le scelte del team che cura il magazine arrivato al numero 21.

Hypebeast – numero 21

“Hypebeast 20 – The X Issue” è quindi un’uscita precedente che però mi piace riscoprire per il design editoriale creato dallo studio Hybrid Design.
I designer dietro questo bellissimo progetto sono un vero e proprio super team: Carl-Hampus Vallin, Patchara Charoensiri, Frédérique Gravier, Olivia Ward, Dave Weber.
A mio avviso una delle cose più interessanti di questo progetto sono i rimandi visuali, gli elementi grafici tipici degli anni ’90 e il l’aspetto totalmente decostruito della grafica dell’intero numero. Dal mix del layout editoriale composto da elementi molto classici fino agli elementi tipografici ed al modo in cui le immagini sono state disposte sulla pagina.
Questo progetto mi fa venire il dubbio se, come da più parti sento dire, anche nel mondo della grafica editoriale, gli anni ’90 stiano tornando attuali visto che anche altri progetti condividono la stessa estetica e soprattutto la miriade di film in arrivo che saranno ambientati in quel decennio.
Date un’occhiata..

Con il magazine “The Smudge” riassapori lo spirito sixties con la stampa risograph di oggi

Ecco “The Smudge” di Giuigno il Numero 6 del 2018.
“The Smudge”, lo ammetto, è uno dei miei magazine preferiti e che seguo con appassionata regolarità sia per la qualità del prodotto, sia per l’originalità del progetto, ma soprattutto perché rievoca orgogliosamente una certa idea di editoria indipendente che arriva direttamente dagli anni Sessanta, quando tutto ebbe inizio.
“The Smudge” è un mensile di interviste, fumetti e recensioni presentati da dei redattori che non si definiscono tali, preferendo dichiararsi veri e propri attivisti.
La rivista è ideata e stampata dal team di Tan & Loose Press, un editore indipendente di libri e zines che noi amiamo da sempre (vedi qui e qui) con sede a Los Angeles, in California.

Diciamo che i ragazzi di “The Smudge” hanno una stampante risograph e sanno bene come usarla.

Un progetto di riconversione grafica adattato ai poster razzisti dei campus universitari

Le settimane successive alle elezioni presidenziali del 2016 hanno visto un aumento senza precedenti di incitamento all’odio, crimini d’odio, atti vandalici e violenze contro le minoranze e le persone di colore. Secondo le statistiche dell’FBI, il giorno successivo alle elezioni si è registrato un aumento del 127% nel numero di crimini segnalati e tale numero ha continuato a crescere nei mesi successivi. Come se Trump avesse scoperchiato un vaso di Pandora di nazionalismo bianco che demonizza e attacca in un vortice di negatività che ancora oggi è vivo e vegeto.
Sempre più spesso i cosiddetti hate groups si stanno infiltrando nei campus universitari basti pensare che nel febbraio 2017 alla Kutztown University, nelle zone rurali della Pennsylvania, i manifesti di reclutamento dei suprematisti bianchi hanno invaso l’intero campus.

Sebbene l’Università abbia denunciato pubblicamente questi gruppi ed i loro messaggi razzisti e violenti, Vicki Meloney, professore associato del dipartimento di design della comunicazione, si è sentita in dovere di fare di più.
Ha inviato velocemente una mail ai suoi studenti aprendo una call per chiunque trovasse uno dei poster e lo trasformasse in qualcosa di bello trasformando un messaggio di odio in un messaggio di bellezza.
L’e-mail è arrivata ai social media ed in 24 ore il post ha ricevuto più di 20.000 “likes” con circa 2.000 commenti tutti di sostegno all’iniziativa.
La risposta è stata così grande che la sua casella di posta elettronica è stata inondata di richieste da parte di organizzazioni locali e nazionali che volevano saperne di più sulla sua offerta agli studenti. Quasi tutti quelli che hanno commentato volevano vedere ciò che gli studenti avevano creato.

Il workshop è stato organizzato rapidamente e senza finanziamenti riunendo materiali e attrezzature a disposizione e utilizzando inchiostro, carta, kit per timbri e pennelli.
E’ stato un modo per affrontare la crescente ed odiosa retorica della destra del campus e la loro esibizione pubblica di poster suprematisti.
Così è nato il progetto Replace-the-Hate, uno sforzo guidato da specialisti del design per costruire legami comunitari, rinunciare all’odio e apprezzare invece la diversità attraverso espressioni creative e eventi artistici comunitari.
Il potere dell’arte e del design nelle mani delle persone è stato utilizzato per promuovere il cambiamento, rinunciare all’odio e rafforzare un ambiente di inclusione.

Prima di aprire il proprio studio grafico, Tony realizza il proprio libro di memorie grafiche

Severn è uno studio grafico inglese, situato in un piccolo paese che se ne sta indisturbato nel mezzo fra Liverpool e Birmingham, diciamo non proprio il massimo in termini di panorama ed estetica del paesaggio.
Ve ne parlo perché il team di Severn ha da poco realizzato il volume dal titolo “Ten Yrs Ltr” e a me personalmente è piaciuto molto.

Il libro è una sorta di flashback su quello che può significare diventare grande professionalmente parlando ed è stato ideato e realizzato da Tony Clarkson che in queste pagine racconta come ha vissuto i suoi anni precedenti di lavoro nel mondo della progettazione grafica e del design editoriale lavorando per una agenzia.

Questo libro è dunque una celebrazione del fatto che Tony, ad un certo punto della sua vita, ha deciso di cambiare e di lasciare ciò che oramai avvertiva come banale e privo di stimoli verso un futuro ignoto e pieno di punti interrogativi.
Da qui è nata l’idea della creazione di un proprio studio grafico.
Il lavoro successivo è stato quello di cercare ogni dettaglio, lavoro, bozze e appunti del suo lavoro precedente che per lui valesse ancora qualcosa.
Il risultato di questa retrospettiva affettuosa e forse un pò anche malinconica è il libro chiamato Ten Yrs Ltr. Un volume di 100 pagine, ricco di riferimenti al lavoro e agli eventi degli ultimi dieci anni di Tony Clarkson.
Si può dire che queste pagine veicolano un messaggio, quello cioè di andare sempre avanti e di guardare indietro solo quando si cerca un incentivo per continuare a crescere.

I fumetti e Star Wars visti attraverso una deliziosa serie di infografiche ultra pop

Tim Leong è stato il direttore del Digital Design di Wired Magazine, poi il Design Director di Fortune Magazine e adesso il direttore reativo di Entertainment Weekly Magazine dove si occupa di supervisionare la grafica, le copertine ed il design.
Dal 2013-2015 ha fatto parte del Consiglio di amministrazione della Society of Publication Designers di cui è Presidente del 2016.
Amante dell’arte infografica e dei dati, cerca di unire il suo mestiere di grafico e desingner creando visualizzazioni molto pop.
Parlo di lui perché oggi presentiamo due dei suoi lavori…

Tim Leong

Il mio primo è il libro dal titolo “Super Graphic: A Visual Guide to the Comic Book Universe” che è stato nominato addirittura il miglior libro del dell’anno di arte e design da Amazon.
In questo corposo volume il mondo dei comincs viene descritto ed analizzato attraverso una raccolta di grafici a torta, grafici a barre, timeline, grafici a dispersione e altro ancora. “Super Graphic” offre così ai lettori uno sguardo nuovo ed originale sulle trame intricate che si intrecciano nei fumetti illuminando il lettore sui dati anagrafici di lettori della DC Comics..

Oltre al volume sui comics Leong ha da poco prodotto una seconda delizia dal titolo “Star Wars Super Graphic“, una guida visiva di Star Wars che è sia un prodotto per piccoli fans, sia un’utile guida informativa per gli appassionati più grandi.
Anche in questo caso si passa con naturalezza da un diagramma di Venn sulle idiosincrasie di Yoda a un organigramma dell’Impero fino ad un grafico a linee delle decisioni gestionali di Grand Moff Tarkin.

“Buffallo” di Ben Duvall gioca con i segni per creare un libro unico ed enigmatico

“Buffalo” di Ben Duvall più che un prodotto editoriale è una visione estrema, artistica e poetica nel suo leggere la realtà attraverso formule e segni.
Nei  suoi lavori Ben Duvall  sviluppa da sempre pratiche basate sull’etetca del web e dell’informatica ricercando continuamente legami o correlazioni con il mondo della stampa.
Ben distorce l’utilizzo della parola e dell’immagine rendendola sempre meno leggibile e favorendo in questo modo la convergenza di questi due elementi in un unico metodo e linguaggio comunicativo che si presenta come del tutto nuovo e originale.
Il libro utilizza infatti un linguaggio visivo fatto di codici informatici resi in forma poetica su enormi pagine rettangolari.
Il testo si evidenzia attraverso diagonali e matrici in cui ogni minimo cambiamento di formattazione cerca di contribuire allo sforzo di decifrare e comprendere il tema scelto.
Capisco che leggere queste frasi possa sembrare assurdo e incomprensibile ma la sensibilità stilistica di Duvall crea un oggetto a mio avviso carico di poesia. Il libro è rilegato in un elegante cartoncino marrone in cui è stampato il titolo e il nome dell’autore tramite semplici stencil di colore nero. La complessità di questo lavoro, si capisce bene anche da queste scelte tipografiche, non sta nella forma, ma bensì nel contenuto.
Queste 18 pagine stampate in sole 75 copie con il risograph dimostrano una volta di più l’estrema flessibilità del prodotto libro che non risente affatto del tempo che passa ma anzi si permea alla contemporaneità come forse niente altro è in grado di fare.

L’amore per i loghi vintage e la loro classificazione può dare risultati eccezionali

Reagan Ray è un ragazzo con i capeli lunghi, nativo del Texas, che insieme a Trent Walton e Dave Rupert lavora nello studio di grafica e design Paravel a Austin.
Il suo lavoro lo ha portato a collaborare con brand quali Microsoft, Wired, Typofonderie e altri ma non lo ha mai allontanato dalla sua passione per i loghi soprattutto dal forte sapore vintage ed old style.
Attraverso il suo blog personale è infatti di questo che discute presentando sempre più spesso collezioni di loghi e non solo, suddivisi per tipologia riuscendo così a creare un vero e proprio archivio di eccezionali grafiche anche e soprattutto del passato.
Dando un’occhiata alle sue ultime pubblicazioni mi sono imbattuto in un sacco di materiale fra cui mi pare il minimo citare la raccolta di VHS del terrore parte 1 e 2, quella delle etichette di abbigliamento in stile Far West, dei loghi delle ferrovie statali americane e quella dei loghi delle case di distribuzione di VHS.

Railway Logos
Railway Logos

Quest’ultima riporta un gran numero dei loghi di società che vengono stampati sul retro e sul dorso della confezione del VHS ma si tratta di un numero così alto che secondo Reagan se ne possono contare oltre 2.000.
Alcune di queste società sono ancora attive anche se credo non si occupino più di film in VHS..

VHS Distributor Logos
VHS Distributor Logos

Devo però ammettere che la lista che più mi ha impressionato e affascinato è senz’altro quella relativa ai loghi delle etichette discografiche che trovo davvero splendida e ricca di spunti creativi e originalità. In questo caso si tratta davvero di un lavoro abnorme tenuto conto che le stesse etichette potevano cambiare logo anche da Stato a Stato e sono soggette ad un’attività incessante di rebranding.
Quindi quesllo di Reagan non si tratta di un lavoro esaustivo, ma che comunque rende assai bene la sconfinata quantità di materiale che esiste sul tema e fa intravedere la bellezza che potrebbe scaturire da un lavoro davvero scientifico di ricerca e di archivio.

Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos
Record Label Logos

Lester Beall ha portato le avanguardie europee nella grafica a stelle e strisce

Lester Beall è un uomo speciale con un background che risente molto del suo amore per la tecnologia. Cresciuto giocando con le radio ed i transistor, si laurea però con un dottorato di ricerca in Storia dell’arte a dimostrazione che la sua è una mente totalmente orizzontale ed onnivora. Gli anni successivi alla laurea gli lo avvicinano ai movimenti artistici europei in fatti si innamora soprattutto del Surrealismo, del Costruttivismo e del Dadaismo.
Il suo lavoro di pubblicitario e grafico si è rapidamente fatto spazio nel panorama internazionale con un picco di produttività e notorietà arrivato negli anni Trenta e Quaranta.
Il suo lavoro si distingue dal resto della produzione contemporanea per una visione del tutto nuova del rapporto fra grafica e tipografia, per le soluzioni tecniche adottate fra cui rivestono massima importanza il fotomontaggio, il collage ed il cut-out, una particolare tecnica da lui sperimentata fino all’estremo, che consiste nell’eliminare i colori – desaturare – di una fotografia lasciando però alcuni particolari nel loro colore originale.


Questi suoi particolari studi lo rendono il pioniere della sperimentazione grafica americana ed il primo artista commerciale americano ad essere omaggiato con una mostra personale al MoMA di New York.
Il suo lavoro compare su diverse riviste di cui cura la composizione grafica tra cui “Fortune”, “Chicago Tribune” e “Scope”.
Il suo uso chiaro e conciso della tipografia, l’utilizzo sfrontato dei colori primari, delle frecce e delle linee compongono il suo stile grafico che è diventato con gli anni unico ed immediatamente riconoscibile.

Per finire mi piace – immagino ve ne siate accorti – segnalare un bel libretto di Nicole Mcquade, una designer freelance, illustratrice e co-fondatrice dello studio The McQuades. Fra i suoi lavori ho scovato il volume “Lester Beall Catalog”, un piccolo gioiellino che analizza il lavoro proprio di Lester Beall e che sto cercando disperatamente di avere…

L’ultimo numero della rivista Slanted esplora la scena creativa a Tokyo

Slanted Publishers è una casa editrice indipendente che immagino gli appassionati di editoria e di magazine indipendenti già conosceranno molto bene.

Fondata nel 2014 da Lars Harmsen e Julia Kahl, pubblica la pluripremiata rivista Slanted che analizza il design e la cultura internazionale con 2 uscite annuali.
Inoltre, è da segnalare la quotidiana attività del blog che segnala eventi, magazine e tanto altro e che funge da vera e propria guida per gli appassionati.
Slanted Publishers è anche editore e redattore di progetti interessantissimi come Yearbook of Type, i calendari Typodarium e Photodarium, lo studio tipografico indipendente VolcanoType e altri progetti e pubblicazioni legati al design.     L’ultimo numero – il 31 – di Slanted Magazine è ispirato alla città di Tokyo, in seguito alla visita del team editoriale della rivista proprio nella capitale del Sol Levante dove sono state fatte interviste con i creativi giapponesi come Shin Akiyama, ad aziende tipo la Dainippon, ed a Studi di design Hitomi Sago, Ian Lynam Design e Yosuke Yamaguchi.
Oltre alla normale copia disponibile su slanted.de, è possibile acquistare un’edizione speciale limitata accompagnata da un opuscolo illustrato stampato su risograph.

In questo libro un reportage unico sui piccoli centri italiani che resistono strenuamente alla scomparsa

Per il pezzo di oggi, ho deciso di contattare i ragazzi di CTRL per avere qualche notizia in più su di loro, sul loro omonimo magazine e soprattutto sul loro ultimo progetto.
Per 9 anni è infatti uscito “CTRL Magazine“, un magazine cartaceo gratuito e tascabile inizialmente distribuito solo nella città di base del progetto, Bergamo.
Dall’inizio del 2017 CTRL si è diffuso in tutta Italia, continuando a essere gratuito e tascabile fino all’uscita del numero 72 che ha chiuso questa bella esperienza editoriale.
Il gruppo però non ha affatto deciso di fermarsi anzi, ha rilanciato con una pubblicazione dal titolo “Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza“, un interessantissimo reportage che accompagna il lettore 
dal Salento al Monte Rosa, nei luoghi d’Italia in cui la lingua madre non è l’italiano.
Abbiamo chiesto proprio a loro di descrivere il progetto e allora ecco qua le loro parole…

Abbiamo incontrato gli ultimi parlanti della lingua walser, nelle alte valli del Piemonte.  Gli occitani, nel torinese e nel cuneese: la loro lingua è quella degli antichi trovatori.  Siamo sbarcati nell’isola di San Pietro, nel sud della Sardegna, dove si parla il tabarchino.  Siamo stati in Basilicata, nei territori degli arbëreshë, i discendenti delle popolazioni che nel XV secolo emigrarono in Italia dall’Albania.  E nei piccoli paesi della Puglia dove sopravvive ancora oggi il grico: una lingua che resiste, forse, fin dai tempi delle antiche colonie della Magna Grecia o che, forse, è stato esportata nel Medioevo dall’Impero Bizantino.
Cinque reportage firmati da cinque scrittori: Franco Arminio, Viola Bonaldi, Nicola Feninno, Valerio Millefoglie, Mirco Roncoroni.

Un’ampia sezione fotografica con gli scatti di Emanuela Colombo e sette contenuti speciali, che raccontano il rapporto tra lingua e identità nei territori dell’Italia meno raccontata, a cura di Gionata Giardina, Davide Gritti, Alessandro Mininno, Gianni Miraglia, Alessandro Monaci, Luca Perri.
Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza è un libro di reportage narrativo e fotografico. Una narrazione a più voci che nasce dall’esperienza di CTRL magazine. E dalla passione per le storie fuori dai radar.

Il volume si acquista qui.

Nelle illustrazioni in 3D di HuskMitNavn la vera protagonista è la carta

HuskMitNavn in inglese significa RememberMyName ma per noi oggi è il nome di un artista che ho deciso di presentarvi perché, in un suo progetto del 2016, ha unito alla perfezione il mondo della grafica e della illustrazione con quella della carta.
Nato nel 1975, vive e lavora da sempre a Copenaghen e ha scelto di rimanere anonimo per tutta la sua carriera in quanto sostiene che l’importante non è l’autore ma bensì il lavoro che egli crea.
È interessante notare che HuskMitNavn è diventato uno degli artisti danesi contemporanei più riconosciuti e celebri in tutto il mondo e questo è dimostrato anche dalle quotazioni che alcuni dei suoi lavori sono arrivati a raggiungere con numeri a 6 cifre….
Altro aspetto che sicuramente non poteva sfuggirmi è l’amore che da sempre dimostra di avere nei confronti dei libri che, più o meno regolarmente, pubblica e distribuisce in tutto il mondo.
Per darvi un’idea della folle creatività di HuskMitNavn il progetto che vi mostro si intitola “3D drawings” ed è una geniale serie di lavori in cui la carta e le sue caratteristiche di flessibilità e adattabilità, viene piegata ai fini della grafica arrivando a realizzare opere che stanno a metà fra illustrazione e scultura e che non possono nascere se non da una mente creativa.

Sto cercando di capire il perché impazzisco per i celebrity pattern di My metal Hand

Gainesville è una città degli Stati Uniti, capoluogo della Contea di Alachua, nello Stato della Florida e proprio qui lavora Jeff T. Owens, da alcuni conosciuto come JTO, mentre dai più come My  Metal Hand.
Il lavoro di Jeff può tranquillamente rientrare nel grande universo del pop graphic, quell’universo grafico popolato – soprattutto negli U.S.A. – da illustratori e creatività che traggono le loro maggiori idee dal mondo della musica, della TV e più in genere dello star system.
Anche Jeff rende l’immancabile tributo stilistico a colui che forse per primo ha davvero capito la bellezza che si può nascondere dietro ad un ritratto di Bob Dylan o di qualsiasi altra star, quel Robert Crumb che davvero si può dire che ha dato inizio al tutto.
Da qui però inizia il mistero per cui, da giorni, non riesco a stare senza dare una sbirciata a quelli che lo stesso Jeff definisce i suoi Celebrity Patterns, una raccolta ancora in corso d’opera di suoi lavori che, partendo dal lavoro su un personaggio celebre, arriva ad uno sfondo moltiplicato e simmetrico che i miei occhi non riescono a non ammirare.

 

Una serie di poster generati da modelli matematici rendono visibile il suono della musica

Gunther Kleinert è un interior designer che vive e lavora ad Amburgo, in Germania. Nel suo curriculum si nota che quando aveva 20 anni ha vissuto per un periodo di tempo nel Devon, in Inghilterra. Questo per imparare l’arte del restauro e costruzione di mobili e arredi. Poi è tornato ad Amburgo per conseguire la laurea in Disegno Industriale presso l’Università di Belle Arti nel 2008.
Oggi può vantare più di 10 anni di intensa esperienza interdisciplinare nella progettazione di prodotti e spazi interni. Oltre a progettare mobili, interni ed esposizioni per aziende del come Rolf Benz, FC Bayern Monaco e molti altri.
Vi parlo di Gunther perché ha realizzato un progetto che a me ha davvero colpito innanzi tutto perché fonde insieme mondi apparentemente distanti e lo fa in modo del tutto nuovo ed originale.
I due poli su cui si basa questo lavoro sono da una parte il cosiddetto generative design, un processo di progettazione basato sull’Intelligenza Artificiale che consente ai sistemi di generare proposte, suggerimenti se non addirittura componenti e parti di progetto a chi sviluppa prodotti e soluzioni.
Dall’altra la passione per la musica di Gunther, appassionato chitarrista.
Il suo obiettivo è quello di usare il suono e la musica per tentare di visualizzare in diretta ciò che può essere ascoltato ma finora non visto dall’occhio. Da qui ha creato alcuni modelli matematici su cui proprio non ho intenzione di addentrarmi che riportano in forma grafica il suono della musica.

Inizialmente ne ha stampati alcuni su una stampante laser, ma non era totalmente soddisfatto dei risultati finché non si è imbattuto in un vecchio plotter a penna della metà degli anni ’80, quelli che all’epoca erano furono una vera rivoluzione soprattutto per gli architetti che potevano elaborare i loro piani con la macchina, piuttosto che a mano. Con questo Gunther è riuscito a stampare linee con inchiostro e pennarelli molto più definite e questo ha fatto si che il progetto vedesse la luce.
A guardare la grafica generata da modelli musicali viene subito alla mente il lavoro di Manfred Mohr e tutto il filone minimale della grafica e dell’architettura.
La serie delle visualizzazioni musicali ha un processo abbastanza complesso. In primo luogo, viene creato il file audio tramite un codice che legge ed estrae determinati parametri come le curve di ampiezza di frequenza, il beat, la dinamica generale ecc. All’interno del codice si impostano i parametri per la visualizzazione grafica per poi convertire l’output in modo che sia stampabile con il plotter con la relativa impostazione dei colori ecc.
Credo però che adesso sia giunto il momento di dare un’occhiata a questi lavori…

Esbjörn Svensson Trio, Believe Beleft Below
Keith Jarrett, The Köln Concert, Part I

Keith Jarrett, The Köln Concert, Part II C
The Rolling Stones, Gimme Shelter

Un libro dedicato alla serie originale di emoji disegnata nel 1999

Nel 2016 il Museum of Modern Art di New York ha fatto scalpore dopo aver acquisito l’originale serie di 176 emojiper la sua collezione permanente. Si tratta di piccoli disegni riportanti volti, oggetti e luoghi, ciascuno illustrato su una griglia di 12×12 pixel, raggruppati e disposti ordinatamente. A vederli adesso traspare il tempo passato e la rozzezza del risultato ma, allo stesso tempo, anche la loro familiarità con il nostro mondo.

Progettato dal giovane artista Shigetaka Kurita, a soli 25 anni, fu rilasciato nel 1999 dalla società di telecomunicazioni giapponese NTT DOCOMO.
Ora l’editore indipendenti Standards Manual, che amo da quando vi parlai di quest’altro progettolancia il primo libro interamente dedicato alle emoji originali insieme ad una vera nuova tastiera per smartphone che ripropone proprio gli originali di Kurita.
Semplicemente intitolato “Emoji”, il libro studia e onora la creazione di Kurita e DOCOMO cercando di mettere in evidenza quello che è stato, ed è tutt’ora l’enorme e sottovalutato impatto sul mondo della comunicazione fra individui che le cosiddette faccine hanno avuto.
In una vecchia intervista lo stesso Kurita spiega come la maggior influenza sulla sua invenzione sia stato il pittogramma, usati come segnali in molti luoghi del Giappone mentre il secondo riferimento è l’arte giapponese dei Manga che usa la grafica per esprimere emozioni. Infine, ma non per importanza, le riviste giapponesi e i dettagli sparsi qua e la nelle loro pagine.
Il progetto può essere sostenuto e realizzato attraverso la piattaforma Kickstarterquindi, se pensate ne valga la pena, fatevi avanti. 🙂

Un nuovo magazine con molto giallo in formato quotidiano tutto dedicato alla Grande Mela

Il designer e art director Richard Turley, già conosciuto anni fa per i suoi video spot su MTV ha deciso di creare un suo nuovo progetto dal titolo “Civilization”.
L’idea nasce innanzitutto dal ricordo dello stesso Turley dell’emozione che lo pervadeva ogni qual volta si trovava in un negozio di fronte al muro dei magazine ed all’eccitazione provata durante la scelta di quelli da acquistare e delle novità da spulciare.
Proprio grazie a questo suo fanatismo da rivista cartacea, Turley ha deciso di dare via ad un proprio progetto editoriale. La decisione di riaccendere questo sentimento creando la propria pubblicazione è stata anche parzialmente influenzata dal lavoro che Richard ha fatto con un gruppo di studenti che spesso e volentieri si lamentavano della tristezza e dello stile superato dei loro media di riferimento. Avevano voglia di qualcosa di tangibile e permanente. Queste due esperienze simultanee hanno spinto Turley a dare il via a “Civilization” un classico giornale su New York e su com’è vivere in questa città.
Civilization è co-edito da Lucas Mascetello e Mia Kerin, due amici e colleghi di Turley che descrivono il progeto “Civilization” come una sorta di autobiografia, un diario di bordo della loro vita nella Grande Mela, attraverso il loro lavoro quotidiano, gli incontri, i locali e le persone che vi enrano ed escono continuamente. Accanto alle parole e alle immagini di Richard, Lucas e Mia sono gli autori o i committenti di numerosi contributi.
Oltre all’immancabile colonna di recensioni e segnalazioni musicali di Bráulio Amado il lavoro presenta opere di Bertie Brandes, Babak Radboy ed Emily Segal.
Grande formato, colore giallo su sfondo bianco, ampio utilizzo di grafica e impaginazione dal taglio classico da newspaper, ecco “Civilization”,

Una mostra celebra Paul Rand attraverso i poster di servizio creati dai dipendenti della IBM

Al Museo di Belle Arti di Jules Collins presso l’Auburn University è allestita in questo periodo la mostra dal titolo “Visual Memoranda: The IBM Poster Program, 1969–1979”.
Il materiale esposto è composto da poster prodotti per gli arredamenti da ufficio e questo rende la mostra veramente originale e interessante. Robert Finkel, professore associato di graphic design in Alabama afferma in proposito: “Abbiamo creato un sito web appositamente dedicato alla mostra che fornisce ulteriori dettagli sui poster, le biografie dei designer e una galleria con oltre 100 poster”.
I poster sono stati tutti creati da personale della IBM, più precisamente da designer interni con la collaborazione e consulenza di Paul Rand ed Elliot Noyes, insomma, non proprio gli ultimi arrivati in fatto di grafica e design.
Ma qual è l’obiettivo di una mostra del genere?
Far conoscere l’eccezionale livello di lavoro raggiunto dai progettisti che hanno realizzato presso IBM negli anni Settanta. Mentre infatti Noyes e Rand erano i leader spirituali riconosciuti da tutti, le immense risorse di IBM hanno anche consentito l’assunzione di alcuni dei designer che hanno creato poster per obiettivi a prima vista più banali come le insegne per le bacheche o lo scarico del raffreddamento dell’acqua o altre indicazioni di servizio.
Nel 2016 John V. Stram, ex designer industriale presso IBM, ha regalato l’80% dei suoi poster alla facoltà della Auburn University mentre il restante 20% è di proprietà di Tom Bluhm, l’ultimo dei tre designer dello staff presenti nella mostra ancora in vita.
L’intera mostra è in linea con i pensieri di Paul Rand secondo cui tutto è design e tutto il design è importante e quindi perché snobbare questi lavori solo per il loro iniziale obiettivo?

Italianism porta a Napoli un evento unico dove si celebra il matrimonio fra musica e grafica

Italianism riparte dalla musica italiana” con questo gustoso claim, Renato Fontana presenta il suo ultimo progetto che porterà a Napoli la quinta edizione della conferenza creativa indipendente che negli anni è diventata un appuntamento che in molti, non solo il sottoscritto, attendono con ansia.
Oltre 100 contributi di artisti e creativi per due giorni speciali all’insegna del pop e della cultura visiva tutto rigorosamente made in Italy.

Una due giorni che si svolgerà il 10 e 11 Maggio 2018 nella splendida cornice della Reggia di Portici a Napoli e che vedrà alternarsi mostre, talk e molto, molto altro… ma andiamo un pò a spulciare nel programma.
L’edizione 2018 di Italianismruota attorno al rapporto fra la musica italiana degli ultimi 50 anni e la sua rivisitazione, la sua ispirazione grafica e più in generale la sua creatività vista attraverso gli speciali filtri di giornalisti, designer, fotografi, art director, e di altri professionisti che lavorano all’interno del poliedrico mondo del pop.
Il programma è davvero interessante e si snoda fra una sfida tutta da gustare, chiamata per l’occasione Creative Match in cui 11 tra le più importanti università/accademie/scuole di specializzazione dell’area comunicazione/creatività/arte italiane si affronteranno live su un brief avente per oggetto un progetto di comunicazione richiesto da un vero committente.
Le squadre che potrete vedere all’opera rappresentano quanto di meglio c’è oggi in Italia in tema di creatività: AANT Roma, ABAN Napoli, IED Milano, IED Roma, IUAD Napoli, Politecnico Milano, Politecnico Torino, Quasar Roma, RUFA Roma, Sapienza Roma, Università Federico II Napoli.
Ci sarà l’opportunità di partecipare alla Creative Conference dal titolo “Le parole della musica italiana” ed alla mostra “Forma e funzione per la musica” dove viene indagato il rapporto tra Musica e Design attraverso il racconto delle aziende, dei laboratori e delle persone che in Italia hanno saputo innovare il mondo dei supporti musicali, degli apparecchi per la diffusione del suono e degli strumenti musicali.
Se questo non bastasse è in programma una masterclass di John Barnbrook, il grande creativo inglese noto per il sodalizio artistico pluriennale con David Bowie e, per finire, due eventi come “Italianisimm” con 21 eccellenze autoriali della musica napoletana raccontate attraverso altrettanti scatti fotografici e illustrazioni, forse l’evento che aspetto con maggior interesse, “Dieci copertine”, la presentazione dei 30 artwork vincitori del contest online aperto a tutti dove  dieci copertine di dischi importanti per la musica italiana degli ultimi cinquanta anni sono state reinterpretate liberamente da creativi che sicuramente sorprenderanno come Silvia Boschero. Damir Ivic, Raffaella Oliva, Luca Pacilio, Carlo Pastore, Francesca Pignataro, Claudio Rossi Marcelli, Barbara Santi, Gianni Santoro e Giorgio Valletta.

Francesca Depalma[/caption]

Insomma Italianism è un evento da non perdere sia per gli amanti della musica che per tutti coloro i quali vivono e lavorano per la grafica ed il design. Un momento unico nel panorama italiano per originalità della proposta e per livello di realizzazione di cui deve senz’altro esser dato merito al gruppo di Renato Fontana che comprende, a vario titolo, anche Giovanna Talocci (Curatela mostre), Loredana De Luca (Organizzazione locale), Printaly (Produzione), Studio Mistaker (Branding) e Francesca Pignataro (Concept).

Grottangeles
Chiara Clerici

La rivoluzione grafica nei dischi disegnati da Reid Miles per la storica etichetta jazz Blue Note Records

Dopo la sua designazione come Goodwill Ambassador for Intercultural Dialogue dell’UNESCO per il Dialogo Interculturale il 22 luglio 2011, Herbie Hancock annunciò la sua intenzione di creare una Giornata internazionale per celebrare il ruolo diplomatico della musica jazz e scelse il 30 Aprile.
Nel Novembre 2011, a seguito di una favorevole raccomandazione del Comitato Esecutivo, la Conferenza Generale dell’UNESCO ha proclamato ufficialmente il 30 Aprile come l’International Jazz Day riconoscendo il jazz come “un mezzo per sviluppare e aumentare gli scambi interculturali e la comprensione tra le culture allo scopo di comprensione reciproca e tolleranza“.
La data del 30 Aprile è stata inizialmente proposta per l’International Jazz Day in modo da essere il gran finale dell’aprile Jazz Apprezzation Month (JAM), uno dei più importanti appuntamenti Jazz di tutto il mondo.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente inserito la Giornata Internazionale del Jazz nel suo calendario ufficiale nel Dicembre 2012.

Proprio qualche giorno dopo questa data, mi viene voglia di ripercorrere brevemente insieme a voi il viaggio lungo la via della memoria di quella che è stata una vera e propria rivoluzione tipografica effettuata dal grande grafico Reid Miles per Blue Note Records (qui trovate una bella carrellata di lavori dal sito Jazz nella storia).
Con il suo straordinario design visivo Reid Miles, il graphic designer e fotografo nato a Chicago ha portato la tipografia nel jazz.
Dopo aver lavorato a New York nei primi anni ’50 per la rivista John Hermansader e Esquire, Miles fu ingaggiato nel 1955 da Francis Wolff dell’etichetta discografica jazz Blue Note per la progettazione delle copertine degli album quando l’etichetta iniziò a pubblicare le loro registrazioni su 12 ” LP.
Miles disegnò più di cinquecento copertine, incorporando spesso le fotografie delle session di Francis Wolff e, più tardi, direttamente le sue all’interno di grafiche al tempo mai viste.
Miles non era particolarmente interessato al jazz, professando di avere molto più interesse per la musica classica.
L’uscita di scena di Alfred Lion come produttore discografico nel 1967 coincise con la fine del legame di Miles con la Blue Note che può essere ammirato sfogliando il libro “The Cover Art Of Blue Note Records” di Graham Marsh e Glyn Callingham.

L’abilità artistica di Miles ha reso la Blue Note un case study per il suo design unico, nuovo e sperimentale.
Miles ha fatto letteralmente suonare le cover come se il suo design astratto emettesse musica fatta da simbolismi, tipografia e colori. I suoi disegni immediatamente riconoscibili erano un esperimento, suo un modo unico di suonare il jazz che non si è mai fermato.
Un certo numero di altri designer ha contribuito a ciò che Blue Note è diventato come Shawn Hazen, Paul Bacon, John Hermansader e addirittura l’onnipresente Andy Warhol.

Un poster tipografico sulla storia della stampa a caratteri mobili in Occidente ed in Oriente scritto in inglese e cinese

Non è un libro e neppure un magazine, ma il progetto che vi presento oggi era d’obbligo apparisse sulle Edizioni del Frisco, non fosse altre che riguarda colui, oramai un bel pò di tempo fa, diede il via a tutto.

“Dream Pool of Gutenberg” è una stampa tipografica sperimentale ideata e realizzata dallo Studio di Onion Design Associates, una meravigliosa che ama fare web design e graphic design con sede a Taipei, Taiwan di cui io – oramai da anni – sono follemente innamorato.
“Dream Pool of Gutenberg” racconta la storia del carattere mobile ideato dal grande tedesco partendo da due diverse prospettive storiche.

Questa stampa utilizza infatti due script, l’alfabeto romano ed i caratteri cinesi per rappresentare il famoso Johannes Gutenberg ed il meno conosciuto – ma ugualmente rivoluzionario – Bi Sheng che sono entrambi accreditati come gli inventori della tecnica di stampa che ha cambiato il mondo.
In questa grande stampa il testo in inglese scorre regolarmente da sinistra verso destra, mentre i caratteri cinesi si sviluppano – come previsto dalla lingua cinese – dall’alto verso il basso e da destra verso sinistra contemporaneamente.
Entrambi raccontano le rispettive storie sull’invenzione della stampa a caratteri mobili con due diversi punti di vista storici.
Il titolo è una combinazione di 2 eventi storici diversi: la storia dell’invenzione di Johannes Gutenberg della stampa a caratteri mobili che si fa risalire in Europa alla produzione della “Bibbia a 42 linee” in caratteri gotici del 23 febbraio 1455 e di uno specifico paragrafo del libro “Dream Pool Essays” dello studioso Shen Kuo dove la stessa invenzione è stata menzionata in Cina per la prima volta ben 400 anni prima (!) tra il 1041 e il 1048 d.C. di Gutenberg.
Bellissima l’idea, bellissima la realizzazione, per una vera e propria chicca.

Un libro spiega tutto ciò che cambia quando la tipografia deve essere utilizzata e non sulla carta

E’ uscito “Type on screen” il bellissimo – e attesissimo – libro che stavo aspettando da un pò scritto da Ellen Lupton, già autrice dello splendido “Graphic Design Thinking“, scrittrice, curatrice e grafica, direttrice del programma Graphic Design MFA presso il Maryland Institute College of Art (MICA) di Baltimora, dove è anche direttrice del Center for Design Thinking.
Pubblicato da Princeton Architectural Press, questo libro è appunto il tanto atteso seguito del bestseller mondiale “Graphic Design Thinking”.
Si tratta di una vera e propria guida critica per designer, scrittori, sviluppatori e studenti ma è anche un’introduzione all’uso delle applicazioni tipografiche in ambito video come film, web e soprattutto le moderne app mobili.
La parte secondo me più interessante è quella infatti dove vviene affrontato il tema di come combinare i principi classici della tipografia con le nuove tecnologie. Il libro offre una guida su come scegliere il carattere giusto per un utilizzo sullo schermo, come renderlo bello e utilizzarlo in modo funzionale.
Ricchissimo di illustrazioni provenienti da esempi realizzati dalla comunità internazionale di grafici e tipografi
Un volume tecnico, specifico, approfondito per forse non per i semplici amanti ma per coloro che sono già ad un livello avanzato, che sicuramente porterà argomenti, spunti e idee da non perdere.

Swissted è il progetto che ricrea i poster dei concerti delle migliori band indie seguendo le regole del modernismo svizzero

Attenzione, questo è un articolo lungo e articolato e quindi, molti di voi, immagino che molleranno arrivati a questo punto. Bene, solo pochi arriveranno in fondo.

Swissted è un progetto del graphic designer Mike Joyce proprietario di Stereotype Design uno studio grafico di New York specializzato in progetti di multidisciplinari per l’industria dell’intrattenimento.. Attingendo dal suo amore per il punk rock e per il modernismo svizzero, due movimenti che non hanno quasi nulla a che fare l’uno con l’altro, Mike ha avuto l’idea geniale di ridisegnare i volantini vintage punk, hardcore, new wave e indie rock in base alle linee guida tipografiche tipiche proprio del modernismo svizzero.
Ogni lavoro è rigorosamente impostato su un minuscolo Berthold Akzidenz ed è bene far notare che ognuno dei poster creati si riferisce ad un concerto realmente esistito.

Dopo il successo travolgente ricevuto nella fase iniziale del progetto sia dai fan del graphic design che da quelli delle band presenti nei poster, Mike ha deciso di creare un negozio ufficiale che ha chiamato appunto Swissted dove tutti i poster sono stampati in HQ su carta opaca e disponibili in tre misure.
I manifesti di Swissted sono stati anche oggetto di mostre in alcuni dei luoghi più suggestivi del mondo quali il Victoria & Albert Museum di Londra, del Museum of Contemporary Art di Chicago, del Baltic Centre of Contemporary Art e dello spazio espositivo di Tokyo Terrada.
Per fortuna, “Swissted” è diventato anche un libro che presenta oltre 200 poster di leggendari gruppi come The Clash, The Pixies, Green Day, The Ramones, The Sex Pistols, The Replacements, Dead Kennedys, Public Image Ltd., The Cure, Danzig, Pearl Jam e Nirvana.

 

 

Hayley Berridge ed i suoi progetti editoriali metaforici

Originaria delle Midlands, Hayley Berridge è una giovane laureato in Graphic Design & Illustration alla Liverpool John Moores University.
La sua passione è attualmente tutta incentrata verso lo studioe l’approfondimento del cosiddetto design tattile e metaforico, fatto di trame, materiali, colori e finiture di cui si dice ossessionata. Il lavoro sui materiali è infatti per lei una parte fondamentale del suo approccio alla grafica ed al design e la costante ricerca di prodotti ed emozioni  tattili l’ha portata oramai ad avere una certa esperienza nel settore.
Di seguito alcuni suoi progetti…

Imperfection” è una pubblicazione in risograph giocosa e visivamente intensa che mostra la combinazione tra motivi moiré e tipografia attraverso i mezzi di scansione grafica. Il libro mostra il passaggio da schemi semplici a disegni moiré più complessi attraverso un uso forte e scanzonato del colore.

Il progetto “Fading Forest” è invece una pubblicazione tascabile che esplora il problema della distruzione della foresta pluviale amazzonica a causa della deforestazione. Sono pagine di carta fotosensibile che esposte alla luce solare per un periodo di circa 2-3 settimane scompariranno del tutto e torneranno pagine vuote di un libro essenzialmente vuoto. Bella metafora di ciò che attualmente sta accadendo alla foresta pluviale.

Se i lavori di Hayley vi sembrano interessanti almeno quanto lo sembrano a me, date un’occhiata al resto sul su sito..

Un libro ripercorre la storia degli strumenti utilizzati per registrare la musica dal 1800 ad oggi

Un sacco di libri eccellenti sono stati scritti sul design della dei dischi e quello che vi presento oggi si aggiunge a questa lista. Prima che Alex Steinweiss pensasse che il disco dovesse essere un’opera grafica e si mettesse a creare i capolavori della Columbia Record con opere d’arte originali, i dischi venivano venduti in basiche buste colorate opache con fori perforati al centro, in modo che i dettagli del disco potessero essere letti dall’etichetta centrale. Dopo il 1939, data in cui Steinweiss iniziò la sua attività di splendida innovazione estetica, le vendite dell’industria discografica si impennarono e l’importanza dell’immagine di un disco – e successivi prodotti – non si è più fermata.
La Blue Note Records ha assunto negli anni Sessanta addirittura Andy Warhol mentre per le cover dei dischi della CBS Records si è pensato alla grandissima Paula Scher con gli album di Charles Mingus e dei Cheap Trick.
“The Art of Sound: A Visual History for Audiophiles” di Terry Burrows è lo splendido volume che documenta la storia di come la musica registrata è stata prodotta e commercializzata nel tempo a partire dalle origini dei primi del 1900 e seguendo la sua evoluzione nell’era digitale di oggi.
Burrows ha messo insieme questa storia incredibile perlustrando realtà storiche del mondo della produzione musicale quali la EMI Archive Trust, uno degli archivi di musica e tecnologia più grandi e diversificati del mondo.

The Chocolate Record Player (1902)

Burrows divide i suoi capitoli nei quattro periodi più importanti delle musica in studio: acustico, elettrico, magnetico e digitale.
Oltre 800 illustrazioni riempiono queste pagine con incredibili reliquie tutte usate almeno una volta per consegnare il suono agli ascoltatori nel tempo.
Si scopre così che nel IX secolo a Baghdad in Iraq, i fratelli Banū Mūsā escogitarono il primo sequencer musicale usando una serie di orologi alimentati ad acqua che potevano ripetere modelli di fischi e tamburi.

Portable Music (1967)

Un altro aspetto fantastico di questa storia è come le tecnologie di registrazione si sono sviluppate nel tempo. Fino agli anni ’20 le registrazioni infatti veninvano realizzate con mezzi meccanici, ma la valvola termoionica ha inaugurato un’era nuova per la registrazione del suono. Durante i primi anni del ventesimo secolo, esperimenti sull’uso dell’elettricità per trasmettere le onde radio e amplificare il suono hanno portato all’utilizzo dei singoli microfoni per effettuare diverse registrazioni.
Arriviamo poi a fenomeni più facili da rcordare per alcuni di noi, la cosiddetta Portable Music del 1967, la cassetta compatta che rivoluziona il modo in cui la musica viene consumata. Piccole macchine portatili alimentate a batteria come il Telefunken Magnetophone CC Alpha permettevano alle persone di portare con sé la propria musica preferita ovunque si trovassero, qualcosa che in precedenza era del tutto impossibile.
Terry Burrows, esperto di musica e audio, ci guida quindi attraverso l’evoluzione di ogni era tecnologica in un testo informativo e coinvolgente intervallato da concise biografie dei grandi innovatori, da Emile Berliner a Thomas Stockham.

 

Progettare un quotidiano a Londra

Jordan-River Low ha condiviso un suo lavoro di progettazione editoriale sul suo profilo Behance. Il lavoro è stato fatto per un brief universitario di Editorial Design. Il progetto prevedeva la progettazione di un numero unico di newspaper locale che contenesse le informazioni del territorio suddivise in sezioni e la creazione di contenuti in linea con lo stile del giornale.
“Il grande giornale E” è quindi un giornale per gli abitanti londinesi della zona nord orientale, più precisamente nella zona E di Hackney Borough.
Le notizie, gli articoli, le informazioni ed in generale tutti i contenuti sono stati individuati appositamente tenuto conto del territorio di riferimento e per le persone che ci vivono.
Si suppone che sia un prodotto editoriale stampato quotidianamente e che quindi svolge il ruolo di un newspaper a distribuzione popolare ma di alto livello in termini di contenuti. I riferimenti indicativi posso no essere The Independent o The Guardian.
Il design della rivista è stato pensato per rappresentare al meglio l’estetica giovane dei quartieri di Shoreditch, Dalston, Hackney e altrove.
Si tratta di uno stile con chiari rimandi ai riferimenti classici e quindi vagamente retrò, ma associato il più possibile alla vivacità della zona e dei residenti.

Il progetto è stato infine realizzato con un numero speciale cartaceo che ha riscosso un buon successo fra i lettori che hanno ricevuto una copia tramite gli uffici dell’University of Reading, Londra.
Ecco quindi il risultato finale del brief di Jordan-River Low.

Una mostra ed un catalogo analizzano come la grafica ed il design rispondono alle turbolenze politiche di questi anni

Oggi prendo spunto dalla mostra dal titolo “Hope to Nope” attualmente al Design Museum di Londra fino al 12 agosto 2018.Già da qualche anno, forse decennio, abbiamo capito che il nostro è un periodo storico turbolento, senza certezze, caratterizzato da profonde divisioni sociali e da conflitti più o meno latenti sparsi in tutto il pianeta. In particolar modo l’ultimo decennio è stato praticamente un costante periodo di turbolenze politiche e questo non lascia certo indifferente il mondo del design che si fa sempre più politicamente attivo attraverso poster, meme, GIF, stampe, magliette prodotti tanto dagli attivisti dilettanti quanto da designer e studi professionali. Non vi viene subito in mente il famossissimo poster “Hope” di Shepard Fairey meglio conosciuto come OBEY?

Barack Obama “Hope” poster

Ecco, per celebrare tutto questo, una nuova mostra al Design Museum di Londra dal titolo Hope to Nope: Graphics and Politics 2008-18 esplora il ruolo della grafica in quei 3.650 giorni. L’obiettivo degli organizzatori è quello di guardare il risultato grafico che gli avvenimenti politici di questi anni hanno prodotto.Margaret Cubbage quindi i criteri di scelta non è stato solo il design buono o meno buono, quanto il tipo di impatto e influenza che questo ha avuto.
Lo spettacolo è stato concepito da GraphicDesign & Lucienne Roberts e David Shaw, con Rebecca Wright insieme al Design Museum.
I temi affrontati sono moltissimi ed il relativo catalogo, un bel volume ricco di immagini, fotografie e approfondimenti riporta fedelmente le principali tensioni politiche di tutto il mondo fra cui le proteste contro le molestie sessuali in Cina, il movimento Occupy e 99%, la protesta in Brasile per la povertà delle periferie, le manifestazioni di Je Suis Charlie, Trump, Brexit e molto, molto altro fino al famosissimo Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Corbyn swoosh creato da Bristol Street War

Oltre alle sezioni che abbiamo già visto, nel libro ci sono interviste con il celebre grafico Milton Glaser e lo street artist Shepard Fairey, i designer e artisti internazionali presenti in questo libro poi sono: Gorilla, Dread Scott, Edel Rodriguez, TEMPLO, ThoughtMatter, Michael Bierut, Sagmeister e Walsh, Marwan Shahin, Barnbrook e Metahaven .

L’importanza della tipografia nel cinema spiegata attraverso 3 film che avete visto

Prima di iniziare a leggere il pezzo di oggi che riguarda il rapporto fra tipografia e cinema, è bene stabilire una regola: l’arte della realizzazione del film è interconnessa con la progettazione grafica. L’arte tipografica è necessaria e importantissima per trasmettere l’essenza stessa di un film e questo vale sin dalle prime pellicole nate nella Hollywood oramai di un secolo fa.
La tipografia racconta molto di un film, più di quanto generalmente si creda. Attraverso le sempre più ricercate sequenze dei titoli iniziali e finali, con i poster ufficiali e non e con tutta una serie di altri elementi grafici, la tipografia da il senso e lo stile al film.
Sull’onda lunga della serata degli Oscar 2018, ecco dunque alcuni casi che dimostrano meglio di tante parole come specifici caratteri tipografici siano riusciti a trasmettere una precisa personalità con un linguaggio visivo iconico e ultra riconoscibile.

Psycho” di Saul Bass
Psycho di Alfred Hitchcock è un ottimo esempio di ciò che la tipografia può offrire al grande schermo. In questo progetto il grande Saul Bass, grafico e poster artist geniale, ha utilizzato una serie di linee strutturate per scomporre e ricomporre il carattere News Gothic. Con questa idea, Bass invita lo spettatore a entrare e uscire dallo schermo. Il News Gothic, parente stretto del ben più famoso Franklin Gothic, è uno dei caratteri più iconici progettati da Morris Fuller Benton, per molti anni a capo del design department dell’American Type Founders (ATF). Questo austero carattere tipografico è stato ampiamente utilizzato in editoria e pubblicità fin dalla sua nascita risalente all’incirca al 1908.
Le linee sulla sequenza del titolo del film provengono da diverse aree dello schermo e non interrompono mai la formazione o l’intersecazione delle parole, questo continuo movimento conferisce un effetto drammatico e, allo stesso tempo, emozionale.
Tuttavia, il vero logo di Psycho che tutti conosciamo è stato mantenuto rigorosamente uguale all’originale creato da Tony Paladino perché Hitchcock riteneva che fosse un esempio di perfezione tipografica.


Saul Bass, uno dei più importanti grafici della storia del cinema e non solo, ha lavorato per alcuni dei più grandi registi di Hollywood tra cui si possono ricordare Billy Wilder per Uno, due, tre!, Stanley Kubrick per Shining, Martin Scorsese per Cape Fear ed un’altra infinità di leggende.

Pulp Fiction” di Pacific Title
Forse il film più cool degli anni ’90, “Pulp Fiction” è una commedia nera con dialoghi eclettici, ironia e violenza scritta e diretto da Quentin Tarantino. Per il titolo principale, Pacific Title utilizzava un carattere tipografico Serif Slap piuttosto particolare chiamato Aachen progettato da Alan Meeks sotto la supervisione di Colin Brignall e pubblicato da Letraset nel 1969.
Pur essendo un lettering particolarmente corposo ed ingombrante, dopo Pulp Fiction, Aachen è diventata una font assai popolare per i title sequence.
Un aspetto che a me ha colpito molto è l’utilizzo spinto di effetti tipografici dai colori assai vivaci come le ombre esterne e le lettere evidenziate, escamotage riuscitissimo per attirare l’attenzione dello spettatore.

Alien” di R / Greenberg Associates
La sequenza del titolo e la creazione del poster del film “Alien” diretto da Ridley Scott nel 1979 appartiene allo studio R/Greenberg Associates di Richard & Robert Greenberg. Per il poster di Alien e soprattutto per la sequenza di apertura il font utilizzato è una versione tiny della classica Helvetica Black, appositamente progettata con le lettere spezzettate e un maggiore spazio tra gli elementi.
Greenberg Associates hanno collaborato negli anni ad alri film di grande successo come Superman, Flash Gordon, Arma Letale, etc.

La più bella mostra di collage contemporanei è in scena a Londra in questi giorni

La carta è sempre la carta e per me è da sempre una vera fissazione.
Questo è il presupposto da cui partire per leggere questo articolo sulla mostra in scena a Londra dal 1 fino al 11 Febbraio alla Jealous Gallery.


Dopo il grande successo riscosso a New York, Berlino, Barcellona, Madrid, Montreal, Rotterdam, Trondheim e Lima l’International Weird Collage Show arriva infatti per la prima volta “The International Weird Collage Show” presentato da The Weird Show, un collettivo che organizza mostre collettive che utilizza il collage contemporaneo come mezzo espressivo.
The Weird Show (TWS) è una piattaforma artistica creata nel 2010 da due geni come Rubén B e Max-o-matic dedicata all’esplorazione del collage contemporaneo attraverso mostre, pubblicazione e workshop.
TWS non parla di collage. Per TWS il collage è solo un modo per esprimere idee, sentimenti e storie.


Dal 2011 TWS ha curato e realizzato mostre di collage in gallerie e musei in Europa (Barcellona, ​​Berlino, Madrid, Rotterdam, Trondheim, Valladolid) e America (New York, Montreal, Lima, Quito, San José de Costa Rica) e ha tenuto workshop e sessioni di collage in molte di queste città.
La mostra, organizzata ed allestita con il contributo dell’artista londinese James Springall. intende aiutare a ridefinire il modo in cui il collage viene creato e concepito.
25 artisti in totale che presentano una grande varietà di stili e tecniche sia a mano che in stampe in edizione limitata.
La carta è morta, viva la carta!

Ashkan Honarvar, The Denial of Death
Sergei Sviatchenko, from the series Less
Sarah Hardacre, You Owe Me An Egg
Max-o-matic, The Complexity of Simplicity

Un kit patriottico per perfette sfide a ping pong

“Patriot Paddles” è una linea, o meglio un kit per giocare a Ping-Pong creata da due designer americani: Elena Chudoba e Andrew Czap.
Il progetto celebra il gioco e tutto ciò che rappresenta per i due giovani: la storia americana di un tempo che fu quando la libertà era immagine e grafica.
Il progetto di packaging è veramente fantastico e pratico visto che può essere riposto in uno zaino o conservato in una scrivania o su un scaffale come un soprammobile.
Esteticamente il rimando più immediato è all’aspetto di un libro di testo del college condito però da molti riferimenti grafici storici che arricchiscono il design e l’illustrazione del prodotto.

La storia di “Smiling Sun”, un simbolo che dagli anni Settanta non è mai passato di moda

Già in passato vi ho parlato di un famosissimo logo utilizzato e diffusosi in tutto il mondo creato partendo da un’idea politica e civile. Si trattava della rosa nel pugno di Cruz Novillo. (qui il pezzo) ed oggi ritorniamo sul tema scoprendo un altro simbolo che è diventato sinonimo di protesta e rivendicazione, questa volta per un mondo senza il nucleare.
The Smiling Sun“, in Italia meglio conosciuto come il sole che ride, è il simbolo originariamente nato dal movimento anti-nucleare. Trasformato in spille, in adesivi o sventolato come bandiera, il gioioso sorriso rosso su sfondo giallo è diventato negli anni il sinonimo di lotta per un mondo alimentato da energie rinnovabili. Nonostante la sua popolarità sia ancora oggi molto diffusa, il designer del logo è rimasto per anni sconosciuto e ed è bello che il sito It’s nice that sia riuscito a rintracciare Anne Lund, la creatrice del logo che oggi fa la docente universitaria.


Nella primavera del 1975, nella città di Aarhus, la seconda più grande della Danimarca, Anne Lund era una ragazza con nessuna esperienza di progettazione grafica che decise di disegnare un simbolo che accomunasse tutti i movimenti più influenti nella lotta contro l’energia nucleare di tutto il mondo. The Smiling Sun, con il suo fortunatissimo slogan di “Nuclear Power? No grazie” è stato tradotto in circa 60 lingue negli anni successivi. Questo logo, insieme a tutte le attività che lo hanno accompagnato, hanno fortemente influenzato la decisione della Danimarca di non costruire mai una centrale nucleare sul proprio territorio ed è ancora molto attivo e visibile nelle proteste degli ultimi mesi in Germania, Giappone, Lituania e Taiwan.

Il logo Smiling Sun è stato registrato come marchio per proteggerlo da alterazioni e uso improprio da parte di interessi politici e commerciali. I gruppi anti-nucleari che lo vogliono possono richiedere i diritti d’utilizzo al Fondo OOA (Organisationen til Oplysning om Atomkraft = Organizzazione per l’Energia Nucleare) in Danimarca. Un negozio online vende prodotti Smiling Sun in 50 lingue diverse

Nell’aprile 1975 il logo “Smiling Sun” è stato progettato da Anne Lund insieme sl collega attivista Søren Lisberg, allora attivista ventunenne all’interno dell’OOA. Il logo presenta un sole sorridente circondato dalla dicitura “Potenza nucleare? No grazie” nei colori giallo, rosso e nero.
L’intenzione alla base del progetto era, secondo la stessa Anne Lund, quella di creare un logo amichevole e aperto che esprimesse un gentile e fermo “no grazie” alla domanda di energia nucleare.
La prima apparizione pubblica del logo è avvenuta durante il festival del 1 ° maggio 1975 proprio ad Århus e da quel giorno si è rivelato straordinariamente virale. I gruppi antinucleari di altri paesi hanno presto chiesto Smiling Sun per diffondere il messaggio nelle rispettive lingue.

Nel giro di pochi anni il logo fu tradotto dal danese in altre 40 lingue nazionali e regionali e divenne rapidamente il simbolo mondiale più comune nel movimento anti-nucleare. Lo è ancora oggi. Dal 2007 sono state richieste nuove versioni linguistiche di Smiling Sun e la catastrofe di Fukushima del 2011 in Giappone ha dato una nuova spinta per nuove versioni linguistiche arrivato oggi a 50 traduzioni.
Negli ultimi 40 anni, il Sole che ride divenne è divenuto un utilissimo strumento di raccolta fondi per ogni tipo di associazione contro il nucleare; venduto come badge, adesivi, spille, magliette, ecc.
Negli anni compresi tra il 1975 ed il 1985 l’OOA ha prodotto circa 36 milioni di pezzi con lo Smiling Sun.
Nel 2003 il Museo Nazionale Danese ha incluso il Sole che ride nella propria collezione con il disegno originale del logo e una collezione di badge e altri prodotti realizzati negli anni. Ad Århus, proprio dietro l’angolo dell’appartamento dove è stato disegnato da Anne Lund per la prima volta nel 1975 un murale alto 8 metri del Sole sorridente è ancora tenuto in buone condizioni.

Il logo OOA doveva essere un’alternativa anche e soprattutto estetica alle forme di protesta radicali ed estreme che il pubblico dei mass media era abituato a vedere in televisione. Come sostiene la stessa Anne, “doveva essere abbastanza bello da permettere alle donne di indossarlo sui loro vestiti per indicare un nuovo modo simpatico ma fermo e deciso di dire proprio no grazie! Nessun pugno chiuso, nessuna immagine spaventosa, nessuna violenza”.

“Non sono un designer – ero solo un attivista. Era un prodotto del modo in cui funzionava il movimento antinucleare danese: era un modo di pensare che poneva l’accento sull’azione non violenta”.
Anne Lund

 

 

“Friends Make Books 2017” il volume dello studio risografico torinese che chiude il 2017 in bellezza

Friends Make Books è uno studio con sede a Torino specializzato nella stampa Risograph.
che ha aperto i battenti nel 2012. Il gruppo di FMB offe molteplici servizi fra qui sviluppare modelli editoriali su piccola scala per l’intero processo: dall’ideazione, alla progettazione, alla stampa e alla rilegatura. Offrono servizi di creazione di libri in edizione limitata, su richiesta, ad artisti, illustratori, piccoli editori, studenti e professionisti, facilitando le persone interessate alla stampa e alle produzioni indipendenti.
Friends Make Books, come viene ben specificato nella loro presentazione, non è  una semplice e anonima copisteria ma un progetto nato dopo anni di esperienza nella stampa risografica.
Riporto le loro parole perché, meglio delle mie, riescono a descrivere quanto sia interessante il loro approccio alla stampa risografica: “La stampa su un Risograph implica la traduzione della tua idea nella lingua della macchina e siamo qui per aiutarti a prendere decisioni“.
La pubblicazione che vi presento oggi è “Friends Make Book 2017”, una sorta di volume riepilogativo e di presentazione della tecnica risografica che chiude il 2017.
Il volume è stato creato sovrapponendo immagini erotiche prese da vintage magazines. Il risultato è una raccolta feticistica che ben evidenzia la particolare magia della stampa in risograph.

In un libro la storia dei trasferelli raccontata attraverso le opere grafiche prodotte negli ultimi sessant’anni

Letraset, che in italiano conosciamo meglio con il nome di trasferelli, prende il nome proprio dall’azienda britannica che ne mise in produzione i primi modelli nell’oramai lontanissimo 1960.
A distanza di quasi 60 anni ecco un volume che ne ripercorre la storia mostrando gli sviluppi artistici che questo prodotto ha riuscito ad immettere nelle produzioni editoriali e grafiche. Proprio questo affascinante mondo viene rievocato dal libro “Letraset:The DIY Typography Revolution” della Unit Editions attraverso i ricordi e le esperienze di alcuni designer che ne hanno esplorato i confini e le svariate modalità di utilizzo.
La selezione dei designer è eccezionale e include Andy Stevens, Malcolm Garrett, Aaron Marcus e persino un artista che mi fa impazzire come Mr Bingo!
Il libro analizza anche l’attuale parziale rinascita del Letraset da parte di coloro i quali ammirano l’eccellenza tipografica dei caratteri tipografici.
Il libro offre alcune chicche davvero gustose come la fantastica timeline apribile, l’introduzione di Malcolm Garrett e interviste a Aaron Marcus, David Quay, Dan Rhatigan, Freda Sack, Andy Stevens e Jon Wozencroft.
Non sono ancora sicuro del ruolo che potranno avere in futuro i trasferelli; se nuovi sviluppi grafici e utilizzi innovativi all’interno dell’attuale rinascita della carta o se invece si tratta solamente di un’ode ad un passato difficilmente ripresentabile.

In un libro fotografico gli scatti di una New York anni Settanta che profuma di storia e di asfalto

Quello che vi presento oggi è un lavoro nato dall’unione di due personaggi che non conoscevo e che mi hanno conquistato sia per la loro diversità, sia per la loro coerenza nel portare avanti alcune idee e convinzioni a cui mi sono subito affezionato.
Il primo dei due è Michele Manfellotto, nato a Roma nel 1977. Studia Storia del cinema all’Università di Roma e inizia producendo disegni e videofilm analogici. Si interessa al rapporto possibile fra arte e media con particolare attenzione agli aspetti potenzialmente creativi di Internet. Dal 2008 è redattore della rivista d’arte “Nero”. Vive e lavora a Roma.
Fabrizio Carbone è invece un giornalista professionista dal 1970. Ha lavorato a Il Resto del Carlino, La Stampa e Panorama. Si è occupato di attualità, cronaca nera e giudiziaria fino agli ultimi anni in cui ha spostato la sua attenzione verso la cultura e l’ambiente.
Dipinge da oltre 50 anni e la ricerca pittorica spazia tra l’astrattismo naturalistico e il verismo.
Il primo ha progettato e ideato il volume dal titolo “7W 84TH STREET-NYC 1972″ che raccoglie le fotografie scattate dal secondo durante il suo periodo newyorkese. Come si legge nella descrizione del progetto si tratta di:

una serie di immagini in bianco e nero finora inedite, che catturano la vitalità del mito americano nella sua dimensione umana e storica: New York e i suoi abitanti, i cui simboli e linguaggi diventeranno presto icone universali.
“L’idea dell’America mi ispirava sentimenti contrastanti, tipici degli italiani nati alla fine della guerra. Come tutti i miei coetanei, avevo amato indiscriminatamente ogni espressione della cultura americana: i film e la letteratura, la Coca-Cola e le Marlboro. Negli ultimi anni tuttavia la politica degli Stati Uniti era stata oggetto di critiche aspre, al punto che per molti di noi l’America aveva finito per rappresentare tutto ciò contro cui era doveroso schierarsi: la guerra in Vietnam, il sostegno alla dittatura dei colonnelli, i depistaggi che occultavano il ruolo dei servizi segreti nella strage di piazza Fontana”.

 

Un nuovo magazine dedicato al colore apre i battenti con un numero interamente dedicato rosso e a tutti i suoi infiniti significati

Chróma” è una rivista sul colore. Una scelta decisa e netta che a me ha incuriosito. Cosa vuol dire pensare e realizzare un magazine che ha come oggetto il colore, come si declina il tema, come si sviluppa?
Queste domande trovano risposta nel primo numero, dedicato al colore rosso.
“Chróma” presenta una fusione intrigante di talenti e creativi da tutto il mondo: poeti, pensatori, artisti e fotografi uniti insieme da questo filo conduttore legato al rosso.
Per capire il perché della scelta di iniziare proprio con il colore rosso, leggiamo la presentazione del magazine direttamente dal direttore Emma Latham Phillips..

Il 2017 è stato un anno di sangue, sparatorie, fuoco selvaggio e politica estrema. Ma questo numero non affronta solo il lato più oscuro del rosso. Rosso significa anche i problemi che circondano l’industria alimentare della carne e le difficoltà che si trovano ancora oggi nel parlare del tabù mestruale. Esplora la bellezza del rosso attraverso uno sguardo originale sul paesaggio, sul rossetto e chiaramente e obbligatoriamente, sull’amore.

Rosso quindi è il colore di questo progetto.

Le etichette discografiche politiche di tutto il mondo racchiuse in una enciclopedia stampata in risograph

Josh MacPhee è un designer, un artista e soprattutto un archivista che opera a Brooklyn. È uno dei fondatori della Cooperativa di artisti Justseeds ed in passato ha progettato copertine di libri per molti editori (antumbradesign.org).curato una mostra ed il relativo catalogo sui materiali prodotti da movimenti sociali con sede a Brooklyn. Il suo interesse per i movimenti culturali e politici di Brooklyn e più in generale di tutto il mondo lo hanno portato nel tempo a produrre numerosi prodotti editoriali fra cui ricordo “Signs of Change: Social Movement Culture” e soprattutto “Signal: Journal of International Political Graphics and Culture“.
Quest’ultimo splendido progetto è composto da una serie di libri – ancora in corso di pubblicazione – interamente dedicata alla documentazione ed alla condivisione dei materiali riguardanti la grafica politica, i progetti creativi e la produzione culturale delle lotte internazionali di resistenza e liberazione. La bellezza di “Signal” sta infatti nel suo incessante e rigoroso scavare in profondità nella storia per portare alla luce questo ruolo spesso trascurato ma essenziale che la grafica ed in generale l’arte e la cultura hanno giocato nelle lotte di tutto il mondo.
Signal è pubblicato da PM Press.

Quello di cui vi parlo oggi è invece l’ultimo dei suoi progetti, il libro dal titolo “An Encyclopedia of Political Record Labels” composto da 60 pagine di piccolo formato stampato in risograph a 4 colori.
Dall’A-Disc (l’etichetta discografica del movimento operaio svedese) a Zhongguo Changpian (l’etichetta statale della Repubblica popolare cinese), questo libro è un compendio di 230 etichette discografiche che hanno prodotto musica politica nel periodo compreso tra il 1965 e il 1990, quello che è considerato il periodo d’oro del disco in vinile. Ogni voce presenta il logo dell’etichetta e una breve sinossi della sua storia e ogni altra informazione interessante. Un progetto internazionale che vede rappresentati oltre 25 stati differenti.
La prima edizione del libro è andata esaurita appena messa sul mercato e, grazie alle migliaia di ulteriori segnalazioni da parte di studiosi, produttori e semplici appassionati Josh ha prodotto una seconda edizione rivista e integrata.

Il nuovo numero di Eye Magazine e la solita garanzia di qualità

Sin dalla sua nascita, la rivista Eye si è definita “The international review of graphic design”. E l’ultima edizione, dopo due numeri incentrati su illustrazione e tipografia, e dopo essersi aggiudicato anche il premio Stack Awards 2017 nella sezione “Cover of the Year” (ne ho parlato qui), riafferma con il numero 95 il proprio impegno per il mondo del design e dei designer in un numero ricco di esempi e approfondimenti.

La copertina dell’ultimo numero comprende una nuova interpretazione dello storico logo di Eye magazine – creato originariamente dal concept by Nick Bell e dal disegno di by Magnus Rakeng – ed oggi rivisto dal grande designer RO Blechman.
Sempre nell’ultimo numero si legge 
un’ampia intervista di Matt Willey (New York Times Magazine), insieme ai tributi di Françoise Mouly e Genevieve Bormes (The New Yorker ).

Altri articoli vanno dalla grafica contemporanea dello studio di Brooklyn Triboro ai tesori di una storica tipografia nel nord-est della Francia; dalle foto del carnevale brasiliano di João Farkas a un’intervista con Briar Levit, direttore del documentario Graphic Means. Come sempre, c’è una vasta sezione di recensioni sul design e la cultura visiva in tutto il mondo e una critica fotografica di Rick Poynor.
Come avrete capito, il numero 95, come del resto ogni altra uscita di Eye Magazine è un evento e per tanto consiglierei l’acquisto.

Cosa succede quando uno dei più importanti grafici americani incontra uno dei più importanti produttori di accessori per chitarre della storia della musica?

Quella che vi propongo oggi è una bella storia americana fatta di talento, tradizione e musica, tanta e ottima musica.
Partiamo dal primo dei due protagonisti: Ernie Ball.
Ernie è uno dei produttori più importanti del mondo di accessori per chitarra e basso. Una carriera che rimanda alle classiche storie americane, iniziata oramai nel lontano 1962 producendo corde per chitarra elettrica e basso di alta qualità. Per darvi un’idea di chi stiamo parlando, scelgono regolarmente i servirsi da Ernie personaggi del calibro di Paul McCartney, Keith Richards, Eric Clapton, Tool, Elvis Costello, Green Day, Slash, Jimmy Page e Buddy Guy. Tutti hanno suonato le corde di Ernie Ball.

L’altro protagonista della storia è Aaron Draplin.
Cresciuto con la classica fierezza americana nello sperduto e sconfinato Midwest, ha poi iniziato a lavorare a Detroit. Siamo nel 1973. Cresciuto in un flusso costante di creatività che ha sfamato con i classici elementi della cultura pop quali Lego, Star Wars, skateboard e snowboard, a 19 anni si trasferisce nell’Oregon dove prende il via la sua folgorante carriera di grafico tramite un primo disegno su di uno snowboard Solid. Da li in poi solo successi, dal lettering al logo design, fino a campagne pubblicitarie e poster art.
Dal 2004 Aaron è a capo della sua creatura: Draplindustries Design Co.


Ma eccoci alla nostra storia.
La storia della musica con Ernie Ball e la grafica di uno dei designer americani più apprezzati al mondo, Aaron Draplin di Draplin Design Co hanno collaborato per creare una serie di piccole opere d’arte in edizione limitata che celebrano i colori iconici e vibranti del rock’n’roll tramite il packaging delle corde più vendute e più popolari al mondo.
Come detto è la storia di un matrimonio, un’unione che vede il talento di Aaron al servizio di un’idea di Ernie per creare qualcosa di unico pensato esclusivamente per coloro i quali amano la storia e la grafica del rock’n’roll. Un piccolo gioiello che ai veri cultori non potrà certo passare inosservato.
Una serie di piccoli poster in stampa offset dalla copertina opaca. Un set completo che comprende 6 tipi diversi di corde di tutti e sei i poster del progetto che ha preso il nome di “Colours of Rock and Roll“.

Per chi fosse interessato, fino ad esaurimento dei pochi esemplare prodotti, le corde “Colours of Rock and Roll” sono in vendita qui.

Nasce “Suq”, un nuovo bel magazine tutto italiano che svela una Sicilia mai vista e meravigliosa

Oggi è uno di quei giorni dove scrivervi è davvero molto, ma molto gradevole perché ancora appartengo alla specie di coloro i quali non amano parlare dell’Italia solo per gli aspetti negativi, anzi.
Riuscire a valorizzare, a dare spazio a coloro i quali, così come in tutto il mondo, forse ancora meglio qua da noi, riescono a poggiarsi su un’idea per costruire un progetto e realizzare un sogno mi mette un buon umore diffusissimo che si dispiega per tutti gli arti e mi fa ballare la testa.
Ecco, questo è l’effetto che mi ha fatto scoprire “Suq. Unconventional Sicily” un bel progetto ibrido che sta in mezzo fra magazine e photo book.
Nato dalla mente di un gruppo di fotografi, viaggiatori e grafici siciliani fra cui Alessandra Lucca (art director, fotografa, scrittrice) e Francesco Blancato (coordinatore e direttore commerciale), Suq ha da poco mostrato al mondo il suo primo numero dove viene esplorata una Sicilia nuova, strana, diversa da quella che conosciamo. Un ecosistema vivo e vivace costruito sul rapporto fra persone, aziende, arte, luoghi e tradizione che insieme, regalano un risultato che troppo banalmente viene nascosto dietro luoghi comuni e frasi (tristemente) fatte.

A dimostrazione della giustezza del progetto, mi sono sembrate anche le parole con cui i promotori del progetto editoriale hanno presentato la loro idea di magazine:

“In Suq comunichiamo la bellezza, il territorio, la cultura. Gli elementi tangibili e intangibili, i simboli, le storie, i contrasti, i sogni, le speranze. Scaviamo nel sottosuolo perché ci interessa ciò che è inesplorato, sotterraneo. La zona d’ombra. Lo sguardo sulla diversità e sull’autentico.
Vogliamo evitare la centralità e il protagonismo convenzionale cercando l’esperienza alternativa come nel mercato di periferia delle antiche città arabe, lontano dal lusso e dal lustro delle piazze centrali. Per questo vogliamo camminare verso la soggettività, la profondità, la grandezza delle cose semplici e originali. Contro la tendenza attuale dell’iperdigitalizzazione vogliamo scommettere su un prodotto cartaceo per recuperare la qualità perduta delle cose fisiche che profumano di verità. Obiettivo di Suq è quello di presentare e raccontare il substrato di un’isola che da troppo tempo, ormai, è paralizzata dai simboli e dai suoi stereotipi. Come cacciatori di patrimonio proponiamo nuovi modi di fruire e vivere il nostro continente: la Sicilia.”

Posso tranquillamente condividere ogni singola parola di quanto hai appena letto, per questo siete sul sito Edizioni del Frisco.
“Suq. Unconventional Sicily”, con le sue splendide 160 pagine di storie e belle fotografie, è distribuito nelle librerie di Milano e dei capoluoghi siciliani e all’estero a Ginevra e Barcellona.
Avventuriero.

“Archisutra”, dalla visione architettonica delle posizioni del Kamasutra arriva il libro di Miguel Bolivar

Sappiamo tutti quanto l’arte possa essere efficace nel fondere con successo due elementi fra loro apparentemente distanti. Il libro che vi presento oggi, dal titolo “Archisutra” mi ha una volta confermato che non esistono limiti alle idee ed alla creatività e quanto possa essere innovativo un matrimonio tra due mondi considerati distanti: il sesso, il più primitivo degli istinti umani e l’architettura, il prodotto del duro lavoro mentale e dell’ingegneria.
Questo connubio, che per la prima volta ho trovato associato al termine Archisutra, era già stato esplorato da Federico Babina con la sua versione archittettonica del Kamasutra fatta con il suo inconfondibile stile e una bella dose di ironia.

Il volume dell’architetto londinese Miguel Bolivar anch’esso intitolato “Archisutra“, racconta come l’idea del libro sia nata quando notò che un collega, discutendo con un cliente della sua casa, “arrossì alla richiesta di inserire un lucchetto sulla porta della camera da letto e il pensiero di persone che facevano sesso in un edificio che aveva progettato. Il suo imbarazzo mi fece pensare a quanto spesso il sesso è considerato quando un architetto disegna un costruendo e ispirandomi a scrivere una lingua sul libro di guancia, sottolineando questo”. Bolivar definisce il suo libro come “un manuale di progettazione che fornisce le informazioni necessarie per una selezione di posizioni sessuali, utilizzando disegni in scala integrati da descrizioni informative”. Ma quella che sta alla base del suo lavoro è una semplice domanda: come dovremmo progettare l’attività sessuale se partiamo dal presupposto che l’Archisutra è il naturale proseguimento del lavoro di Vitruvio, da Vinci e Le Corbusier sulla necessità che gli edifici dovrebbero essere progettati attorno alla vita umana?
“Truss Me”, “Eames it in” e “Get an Eiffel” sono solo alcune delle posizioni sessuali analizzate nel libro sul tema partendo appunto dal Kama Sutra, l’antica guida indù indiana all’amore e al sesso. Ogni posizione è ispirata ad un edificio e riporta dati, proporzioni in vere e proprie schede tecniche.
Un gioiello.

Un poster, una rivista, una raccolta di grafiche. Tutto questo è Posterzine

People of print“, per chi ci legge oramai da un pò, sa benissimo che è uno dei punti di riferimento di tutti gli appassionati di editorial design, grafica e simili. Si tratta di un sito web nato a Londra nel 2008 creato originariamente da Marcroy Smith, come directory di illustratori, designer e stampatori sia creativi che commerciali, con lo scopo di educare e ispirare. Oltre a fornire servizi di consulenza editoriale per coloro che ne sono alla ricerca proponiamo un servizio di serigrafia completamente personalizzato per t-shirt e stampe artistiche.
Si tratta di una comunità creativa unica nel suo genere che si diverte a collaborare con brand, aziende e istituti scolastici e infinite altre realtà per realizzare campagne nuove e originali, creare partnership multimediali e organizzare eventi.
Posterzine” è il magazine mensile in cui un poster diventa una rivista (e viceversa) in un magnifico poster in formato A1 (594×841) che si piega in una monografia A4.
Anche se come detto, molti di voi già conosceranno il prodotto, ne parlo perché il ventunesimo numero è stato affidato alle sapienti d affascinanti idee della bella designer francese Malika Favre. Famosa per il suo stile che gioca con lo spazio e la forma e con i negativi del colore, è oggi una dei designer più ricercati del mondo. Da anni impazzisco per i suoi lavori e quindi questo post, diciamocelo, è un mio personale atto d’amore. Me lo concederete.

“Mayday”, un magazine che aiuta ad orientarsi in questi tempi confusi, veloci e pazzi

All’interno di un mondo come il nostro che sta diventando sempre più veloce e estremo nasce il nuovo magazine dal titolo “Mayday“, una rivista indipendente sulle domande e i dubbi che affliggono le persone, la società, gli affari e la cultura. Mayday è aperto, contemporaneo, attento a tutti i tipi di target. E’ per donne e uomini curiosi che sanno apprezzare l’arte tanto quanto la tecnologia, la speranza quanto la disperazione e la creatività tanto quanto la distruzione. Con le sue uscite semestrali, cerca di raggiungere una perfetta combinazione di intelligente e bello, serio e giocoso, lungimirante ma anche attento alle quotidiane scoperte dell’umanità.
Il numero uno, finora l’unico uscito, si basa essenzialmente sul concetto, o la speranza decidete voi, che il futuro appartenga alla creatività, al libero arbitrio e alla chiarezza di intenti. In questo numero si sottolinea l’esistenza e l’importanza dell’anticonformismo, degli eccentrici e di un approccio alla vita che sceglie di essere originale.

“Mayday” lo potete acquistare qui.

L’italianissima etichetta di autoproduzioni Ciclostile presenta l’Abecedario delle bandiere vol.1 e 2

Proprio mentre certa editoria cartacea si affanna ad inventarsi modalità e linguaggi nuovi per sopperire alla profonda crisi dei numeri, le forze che dal basso, con pochi mezzi ma con una voglia sana e genuina, riescono a ritagliarsi spazi sempre più importanti producendo innovazione, idee e sperimentazione. E’ il caso di Ciclostile, una etichetta di autoproduzioni nata nel 2016 dalla voglia di Elisa Miorin e Daniele Balcon di sperimentare e realizzare libri, artefatti unici nel loro genere. Le tematiche principali del loro catalogo sono l’illustrazione e la tipografia.
Proprio di Elisa sono i 2 volumi intitolati “Abecedario delle bandiere” vol.1 e 2.
“Curiosità e ricerca” sono le parole che hanno fatto nascere questo nuovo progetto, due volumi di una serie dedicata alle bandiere e ai loro significati, utilizzati per disegnare la lettere iniziale di ciascun Paese. Un gioco visivo per creare un alfabeto del mondo.
Entrambi i libri sono disponibili qui.