La grafica della David King è la grafica della sinistra in Europa

Oltre a una leggendaria carriera di designer, King ha anche accumulato una delle più grandi collezioni al mondo di design sovietico.

David King è senza dubbio alcuno uno dei più importanti graphic design del XX secolo e se il suo nome non vi è familiare, non preoccupatevi, è in parte dovuto alla sua stessa figura estremamente dispersiva; quell’infinita serie cioè di interessi e attività, apparentemente distanti fra loro, che lo hanno allontanato dal design tradizionale, prima fra tutte l’attivismo politico.

David King

Come afferma il critico Rick Poynor:

Nei suoi ultimi decenni di vita, King “non è più interessato alla sua carriera di designer pluripremiato, egli si era dato una missione e l’ha inseguita fino alla fine”, quella missione era di raccogliere materiale visivo dalla Rivoluzione Russa e dall’era sovietica, insieme a qualsiasi altro manufatto appartenente alla cultura di sinistra proveniente da tutto il mondo.

Al momento della morte di King – avvenuta nel 2016 – la Tate Modern ha acquisito la sua intera collezione, una delle più grandi al mondo, che comprende circa 250.000 articoli, tra cui fotografie, poster, pubblicazioni e grafiche varie.
Un momento adatto per ricordare questa figura è l’uscita del libro di Poynor: David King: Designer, Activist, Visual Historian, pubblicato dalla Yale University Press, che ripercorre le tre fasi in cui può essere divisa la vita lavorativa di King sempre attraversata dalle sue battaglie culturali quali la lotta contro il razzismo, il fascismo e le violazioni dei diritti umani negli anni Settanta e ottanta.


David King, ‘National Demonstration,’ poster for Anti-Apartheid Movement, 1985.

Nato a Isleworth nel 1943, King disprezza il capitalismo fin da bambino e studia graphic design alla London School of Printing and Graphic Arts, dove i suoi insegnanti sono Richard Hollis e Robin Fior, due dei designer londinesi più politicamente coinvolti. È con Fior, un membro del Comitato contro il nucleare, che King lavora per la prima volta usando il metodo del paste-up (collage a mano) per realizzare il giornale pacifista Peace News (di cui vi ho scritto QUA) nel 1962. Per tutta la sua carriera mantiene un approccio molto tattile al design, senza mai passare definitivamente alla progettazione digitale. Il design editoriale e l’attivismo politico sono i due interessi che guideranno il resto della sua carriera. È sempre lo stesso Robin Fior a presentare a King il lavoro del designer  tedesco John Heartfield, il cui stile così tanto ha influenzato l’estetica di King.

John Heartfield collage

Dopo aver terminato gli studi, King inizia a lavorare come assistente artistico presso la rivista Queen, una delle pubblicazioni più alla moda di Londra, sotto la direzione dell’influente Tom Wolsey, ma la collaborazione dura ben poco perché decide di fondare l’agenzia pubblicitaria Stratton & Wolsey.
È di questo periodo l’incontro con due figura assai rilevanti nella sua carriera: il fotografo Don McCullin e l’illustratore Roger Law, con il quale nel 1965 King disegna il primo numero di Magnet News, magazine rivolto a un pubblico britannico nero. Molte caratteristiche del lavoro successivo di King, così come il suo interesse per l’uguaglianza razziale, possono già essere intraviste in questo particolare progetto indipendente, come la centralità della tipografia, le pesanti linee di demarcazione e i colori primari.
Questo primo lavoro attira l’attenzione di Michael Rand, direttore artistico del The Sunday Times Magazine, che offre a King un lavoro come designer nel 1965 e, dopo soli due anni, lo promuove a direttore artistico.

The London Sunday Times Magazine, 1968
The London Sunday Times Magazine, 1967

La rivista è il primo supplemento a colori pubblicato da un quotidiano britannico e gode di una meritata reputazione per la qualità della sua scrittura e delle sue immagini, con caratteristiche libere dalla presenza dirompente della pubblicità, che veniva tenuta separata.
King lavora per il Sunday Times Magazine per dieci anni in tutto, cinque dei quali come freelance, il che gli permette di sperimentare in completa libertà.
Le sue influenze grafiche includono la Pop Art — King utilizzava spesso stampe serigrafiche dai colori vivaci per le sue illustrazioni, così come effetti di colore a mezzitoni — Costruttivismo e fotomontaggi d’avanguardia. Tuttavia, è stata la sua capacità di creare con le fotografie una narrativa visiva avvincente, unica, così come il suo occhio per il ritaglio, che alla fine diventa il marchio distintivo della rivista. 

The Sunday Times Magazine, 1972. David King
David King/Proletcult, “Release All Southern African Political Prisoners!”, poster for Anti-Apartheid Movement, 1977.

Il ruolo di King al Sunday Times Magazine, come sottolinea Poynor, è più del semplice designer, era un “giornalista visivo” e “concepiva e scriveva le storie da una prospettiva visiva”.
Nel 1970, il primo anno di King come libero professionista, intraprende un viaggio “di ricerca” di tre settimane a Mosca, la sua prima visita in URSS. Questa esperienza porta a un articolo pittorico del Sunday Times Magazine su Trotsky del 1971, che King poi riprenderà per il suo primo libro, Trotsky: A Documentary con i testi scritti da Francis Wyndham, un collaboratore frequente.

Trotsky: A Documentary, 1971

Altri libri sarebbero arrivati ​​in seguito, ma prima King si cimenta in un’attività per la quale la sua identità visiva si farà ancora più distintiva: la sua progettazione di materiale per vari gruppi di attivisti politici, tra cui il movimento anti-apartheid, l’Unione Nazionale dei Giornalisti, il Partito Socialista dei Lavoratori, Rock Against Racism e la Lega Anti-nazista.

Poster per il movimento Anti Apartheid, 1978
Poster per la Lega Anti-nazista, 1978

I manifesti politici di King forniscono quello che, con le sue stesse parole, ha descritto come uno “stile visivo per la sinistra” nei turbolenti anni Settanta in Gran Bretagna.
Il suo approccio era tenacemente diretto, con un’enorme tipografia sans-serif, fotografie sempre evidenti e testi enfatizzati attraverso sottolineature, frecce e punti esclamativi.

Anti-Apartheid Movement, 1980

A volte ha anche usato il suo stile di collage ispirato a Heartfield anche perché i budget ristretti portano all’uso di carta e stampa di bassa qualità, ma King era un maestro della stampa economica, basti pensare che la sovrapposizione di due colori per crearne un terzo colore intenso è uno dei suoi tratti distintivi visivi.
Uno dei clienti commerciali che gli permettono di vivere è il Museum of Modern Art di Oxford, il cui direttore David Elliott assume King per progettare poster e cataloghi per mostre legate all’Unione Sovietica.

David King, 1979
Image courtesy of David King and Modern Art Oxford

Negli anni Ottanta inizia a dedicare meno tempo al lavoro di progettazione per concentrarsi maggiormente sull’arricchimento della sua collezione.
Considera il graphic design “un gioco” oramai da giovani, ma continua a lavorare fino alla fine del decennio, in particolare per City Limits, una rivista settimanale di Londra, e Crafts, la rivista del British Craft Council.
Per entrambe le riviste, King utilizza alcuni dei suoi tratti distintivi visivi oramai divenuto classici, descritti da Poynor come “costruttivismo pop” e caratterizzato da elementi grafici quali stelle, frecce, tipografia importante e fotografia solenne.
Il suo collezionismo raggiunge l’apice con la pubblicazione di Red Star Over Russia: A Visual History of the Soviet Union from 1917 to the Death of Stalin, un libro di 345 pagine pubblicato dalla Tate Modern nel 2009 dopo l’inizio del suo rapporto con l’istituzione artistica risalente al 2002.

Red Star over Russia: A Visual History of the Soviet Union from 1917 to the Death of Stalin

David King muore nel 2016, all’età di 73 anni, quando si completa l’acquisizione della sua collezione da parte della Tate che nel 2017, in occasione del 100° anniversario della rivoluzione del 1917, organizza una grande mostra sul tema.

La tipografia come atto politico: il progetto Vocal Type

Tré Seals è una designer di Washington, D.C. che fin dalla scuola materna si è esercitato a scrivere in corsivo fino e a studiare le forme delle lettere.
In quinta e sesta elementare ha realizzato il suo primo progetto tipografico scrivendo i nomi degli amici su delle schede, plastificandole e vendendole per $ 3 a pezzo. Al liceo disegnava già tatuaggi. All’età di 25 anni Seals è un associato del noto sito Type Directors Club e designer di fama internazionale.

Tré Seals

Questa la doverosa premessa di un articolo che si potrebbe definire di stretta attualità visto ciò che sta accadendo per le strade americane e le relative risposte della società civile, ad ogni livello, dai cittadini con i cartelli, alle ribellioni violente; dai candidati alle presidenziali di Novembre fino alla chiusura dei Play Off NBA decisa dai giocatori stessi indignati – una volta di più – dall’ennesimo assassinio di un giovane di colore in circostanze misteriose.
Tré Seals dunque, ha recentemente lanciato il progetto Vocal Type per raccontare le storie più nascoste e quindi maggiormente interessanti nel mondo della tipografia.

Le forme delle lettere sono oggetti culturali che portano con sé molte più informazioni rispetto a quello che si pensa normalmente, spesso infatti riflettono le persone che le hanno create e la storia che queste volevano raccontare.
Utilizzando le parole che ha scelto lo stesso Seals nel manifesto del progetto, forse capiamo meglio:

Quasi l’84% di tutti i designer in America sono bianchi. Fino a poco tempo fa, la maggior parte di tutti i designer in America erano uomini. Quindi, se sei una donna o se sei di colore, asiatico o latino e vedi un annuncio che ritieni non rappresenti accuratamente la tua razza, etnia e / o sesso, conosci il motivo per cui viene creato così.
La diversità è sempre stata una questione trascurata nell’industria del design ed è stata considerata al massimo un problema di occupazione e non un problema del design.
Quando un’industria è dominata da un’unica razza e genere, ciò non solo crea una mancanza di diversità nelle persone e nelle esperienze, ma anche nelle idee e nelle creazioni. Ecco perché Vocal Type sta lavorando per diversificare il design attraverso la radice di tutti i  lavori di progettazione grafica: la tipografia.
Ogni carattere mette in risalto un pezzo di storia di una specifica razza, etnia o genere sottorappresentati, dal Movimento per il suffragio femminile in Argentina al Movimento per i diritti civili in America.
Vocal è stato lanciato nel 2016 con il crescente supporto di persone che condividono con me questa visione.

Vocal Type è quindi una fonderia di caratteri per i creativi di colore che sentono di non avere voce in capitolo nel loro settore, per le donne creative che sentono di non avere voce in capitolo nel loro settore. Per i creativi cioè che sono stanchi di essere ispirati dalle stesse creazioni di persone diverse e vogliono essere protagonisti di qualcosa di nuovo, in prima persona.
Dal 2016, la fonderia ha rilasciato cinque caratteri tipografici, ha lavorato a numerosi lavori di caratteri personalizzati e ha lanciato un sito Web che descrive i retroscena storicamente significativi dei progetti di Vocal Type.

La tipografia è nota per la sua omogeneità razziale. I due percorsi principali per la progettazione di caratteri provengono dalla tecnologia e dal design, che sono settori dominati da uomini bianchi.

Il sito di Vocal riporta che nella professione di type design l’84% dei lavoratori è bianco mentre per il censimento del design di AIGA del 2017 è al 60%.
Si tratta quindi di un fenomeno assai esteso che è emerso per la prima volta grazie al lavoro della dottoressa Cheryl D. Holmes-Miller dal titolo “Black Designers: Missing in Action“. Da qui Seals ha scoperto che i designer di colore come lui erano quasi inesistenti e ispirato dall’invito all’azione di Holmes-Miller continuato con un secondo articolo del 2016 dal titolo Black Designers: Still Missing in Action?” la contattò in merito alla sua idea di avviare una fonderia di caratteri che potesse rappresentare le diverse esperienze in forma tipografica.

Cheryl D. Holmes-Miller

I caratteri tipografici realizzati finora da Vocal Type si ispirano ai lavori tipografici creati per e da storici visionari del design e includono il carattere tipografico Martin, dal nome di Martin Luther King, e William, dal nome di William Edward Burghardt Du Bois, un attivista, scrittore e storico americano e uno dei fondatori della National Association for the Advancement of Colored People (NAACP).
I caratteri fanno eco anche a movimenti di protesta meno noti come Ruben, ispirato al movimento National Chicano Moratorium, che protestò contro la guerra del Vietnam ed era guidato dal giornalista Rubén Salazar.
Seals non vuole limitarsi a diversificare i caratteri tipografici solo in base alla provenienza culturale, ma desidera realizzare caratteri tipografici come Carrie, un sans serif che onora il suffragio femminile negli Stati Uniti; Eva , creata per il movimento per il suffragio in Argentina e Stonewall per sottolineare le rivolte LGBTQ del 1969 allo Stonewall Inn nel Greenwich Village, New York City.

Moti di Stonewall, 1969

Ogni font nasce da una ricerca storica e grafica molto dettagliata ed è modellato dagli sforzi collettivi delle comunità online di Seals. Spesso Seals condivide il materiale originale (foto, poster, frammenti di caratteri) con i suoi follower tramite Pinterest e Instagram e questi, a loro volta, gli forniscono ulteriori fotografie d’archivio di cartelli di protesta sufficienti per cominciare a impostare un carattere tipografico.
Per il Martin, Seals si è ispirato alle foto delle fiancate tipografiche che riportavano slogan quali: “Honor King: End Racism!” e “I am a man” stampato in una tipografia della chiesa in 400 tirature per lo sciopero dei lavoratori dell’igiene di Memphis del 1968 , durante il quale più di 1.300 impiegati neri del Dipartimento dei lavori pubblici di Memphis protestarono contro le condizioni di lavoro pericolose.

Per l’ornato carattere tipografico Eva , Seals fa riferimento a striscioni disegnati a mano trasportati durante una manifestazione delle donne del 1947 a Buenos Aires guidata da Eva Perón che sfilarono davanti al Congresso Nazionale per sostenere la Legge per il Suffragio Universale affermando: “La mujer puede y debe votar!“.

Eva

Seals ha recentemente completato una suite di caratteri tipografici personalizzati per Umber magazine, una pubblicazione con sede a Oakland, in California, che si concentra sulla cultura creativa e le arti visive dal punto di vista delle persone di colore.
Per il suo terzo numero intitolato “Sound“, Vocal ha creato un carattere tipografico basato sui resti della prima etichetta discografica interamente di proprietà di persone di colore, la Broome Special Phonograph Records.

Umber magazine, Sound issue

La tipografia quindi come un’arte che è ben di più di un semplice strumento utilitaristico e pratico.
Nella lunga storia del type design, i designer del colore hanno storicamente avuto un accesso limitato agli strumenti e alle conoscenze necessarie per fare tipografia e questa forma di discriminazione tecnologica e culturale ha avuto l’effetto di limitare certi gruppi di persone nella loro rappresentanza nella tipografia di tutto il mondo.
Se partiamo da questi presupposti risulta più chiaro come i caratteri e la piattaforma di Vocal Type siano un atto radicale, non solo perché originali, ma soprattutto perché la loro vocazione ugualitaria e libertaria intende abbattere l’essere minoranza storica.
A questo proposito le parole della pittrice Emma Amos risuonano ancora oggi nelle orecchie di chi non ci sta ad arrendersi a certe odiose consuetudini storiche:

Per me, un’artista donna di colore, entrare in studio è un atto politico.

La buona grafica e il buon design possono esserlo senza una propria eticità?

Non credo di dire niente di particolarmente interessante o innovativo sottolineando quanto la nostra vita sia sempre più immersa in un incessante turbinio di immagini. Lo sappiamo tutti, ci siamo dentro, a volte ne siamo addirittura assuefatti e non ci facciamo nemmeno più particolarmente caso.
La grafica, il design, l’illustrazione, sono oggi ambiti assai più influenti che nella storia passata della nostra cultura e questo porta con sé inevitabilmente un impatto su quelli che a prima vista possono apparire argomenti distanti quali l’etica, la responsabilità e l’impegno.
Detto questo, è facile giungere ad una domanda a cui credo sia interessante porre la nostra attenzione e che mi ronza in testa da quando ho scritto un articolo sul numero 3 di Friscospeaks sulla controversa figura di grafico e artista di Stanislav Szukalski:

Il design o la grafica, per essere considerati di buona qualità, devono per forza essere buoni anche da un punto di vista etico? O può esserci una grafica buona anche se ha comportato un impatto negativo sulla vita e sull’umanità?

Per spiegarmi meglio credo sia utile un esempio.
Per chi non lo sapesse l’AK47 è un fucile d’assalto ideato e progettato nel 1948 in Unione Sovietica da Michail Timofeevič Kalašnikov, da cui prende il nome, e da allora considerato una delle armi leggere migliori al mondo.
I suoi intramontabili e ancora oggi insuperati punti di forza sono – stando a chi lo utilizza – la semplicità con cui è costruito e soprattutto la sua facilità d’uso. Inoltre, aspetto non trascurabile, l’AK47 è economico e si rompe raramente. Insomma stiamo parlando della perfezione di un’arma da fuoco che oramai conta più di Settanta anni di diffusione mondiale ed è esposta addirittura al MOMA di New York.

AK-47

Adesso riformulo la mia domanda precedente:

L’AK47 è un prodotto di design perfetto nonostante sia uno strumento per uccidere? O viceversa tutto ciò che non rende il mondo migliore non può essere considerato buon design?

Prima di rispondere però, vediamo un altro esempio – forse meno radicale – ma credo ugualmente utile al tema.
Molti di voi conoscono il marchio di moda tedesco Hugo Boss, fondato nel 1924, ma pochi sanno che Hugo Boss ha progettato e prodotto tutte le uniformi per il Partito Nazista prima e durante la Seconda Guerra mondiale, in particolare le uniformi per gli ufficiali delle SS.

Hugo Boss, 1930.

Ecco – proprio come l’arma di Michail Timofeevič Kalašnikov – fino ad oggi, queste divise sono state prese a modello più o meno pubblicamente per il loro perfetto mix di design ed estetica.

Alcuni dei modelli delle divise dell’élite del Reich disegnate da Hugo Boss.

Lo stesso discorso può essere esteso alla progettazione grafica dei manifesti della propaganda nazista tutti basati su pochi elementi cardine quali: la tipografia chiara, la messaggistica semplice e immediata, i colori vivaci.
Ancora – ampliando ulteriormente lo spettro dei linguaggi – pensiamo ai lavori nel cinema e nella scenografia realizzati da Leni Riefenstahl, storicamente considerata una delle principali ideatrici dell’estetica nazista e amica personale di Adolf Hitler.

Adolf hitler e Leni Riefenstahl, Monaco, 1939.
Una scena da “Il trionfo della volontà” di Leni Riefenstahl, 1934.

Ritorniamo a noi…
Gli esempi visti finora sono opere di creatività nate per promuovere qualcosa che niente ha a che vedere con il miglioramento del mondo in cui viviamo, anzi.
Possiamo comunque sostenere che etica e design sono inscindibili?
Una risposta razionale e teorica porterebbe a propendere per il NO, visto che – esistendo in due dimensioni vicine ma parallele – si tratta comunque di due ambiti destinati a non interagire mai nella loro essenza, pensiamo a questo proposito alle gocce di acqua riversate in un contenitore di olio.
Il design e la grafica appartengono infatti ad un ramo dell’attività dell’uomo che appartiene alla creatività e all’opera dell’ingegno umano mentre l’etica è un sistema di credenze e di comportamenti, dal greco antico èthos, cioè “carattere”, “comportamento”, “costume”, “consuetudine”.
Ma non mi sento del tutto a mio agio con questa risposta, la considero troppo fredda ed enciclopedica per soddisfare un dubbio che sento essere invece tutto umano, esistenziale si potrebbe dire.
Ritengo invece che la grafica e l’etica siano – come del resto ogni ambito dell’agire umano – completamente indivisibili in quanto quest’ultima non può essere considerata un abito da indossare solo in alcune occasioni, o peggio ancora, un surplus qualitativo di cui si può fare anche a meno, in funzione degli aspetti più strettamente tecnici e pratici.
Insomma, mi risulta impossibile attribuire ad una grafica o ad un prodotto di design, o a qualsivoglia altra creazione artistica, sia pure eccellente e stilisticamente ineccepibile, ma che sacrifica o tralascia il suo aspetto etico, lo stesso giudizio di valore rispetto al medesimo oggetto che al contrario porta con sé un sistema valoriale, un insieme di riferimenti etici appunto, che potenzialmente mirano alla creazione di una società migliore.
Avverto io per primo alcuni dei limiti di questo approccio di giudizio, come banalmente il dubbio su chi e perché si può arrogare il diritto di decidere quale sia il corretto sistema valoriale su cui basare la propria creatività o come sia possibile stabilire il grado di aderenza al medesimo sistema.
Detto questo però, considero comunque l’elemento etico un fattore strumentale all’obiettivo finale e quindi preferibile rispetto all’alternativa che abbiamo visto. 

Risulta infatti evidente ciò che comporterebbe, in un arco di tempo che va dal medio al lungo periodo, un concetto di creazione grafica o di design che abbia nel proprio processo di ideazione, non solo il carattere di tecnicità, che rende un prodotto funzionale; non solo il carattere di esteticità, che rende un prodotto gradevole, ma anche quello di eticità, che rende un prodotto giusto.

L’arte serigrafica al servizio della rivoluzione del Maggio 68 parigino: l’Atelier Populaire

I manifesti dell’insurrezione del famoso Maggio parigino del 1968 comprendono alcune delle opere grafiche più brillanti che siano mai state associate a un movimento di ribellione sociale. A parte l’aspetto politico, è il design di queste grafiche ad essere interessante da studiare.
Queste vere e proprie opere d’arte contemporanee non sono banali decorazioni concepite per abbellire le pareti degli uffici, ma grafiche pensate per provocare in chi le guarda nuove consapevolezze che spingano all’azione.

© Bibliothèque nationale de France

Uno degli aspetti più interessanti di questo fenomeno è rappresentato dal fatto che molti di questi poster sono creazioni anonime oppure il risultato di collaborazioni spontanee tra studenti ribelli e lavoratori in sciopero. Ad oggi infatti sono molto pochi gli artisti a cui sono stati accreditate queste opere. Ma descriviamo un pò meglio il contesto di cui vi sto parlando.
Nella Parigi del 1968, esplode la frustrazione repressa per una povertà diffusa, per la dilagante disoccupazione, contro il governo conservatore di Charles de Gaulle e contro la guerra del Vietnam. Tutte queste eccitanti spinte verso una nuova concezione della società, danno origine a un movimento di massa per un profondo cambiamento culturale. Nel mese di maggio, lavoratori e studenti scendono in strada come un’onda senza precedenti di scioperi, manifestazioni e scontri urbani.

© Bibliothèque nationale de France

Per darvi un’idea della dimensione del fenomeno, il 18 maggio 1968, sono circa 10 milioni i lavoratori in sciopero e tutte le fabbriche e le università di Francia vengono occupate. È proprio in questi giorni di turbinoso fermento che nasce l’Atelier Populaire.
Anche tutto il corpo studentesco della principale scuola d’arte di Parigi, l’Ecole des Beaux Arts è in sciopero e un certo numero di studenti si incontrano spontaneamente nelle aule dei corsi di incisione per produrre i primi manifesti della rivolta.
Il 16 maggio, gli studenti d’arte, i pittori esterni all’università ed i lavoratori in sciopero decidono di occupare in modo permanente la scuola d’arte al fine di produrre manifesti che avrebbero dovuto dare un supporto concreto al movimento degli operai in sciopero.
I poster dell’Atelier Populaire sono progettati e stampati in modo del tutto anonimo e distribuiti gratuitamente a chiunque li chiedesse. In breve tempo, queste grafiche compaiono un pò ovunque, sulle barricate, sui muri  e nelle case di tutta la Francia.

© Bibliothèque nationale de France

Il titolo poetico di questo poster è La beauté est Dans La Rue, La bellezza è nella strada e non nei palazzi borghesi della cultura alta e distante dalle persone comuni. L’immagine raffigura un combattente di strada avvolto in un trench, che lancia un acciottolato verso le forze antisommossa, ma l’opera allude soprattutto a uno slogan al tempo molto popolare che era sous les pavés, la plage, cioè sotto le pietre del selciato, la spiaggia.

© Bibliothèque nationale de France

Quando la polizia antisommossa francese carica nelle università e nei luoghi di lavoro occupati, la ribellione diventa violenta. La brutalità della polizia è così pesante che molti si uniscono agli scioperanti per protestare contro la violenza della polizia. Il poster sopra è la risposta artistica agli assalti selvaggi della polizia e l’immagine agghiacciante e senza titolo appare sui muri di Parigi.
L’uso della grafica nei manifesti iconici dell’Atelier Populaire per protestare contro il capitalismo e l’imperialismo rimandano paradossalmente allo stile pop americano. Nella Francia degli anni Sessanta infatti, la pop art americana è in gran parte percepita come una provocazione neo-dada, un attacco alla tecnica pittorica classica attraverso immagini dei mass media appartenenti alla più tipica società dei consumi.
Sebbene alcuni critici francesi ne abbiano sottolineato l’importanza in ambito artistico, la maggioranza della critica francese e non, si mostra critica verso la meccanizzazione della tecnica pittorica tipica della pop art e questi attacchi oscurano in parte l’impatto politico delle immagini e soprattutto la sprezzante sfida a tutte le gerarchie estetiche dell’arte con la A maiuscola.
Il dibattito sulla produzione dell’Atelier Populaire e sul contenuto dei manifesti derivano dalla dialettica fra la pop art ed i canoni del realismo moderno, mettendo in evidenza i limiti politici delle tecniche artistiche tradizionali come la pittura a cavalletto nell’era dei mass media.

© Bibliothèque nationale de France

I graffiti, i cartoon politici, i canti di protesta e i manifesti sono dimostrazioni vive di quanto e come la creatività e il fervore artistico sono stati trasformati dall’esigenza politica. L’arte ha riempito il vuoto lasciato dalla cultura ufficiale e dai mass media durante gli scioperi occupando i canali di comunicazione e imitandoli nella forma se non nel contenuto.

© Bibliothèque nationale de France

Secondo la storica della cultura Kristin Ross, la velocità degli eventi in corso ha sfidato gli artisti e messo fuori gioco i tradizionali mezzi di produzione e stampa che non riescono a seguirne gli sviluppi in diretta.

© Bibliothèque nationale de France

Usines, Universités, Union, Fabbriche, Università, Union, è il primo poster litografico prodotto in una tiratura di trenta copie e sottolinea l’unità tra lavoratori e studenti. Le U in grassetto sul lato sinistro del poster sono in scala uniforme, mentre le lettere rimanenti delle tre parole assumono caratteri diversi. Il corsivo in Universités suggerisce uno scarabocchio di lavagna e si distingue dalla stampa più piccola di Usines e dalle lettere a blocchi più grandi di Union. Le stampe sono destinate alla vendita nelle gallerie vicine e il ricavato deve sostenere studenti e lavoratori in sciopero.
L’artista Gérard Fromanger racconta che: “l’idea era di portare i manifesti in una galleria per venderli, ma non siamo riusciti a camminare per i dieci metri di strada necessari prima che gli studenti li afferrassero e li incollassero per strada. Abbiamo capito subito che era l’idea giusta e tornammo rapidamente di sopra a stampare”.
Ogni sera i disegni dei poster vengono presentati in forma anonima per il dibattito e votati in base alle domande “Il messaggio politico è corretto?” oppure “Il poster trasmette bene questa idea?”

© Bibliothèque nationale de France

Il manifesto dell’Atelier Populaire riprende chiaramente le denunce del Salon de la Jeune Peinture, uno dei saloni di pittura di Parigi che promuove anche le attività del collettivo di pittura politicizzata organizzato dagli artisti Gilles Aillaud, Eduardo Arroyo e Antonio Recalcati. La loro è una fortissima critica all’autonomia estetica, alla creatività e all’individualismo borghese operante in una crisi politica come quella in atto.

© Bibliothèque nationale de France

I critici hanno descritto l’uso della serigrafia all’Atelier Populaire nel maggio 1968 come un’anomalia, perché la tecnica è poco usata dagli artisti e non è insegnata all’École des beaux-arts. Tuttavia, la serigrafia non è estranea alla storia dell’arte francese, poiché l’esercito americano ha introdotto questa tecnica come strumento per etichettare le attrezzature dopo la liberazione dall’occupazione tedesca.
Al fine di facilitare la creazione di seminari di manifesti nelle fabbriche occupate e nelle province, l’Atelier Populaire distribuisce un testo che descrive in dettaglio le fasi del processo di stampa serigrafica che viene visto come il migliore per rispondere e dare forma agli eventi sociali e politici.

Il controllo statale dei media divenne presto un argomento esplicito dei manifesti e l’Atelier Populaire produce una serie di progetti che giustappongono proprio la televisione e il poster come strumenti di oppressione ed emancipazione.

© Bibliothèque nationale de France

In Libérons l’ORTF, viene raffigurato un rivoluzionario completo di cappello frigio incarcerato dietro le sbarre.
In L’Intox vient à domicile
, la Croce doppia – simbolo della Resistenza – diventa un’antenna televisiva e di conseguenza uno strumento di propaganda.

© Bibliothèque nationale de France

Quando gli scioperi entrano nella loro terza settimana e la stampa internazionale inizia a mostrare simpatia per i manifestanti, i poster sono oramai diventati oggetti ricercatissimi. Di fronte al sistema delle comunicazioni controllato dallo stato, i poster producono una loro narrazione alternativa come in Toute la presse est toxique (Tutta la stampa è tossica).

© Bibliothèque nationale de France

Il Journal Mural, prodotto tra il 13 e il 21 giugno, è una pubblicazione alternativa prodotta sempre dall’Atelier Populaire per essere incollata sui muri oppure fatta circolare fra i manifestanti. In questo modo i manifesti, che finora sono stati stampati per comodità sui giornali forniti da lavoratori in sciopero, cambiano forma e contenuto.

Journal Mural, n.4 – © Bibliothèque nationale de France

Il primo numero risponde alla richiesta del primo ministro Georges Pompidou di fraternità tra i cittadini con un resoconto degli attacchi della polizia contro gli studenti e una richiesta per la formazione di una université populaire d’été – università popolare estiva – da organizzare nel parco. Questi giornali da parete accostano con un chiaro intento provocatorio, gli articoli dei media ufficiali con l’immediatezza della strada e l’osservazione di prima mano degli eventi.

© Bibliothèque nationale de France

Il maggio 1968 ha rappresentato quindi l’estremo tentativo da parte di una parte della società di seguire il pensiero di Guy Debord e del Situazionismo in cui la vita e l’arte eliminano i loro confini e si fondono fino a diventare un’esperienza artistica tout court, creando cioè quella che il pensatore francese definiva La Situazione.

Un libro vi porta alla scoperta dei caratteri della grafica underground

Uno dei libri che più mi ha incuriosito negli ultimi mesi e che mi ero riproposto di presentarvi è senz’altro Pschedelitypes, libretto uscito oramai 3 anni fa in occasione del 90° compleanno del grande Ed Benguiat, nato il 27 ottobre 1927.
La copertina non include i suoi caratteri tipografici – l’immagine riportata sotto il titolo è l’Arabesque di Dave Davison – ma all’interno contiene un meraviglioso e preziosissimo compendio dei caratteri tipografici degli anni Sessanta.

© 1968 Photo-Lettering, Inc. Digital capture: Letterform Archive. License: All Rights Reserved.

Le lettere utilizzate nei manifesti del Fillmore di Victor Moscoso e del recentemente scomparso Wes Wilson a partire dal 1967 sono state una chiara ispirazione per la serie Pyschedelitypes.
La collezione Pschedelitypes è una delle tante brochure a tema pubblicate da Photo-Lettering, Inc.
PLINC, come era affettuosamente nota a tutti i principali direttori artistici del periodo, è stata un pilastro dell’industria della pubblicità e del design a New York City dal 1936 al 1997.
Ciascuno carattere ideato o analizzato da PLINC necessitava di più di 200 ore per essere completato, originariamente disegnato a mano con penna e inchiostro da esperti type designers.
Questi alfabeti erano originariamente esposti su lastre di vetro, mentre successivamente si passò alla pellicola.
Questo opuscolo, pubblicato immediatamente a ridosso dell’esplosione del movimento artistico che prenderà in seguito il nome di Psichedelia, mostra i nuovi caratteri tipografici dei più famosi poster rock del mondo.
Oltre ai caratteri tipografici, Psychedelitypes riporta alla luce una varietà  incredibile di effetti speciali che PLINC ha definito e offerto ai suoi appassionati di lettering come per esempio il famoso riempimento vorticoso e radiale che ha preso il nome di Psychemats, oppure le lenti a distorsione ed i layout caleidoscopici.

© 1968 Photo-Lettering, Inc. Digital capture: Letterform Archive. License: All Rights Reserved.
© 1968 Photo-Lettering, Inc. Digital capture: Letterform Archive. License: All Rights Reserved.

La pagina sopra, per esempio, mostra il cosiddetto Kaleidograph, una tecnica che probabilmente è stata usata anche per la copertina e cche è un vero e proprio classico della grafica psichedelica.
Sulla destra invece ci sono esempi di caratteri tipografici tipici dell’editoria e della grafica underground e non solo. Lettering che in seguito avrebbero preso i nomi di Village, Davison Arabesque e Scorpion.
All’interno di questo volume, oramai obiettivo di vere e proprie ricerche bibliofile, troviamo anche alcuni lavori di Manfred P. Kage, chimico , fotografo e regista tedesco che ha avuto il merito di aver coniato il termine “Science Art” alla fine degli anni ’60.

Manfred P. Kage | Kristalloptische Bildwerke (1956)
Manfred P. Kage | Audioskop (1965)

Le sue invenzioni includono “Polychromator” (1957), una sorta di sintetizzatore ottico e “Audioskop” (1965), che consentirono la visualizzazione di musica dal vivo a colori.
Dal 1967 ha sviluppato installazioni multimediali e successivamente ha lavorato insieme ai Pink Floyd su sintetizzatori video e simultaneità fra la creazione automatizzata di suoni ed immagini.
Se ancora non vi siete innamorati di questo opuscoletti che solo a prima vista è stato concepito ad uso e consumo degli addetti ai lavori, ecco alcune pagine che vi possono convincere ulteriormente di quanto spettacolare possa essere lo studio del lettering sixties.

FRISCOSPEAKS n.1 É FUORI !!!

Eccoci finalmente,
dopo settimane, mesi di lavoro, di contatti, telefonate, mail e tutte le infinite beghe del caso, finalmente ci siamo, insieme agli amici di Concretipo Studio, siamo felici di potervi dire che FRISCOSPEAKS è fuori!

Ma cos’è FRISCOSPEAKS?
Un magazine semestrale sulla cultura indipendente.
Una Jam Session grafica dove non c’è inizio né fine, non esistono generi o barriere, tutto si unisce a formare un nuovo format collettivo e sperimentale.
Uno strumento per conoscere la storia, i personaggi, le riviste e tutto quanto appartiene al mondo underground.
Uno sguardo libero e anarchico su tutto quanto si muove in questo strano mondo che spesso sembra andare a rotoli ma che riesce ancora e sempre a proporre idee, stili e linguaggi nuovi e originali che riescono a dare una lucida e folle speranza.

Venti amici, fra scrittori, illustratori, fumettisti e chissà che cos’altro, hanno creduto insieme a noi a questo pazzo progetto nato quasi un anno fa e che oggi è diventato realtà, una realtà stampata su di una bellissima carta Favini Shiro, ecologica, riciclata e biodegradabile.

FRISCOSPEAKS E’ UNA JAM SESSIONE GRAFICA

Non c’è molto altro da aggiungere, salvo le informazioni di servizio per cui è bene sapere che oltre che nel nostro shop online, FRISCOSPEAKS lo trovate, a partire dal mese di Settembre, nelle seguenti librerie sparse in tutta Italia:

Facto MONTELUPO FIORENTINO (FI)
Spine Bookstore BARI
Libreria Colibrì MILANO
Reading Room MILANO
Folk CATANIA
Libreria Todo Modo FIRENZE
La Cite’ Libreria FIRENZE
Leporello ROMA
Libreria On the Road MONTE SILVANO (PE)
Libreria Lik e Lak PUTIGNANO (BA)
Libreria MU LANCIANO (CH)

Ci vediamo a Dicembre per il numero 2!!

Mod Love, il fumetto psichedelico di Michel Quarez

Michel Quarez nasce a Damasco in Siria nel 1938 ma si trasferisce e vive per tutta la sua vita a Saint-Denis a Parigi dove vive e lavora ancora oggi.
Studiato belle arti a Bordeaux e arti decorative a Parigi prima di trascorrere degli anni a Varsavia, specificatamente nello studio dell’artista grafico Henryk Tomaszewsky) ed a New York dove inizia a collaborare con un’agenzia pubblicitaria e in una casa editrice di fumetti, la Western Comics, in cui inizia a cimentarsi con il mondo dell’illustrazione per poi passare successivamente alla poster art nel 1980.

Michel Quarez

La scoperta dei suoi lavori è stata per me imprevista ed oserei dire goduriosa, una delle infinite perle che solo il mondo underground sa regalare per chi osa e ama fare ricerca nelle sue infinite e ombrose pieghe.
Grafico, illustratore e poster artist, Quarez si inquadra perfettamente nel solco dei maggiori artisti europei che hanno rivisitato quella che era la grafica psichedelica originaria degli anni Sessanta e ne hanno ridato nuovo lustro attraverso lavori tanto interessanti quanto sconosciuti.
Un esempio perfetto di tutto ciò è Mod Love, un fumetto in formato rivista scritto da Michael Lutin e pubblicato
nel 1967 dalla Western Comics, stessi editori anche di Dell e Gold Key.
Un lavoro bellissimo che utilizza tecniche di stampa insolite e sofisticate per il periodo che rende Mod Love unico e caratterizzato da un look piacevolissimo.
Durato (ahimé) un solo numero, dal punto di vista del contenuto narrativo, con i suoi romanticismi un pò banali, non è certamente al livello dello stile grafico.

Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love
Mod Love

I redattori della Western Comics pensano di utilizzare il termine Mod, assai in voga negli anni Sessanta, fosse la chiave per aumentare le vendita.
Questo risulta chiaro anche dagli altri titoli  pubblicati dalla Western con titoli Mod come Mod Wheels, The Modniks e Zody the Mod Rob. Ma altrettanto chiaro ed evidente è l’errore visto che il solo fumetto che ebbe una vita duratura con 19 numeri pubblicati.

Mod Wheels

Il lavoro di Quarez è oggi amato e riconosciuto in tutto il mondo grazie alle sue opere successive agli anni Sessanta, i suoi poster composti da grandi strisce di colori fluorescenti combinate con uno stile pittorico bambinesco ed a prima vista naif.
Impegnato, intransigente, Quarez è riuscito nel tempo ad imporre la sua estetica ed i suoi colori fluorescenti nell’ambito della poster art e della cartellonistica riscuotendo un grande successo soprattutto in Francia.

Quarez Fete Des Tulipes
Quarez Mois Du Graphisme

Tutto lo sport nelle illustrazioni di Akira Yonekawa

Akira Yonekawa è un illustratore giapponese che riesce ad unire una tradizione che si ispira al mondo dei vecchi fumetti anni Cinquanta e Sessanta come il famoso Astroboy, ad un certo genere di pubblicità dichiaratamente pop sulla scia di Roy Licchtenstein, fino alle infinite mascotte che popolano ad ogni livello, le squadre sportive americane fin dagli anni Sessanta.
Yonekawa, laureatosi alla Aichi Toho University in graphic design nel 1985, vive e lavora ancora oggi a Aichi, in Giappone dove predilige utilizzare della tecnica digitale classica di Photoshop e Illustrator.
All’interno dei suoi lavori, Yonekawa cerca di inserire regolarmente elementi dal fascino retro come esagerate espressioni facciali dei personaggi, caratteri tipografici ricercati, scivolamenti e bruciature, il tutto sempre mantenendo l’attenzione all’utilizzo di carte e supporti invecchiati o scoloriti.
Come detto, la passione di Yonekawa per lo sport trae origine dalla lettura dei manga sportivi, in particolare di Ashita no Jô di Tetsuya Chiba.

Ashita no Jô

Il manga, noto in Italia come Rocky Joe, è incentrato sul mondo della boxe ed evidenzia la fatica e l’ostinazione di un pugile che vuole sfidare il campione del mondo.
L’ispirazione di Yonekawa, vero patito di quasi tutti gli sport, viene spesso proprio dalle notizie sportive come, per esempio, dimostrato dalla seriedi illustrazioni dal titolo Kick Your Ass che raffigura il contrattacco di una squadra di basket.
Questo lavoro è stato ispirato da Naomi Osaka, la 17enne tennista giapponese che ha vinto la US Open femminile Campionato Singolare nel 2018.

“Kick your ass!”

Quello che ha colpito Yonekawa della giovane tennista allora semi sconosciuta è stata la sua tenacia nel battersi contro avversarie a prima vista molto più forti di lei e questa voglia e ostinazione sono state rappresentate nel lavoro sia pure traslate in un altro sport, il basket.
Un’altra influenza su Yonekawa che deriva dal mondo dello sport è la fiducia nei più deboli, negli sfavoriti e l’emozione che ci contagia quando un atleta supera le avversità pur di arrivare alla vittoria.
Quando naviga o legge manga sportivi, Yonekawa fa skateboard, altra sua grande passione soprattutto per il suo studio sulla storia della grafica skate e la sua evoluzione fino ad oggi.
Grande fan delle storiche grafiche targate Santa Cruz e Powell Peralta, cresce adorando e copiando senza sosta i lavori di una vera e propria leggenda del settore, Jim Phillips .

“Screaming hand”
Jim Phillips

Questa sua passione è testimoniata anche dalla sua recente collaborazione con la compagnia di Black Cat Skateboards con sede a New York.

Black Cat Skateboards
Black Cat Skateboards
Black Cat Skateboards

Uno degli aspetti più interessanti di tutti i suoi lavori è lo studio sul movimento, sull’azione dei suoi soggetti sempre ritratti in qualche mossa sia sportiva che non.
L’utilizzo costante dei mezzitoni e delle texture classiche del fumetto anni Cinquanta, donano ai suoi lavori una classicità che li ferma nel tempo, lasciando il dubbio del periodo di realizzazione.
I lineamenti risentono indubbiamente della tradizione di un manga dei tempi andati ma la mano di Yonekawa riesce a donare comunque un’originalità fresca e convincente.
Se a tutto questo ci aggiungete una passione sconfinata per la pop culture americana fatta di fumetti, loghi, pubblicità e icone a stelle e strisce, riuscirete a capire la bellezza e la complessità di questo straordinario artista.

“PLEASE PLEASE PLEASE..”
WEIRD SKATERS
SKATE AND SURF ARTS
SKATE AND SURF ARTS
Red and Blue

 

Lee Conklin e l’arte psichedelica in bianco e nero

Una delle regole principali della grafica psichedelica, anche per la sua stessa natura di estetica visionaria e destabilizzante, è quella di un utilizzo a volte estremo e spinto al limite dell’utilizzo del colore.
Ma come ogni regola che viene presa come stereotipo, esistono poche ma per questo importanti eccezioni. Quella di cui vi parlo oggi è rappresentata da un artista che, nella sua carriera, ha fatto del bianco e nero una vera e propria devianza stilistica. Si tratta di Lee Conklin, artista noto per la sua appartenenza al gruppo di artisti che a partire dalla fine degli anni ’60 iniziano a rivoluzionare la poster art.
Conklin, nato a Englewood Cliffs, nel New Jersey nel 1941, frequenta la Spring Valley High School di New York e il Calvin College di Grand Rapids, nel Michigan dove inizia a lavorare come fumettista nel giornale del college fino al 1965 quando viene chiamato a prestare servizio presso l’esercito degli Stati Uniti.
Sulla scia dei lavori dei famosi Big Five di San Francisco, Conklin, non appena terminato il servizio militare, inizia nel 1968 a produrre poster per il Fillmore West, storico locale rock and roll di San Francisco, in California, gestito da Bill Graham dal 1966 al 1971.
Il nome, che diventa leggendario negli Anni Sessanta, deriva dall’incrocio tra le due strade centrali, Fillmore Street e Geary Boulevard, dove era situata la Sede degli uffici di Graham dal 1966 al 1968.
Oggi, proprio in quel famoso incrocio, c’è un concessionario di automobili ma dal Giugno 2018, nei due piani superiori dell’edificio è stato riaperto un locale per concerti chiamato SVN West.

Nel 1972 si trasferisce a New York, lasciando per un lungo periodo la poster art dedicandosi ad altri progetti. Torna a fare l’artista a tempo pieno nel 1990 e attualmente vive nella California centrale con sua moglie e gestisce la sua pagina Facebook dopo aver mollato il suo blog.
Tornando alla sua fase in rigoroso bianco e nero, arriviamo alla rivista oramai introvabile in versione cartacea, dal titolo Psychedelic Review edita dal 1963 al 1971 da quello che oggi è il MAPS, Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies che ha il merito di aver archiviato in versione digitale l’intero catalogo della rivista.
Psychedelic Review è stato la prima rivista ad affrontare seriamente e scientificamente quello che stava diventando un fenomeno diffusissimo fra i giovani, ovvero l’esperienza di alterazione e espansione della coscienza attraverso sostanze come l’LSD, la psilocibina e la mescalina.
Pubblicato inizialmente dall’International Federation for Internal Freedom, Psychedelic Review era il prodotto teorico degli studi di un gruppo di medici guidati dalla coppia Timothy Leary e Richard Alpert, che si è posto l‘obiettivo di aumentare il controllo dell’individuo sulla propria mente.
Il termine Psychedelic deriva dalle parole greche psykhé (anima) e dêlos (chiaro), nel senso di allargamento della coscienza.
Nel primo editoriale della rivista si affermava che “un ritorno all’orientamento interiore non è affatto nuovo. Da Platone ad Assia, i filosofi occidentali hanno scritto e studiato esperienze che vanno oltre la nostra oscura percezione quotidiana della realtà.
Proprio la percezione distorta della realtà ha sconvolto l’estetica degli Anni Sessanta, dal cinema alla musica, fino alla grafica e, di conseguenza, all’editoria con opere stravolgenti e lettering illeggibili.
Di queste nuove tendenze, hanno beneficiato artisti come Lee Conklin e altri che hanno prodotto in questo periodo opere che uniscono il simbolismo magico al surrealismo.
Nello specifico caso di Conklin, e della sua collaborazione con Psychedelic Review, è interessante analizzare e apprezzare l’originale ed innovativo utilizzo del bianco e nero, totalmente in contro tendenza con il mood ultra cromatico del tempo che Conklin ha continuato poi ad utilizzare in alcuni dei suoi poster.
A distanza di oltre cinquanta anni, le opere di questa serie di Conklin restano rari esempi di arte psichedelica monocromatica e dimostrano come la grafica psichedelica non si può, come banalmente e generalmente viene fatto, ricondurre essenzialmente alla forza dei colori.


Quando la grafica incontra il ritmo del cha cha cha nascono lavori straordinari

All’inizio degli anni ’50, nel Silver Star Club, una vivace discoteca all’Avana, Cuba, la famosa Orquesta America iniziò a suonare le nuove composizioni di un giovane musicista di nome Enrique Jorrin.
A quel tempo, il mambo aveva domina le piste da ballo non solo di Cuba, ma di tutto il mondo.
Le nuove canzoni e musiche si basano sui ritmi caraibici, ma hanno qualcosa di differente. Lo stile e soprattutto il ritmo di Mr. Jorrin sono più lenti e meno sincopati del mambo classico.
I ballerini, impazziti per questo nuovo sound, iniziano ad improvvisare un nuovo passo fatto di tre diversi movimenti di gambe che produce uno strano suono, è nato quello che passerà alla storia come il cha-cha-cha.
Da dove deriva questo nome così strano? Il cha cha cha è un’onomatopea dal suono che proviene dal movimento dei piedi dei ballerini quando ballano i tre rapidi passaggi consecutivi che caratterizzano la nuova danza.
Nel 1953, Orquesta America pubblica le prime composizioni cha-cha-cha mai registrate prima di allora. L’album diventa subito virale, come si dice oggi, ed arriva il grande successo a Cuba prima, poi a Città del Messico, e alla fine in tutta l’America Latina, negli Stati Uniti e in Europa occidentale.
Il mondo decide che è giunto il momento di superare il mambo e di abbracciare i ritmi più sensuali di cha-cha-cha.

Per i designer e gli artisti che lavorano sulle copertine degli album del periodo, il nuovo stile derivante dal cha-cha-cha offre una straordinaria opportunità di sperimentare e creare nuove estetiche prima di allora impensabili.
L’aspetto dei dischi cha-cha inizia pertanto a diventare un campo da gioco dove grafici e designer si sfidano con creazioni sempre più colorate ed innovative e he influenzeranno molte generazioni di designer dagli anni ’50 ad oggi.
Così come la stessa musica e la danza del cha cha cha, il nuovo stile di design ha una potente carica di giocosa sensualità e si basa su bellissime composizioni tipografiche e su nuovi modi di utilizzare la fotografia ed i colori.

Ad uno sguardo più attento infatti si possono rintracciare alcune linee guida di questo nuovo fenomeno grafico.
Si diffonde un uso audace e innovativo della tipografia e del suo accostamento con la grafica e la fotografia che influenzerà moltissimi ambiti grafici e di design e che, ancora oggi, può mostrare le sue influenze su marchi come Kate Spade, West Elm e Jonathan Adler.

Kate Spade graphic 2011

Il cha cha cha è un ballo divertente e spensierato e questo aspetto ha convinto molti designer a mostrare come elemento principale dei loro lavori proprio le persone che ballano sulla copertina dell’album.

Nelle copertine degli anni Cinquanta si diffonde l’utilizzo di donne in abiti succinti e pose sessualmente provocatorie, una vera e propria rivoluzione in un ambiente che vedeva ancora una netta e rigorosa predominanza degli uomini anche in ambito comunicativo e grafico.

Altro elemento essenziale della grafica del ha ha cha è senza ombra di dubbio la presenza di elementi immediatamente riconducibili alla cultura latina.
Oggetti quali le maracas o i bongos diventano perciò dei riferimenti visivi immediati per questo tipo di grafiche, solitamente accompagnati da

La tradizione di combinare la fotografia in bianco e nero con sovrapposizioni di colori viene spinta al massimo in alcuni casi di grafica cha cha cha anche se, a dirla tutta, il ritaglio delle fotografie risulta veramente brutale e non del tutto qualitativamente accettabile.

Quando il cha cha cha incontra la grafica il risultato è molto simile a quello che negli anni verrà definito come lo stile exotic; fra tiki art e immancabili riferimenti alla tipografia di Saul Bass, queste copertine rappresentano un esempio di creatività di uno dei mille sottogeneri del mondo del design indipendente ancora oggi sinonimo di stile ricercato, ma comunque underground.

Uno dei più importanti eroi della grafica indipendente: Barney Bubbles

Barney Bubbles è il nome d’arte da sempre utilizzato da Colin Fulcher, artista inglese nato il 30 luglio 1942 a Tranmere Road, Whitton, nel Middlesex, Inghilterra.
Frequenta la Isleworth Grammar School e nel 1958 frequenta il corso di visual design presso la scuola d’arte del Twickenham College of Technology.
Durante i suoi cinque anni al college, Bubbles ha ricevuto un’educazione orizzontale e diversificata che comprende tematiche quali il design, la fotografia, la grafia e il packaging, tutte competenze che in seguito sarebbero tornate utili nella sua carriera nell’ambito musicale.
Nel 1963 abbandona gli studi per lavorare come assistente presso la prestigiosa società Michael Tucker di Londra che annovera fra i suoi clienti brand quali Pirelli per la quale Bubbles produce poster per video e manifesti pubblicitari senza però apporre la sua firma.
Nel maggio del 1965 Bubbles entra a far parte del gruppo The Conran come senior graphic designer ma soprattutto inizia, insieme a due diplomati del Twickenham Art College, David Wills e Roy Burge, l’attività che ama di più, quella cioè di organizzatore di eventi sotto lo strano pseudonimo di A1 Good Guyz .
Nel 1967 Fulcher, divenne noto con il nome di Barney Bubbles, nome d’arte nato quando Fulcher inizia a lavorare come ingegnere e creatore di light show in tipico stile psichedelico.

Colin Fulcher (aka Barney Bubbles). Photograph by David Wills, 1966

Lo spettacolo era solitamente organizzato per accompagnare i concerti di una band, i Gun and Quintessence in locali underground di Londra tra cui il Roundhouse, il Drury Lane Arts Lab di Jim Haynes o l’Electric Cinema.
Con David Wills, Bubbles si getta a capofitto nel lavoro di grafico freelance con  cui riprogetta la rivista Motor Racing e soprattutto cura il numero 12 della leggendaria rivista underground Oz magazine nel maggio 1968.

“Existence is Unhappiness” fold-out poster from Oz no. 12, 1968
“Existence is Unhappiness” fold-out poster from Oz no. 12, 1968
“Existence is Unhappiness” fold-out poster from Oz no. 12, 1968

All’inizio del 1969 Bubbles prende in affitto un edificio di tre piani al 307 di Portobello Road a Notting Hill Gate, nella zona ovest di Londra, che trasforma lo spazio al piano terra in uno studio di grafica che lavora principalmente per l’industria musicale, ribattezzato Teenburger Designs.
Il suo primo progetto di sleeve da record era per LP In Blissful Company (1969) della band Quintessence.

In Blissful Company, Quintessence, 1969

Il design della copertina del disco mostra un’illustrazione apribile della figura mitologica indiana di Gopala sul davanti. Un perfetto esempio della grafica psichedelica del periodo.
Teenburger ha anche realizzato progetti per altre band come Brinsley Schwarz, Red Dirt, Cressida, Gracious! e Dr Z, il cui LP Three Parts To My Soul è particolarmente noto per la sua copertina pieghevole complessa e colorata.

Brinsley Schwarz, Brinsley Schwarz, 1970
Cressida, Cressida, 1970

Dopo la chiusura di Teenburger nel 1970, Bubbles lavora per un periodo come designer del giornale underground Friends, in seguito ribattezzato Frendz.

Friends magazine, 1971

Mentre lavorava a Friends, Bubbles inizia a collaborare con la band Hawkwind e per la quale crea una serie di cover dei loro album, tra cui In Search of Space, Doremi Fasol Latido e Space Ritual.

Hawkwind, In Search of Space, 1971
Hawkind, Doremi Fasol Latido, 1972
Hawkind, Space Ritual, 1973

Bubbles lavora in modo nuovo all’identità visiva del gruppo, progettando poster, pubblicità, decorazioni sceniche e chiaramente le cover degli album e del merchandising.
Nel 1972, Bubbles produce il triplo LP dal titolo Glastonbury Fayre che comprende un set di arte carte piegate a sei pannelli, due poster, un libretto e addirittura un ritaglio che, tutto insieme , andava a costruire una piramide in miniatura che poteva essere inserita nel classico sacchetto trasparente per vinile, un concept assurdamente avanguardistico e fuori mercato, tipico di Bubbles e della sua voglia di spingere la propria creatività sempre ai margini più estremi delle possibilità.
Dal 1973 in poi Bubbles accentua una tendenza che era già presente nei suoi lavori precedenti, quella cioè di eliminare del tutto e per scelta, la propria firma dai suoi lavori.
Durante questo periodo disegna copertine per album e materiale promozionale per artisti come Sutherland Brothers, Kevin Coyne, Edgar Broughton Band, Chilli Willi e Red Hot Peppers, Quiver, Kursaal Flyers e Michael Moorcock e Deep Fix. Nel 1976 si chiude la sua storia collaborazione on gli Hawkwind.
Barney Bubbles entra dunque a far parte della Stiff Records del fondatore dell’etichetta Jake Riviera, come designer e art director all’inizio del 1977, ma quando Riviera lascia la Stiff alla fine del 1977, Bubbles lo segue nella sua nuova etichetta Radar Records e più tardi anche nella F-Beat Records.
Per tutte queste etichette, Bubbles crea progetti unici e originalissimi, per artisti quali Elvis Costello, Nick Lowe, Carlene Carter e Clive Langer & The Boxes.
Il suo stile è emerso fin dalla fine degli anni Sessanta per il suo sapiente utilizzo dei colori, sempre forti ma mai stucchevoli.
La sua grafica si è sempre appoggiata moltissimo sui riferimenti geometrici, pescando a piene mani nella storia della grafica musicale ma cercando ostinatamente di modificarne il percorso stabilito dal mercato in favore di una ricerca genuina e coerente di una libertà espressiva che andasse ben oltre le mode del momento.
Nel 1979, oramai un nome assai noto negli ambiti della musica indipendente, Bubbles viene ingaggiato da uno dei più importanti giornali musicali inglese, quel New Musical Express conosciuto da tutti con il semplice nome di NME lavorare ad una completa revisione del marchio.

LOGO NME di Barney Bubbles
LOGO NME di Barney Bubbles

La riprogettazione di Bubbles del logo NME incorpora e rivisita elementi della Pop art e della poster art sovietica degli anni Venti in un formato grafico elegante ed avveniristico.
Il suo restyling includeva un nuovo logo con scritte in stile militare pulite che annunciava il passaggio del titolo da New Musical Express a NME.
Nel 1979 Derek Boshier cura una mostra dal titolo Lives alla Hayward Gallery di Londra e commissiona a Bubbles la progettazione del catalogo e del poster.

Manifesto mostra: Lives

Uno degli aspetti che però hanno da sempre accompagnato la vita di Barney Bubbles è una forma acuta di depressione paranoica che, alla fine degli anni Ottanta si acuì a causa di alcuni problemi finanziari e soprattutto per la una sua percezione di essere oramai fuori moda nel mondo della grafica.
Durante uno dei suoi periodi più bui, questo terribile fantasma che da sempre lo accompagnava, lo porta al suicidio avvenuto a Londra il 14 novembre 1983 quando si uccide chiudendosi la testa all’interno di un sacchetto riempito di gas. Aveva 41 anni.
A distanza oramai di quasi quarant’anni, si può sostenere che Barney Bubbles può essere inserito a buon diritto fra padri fondatori della grafica indipendente, autore di centinaia di copertine, poster e illustrazioni diffuse in milioni e milioni di copie in tutto il mondo.
Per chi volesse approfondire la sua arte, e onestamente dispone di un buon budget, è vivamente consigliato il volume di Paul Gorman Reasons to be Cheerful, Paul Gorman’s book on the graphic design genius and radical visual artist Barney Bubbles pubblicato nel 2008 che la rivista musicale britannica Mojo ha eletto a Libro dell’Anno.

Reasons to be Cheerful, Paul Gorman

Nel gennaio 2012, BBC Radio 4 ha trasmesso un documentario dal titolo In Search Of Barney Bubbles, scritto e prodotto da Mark Hodkinson.
L’importanza di Barney Bubbles trascende, a mio avviso, la sue opere e si staglia sopra i generi e gli stili, i periodi e le tendenze, riuscendo a toccarle tutte pur non divenendo mai un autore di genere.
Sfuggente, assurdamente unico nelle sue idee di grafica, ha mantenuto sempre una sua coerenza ed un’eticità che, dalle esperienze più underground di OZ magazine, fino ai moderni video clip, è davvero rara da trovare in altri autori.
Figura unica, trasversale e contorta così come la sua personalità, di Bubbles resta e resterà sempre l’esempio da insegnare a tutti i giovani grafici di come si possa lavorare e creare arte mantenendo fede ai propri gusti e principi più che alle influenze esterne, passeggere come la piuma di Forrest Gump.

Mari Tepper è una delle poche artiste femminili nella storia della poster art psichedelica

Mari Tepper nasce a San Francisco da una famiglia di pittori, Mari Tepper ha vissuto la maggior parte della sua vita nella Baia e ha vissuto molti dei cambiamenti della città, da una città vissuta essenzialmente dalla classe operaia con quartieri multi etnici distinti fra loro, fino alla grande città, addirittura costosa per molti. Attualmente vive nel quartiere di Mission.
Laureatasi alla Lowell High School, Mari è cresciuta con la madre, i due fratelli gemelli e il fratello maggiore.
La famiglia vive ad Haight negli anni ’60, dove per le strade scoppia la rivoluzione controculturale e si diffondono le nuove sostanze psichedeliche, la nuova musica e la nuova grafica.
In questo periodo Mari inizia a disegnare, come molti altri artisti, i poster per le innumerevoli serate e concerti organizzate qua e la in città. E’ proprio in questo periodo che inizia a firmare i suoi lavori come Mari.
I suoi primi poster le vengono commissionati da Bill Graham, il più grande impresario della sua epoca, che gestiva tutti gli eventi del famoso locale Fillmore East, poi affiancato per un breve periodo dall’esperimento del Fillmore West a New York.

Mari Tepper
1967
Mari Tepper
1968

Proprio al Fillmore passano tutte, ma proprio tutte, le maggiori band del tempo e per ognuna di loro, Bill fa stampare splendidi poster sia dagli artisti oramai divenuti conosciuti a livello internazionale come Rick Griffin, Victor Moscoso, Alton Kelley e Wes Wilson, sia iniziando a ricercare nuovi talenti fra i quali anche la stessa Mari Tepper che sta ancora frequentando il liceo e aveva da poo cominciato a creare manifesti per The Committee Theatre e per la American Newsrepeat Company, uno stampatore di manifesti politici del quartiere.
I suoi primi lavori spaziano su tutte le principali attività underground che si organizzano in città, dai concerti rock, alle manifestazione dei gruppi politici locali, dagli eventi delle comunità gay agli spettacoli della Mime Troupe.
Anche se raramente veniva pagata, Mari si mette a disposizione di questo mondo un pò folle ma meravigliosamente colorato e romantico arrivando, piano piano, ad essere abbastanza conosciuta in tutta la California anche attraverso le prime prime
mostre di poster che cominciavano a richiamare amanti del genere.

Mari Tepper
1967

I lavori di Mari, molti dei quali non firmati, sono spesso riportati in molti libri sul rock e la grafica degli anni ’60, ma, come con molti altri artisti, è molto raro riuscire a rintracciare i suoi riferimenti ne tantomeno quanto a lei dovuto per quanto riguarda il copyright.

God Grows Hisv Own

Nel momento di maggior diffusione della poster art, mari decide di partire con suo marito per un viaggio di ben cinque anni per il New Mexico dove apprezza la vita contadina e soprattutto l’isolamento dal caos della grande metropoli.
E’ proprio durante il suo soggiorno nel New Mexico che sviluppa l’altro aspetto importante della sua arte, la scultura con la pasta di pane.
In questo periodo Mari da alla luce il suo unico figlio dal nome Angus.
Nel 1973, al suo ritorno a San Francisco dal New Mexico, vive una profonda crisi esistenziale he la porta, dapprima a chiudere la relazione con il marito, e poi a iniziare a frequentare soprattutto donne.
Questa sua nuova vita sentimentale sarà motivo di feroci diatribe con il marito per l’affidamento e che porterà la stessa mari a grossi problemi di salute e conseguentemente di creatività artistica.
Uno dei fattori chiave di tutta la carriera artistica di Mari è il suo costante attivismo politico che la portata, nel 1986, ad essere coinvolta con il movimento per i diritti dei consumatori e a diventare la co-fondatrice di Spirit Menders Community Center, associazione molto attiva nel supporto alle famiglie in difficoltà di San Francisco.
In tutti questi anni, Mari ha continuato quindi il suo lavoro creando poster per associazioni impegnate nel sociale, illustrazioni di libri e album e collaborando con la Top Floor Gallery, una famosa galleria d’arte queer piena di artisti e poeti.
Mari ha continuato a disegnare e dipingere per tutta la sua vita e ancora oggi le capita di essere informata da amici che il suo lavoro è esposto in questa o quella galleria senza che lei nemmeno sia stata informata. I curatori infatti, molto spesso non la contattano perché gran parte del suo lavoro è in collezioni private o addirittura privo di firma e quindi, a volte, non facilmente riconducibile a lei.
Il suo stile però, unico e originale nel panorama stilistico degli anni Sessanta, rimane un esempio di come la grafica psichedelica abbia saputo negli anni differenziarsi e assumere forme sempre nuove.
In lei sono riconoscibili le influenze di artisti a prima vista lontani dallo stile poi passato alla storia come tipicamente sixties.
I suoi corpi, allungati e trasfigurati nelle forme, rimandano vagamente da una parte a Egon Schiele ed alle sue silhouette scheletriche e, dall’altra, al mondo pop che poi sarà di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat.
Anche l’utilizzo del colore, quasi del tutto privo delle varianti fluorescenti tanto care ai nomi più conosciuti nell’ambito della poster art, è molto lontano dallo standard psichedelico con la scelta di utilizzare quasi sempre colori pastello e spesso limitandosi a 2, massimo 3, olori per poster.
Mari Tepper è quindi, a distanza di anni, una delle pochissime artisti femminili ad essersi ritagliata uno spazio proprio e autonomo, all’interno della poster art, disegnando lavori dal forte impatto visivo senza mai tralasciare il proprio timbro e stile individuale.

Mari Tepper
1967

In un libro a spirale il meglio della grafica hip hop degli anni novanta a New York

A metà degli anni ’90, il collezionista di memorabilia musicali Dan Cook era titolare di un piccolo negozio di dischi nell’East Village, New York.
Era sua abitudine girarsi la grande mela in lungo ed in largo alla ricerca di fogli, riviste e volantini del periodo o del passato ed in uno di questi suoi giri, precisamente ad una fermata nel Bronx, era solito intrattenersi in un negozio di dischi di cui si era innamorato e dove era solito trovare dei dischi nuovi, ma soprattutto usati, che lo facevano letteralmente impazzire.
Si trattava per lo più di dischi appartenuti a qualche DJ visto che erano di solito molto consumati, alcuni quasi al limite dell’utilizzo.
In alcuni casi le condizioni di questi dischi era così mal ridotte che Cook non poteva neppure pensare eventualmente di rivenderle.
Continuando però questa serie infinita di viaggi e viaggetti nel sottobosco underground di New York in alcuni anni Dan ha messo insieme una piccola collezione comprensiva anche di un gran numero di volantini troppo giovani per essere vintage ma troppo belli per venderli a prezzi stracciati come solitamente viene fatto con questo materiale per sua natura effimera.
Alcuni di questi flyers riportavano i concerti di alcuni dei suoi gruppi hip hop preferiti e avevano una grafica davvero fantastica, soprattutto se paragonata agli altri lavori prodotti al tempo anche al di fuori del mondo dell’underground.
Cook, non sapendo di preciso cosa farne, decise allora di tenerli e riporli in una scatola che per anni raramente ha aperto per mostrarli ad amici.
Proprio uno di questi, dopo aver riconosciuto in questo materiale una vera e propria ricchezza grafica e storica, ha suggerito a Cook di farne un libro.

È questa la storia che sta alla base dell’archivio dello stesso Cook che negli anni ha raggiunto dimensioni ragguardevoli cconvinendolo, proprio in questo 2019, a farne una pubblicazione assai utile per hi studia la storia della grafica, della musica e quindi dell’intero mondo underground.
Questo archivio rappresenta uno sguardo critico e archivistico sui numerosi volantini che hanno riempito le pareti, i muri ed un pò tutta la città di New York dalle sue scuole superiori fino ai club senza orari di chiusura in un periodo storico immediatamente precedente all’invasione dell’hip hop che, in poco tempo, ha conquistato il mondo intero.
In questo libro di 47 pagine rilegato a spirale come un vecchio taccuino dal titolo 47 Fly Flyers from the Early Hip Hop era, appena pubblicato da SUN, tutto questo archivio viene selezionato e riportato alla luce, mostrando una volta di più quanto sia importante una corretta catalogazione ed un sapiente archivio in modo da non perdere gli aspetti di sviluppo dei trend grafici dagli anni Novanta ad oggi di un ambito, quello dell’hip hop ancora poco studiata ma senz’atro, come l’intero sviluppo di questo grande movimento ci dimostra, enormemente diffuso e amato

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Typop-up è un libro tridimensionale sulla tipografica

Quello di oggi è un pezzo su un prodotto davvero unico, che mi ha intrigato fin da subito e solo per motivi contingenti è rimasto fermo.
Partiamo da una constatazione di base: il design classico di un libro considerato “normale” è bidimensionale, si sviluppa cioè su due dimensioni e fin qua, sono rari i casi di esperimenti su altre strade in questo senso.
Per più di 700 anni, artisti e book designer hanno cercato di smentire questo assunto apparente mente banale, per spingere i confini bibliografici del libro su nuove prospettive.
Nel libro di Mónika Rudics, giovane studente ungherese del Dipartimento Media and Design, dal titolo Typop-up, la ricerca si spinge verso un tentativo di rivoluzionare le regole di base della tipografia attraverso lo studio dei movimenti meccanici.
Il libro contiene alcuni elementi di basi della tipografia, tra cui un utile glossario sull’arte tipografica.

I punti su cui il lavoro della Rudics si basa sono di per se interessanti. Il lavoro di equilibrio ottico, gli studi sull’origine calligrafica, il bilanciamento degli spazi in bianco e nero, l’equilibrio e le proporzioni delle forme all’interno della grafica.
Tutto questo però poi viene tramutato in forme e materiali con uno studio davvero minuzioso e, per certi versi anche visionario.
Il design e l’illustrazione del libro infatti tentano di affrontare l’essenza del concetto di pop-up book e tutti i limiti e la ricerca che vi sta alla base.
Nello specifico stiamo parlando della stratificazione della carta, il suo aspetto nello spazio e il funzionamento meccanico degli elementi, il tutto enfatizzando le forme geometriche.
Come per ogni capolavoro però non credo siano le parole la parte importante, ma le immagini del libro stesso.

Throttle Magazine è stata la rivista hot rod prima che si parlasse di hot rod

Throttle Magazine è stata forse la prima rivista ad occuparsi interamente al mondo dell’hot-rod.
Nato nel 1941 a Los Angeles, in California per seguire il crescente movimento delle auto da corsa personalizzate, è durata solo un anno lasciando però una grande eredità nel settore editoriale sia dal punto di vista dei contenuti, sia soprattutto per l’aspetto estetico e grafico che ha gettato le basi per tutta un’infinita serie di magazine che successivamente sono nati.
I dodici numeri usciti nell’unico anno di vita includono un’edizione speciale dedicata alla corsa Indy 500 e il numero del primo anniversario, che sarebbe però stato anche l’ultimo.
La pubblicazione di Throttle Magazine cessò in un momento critico nella storia degli Stati Uniti, quello cioè del bombardamento di Pearl Harbor ed il conseguente ingresso all’interno della seconda guerra mondiale a cui decise di partecipare anche Jack Peters, editore della rivista.
Peters, nato in Oklahoma, frequenta il Liceo Artistico dove fa parte del Circolo della stampa e scrive per l’annuario.
Nel 1935 Jack decide di fare il primo passo stampando la sua prima rivista più o meno autoprodotta sul tema del car racing.
Nel 1937, insieme ai suoi amici Bill Burke, Joe Hunt, Bill Hunt, Joe Reath, Tom O’Mara, Bob Avery e Bruce Snitzler, forma il Road Rebels Car Club poi Western Timing Association WTA nel 1938.

Road Rebels members. From left to right, unknown, Tom O’Mara, Bob Avery, Bruce Snitzler, and Bill Burke. Photo provided by Dan O’Mara.
Another photo that were with the negatives above. Photo provided by Dan O’Mara.

Nel 1939 la WTA organizza 3 corse nel lago di Rosamond Dry nel deserto del Mojave pubblicizzati da poster tipografici creati dallo stesso Jack, che all’epoca lavorava ancora per una tipografia locale.
Dopo aver creato una newsletter per tutti gli affezionati, Peters compie il grande salto iniziando a stampare il suo progetto più ambizioso Throttle Magazine nel gennaio 1941.
Arruolatosi come detto nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale, per molti anni nessuno ha saputo cosa fosse successo a Jack Peters e molti hanno quindi pensato che fosse stato ucciso durante il suo servizio militare.
Dopo una lunga ricerca sul vero nome di Jack Peters che si è scoperto essere Jack E. Jerrils.
Nessuno sa perché lo pseudonimo sia negli anni diventato il suo vero nome, ma attraverso il nipote di Jack, Steven Jerrils, il sito The Rodder’s Journal è stato in grado di risolvere il mistero.
Nel settembre 1941 si scopre quindi che Jack divenne redattore di uno sperduto giornale della comunità di Crenshaw, Los Angeles chiamato Boulevard News.
Dopo essere tornato dalla guerra, nel 1947 Jack E. Jerrils si trasferisce a Carson, in California dove lavorerà per l’Harbour Belt Line Railroad nel porto di Los Angeles per 14 anni non smettendo però mai di scrivere per diverse riviste nazionali.
Nel 1957 Jack inizia a collaborare con il vecchio giornale locale Harbor Mail e contribuisce a lanciare un altro giornale, il Carson Sun.
Muore di cancro ai polmoni nel 1980 mentre sua moglie Phyllis lo raggiunge nel 1999.
È difficile non chiedersi il perché Jack non abbia ripreso in mano il progetto di Throttle Magazine dopo la guerra o perché non si sia più occupato, almeno pubblicamente, del mondo delle corse e dell’hot rod.
A prescindere dalle scelte personali di Jack E. Jerrils, quello che è certo è l’assoluta novità del progetto Throttle che presentava in maniera elegante e nuova le gare di hot rod che si svolgevano sui laghi asciutti che circondano Los Angeles presentando anche articoli sulle cosiddette gare speedway nel sud della California e le auto Champ.
Throttle Magazine fu pubblicato ancora prima che venisse coniato il termine Hot Rod ed a dimostrazione di questo suo salto nel futuro, il termine non compare mai da nessuna parte nei dodici numeri della rivista.

Throttle January 1941

Il sito The Rodder’s Journal nel 2010 ha realizzato un gran bel progetto, la pubblicazione del libro Throttle Magazine – 1941: The Complete Collection, un elegante volume che contiene le ristampe anastatiche dei numeri originali, comprese le copertine e le pubblicità.
Grazie a questo libro è possibile quindi riscoprire quelli che sono stati i pionieri del mondo hot rod come Wally Parks, Bill Burke e Lou Senter e vederli all’opera proprio nel loro momento magico.
Interessante è anche poter sfogliare ed ammirare anche alcune delle prime pubblicità dei marchi più iconici del settore hot rod come Edelbrock, Bell Auto Parts, Eddie Meyer e Sandy’s Muffler.

Il volume è un’importante testimonianza anche per gli studiosi di storia dell’editoria in quanto contiene anche un nuovo capitolo specifico sulla storia degli uomini che hanno originariamente pubblicato Throttle magazine.

Illustrazione o collage, con Adolf Hoffmeister non si sbaglia mai

Adolf Hoffmeister è un gigante della grafica del Novecento.
Uno dei maggiori disegnatori e illustratori del Novecento, ma anche librettista,  prosatore, avvocato, poeta, diplomatico, caricaturista, drammaturgo, ideologo, professore d’arte e combattente per le libertà dei rifugiati ebrei.

Adolf Hoffmeister, Parigi, 1968

Avrete capito che non parliamo di un personaggio qualsiasi.
Giovanissimo membro del gruppo  Devětsil accanto al teorico Karel Teige ed al poeta Vitezslav Nezval, un gruppo ceco di artisti d’avanguardia, abbandona ben presto la pittura a olio per dedicarsi quasi esclusivamente al ritratto caricaturale di cui diventerà un vero maestro come lo sarà nell’ambito del collage, in cui si evidenzia l’influenza esercitata sui suoi lavori da Max Ernst.
Negli anni ’30, l’ufficio legale in cui lavora rappresenta molti degli esuli tedeschi in fuga dal nazismo incluso Thomas Mann mentre, come membro della Mánes Association of Fine Arts, è stato determinante nell’introdurre e difendere l’opera di fotomontaggio antinazista di John Heartfield.

Adolf The Superman: Swallows Gold And Spouts Junk – 1932

Uomo mondano che conosceva molti personaggi chiave nell’arte e nella politica europea nel periodo tra le due guerre, Hoffmeister nasce a Praga nel 1902 da una famiglia benestante e aristocratica.
Prima che gli accadimenti precipito a causa del nazismo, dirige lo storico quotidiano ceco Lidové noviny dal 1928 al 1930.

Lidové noviny

Da sempre vicino al movimento Dada e successivamente al Surrealismo di Breton, fugge dal nazismo nel 1939 per recarsi Parigi dove viene internato per 7 mesi a La Santé, poi attraverso un rocambolesco viaggio per Casablanca, Lisbona e L’Avana, riesce a raggiungere New York nel 1941.
Nel frattempo però non rinuncia mai agli attacchi ai regimi totalitari del tempo. In un disegno-collage del 1943, un Mussolini dai tratti di Pietro Gambadilegno, clown bianco con cappello a pan di zucchero, si staglia sullo sfondo dei coloratissimi manifesti del circo in cui lavora insieme al sopraggiungente domatore Adolf Hitler.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale torna a Praga e si unisce al Partito Comunista e continua a lavorare sia nella diplomazia sia nel mondo accademico.
Hoffmeister sarà infatti ambasciatore cecoslovacco a Parigi, da dove viene frettolosamente richiamato nel 1951, quando comincia a insegnare cinema animazione alla Scuola superiore di design di Praga, sferzando e provocando spesso la smorta situazione culturale cecoslovacca con originali interventi sulle arti figurative.
Il disegno cede intanto progressivamente spazio al collage.
Nascono così cicli fantastici come i Paesaggi tipografici del Caucaso (1959), collage ottenuti con ritagli dei giornali nazionali e sue illustrazioni.

Paesaggi tipografici del Caucaso – 1959

Sono di questo periodo le splendide illustrazioni per Il Giro del mondo in 80 giorni di Verne, libro di 250 pagine su cui Hoffmeister riversa un diluvio di fantasia, colore e genialità che difficilmente può non suscitare stupore.

Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959
Adolf Hoffmeister, Il giro del mondo in 80 giorni – 1959

L’occupazione di Praga dell’agosto del ’68 lo vede, pian piano, forzatamente allontanarsi dalla vita pubblica, fino alla sua definitiva espulsione dal Partito Comunista avvenuta nel 1970.

Il nuovo Playboy Francia è del tutto diverso e molto più vicino ai magazine indipendenti

Fina dalla sua comparsa nel 1953, Playboy magazine ha cercato di definire un’estetica della sensualità nuova e sempre al passo con i propri tempi, basti pensare al piccolo logo creato dal designer Art Paul per il secondo numero nel 1954 e ancora oggi simbolo del magazine.

Questo aspetto di ricerca è vivo più che mai se pensiamo alla versione francese del magazine che di recente ha visto un profondo restyling grafico che lo ha reso molto più attuale avvicinandolo al mondo dei moderni magazine indipendenti.
Questa rivoluzione è stata opera dello studio parigino République che, a riprova di quanto detto in precedenza, si occupa da sempre molto più di tipografia che di magazine per adulti.
Ogni edizione internazionale ha infatti un proprio team di progettazione separato da quello centrale in USA.
Questo ha fatto si che l’edizione francese abbia puntato sull’estetica facendo di Playboy un magazine di alto livello, piuttosto che una “semplice” rivista per uomini.
Se sfogliate Playboy France vi troverete dunque di fronte a layout sperimentali, ad un uso innovativo di caratteri tipografici e, nel complesso, ad una direzione grafica e progettuale che può assolutamente messa in relazione alla nuova estetica dei magazine indipendenti.

Il giornalismo rigoroso è ancora in primo piano da un punto di vista dei contenuti ma viene supportato da un approccio al design che sembra spingere l’idea di Playboy verso altre realtà editoriali quali il nuovo Johnny magazine, Luncheon magazine, etc..
République ha portato quell’approccio attento e audace al design di Playboy a partire dal 2018, quando la squadra, diretta dal fondatore dello studio Tom Uferas, è stata invitata a riprogettare il magazine.
La banda di Playboy è rimasta colpita dal lavoro di République per la rivista di calcio France Football, dove un approccio molto più artistico ha sostituito le classiche formule grafiche incentrate su fotografia di sudore, calciatori e manto erboso erboso.
Si è deciso quindi di distaccarsi notevolmente dall’influenza progettuale della rivista madre americana verso territori nuovi, più contemporanei e forse più idonei all’estetica francese e più in generale europea.

Con Plastic Paper si esplora il design contemporaneo attraverso i sacchetti di plastica di New York

Plastic Paper esplora le “urban flotsam” della cultura del design dei sacchetti di plastica a New York City

Come spesso accade il bello, l’originale e più in generale l’arte, può trovarsi in luoghi e oggetti che solitamente ci passano per mani, a prima vista anonimi e senz’anima.
Sta proprio qua uno degli aspetti più intriganti del progetto che oggi mi piace presentarvi, un progetto dal titolo Plastic Paper.
L’autore di Plastic Paper è Sho Shibuya – che gestisce lo studio di design a Brooklyn, Placeholder – ed ha concepito l’idea dopo essersi trasferito a New York nel 2011 e sopratutto dopo essere rimasto sconvolto dalla quantità di sacchetti di plastica disseminati per le strade dell’intera città.
Uno degli aspetti assurdi e interessanti che hanno colpito Sho è l’infinita gamma e tipologia dei diversi design e, ancora più particolare, i motivi e gli stili grafici che proprio nei sacchetti si scoprono ricorrenti.
Plastic Paper è divenuto quindi un libro di 144 pagine piene di fotografie iconiche scattate da Vanessa Granda e Henry Hargreaves che catalogano le loro scoperte di questo tipo, raccolte in quasi sette anni.

I sacchetti di plastica sono espressioni anonime di un mondo di design, afferma l’autore Sho, li vedi appesi al manubrio della bici di ogni fattorino, sono impigliati tra gli alberi senza foglie o sono avvolti attorno alle selle di cuoio dei ciclisti.
I sacchetti di plastica dunque come pezzi del paesaggio visivo della Grande Mela tanto quanto il brand I Love New York di Milton Glaser o la mappa della metropolitana di Massimo Vignelli e questo è ancora più chiaro se messi a confronto con lo stesso materiale ritrovato in altre città.
Ma Plastic Paper non è solo una celebrazione del graphic design fatto attraverso i sacchetti di plastica e di come questi testimonino l’importanza delle grafiche che vengono riproposte ancora e ancora negli anni. Si tratta anche però di evidenziare e porre l’attenzione sul problema delle materie plastiche e di come queste stanno distruggendo il nostro ambiente.
Non è infatti un segreto che i sacchetti di plastica monouso stanno soffocando le nostre città e l’intero nostro pianeta.
Questo libro è perciò anche un atto di sensibilizzazione per diffondere una maggiore attenzione verso gli oggetti che usiamo ogni giorno, spronando tutti verso un loro maggiore riutilizzo ed un minore spreco.
Come ulteriore parte del progetto, l’artista Anna Roberts ha ricreato alcune delle fotografie dei sacchetti di plastica di Vanessa Granda, trasformandole in dipinti.
Tutti i proventi della vendita di Plastic Paper andranno devoluti a Parley, un progetto di sensibilizzazione verso la cura degli oceani e del loro habitat naturale.

Con SCARTO l’architettura e l’editoria indipendente rinnovano un amore che viene da lontano

Il pezzo di oggi è dedicato ad un prodotto che ho espressamente ricercato, chiesto, voluto.
Si tratta di un progetto piccolo, si potrebbe dire sperimentale, di frontiera nel senso che tende ad esplorare punti possibili di contatto fra l’editoria indipendente e l’architettura, mondi a prima vista distanti ma che già in passato hanno dimostrato di sapersi parlare e conoscere.
Pensiamo alle incursioni di Archizoom Associati, il gruppo fiorentino di architetti formato da Andrea Branzi, Gilberto Coretti, Paolo Deganello,
Massimo Morozzi, Dario Bartolini e Lucia Bartolini che, nel 1967, contribuirono alla pubblicazione di Pianeta Fresco di Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass.

Del 1968 è la serie dei Gazebo, pubblicati sul primo numero della rivista milanese, in cui il linguaggio pop viene abbandonato per lasciare posto ad composizioni elementari iniziando così quello che è un processo teorico di ripensamento del ruolo culturale dell’architettura in rapporto alla realtà che ci circonda.

Archizooom – Profumi d’Oriente
Archizooom – Rosa dell’Islam
Archizooom – Splendori sul Nilo
Archizooom – Primavera stellata

I Gazebi  venivano promossi come prodotti di una ditta islamica – la Gazebos – ed erano una nota discordante rispetto al resto dei contenuti della rivista, in pieno stile Sottsass.
Questo è solo un esempio fra molti di come, architettura e mondo editoriale indipendente si continuino ad amare. Andate a dare un’occhiata per esempio a SAFT, il bel popgetto editoriale indipendente lanciato da due interessanti realtà quali ALAD e SOARC che da poco ha riunito i primi 9 numeri in un volume unico acquistabile QUA.
Oppure fatevi un bel giro sul sito Archizines, la meravigliosa vetrina di riviste e fanzine di architettura provenienti da tutto il mondo che rappresentano un’ottima alternativa alla stampa architettonica patinata.
Lanciato da Elias Redstone con la direzione artistica di Folch Studio, il progetto celebra e promuove l’editoria indipendente che si concentra sull’architettura.
Insomma, ce n’è per tutti i gusti, basta cercare..
Quello che dicevo, ho voluto cercare io arriva ancora da Firenze, precisamente dallo studio di architetti FiloFerro e si chiama SCARTO.
Scarto si presenta in modo elegante al lettore, senza essere pretenzioso, si trova dento una busta trasparente ripiegato nel suo formato A3 e stampato in una risograph stampata dai ragazzi di Concretipo in un colore diverso per ogni numero.

SCARTO n.00 e n.01

Il primo numero, vera e propria presentazione del progetto, descrive le intenzioni del gruppo e le finalità del prodotto specificando la volontà di “affrontare ed elaborare tesi riguardo tutte quelle pulsazioni che la città contemporanea – dunque la società – ed i suoi umori sviscerano quotidianamente“.

Filoferro Architetti – SCARTO #00
Filoferro Architetti – SCARTO #00
Filoferro Architetti – SCARTO #00
Filoferro Architetti – SCARTO #00
Filoferro Architetti – SCARTO #00
Filoferro Architetti – SCARTO #00

Il secondo numero di SCARTO, stampato in un pulitissimo risograph verde ed uscito nel Febbraio 2019, è l’inizio di un percorso di rivisitazione di spazi urbani attraverso gli occhi curiosi ed esperti del gruppo di Filoferro.
Quattro inserti per 4 luoghi, quattro descrizioni poetiche e dal linguaggio franco e diretto, descrivono realtà e luoghi nella loro essenza lasciando quasi che siano gli stessi spazi ad esprimere il loro punto di vista – vedi Tizio, ed a sottolineare contraddizioni e potenzialità oppure, come nel caso di Torniamo all’Autogrill, che siano direttamente i ricordi ad esprimersi liberamente.

Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01
Filoferro Architetti – SCARTO #01

Un punto di riflessione, un momento rubato alla frenesia, un progetto editoriale indipendente pensato e realizzato con cura.
Complimenti.

Lo stile unico di Eric Engstrom, quando la psichedelia incontrò l’arte tipografica svizzera

Devo ammettere che non conoscevo Eric Engstrom fino a pochi mesi fa, era proprio uno sconosciuto, nemmeno uno di quei nommi che sai di aver trovato qualche volta e che ti sei sempre detto che poi avresti approfondito.
Niente, non posso mentirvi.
Una volta però che ho scoperto chi era e cosa aveva fatto, non ci è voluto poi molto per decidere che valeva la pena presentarlo anche a voi.
Nato il 9 luglio 1942 a Plymouth, nel Massachusetts, Eric Engstrom ha condotto una vita direi normale sia pur avendo vissuto a pieno la controcultura degli anni Sessanta sia come persona sia come artista e grafico.
Era infatti uno spirito degli anni Sessanta con un’estetica mai giutna ad un punto fermo e sempre in continua evoluzione.
Dopo essersi diplomato in illustrazione alla Rhode Island School of Design a Providence, vicino a Boston, Eric ha proseguito gli studi universitari in arte e design presso l’Università del Massachusetts, precisamente a Dartmouth.
Ha fatto mille lavoretti per sbarcare il lunario, guida ai musei cittadini museo, cuoco di linea, grafico per associazioni del territorio, promotore di concerti rock e molto altro ancora.
La svolta nella sua carriera di grafico avvenne proprio grazie alla sua passione per il rock e la grafica che trovarono il modo di esprimersi al meglio grazie al Boston Tea Party, locale per concerti situato nel quartiere di South End a Boston, nel Massachusetts, e successivamente trasferito nel quartiere di Kenmore Square sempre a Boston.
Lo storico locale è stato associato da sempre al movimento psichedelico degli anni Sessanta rendendolo – anche per la somiglianza architettonica – quello che l’Avalon Ballroom e il Filmore erano per la San Francisco hippies.
essendo simile in questo modo ad altre sale contemporanee come l’Electric Factory di Philadelphia, l’Avalon Ballroom di San Francisco o il Fillmore East di New York.
Inizialmente ospitava esclusivamente attori locali, ma ben presto, sotto la crescente ondata di acid rock, il locale iniziò ad ospitare artisti quali  Grateful Dead, Neil Young, Frank Zappa, Pink Floyd, Cream, Fleetwood Mac, The Allman Brothers Band, Joe Cocker, Jimi Hendrix,  The Byrds, Santana e The Who.
Nel 1968 la stazione radio WBCN, di proprietà degli stessi gestori del Boston Tea Party, iniziò a trasmettere dalla stanza sul retro del locale divenendo in breve tempo la stazione rock più quotata del mercato statunitense.

D. Arthur Hahn
Giugno 1967
Bob Driscoll
Marzo 1968
D. Arthur Hahn
Maggio 1967

I poster del Boston Tea Party erano concepiti in pieno stile grafico psichedelico e risentivano, come tutti del resto, delle novità estetiche apportate dai Big Five californiani, ma allo stesso tempo, si sono sempre caratterizzati, a prescindere dall’artista, per una propria specifica originalità che li differenziava sia dall’esplosione grafica fluorescente californiana sia dall’anarchia grafica europea rendendoli immediatamente riconboscibili sia per una pulizia grafica ed una chiara ammirazione per un gusto vittoriano non rintracciabili nei colleghi della West Coast.
All’interno di questo gruppo di artisti, Eric Engstrom lavorò con altri grafici quali D. Arthur Hahn e David Lang producendo poster e grafiche in serie fino ai primi anni Settanta.
Il lavoro di Engstrom era a sua volta unico e originalissimo visto che nei suoi lavori emergeva una caratteristica che lo distanziava dal resto dei colleghi e che sottolineava come i suoi studi di architettura e di design industriale lo avevano portato ad innamorarsi dello stile tipografico svizzero, quanto di più lontano ci potesse essere dalla fantasia al potere che era il minimo comune denominatore della grafica psichedelica prima di lui.
Il suo sforzo di far convergere questi due punti di riferimento fu, per tutti gli anni Sessanta, un suo obiettivo raggiunto attraverso una rigorosa attenzione alle regole tipografiche dello swiss style sia nell’utilizzo dei colori che nella sapiente gestione del lettering, in cui il carattere Helvetica ebbe sempre un posto di riguardo, proprio come appreso nei corsi sulla scuola svizzera.
Pulizia, rigore e, allo stesso tempo, accenni di psichedelia e utilizzo di immagini solarizzate qua e la, furono questi i suoi principi ispiratori per i poster realizzati fino al 1972.

Eric Engstrom – Agosto 1969
Eric Engstrom – Settembre 1969
Eric Engstrom – 1969
Eric Engstrom – Ottobre 1969
Eric Engstrom – 1968
Eric Engstrom – 1969
Eric Engstrom – 1970
Eric Engstrom – 1970
Eric Engstrom – 1971
Eric Engstrom – 1971
Eric Engstrom – 1971

Successivamente Eric Engstrom si è trasferito a Honolulu nel 1972 dove ha sviluppato una passione per l’interior design con un tocco grafico. Si è poi trasferito a San Francisco nel 1978 per lavorare con diversi architetti, fino al 1987 quando ha fondato Engstrom Design Group (ora EDG) nella Contea di Marin, in California.
Nei successivi 20 anni, Eric e il suo socio in affari Jennifer Johanson hanno sviluppato un’azienda di design con progetti di ristorazione e ospitalità in tutto il mondo.
Durante la sua carriera di designer è stato premiato dall’appartenenza alla rivista Hospitality Design Platinum Circle e come Fellow dell’International Interior Design Association (IIDA). Eric è stato anche membro del consiglio di amministrazione di RISD e presidente internazionale di IIDA. Eric si ritirò nel 2007 per dedicarsi a tempo pieno alle sue attività artistiche, alla fotografia, ai viaggi e alla scrittura.
A partire dal 2001, Eric ha iniziato a guidare attraverso le autostrade originali degli Stati Uniti: Route 66, Lincoln Highway e Route 6 per cercare ispirazione dalle fattorie abbandonate e dalle città disabitate, creando una serie di opere d’arte a tecnica mista che celebravano le desolate strade periferiche americane.

© Eric Engstrom
© Eric Engstrom
© Eric Engstrom

Le sue passioni comprendevano motociclette Ducati, cultura rock & roll, grande cucina e naturalmente, interior design.

Il 15 giugno del 2013, dopo una lunga battaglia contro il cancro, è morto nella sua casa a Fairfax, in California, circondato dalla famiglia. Aveva 70 anni.

Punk magazine ovvero la scena punk sbarca a New York

Punk era una rivista musicale molto vicina allo stile fanzinaro, creata dal fumettista John Holmstrom e prodotta dall’editore Ged Dunn insieme al critico musicale Legs McNeil nel 1975.
Proprio dalle pagine di Punk magazine emerge con tutta la prepotenza del periodo, il genere musicale denominato Punk rock, definizione coniata pochi anni prima dalla rivista di Detroi Creem.
Il gruppo fondante di Punk era la perfetta unione di varie influenze che a metà degli Settanta stavano uscendo dalla penombra: un mix di musica ruvida quale quella degli Stooges di Iggy Pop, The New York Dolls e The Dictators ed un’estetica molto devota al mondo del primo fumetto underground come Zap Comix e Mad magazine.
Solo qualche anno più tardi, fu proprio Holmstrom a consegnarci quella che – a mio avviso – resta la migliore definizione di Punk Magazine, e cioè “la versione stampata di The Ramones”.
Fu grazie a Punk che la scena musicale – e non solo – legata allo storico locale  CBGB di New York cominciò ad essere conosciuta un pò in tutti gli States ed a diffondere vere e proprie tendenze, stili e, senza rischio di esagerare, un nuovo stile di vita indipendente e underground.
Punk ha pubblicato 15 numeri tra il 1976 e il 1979, oltre a un numero speciale nel 1981, più molti altri numeri nella sua seconda vita dopo gli anni 2000.
Le sue copertine comprendevano tutto il meglio della musica del periodo: dai Sex Pistols a Iggy Pop, da Lou Reed a Patti Smith e Blondie.
La rivista divenne in breve tempo uno strumento per far conoscere la scena musicale underground di New York e soprattutto il punk rock che si ascoltava in locali quali appunto il CBGB, ma anche lo Zeppz ed il Max’s Kansas City.

CBGB – New York
Max’s Kansas City – New York

Punk è riuscito a unire alcuni dei migliori fumettisti underground del periodo come lo stesso Holmstrom, Bobby London e un giovanissimo Peter Bagge lasciando però che le pagine fossero completate anche da un giornalismo dallo stile molto pop e diretto che rese la rivista molto diversa dalle altre del periodo che, dopo anni di dura appartenenza al mondo underground, mostravano cenni di stanchezza cercando nuove strade e stili. proprio questo giornalismo ha portato alla ribalta uno nuova generazione di scrittori, artisti e fotografi che non venivano presi in considerazione dalle testate come Rolling Stone e Creem che viaggiavano oramai su tirature di ben altro tipo.
Questi giovani talenti mossero i loro primi passi proprio su Punk magazine, scrittori e registi quali come Mary Harron (Ho sparato a Andy Warhol e American Psycho), la poetessa Pam Brown, artisti com il Buz Vaultz di Vampirella, Anya Phillips ovvero una delle prime ballerine hardcore del CBGB e il grande critico musicale Lester Bangs allora poco più di un ragazzo.
Nel 1977 Dunn e McNeil lasciano il progetto e al loro posto arrivano l’art director Bruce Carleton, Ken Weiner e Elin Wilder, una delle poche personalità di colore coinvolte nella scena punk rock del periodo.
Figura centrale nell’intero percorso editoriale di Punk è senz’altro John Holmstrom.
Nato nel 1954, Holmstrom è un fumettista e scrittore underground americano noto soprattutto per aver illustrato le copertine di band storiche quali Ramones Rocket in Russia e Road to Ruin.

Ramones – Rocket in Russia (1977)
Ramones – Rocket in Russia (1977)
I Ramones con McNeil e John Holmstrom di PUNK

Grande successo ebbero anche alcuni dei suoi personaggi, Bosko e Joe inizialmente pubblicato nella rivista Scholastic’s Bananas.

Bosko
Photo: johnholmstrom.com
Bosko
Photo: johnholmstrom.com

Come detto, all’età di soli 21 anni è tra i fondatori di Punk magazine ed in seguito collabora con altre testate tra cui The Village Voice, K-Power, Heavy Metal e High Times.
Nel 1986, Holmstrom ha lavorato al numero speciale di Spin magazine contribuendo alla creazione della cronologia del punk rock basata sui fumetti che ne hanno accompagnato la storia.Come detto, Punk è uscito per pochi numeri nuovamente nel 2007 ma il tempo era passato e l’underground con lui.

Punk magazine #1 – 1975
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #2 – 1976
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #6 – 1976
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #11 – 1977
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #11 – 1977 interno
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #15 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #15 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com

L’arte tipografica e senza tempo di Romano Hänni

Romano Hänni, classe 1956, è una figura tanto affascinante tanto imprendibile e tenace nel suo non apparire o, per lo meno, nel suo non farsi risucchiare nel vorticoso mondo dell’informazione.
La sua carriera inizia quando, nel periodo compreso fra il 1973 ed il 1977, studia come tipografo iniziando a sporcarsi le mani fra inchiostri, caratteri, tamponi e tutto il resto.
Il passo successivo e il completamento del percorso di laurea presso il corso di School of Design di Basilea dove cominciqre a padroneggiare sia teoricamnte che nella pratica il designer tipografico, confrontandosi con le sue prime attività indipendenti a partire dal 1980.
Il suo stile, chiaramente influenzato (a dir poco) dallo stile tipografico svizzero, ma anche dal Bauhaus (a proposito, tanti auguri per il centenario!), si concentra sullo sviluppo e sulla realizzazione di elementi tipografici per libri, cataloghi, riviste e giornali.

Romano Hänni – Zigzag Zurich

Nel suo laboratorio tipografico, a partire dal 1984, sono state prodotte a intervalli irregolari, stampe sperimentali, presentazione dei libri sull’arte tipografica e molto altro.
Ha collaborato con il progetto di magazine Typographische Monatsblätter di cui vi scrissi già a suo tempo QUA con copertine e saggi.

Romano Hänni – TM
1982 Issue 1
Foto: tm-research-archive.ch
Romano Hänni – TM
1989 Issue 4
Foto: tm-research-archive.ch

Insegnante, conferenziere e artista esposto mostre sia in patria che all’estero, dal 2004 inizia a tenere corsi anche individuali o di gruppo nel suo laboratorio a Basilea.
Un aspetto poco conosciuto del lavoro di Hänni è quello di sperimentazione tipografica e pittorica con i media elettronici.
Nel 1997 è autore del manuale per il design del Basler Zeitung, un set di regole contenute in 224 pagine che spiegano le parti fondamentali del lavoro quotidiano nel design editoriale dei giornali e dei magazine.
Nel 2011 pubblica 27 Years Hot Type: Handprinted Books 1984–2010, una raccolta di oltre 400 illustrazioni, con i processi grafici seguiti riportati accanto ai libri finiti.

Romano Hänni – 27 Years Hot Type: Handprinted Books – 1984–2010
Romano Hänni – 27 Years Hot Type: Handprinted Books – 1984–2010
Romano Hänni – 27 Years Hot Type: Handprinted Books – 1984–2010
Romano Hänni – 27 Years Hot Type: Handprinted Books – 1984–2010
Romano Hänni – 27 Years Hot Type: Handprinted Books – 1984–2010

Un progetto di cui mi sono innamorato di Romano Hänni è forse uno dei suoi primi lavori, il Calendar for the year 1987 che prende spunto da un fatto avvenuto nel 1986 e che colpì molto Hänni.
Il 1 novembre 1986 infatti, a Schweizerhalle, piccolo borgo vicino a Basilea, vi fu un incidente ambientale che portò ad un’ingente fuoriuscita di sostanze chimiche nel fiume Reno, la più grande catastrofe ambientale dell’area che avvenne in un clima già segnato dalla catastrofe del reattore di Chernobyl avvenuto solo sei prima. Fino a quell’incidente i residenti della zona non si erano mai resi conto di abitare in una zona molto pericolosa da questo punto di vista.
Le illustrazioni tipografiche e il testo sono una selezione di dodici diversi piccoli incidenti importanti che si sono verificati durante la notte della catastrofe.

Romano Hänni – Calendar for the year 1987
Romano Hänni – Calendar for the year 1987
Romano Hänni – Calendar for the year 1987
Romano Hänni – Calendar for the year 1987
Romano Hänni – Calendar for the year 1987
Romano Hänni – Calendar for the year 1987

Corita Kent è stata una suora underground che creava poster pop [PT.1]

Quella che sto per raccontare è una storia unica, tanto vera quanto eccezionale, che mi ha colpito subito e che non vedevo l’ora di raccontarvi. E’ la storia di Frances Elizabeth Kent.
Nata a Fort Dodge, Iowa nel 1918, entra a soli 16 anni nell’ordine delle Sorelle del Cuore Immacolato di Maria a Los Angeles nel 1936 prendendo il nome di Suor Mary Corita.
Frequenta subito le lezioni d’arte e grafica all’Otis College of Art and Design laureandosi alla University of Southern California in Storia dell’arte nel 1951.
Tra il 1938 e il 1968 Kent vive e lavora all
Immaculate Heart College dove diventa insegnante – e lo sarà per ben 30 anni – di educazione artistica.
Le sue lezioni sono avanguardia pura e vengono apprezzate da artisti quali Alfred Hitchcock, John Cage, Saul Bass, Buckminster Fuller e Charles & Ray Eames.
Incoraggia i suoi alunni a guardare il mondo attorno a loro con occhi nuovi invitando i ragazzi a guardare ogni cosa come unica visto che non esistono due cose perfettamente identiche.
Il genio è guardare cose ordinarie in modo straordinario è uno dei suoi motti preferiti.
I suoi metodi didattici diventano leggendari e si basano su alcune semplici regole che tiene appese in classe:

1: Trova un luogo di cui poterti fidare, e prova a fidarti per un po’ di tempo.
2: Assorbi il più possibile dal tuo insegnante, assorbi il più possibile dagli altri studenti.
3: Assorbi il più possibile dai tuoi studenti.
4: Considera ogni cosa come un esperimento.
5: Sii disciplinato: questo significa trovare qualcuno che sia saggio o intelligente e decidere di seguirlo. Essere disciplinato vuol dire seguirlo bene.
6: Non esistono errori. Non esiste vittoria o sconfitta. Esistono soltanto azioni.
7: L’unica regola è il lavoro. Se ti dai da fare arriverai da qualche parte. Le persone lavorano, che lavorano tanto, ad un certo punto hanno successo.
8: Non cercare di creare e analizzare contemporaneamente. Sono processi differenti.
9: Sii felice ogni volta che riesci in qualcosa. Divertiti. È più facile di quello che pensi.
10: “Rompiamo tutte le regole, anche quelle che ci siamo dati da soli. E come lo facciamo? Lasciando abbastanza spazio a mille altre cose” (John Cage)
Suggerimenti: Sii sempre presente. Partecipa a ogni evento. Vai sempre a lezione. Leggi tutto quello su cui puoi mettere le mani. Guarda i film con attenzione, e spesso. Metti tutto da parte, potrebbe tornarti utile in futuro.

Corita Art center –  courtesy of Corita Art Center, Los Angeles

Già all’inizio degli anni ’50, la Kent mostra un proprio stile estetico e didattico così unico che i membri del clero di tutto il paese arrivano all’Immaculate Heart College a seguire le sue lezioni. I suoi studenti sono attratti dal suo altruismo e dai metodi di insegnamento rivoluzionari.
Nei primi anni Sessanta il lavoro della Kent diventa sempre più politico, affrontando eventi come la guerra del Vietnam e le crisi umanitarie.
E’ di questi anni il logo per la rivista Life – il cui fotogiornalismo e pubblicità sono stati una fonte di ispirazione per le lezioni di Kent – in cui compaiono le citazioni di Philip Roth La vita è un business complicato, carico di mistero e un po ‘di sole e di Simon & Garfunkel Lascia che il mattino faccia cadere tutti i suoi petali su di me Vita, ti amo, tutto è groovy.
I suoi lavori sono chiaramente ispirati dagli artisti Pop a lei contemporanei come Andy Warhol o Roy Lichtenstein con immagini semplificate al massimo nei contorni e nello stile e contorni forti, ma lei si differenzia per un utilizzo continuo e “sociale” della parte testuale, di citazioni o frasi indicanti un messaggio di solare ed irriducibile positività.
In Juiciest Tomato Kent usa la grafica di un annuncio della compagnia Del Monte per la descrizione della Vergine Maria: Mary Mother è il pomodoro più succoso di tutti. Ed ecco l’appropriazione di icone e testi pop per l’arte, in questo caso religiosa.
Viene incaricata dalla associazione Physicians for Social Responsibility di creare una serie di cartelloni pubblicitari in cui si criticavano le guerre in atto nel mondo.

Corita Kent – 1964
come alive, 1967
Logo per la rivista LIFE – 1967
Juiciest Tomato – 1964

La 2 parte della storia di Oskar Fischinger, inventore della moderna motion graphic psichedelica (pt.2)

Nella prima puntata della storia di Oskar Fischinger eravamo rimasti sul suo arrivo negli Stati Uniti… ripartiamo proprio da qua..

Arrivato a Hollywood nel febbraio 1936, Fischinger realizza alcuni lavori a colori non sapendo che la Paramount prevedeva di pubblicare solo film in bianco e nero e da qui lo scontro immediato che lo porta a stralciare il contratto ancora prima di cominciare.
Fischinger allora compose An Optical Poem (1938) per la seconda rapsodia ungherese di Franz Liszt per MGM senza ricevere il dovuto successo.

Oskar Fischinger – An Optical Poem (1938) – (c) Center for Visual Music

Nella sua ultima parte di carriera americana, Fischinger lavorò per spot pubblicitari e – secondo quanto riportato dal suo biografo William Moritz – fu stipendiato dalla Disney per alcuni degli effetti speciali del film Fantasia del 1940.
Di questo non rimane traccia in quanto Fischinger non era ufficialmente a libro paga.
Negli anni successivi vive grazie a una borsa di studio della Solomon Guggenheim Foundation, dedicandosi alla pittura e girando pochi film, tra cui Radio dynamics (1942), Motion painting no. 1(1947) e Lumigraph 1 (1950).
Muore a Los Angeles il 31 gennaio 1967 lasciando alla storia dell’arte più di 50 cortometraggi e circa 900 tele.


Fantasia – Walt Disney (1940) bozza di lavoro di Fischinger
(c) Center for Visual Music

La suggestione dei mondi astratti dei film si Oskar Fischinger nasce soprattutto dalla sua instancabile propensione all’innovazione: per ogni film girato, Fischinger brevetto un particolare tipo di animazione, adatto a rendere più precisa la sua ricerca estetica.
Negli anni Venti, quando girò Wachsexperimente, progettò un dispositivo per riprendere le venature di un blocco di cera colorata mentre veniva tagliato da una speciale “affettatrice”.
Fischinger crea le sue animazioni usando materiali insoliti e sperimentali come liquidi colorati, filtri, diapositive e cera. I suoi spettacoli sono i precursori del cosiddetto expanded cinema e dei light show degli anni ’60 negli Stati Uniti, come per esempio Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol o gli spettacoli di Bill Ham.

Andy Warhol’s Exploding Plastic Inevitable – Ronald Nameth (1966)


Light Painting – Bill Ham (1968)

In un’epoca come gli anni Trenta in cui i film di animazione si concentrano esclusivamente su animali antropomorfizzati in guanti bianchi, i lavori di Oskar Fischinger si spingono in una direzione completamente diversa.
Il suo lavoro è una danza poetica e visionaria di forme geometriche e forme astratte mai del tutto apprezzato fino alla sua riscoperta negli anni Sessanta.
Immaginate un’opera di Mondrian o di Malevich che si muove a tempo di musica.
I film di Fischinger hanno un’eleganza ipnotica, dove cerchi, rettangoli ed altre figure geometriche saltano, ondeggiano, ballano sullo schermo sulle note della musica di Franz Liszt, tutto questo almeno 50 anni prima dell’avvento delle tecniche digitali e con una precisione nella sincronizzazione tra musica e immagini davvero impressionante.
Per chi volesse trovare echi dell’arte di Fischinger anche nel mondo dell’editoria, forzando un pò la mano, possiamo notare come alcune delle sue opere riportino ad alcune cover di magazine di oggi, pensate un pò alla famosa n.94 di Eye Magazine dello Studio Muir Mcneil

Sono disponibili alcuni interedsanti studi su Fischinger fra cui i volumi Oskar Fischinger 1900-1967: Experiments in Cinematic Abstraction e Optical Poetry: The Life and Work of Oskar Fischinger.
Potete inoltre vedere i suoi lavori nella raccolta di video nel DVD dal titolo “Oskar Fischinger – Ten Films

(c) Center for Visual Music

Le immagini di Oskar Fischinger sono utilizzate grazie alla concessione del (c) Center for Visual Music

Oskar Fischinger negli Anni Trenta inventa la moderna motion graphic psichedelica (pt.1)

Qualche giorno fa vi ho parlato QUI della poster art di Fabien Loris e di come il suo lavoro degli anni Venti e Trenta abbia in molti modi influenzato la grafica successiva.
Uno di quelli che molto si è ispirato alle forme geometriche di Loris, ai suoi colori forti e pieni, ed alla sua concezione dello spazio è senz’altro il grande Oskar Fischinger.
Oskar Fischinger è una delle figure artistiche più importanti del ‘900 e le difficoltà che si incontrano nel presentare i suoi lavori nascono già se si cerca di dare un’etichetta al suo lavoro.. illustratore? Grafico? Regista? Designer?
Innanzi tutto possiamo dire che è stato il primo e più importante innovatore nell’ambito della motion graphic, dell’animazione e del cinema astratto, ma
è davvero impossibile trovare un termine solo per definire la sua carriera.
La sua ricerca nelle arti visive è onnivora e sperimentale, underground nel senso più vero del termine, in quanto totalmente altra rispetto a ciò che lo circonda, connotata sempre da originalità e ricerca del nuovo sia come contenuti che come forma e mai del tutto apprezzata fino in fondo.

Quarto di sei fratelli, nasce in Germania nel 1900 e ben presto si avvicina ai lavori di Walter Ruttmann, da alcuni considerato l’inventore dell’animazione astratta di cui resta affascinato e che grande influenza avrà sulle sue future opere.

Walter Ruttmann
1887 – 1941

I lavori di Ruttman sono eteri, modernissimi per il suo tempo e visionari per il legame che cercano di instaurare fra la musica, i segni geometrici e il movimento di quest’ultimi.
Fischinger rimane estasiato da queste opere e inizia i suoi studi sulla motion graphic.

Walter Ruttmann – Lichtspiel Opus I (1921)

Il cinema è un’arte in piena fase di sviluppo, si sperimenta in ogni direzione, con ogni tecnica e Fischinger si getta a capofitto nello studio di nuovi materiali alla ricerca di effetti mai visti prima di allora.

Oskar Fischinger – (c) Center for Visual Music
1900 – 1967

Fischinger iniziò infatti a sperimentare dapprima con liquidi colorati e poi successivamente con materiali tradizionali, come cera e argilla arrivando ad inventare la Wax Slicing Machine, una macchina da presa che Fischinger ha usato per il proprio lavoro.
Ruttman autorizzò la macchina e la usò per creare effetti speciali per un altro film su cui era stato ingaggiato, un film di Lotte Reiniger. Ma Ruttmann non l’ha usato nei suoi film, ma solo per quegli effetti speciali per cui è stato assunto.
Dal 1926 inizia ad inserire nelle sue prova anche l’accompagnamento musicale che tanta importanza rivestirà nei suoi lavori.
Nel 1927, davanti ad improvvise difficoltà economiche, Fischinger prese in prestito delle somme di denaro dalla famiglia e successivamente anche dalla padrona di casa. Nel giugno del 1927 tentò di sfuggire ai creditori e quindi Fischinger decise di scappare di nascosto da Monaco a Berlino. Prese solamente il poco necessario per camminare quasi 600 chilometri attraverso la campagna tedesca e documentare attraverso un time-lapse il suo viaggio, un filmato che venne poi realizzato nei decenni successivi con il famoso nome Walking from Munich to Berlin.


Oskar Fischinger – Walking from Munich to Berlin (1927) –
(c) Center for Visual Music

Fischinger riuscì a completare la sua opera di musica Komposition in Blue del 1935 che lo fece conoscere anche nel mondo di Hollywood lavorando poi prima con la Paramount Pictures e poi con la Metro-Goldwyn-Mayer.
Nel 1928 fu ingaggiato da Fritz Lang che gli fornì per un periodo delle entrate regolari visto che i soldi per Fischinger saranno sempre un grosso problema.
Nel suo tempo libero continua però a sperimentare sul rapporto fra musica ed animazione.
Questi suoi lavori “Studien numero da 1 a 12” furono accolti bene in tutto il mondo, dal Giappone e al Sud America.
Nel 1932, Fischinger sposò Elfriede Fischinger, una sua cugina di primo grado.
Nel mentre i nazisti arrivarono al potere e di conseguenza le possibilità di sperimentare sulle nuove forme d’arte scomparvero rapidamente in quento considerate “arti degenerate”.

Oskar Fischinger – Composition in Blue – 195 estratto
(c) Center for Visual Music

Per chi intanto fosse interessato, vi consigliamo di dare un’occhiata QUA, dove troverete l’ultimo DVD dediocato ad Oskar Fischinger..

L’immagine in testa all’articolo e tutte le immagini di Oskar Fischinger sono utilizzate grazie alla concessione del (c) Center for Visual Music

Con Metropoli, la rivista delle Autonomie, lo stile tipografico svizzero entra nella grafica underground ed il risultato è splendido

Uno degli aspetti più interessanti dello studio dell’editoria indipendente, o come forse è meglio definirla, underground sta anche nel fatto che attraverso queste pagine oramai ingiallite si possono rintracciare i percorsi stilistici, le tendenze estetiche, lo sviluppo della tipografia e del design editoriale che hanno caratterizzato il Novecento.
Esistono infatti alcuni casi in cui il basso e l’alto si incontrano. A volte perché le tendenze underground vengono introiettate nell’estetica mainstream ed utilizzate quindi per veicolare messaggi e contenuti diametralmente opposti rispetto all’origine libertaria per cui sono nate.
Ed esistono casi in cui invece è l’editoria underground che, fattasi organizzata e strutturata, sceglie di adottare soluzioni definite da stili e generi tipografici nati da designer ed esperti della comunicazione visuale, distanti anni luce dal mondo e dai prodotti nati dal basso.
Uno di questi casi, dove l’underground assume un aspetto mainstream, o per lo meno lo ricerca, è senz’altro quello della rivista mensile Metropoli: l’autonomia possibile edita da La Cooperativa Linea di Condotta e uscita dal 1979 al 1981 per un totale di 7 numeri.

Dietro a Metropoli, come si legge nel primo editoriale, c’era un collettivo di compagni che ha attraversato il ’68, l’autunno caldo delle lotte di fabbrica; poi l’esperienza di Potere operaio, l’area dell’autonomia e dintorni e successivamente il movimento del ’77 ed in particolare la sua ala beffarda e creativa.
Fin dal suo arrivo nelle edicole nel 1979, Metropoli vendette subito moltissimo anche per la risonanza che ebbero vari arresti dei suoi redattori nel periodo di gestazione dei primi numeri.
Si tratta di una rivista che dal punto di vista dei contenuti si rifà ai temi cari al mondo dell’autonomia operaia, ma credo che l’aspetto più importante sia quello che riguarda il design di questa splendida rivista.

Metropoli era sì una rivista di battaglia, ma con un design elegante e ricercato, molto pulito e rigoroso, in netta discontinuità da quanto prodotto fino a pochi anni prima dalla controcultura italiana.
Altro elemento che fa di Metropoli un gioiello grafico del periodo è il supplemento Pre-print che uscì in 7 numeri.
Graficamente assai interessante, Pre-print si presentava con un formato oblungo diverso da quello dei fascicoli di Metropoli con copertine sempre con solo alcuni dettagli cromatici diversi da numero a numero.

In Metropoli colpisce subito il prezioso aspetto grafico tutto giocato sul rosso e il nero contro il bianco della carta, con importanti contributi iconografici quali le quarte di copertina  illustrate da Ronchetti ed i cartoons nelle pagine di Mario Dalmaviva oppure le fotografie di Roberto Cavallini.
Oltre a tutto ciò, rimane splendido l’utilizzo del graphic novel come forma di narrazione del contemporaneo di cui l’esempio di Beppe Madaudo e Melville sull’affare Moro resta ancora oggi di splendida fattura.

La bellezza di Metropoli sta nel suo riprendere le linee guida del cosiddetto Stile tipografico svizzero e farle proprie, declinandole nel proprio stile e linguaggio visivo fatto di rosso e nero, di testo lineare ed estrema pulizia visiva, di saggio utilizzo dello spazio e delle parti grafiche con una tipografia lucida, chiara e democratica così come indicato proprio dai maestri svizzeri del design editoriale del periodo.
Questo è quindi un esempio centrale di come l’editoria underground, o indipendente in questo caso, si compenetri con gli stili grafici più alti, con riferimenti teorici e sappia testimoniare ancora una volta quale sia la sa importanza non solo come testimonianza storia, ma soprattutto come dimostrazione della dialettica che anche nel gusto estetico è sempre viva e vibrante fra il mondo mainstream e quello underground.

L’ippitsugaki è la tecnica di illustrazione giapponese dove con un tratto che non si stacca mai dal foglio puoi disegnare mondi interi

Come molti di voi, anche io da piccolo sono rimasto affascinato dal lavoro di Osvaldo Cavandoli e dal suo capolavoro di illustrazione e animazione conosciuto come “La linea“.
La fluidità, la creatività e l’eleganza di quel personaggio non mi ha più abbandonato facendomi emozionare tutte le volte che, nel corso degli anni, ho avuto modo di incontrarlo di nuovo.

Osvaldo Cavandoli parla con Mister Linea

La stessa emozione mi ha contagiato quando ho scoperto il termine giapponese ippitsugaki, ovvero la tecnica proveniente proprio dal Sol Levante in cui un disegno viene creato da un singolo tratto continuo senza cioè mai distaccare lo strumento da disegno dal supporto cartaceo.
Uno dei maestri di questa tecnica è l’illustratore e animatore giapponese Kazuhiko Okushita, art director e videoartista nato a Kanazawa, prefettura di Ishikawa nel 1985 e diplomato al Kanazawa College of Art e alla Tokyo University of Fine Arts and Music.
Okushita è arrivato ad una discreta fama a livello mondiale nel 2009 grazie al cortometraggio dal titolo “Akai ito” ovvero Il filo rosso e Bill Gates e James Cameron – insomma, non proprio due a caso – hanno amato così tanto il suo lavoro che gli hanno chiesto espressamente di mostrare il suo lavoro durante i loro rispettivi TED Talks nel 2010.

Le sue opere a tratto singolo non finiscono solo come disegno, ma vanno più lontano. Gli dà una vita come animazione. Guarda questa medusa. È un movimento semplice ma non riesco a smettere di guardarlo come se fossi in un acquario.
La sua opera d’arte colpisce per la sua ingannevole semplicità, sia che si tratti di un’immagine fissa o di un cortometraggio.
Mi diverte tantissimo – lo ammetto – perdermi nel guardare ogni sua immagine soprattutto quando è associata ad un movimento animato che rende il tutto ancora più magico.

I lavori di Okushita sono opere uniche, ipnotiche, impregnate di lirismo e gravità che rapiscono gli occhi come se – almeno per pochi istanti – venissero massaggiati da chi sa finalmente prendersi cura di loro e del loro benessere.

Jauna Gaita è una rivista lettone che dal 1955 crea delle copertine senza tempo

Che bellezza trovare continuamente perle e piccoli gioielli sparsi qua e la nel mondo.. oggi è il turno di una chicca scovata in Lettonia e che sinceramente mi ha colito molto per il suo essere senza tempo.
Jauna Gaita
o The New Course per dirlo in inglese, è una rivista letteraria lettone con sede in Canada, pubblicata a partire dal 1955 da un gruppo di letterati lettoni in esilio.

n.1 – 1955
n. 57 – 1966
n.72 – 1969
n.106 – 1975

Il magazine fu lanciato da un gruppo di intellettuali lettoni esiliati all’estero per promuovere la sopravvivenza della lingua e della letteratura lettoni allora a rischio sparizione in favore del russo ma con il passare degli anni ha acquisito un ruolo significativo nella storia della grafica e del design internazionale e con l’autonomia della Lettonia è rimasto un punto di riferimento per la letteratura ed il design del piccolo stato.
Il design di copertina di questa interessante rivista è infatti decisamente moderno e accattivante con una grafica e dei colori sempre audaci ed ancora oggi modernissimi.
Le copertine sono infatti una miniera infinita di ispirazione per i cultori della grafica editoriale e del cover design e i riferimenti a questi lavori sono rintracciabili in alcuni dei graphic designer che oggi vengono considerati dei mostri sacri, uno per tutti potrebbe essere Scott Hansen, forse ai più conosciuto con il nome da musicista, Thyco, o come grafico con il suo progetto ISO50.

 

Un elenco corposissimo di copertine sperimentali con elementi che rimandano alla tradizione nazionale lettone e attentissime al bilanciamento modenista tra creatività pseudo-amatoriale e alta professionalità.
E’ questo infatti un carattere di Jauna Gaita che mi ha colpito, il suo non essere affatto un magazine di grafica, il suo non appartenere al settore del design ma di sperimentare e ricercare novità stilistiche in maniera del tutto amatoriale.
Il magazine è ancora attivo e potete acquistarlo, e ammirarlo, QUI, sempre che conosciate il lettone..

n.138-139 – 197?
n.142 – 19??
n.128 – 1980
n.58 – 1966
n.200 – 1995

Un libro vi spiega tutti i passaggi per creare dei favolosi patterns

E quindi anche quest’anno siamo prossimi al Natale e come di consueto le segnalazioni che trovate sulle Edizioni del Frisco possono facilmente diventare dei regali, chiaramente per chi è in grado di apprezzarli !
Quello di oggi io lo gradirei perché innanzi tutto perché si tratta di un lavoro di Paul Jackson che oramai da anni ci abitua a libri fantastici su tutto ciò che riguarda il design applicato alla nostra tanto amata carta.

Secondariamente perché “How to Make Repeat Patterns” è veramente interessante ed in linea con gli standard qualitativi della casa editrice Laurence King.
Il libro spiega, con semplici passaggi ed una terminologia non matematica o sofisticata, come creare pattern partendo da una semplice linea.
Il libro mostra inoltre come realizzare pattern per utilizzli come carta da parati in cui gli elementi del modello si fondono l’uno nell’altro senza soluzione di continuità.
Usando le lettere come elementi di base, il libro dimostra come il concetto di pattern derivi da quattro semplici operazioni: la traslazione, la rotazione, la riflessione e lo scivolamento.
Si tratta di una risorsa completa per la creazione di pattern per designer professionisti ma anche per studenti di tutte le discipline, dal tessile alla moda, alla progettazione grafica e all’architettura.
Il libro è acquistabile QUI.

Una rivista interamente dedicata ai profumi fatta di interviste, classifiche e recensioni

Nez, ovvero naso in francese, è la prima rivista interamente dedicata all’olfatto e alla fragranza e nasce nel 2016 dalla collaborazione tra la rivista online Auparfum e la casa editrice Le Contrepoint.

NEZ #1 La revue olfactive
2016
NEZ #1 La revue olfactive 2016

Auperfum è una realtà fondata nel 2007 e gradualmente diventa il sito di riferimento per gli amanti dei profumi con spazio ai critici, alle ultime notizie, e ad interviste che portano il sito ad avere ogni mese più di 120.000 lettori (!).
Auparfum ha aperto la strada ad un nuovo approccio al tema del profumo come visto adesso come arte in sé con proprie recensioni, interviste e focus sui creatori, assimilabile ad altre arti come il cinema, la musica o la letteratura.

NEZ #2 La revue olfactive
2016
NEZ #2 La revue olfactive
2016

La casa editrice Le Contrepoint produce invece da sempre libri spregiudicati e audaci per dare al lettore un’esperienza sempre originale ma con una costante attenzione anche ai costi.
Nez, arrivata oramai al numero 6, si pone l’obiettivo di educare ad un uso consapevole dell’olfatto al fine di  di usare le tue narici per capire il mondo intorno a te.
Nez cerca di esplorare, decodificare, spiegare il senso dell’olfatto attraverso l’utilizzo di sondaggi, incontri, fotografie, illustrazioni… viene data la parola alla scienza, alla storia, alla letteratura e all’arte.
Una collaborazione Auparfum / Contrappunto
Questo progetto è il risultato della collaborazione tra la rivista online Auparfum.com e l’editore Le Contrepoint.

 

Fascinus, il libro che raccoglie la grafica di vecchie riviste fetish

Fascinus è il frutto della collaborazione tra due giovani artiste, la fotografa Anaïs Bigard-Bachmann e la regista Ombline Ley.
Tutto è iniziato in una cantina, dove la Ley ha fatto una scoperta assai interessante, una raccolta cioè di riviste fetish risalente agli anni ’70 dimenticate li dai legittimi proprietari per circa quindici anni.
Condividere queste pepite d’oro con l’amica Anaïs ha dato il via al progetto.
Il lavoro è stato sia molto lungo, sia molto difficile visto che la massa delle riviste era ingente.

Queste riviste feticiste combinano serie di fotoromanzi, fotografie e altre immagini e illustrazioni del periodo degli anni Settanta.
Insieme e con grande resistenza, nell’ottobre 2018 le due amiche hanno finalmente rilasciato “Fascinus”, questo bellissimo libro illustrato edito da Kopa presse.

Il volume è acquistabile QUI.

Il Carta Manent lancia una call per artisti sul tema del cruciverba

Sono molto felice di supportare con le Edizioni del Frisco un progetto molto interessante come quello portato avanti dai ragazzi del Carta Manent Festival.
Nello specifico si tratta di una mostra tematica di illustrazioni e grafiche che sappiano interpretare in maniera originale il tema individuato che con molto coraggio e ricercatezza è nascosto dietro all’enigmatico concetto di cruciverba.
Il cruciverba, o parole crociate come viene altrimenti chiamato, pensato in questo caso nella sua accezione più ampia e schizzofrenica è un obiettivo davvero sfidante e stimolante che sinceramente mi incuriosisce davvero molto… è proprio per questo non vedo l’ora di poter scoprire quello che ne salterà fuori..

Per qualsiasi info non esitate a scrivere alla pagina Facebook del Carta Manent..

Chi ha vinto gli STACK Awards 2018, i premi per i migliori magazine internazionali?

Ed eccoci dunque, come ogni anno, a discutere sugli Stack Awards, i premi organizzati da STACK, il sito inglese specializzato in magazine indipendenti che da anni riunisce tutto o quasi il meglio di questo settore distribuendo premi e segnalazioni che solitamente descrivono perfettamente ciò che nell’anno si è distinto fra una produzione sempre più ampia e diversificata.

Partiamo subito dal premio di Magazine of the Year 2018 andato a Good Trouble, un bellissimo magazine, protesi cartacea dell’interessantissimo sito, guidato dall’ex editor di Dazed & Confused, Rod Stanley.
Progettata da Richard Turley, un giornale di 12 pagine di dimensioni di un foglio di calcolo sull’unione tra creatività e protesta. Trouble celebra con coraggio, grande competenza e ricerca di analisi approfondite la cultura della resistenza pubblicando storie che uniscono l’arte e la cultura con la politica e la protesta.
Bravi Bravi!

Per la categoria Launch of the Year, il premio è andato a Suspiria del team di Studi Fax di cui abbiamo già scritto QUI.
Un progetto coraggioso sul tema della paura realizzato con cura e originalità e che è riuscito a superare addirittura un peso massimo come Eye on Design il magazine di AIGA.
Ottima menzione per i nostro Archivio Magazine di cui però parleremo in seguito..