Uno dei più importanti eroi della grafica indipendente: Barney Bubbles

Barney Bubbles è il nome d’arte da sempre utilizzato da Colin Fulcher, artista inglese nato il 30 luglio 1942 a Tranmere Road, Whitton, nel Middlesex, Inghilterra.
Frequenta la Isleworth Grammar School e nel 1958 frequenta il corso di visual design presso la scuola d’arte del Twickenham College of Technology.
Durante i suoi cinque anni al college, Bubbles ha ricevuto un’educazione orizzontale e diversificata che comprende tematiche quali il design, la fotografia, la grafia e il packaging, tutte competenze che in seguito sarebbero tornate utili nella sua carriera nell’ambito musicale.
Nel 1963 abbandona gli studi per lavorare come assistente presso la prestigiosa società Michael Tucker di Londra che annovera fra i suoi clienti brand quali Pirelli per la quale Bubbles produce poster per video e manifesti pubblicitari senza però apporre la sua firma.
Nel maggio del 1965 Bubbles entra a far parte del gruppo The Conran come senior graphic designer ma soprattutto inizia, insieme a due diplomati del Twickenham Art College, David Wills e Roy Burge, l’attività che ama di più, quella cioè di organizzatore di eventi sotto lo strano pseudonimo di A1 Good Guyz .
Nel 1967 Fulcher, divenne noto con il nome di Barney Bubbles, nome d’arte nato quando Fulcher inizia a lavorare come ingegnere e creatore di light show in tipico stile psichedelico.

Colin Fulcher (aka Barney Bubbles). Photograph by David Wills, 1966

Lo spettacolo era solitamente organizzato per accompagnare i concerti di una band, i Gun and Quintessence in locali underground di Londra tra cui il Roundhouse, il Drury Lane Arts Lab di Jim Haynes o l’Electric Cinema.
Con David Wills, Bubbles si getta a capofitto nel lavoro di grafico freelance con  cui riprogetta la rivista Motor Racing e soprattutto cura il numero 12 della leggendaria rivista underground Oz magazine nel maggio 1968.

“Existence is Unhappiness” fold-out poster from Oz no. 12, 1968
“Existence is Unhappiness” fold-out poster from Oz no. 12, 1968
“Existence is Unhappiness” fold-out poster from Oz no. 12, 1968

All’inizio del 1969 Bubbles prende in affitto un edificio di tre piani al 307 di Portobello Road a Notting Hill Gate, nella zona ovest di Londra, che trasforma lo spazio al piano terra in uno studio di grafica che lavora principalmente per l’industria musicale, ribattezzato Teenburger Designs.
Il suo primo progetto di sleeve da record era per LP In Blissful Company (1969) della band Quintessence.

In Blissful Company, Quintessence, 1969

Il design della copertina del disco mostra un’illustrazione apribile della figura mitologica indiana di Gopala sul davanti. Un perfetto esempio della grafica psichedelica del periodo.
Teenburger ha anche realizzato progetti per altre band come Brinsley Schwarz, Red Dirt, Cressida, Gracious! e Dr Z, il cui LP Three Parts To My Soul è particolarmente noto per la sua copertina pieghevole complessa e colorata.

Brinsley Schwarz, Brinsley Schwarz, 1970
Cressida, Cressida, 1970

Dopo la chiusura di Teenburger nel 1970, Bubbles lavora per un periodo come designer del giornale underground Friends, in seguito ribattezzato Frendz.

Friends magazine, 1971

Mentre lavorava a Friends, Bubbles inizia a collaborare con la band Hawkwind e per la quale crea una serie di cover dei loro album, tra cui In Search of Space, Doremi Fasol Latido e Space Ritual.

Hawkwind, In Search of Space, 1971
Hawkind, Doremi Fasol Latido, 1972
Hawkind, Space Ritual, 1973

Bubbles lavora in modo nuovo all’identità visiva del gruppo, progettando poster, pubblicità, decorazioni sceniche e chiaramente le cover degli album e del merchandising.
Nel 1972, Bubbles produce il triplo LP dal titolo Glastonbury Fayre che comprende un set di arte carte piegate a sei pannelli, due poster, un libretto e addirittura un ritaglio che, tutto insieme , andava a costruire una piramide in miniatura che poteva essere inserita nel classico sacchetto trasparente per vinile, un concept assurdamente avanguardistico e fuori mercato, tipico di Bubbles e della sua voglia di spingere la propria creatività sempre ai margini più estremi delle possibilità.
Dal 1973 in poi Bubbles accentua una tendenza che era già presente nei suoi lavori precedenti, quella cioè di eliminare del tutto e per scelta, la propria firma dai suoi lavori.
Durante questo periodo disegna copertine per album e materiale promozionale per artisti come Sutherland Brothers, Kevin Coyne, Edgar Broughton Band, Chilli Willi e Red Hot Peppers, Quiver, Kursaal Flyers e Michael Moorcock e Deep Fix. Nel 1976 si chiude la sua storia collaborazione on gli Hawkwind.
Barney Bubbles entra dunque a far parte della Stiff Records del fondatore dell’etichetta Jake Riviera, come designer e art director all’inizio del 1977, ma quando Riviera lascia la Stiff alla fine del 1977, Bubbles lo segue nella sua nuova etichetta Radar Records e più tardi anche nella F-Beat Records.
Per tutte queste etichette, Bubbles crea progetti unici e originalissimi, per artisti quali Elvis Costello, Nick Lowe, Carlene Carter e Clive Langer & The Boxes.
Il suo stile è emerso fin dalla fine degli anni Sessanta per il suo sapiente utilizzo dei colori, sempre forti ma mai stucchevoli.
La sua grafica si è sempre appoggiata moltissimo sui riferimenti geometrici, pescando a piene mani nella storia della grafica musicale ma cercando ostinatamente di modificarne il percorso stabilito dal mercato in favore di una ricerca genuina e coerente di una libertà espressiva che andasse ben oltre le mode del momento.
Nel 1979, oramai un nome assai noto negli ambiti della musica indipendente, Bubbles viene ingaggiato da uno dei più importanti giornali musicali inglese, quel New Musical Express conosciuto da tutti con il semplice nome di NME lavorare ad una completa revisione del marchio.

LOGO NME di Barney Bubbles
LOGO NME di Barney Bubbles

La riprogettazione di Bubbles del logo NME incorpora e rivisita elementi della Pop art e della poster art sovietica degli anni Venti in un formato grafico elegante ed avveniristico.
Il suo restyling includeva un nuovo logo con scritte in stile militare pulite che annunciava il passaggio del titolo da New Musical Express a NME.
Nel 1979 Derek Boshier cura una mostra dal titolo Lives alla Hayward Gallery di Londra e commissiona a Bubbles la progettazione del catalogo e del poster.

Manifesto mostra: Lives

Uno degli aspetti che però hanno da sempre accompagnato la vita di Barney Bubbles è una forma acuta di depressione paranoica che, alla fine degli anni Ottanta si acuì a causa di alcuni problemi finanziari e soprattutto per la una sua percezione di essere oramai fuori moda nel mondo della grafica.
Durante uno dei suoi periodi più bui, questo terribile fantasma che da sempre lo accompagnava, lo porta al suicidio avvenuto a Londra il 14 novembre 1983 quando si uccide chiudendosi la testa all’interno di un sacchetto riempito di gas. Aveva 41 anni.
A distanza oramai di quasi quarant’anni, si può sostenere che Barney Bubbles può essere inserito a buon diritto fra padri fondatori della grafica indipendente, autore di centinaia di copertine, poster e illustrazioni diffuse in milioni e milioni di copie in tutto il mondo.
Per chi volesse approfondire la sua arte, e onestamente dispone di un buon budget, è vivamente consigliato il volume di Paul Gorman Reasons to be Cheerful, Paul Gorman’s book on the graphic design genius and radical visual artist Barney Bubbles pubblicato nel 2008 che la rivista musicale britannica Mojo ha eletto a Libro dell’Anno.

Reasons to be Cheerful, Paul Gorman

Nel gennaio 2012, BBC Radio 4 ha trasmesso un documentario dal titolo In Search Of Barney Bubbles, scritto e prodotto da Mark Hodkinson.
L’importanza di Barney Bubbles trascende, a mio avviso, la sue opere e si staglia sopra i generi e gli stili, i periodi e le tendenze, riuscendo a toccarle tutte pur non divenendo mai un autore di genere.
Sfuggente, assurdamente unico nelle sue idee di grafica, ha mantenuto sempre una sua coerenza ed un’eticità che, dalle esperienze più underground di OZ magazine, fino ai moderni video clip, è davvero rara da trovare in altri autori.
Figura unica, trasversale e contorta così come la sua personalità, di Bubbles resta e resterà sempre l’esempio da insegnare a tutti i giovani grafici di come si possa lavorare e creare arte mantenendo fede ai propri gusti e principi più che alle influenze esterne, passeggere come la piuma di Forrest Gump.

Mari Tepper è una delle poche artiste femminili nella storia della poster art psichedelica

Mari Tepper nasce a San Francisco da una famiglia di pittori, Mari Tepper ha vissuto la maggior parte della sua vita nella Baia e ha vissuto molti dei cambiamenti della città, da una città vissuta essenzialmente dalla classe operaia con quartieri multi etnici distinti fra loro, fino alla grande città, addirittura costosa per molti. Attualmente vive nel quartiere di Mission.
Laureatasi alla Lowell High School, Mari è cresciuta con la madre, i due fratelli gemelli e il fratello maggiore.
La famiglia vive ad Haight negli anni ’60, dove per le strade scoppia la rivoluzione controculturale e si diffondono le nuove sostanze psichedeliche, la nuova musica e la nuova grafica.
In questo periodo Mari inizia a disegnare, come molti altri artisti, i poster per le innumerevoli serate e concerti organizzate qua e la in città. E’ proprio in questo periodo che inizia a firmare i suoi lavori come Mari.
I suoi primi poster le vengono commissionati da Bill Graham, il più grande impresario della sua epoca, che gestiva tutti gli eventi del famoso locale Fillmore East, poi affiancato per un breve periodo dall’esperimento del Fillmore West a New York.

Mari Tepper
1967
Mari Tepper
1968

Proprio al Fillmore passano tutte, ma proprio tutte, le maggiori band del tempo e per ognuna di loro, Bill fa stampare splendidi poster sia dagli artisti oramai divenuti conosciuti a livello internazionale come Rick Griffin, Victor Moscoso, Alton Kelley e Wes Wilson, sia iniziando a ricercare nuovi talenti fra i quali anche la stessa Mari Tepper che sta ancora frequentando il liceo e aveva da poo cominciato a creare manifesti per The Committee Theatre e per la American Newsrepeat Company, uno stampatore di manifesti politici del quartiere.
I suoi primi lavori spaziano su tutte le principali attività underground che si organizzano in città, dai concerti rock, alle manifestazione dei gruppi politici locali, dagli eventi delle comunità gay agli spettacoli della Mime Troupe.
Anche se raramente veniva pagata, Mari si mette a disposizione di questo mondo un pò folle ma meravigliosamente colorato e romantico arrivando, piano piano, ad essere abbastanza conosciuta in tutta la California anche attraverso le prime prime
mostre di poster che cominciavano a richiamare amanti del genere.

Mari Tepper
1967

I lavori di Mari, molti dei quali non firmati, sono spesso riportati in molti libri sul rock e la grafica degli anni ’60, ma, come con molti altri artisti, è molto raro riuscire a rintracciare i suoi riferimenti ne tantomeno quanto a lei dovuto per quanto riguarda il copyright.

God Grows Hisv Own

Nel momento di maggior diffusione della poster art, mari decide di partire con suo marito per un viaggio di ben cinque anni per il New Mexico dove apprezza la vita contadina e soprattutto l’isolamento dal caos della grande metropoli.
E’ proprio durante il suo soggiorno nel New Mexico che sviluppa l’altro aspetto importante della sua arte, la scultura con la pasta di pane.
In questo periodo Mari da alla luce il suo unico figlio dal nome Angus.
Nel 1973, al suo ritorno a San Francisco dal New Mexico, vive una profonda crisi esistenziale he la porta, dapprima a chiudere la relazione con il marito, e poi a iniziare a frequentare soprattutto donne.
Questa sua nuova vita sentimentale sarà motivo di feroci diatribe con il marito per l’affidamento e che porterà la stessa mari a grossi problemi di salute e conseguentemente di creatività artistica.
Uno dei fattori chiave di tutta la carriera artistica di Mari è il suo costante attivismo politico che la portata, nel 1986, ad essere coinvolta con il movimento per i diritti dei consumatori e a diventare la co-fondatrice di Spirit Menders Community Center, associazione molto attiva nel supporto alle famiglie in difficoltà di San Francisco.
In tutti questi anni, Mari ha continuato quindi il suo lavoro creando poster per associazioni impegnate nel sociale, illustrazioni di libri e album e collaborando con la Top Floor Gallery, una famosa galleria d’arte queer piena di artisti e poeti.
Mari ha continuato a disegnare e dipingere per tutta la sua vita e ancora oggi le capita di essere informata da amici che il suo lavoro è esposto in questa o quella galleria senza che lei nemmeno sia stata informata. I curatori infatti, molto spesso non la contattano perché gran parte del suo lavoro è in collezioni private o addirittura privo di firma e quindi, a volte, non facilmente riconducibile a lei.
Il suo stile però, unico e originale nel panorama stilistico degli anni Sessanta, rimane un esempio di come la grafica psichedelica abbia saputo negli anni differenziarsi e assumere forme sempre nuove.
In lei sono riconoscibili le influenze di artisti a prima vista lontani dallo stile poi passato alla storia come tipicamente sixties.
I suoi corpi, allungati e trasfigurati nelle forme, rimandano vagamente da una parte a Egon Schiele ed alle sue silhouette scheletriche e, dall’altra, al mondo pop che poi sarà di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat.
Anche l’utilizzo del colore, quasi del tutto privo delle varianti fluorescenti tanto care ai nomi più conosciuti nell’ambito della poster art, è molto lontano dallo standard psichedelico con la scelta di utilizzare quasi sempre colori pastello e spesso limitandosi a 2, massimo 3, olori per poster.
Mari Tepper è quindi, a distanza di anni, una delle pochissime artisti femminili ad essersi ritagliata uno spazio proprio e autonomo, all’interno della poster art, disegnando lavori dal forte impatto visivo senza mai tralasciare il proprio timbro e stile individuale.

Mari Tepper
1967

The Print Mint, il primo negozio a produrre e distribuire magazine indipendenti

Print Mint, Inc. è stato un baluardo della stampa underground americana che ha svolto un ruolo fondamentale per la diffusione di riviste e fumetti indipendenti prima soprattutto nella zona della Bay Area.
Editore e distributore dal 1965, aveva la sua sede basato a San Francisco proprio durante il periodo d’oro del del genere a cavallo fra gli anni Sessanta e gli anni Settanta.

Altro aspetto che lo ha reso un punto fondamentale di ritrovo per i giovani ribelli del periodo è la sua scelta, uno fra i primi se non addirittura proprio il primo, a scegliere di mettere in vendita un nuovo prodotto fino ad allora del tutto snobbato ed essenzialmente privo di un vero e proprio mercato di riferimento: il poster.
Iniziando come rivenditore di fanzine e riviste indipendenti dell’ala più apertamente psichedelica del movimento, la Print Mint si trasformò presto in editore e stampatore.
Originariamente la società appartiene al poeta Don Schenker ed a sua moglie Alice che nel Dicembre 1965 fondarono The Print Mint come negozio di cornici per foto e, solo successivamente, come rivenditore di manifesti e riproduzioni d’arte lungo la strada principale di Berkeley, la famosa Telegraph Avenue, teatro in quel periodo di continue manifestazioni del Free Speech Movement, un movimento di protesta la cui guida era il giovane Mario Savio, molto numeroso alla fine degli anni Sessanta che partendo dalla protesta contro l’intervento americano in Vietnam, era poi passato ad un livello dello scontro con l’Università molto più ampio, sfociando in numerose manifestazioni e scontri con la polizia. 

Il negozio inizialmente condivideva gli spazi con Moe’s Books, piccola e frizzante libreria del centro di proprietà di Moe Moskowitz ancora oggi attivissima e con gli anni divenuta vera e propria icona dello spirito libertario della città di Berkeley.
La libreria di Moe apre le porte nel 1959 e, ad oggi, può vantare un catalogo di oltre 200.000 edizioni nuove, usate e rare.
Nato nel 1921 a New York, Morris Moskowitz, dopo aver raggiunto la maggiore età, si stabilisce nell’East Village di Manhattan, dove studia pittura e storia dell’arte facendo anche parte, per un breve periodo, membro della Lega dei Giovani Comunisti e un pacifista dichiarato che fu più volte arrestato per protestare contro la Seconda Guerra Mondiale.
La necessità di guadagnarsi da vivere ha portato Moe a fare un’infinità di professioni: imbianchino, gelataio, operaio in una fabbrica di libri tascabili ed infine apprendista corniciaio.
Fu quest’ultima avventura che lo porta inseguimento nella Bay Area nel 1955, dove si stabilisce a Berkeley dove incontra la sua futura moglie, Barbara Stevens che aveva formato un collettivo anarchico dal nome Walden School di Berkeley.
Moe e Barbara si sposarono nel 1958 e aprirono il Bookshop nel centro di Berkeley che oggi si sviluppa su ben 4 piani con una sezione di dischi usati nel seminterrato che rimane tutt’oggi un ritrovo per studenti e collezionisti.
Moe e sua moglie hanno anche cresciuto due figlie, Katherine e Doris, ed è quest’ultima che oggi gestisce Moe’s Books, mantenendo in vita l’eredità di suo padre.
Per dare un’idea del personaggio, nel 1973 Moe fu colpito da un attacco di cuore a cui seguirono una miriade di regole imposte dal proprio dottore, più o meno tutte diligentemente seguite da Moe…  ha iniziato a mangiare più sano, a fare attività fisica e tutto il resto, ma no, non ha mai rinunciato ai suoi amati sigari.
Su questa sua fissazione era così deciso che lo portò a scatenare un’epica battaglia lunga 15 anni con il Consiglio Comunale di Berkeley contro l’ordinanza per il divieto dei fumatori negli spazi pubblici arrivando persino a proporre la trasformazione del Moe’s Book in un locale solo per fumatori, un sogno questo che, con grande sollievo del suo staff, non è mai stato realizzato.
Moe Moskowitz è scomparso nel 1997, ma rimane ancora oggi un’icona in una città piena di icone, un visionario amante dei libri con un posto fisso nella storia contemporanea di Berkeley.
Ritornando a noi, come Moe Moskowitz, lo stesso si può dire di Don e Alice Schenker il cui primo lavoro di editore sotto il nome di Print Mint è stato il libro
di fumetti fu una ristampa di Lenny di Laredo di Joel Beck, pubblicato da Print Mint nell’aprile 1966.


Come abbiamo già accennato però, uno degli aspetti particolari e visionari di Schenker e della sua Print Mint fu la pubblicazione e distribuzione di questi nuovi e strani e coloratissimi poster che si stavano vedendo sempre più in giro.
I concerti dei due storici locali di San Francisco come The Avalon Ballroom e The Fillmore venivano pubblicizzate da manifesti disegnati dagli giovani e artisti sperimentatori passati alla storia come Big Five: Stanley Mouse, Rick Griffin, Alton Kelley, Victor Moscoso e Wes Wilson. I loro lavori facevano impazzire i ragazzi che facevano pazzie pur di accaparrarseli e Schenker se ne innamorò iniziando a supportarli nelle loro stampe ed esponendo nel suo negozio i lavori anche di altri artisti come Peter Keymack, Hambly, Solo Period, MC Escher, Neon Rose, Bob Frieds Food line e molti altri.
Nel dicembre del 1966, Print Mint si allargò ed aprì un secondo negozio in Haight Street, nel quartiere di culto di Haight Ashbury, in un edificio che, ancora lui, Moe Moskowitz mise a disposizione di Schenker.

Il negozio divenne immediatamente un centro di attività di ogni genere, una fonte a cui attingere per ogni tipo di informazione sul movimento e sulle sue attività.
Questo fino alla fine del 1968 quando il fondo venne acquistato da un nuovo soggetto a causa di alcuni problemi economici di Moskowitz e Schenker dovette chiudere la casa editrice più hippies che si fosse mai vista.
A partire sempre dal 1968 però, l’editoria e la distribuzione di fumetti underground erano diventati il principale canale per The Print Mint a cui si erano aggiunti, nella conduzione del negozio anche i coniugi Bob and Peggy Rita.
Il primo underground comix targato e distribuito da Print Mint fu il settimanale Yellow Dog, edito direttamente da Don Schencker oltre che la ristampa di Feds ‘n’ Heads di Gilbert Shelton, che inizialmente si era autoprodotto.

Negli anni Print Print divenne famosa in tutti gli States per la promozione, pubblicazione e distribuzione del meglio dell’editoria underground del periodo. Ogni nome che ha contribuito alla storia del fumetto indipendente è infatti passato dalla Print Mint, artisti oramai leggendari quali Robert Crumb, Trina Robbins, Rick Griffin, S. Clay Wilson, Victor Moscoso, Gilbert Shelton, Spain Rodriguez e Robert Williams.
Titoli come Zap Comix, Junkwaffel, Bijou Funnies e Moondog i primi fumetti a tema ecologico come The Dying Dolphin ed il meglio della poster art di Jim Evans, Ron Cobb e Rick Griffin.

Essendo il primo editore a investire pesantemente nel movimento underground comix e nella sua distribuzione, Print Mint è stato determinante per la popolarità e la diffusione di questo mondo parallelo e dei suoi contenuti alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70 quando alcuni autori decisero di mettersi in proprio e fondare le loro proprie case editrici. Alcuni di questi, tra cui Gilbert Shelton e Frank Stack, interruppero la collaborazione all’inizio del 1969 per formare il loro progetto editoriale, la Rip Off Press, portando con sé alcuni dei più affermati fumettisti come lo stesso Crumb.
Sempre per essere stati i primi a distribuire certo materiale underground, gli Schenker furono arrestati e accusati di pubblicare materiale pornografico contenuto, secondo il dipartimento di polizia di Berkeley, all’interno del numero 4 di ZAP Comix di Robert Crumb e soci.
Don Schenker muore nel 1993 e, con gli anni, Alice si allontana dalla Print Mint che oggi continua a produrre progetti editoriali sia pur on molta meno vivacità del suo primo periodo.
Resta comunque una storia unica, romantica e frizzante, di una copia e di un sogno, forse ingenuo ma meraviglioso che non solo si è realizzato, ma ha contribuito a realizzarlo per molti altri che hanno potuto imparare, godere e apprezzare fumetti, riviste e poster underground che altrimenti sarebbero rimasti del tutto sconosciuti.

The Underground Press Syndicate, il primo sindacato delle riviste underground

The Underground Press Syndicate (UPS), più tardi noto come Alternative Press Syndicate (APS), è una rete di giornali e riviste underground nata a metà del 1966 grazie agli editori di cinque fra i primi magazine indipendenti, nello specifico: l’East Village Other, il Los Angeles Free Press, il Berkeley Barb, The Paper e Fifth Estate.
Per molti anni l’Underground Press Syndicate è stato gestito da Tom Forcade, personaggio che meriterà prima o poi uno specifico approfondimento su questo sito, e che in seguito fonderà la rivista High Times.

Tom Forcade

L’Underground Press Syndicate crea fin da subito un servizio rivoluzionario per il periodo e, più tardi, un proprio bollettino informativo da diffondere a tutte le riviste del movimento.
Il servizio rivoluzionario di cui sopra consiste nell’accordo stipulato da tutti i membri UPS per consentire a tutti gli altri sostenitori di ristampare liberamente i loro contenuti, di scambiare abbonamenti gratuiti tra loro e di pubblicare un notiziario irregolare con l’elenco di tutti i giornali UPS con i loro indirizzi facenti parte di UPS.
Questa condivisione all’interno del movimento ha fatto si che anche i primi numeri di piccole riviste avessero già materiali interessanti da pubblicare.
Un esempio di questo scambio fruttuoso è la copertura in preda diretta delle rivolte di Detroit del 1967 pubblicate originariamente sul Fifth Estate e poi immediatamente copiate da tutte le altre riviste underground del periodo.

Fifth Estate

Le riviste che fanno parte di UPS sono molto diverse fra loro, alcune sono militanti mentre altre, come il San Francisco Oracle, presentano contenuti ben più spirituali e psichedelici e sono graficamente molto più sofisticati e originali.

San Francisco Oracle

Grazie al lavoro dell’UPS, in breve tempo il numero dei documenti condivisi si è moltiplicato in maniera esponenziale diffondendo gli articoli più interessanti e facendo emergere alcune delle figure centrali del mondo dell’editoria underground fra cui Walter Bowart e John Wilcock dell’East Village Other e Michael Kindman di The Paper.
Dopo qualche mese dalla nascita, anche il famoso San Francisco Oracle si affilia all’organizzazione e, con esso, anche altre importanti riviste del tempo come The Rag oppure The Illustrated Paper, una rivista psichedelica meno conosciuta rispetto alle altre pubblicata a Mendocino, in California.

The Rag

A partire dal 1967, molte altre testate fanno la stessa scelta facendo crescere l’organizzazione che inizia anche a produrre i primi documenti ufficiali.
Interessante notare come all’UPS aderiscono riviste da tutti gli Stati Uniti, come testimonia il caso di The Inquisition, rivista nata e sviluppatasi nel profondo sud, per la precisione a Charlotte, North Carolina.

The Inquisition Magazine 1968

Il primo raduno di tutte le redazioni delle riviste appartenenti ad UPS  si tiene a casa di Walter Bowart del San Francisco Oracle a Stinson Beach, in California, nel marzo del 1967, con la presenza di circa 30 persone in rappresentanza di 8 magazine.
L’incontro non è proprio il massimo in termini di risultati, ma ha un enorme valore simbolico e soprattutto di esempio al fine di creare un senso di comunità nazionale e far sentire i giornali meno soli nei loro sforzi contro quello he veniva definito “il sistema”.

Documento Underground Press Syndacate

Nel giugno del 1967, una conferenza UPS a Iowa City vede la presenza di circa 80 redattori di giornali fra gli Stati Uniti ed il Canada e, per la prima volta, compaiono anche componenti di un’altra organizzazione nata da pocco ccon scopi simili, il Liberation News Service (LNS), fondata da Marshall Bloom e Ray Mungo.

Liberation News Service

Questa ricopre un ruolo altrettanto importante e complementare ad UPS, nella crescita e nell’evoluzione della stampa underground statunitense.
La parabola ascendente dell’editoria underground però comincia a frenare, nel 1970 e nel 1973 la situazione, come del resto l’intero movimento controculturale mondiale è in totale stallo.
Proprio nel 1973 si svolge a Boulder, in Colorado un nuovo incontro tra i giornali underground che sancisce il cambio di nome in Alternative Press Syndicate (APS).
L’APS è il tentativo – fallito – di reinventare il sindacato e dargli nuovo slancio per riuscire a competere con una nuova realtà, l’Association of Alternative Newsweeklies, la rete di settimanali alternativi molto meno radicale di APS.
Dopo alcuni altri tentativi di riorganizzazione, nel 1976 quella che è adesso denominata APSmedia si scioglie e termina la sua avventura.
Nel 1974 infatti, la maggior parte dei giornali underground degli Stati Uniti ha cessato le pubblicazioni anche se, è giusto ricordare, come queste brevi ma intense esperienze editoriali, abbiano lasciato una eredità assai importante e duratura e, a testimoniarlo, sono le decine di fogli e piccole pubblicazioni nate nelle piccole città e periferie americane come, solo per citarne alcune, quelli di Long Island come Moniebogue Press e Suffolk StreetPapers.

 

Baron Wolman, la storia del fotografo delle riviste musicali underground

La carriera di Baron Wolman, nato il 25 giugno 1937, inizia a Berlino Ovest negli anni ’60 dove effettua il servizio militare e pubblica il suo primo saggio fotografico sul muro di Berlino.
A questo punto, visto il relativo successo e interesse suscitato da questo suo primo lavoro, decide di diventare un giornalista fotografico di professione e, appena terminato il servizio militare, si trasferisce dalla Germania a Los Angeles per poi trovare nella San Francisco e nel Nuovo Messico dei primi anni Sessanta i suoi luoghi ideali.
E’ proprio nella città del Golden Gate Bridge, nell’aprile del 1967, che Wolman, allora 30enne, incontra uno studente ventunenne di nome Cal Berkeley ed un giovane scrittore freelance di nome Jann Wenner con cui inizia a collaborare ad una rivista underground ancora tutta da decifrare.

Questo incontro non è casuale visto che Wolman già da tempo si è specializzato nella fotografia di gruppi rock della scena californiana ed il periodico che Wenner ha in testa, pensando anche ad una collaborazione con il critico musicale del San Francisco Chronicle, Ralph Gleason, è totalmente dedicato alla musica nascente della controcultura della Baia ed oltre.
Wolman accetta così di unirsi al nuovo periodico che prende il nome Rolling Stone con cui accetta di lavorare gratuitamente a patto di mantenere i diritti di tutte le foto che scatta dando comunque alla rivista la possibilità di utilizzarle pressoché senza limiti temporali.

Wolman ha dalla sua una grande fortuna, gli è infatti dato l’accesso praticamente illimitato a tutti i soggetti che intende fotografare. Stiamo parlando di nomi come Janis Joplin, i Rolling Stones, Frank Zappa, Who, Jimi Hendrix, Joan Baez, Iggy Pop, Pink Floyd, Bob Dylan, Grateful Dead, Phil Spector, Jim Morrison, Ike e Tina Turner e altri musicisti che compaiono fin dal primo numero di Rolling Stone del 1967.
Una delle caratteristiche che contraddistinguono questi primi lavori di Wolman è la totale assenza di lavori in studio preferendo sempre ritratti informali. Uno stile questo totalmente aderente al periodo e molto in sintonia sia con lo stile di vita degli stessi musicisti che fotografa, sia con il pubblico della rivista.
L’approccio di Wolman fa scuola anche se poi, con il passare degli anni, sarà gradualmente soppiantato da nuovi fotografi molto meno naturali e caldi che però dovranno sempre passare prima dalla sua approvazione per essere pubblicati.
Questa evoluzione verso uno stile più artificiale e posticcio può essere rintracciata nelle successive copertine di Rolling Stone.
Nonostante la sua carriera sia contraddistinta in gran parte dalla sua avventura proprio con Rolling Stone, Wolman prende parte a numerosi altri progetti anche non musicali.
Dopo aver lasciato Rolling Stone nel 1970, Wolman fonda infatti la sua rivista, questa volta allontanandosi dal mondo del rock, dal titolo Rags, da non confondersi con The Rag, storica rivista dell’underground press texano.
Rags, inizialmente ospitata negli uffici di San Francisco dove era nata anni prima proprio Rolling Stone, è una rivista fotografica dal taglio fortemente underground che esce in grande anticipo sui tempi in quanto si pone l’obiettivo di portare alla ribalta la moda di strada piuttosto che quella che si trova nelle vetrine dei negozi o nelle passerelle.

The September 1970 cover of the counterculture fashion magazine ‘Rags’, published monthly in San Francisco from June 1970 through June 1971.

Creativa e irriverente, i 13 numeri della rivista escono dal Giugno 1970 al Giugno 1971 e sono un enorme successo dal punto di vista artistico ma non finanziario.

Successivamente Wolman si specializza nelle foto aeree fotografando paesaggi aerei dalla finestra del suo piccolo Cessna e queste fotografie le raccoglie all’interno di due libri dal titolo California From the Air: The Golden Coast (1981), e The Holy Land: Israel From the Air (1987), pubblicati dalla asa editrice Squarebooks che Wolman fonda nel 1974 e che continua ancora oggi a pubblicare con un eclettico catalogo di libri illustrati e fotografici.
Sempre nel 1974, l’instancabile Wolman trascorre un anno con la squadra di football di Oakland Raiders per documentare fotograficamente l’intera stagione 1974 come si vede dal volume Oakland Raiders: The Good Guys, pubblicato nel 1975.
Nel 2001, Wolman si trasferisce a Santa Fe, nel New Mexico, ritornando ai suoi primi amori paesaggistici, dove continua ancora a fotografare e pubblicare.
Il 2011 ha visto l’uscita di un libro autobiografico dal titolo Baron Wolman: Every Picture Tells A Story, Rolling Stone Years pubblicato da Omnibus Press . Il libro parla della carriera di Wolman a partire dagli inizi di Rolling Stone raccontando le storie che vivono dietro le sue fotografie.

L’eroina dei primi teen comics Bunny Ball incontra una strana band di nome The Beagles

Ci sono dei prodotti, nella storia dell’editoria indipendente, che si muovono ai margini di ambiti a prima vista lontanissimi fra loro: dal trash al demenziale, dal politico al più libertario mondo della controcultura vera e propria.
Uno di questi è senz’altro Bunny Ball, che al tempo in cui apparve, fecce scuotere le teste a molti dei padri di famiglia convinti che i loro ragazzi stessero definitivamente perdendo tempo con sciocchezze ultra-psichedeliche.

E’ il 1969, ok, e in tutti gli Stati Uniti gli adolescenti stanno scoprendo le nuove droghe psichedeliche, abbandonando la società per vivere nelle comuni o scappando di casa insieme a brutti ceffi casomai appartenenti a bande di motociclisti come quelle degli Hell’s Angels.
Ecco, non troverete niente di simile nella serie edita dalla Harvey Comics con protagonista la nostra eroina Bunny Ball, il cui cognome non è sicuramente un eufemismo casuale.
Ma Bunny non è la sola protagonista di questi fumetti composti a malapena da 52 pagine, c’è anche sua sorella più giovane, ancora adolescente, dal nome Honey.
Bunny Ball è però il personaggio principale di questa serie degli anni ’60, la risposta di Harvey al monopolio dei fumetti della Archie Series nel genere teen comics.

Bunny è una la tipica teenager che adora fare shopping con le sue amiche e ascoltare e cantare la nuova musica beat.
In Rock Happening, il numero della serie di Bunny dedicato appunto alla nuova musica beat di un fantasioso quartetto inglese chiamato The Beagles.

E’ proprio la possibilità di Bunny di uscire con i quattro componenti di questa famosissima band: rinominati Nigel, Stanley, Frederic e Harold ed il loro manager Garson Goldentripp, che sta al centro di Rock Happening, numero uscito nel 1966.

Synapse: The Electronic Music Magazine

Synapse: The Electronic Music Magazine è stata una rivista bimestrale americana di musica elettronica pubblicata tra il marzo 1976 e il giugno 1979. In un periodo in cui i sintetizzatori commerciali erano ancora piuttosto nuovi ed in gran parte fai-da-te, Synapse è stato un magazine molto importante per le sue interviste con musicisti e articoli che hanno contribuito a diffondere la cultura della nuova musica elettronica che, a giudicare da quanto successo negli ultimi 30 anni, ha avuto un discreto successo e diffusione.
La prima redazione era composta dall’editore Douglas Lynner, dall’art director Chris August, dal fotografo Bill Matthias e dall’illustratrice Angela Schill.
Negli anni la redazione ha visto numerosi cambiamenti che hanno portato a nuove collaborazioni con Colin Gardner e Melodie Bryant.

Synapse chiude i battenti nel 1979 dopo 14 numeri.
La rivista era una piccola realtà editoriale che non ha mai raggiunto un’alta tiratura ma il suo grande merito è stato quello di offrire interviste con i principali produttori di sintetizzatori del periodo e soprattutto di ospitare discussioni anche con i musicisti che di questi nuovi strumenti stavano iniziando a scoprire le potenzialità.
Alcuni di questi artisti, fra i quali ricordiamo la band dei Tangerine Dream, i Kraftwerk oppure il grande Brian Eno.
Come spesso accade con lo studio delle riviste del passato, risultano molto interessanti le inserzioni pubblicitarie del tempo soprattutto di una vastissima gamma di sintetizzatori, dai più grandi produttori fino alle piccole compagnie che sperimentavano su questa nuova fetta di mercato in espansione.


Helix, l’editoria underground a Seattle

Nell’infinito mondo della storia dell’editoria indipendente, spesso succede di imbattersi, dopo anni, in piccole gemme e questo è proprio il caso di Helix, rivista quindicinale fondata e curata da Paul Dorpat a partire dal 1967 quando, dopo una serie di riunioni organizzative tenute presso la Free University of Seattle, insieme a Tom Robbins e Lorenzo Milam, venne deciso di gettarsi in questa nuova avventura editoriale.
La maggior parte delle persone associa le parole Seattle music scene a band come Soundgarden, Nirvana e Pearl Jam che negli anni ’80 e ’90 hanno reso la città e le sue periferie un focolaio di quello che passerà alla storia come grunge rock, un pò come Microsoft e Starbucks hanno fatto con l’high tech ed il caffé.

Ma alla fine degli anni ’60, Seattle non era molto diversa dal resto del mondo.
Helix entra a far parte fina da subito della foltissima schiera di underground press che diffondevano il verbo della controcultura in tutti gli States ed oltre.
Membro fondante sia della Underground Press Syndicate che del Liberation News Service, Helix ha pubblicato un totale di 125 numeri con una tiratura che ad un certo punto arriva anche a 125.000 copie, prima di chiudere i battenti l’11 giugno 1970.
Molte delle copertine di Helix sono illustrate da Walt Crowley, successivamente divenuto famoso come personalità televisiva locale e per il suo lavoro di archiviazione e catalogazione della memoria storia della città di Seattle.
Crowley è quindi una figura centrale della controcultura di Seattle fin dagli anni Sessanta quando, oltre alla parte grafica del magazine, in cui evidenzia in maniera del tutto personale ed originale il suo amore nei confronti di certa grafica psichedelica sensibile più allo stile europeo che a quello californiano die Big Five.

Walt Crowley 1968
Walt Crowley – Poster for the first Sky River Rock Festival 1970

Walt Crowley collabora a Helix anche in qualità di scrittore di articoli e poi co-editore della rivista.
I suoi articoli riguardano un pò tutti gli aspetti del movimento underground: dalle libertà civili al pacifismo, da divagazioni filosofiche, fino alla poesia ed alla grafica.
Ogni numero era composto da circa 24/28 pagine piene di illustrazioni e grafica con innesti di strambe pubblicità riprese da vecchie riviste.
Il giornale non si limita a supportare la scena underground, ma organizzava e promuoveva anche concerti, tra cui il leggendario Sky River Rock Festival di tre giorni nella contea di Snohomish nella quale si esibiscono alcune fra le band più importanti del periodo come Country Joe and the Fish, Flying Burrito Brothers,  Frumious Bandersnatch, Grapefruit e Steve Miller.

Tom Robbins (sinistra) e Paul Dorpat nel 1968

Il primo numero di Helix viene realizzato da Paul Dorpat e Walt Crowley con soli 200 dollari di capitale preso in prestito in un negozio preso in affitto su Roosevelt Way NE.
Ken Monson, giovane collaboratore di un’associazione locale, aveva da poco acquistato un ciclostile e proprio grazie al suo aiuto vengono stampate le prime 1.500 copie.
Dopo i primi 4 numeri  Helix raggiunge 11.000 copie ed inizia a sperimentare le nuove opportunità della grafica sulla scia di riviste come il San Francisco Oracle come il cosiddetto rainbow effect, l’effetto arcobaleno soprattutto per le meravigliose copertine psichedeliche.

Nel settembre del 1967, Helix venne però sfrattato dall’ufficio di Roosevelt Way e la redazione fu costretta a trasferirsi nel nuovo ufficio al 3128 di E. Harvard dove rimase fino alla chiusura.
Dopo la scomparsa di Helix diversi furono i tentativi di nuovi progetti editoriali a Seattle tra cui il New Times Journal, il Puget Sound Partisan, il Sabot, il Seattle Flag, il Seattle Sound e il Sun, ma nessuno è riuscito nel riconquistare lo spirito o il successo di Helix.

Helix, Maggio 1967
Helix, Ottobre 1967
Helix, Febbraio 1969
Helix, Novembre 1969
Helix, Luglio 1969
Helix, Luglio 1968
Helix, Agosto 1968

Plexus Magazine, la rivista che disinibisce

Plexus è stata una rivista bimestrale francese realizzata dal 1966 al 1970 con solo 36 numeri all’attivo, ma che in ognuna delle 36 copertine è riuscita a sprigionare un ritmo tipicamente funky, molto vintage style, condito da un erotismo mai urlato ma sempre caldamente ammiccante.
Dalla grafica ai contenuti, era una perfetta rappresentazione cartacea del suo tempo, così tipica da venir definita da tutti The uninhibited magazine, ovvero La rivista disinibita.
Nel 1967 viene anche vietata ai minorenni per il suo contenuto ritenuto pornografico.

Oltre alle sue fantastiche copertine, Plexus era un tesoro di contenuti con articoli che andavano dalla storia alla filosofia, fino alla fantascienza, il tutto sotto il controllo di Jacques Sternberg, l’editore (e letterato) di Plexus.
L
e diverse sezioni erano dedicate all’arte ed alla letteratura erotica con la regolare presenza delle splendide e conturbanti illustrazioni create appositamente da Leonor Fini, personaggio che di per se meriterebbe molto più spazio all’interno della storia dell’illustrazione.
Oltre agli originalissimi contributi della Fini, ad abbellire le pagine di Plexus era sempre sempre un fumetto di Popeye.
Molti dei collaboratori provengono dall’esperienza di un altro magazine, Planète magazine, organo del movimento del realismo magico e pubblicato tra il 1961 e il 1971.
Le figure più importanti del magazine erano Alex Grall, direttore di Plexus per i primi numeri, seguito da Louis Pauwels prima di Jacques Mousseau, ultimo art director della pubblicazione.
L’ultimo nome da ricordare è comunque Pierre Chapelot, direttore artistico della rivista e colui che le ha dato una propria splendida immagine.

Plexus #1, 1966
Plexus, n.16, Settembre 1968
Cover: Wolfgang Hutter
Plexus, n.28, Ottobre 1969
Cover: Gilles Rimbault
Plexus, n.31, Gennaio 1970
Cover: Le Bain turquoise
Plexus, n.23, Aprile 1969
Cover: “My best Friends,” poster Robert Lewis
Plexus, n 26, Luglio 1969
Cover: Roman Cieslewicz
Plexus, n.34, Aprile 1970
Cover: Graham Rogers

Di particolare interesse è il fumetto presente nel numero 30 del  Dicembre 1969 in cui viene presentato il fumetto psichedelico dal titolo Alcohol Tripping ideato sulla base di una storia di Don Mitchell ed illustrato magistralmente da Tito Topin, storico collaboratore della rivista.
Il fumetto è un chiaro esempio di grafica psichedelica in cui Topin sprigiona, a partire da un unico colore un mondo sognante e visionario che rimanda a certi lavori di Guy Peellaert, penso per esempio al suo famoso lavoro per Pravda.

Alcohol Tripping – Tito Topin – Plexus Magazine (1969)

La rivoluzione femminista degli anni Venti nei magazines di allora: il movimento Flapper

In un periodo come questo, dove a fronte del movimento #metoo contro gli abusi sulle donne, si sta risvegliando quanto di più retrogrado e barbaro nel modo di concepire i rapporti familiari e lo specifico ruolo della donna nell’ambito della società, è ancora più interessante andare a riscoprire un movimento come quello Flapper che mise la donna, le sue idee ed i suoi gusti, al centro dell’attenzione di gran parte del mondo occidentale.
Con il termine Flappers si indica oramai comunemente una generazione di giovani donne occidentali che durante gli anni ’20 iniziarono a distinguersi attraverso scelte estetiche e di comportamento molto originali e coraggiose.
Indossavano gonne corte, ascoltavano jazz e ostentavano il loro disprezzo per quello che era stato fino ad allora il ruolo dedicato alla donna.
Le flapper erano viste come sfacciate per il loro trucco eccessivo. Bevevano alcolici e fumavano sigarette, guidavano automobili e soprattutto si rapportavano con estrema disinvoltura con il sesso, privilegiando quello casuale e fatto per il solo piacere di farlo sfuggendo così alle rigide e bigotte regole sociali.
Il termine Flapper deriva probabilmente dallo slang inglese dove flapper indica genericamente una ragazza adolescente. anche se alcuni ci vedono un legame anche con il ben più dispregiativo appellativo di giovane prostituta.
Come tutti i movimenti controculturali , anche quello Flappers ha scatenato numerose critiche e attacchi da parte della società benpensante. Pensate che durante una  conferenza nel 1920 il dott. R. Murray-Leslie criticò queste giovani definendole “farfalle sociali, frivole, insignificanti, irresponsabili e indisciplinate, a cui una danza, un cappello nuovo o un uomo con una bella macchina, interessano più del destino delle nazioni in guerra”.
Una delle cause del cambiamento nel comportamento delle giovani donne fu infatti lo scoppio della Prima Guerra Mondiale con la conseguente morte di un gran numero di giovani accompagnata dall’epidemia di influenza spagnola.
Questi due fattori spinsero le giovani a concepire la vita come un soffio lieve e veloce nel suo trascorrere e soprattutto ad avvertire con urgenza la possibilità che questa potesse finire in qualsiasi momento. Pertanto le Flapper volevano trascorrere la loro giovinezza godendosi la vita con la più completa libertà piuttosto che stare semplicemente a casa e aspettare che un uomo le sposasse.
Si tratta di un periodo di profondi cambiamenti come il diritto di voto conquistato proprio dalle donne negli Stati Uniti il ​​26 agosto 1920 e, più in generale, dalla ferma volontà di essere socialmente uguali agli uomini per realizzare nuovi obiettivi individuali vicini al quello che in seguito diverrà il movimento femminista: individualità, piena partecipazione alla vita politica, indipendenza economica e libertà sessuali.
L’ascesa delle prime forme di consumismo incoraggiarono le donne a pensare in modo indipendente ed a desiderare per loro stesse nuove forme di liberazione come l’attenzione ai loro abiti, alle loro carriere, alle attività sociali.
Un aspetto a prima vista banale ma invece assai importante in questo movimento è anche l’esplosione della vendita di automobili, poiché significavano che una donna poteva spostarsi liberamente ed a suo piacimento, viaggiare e frequentare luoghi di intrattenimento come feste e locali senza chiedere il permesso ai mariti.
La prima apparizione dello stile flapper negli Stati Uniti viene fatta risalire al famoso film della Frances Marion del 1920, The Flapper, con Olive Thomas.

Olive Thomas, 1920

Altre attrici, come Clara Bow, Colleen Moore e la mia preferita in assoluto Louise Brooks, avrebbero presto costruito la loro carriera sulla stessa immagine, ottenendo una grande popolarità.

Colleen Moore, 1922
Clara Bow, 1922
Louise Brooks, 1921

Negli Stati Uniti, il proibizionismo e la conseguente diffusione di locali notturni clandestini è stato un fattore determinante nell’ascesa del movimento flapper, con salotti illegali e cabaret che si riempiono di giovani ragazze libere e vogliose di semplice divertimento.
Scrittori negli Stati Uniti come F. Scott Fitzgerald e Anita Loos e illustratori come Russell Patterson, John Held, Jr., Ethel Hays e Faith Burrows hanno reso popolare l’aspetto flapper e lo stile di vita attraverso le loro opere, e le flapper sono state descritte come attraenti, spericolate e indipendenti.

Russell Patterson
John Held Jr

Tra coloro che hanno contribuito alla diffusione del movimento flapper, come si legge nel bel libro di Joshua Zeitz: Flapper: A Madcap Story of Sex, Style, Celebrity, and the Women who Made America Modern, c’era la scrittrice Dorothy Parker che ha scritto il provocatorio pamphlet dal titolo: Flappers: A Hate Song” per prendere in giro la moda. Il segretario del lavoro ha denunciato la “spensieratezza del fumo di sigarette, del barista che beve cocktail. Come ogni movimento controculturale, anche quello Flapper ha avuto le sue riviste a fare da cassa di risonanza ed a mostrare pubblicamente i nuovi temi e le nuove idee.
E’ del 1922 infatti la nascita della rivista a piccola tiratura The Flapper, con sede a Chicago, che celebrò lo scanzonato mondo flapper.
Nella prima pagina del suo primo numero, come vuole la tradizione della stampa indipendente, si può leggere la dichiarazione di intenti del movimento attraverso la pubblica contestazione dei valori tradizionali.
Sotto la testata, corredata dal bellissimo sottotitolo Not for old Fogies cioè Non per i vecchi parrucconi, si poteva leggere:
Saluti, flappers! Tutte voi che avete fede in questo mondo e nella sua gente, che non pensate di essere costrette a servire per sempre, che amate la vita e la gioia e le risate e bei vestiti e bei tempi, e che non avete paura dei riformatori, grandissime!!
Grazie ai flapper il mondo che gira nel modo sbagliato, sarà più bello e divertente! La tribù vi saluta!

The Flapper magazine, 1922

In un altro numero della rivista, si poteva leggere ancora:
Perché, in nome del buon senso, i produttori di abbigliamento femminile insistono con le gonne lunghe, quando semplicemente noi non le vogliamo più? Cosa pensano che noi siamo un branco di meduse senza testa e cervello?
I primi numeri di Flapper erano essenzialmente incentrati sulla nuova moda ma poi si allargò anche ad altre tematiche quali l’importanza del legame femminile e della solidarietà fra donne, si cominciarono ad affrontare argomenti come il pregiudizio dei media e l’attenzione sul comportamento delle giovani donne.
Nel 1923, la rivista iniziò anche a dare spazio alle lettrici ed alle loro storie in una nuova rubrica chiamata Confessions of a Flapper.
Ma Flapper magazine non fu il solo magazine a sostenere questo movimento controculturale. Anche in Europa nacquero e si diffusero riviste del genere, pensiamo a spkendidi prodotti quali il tedesco Die Dame o Das Blatt der Hausfrau che attrassero le giovani donne tedesche con un’immagine sensuale e nuove pubblicità per gli abiti e gli accessori che avrebbero voluto acquistare.
Le pagine patinate di queste riviste mostravano una nuova concezione di donna, giovane e alla moda, finanziariamente indipendente e desiderosa di conoscere le ultime mode.

Die Dame magazine,1927

Lo stile flapper abbelliva regolarmente le copertine di riviste anche del mondo mainstream come Vanity Fair e Life con lavori splendidi di Gordon Conway.
Un movimento bellissimo quello Flapper, coraggioso per il suo te forse anche per il nostro tempo. Un esempio di come la miccia della ribellione a regole stringenti e considerate immobili possa sempre accendersi ed incendiare anche i contesti a prima vista più immutabili.

Gordon Conway
Gordon Conway
Gordon Conway

 

 

 

 

Il nuovo Playboy Francia è del tutto diverso e molto più vicino ai magazine indipendenti

Fina dalla sua comparsa nel 1953, Playboy magazine ha cercato di definire un’estetica della sensualità nuova e sempre al passo con i propri tempi, basti pensare al piccolo logo creato dal designer Art Paul per il secondo numero nel 1954 e ancora oggi simbolo del magazine.

Questo aspetto di ricerca è vivo più che mai se pensiamo alla versione francese del magazine che di recente ha visto un profondo restyling grafico che lo ha reso molto più attuale avvicinandolo al mondo dei moderni magazine indipendenti.
Questa rivoluzione è stata opera dello studio parigino République che, a riprova di quanto detto in precedenza, si occupa da sempre molto più di tipografia che di magazine per adulti.
Ogni edizione internazionale ha infatti un proprio team di progettazione separato da quello centrale in USA.
Questo ha fatto si che l’edizione francese abbia puntato sull’estetica facendo di Playboy un magazine di alto livello, piuttosto che una “semplice” rivista per uomini.
Se sfogliate Playboy France vi troverete dunque di fronte a layout sperimentali, ad un uso innovativo di caratteri tipografici e, nel complesso, ad una direzione grafica e progettuale che può assolutamente messa in relazione alla nuova estetica dei magazine indipendenti.

Il giornalismo rigoroso è ancora in primo piano da un punto di vista dei contenuti ma viene supportato da un approccio al design che sembra spingere l’idea di Playboy verso altre realtà editoriali quali il nuovo Johnny magazine, Luncheon magazine, etc..
République ha portato quell’approccio attento e audace al design di Playboy a partire dal 2018, quando la squadra, diretta dal fondatore dello studio Tom Uferas, è stata invitata a riprogettare il magazine.
La banda di Playboy è rimasta colpita dal lavoro di République per la rivista di calcio France Football, dove un approccio molto più artistico ha sostituito le classiche formule grafiche incentrate su fotografia di sudore, calciatori e manto erboso erboso.
Si è deciso quindi di distaccarsi notevolmente dall’influenza progettuale della rivista madre americana verso territori nuovi, più contemporanei e forse più idonei all’estetica francese e più in generale europea.

National Police Gazette la rivista ufficiale dei barbieri americani

La National Police Gazette, comunemente chiamata Police Gazette, era una rivista americana edita a partire dal 1845 dall’editore immigrato irlandese Richard K. Fox che con questo progetto editoriale per alcuni è diventato il precursore di tutte le riviste di lifestyle maschile.
Police Gazette aveva cadenza settimanale e riportava notizie di sport, gossip solitamente relativo alle bellezze del periodo, accompagnando il tutto con eleganti foto ancora in bianco e nero.

La rivista è stata fondata da due giornalisti, Enoch E. Camp e George Wilkes, come un classico tabloid fatto di pezzi sulla cronaca destinato ad un pubblico trasversale e generico.
Nel 1866 Wilkes and Camp vendettero Police Gazette a George W. Matsell che resterà direttore fino al 1922.
Apparentemente dedicato a tematiche poliziesche e di criminalità, era in formato tabloid, famoso fin dai primi numeri per le sue incisioni e le fotografie che con il tempo riguardarono sempre più anche spogliarelliste vestite poco o in modo succinto, ballerini di burlesque e prostitute, spesso arrivando a scontrarsi con la censura per problemi di oscenità e buon costume.
Esemplificativo fu, nel settembre del 1942, lo scontro con le poste americane che  ne vietarono la consegna per posta a causa delle sue immagini definite oscene e scabrose.
Per decenni è stato un vero e proprio status symbol, presente come oggetto d’arredo in ogni barbiere delle grandi città americane, letto immancabilmente da tutti gli uomini mentre aspettavano il loro turno.
La National Police Gazette ha goduto il suo periodo di successo soprattutto a cavallo del secolo scorso diminuendo il numero di copie durante la Grande Depressione.
A causa di questa grave crisi, National Police Gazette cessò le pubblicazioni nel 1932 e fu venduta tristemente all’asta per una somma simbolica.
Il 5 settembre 1933, sotto la nuova proprietà della ricca famiglia Donenfelds, il magazine venne affidato alla direzione della signora Merle W. Hersey che cambio format e cadenza passando a due uscite mensili e spostando il target dagli uomini dei barbieri alle giovani ragazze in cerca di svago e leggerezza.
Questi cambiamenti però non furono utili a risollevare le sorti del magazine che cambiò ancora molti proprietari fino al 1935 quando, sotto la proprietà di Harold H. Roswell divenne un mensile.
Nel 1968 l’editore canadese Joseph Azaria ne comprò i diritti e pubblicò ancora fino al 1977.

La National Police Gazette è stata definita dallo storico Howard P. Chudacoff come il magazine della cultura underground degli scapoli d’America e vera e propria pioniera di certa editoria per uomini che oggi riempie gli scaffali delle edicole con titoli quali Maxim, Esquire, GQ etc.
L’uso della grafica era interessante in quanto copriva come reportage alcuni dei fatti importanti del periodo nelle sezioni principali della rivista perciò sport – soprattutto pugilato – cronaca nera e gossip, tutto chiaramente visto da un punto di vista strettamente maschile.

National Police Gazette – incontro di pugilato
National Police Gazette – cronaca nera
National Police Gazette – combattimento dei cani

La presentazione di donne relativamente vestite era una caratteristica tipica nella Police Gazette ma si trattava essenzialmente di braccia nude, caviglie e infiniti décolleté. Per gli standard odierni appare materiale piuttosto innoquo, ma all’epoca si trattava di una vera rivoluzione, in particolare per un settimanale venduto al grande pubblico.
Nel 1880, Police Gazette iniziò una rubrica specifica dal titolo Footlight Favorites in cui veniva dedicata un’intera pagina a illustrazioni di giovani donne attraente e ammiccanti.
Interessante è anche notare come nelle pagine della Police Gazzette fanno la loro comparsa per la prima volta donne in atteggiamenti e comportamenti solitamente riservati agli uomini come fumare, combattere e addirittura indossare pantaloni.
E’ chiaro come 120 anni fa roba del genere fosse scioccante e affascinasse il pubblico.

National Police Gazette – donna con i pantaloni

Uno degli aspetti che più mi piace di National Police Gazette è la testata, così ricca e dettagliata, così vintage nel suo essere lontana dal minimalismo di oggi e pure così attuale se pensiamo alla generale riscoperta del lettering manuale degli ultimi anni.

Lo stile unico di Eric Engstrom, quando la psichedelia incontrò l’arte tipografica svizzera

Devo ammettere che non conoscevo Eric Engstrom fino a pochi mesi fa, era proprio uno sconosciuto, nemmeno uno di quei nommi che sai di aver trovato qualche volta e che ti sei sempre detto che poi avresti approfondito.
Niente, non posso mentirvi.
Una volta però che ho scoperto chi era e cosa aveva fatto, non ci è voluto poi molto per decidere che valeva la pena presentarlo anche a voi.
Nato il 9 luglio 1942 a Plymouth, nel Massachusetts, Eric Engstrom ha condotto una vita direi normale sia pur avendo vissuto a pieno la controcultura degli anni Sessanta sia come persona sia come artista e grafico.
Era infatti uno spirito degli anni Sessanta con un’estetica mai giutna ad un punto fermo e sempre in continua evoluzione.
Dopo essersi diplomato in illustrazione alla Rhode Island School of Design a Providence, vicino a Boston, Eric ha proseguito gli studi universitari in arte e design presso l’Università del Massachusetts, precisamente a Dartmouth.
Ha fatto mille lavoretti per sbarcare il lunario, guida ai musei cittadini museo, cuoco di linea, grafico per associazioni del territorio, promotore di concerti rock e molto altro ancora.
La svolta nella sua carriera di grafico avvenne proprio grazie alla sua passione per il rock e la grafica che trovarono il modo di esprimersi al meglio grazie al Boston Tea Party, locale per concerti situato nel quartiere di South End a Boston, nel Massachusetts, e successivamente trasferito nel quartiere di Kenmore Square sempre a Boston.
Lo storico locale è stato associato da sempre al movimento psichedelico degli anni Sessanta rendendolo – anche per la somiglianza architettonica – quello che l’Avalon Ballroom e il Filmore erano per la San Francisco hippies.
essendo simile in questo modo ad altre sale contemporanee come l’Electric Factory di Philadelphia, l’Avalon Ballroom di San Francisco o il Fillmore East di New York.
Inizialmente ospitava esclusivamente attori locali, ma ben presto, sotto la crescente ondata di acid rock, il locale iniziò ad ospitare artisti quali  Grateful Dead, Neil Young, Frank Zappa, Pink Floyd, Cream, Fleetwood Mac, The Allman Brothers Band, Joe Cocker, Jimi Hendrix,  The Byrds, Santana e The Who.
Nel 1968 la stazione radio WBCN, di proprietà degli stessi gestori del Boston Tea Party, iniziò a trasmettere dalla stanza sul retro del locale divenendo in breve tempo la stazione rock più quotata del mercato statunitense.

D. Arthur Hahn
Giugno 1967
Bob Driscoll
Marzo 1968
D. Arthur Hahn
Maggio 1967

I poster del Boston Tea Party erano concepiti in pieno stile grafico psichedelico e risentivano, come tutti del resto, delle novità estetiche apportate dai Big Five californiani, ma allo stesso tempo, si sono sempre caratterizzati, a prescindere dall’artista, per una propria specifica originalità che li differenziava sia dall’esplosione grafica fluorescente californiana sia dall’anarchia grafica europea rendendoli immediatamente riconboscibili sia per una pulizia grafica ed una chiara ammirazione per un gusto vittoriano non rintracciabili nei colleghi della West Coast.
All’interno di questo gruppo di artisti, Eric Engstrom lavorò con altri grafici quali D. Arthur Hahn e David Lang producendo poster e grafiche in serie fino ai primi anni Settanta.
Il lavoro di Engstrom era a sua volta unico e originalissimo visto che nei suoi lavori emergeva una caratteristica che lo distanziava dal resto dei colleghi e che sottolineava come i suoi studi di architettura e di design industriale lo avevano portato ad innamorarsi dello stile tipografico svizzero, quanto di più lontano ci potesse essere dalla fantasia al potere che era il minimo comune denominatore della grafica psichedelica prima di lui.
Il suo sforzo di far convergere questi due punti di riferimento fu, per tutti gli anni Sessanta, un suo obiettivo raggiunto attraverso una rigorosa attenzione alle regole tipografiche dello swiss style sia nell’utilizzo dei colori che nella sapiente gestione del lettering, in cui il carattere Helvetica ebbe sempre un posto di riguardo, proprio come appreso nei corsi sulla scuola svizzera.
Pulizia, rigore e, allo stesso tempo, accenni di psichedelia e utilizzo di immagini solarizzate qua e la, furono questi i suoi principi ispiratori per i poster realizzati fino al 1972.

Eric Engstrom – Agosto 1969
Eric Engstrom – Settembre 1969
Eric Engstrom – 1969
Eric Engstrom – Ottobre 1969
Eric Engstrom – 1968
Eric Engstrom – 1969
Eric Engstrom – 1970
Eric Engstrom – 1970
Eric Engstrom – 1971
Eric Engstrom – 1971
Eric Engstrom – 1971

Successivamente Eric Engstrom si è trasferito a Honolulu nel 1972 dove ha sviluppato una passione per l’interior design con un tocco grafico. Si è poi trasferito a San Francisco nel 1978 per lavorare con diversi architetti, fino al 1987 quando ha fondato Engstrom Design Group (ora EDG) nella Contea di Marin, in California.
Nei successivi 20 anni, Eric e il suo socio in affari Jennifer Johanson hanno sviluppato un’azienda di design con progetti di ristorazione e ospitalità in tutto il mondo.
Durante la sua carriera di designer è stato premiato dall’appartenenza alla rivista Hospitality Design Platinum Circle e come Fellow dell’International Interior Design Association (IIDA). Eric è stato anche membro del consiglio di amministrazione di RISD e presidente internazionale di IIDA. Eric si ritirò nel 2007 per dedicarsi a tempo pieno alle sue attività artistiche, alla fotografia, ai viaggi e alla scrittura.
A partire dal 2001, Eric ha iniziato a guidare attraverso le autostrade originali degli Stati Uniti: Route 66, Lincoln Highway e Route 6 per cercare ispirazione dalle fattorie abbandonate e dalle città disabitate, creando una serie di opere d’arte a tecnica mista che celebravano le desolate strade periferiche americane.

© Eric Engstrom
© Eric Engstrom
© Eric Engstrom

Le sue passioni comprendevano motociclette Ducati, cultura rock & roll, grande cucina e naturalmente, interior design.

Il 15 giugno del 2013, dopo una lunga battaglia contro il cancro, è morto nella sua casa a Fairfax, in California, circondato dalla famiglia. Aveva 70 anni.

Pete Millar e la leggenda dei fumetti hot rod (pt.1)

Pete Millar è stato un fumettista, illustratore e pilota di dragster statunitense.
Una delle sue creature di maggior successo è stata la rivista Cartoons, pubblicazione americana di fumetto satirico dalla grafica hot rod. Ideata e prodotta insieme all’amico Carl Kohler, Cartoons è stata pubblicata come trimestrale a partire dal 1959.

Peter Millar

Cartoons si inserisce in quel filone di editoria underground che comprendeva anche titoli simili quali CYCLEtoons (dal 1968 al 1973), SURFtoons, Hot Rod Cartoons (dal 1965)Choppertoons, rivista oramai leggendaria uscita in soli 3 numeri.

CYCLEtoons 1970
CYCLEtoons 1972
SURFtoons 1967
SURFtoons 1968
Hot Rod Cartoons 1970

Tutti questi prodotti erano pubblicati dalla Robert E. Petersen Publication, una vera leggenda vivente nel mondo della kustom kulture, che nel 1994 ha addirittura realizzato il Petersen Automotive Museum nei dintorni di Los Angeles.

Petersen Automotive Museum – by David Zaitz

Queste riviste erano una vera bomba per il pubblico dell’epoca ed hanno contribuito ad allargare il target di riferimento anche al di la dei soli appassionati di hot rod.
Articoli più o meno curati, fumetti, guide pratiche per creare nuovi fumetti e nuove illustrazioni tipiche del genere e molto altro ancora.

Cartoons – 1959
Cartoons – 1961
Peter Millar su Cartoons

Nel primo numero fa la sua comparsa il fumetto, Rumpsville: The Saga of Rumpville, illustrato da Millar che fu l’inizio di un’interminabile serie di fumetti, personaggi e storie che hanno fatto la storia della kustom kulture statunitense divenendo dei veri e propri cult anche per i collezionisti di oggi.
Rumpsville è un termine che diviene immediatamente gergale nel momndo delle hot rod e sta ad indicare il paradiso dell’hot rod.
Ma cerchiamo di definire la storia di Millar.
Peter Millar nasce il 14 dicembre 1929 e si forma come ingegnere anche se nutre da sempre il sogno segreto di diventare un fumettista e un editore a tempo pieno.
Nel 1953 si trasferisce da San Diego a Los Angeles ma i suoi lavori vengono rifiutati da tutti gli editori a cui li propone.
La prima striscia pubblicata da Millar fu Arin Cee, prodotta per la rivista Rod & Custom a partire dal 1955 e proseguita fino agli anni ’60.

Arin Cee di Peter Millar

Come detto il suo successo iniziale è dovuto a Cartoons, dove insieme a lui, vengono lanciati moltissimi artisti poi approdati a magazine e riviste più conosciute e famose. E’ bene ricordarne alcuni: Alex Toth, Russ Manning, Willie Ito, Dale Hale, George Trosley , John Kovalic, Shawn Kerri (una delle pochissime donne che hanno disegnato per la rivista), John Larter, Robert Williams, William Stout.

Krass & Bernie di George Trosley

Millar ha lavorato a Cartoons fino al 1963 quando la rivista divenne Hot Rod e lui fu sostituito Tom Medley che lo aveva creato il personaggio di Stroker McGurk.

Stroker McGurk di Tom Medley per Hot Rod Magazine

Cartoons è stata senza dubbio una delle storie di successo più improbabili nella storia dell’editoria underground del ventesimo secolo e, da sola, ha garantito a Millar un posto nella storia del fumetto.
Cartoons ha infatti raggiunto numeri di vendita altissimi per il genere ed il periodo offrendo a giovani fumettisti della West Coast spazio e possibilità di sperimentare.
Cartoons ha delineato lo standard per il fumetto umoristico del settore automobilistico, caratterizzato da uno stile di disegno forte tipico della grafica hot rod e che si poneva in netto contrasto con i fumetti d’avventura del periodo.
All’interno di Cartoons comparvero pagine di lettere inviate dai soldati in Vietnam o direttamente dai lettori che catturavano l’umore dei tempi come in seguito avrebbero fatto tutte le pubblicazioni underground.
E’ nel giugno del 1963 la decisione di Millar di fondare la rivista DRAGtoons con la sua casa editrice, la Millar Publications che ne pubblica 49 numeri di  tra il 1963 e il 1968…

..altro, molto altro, vi aspetta domani, ci siete??

Un grande classico della filosofia ed un progetto editoriale basato sugli appunti di lettori straordinari

Kenneth Goldsmith è un poeta e critico americano nato nel 1961.
È l’editore fondatore di UbuWeb un grande database online di risorse per la divulgazione della conoscenza soprattutto in ambito artistico fondata nell’oramai lontano 1996. Ubu offre ai visitatori veramente un viaggio unico e spesso sconosciuto attraverso un mondo di materiali prodotti da artisti noti soprattutto per la loro appartenenza alle avanguardie artistiche del Novecento.
Ma oggi vi parlo di Goldsmith per una delle sue ultime produzioni – ovviamente editoriali e ovviamente cartacee – che mi ha colpito molto.
Il libro, perché nonostante tutto di libro si tratta, già dal titolo è una piccola dichiarazione di guerra rispetto alla normalità: I Declare a Permanent State of Happiness.
Certo, in questi anni pieni di parole di odio e rancore, dove tutti attorno a noi appaiono arrabbiati per qualche torto subito e dove la parola felicità viene forzatamente associata solo alla ricchezza o, peggio ancora, ad una non precisata elìte, appare veramente controtendenza un titolo del genere, ma sfogliando queste bellissime ed interessantissime pagine ci accorgiamo che non è proprio così..

Kenneth Goldsmith – I Declare a Permanent State of Happiness
Eris Press – 2018

I Declare a Permanent State of Happiness è un pezzo straordinario del lavoro di Goldsmith prodotto da Urtext e fa parte della serie Marginalia, una serie di libri che presentano il meglio della letteratura mondiale e della saggistica tutti caratterizzati appunto dalla presenza delle note a margine scritte da alcuni dei pensatori più intriganti del nostro tempo.
Fondamentalmente questi particolari lettori hanno condiviso con noi quelle che sono state le loro immediate reazioni alle parole di giganti della letteratura come Shakespeare, Dickens, Marx e Wittgenstein.
Liberi da vincoli accademici e con totale libertà editoriale, hanno quindi potuto trasformare alcuni classici della letteratura – solitamente considerati  intoccabili – in opere nuove, originali, ricche e profondamente personali.
Fra i titoli della serie, solo per citarne alcuni, Simon Critchley che legge Hamlet di William Shakespeare

Simon Critchley – Hamlet di William Shakespeare
Vijay Prashad – Manifesto di Marx & Engels
Harold Bloom – Leaves of Grass di Walt Whitman

Come con gli altri della serie Marginalia, anche il lavoro di Goldsmith è un progetto quindi di meta-scrittura dove, nelle 60 pagine di cui si compone il libro, lo stesso Goldsmith prende il Tractatus Logico-Philosophicus del filosofo Ludwig Wittgenstein e annota ai margini delle pagine le sue considerazioni personali.
Ogni pagina diventa dunque un’opera letteraria nuova, diversa e arricchita rispetto all’originale grazie ad appunti schietti e sinceri come quello in cui Goldsmith rivela:

Sebbene sia rimasto seduto sul mio scaffale per decenni, non ho mai letto il Tractatus. Ma mi è sempre piaciuta l’idea … 

È un oggetto per appassionati di libri d’arte e per chi vuole scoprire nuovi punti di vista su alcuni dei grandi classici. Di grande formato – misura 26 x 35 cm – che quasi lo fa apparire un vero manuale scolastico ma, per usare un eufemismo, molto meno banale anche grazie alla postfazione manoscritta dell’artista.

Collage improvvisati, disegni accennati, schizzi, commenti scritti a mano, testo scritto e poi cancellato, ricevute di acquisto e conteggi numerici, queste sono solo alcune delle tecniche che Goldsmith lascia come traccia della sua lettura nelle pagine di questo libro.
La copertina, minimale e quasi del tutto priva di testo, mostra solamente un’ombra, rendendo il libro elegante e contrastando con la ricchezza che invece vi si nasconde all’interno. Inoltre, sto amando il semplice marchio in rilievo per l’impronta.

Sex to Sexty è davvero la rivista più volgare mai stata stampata?

Sex to Sexty è stata una rivista di satira per adulti pubblicata ad Arlington, Texas dal 1964 al 1983 da John W. Newbern, Jr. e Peggy Rodebaugh sotto la direzione artistica di Lowell Davis con i rispettivi pseudonimi di Richard o Dick Rodman, Goose Reardon e Pierre Davis.
Vale la pena dedicare due righe aJohn Newton, editore della rivista, che nei primi anni Sessanta gestiva un’azienda in ottima saluta che stampava slogan su posaceneri, penne, tazze da caffè ed altri gadget. Tuttavia è interessato al mondo nascente dei fumetti underground e, con l’ottica di creare una rivistina satirica, acquista per la cifra di 10.000 dollari una collezione privata di libri di barzellette ordinati in schedari e suddivisi in base ai diversi temi trattati come, per esempio, un uomo ed una donna su un’isola deserta, desideri sessuali oppure moglie tradita.
Da questo materiale, e con l’aiuto di altri amici, nasce Sex to Sexty stampato a proprie spese da Newton e diffuso inizialmente sfruttando la rete di distribuzione dei suoi gadget per arrivare negli anni anche ad una tiratura di 250.000 copie in tutti gli Stati Uniti.
Il contenuto di questa strana e per certi versi rivoluzionaria rivista era una miscela di doppi sensi audaci, strambe poesie e brevi scritti a sfondo erotico e satirico.

Sex to Sexty #1 – 1965
Sex to Sexty #2 – 1965
Sex to Sexty #4 – 1965
Sex to Sexty #6 – 1965
Sex to Sexty #8 – 1965
Sex to Sexty #9 – 1965
Sex to Sexty #10 – 1965
Sex to Sexty #11 – 1965
Sex to Sexty #13 – 1965
Sex to Sexty #16 – 1965

La rivista è stata inoltre la palestra per fumettisti quali lo stesso Lowell Davis, ma anche Bill Ward e Bill Wenzel.
Alcuni critici hanno definito Sex to Sexty la rivista più volgare mai stata stampata, altri invece la considerano l’ultimo vero esempio di rivista per adulti mentre per altri ancora era un classico esempio della tipica editoria americana leggera e satirica.
Nata nel 1964 in piena rivoluzione sessuale, quando le menti si stavano aprendo ed i tabù stavano disgregandosi, termina le sue uscite nel 1983 quando invece, in pieni anni Ottanta, il disgraziato politically correct americano di Reagan & co. ha reso questo tipo di satira socialmente inaccettabile.
A prescindere però da come la si pensi in proposito, Sex to Sexty è stato un progetto editoriale coraggioso per la sua provocatorietà, talvolta gratuita certo,  ma certamente coerente con l’obiettivo iniziale di trattare argomenti considerati pruriginosi in maniera leggera e divertente.

Sex to Sexty #30 – 1965
Sex to Sexty #35 – 1969
Sex to Sexty #5 – 1970
Sex to Sexty #35 – 1965

Dopo i primi anni in cui le cover sono chiaramente influenzate dalla grafica psichedelica del periodo, gran parte delle copertine successive di Sex to Sexty erano disegnate da Pierre Davis, dipinte ad olio per ogni numero.
All’interno di Sex to Sexty, nel corso degli anni, hanno scritto e disegnato numerosi nomi in seguito divenuti famosi anche al grande pubblico: il critico e studioso di cultura popolare americana Gershon Legman ed il fumettista Bill Ward, che aveva iniziato la sua carriera professionale illustrando le cosiddette beer jackets, ovvero le giacche da birra, un tipo di giacca di jeans diffusa nelle confraternite universitarie su cui venivano disegnati testo e disegni sul retro.
Proprio Ward avrà negli anni un discreto successo nel mondo dei fumetti per adulti e nell’editoria pulp con il suo stile tipicamente americano fatto di curve e vestiti ridotti all’osso per donne provocanti e irrimediabilmente sexy.

Bill Ward
Bill Ward

Insieme a Ward, l’altro illustratore di punta di Sex to Sexty è Bill Wenzel che invece si contraddistingue da uno stile più vicino all’estetica anni Cinquanta con donne, comunque prosperose e ammiccanti, ma molto più stilizzate e geometriche rispetto a Ward.

Bill Wenzel
Bill Wenzel

Grazie al lavoro di ricerca e studio, oggi è possibile sfogliare gran parte della produzione di Sex to Sexty nell’omonimo volume edito da Taschen ed acquistabile QUA dove vengono riprodotte tutte le 198 copertine della rivista e molti dei dipinti che le accompagnavano.
I due autori, Mike Kelly e Dian Hanson, categorizzano in queste pagine tutti i grandi temi trattati nei fumetti di Sex to Sexty con i loro titoli a metà fra il sensazionalistico e il satirico fra i quali Stinkfinger, Incest on the Best, Cannibal Cuisine, e I Love Ewe!
Crudo, irriverente, sempre sfuggente alla temutissima censura e tipicamente americano nel linguaggio e nella sua estetica sempre sopra le righe, Sex to Sexty non risparmia nessuno dei temi caldi del tempo: il sesso, gli orientamenti  sessuali, l’appartenenza a minoranze etniche.

L’arte tipografica e senza tempo di Romano Hänni

Romano Hänni, classe 1956, è una figura tanto affascinante tanto imprendibile e tenace nel suo non apparire o, per lo meno, nel suo non farsi risucchiare nel vorticoso mondo dell’informazione.
La sua carriera inizia quando, nel periodo compreso fra il 1973 ed il 1977, studia come tipografo iniziando a sporcarsi le mani fra inchiostri, caratteri, tamponi e tutto il resto.
Il passo successivo e il completamento del percorso di laurea presso il corso di School of Design di Basilea dove cominciqre a padroneggiare sia teoricamnte che nella pratica il designer tipografico, confrontandosi con le sue prime attività indipendenti a partire dal 1980.
Il suo stile, chiaramente influenzato (a dir poco) dallo stile tipografico svizzero, ma anche dal Bauhaus (a proposito, tanti auguri per il centenario!), si concentra sullo sviluppo e sulla realizzazione di elementi tipografici per libri, cataloghi, riviste e giornali.

Romano Hänni – Zigzag Zurich

Nel suo laboratorio tipografico, a partire dal 1984, sono state prodotte a intervalli irregolari, stampe sperimentali, presentazione dei libri sull’arte tipografica e molto altro.
Ha collaborato con il progetto di magazine Typographische Monatsblätter di cui vi scrissi già a suo tempo QUA con copertine e saggi.

Romano Hänni – TM
1982 Issue 1
Foto: tm-research-archive.ch
Romano Hänni – TM
1989 Issue 4
Foto: tm-research-archive.ch

Insegnante, conferenziere e artista esposto mostre sia in patria che all’estero, dal 2004 inizia a tenere corsi anche individuali o di gruppo nel suo laboratorio a Basilea.
Un aspetto poco conosciuto del lavoro di Hänni è quello di sperimentazione tipografica e pittorica con i media elettronici.
Nel 1997 è autore del manuale per il design del Basler Zeitung, un set di regole contenute in 224 pagine che spiegano le parti fondamentali del lavoro quotidiano nel design editoriale dei giornali e dei magazine.
Nel 2011 pubblica 27 Years Hot Type: Handprinted Books 1984–2010, una raccolta di oltre 400 illustrazioni, con i processi grafici seguiti riportati accanto ai libri finiti.

Romano Hänni – 27 Years Hot Type: Handprinted Books – 1984–2010
Romano Hänni – 27 Years Hot Type: Handprinted Books – 1984–2010
Romano Hänni – 27 Years Hot Type: Handprinted Books – 1984–2010
Romano Hänni – 27 Years Hot Type: Handprinted Books – 1984–2010
Romano Hänni – 27 Years Hot Type: Handprinted Books – 1984–2010

Un progetto di cui mi sono innamorato di Romano Hänni è forse uno dei suoi primi lavori, il Calendar for the year 1987 che prende spunto da un fatto avvenuto nel 1986 e che colpì molto Hänni.
Il 1 novembre 1986 infatti, a Schweizerhalle, piccolo borgo vicino a Basilea, vi fu un incidente ambientale che portò ad un’ingente fuoriuscita di sostanze chimiche nel fiume Reno, la più grande catastrofe ambientale dell’area che avvenne in un clima già segnato dalla catastrofe del reattore di Chernobyl avvenuto solo sei prima. Fino a quell’incidente i residenti della zona non si erano mai resi conto di abitare in una zona molto pericolosa da questo punto di vista.
Le illustrazioni tipografiche e il testo sono una selezione di dodici diversi piccoli incidenti importanti che si sono verificati durante la notte della catastrofe.

Romano Hänni – Calendar for the year 1987
Romano Hänni – Calendar for the year 1987
Romano Hänni – Calendar for the year 1987
Romano Hänni – Calendar for the year 1987
Romano Hänni – Calendar for the year 1987
Romano Hänni – Calendar for the year 1987

La Raza ovvero l’editoria underground della comunità ispanica di Los Angeles

La parola chicano nella lingua inglese è nata in origine per identificare le persone di origine ispanica che vivevano nei territori statunitensi appartenuti al Messico come la California e il Texas.
Il movimento della minoranza ispanica nato negli anni Sessanta si è riappropriato del termine e ne ha fatto un motivo di orgoglio sulla scia di quanto fatto dal movimento dei neri con il Black Panther Party (QUI il pezzo sulle riviste delle Pantere Nere).
Il termine raza fu usato per la prima volta nel 1952 da José Vasconcelos nel saggio La raza cósmica, in italiano la razza cosmica, in cui affermava che il popolo messicano apparteneva a una quinta razza del futuro, in cui si mescolavano diverse popolazioni tra cui indigeni, europei e africani.
Durante gli anni ’60 e ’70, il quotidiano chiamato proprio La Raza ha catturato lo spirito rivoluzionario della zona East di Los Angeles, quella per intendersi dove viveva propria una delle più numerose comunità ispaniche di tutti gli Stati Uniti.

Original photographer retains copyright. Digital surrogate property of UCLA Chicano Studies Research Center.
Original photographer retains copyright. Digital surrogate property of UCLA Chicano Studies Research Center.

Dalle proteste per le disuguaglianze sociali e dagli scioperi guidati dagli studenti fino alla morte di alcuni membri della comunità chicanos per mano del dipartimento di polizia di Los Angeles, La Raza ha pubblicato le storie scomode e solitamente nascoste della comunità ricoprendo un ruolo fondamentale nel creare il movimento per i diritti civili guidato da messicani americani informando i residenti dell’Eastside sulle questioni politiche e sociali della comunità.
Laureati entrambi a Stanford, Elizier Risco attivista di origine cubana e Ruth Robinson, la fidanzata di Risco, nel 1967 fondarono insieme a John Luce nel seminterrato della chiesa dell’Epifania a Lincoln Heights, a East LA il magazine bilingue La Raza come strumento politico per tutti i gruppi organizzati della comunità. Joe Razo era invece uno dei collaboratori, scrittore, fotografo e coeditore di La Raza.
Il primo numero di La Raza fu pubblicato nel settembre 1967 e includeva il famoso poema di Corky Gonzalez I Am Joaquín.

La Raza – 1967
Foto: www.kcet.org

Questo primo numero includeva anche un editoriale scritto da Richard Vargas e riportava come da tradizione la missione del giornale illustrata in questi termini:
Mis Amigos Chicanos, è arrivato il momento di smettere di scusarsi per essere messicani … Dobbiamo unificare, organizzare e mobilitare l’intera comunità messicana in azioni politiche e militanti“.
Si nota immediatamente la forte similitudine che accomuna il progetto poitico di La Raza con quello del Black Panther Party Newspaper sia in termini di linguaggio che di contenuto delle proposte.
La Raza si schierò violentemente contro l’impegno americano in Vietnam, unendosi a tutta la miriade di fogli underground che stava esplodendo in tutto il paese.
Era venduto in abbonamento, ma gratuito per coloro che non potevano permetterselo che potevano comunque trovarlo nelle varie biblioteche di quartiere.
Più che un giornale locale, La Raza è stata un progetto di resistenza attiva da parte del movimento Chicano supportato da un corposo archivio fotografico di circa 25.000 immagini creato per sopperire alla mancata rappresentazione nei media della comunità.
I fotografi di La Raza hanno documentato con un nuovo approccio molto vicino al fotogiornalismo, la brutalità della polizia in maniera diretta, senza filtri, mostrando anche le ferite riportate dai militanti dopo le aggressioni della polizia di Los Angeles.

East L.A., 31 gennaio 1971.Per gentile concessione del fotografo e dell’UCLA Chicano Studies Research Center. © Maria Marquez-Sanchez.
Ufficiali di polizia alla dimostrazione del Centro Civico di Los Angeles, circa 1970.Per gentile concessione del fotografo e dell’UCLA Chicano Studies Research Center. © Raul Ruiz.
Membri dei Brown Berets, un gruppo per i diritti di Chicano che rimane attivo oggi, c. 1970. Per gentile concessione di Patricia Borjon-Lopez / UCLA Chicano Studies Research Center

Le immagini hanno avuto il merito di portare all’attenzione anche dei media nazionali e di cittadini non appartenenti alla comunità chicano favorendo gli appelli alla parità di trattamento e creando uno scudo contro ulteriori violenze. Le immagini invertono quindi la logica classica delle fotografie delle forze dell’ordine, sostituendo il colpevole con la vittima.
La Raza ha costantemente documentato anche i sistemi di comunicazione politica del movimento: i manifesti, gli striscioni, le bandiere, le opere grafiche, murali ed i primi graffiti dando a questi nuovi linguaggi una dignità mai vista prima.
La maggior parte di queste opere grafiche erano prodotte da militanti autodidatti, in alcuni casi con pretese artistiche.
Durante i suoi primi tre anni, La Raza fu pubblicato come un tabloid di otto pagine, ma già nel giugno del 1970, vista la grande diffusione in tutti gli Stati Uniti, la rivista cambiò formato adottando il formato magazine e arrivando a 20 pagine per ottenere maggiori entrate dagli abbonamenti e fornire ai suoi lettori più contenuti.
Il nuovo format di La Raza conteneva articoli più lunghi e sofisticati ed in generale faceva del magazine un prodotto più professionale ed di livello nazionale. Questo mutamento portò al distacco dell’ala più legata al territorio originario che non condivideva la svolta.
La Raza ha svolto un ruolo sostanziale nello sviluppo di El Partido de la Raza Unida a Los Angeles, un partito politico nazionalista chicano che negli anni ’70 raggiunse un notevole seguito in Texas e nel sud della California.

Bandiera di Aztlan usata da La Raza Unida
Foto: CC0

Non ottenendo però risultati politici concreti, La Raza il progetto editoriale inizia a perdere seguito e nel 1975 il numero dei collaboratori crollò portando ad una prima sospensione delle pubblicazioni durata per tutto il 1976.
La Raza tornò poi con due soli numeri nel 1977, ma con un taglio decisamente più moderato e pragmatico, lo sguardo era più distaccato e l’analisi del movimento Chicano era per lo più da una prospettiva storica.
La pubblicazione è stata ufficialmente interrotta nel 1978.L’archivio è attualmente conservato presso il Centro Studi di Studi Chicano dell’UCLA.

La Raza – 1974 (www.bolerium.com)
La Raza – 1975
La Raza – 1968
La Raza – 1968

 

Una serie di invenzioni strane e visionarie riempiono il libro del progetto indipendente di Lök Zine

Vi ho già parlato in passato del collettivo di Lök Zine QUA, in occasione del lancio dell’ultimo numero dell’omonima – oramai storica – rivista ed oggi sono felice di ritornare sull’argomento perché è sempre piacevole constatare che alcuni progetti camminano oramai sulle proprie gambe ed hanno degli obiettivi ben definiti e chiari.
Molto spesso infatti, a fronte di un’offerta di editoria indipendente oramai diffusa, quello che difetta è appunto un percorso, una strada da intraprendere che faccia crescere e allargare gli orizzonti creando legami e, per dirla con parole altisonanti, faccia cultura in questo settore dove spesso ci si auto reclude negli appuntamenti di vendita.
Il progetto in questione si chiama WWL, ovvero World Wide LÖK e si pone l’ambizioso e onestissimo obiettivo di creare una rete di persone che fanno autoproduzione in tutto il mondo, connetterle fra loro per dare una risonanza maggiore ai loro progetti.
Bene, bravi, bis!

World Wide LÖK

Il team italo/francese è quello oramai consolidato di Lök Zine ed è composto da Elisa Caroli, Salvatore Giommarresi e Lucia Manfredi ed il quarto progetto nato all’interno di WWL è Patent Depending: a collection di Steven M.Johnson acquistabile sul tictail di Lök Zine.

Intanto chi è Steven M. Johnson??
Illustratore ed inventore di idee e progetti tanto strambi quanto assurdamente reali, Johnson è nato nel 1938 a San Rafael, in California, ma è cresciuto a Berkeley e Palo Alto, i luoghi dei visionari e degli inventori, almeno per quanto riguarda l’ultimo secolo di storia. Frequenta la Yale University e l’University of California a Berkeley.

Steven M. Johnson

I suoi Patent depending, in italiano traducibili con Brevetti dipendenti apparvero per la prima volta sul The Siera Club Bulletin nel 1973 e da allora vengono pubblicati su numerosi periodici e articoli on-line.
Nel 2013 presenta un TEDx intitolato: Inventando Senza un Scopo ed il titolo rappresenta al meglio quella che l’attività di Jophnson, immaginare mondi irreali attraverso strumenti ed oggetti di uso comune, ma solo nella sua sfavillante testa.
Il suo primo libro, pubblicato nel 1984, era intitolato What The World Needs Now di cui nel tempo ne sono state pubblicate una seconda e una terza edizione.

What The World Needs Now – 1984

Nel 1991è stato pubblicato Public Therapy Buses ed anche in questo caso sono state pubblicate altre due edizioni.

Public Therapy Buses – 1991
Have Fun Inventing – 2012

Have Fun Inventing è del 2012. Nel 2015.
Seguono altre pubblicazioni sempre del filone strane invenzioni, come Patent Depending: Vehicles, Patent Depending: Armbrella, Sofa Shower, Unzipped Fly Alarm and Other Essential Products e, nel 2017, Patent Depending: The Early Years.
Attualmente Steven M.Johnson vive in un sobborgo di Sacramento, California con Beatrice, sua moglie di 51 anni e suo figlio, Alex S. Johnson.
Il libro Patent Depending: a collection è stato curato da Elisa Caroli ed è un gran bel vedere, sia per la cura del prodotto che non lascia scampo all’attenzione del lettore focalizzandosi esclusivamente sui lavori si Johnson, sia proprio per la scelta di questo autore così fuori dagli schemi e, per alcuni aspetti, così geniale e visionario.
Sono infatti molti gli oggetti da lui immaginati e disegnati dagli anni Ottanta che oggi hanno una loro vera esistenza ed è lui stesso che ne cita alcuni nello scorrere delle pagine. parliamo del brevetto di Amazon per un drone che si attacca ai veicoli elettrici dall’alto e li ricarica durante la guida, o dei fantomatici Google Glass, disegnati da Johnson nel lontanissimo 1992.

La carrellata è suddivisa in quattro sezioni in base all’utilizzo degli oggetti: moda e accessori, ufficio e casa, mezzi di trasporto e tempo libero con una piccola descrizione testuale in italiano ed inglese che accompagna l’illustrazione di Johnson.
Il volume in un comodissimo formato standard A5 è quindi una carrellata di invenzioni che sta in equilibrio perfetto fra lo scherzo, il visionario e l’artistico. Un equilibrio che Johnson bilancia nelle 120 pagine in maniera saggia ed intelligente riuscendo a non esagerare mai in una direzione e disegnando sorrisi beffardi sulle facce dei lettori che si trovano di fronte ad oggetti quali i marsupaloni, gli ombrelli gonfiabili, miniScrivanie vagabonde, cappelli abbronzanti e molto, ma davvero molto, altro.
Un’ottimo segnale di vita e di progettualità del mondo dell’editoria indipendente italiana e non solo che indica una direzione che spero venga seguita da altri.

I ragazzi di Lök Zine hanno da poco inaugurato anche un digital shop dove oltre i vecchi numeri della rivista è possibile acquistare l’antologia gratuita, QUI il link dove andare e vedere!

3 ragazze, un bel progetto, 4 volumi in risograph e Polignano a mare

C’è quella strana sensazione quando si tocca della carta che racconta storie di terre e culture che affondano radici lontane, la stessa che a volte provo nello sfogliare prodotti sperimentali e di ricerca.
Quel pizzicore sulla punta delle dita che credo nasca dalla curiosità di scoprire cosa ti riserveranno le pagine successive e che ti accompagna fino alla fine di quello che, in entrambi i casi, un viaggio di scoperta.
Questo viaggio è ancora più interessante se i due mondi, quello della guida da viaggio o della presentazione di terre e luoghi si unisce alla sperimentazione formale e materiale. E’ il caso di questa raccolta di quattro volumi dal titolo “Polignano a Mare” che arriva direttamente dalla Puglia in un elegante mezza busta marrone scura.
Ma partiamo da dire chi sta dietro a questo progetto, chi sono le coraggiose ragazze che hanno trasformato un’idea a prima vista assurda e fuori mercato in un lavoro interessante e sicuramente ricco di pregi.
Si tratta di tre ragazze, Claudia Lamanna, Lilia Angela Cavallo e Silvia Tarantini che nel Luglio 2017, dopo anni di studi, ricerca e approfondimento in giro per l’Italia e non solo, si ritrovano con la voglia di realizzare un progetto di microeditoria che parli e valorizzi il territorio.

Claudia Lamanna, Lilia Angela Cavallo e Silvia Tarantini

Per questo decidono di partecipare ad un bando della Regione Puglia, lo vincono e danno vita all’associazione di promozione sociale ZicZic – che in dialetto significa “perfetto, ma per puro caso” – con l’intento dichiarato di promuovere la cultura del libro, dell’arte grafica e illustrata con particolare attenzione al mondo della tipografia e delle metodologie di stampa artigianali attraverso la programmazione di eventi, mostre, workshop e laboratori.
La sede, inaugurata a marzo 2018, si trova in Via Principe Amedeo 44 a Polignano perché proprio da Polignano parte tutto…

Questo piccolo universo di microeditoria indipendente e passione, di carta, colla, forbici e di idee ha infatti già realizzato alcuni lavori in collaborazione con Legambiente Putignano per i quaderni di Spacca Murgia, organizzazione di trekking guidati alla scoperta della Murgia.
Un altro lavoro che dimostra la fortissima simbiosi che esiste da sempre fra il progetto ZicZic ed il suo territorio è il libro “AGRO. Nuove forme di rappresentazione del paesaggio rurale“, racconto scaturito da 4 giorni di ricerca e immersione nel territorio rurale di Polignano a Mare, guidati da Michele Cera e Mauro Bubbico.

AGRO. Nuove forme di rappresentazione del paesaggio rurale per Polignano
Rilegatura artigianale a filo, 112 pagine, 20 x 27 cm
Stampato in digitale, presso ZICZIC – Polignano a Mare
Stampato in Risograph e serigrafia , presso Pigment Workroom – Bari
Maggio 2018

Il progetto più ambizioso delle tre ragazze di ZicZic, per lo meno fino ad oggi, è senz’altro quello relativo a “Polignano a Mare“, un elegante cofanetto che raccoglie 4 volumi illustrati – acquistabili sul loro sito anche separatamente – interamente dedicati alla città di Polignano a Mare.
Ogni volume, caratterizzato da un colore e da un layout grafico leggermente diverso, si occupa di un aspetto specifico di Polignano:

I testi sono di Lilia Angela Cavallo, Claudia Lamanna, Silvia Tarantini.
Ad ulteriore dimostrazione della qualità e dell’attenzione certosina al prodotto, tutti i volumi – curati graficamente dal collettivo ZicZic – sono stampati su carta riciclata e stampa ecologica Risograph con inchiostri a base di soia e rientrano di un progetto più ampio di una collana editoriale dal titolo Molliche.Tracce da seguire, che con illustrazioni e piccoli racconti intende narrare ai grandi ed ai più piccoli luoghi, storie e paesaggi.

Corita Kent è stata una suora underground che creava poster pop [PT.2]

Eravamo rimasti con Corita che creava poster in pieno stile Pop Art con messaggi e testi in pieno stile underground controculturale criticando l’establishment e irrorando di positività la scena artistica a lei contemporanea…  ripartiamo da qua..

Le tensioni tra l’Immaculate Heart College e la leadership della chiesa crescono, con l’arcidiocesi di Los Angeles che critica il college perché troppo liberale e il cardinale James McIntyre che non esita a definire il college come “comunista” e il lavoro della Kent come “blasfemo”.
A causa di queste tensioni crescenti, la Kent decide con molta sofferenza di tornare alla vita secolare con il nome di Corita Kent nel 1968.

Interessante notare come la maggior parte delle suore che lavoravano presso l’Immaculate Heart College decida di seguire la Kent nella sua scelta portando alla chiusura del College nel 1982.
Nel 1974 a Corita viene diagnosticato il cancro e questo si ripercuote sulla sua attività artistica che da ora in poi si limita alla pittura a colori ad acqua ed alla stampa.
E’ di questi anni la creazione della grande illustrazione dal titolo Rainbow Swash, dal nome del serbatoio di gas naturale alto 43 metri a Boston su cui è stata creata, una delle più grandi opere mai realizzate prima della sua demolizione nel 1992.

Rainbow Swash – 1971
Rainbow Swash – 1971

Nel 1985, quando il suo nome non è più sconosciuto, realizza per lo United States Postal Service i francobolli “Love” che superano i 700 milioni di pezzi venduti.
Il lavoro sul serbatoio e sui francobolli mostrano una continuità estetica, entrambi sprizzano allegria, leggerezza e speranza con colori pastello caldi e piacevoli agli occhi.
Proprio queste caratteristiche sono un aspetto peculiare di tutta l’opera della Kent che ha sempre posto la sua arte al servizio della sensibilizzazione sui temi più ostici e diretti quali la povertà, il razzismo e la guerra. Opere che parlano e che portano sempre il medesimo messaggio di pace e giustizia sociale.
Il suo desiderio è quello di sensibilizzare democraticamente le popolazioni che si trovano di fronte ai suoi lavori, poiché auspica da sempre un’arte accessibile alle masse.
Corita Kent crea diverse centinaia di disegni in serigrafia, poster, copertine di libri e murali.
Durante gli anni ’60 Kent espone le sue opere in più di 230 mostre in tutto il paese e le sue opere sono incluse nelle collezioni del Museum of Modern Art, del Los Angeles County Museum e del Metropolitan Museum of Art.

Damn – 1968
as a witness to the light for john 23 and j.f.k. – 1964
for eleanor – 1964
mary does laugh – 1964

Il suo lavoro viene ispirato – in piena coerenza con la PoP art – da tutto ciò che la circonda. Trae infatti ispirazione dalle Sacre Scritture, ma anche dai cartelloni pubblicitari, dai supermercati e persino dalle insegne degli autolavaggi.
Corita Kent muore il 18 settembre 1986 a Watertown, Massachusetts, all’età di 67 anni e l’aula in cui la Kent insegnò per 30 anni della sua vita viene intitolata “The Corita Art Center”, in memoria di una donna così piena di passione e capace di ispirare il prossimo. Il centro non soltanto preserva le opere di Corita, ma promuove la sua passione per la giustizia sociale.

The Corita Art Center – corita.org – courtesy of Corita Art Center, Los Angeles
M however measured – 1968, courtesy of Corita Art Center, Los Angeles
Alphabet Prints
manflowers – 1969

Yarrowstalks, ovvero il magazine che lanciò il padre del fumetto underground

Yarrowstalks No. 3 1967

Per gli appassionati di underground comics – di fumetto underground – e della storia dei suoi padri fondatori, risulta evidente come un ruolo centrale sia rivestito da Robert Crumb e da tutta la sua sterminata e tumultuosa produzione editoriale.
Uno degli aspetti che da sempre mi affascina nei miei studi e nelle mie ricerche è quello di scoprire dove e come personaggi leggendari come Crumb, abbiano mosso i loro primi passi, quali sono state le strade che hanno percorso nei loro primi passi.
In questo caso la ricerca mi ha portato a conoscere una rivista che non conoscevo dal titolo Yarrowstalks, un giornale underground – in seguito divenuto rivista – con sede principalmente a Philadelphia in Pennsylvania, che ha pubblicato 12 numeri dal 1967 al 1975.
Il nome Yarrowstalks deriva dagli studi su una pianta chiamata Achillea millefolium – in inglese chiamata appunto Yarrow – che non è altro che l’italiana Millefoglie e che nella tradizione orientale viene usata per la consultazione dell’I Ching attraverso appunto gli steli di Achillea Millefoglie. Questo è il metodo più antico, dopo la consultazione dell’I Ching effettuata esponendo i gusci di tartaruga al fuoco ed osservandone le screpolature.
Questo magazine non ha avuto in effetti moltissima diffusione e – sia pure abbia attraversato tutto il periodo più esplosivo dell’underground press – non ha lasciato molte tracce di se. È infatti noto soprattutto per essere stato il primo magazine a pubblicare i lavori di Robert Crumb.
A differenza di molti giornali underground del periodo, Yarrowstalks non era esplicitamente politico ne trattava dei temi cult quali il sesso, le droghe o la musica psichedelica.
Come il ben più famoso San Francisco Oracle, Yarrowstalks cercava invece di diffondere la poesia, la spiritualità e i vari punti di contatto con il design psichedelico allora in fase esplosiva, riflettendo e dando forma alla comunità controculturale di Philadelphia.
Uno degli aspetti più importanti di Yarrowstalks era infatti la sua cura grafica e le sperimentazioni in questo senso erano molte. Prima fra tutti il suo uso innovativo del colore, del design grafico e della nuova tecnica di stampa offset.
Oltre a Crumb, hanno collaborato con Yarrowstalks molti altri esponenti di spicco della controcultura fra cui ricordo Timothy Leary e l’editore Zahn.
E’ proprio Brian Zahn che ha l’idea di pubblicare il 5 maggio 1967 questa rivista e – non appena conosce i lavori del concittadino Crumb – lo invita a entrare nel gruppo di lavoro.
Yarrowstalks pubblicò cinque numeri, essenzialmente mensili, nel 1967.
Dal quarto numero, alla fine del 1967, Zahn si trasferisce a Londra e deve prendersi una pausa a causa dei suoi continui viaggi in India.
Il discreto successo del numero 3 di Yarrowstalks – dove Crumb esordisce -lo convince definitivamente a pubblicare i suoi lavori fino a cui fino ad allpora non dava credito e importanza.

Yarrowstalks No. 2 1967
Yarrowstalks No. 2 1967
Yarrowstalks No. 2 1967
Yarrowstalks No. 3 1967
Yarrowstalks No. 5 1967
Yarrowstalks No. 5 1967

Nonostante l’esplosione di Crumb e dei suoi primi numeri di Zap Comix, rimase un collaboratore di Yarrowstalks fino al termine delle pubblicazioni nel 1975.
Il n.6 di Yarrowstalks – che arrivò alla ragguardevole cifra di 10.000 copie – uscì nel dicembre del 1968, dopo un intero anno di silenzio con Zahn tornato a Filadelfia ma, a causa di problemi economici relativi ai costi di stampa, il numero 7 non è stato pubblicato fino al 1970, addirittura da Copenhagen.
Con il numero 8 – anche questo arrivato dopo una pausa di due anni – la pubblicazione è diventata in formato tabloid con l’editore che è tornato nuovamente a Filadelfia.
Il numero 9 è del giugno del 1973 mentre il 10 del 1974.
I due numeri finali di Yarrowstalks apparvero nel 1975 e decretarono la chiusura del progetto editoriale.
Un fantomatico numero 13 di Yarrowstalks è stato ufficialmente e più volte pianificato ma non ha mai visto la luce.

Tutti i contributi di Crumb a Yarrowstalks sono raccolti nel volume The Complete Crumb Comics # 4: Mr. Sixties!

The Complete Crumb Comics Vol. 4: Mr. Sixties!

Chi ha vinto gli STACK Awards 2018, i premi per i migliori magazine internazionali?

Ed eccoci dunque, come ogni anno, a discutere sugli Stack Awards, i premi organizzati da STACK, il sito inglese specializzato in magazine indipendenti che da anni riunisce tutto o quasi il meglio di questo settore distribuendo premi e segnalazioni che solitamente descrivono perfettamente ciò che nell’anno si è distinto fra una produzione sempre più ampia e diversificata.

Partiamo subito dal premio di Magazine of the Year 2018 andato a Good Trouble, un bellissimo magazine, protesi cartacea dell’interessantissimo sito, guidato dall’ex editor di Dazed & Confused, Rod Stanley.
Progettata da Richard Turley, un giornale di 12 pagine di dimensioni di un foglio di calcolo sull’unione tra creatività e protesta. Trouble celebra con coraggio, grande competenza e ricerca di analisi approfondite la cultura della resistenza pubblicando storie che uniscono l’arte e la cultura con la politica e la protesta.
Bravi Bravi!

Per la categoria Launch of the Year, il premio è andato a Suspiria del team di Studi Fax di cui abbiamo già scritto QUI.
Un progetto coraggioso sul tema della paura realizzato con cura e originalità e che è riuscito a superare addirittura un peso massimo come Eye on Design il magazine di AIGA.
Ottima menzione per i nostro Archivio Magazine di cui però parleremo in seguito..

Il premio di miglior Editor of the Year se lo aggiudica The Skirt Chronicles, rivista con base a Parigi fondata da Sarah de Mavaleix, Sofia Nebiolo e Haydée Touitou come piattaforma collaborativa con l’ambizione di creare una comunità che celebri diverse culture e generazioni. È una pubblicazione fondata da donne che vuole riflettere sulla condizione femminile ma senza escludere dal dibattito.
Quello per il miglior Art Director of the Year va invece a Anxy che vi ho presentato QUI e QUI e che bissa il successo, sia pur in categorie diverse, del 2017.

The Skirt Chronicles vol.3
Anxy No. 4

In entrambi i casi va sottolineato come le giurie hanno segnalato però anche, come prodotto d’eccellenza, uno dei magazine che amo di più e di cui vi ho scritto QUI e cioè Migrant Journal.

Uno dei premi su cui ho da sempre molta curiosità vista l’estrema voglia di sperimentale e l’originalità che i magazine indipendenti mostrano sempre è quello relativo allaCover of the Year che quest’anno se lo aggiudica Eye on Design con il suo occhio composto da testo e profondità.
Quest’anno doveva essere l’anno proprio degli occhi se andiamo a vedere anche la cover di Printed Pages, il magazine del sito It’s Nice That che a mio avviso poteva tranquillamente essere l’altro candidato alla vittoria finale.

Eye on Design magazine – n.02 “Psych”
Printed Pages n.15

Ma arriviamo al ritrovato orgoglio nazionale con il premio ad un magazine tutto italiano che abbiamo segnalato QUI e che vince la categoria Best Use of Photography 2018 battendo Der Greif e Justified, due gran bei progetti.
Complimenti ad Archivio per un progetto interessantissimo e davvero ben realizzato che meritatamente si è imposto all’attenzione non solo italiana ma internazionale.
Aspettiamo il numero del 2019 a questo punto…

Archivio n.1 – The challenge issue
Archivio n.2 – The crime and <power issue

Per il Best Use of Illustration si impone ancora Anxy con la menzione speciale di A Profound Waste of Time che sinceramente io avrei premiato, mi piace un sacco…

A Profound Waste of Time n.1

Per gli altri premi vi rimando direttamente al sito ufficiale di STACK con tutti i vincitori e vi rimandiamo all’edizione 2019 che sarà un altro tuffo fra pagine, grafiche e idee..

E’ uscito l’Annual Report di RUFA 2017

RUFA, Rome University of Fine Arts, è un Centro didattico multidisciplinare e internazionale che offre percorsi formativi validi ed innovativi nel campo dell’Arte, del Design, della Comunicazione e della Media Art.
Nata nel 1998 per accogliere in un’unica Accademia i sogni dei giovani italiani e stranieri e quelli del suo fondatore, il Maestro Alfio Mongelli, RUFA organizza Corsi Accademici che rispondono al nuovo contesto artistico e culturale, fornendo una preparazione di alto livello e una prospettiva professionale forte e concreta.

La presentazione del Rufa Annual Report 2017 si è svolta nei nuovi spazi che l’Accademia ha riqualificato nel cuore del quartiere San Lorenzo.
Il volume non è soltanto un approfondimento dei migliori progetti cheRufa ha realizzato nello scorso anno solare, ma è soprattutto “uno splendido e moderno compendio”, connotato dal design che comunica in maniera trasversale l’approccio multidisciplinare che l’istituto di formazione insegue e persegue.
Come si legge nella presentazione del volume “ogni singola pagina è coinvolgente e allo stesso tempo infusa di un armonioso equilibrio tra emozioni e informazioni”. Una sintesi unica che esprime il “valore eccellente della sinergia tra designer, committente e produttore”.
Un libro che sottolinea una metodologia quanto mai evoluta, resa possibile dal coordinamento dell’Ufficio comunicazione Rufa, dall’ideazione di Intorno Design e dal prezioso supporto fornito dai partner del progetto: Arjowiggins, Tipografare, La legatoria.
Una pubblicazione dettagliata che raccoglie il meglio di un anno accademico, l’optimum della formazione: dalla presentazione dei corsi alle esperienze di tesi degli studenti, dai talk ai workshop e, chiaramente, al Rufa Contest.
Una lettura sempre coinvolgente, un brillante equilibrio grafico, una linea editoriale generata dalla creatività.
È RUFA. È l’Annual Report 2017.

Un libro racconta l’arte e la vita di un artista anticonvenzionale come David Medalla

Exploding Galaxies” è la prima pubblicazione sul lavoro multidisciplinare e sperimentale di David Medalla, artista e ballerino particolare e interessante che negli anni Sessanta, in piena Swingin London riuscì a ritagliarsi un ruolo di primo piano nel mondo dell’arte allora squarciato da continue novità e sperimentazioni.
Di base principalmente a Londra dagli anni ’60, Medalla è noto per le sue sculture cosiddette cinetiche, installazioni e performance partecipative in cui il pubblico era un fattore nuovo di azione ed espressività.
Londra a metà degli anni ’60 era caratterizzata da un’esplosione di innovazione creativa ed esplorazione che andò di pari passo con un’ondata di ottimismo guidata dalla ripresa economica del dopoguerra, una liberazione dal passato e una svolta verso nuove idee di modernità.
In questo contesto Medalla fu uno dei fondatori di Signals Gallery, una galleria dedicata agli esperimenti di arte e scienza a Londra negli anni ’60.
Signals era una nuova galleria sperimentale che fungeva da luogo di incontro per artisti internazionali; una piattaforma per opere contemporanee ancora sconosciute al mondo dell’arte mainstream, e uno spazio vibrante per la sperimentazione e l’espressione che rappresentava un significativo allontanamento dalle gallerie più affermate.

La galleria d’arte Signals London 1967
La galleria d’arte Signals London 1967
La galleria d’arte Signals London 1967

Medalla alla fine degli anni ’60 ha anche fondato The Exploding Galaxy, un collettivo sperimentale che ha vissuto nella comune di Balls Pond Road, creando spettacoli non convenzionali che sfidavano i confini dell’arte e della danza di cui, per chi interessato, si può leggere nel bel libro di Jill Drower oramai di difficile reperibilità.

La comune di Balls Pond Road 1967

Medalla faceva parte di Artists for Democracy, un gruppo di artisti identificato con il più ampio movimento di liberazione negli anni ’70.
Quello che vi presento oggi è la prima monografia, scritta da Guy Brett, uno dei fondatori di Signals, che include un elenco parziale delle esibizioni di Medalla dalla fine degli anni ’60 alla metà degli anni ’90, così come i suoi appunti su “Parables of Friendship“.
Un libro strano, affascinante e incompleto vista la mole e la varietà della produzione di Medalla stesso.

Un libro raccoglie le infografiche necessarie per capire il concetto di frontiera

Per la recensione di oggi, prendo a prestito la presentazione direttamente dai ragazzi della casa editrice Add Editore che hanno realizzato davvero un bel libro di cui non vi resta che leggere di seguito..
Migranti, Brexit, conflitti ai confini della Russia e in Medio Oriente, tensioni in Asia, un muro tra il Messico e gli Stati Uniti: le frontiere non sono mai state così attuali.

Esistono 323 frontiere terrestri su circa 250.000 km. Aggiungendo le frontiere marittime, delimitate o meno, si arriva a un totale di circa 750 frontiere tra Stati. Alcune si attraversano facilmente, altre sono invalicabili, alcune sono visibili, altre invisibili (aeree, astronomiche). Ma esistono anche frontiere immaginarie o arbitrarie: politiche, economiche, culturali (lingua, religione, civiltà) che quasi mai coincidono con le frontiere internazionali.
Quali sono le frontiere esterne dell’Europa: quelle dello spazio Schengen, quelle dell’Unione Europea o quelle dell’Europa in quanto idea o concetto? Le tre non si sovrappongono. Si possono tracciare linee di separazione tra grandi aree culturali? Dove comincia l’Asia? Qual è la frontiera più militarizzata? Qual è il muro di difesa più lungo? E il reticolato più alto? Come si determinano le frontiere aeree? Ci sono ancora “zone bianche”, le terrae nullius che non appartengono a nessuno? Il cambiamento climatico può modificare certe frontiere esistenti? Le frontiere favoriscono la pace o sono foriere di guerre?

Questo Atlante dedicato alle frontiere ci aiuta a capire le sfide che si nascondono dietro queste linee che dividono o uniscono i popoli.
Con più di 40 cartine e infografiche originali, gli autori ci raccontano il mondo attraverso il prisma delle frontiere.
Il libro è in vendita QUI.

 

Un nuovo magazine dedicato interamente alla bellezza dell’aviazione

Wings è un magazine con sede nel Regno Unito interamente dedicato al mondo dell’aviazione.
Ogni storia presente nelle pagine di questo nuovo magazine si concentra sulla bellezza e sull’avventura insita nel mondo dell’aviazione ed è accompagnata da una analisa riflessiva e stimolante.

Il gruppo di collaboratori che proviene da tutto il mondo si propone di mostrare la profondità e le emozioni dietro ogni aspetto, anche quelli più originali e nascosti, dell’aviazione.
Nella prima uscita, da poco disponibile, si presenta il documentario di Dirk Braun intitolato “Flying Boat“, si discute della traversata transatlantica di Berlin Express con il pilota Lee Lauderback e si analizza la fotografia mozzafiato di Paul Biddles nella sua collezione “Art Noir I”.

Una serie di cartoline illustrate ispirate al grande grafico Aron Draplin

Con una certa regolarità è bene sempre restare aggiornati sulle attività dei mostri sacri della grafica contemporanea.
A questo proposito, vi segnalo l’ultima delle infinite idee di quei pazzi della French Paper Co. di cui vi avevo già parlato un pò di tempo fa per un una serie di libretti davvero fantastici.Questa volta si sono alleati con un colosso della grafica digitale come CSA, considerata una delle principali risorse di design moderno al mondo per la creazione e la conservazione della stampa e della cultura pop.
Le immagini che trovate regolarmente su CSA catturano l’autenticità e i dettagli dell’illustrazione artigianale e conservano digitalmente l’eredità e gli artefatti dell’inchiostro stampato su carta.
L’archivio CSA contengono decine di migliaia di illustrazioni ed elementi di design, tra cui icone, ornamenti, motivi, bordi e parole illustrate, tutti ricercabili per parola chiave, una manna..
L’altro tassello mancante era il creativo, il grafico e, anche in questo caso, quelli della French Paper non si sono accontentati andando a collaborare con Aron Draplin di cui vi ho mostrato i lavori sia qui che qui, insomma un mostro sacro di certa grafica e design tipicamente americano che a me piace, per non dire di più.
Quindi, sotto la direzione dello stesso Draplin, la French Paper Co. ha commissionato 25 cartoline a 25 diversi artisti amici di Aron, tutte raffiguranti lo stesso artista. Il tutto, per essere ancora più sfiziosi, inserito in un’apposita scatola cartonata..  direi che sanno come creare prodotti e come promuoverli.

Ogni cartolina ha l’illustrazione di Aron Draplin e la descrizione testuale che lo stesso Draplin fa del lavoro e del rapporto che lo lega con il singolo artista, la tecnica, lo stile, l’impatto visivo e fa di ogni cartolina un breve saggio ed una guida ad alcuni dei maggiori illustratori contemporanei che si sono prestati volentieri a questo strambo progetto.

 

Le proposte di Present & Correct per i calendari più belli in vista del prossimo anno

Present & Correct è un negozio con sede a Londra che ha aperto i battenti nel 2009. P&C è luogo magico popolato da oggetti magici creati da designer e grafici di tutto il mondo e da prodotti vintage scovati in giro per tutto il mondo.
È una vetrina che farà impazzire gli amanti compulsivi del mondo della cancelleria e della cartoleria anche se definirlo così sarebbe riduttivo.
Le menti che stanno dietro a P&C sono due grafici che quattro volte l’anno si mettono in viaggio con la speranza di trovare gemme nuove o vintage.
Il catalogo è quindi sempre nuovo e ricco di gemme preziose ed oggi, per muoverci con il dovuto anticipo, vi mostro alcune delle proposte in ambito di calendari e agende per il 2019.
Buona visione dunque..

Calendar Rubber Stamp – acquistabile QUI.

Dial Perpetual Calendar – acquistabile QUI.

Index Card Calendar – acquistabile QUI.

Paperback Agenda 2019 – acquistabile QUI.

Un carattere diverso nello strano calendario “Typodarium 2019”

Progettato da Florian Hauer e curato da Raban Ruddigkeit e Lars Harmsen, “Typodarium 2019” è molto più di un semplice calendario con le classiche pagine a strappo, è un prodotto editoriale creato strizzando l’occhio a tutti coloro i quali amano la grafica, la tipografia ed il design.

Per alcuni, è un calendario colorato che sta molto bene appeso alle pareti, mentre per altri – sicuramente tutti coloro che seguono e amano da sempre il sito NovoTypo – è uno strumento utilissimo per scoprire nuovi caratteri tipografici o per trarre ispirazione nella progettazione tipografica.
Ogni pagina una font diversa con caratteri originali e coloratissimi che formano un libro vero e proprio rilegato elegantemente e presentato in una solida scatola a incastro cartonata, il tutto acquistabile sul sito dell’editore tedesco Hermann Schmidt.

12 Libri di stampe coloratissime per raccontare il design industriale di Londra attraverso i suoi tombini

“Overlooked” è il primo lavoro per Pentagram di Marina Willer ed è una celebrazione di un certo tipo di design industriale, quello più artigianale.
Un opuscolo pieno di piccoli tesori colorati che celebrano uno degli esempi più duraturi del design industriale tipico di Londra, le cosiddette street covers.
Le strade di Londra sono infatti piene di vicoli sotterranei. Vasti tubi cavernosi che contengono elettricità, acqua e gas che muovono l’intera città.

“Overlooked” è una celebrazione dei guardiani di questo mondo sotterraneo: i tombini stradali e la loro grafica. “Overlooked” utilizza sfolgoranti colora al neon per presentare questi tombini in metallo come se fossero pezzi di prestigioso design industriale.
L’obiettivo della Willer è quello di ricordare che la bellezza di una città non è limitata solo alle gallerie d’arte o alla grande architettura e che il design più sofisticato e affascinante può trovarsi ovunque, anche sotto i vostri piedi.
Il volume è composto da 22 stampe riprese da altrettanti tombini di Londra, da Islington a Kensington.

Le grafiche derivano dalla pratica tipografica in voga tra i devoti cristiani del 1800 che per creare immagini dettagliate di oggetti religiosi.
“Overlooked” porta questa tradizione religiosa in un territorio diverso, usandolo per celebrare la bellezza del design industriale.
Il libro è accompagnato da un testo che ripercorre la storia di Londra attraverso i tombini, delineando i ruoli vitali che ogni pezzo di arredo urbano ha avuto nella vita dei londinesi.
“Overlooked” ha vinto la categoria 2016 Design Week Award ed è stato esposto al 2016 London Design Festival.
Visto l’enorme successo, sono seguiti altri 11 volumi che sono tutti acquistabili QUI, o quasi..

Un magazine celebra il 550 anniversario della morte di Johannes Gutenberg

Tre lettere tre, per dare una ventata di novità al mercato editoriale spagnolo.
Dal quotidiano EL MUNDO è arrivato da qualche mese il progetto/rivista EME, una grande vetrina di tendenze, stile e arte.
Uno degli ultimi speciali di EME è un progetto per i festeggiamenti del 550 ° anniversario della morte di Johannes Gutenberg che non sto a spiegare che importanza riveste per il sito e immagino per tanti altri…
Probabilmente il buon vecchio Johannes non aveva chiaro in mente che la sua invenzione avrebbe suscitato tanto scalpore mentre perfezionava la tecnica di stampa con caratteri mobili. Da allora infatti, la tipografia si è evoluta strutturando la storia e il pensiero di una grande fetta del mondo occidentale moderno.
Questo viaggio dalla tipografia a piombo alla tipografia contemporanea è l’oggetto del lavoro di EME… dal Basso Medioevo del 12 ° secolo e fino al 15 ° secolo per un progetto di magazine dal fascino che cattura non solo i tecnici.

Un diario, ma non nel senso tradizionale del termine

“World Problem Solution Book” è un diario, ma non nel senso tradizionale del termine. Prodotto in due anni, il libro è una visualizzazione di momenti sporadici, conversazioni e memorie scritte dell’illustratore Chris Harnan.
È una rappresentazione grafica di un periodo di tempo nella sua vita modificato infinite volte in base agli accadimenti che si susseguono incessantemente nel tempo.
Stampato su Risograph a quattro colori in 176 pagine, i disegni del “World Problem Solution Book”, pubblicato da Studio Operative, sono un continuo susseguirsi di novità stilistiche e grafiche sebbene il libro presenti sempre gli stessi personaggi creati attraverso linee rette generate al computer che sono uno dei suoi aspetti caratteristici.
Sia che si tratti di alcune semplici righe di testo su una pagina o di uno stile minimale o ancora di un fumetto, tutto è stato realizzato in reazione alle cose che stavano accadendo nella vita di Chris.
Chris ora vive nel sud di Londra. Lavora part-time in uno studio di architettura, un lavoro che gli offre la libertà di scegliere i progetti sui quali lavorare e fra questi, ecco questo diario, ma non nel senso tradizionale del termine.