“Jezga” è un magazine sulla nascente scena artistica e creativa della Lettonia

Da quando la Lettonia è uscita dall’Unione Sovietica nel 1991, questo piccolo Stato è cresciuto e si è sviluppato, dimostrando una ricchezza e molte nuove energie che sta sprigionando in diverse forme d’arte. Questa indipendenza relativamente nuova ha portato una diffusa creatività che il nuovo magazine “Jezga” vuole esplorare per definire quella che è una vera e propria nuova identità nazionale che la Lettonia si sta ricavando attraverso l’arte.

L’obiettivo di questo ennesimo nuovo magazine è quello di mostrare il lavoro di pittori, illustratori, fotografi, stilisti, musicisti, attori e molti altri, con l’aiuto di un approccio grafico ed estetico innovativo e molto vicino al mondo del design.
Tutte queste nuove ed originali voci che nascono dalla cultura lettone portano a galla una prospettiva del tutto nuova e diversa che deve ancora essere vista e ascoltata.
Questa massa di idee e creatività è senz’altro una fonte di ispirazione positiva per chiunque voglia alimentare il proprio lato artistico o semplicemente per coloro che amano le arti visive.

Hypebeast riporta in auge gli anni ’90 anche nella grafica editoriale

Continuando a scavare dietro le storie che compongono il panorama creativo di oggi, Hypebeast esplora le ultime tendenze attraverso le lenti di ingrandimento di un team esperto e oramai di primissimo livello.
Pensieri, interviste e guide fanno da anni di Hypebeast un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la moda e più in generale le tendenze estetiche di tutto il mondo.
Oltre al sito, aggiornatissimo e ricchissimo, seguo le scelte del team che cura il magazine arrivato al numero 21.

Hypebeast – numero 21

“Hypebeast 20 – The X Issue” è quindi un’uscita precedente che però mi piace riscoprire per il design editoriale creato dallo studio Hybrid Design.
I designer dietro questo bellissimo progetto sono un vero e proprio super team: Carl-Hampus Vallin, Patchara Charoensiri, Frédérique Gravier, Olivia Ward, Dave Weber.
A mio avviso una delle cose più interessanti di questo progetto sono i rimandi visuali, gli elementi grafici tipici degli anni ’90 e il l’aspetto totalmente decostruito della grafica dell’intero numero. Dal mix del layout editoriale composto da elementi molto classici fino agli elementi tipografici ed al modo in cui le immagini sono state disposte sulla pagina.
Questo progetto mi fa venire il dubbio se, come da più parti sento dire, anche nel mondo della grafica editoriale, gli anni ’90 stiano tornando attuali visto che anche altri progetti condividono la stessa estetica e soprattutto la miriade di film in arrivo che saranno ambientati in quel decennio.
Date un’occhiata..

Un magazine celebra il 550 anniversario della morte di Johannes Gutenberg

Tre lettere tre, per dare una ventata di novità al mercato editoriale spagnolo.
Dal quotidiano EL MUNDO è arrivato da qualche mese il progetto/rivista EME, una grande vetrina di tendenze, stile e arte.
Uno degli ultimi speciali di EME è un progetto per i festeggiamenti del 550 ° anniversario della morte di Johannes Gutenberg che non sto a spiegare che importanza riveste per il sito e immagino per tanti altri…
Probabilmente il buon vecchio Johannes non aveva chiaro in mente che la sua invenzione avrebbe suscitato tanto scalpore mentre perfezionava la tecnica di stampa con caratteri mobili. Da allora infatti, la tipografia si è evoluta strutturando la storia e il pensiero di una grande fetta del mondo occidentale moderno.
Questo viaggio dalla tipografia a piombo alla tipografia contemporanea è l’oggetto del lavoro di EME… dal Basso Medioevo del 12 ° secolo e fino al 15 ° secolo per un progetto di magazine dal fascino che cattura non solo i tecnici.

FRUTE è una grafica sensuale, uno strumento di discussione e una rivista indipendente di cui correte il rischio di innamorarvi

Eccoci di nuovo qua e questa volta vi presentiamo un progetto tutto italiano che ho visto e preso al Fruit di Bologna e che da tempo speravo di avere qua alle Edizioni del Frisco.
Grazie a Cecilia abbiamo oggi la possibilità di presentarvi questo magazine molto rosa e molto interessante sia per i contenuti che intende trattare ma anche per una grafica che a me ha conquistato subito per quel non so che di ricercatezza sfrontata che fa sempre piacere alle pupille ed ai polpastrelli…

Il progetto Frute si occupa di femminismo intersezionale, confini del genere sessuale, relazioni, prevenzione della discriminazione, sessualità e tanto altro, intorno al tema centrale delle pari opportunità di genere.
I temi chiave sono trasformazione e accettazione, e vengono trattati insieme al concetto di identità femminile che gravita intorno al mondo del racconto personale e dell’attivismo.
L’obiettivo è quello di rappresentare una mobilitazione attraverso l’editoria indipendente, per promuovere uno sviluppo culturale in cui le diversità di genere, orientamento sessuale o provenienza non siano affrontate come tali, ma tutelate come valori per arrivare ad una vera inclusione.

Il progetto, di cui è da poco disponibile QUI il secondo numero, parte da una approfondita conoscenza dell’editoria femminile, in ogni sua forma, da quella sbarazzina a quella più tipicamente controculturale e proprio da qui nasce il valore aggiunto che mescola sapientemente l’alto ed il basso, il sociale con l’estetico riuscendo in pieno in questo lavoro di cut up.

Lo si può fare in modo ironico, come per esempio nella pagina Cuori Sfranti che si rifà ad una estetica da teen-magazine (ma aggiungendo un livello di lettura diverso includendo una drag queen), oppure in maniera più seria, come nelle interviste e nelle rubriche che racchiudono racconti vissuti in prima persona.

Frute si basa sulla grande ispirazione che danno le riviste femministe del passato, italiane e internazionali.
Questa grossa ricerca, sia visiva che di contenuto, è affiancata al tentativo di unire una comunicazione fresca, una grafica contemporanea e colorata a contenuti forti e tematiche sociali come la parità di genere, i diritti lgbt+ e la sessualità.
Frute cerca di presentarsi meno come una fanzine ma più come una rivista, a partire dalla distribuzione, nelle librerie indipendenti aderenti, ma soprattutto formandosi grazie non ad amatori ma a giovani autori, illustratori, fotografi e professionisti del mondo editoriale.

Da queste parole di Cecilia si percepisce che l’intento di Frute non è solo quello di trasmettere dei messaggi – in questo caso anche socialmente potenti ed a mio avviso utili – ma di farlo con stile, competenza e passione. Questo potente ed efficace mix produce una rivista che fa piacere. Una rivista che trovo giusto esista in un panorama editoriale che troppo spesso risente di un certo timore – o peggio ancora paura – nel farsi strumento di dibattito sociale preferendo nascondersi dietro ad un’apparenza carina, ricercata ma, in fondo comodamente vuota e sterile.

“Interview” lo storico magazine fondato e curato per anni da Andy Warhol ha chiuso

“Interview” è stata una rivista americana fondata alla fine del 1969 nientepopodimenoche da Andy Warhol insieme all’amico e giornalista britannico John Wilcock, storico fondatore anche del Village Voice di New York e promotore di gran parte delle iniziative più importanti della stampa underground degli ani Sessanta e Settanta in America.
La rivista, soprannominata The Crystal Ball of Pop, ha da sempre presentato conversazioni intime con alcune delle più grandi celebrità del mondo fra cui artisti, musicisti e creativi. Le interviste erano solitamente inedite e facevano parte di questo magazine le cui copertine, curate direttamente da Warhol insieme all’artista Richard Bernstein dal 1972 al 1989, hanno fatto la storia di un certo tipo di editoria indipendente americana e non solo.

Nei primi tempi la rivista veniva distribuita gratuitamente alla folla e ideata e realizzata interamente da Andy Warhol che ne ha curato ogni numero fino alla sua morte accettando con un gran mal di pancia lo stile editoriale ben più convenzionale che “Interview” dovette adottare una volta acquistato dal nuovo editore Bob Colacello. Nonostante questo Warhol ha continuato a diffondere e promuovere la sua rivista creando eventi ad hoc per le strade di Manhattan.
Dopo la morte di Warhol avvenuta nel 1987 la rivista è passata all’editore Brant Publications ed è stata diretta per ben 18 anni da Ingrid Sischy.
Questo duraturo rapporto di lavoro si è interrotto quando è scoppiato un bel colpo di scena visto che proprio Ingrid Sischy, in un’intervista uscita sul The New Yorker a margine di un servizio fotografico del fotografo Robert Mapplethorpe, dall’interessante titolo The Perfect Moment, la stessa Sischy ha dichiarato pubblicamente pubblicamente di essere lesbica. Diciamo che la bomba vera e propria è esplosa quando ha dichiarato candidamente di avere una storia con Sandra Brant, proprio la ex moglie di Peter M. Brant, editore della rivista….
A questo punto le due hanno lasciato “Interview” vendendo la propria quota alla Brant Publications e passando il testimone di capo redazione a Christopher Bollen, poi a Fabien Baron e Glenn O’Brien nel settembre 2008 ed a a Karl Templer nel 2017 quando però la rivista navigava già in bruttissime acque a causa della perdita di identità e caratura stilistica e contenutistica che aveva subito nell’ultimo decennio.
Il 21 maggio 2018 è stato annunciata la chiusura di questo storico magazine.

 

L’ultimo numero della rivista Slanted esplora la scena creativa a Tokyo

Slanted Publishers è una casa editrice indipendente che immagino gli appassionati di editoria e di magazine indipendenti già conosceranno molto bene.

Fondata nel 2014 da Lars Harmsen e Julia Kahl, pubblica la pluripremiata rivista Slanted che analizza il design e la cultura internazionale con 2 uscite annuali.
Inoltre, è da segnalare la quotidiana attività del blog che segnala eventi, magazine e tanto altro e che funge da vera e propria guida per gli appassionati.
Slanted Publishers è anche editore e redattore di progetti interessantissimi come Yearbook of Type, i calendari Typodarium e Photodarium, lo studio tipografico indipendente VolcanoType e altri progetti e pubblicazioni legati al design.     L’ultimo numero – il 31 – di Slanted Magazine è ispirato alla città di Tokyo, in seguito alla visita del team editoriale della rivista proprio nella capitale del Sol Levante dove sono state fatte interviste con i creativi giapponesi come Shin Akiyama, ad aziende tipo la Dainippon, ed a Studi di design Hitomi Sago, Ian Lynam Design e Yosuke Yamaguchi.
Oltre alla normale copia disponibile su slanted.de, è possibile acquistare un’edizione speciale limitata accompagnata da un opuscolo illustrato stampato su risograph.

Emory Douglas è colui che inventò la grafica delle Pantere Nere

Letterform Archive è il centro per l’ispirazione, l’istruzione, l’editoria e la comunità che è stato fondato senza scopo di lucro da Rob Saunders, un collezionista di di libri e riviste da oltre 40 anni. L’obiettivo del centro è quello di condividere la sua collezione privata con il pubblico e offrire l’accesso a una strabiliante collezione contente oltre 40.000 articoli relativi a lettering, tipografia, calligrafia e progettazione grafica.
Perché ve ne parlo proprio oggi? Perché LA ha da pochissimi giorni acquisito ben 121 numeri del magazine “The Black Panther” che risalgono al suo periodo seminale tra il 1967-72, insieme a poster e grafiche di Emory Douglas.
“Riconosciuto nel partito delle Black Panthers per il suo uso impavido e potente del graphic design come strumento di lotta per i diritti civili e contro il razzismo, Douglas è una figura di spicco nel mondo degli artisti che rivendicano i diritti delle minoranze attraverso l’arte.

Come artista rivoluzionario e ministro della cultura per le Black Panthers dal 1967 all’inizio degli anni ’80, Douglas e i suoi compagni di partito hanno subito atti di sabotaggio da parte dell’FBI. Secondo un rapporto del Congresso, quegli atti includevano saccheggi di uffici e  distruzione di giornali che contenevano articoli sulla controversa figura di Douglas.
Cosa doveva temere il governo dal lavoro di Douglas? La sua innata capacità di provocare un risveglio nelle persone più deboli.
Douglas usava i materiali che poteva racimolare come i pennarelli e poco altro con quel poco riuscì a lanciare il giornale ufficiale dl movimento giustamente intitolato “The Black Panther”.
Per Douglas, quello con il Black Panther Party fu solo l’inizio di una carriera basata sulla convinzione che l’arte debba servire per le cause sociali. Negli anni ha continuato i suoi attacchi contro il potere, il razzismo, l’avidità e il sistema carcerario.
Nel 2015 Douglas ha ricevuto una medaglia AIGA. L’organizzazione lo ha riconosciuto per “il suo uso senza paura e potente della progettazione grafica nella lotta per i diritti civili“.

Lo sport come non lo avete mai visto è fra le pagine di Athleta Magazine

Oggi è proprio uno di quei giorni, uno di quei giorni.
Oggi è uno di quei giorni in cui sono felicissimo di ospitare in questo mio sito una delle realtà italiane che stanno emergendo con forza, e soprattutto stile e competenza, nel panorama internazionale dei new magazines.
Si tratta di “Athleta”, un prodotto tutto italiano che vede coinvolti Giovanni Gallio (Editor), Sara Capovilla (Photo Editor) e Alessandra Pavan (Graphics).
Sono felice perché è dal primo numero che li seguo e apprezzo molto il loro lavoro fatto di piccoli passi ma idee chiare che li hanno portati oggi alla terza uscita.
La loro presentazione si sviluppoa dall’etimologia classico latina del termine Athleta ovvero

colui che è proteso nello sforzo di superare la sfida sportiva, ma, ancora di più, nello sforzo di superare sé stesso.

“Athleta” è un magazine indipendente che racconta la cultura dello
sport da un punto di vista non convenzionale spingendo molto sulla qualità del suo perno centrale, la fotografia.
Utilizzando proprio il loro linguaggio, “Athleta” è un viaggio nel principio di resilienza, nella scoperta dei propri limiti attraverso il corpo. E’ un viaggio nella propria identità, nella condizione umana, nei valori della competizione. In nome dello spirito agonistico, ma anche in nome dell’estetica dell’immagine. E’ la luce impressa, essenza di figura, gloria. E’ ombre di anonimato. E’ dove grafica ed equilibrio incontrano la fatica ed il rumore.
Ecco, come spero vi rendiate conto quando sfoglierete questa rivista, “Athleta” è una narrazione visiva di quelli che sono – di volta in volta – gli infiniti aspetti unici ed originali del concetto di sport, una  narrazione che nella terza uscita mostra come lo sport sia un gesto che ti consegna all’eternità.
Buona lettura e complimenti ancora a tutto il team di “Athleta”, vi aspettiamo per il numero 4!

Sta per arrivare il nuovo Lök Zine e noi abbiamo deciso di fargli qualche domanda

Vi avverto, io sono di parte. Seguo il lavoro di Lök Zine oramai da un bel pò di tempo, ho conosciuto Elisa Caroli fra le sedie ed i tavoli di svariati festival e mi è sempre piaciuto l’atteggiamento aperto e sperimentale della rivista.
Ma adesso sta per arrivare fra noi un Lök Zine tutto nuovo, un numero 10 che porterà con se diverse novità tutte da sfogliare.
Si tratterà di un bel volume di 120 pagine completamente a colori con rilegatura brossurata in un formato ampio e moderno da 21,0 × 29,7cm.
Poco altro da dire, se non di farvi un salto sul loro progetto Kickstarter per rendervi conto di quanto sia coraggioso e affascinante questo nuovo Lök Zine.
Mentre scrivevo questo mi è venuta l’idea di chiamare Elisa e chiederle se aveva voglia di fare due chiacchiere prendendo spunto da questa nuova uscita per allargare il perimetro del discorso al panorama italiano dell’editoria indipendente.

Ecco cosa ne è venuto fuori, un breve ma interessante scambio di opinioni  che spero sia solo un primo seme di discussione..

Ciao Elisa, raccontaci cosa sta succedendo a Lök Zine e cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo numero che promette sorprese e cambi di passo..

Era da tanto tempo che avevamo voglia di evolverci, di crescere, usare i colori, avere più spazio, scegliere più autori che amiamo, connetterci con altre persone. Aspettavamo solo il momento giusto: un po’ per superstizione, un po’ per necessità, il numero 10 ci è sembrato un ottimo inizio per cambiare tutto e così ci siamo lanciati.
La campagna di crowdfunding è stata un po’ una sfida, per vedere se quello che facevamo e che stavamo per creare poteva essere interessante per un pubblico più ampio e per raccontare meglio lo sviluppo del numero grazie agli updates che si trovano all’interno della pagina kickstarter.

Descrivi quello che è l’obiettivo di una rivista indipendente come Lök Zine oggi in Italia..

Il nostro obiettivo è sicuramente condividere la nostra visione e la nostra passione per fumetto e illustrazione, raccontare storie e creare una rete senza limiti geografici.

Manteniamo comunque il tutto bilingue per restare collegati alle nostre origini.

Raccontami un po’ del lavoro di questi anni: quando e come è nata la rivista, i momenti bui e quelli pieni di gioia..

Il progetto LökZine è nato nel 2011, eravamo tutti studenti all’accademia di Belle arti di Bologna e avevamo tante idee e voglia di fare, ma ci sentivamo ancora troppo acerbi per qualsiasi forma editoriale definita così scegliemmo la dimensione della rivista dove potevamo sfogarci senza limiti (ci abbiamo messo dentro poesia, fotografia, moda, cucina, racconti brevi, street art…) poi nel tempo siamo diventati sempre meno, abbiamo sperimentato, siamo cresciuti individualmente, abbiamo conosciuto tanti luoghi e persone diverse e abbiamo visto crescere il mondo del fumetto indipendente e dell’autoproduzione che era un po’ assopito quando avevamo iniziato. I momenti bui sono quelli di incomprensione che rallentano, a volte i lavori, e sono dati dall’impossibilità di avere una sede fissa perchè siamo sparpagliati per l’europa, ma questo ci permette anche d arricchiere il progetto delle nostre esperienze.

Come Lök Zine siete da anni un punto di riferimento nel circuito indipendente sempre presente agli appuntamenti di settore ed in contatto con i migliori illustratori. Da questo punto di vista privilegiato, raccontaci cosa pensi del panorama editoriale indipendente italiano: punti deboli, punti di forza, ambiti da sviluppare.

Come ho già detto di realtà come noi all’inizio ce n’erano veramente poche era come se ci fosse stato un assopimento del panorama quando abbiamo deciso di creare LökZine, però poi è stato bellissimo vedere quanti gruppi si assemblavano quante altre idee prendevano forma quanti festival iniziavano ad aprire delle “selfarea” e quanti festival specifici aprivano i battenti. Mi sento un po’ vecchia a dirlo, ma abbiamo visto tutto questo evolversi e adesso mi sembra che il panorama italiano sia brulicante di progetti bellissimi, fantasiosi e sfaccettati: mi sembra ci sia una nuova attenzione per qualcosa che resta sempre di nicchia, ma ha preso sia valore agli occhi di editori e pubblico che una propria identità nel tempo. L’editoria indipendente in ogni caso rimane un ambito dove si può ancora sperimentare, sognare, sentirsi liberi di esprimersi, effettivamente mai farci i soldi, ma non si può aver tutto 🙂

Esiste oramai un vasto ecosistema composto da creativi, editori e illustratori che si muove in tutta Italia attraverso un infinita seria di market molto frequentati ma che, chiusi i battenti, poco incidono sulle opportunità lavorative e sulla distanza esistente fra l’editoria mainstream e quella indipendente. A mio avviso siamo quasi arrivati alla saturazione, quali pensi siano gli scenari futuri e quali potrebbero essere gli aspetti da sviluppare? Penso per esempio ad un maggiore coinvolgimento delle grandi realtà  editoriali, a contest per avvicinare il mondo del lavoro o idee simili…

Sicuramente quello che dici può essere vero, ma rispetto a qualche tempo fa penso che il panorama editoriale indipendente e mainstream sia in ebollizione, non saturo di sicuro (quello francese è molto più pieno). Credo sia un processo di assestamento in cui va educato il pubblico, ad esempio vedo realtà come Eris edizioni, Diabolo edizioni, Grrrzt, ecc, che sono fatti da persone che amano i fumetti e aprono case editrici piccole, piccolissime, ma che ci mettono molta passione e arricchiscono il panorama editoriale, molte volte incrociando autori che si muovono nel sottobosco dell’autoproduzione. C’è una sorta di sinergia nei vari campi artistici che si può tramutare in un lavoro concreto, bisogna solo trovare il modo di non perdere la speranza.

Henry Wolf e l’arte della grafica nei magazine

Henry Wolf è graphic designer e fotografo grafico statunitense di origine austriaca. Nato in Austria, in seguito all’Anschluß del 1938 da parte di Adolf Hitler, fu costretto a lasciare il suo paese insieme alla sua famiglia. Inizialmente trasferitisi in Francia, Wolf poté studiare arte a Parigi, ma in seguito all’occupazione tedesca fu deportato con la famiglia in due campi di detenzione in Marocco, prima del trasferimento definitivo negli Stati Uniti nel 1941.
Il suo stile ha influenzato e stimolato il design e la grafica delle riviste degli anni Cinquanta e Sessanta con i suoi layout audaci, l’elegante tipografia e le stravaganti fotografie di copertina diventando a soli 26 anni uno dei più giovani editorial designer degli Stati Uniti.
Invece di accettare il ruolo tipico di art director come era concepito al tempo, Wolf collaborò attivamente ed incessantemente con gli editori per definire insieme a loro la personalità delle riviste selezionando i caratteri tipografici, commissionando illustrazioni e servizi fotografici da artisti famosi o appena scoperti e soprattutto rivoluzionando le copertine.
Al tempo, l’editore di Esquire era Arnold Gingrich, fondatore della rivista, da poco dopo un periodo di assenza temporanea durante il quale la rivista si era molto spostata verso un target spiccatamente femminile copertina ed interni molto fashion e attente alla moda e un layout generale pieno illustrazioni romantiche. Lo stesso Gingrich decise quindi di intervenire scegliendo come spalla il nuovo talento brillante di Wolf.
Wolf impiegò due anni per ridisegnare la rivista esattamente come voleva, introducendo innovazioni di ogni genere nelle copertine alcune delle quali scattate da lui stesso con un famoso e poi molto copiato vedo/non vedo del famoso marchio della rivista, il baffuto gentiluomo di nome Esky.

All’interno della rivista si era ritagliato uno spazio di ben otto pagine in ogni numero dove presentava tutto ciò che desiderava inclusi reportage sull’automobilismo e il jazz.
Nel 1958 il cambio in favore di Harper’s Bazaar in cui sostituì Alexey Brodovitch. Le sue copertine erano oramai riconoscibili da tutti, tipicamente contraddistinte da un originale spirito pittorico e da un’eleganza impareggiabile.
La copertina di San Valentino del 1963, ad esempio, era una fotografia ad alto contrasto di una donna nuda con una macchina situata proprio sopra del seno che mostrava un cuore rosso.
Wolf ha aperto il suo studio fotografico, Henry Wolf Productions, nel 1971 tenendo corsi di design e di fotografia.
Nel 1976 Wolf fu insignito dell’American Institute of Graphic Arts Medal per il Lifetime Achievement e nel 1980 fu inserito nella Art Directors Club Hall of Fame.

Dai creatori di Polvere ecco adesso “Lei” un altro capitolo tutto italiano che anima l’amore per la bicicletta ed il ciclismo

Ne avevo già dato segnalazione qualche tempo fa qui perché si tratta davvero di un bel progetto e di un lavoro dove,insieme alla passione per il ciclismo, emerge chiara anche la competenza tecnica e la voglia di creare dei prodotti editoriali di livello. Ecco dunque che, dopo le monografie sulla “Fatica” e sulla “Velocità” arriva adesso un terzo volume dal bellissimo titolo “Lei“.
Come si legge nella descrizione del libro, troviamo in queste 120 elegantissime pagine tavole, pensieri, segnalazioni, interviste, progetti e racconti per rimuovere la polvere dai ricordi a pedali e rimanere sempre in sella.
Fra i contributors di questa ultima uscita troviamo: Antonella Bellutti, Attilio Scarpellini, Ausilia Vistarini, Cosimo Cito, Claudia Tifi, Elisa Longo Borghini, Fernanda Pessolano, Francesco Ricci, Giovanna Rossi, Marco Pastonesi, Rosti team, William Fotheringham.
Mentre per la parte grafica: Achille Lepera, Elenia Beretta, Ilona Kamps, Luca Benedet, Marta Pantaleo, Marco Renieri, Paolo Ciaberta, Sebastiano Favaro, Teresa Enhiak Nanni.
Sono prporio felice di vedere che il progetto continua, si evolve e alza il livello sempre di più lasciando sempre accesa la curiosità su cosa ci riservi il team di POUPOU Edizioni per la prossima uscita…

Ecco la preview del numero 16 di “No Cure Magazine”

Ecco il nuovo numero di “No Cure Magazine“, un prodotto che io personalmente amo come dimostrano altri articoli in proposito e che non vedo l’ora sempre di scoprire.
Per questo, non appena i ragazzi hanno tirato fuori la previw del numero 16, eccomi qui a condividerla con voi.
Buona visione…

Un magazine svizzero esce con un numero interamente dedicato alle stazioni ferroviarie ed ai loro elementi imprescindibili

Immersions” è il nome di un magazine svizzero appena arrivato alla seconda uscita che si intitola Gares, ovvero Stazioni.
Ponti di transito per alcuni, luoghi di residenza per gli altri, cornici quotidiane di chi ci lavora e terra prediletta per chi vaga, le stazioni ferroviarie sono anche questo: luoghi familiari pieni di storie dove le vite si incrociano senza mai veramente incontrarsi.
Queste storie sono l’oggetto di questa seconda uscita che si apre con una prefazione firmata Didier Burkhalter, noto politico svizzero.
Il magazine si compone di una serie di racconti dello scrittore francese Jon Monnard; il ritratto della famosa ma non per questo meno anonima, Carole, la voce diffusa in tutte le stazioni della rete ferroviaria svizzera; la storia del leggendario orologio CFF che da sempre è presente nelle maggiori stazioni d’oltralpe con un’incursione nel cuore della fabbrica di Mondaine e molto, molto altro.
Splendido l’apparato grafico con numerosissime fotografie a corredo dei testi a testimonianza della cura del prodotto veramente rilevante.
Un pò come abbiamo già visto in occasione della presentazione di “SUQ”, splendida rivista sulla Sicilia meno conosciuta, anche “Immersions” è un prodotto di pregio e veramente ben realizzato.

“Suspiria” è il magazine sui brutti sogni e sul perché non riusciamo a farne a meno

Oramai sappiamo che questi ultimi anni sono una continua esplosione di carta e grafica. Oramai ne abbiamo viste un numero così imprecisato che a volte capita di non credere nemmeno più di poter sorprendersi ancora ed invece….
Ed invece ecco “Suspiria Magazine”, che fin dal nome risulta un accattivante progetto che non potevo approfondire e presentarvi.
Il progetto nasce dalle menti dei ragazzi della Dreadful Press, già in giro con l’altro progetto editoriale intitolato “Sabat Magazine” che fonde Stregoneria e femminismo come archetipi antichi e arte istantanea.
Capite che stiamo parlando di originalità, visionarietà, provocazione e arte in un mix difficilmente riscontrabile in altri magazine indipendenti.

Sabat 4: Elements

Nel nuovo progetto “Suspiria Magazine” si cerca invece di analizzare ed approfondire alcuni aspetti della psiche umana sempre attraverso una lente tutta al femminile. Partendo infatti dai sogni si vuole gettare una luce su quelli che sono gli archetipi della paura e soprattutto sul perché continuino ad emanare un fascino tutto particolare e, per alcuni, addirittura irresistibile.
Con la grafica assolutamente black e perfettamente in tema a cura degli inglesi StudioFax e la direzione artistica di Valentina Egoavil Medina, regista tedesca di 30 anni, “Suspiria Magazine” mette in scena

Il Black & Report è un prodotto editoriale per lo sviluppo della grafica e del design nelle regioni dell’Africa e del Sud Est Asiatico

B&W è un’organizzazione indipendente che aspira a riconoscere, premiare e coltivare l’eccellenza creativa all’interno della regione MENA acronimo di Medio Oriente e Nord Africa.
La creatività è una delle forze motrici fondamentali che determinano il successo sociale e commerciale di uno stato e di una regione, per questo B&W guida una serie di iniziative ideate non solo per riconoscere e premiare i talenti presenti nelle aree, ma anche per educare e sviluppare i futuri creativi.
La prima iniziativa è il “B&W Report“, pubblicata nel febbraio 2018, che serve per dimostrare e analizzare i progressi reali raggiunti dal lavoro costante di B&W creando così un benchmark dettagliato di riferimento per il futuro.
Da questo documento si possono dunque evidenziare le informazioni su cosa funziona e cosa no e diffondere i dati che sono stati raccolti.
Il rapporto Black & White mira a celebrare quindi le persone, sia clienti che agenzie per valutare ogni anno le prestazioni ed aiutare a misurare il progresso e la crescita di ogni individuo, azienda e marchio basandosi sull’unica cosa che conta: il lavoro.
Il “B&W Report” è il primo capitolo di un progetto molto più ampio per la regione MENA, che consentirà di comprendere meglio le sue prestazioni e creare un ambiente sano dove la competizione fornisce una prospettiva futura per la popolazione interessata agli ambiti creativi.

“Press Fold” il magazine di moda per chi è stanco dei magazine di moda

Press Fold” è una nuova rivista indipendente di moda che mira a esplorare forme di narrazione alternative ed originali. La rivista, che esce con cadenza semestrale, può essere vista anche e soprattutto come uno spazio per i professionisti della moda irregolari, fuori dagli schemi e sperimentatori di spazi e soluzioni nuove ed eccentriche e che quindi decidono di vivere ed operare al di fuori di quello che è lo spazio mainstream del fashion di oggi.
In un momento in cui tutto ciò che è di moda è un continuo flusso di novità, si è molto ristretto lo spazio in cui la moda ed i gusti diventano oggetto di discussioni ed approfondimenti. Nei magazine di settore sempre più spesso il vero obiettivo è quello di venderci più cose possibili, soprattutto più cose di cui non abbiamo realmente bisogno.
Si tratta, oramai è stata analizzata da infiniti punti di vista, di una vera e propria ossessione per il nuovo. “Press Fold” vuole invece discutere e, forse il vero aspetto di rottura del suo progetto, immaginare come sarebbe la moda se togliessimo le patinatissime pubblicità e gli inutili editoriali per concentrarsi invece sulla produzione, sulla presentazione, sul consumo di vestiti e sui contesti in cui tutto ciò avviene.


“Press Fold” si concentra su una realtà della moda che non è basata esclusivamente sul consumo di ciò che sul momento è hype, ma su quelle che sono le nostre esperienze della moda, della ricerca di un discorso fashion alternativo che va oltre il trattare la moda come una merce.
Ai testi di Hanka van der Voet viene quindi affiancato un apparato grafico molto lontano dagli standard attuali del mondo della moda su carta e questo grazie al grafico olandese Beau Bertens che ricerca il contesto e il significato del linguaggio visivo in modo sempre provocante e giocoso.
Un particolare fantastico? La possibilità di scegliere la busta in cui ricevere la rivista….

“Pickles” è un magazine di storie calcio con un nome dalla storia fantastica

Fondata nel 2011, “Pickles” è una rivista indipendente di calcio che celebra il meglio della cultura calcistica e fa luce sulle storie più interessanti cavacando un trend oramai molto diffuso di utilizzare lo storytelling su aspetti a prima vista secondari del mondo del calcio per renderli delle vere e proprie storie da leggere con calma.
Questo approccio lo si può notare anche dal titolo del magazine inglese. Pickles in italiano infatti potrebbe essere tradotto con un normale sottaceti ma non sarebbe davvero troppo facile e banale e quindi andiamo a scoprire il perché di qesto nome a prima vista molto strano per un magazine calcistico.
Siamo nel marzo del 1966, quattro mesi prima del calcio d’inizio della Coppa del Mondo prevista per quell’anno proprio in Inghilterra. Il 20 Marzo per la precisione, il Trofeo Jules Rimet – come allora si chiamava la Coppa del Mondo –  venne rubato mentre si trovava esposto alla Metodista Central Hall di Westminster in pieno centro a Londra.
Fortunatamente la latitanza si concluse dopo qualche giorno ed il colpevole – tale Edward Bletchley – fu arrestato. Il problema però era che non aveva con se il prezioso bottino e quindi la Coppa era sparita.
Dopo sette giorni di panico assoluto che si diffuse in tutta l’Inghilterra e oltre, proprio mentre il signor David Corbett stava portando come ogni giorno il suo cane a fare la passeggiata, ecco che il piccolo a quattro zampe trova dietro una siepe del giardino a Upper Norwood, nel sud di Londra, il tanto ambito trofeo.
Era il 27 marzo 1966 e quel cane dal simpatico nomignolo “Pickles”, passò alla storia per aver salvato il Mondiale, l’unico che ancora oggi è stato vinto proprio dall’Inghilterra.

David Corbett qualche anno fa sulla tomba del suo amato Pickles

“Pickles” si concentra sulla cultura che circonda il gioco, approfondisce le grandi storie di calcio ed i problemi che vanno anche oltre lo sport. Molta attenzione viene data al design, alla fotografia ed all’illustrazione per presentare le storie in modalità più coinvolgenti e originali
Di recente è uscito il numero 14 che, per i veri appassionati di calcio, rimanda ovviamente al genio con i capelli lunghi: Johan Cruyff.
L’impatto del VAR, la caduta e l’ascesa del Parma Calcio e la storia della rivalità calcistica più antica e più combattuta del mondo che si trova in Uruguay quando va in scena il Clásico.

Tra poco sapremo chi vincerà il premio di miglior magazine e miglior brand del 2017 per la Society of Publication Designers

Friday, May 4th at Cipriani 25 Broadway in New York City.

La Society of Publication Designers è una fondazione nata nel 1965 senza scopo di lucro dedicata a promuovere e incoraggiare l’eccellenza nella progettazione editoriale.
Come ogni anno, la Society of Publication Designers (SPD) ha annunciato i finalisti del 53° Annual Design Competition che vedrà la sua conclusione il 4 Maggio prossimo a New York.
Il concorso di progettazione editoriale di SPD celebra l’eccellenza nel design, nella fotografia e nell’illustrazione all’interno delle pubblicazioni cartacee e digitali.

I progetti caricati attraverso il sito on line di SPD sono suddivisi in 85 (!) di appartenenza, vengono giudicati da una giuria (qui trovate l’elenco dei giurati) composta da con due co-presidenti: Copresidenti: Tim Leong (Executive Editor di Entertainment Weekly) e Toby Kaufmann (Direttore esecutivo della fotografia in Refinery29) che sveleranno i vincitori il 4 maggio prossimo.
Rispetto al premio organizzato da STACK si può tranquillamente di re che SPD è molto più incentrato sui magazine statunitensi e soprattutto sulla produzione editoriale mainstream.
Per quanto riguarda l’Italia, facciamo assolutamente il tifo per Wired Italia, oramai semprè più assimilabile al cugino d’oltreoceano e a Rvm Magazine, avventura editoriale sulla “fotografia e altre narrazioni” interessantissima ed indipendentissima portata avanti da Agnese PortoGiammaria De GasperisFrancesca PignataroVeronica Daltri.

I finalisti per i premi di Magazine e Brand dell’anno sono:
The California Sunday Magazine, Garden & Gun, Gather Journal, Harvard Business Review, New York Magazine, The New York Times Magazine, Refinery29 e WIRED.

The California Sunday Magazine

 

Gather Journal

 

Gather Journal

I finalisti per il premio di Magazine cartaceo sono:
5280 Magazine, Accent, AFAR, American Builders Quarterly, APICS, ARCHITECT, Bloomberg Businessweek, Bon Appétit, The California Sunday Magazine, CHAOS, COMMOTION, Cooking Light, Condé Nast Traveler, Departures, Dwell Magazine, Earnshaw’s, Eight by Eight, Entertainment Weekly, ESPN The Magazine, Esquire, Eye Magazine, The FADER, Fast Company, FEED. Jerónimo Martins World’s Magazine, Footwear Plus, Gather Journal, Genome, Golf Digest, GQ, GQ Style, The Hollywood Reporter, Idea Book, In Touch Magazine, The JW Marriott Magazine, Men’s Health, Middlebury Magazine, MIT Technology Review, Mother Jones, National Geographic, National Geographic Traveler, Nature Conservancy Magazine, New York Magazine, New York Weddings, The New Yorker, The New York Times Magazine, Outside Magazine, Pacific Standard, Parents, Profile, Rhapsody Magazine, The Ritz-Carlton Magazine, Rvm Magazine, Smithsonian Magazine, Stanford Medicine, T: The New York Times Style Magazine, Tec Review, Texas Monthly, Vanity Fair, Washingtonian, WIRED, WIRED Italia e WSJ. Rivista.

“Prison Nation” dimostra come la vecchia carta sia molto più avanti della coscienza civile di uno stato considerato civile

Questa primavera, la rivista “Aperture” pubblicherà “Prison Nation”, affrontando il ruolo unico che riveste la fotografia nel creare una didascalia, una legenda visiva di quella che è oramai una vera e propria piaga nella società degli Stati Uniti d’America e cioè l’incarcerazione di massa.
Per chi ancora non la conoscesse, Aperture è una fondazione senza scopo di lucro che collega una vasta community di fotografi di tutto il mondo.
Creato nel lontano 1952 da fotografi e scrittori come terreno comune per il progresso della fotografia, Aperture oggi è un editore e una piattaforma per la comunità fotografica.
Ogni anno vengono prodotti 4 numeri dell’omonima rivista. ognuno dei quali incentrato su un tema diverso ma sempre attuale, tanto per capirci gli ultimi erano Future GenderElements of Style.
Questo coraggioso lavoro sulle carceri americane è progettato dal team di “Aperture” insieme a Nicole R. Fleetwood, studiosa di cultura visiva, fotografia, storia culturale black, studi di genere e femminista. I suoi articoli compaiono su African American Review e American Quarterly
“Prison Nation”, in uscita il 6 marzo 2018, parte dalla constatazione che ben 2,2 milioni di persone sono detenute negli Stati Uniti e 3,8 milioni sono in libertà vigilata e da qui Aperture inizia il suo viaggio fotografico in aulcune di queste storie.
“Prison Nation” dimostra ancora una volta come la carta, strumento considerato oramai superato da molti, riesca ancora ad essere – invece – avanti, molto più avanti di gran parte della società civile che tollera e convive con scempi e vergogne come quelli illustrati in queste pagine.

 

La guida definitiva per realizzare il tuo magazine indipendente

Conor Purcell è uno scrittore e editore che ha realizzato libri pluripremiati in tutto il mondo. I suoi testi e articoli sono apparsi ovunque da Esquire e Rolling Stone, da Foreign Policy a The Guardian.
Nella sua carriera ha creato diverse riviste tra cui la rivista di viaggi indipendente “We Are Here” e il trimestrale “We Are Dublin”.
Ha collaborato con numerosi brand a progetti editoriali tra cui Emirates, The Abu Dhabi Tourist Board, China Airlines, Air Macau, Al Ghurair Center, Jashanmal e Assilah Festival in Marocco.L’ultimo suo progetto è “The Magazine Blueprint“, forse la guida definitiva per creare la tua rivista indipendente. Un manuale pratico che riguarda tutto il processo di creazione e realizzazione di una rivista: dalla scelta del titolo, il supporto cartaceo e le dimensioni. Dal mail marketing, alla distribuzione e il percorso eventuale di crowdfunding.
Il tutto viene condito da interviste con editori, scrittori, designer, rivenditori, distributori e marketer.
Insomma, con questo lavoro Purcell si pone l’obiettivo di dare un punto di riferimento per aiutare chiunque a passare dall’idea all’esecuzione.
Il libro sarà disponibile entro la fine di Marzo e sarà presentato a Offset, la principale conferenza di creatività e grafica irlandese.
Il libro è disponibile per il pre-order qui proprio in questi giorni.
Oramai non avete più scuse.

 

“Backwash” è un magazine sul surf fatto da surfisti per surfisti

Backwash” è un progetto nato, come sempre più spesso succede, dalla passione di alcuni creativi per uno sport, in questo caso per il surf. Il team che sta dietro a questo nuovo magazine di cui è da poco disponibile il terzo numero, è composto da James Bowden, Dan Crockett, Noah Lane, Al Mackinnon, Chris McClean, Matt Smith e Mario Vassiliades.
È una pubblicazione da cui traspare chiaramente l’amore per questo sport che accomuna persone in tutto il mondo arrivando oramai ad essere un vero e poprio stile di vita con le proprie regole, i suoi riferimenti ed i propri stili.
176 pagine di carta accuratamente rilegata che a prima vista può sembrare organizzata in modo caotico e non del tutto leggibile, ma che rappresenta secondo me bene quello che è il mondo e la passione presenti in queste pagine.

“OOF Magazine”, una rivista sul calcio da sfogliare come un ricercato catalogo d’arte contemporanea

Il calcio, si sa, è la quintessenza dell’esperienza comunitaria, della passione condivisa, della fede irrazionale. In tutto il mondo – negli stadi, nei bar e nei salotti di casa – milioni di persone provano emozioni collettive guardando le proprie squadre scendere in campo. Ogni giorno il calcio riesce a realizzare con facilità talvolta data per scontata, ciò che l’arte cerca costantemente di fare con ben altri sforzi: far emozionare le persone.
L’arte de-costruisce il mondo, ci aiuta a capire cosa significa il tutto intorno a noi e tenta di offrire nuove prospettive ai nostri sguardi. per questo oggi vi parlo di “OOF magazine“, questo nuovo progetto inglese che unisce in un modo quasi naturale, arte e pallone.
Gli artisti che vedrete all’interno di “OOF” tentano appunto di semplificare il messaggio e l’esperienza calcistica per ridarle senso, per mostrare i perché questo sport riesca ad infiammare così tante persone in tutto il pianeta.
La pubblicazione londinese ha appena pubblicato il suo primo numero in cui, oltre ai lavori di artisti del calibro di Chris Ofili, Hans Ulrich Obrist, Rose Wylie e Petra Cortright e un’affascinante storia di un murale di Zagabria che raffigura Zvonimir Boban che combatte con la rivolta polizia.
L’idea originale di “OOF Magazine” è del fondatore e direttore Eddy Frankel a cui, in seguito, si sono aggiunti Justin Hammond e sua moglie Jennie, che a Londra gestiscono la grande galleria d’arte moderna J Hammond Projects. Un geniale designer chiamato Simon Whybray ha fatto l’iniziale direzione artistica e Tom Havell, che è il capo del design europeo di Time Out, ha fatto tutto il layout.
“OOF magazine” una via di mezzo fra un catalogo di una sofistica mostra d’arte e un magazine specialistico sul calcio e questa comunione rende le 72 pagine di cui è composto, interessanti, originali e per tutti i gusti.

“New Philosopher” è il magazine che cerca la strada di migliorare la vita attraverso la filosofia

New Philosopher” è una rivista trimestrale indipendente dedicata all’analisi ed alla esplorazione di temi e personaggi della filosofia passati e presenti. L’obiettivo – ambizioso – che si pone la rivista è quello di accompagnare i lettori nella scoperta di nuove modalità e percorsi utili a vivere un’esistenza più felice e libera.
Per questo, nella loro presentazione viene riportato una famosa citazione del filosofo Seneca che, parlando delle difficoltà di vivere felici dice:

Non è che abbiamo poco tempo da vivere, ma che ne sprechiamo molto. La vita è abbastanza lunga e ci è stata donata una quantità sufficientemente generosa di tempo per ricercare e ottenere i massimi risultati, questo però solo se riusciamo a viverla al meglio. Ma quando il nostro prezioso tempo viene sprecato nel lusso o speso in attività frivole, siamo costretti a raggiungere la nostra fine e a rendersi conto che la nostra esistenza è passata prima che sapessimo che stava passando. La vita è lunga se sai come usarla.

“New Philosopher” si rivolge a coloro che hanno studiato e conoscono la filosofia, agli accademici, ma anche a coloro che non hanno basi teoriche o studi approfonditi. Introdurre idee filosofiche che sfidano il pensiero e il condizionamento contemporanei è la sfida di questo magazine che alla base si pone una fatidica domanda:”I nostri pensieri e le nostre aspirazioni sono veramente nostri?”
“New Philosopher” è libero e veramente indipendente visto che si auto finanzia attraverso gli abbonamenti e le vendite. Non ci sono sponsorizzazioni o altri aiuti economici da parte di terzi come orgogliosamente rivendicano nella frase:”Non abbiamo affiliazione con i grandi media o altre società”.
Vincitrice di numerosi premi fra lo Stack Awards 2016  per il miglior uso dell’illustrazione, il magazine è attualmente alla sua uscita numero 19 dal titolo “Life”. Riflettere sul significato della vita non è solo l’attività dei filosofi, lo è anche dei bambini, degli adolescenti con il cuore spezzato e gli ottantenni che sentono piano piano la vita allontanarsi.

 

Un magazine di fotografia parigino che vuole riscoprire l’Europa ed i suoi protagonisti

Anche l’occhio vole la sua parte ed il mondo delle riviste indipendenti questo lo sa bene vista la cura e l’attenzione, in alcuni casi maniacale, che viene posta nei confronti della forma estetica di questi prodotti editoriali.
Il magazine che vi proponiamo oggi, “The Eyes“, proviene da Parigi ed è un progetto fotografico di un team di persone dai percorsi professionali più disparati:

  • Vincent Marcilhacy, editore e fondatore della casa editrice Aman Iman Publishing;
  • Guillaume Lebrun, fotografo ed insegnante;
  • David Marcilhacy, professore in editoria e ricerca nei campi della cultura e della politica all’Università Paris-Sorbonne. Ha vissuto e lavorato in Francia, Spagna e Turchia, sviluppando attività di insegnamento;
  • Remi Coignet, caporedattore della rivista The Eyes dedicata all’Europa e alla fotografia. Nel 2014, ha pubblicato i due volumi di “Conversations” con sue interviste a fotografi, editori e designer;
  • Arnaud Bes de Berc, responsabile di tutti gli adattamenti digitali del progetto The Eyes,
  • Véronique Prugnaud, attraverso Redbox Prod Véronique Prugnaud supporta e consiglia strutture culturali nello sviluppo, produzione, pubbliche relazioni o raccolta fondi per i loro eventi, fiere, festival, riviste e mostre.

Arrivato alla sua ottava uscita, “The Eyes” ha da poco cambiato radicalmente il  proprio impatto visivo, direi quasi la propria concezione di base.
Un riposizionamento drastico per questa pubblicazione annuale dedicata alla fotografia documentaria e artistica che vuole proporre il magazine come un oggetto originale e unico, direi quasi da collezionare.
Una rivista importante, di ben 208 pagine dove ogni anno un curatore viene invitato a lavorare su un argomento specifico, in quest’ultimo numero si tratta di dello storico della fotografia francese, Michel Poivert che si occuperà di «Nuove storie fotografiche».
Nella descrizione della rivista mi ha colpito, soprattutto alla luce dell’aria che sembra tirare, la chiara e testuale dichiarazione d’intenti del magazine dove si legge che “The Eyes”

cerca di rivelare il senso della nostra Europa attraverso la lente di ingrandimento della fotografia con i suoi infiniti e diversissimi approcci alla creazione visiva e all’esplorazione..  mettendo in risalto i collegamenti tra i vari e diversi protagonisti della società in cui viviamo.

 

Il nuovo numero di Eye Magazine e la solita garanzia di qualità

Sin dalla sua nascita, la rivista Eye si è definita “The international review of graphic design”. E l’ultima edizione, dopo due numeri incentrati su illustrazione e tipografia, e dopo essersi aggiudicato anche il premio Stack Awards 2017 nella sezione “Cover of the Year” (ne ho parlato qui), riafferma con il numero 95 il proprio impegno per il mondo del design e dei designer in un numero ricco di esempi e approfondimenti.

La copertina dell’ultimo numero comprende una nuova interpretazione dello storico logo di Eye magazine – creato originariamente dal concept by Nick Bell e dal disegno di by Magnus Rakeng – ed oggi rivisto dal grande designer RO Blechman.
Sempre nell’ultimo numero si legge 
un’ampia intervista di Matt Willey (New York Times Magazine), insieme ai tributi di Françoise Mouly e Genevieve Bormes (The New Yorker ).

Altri articoli vanno dalla grafica contemporanea dello studio di Brooklyn Triboro ai tesori di una storica tipografia nel nord-est della Francia; dalle foto del carnevale brasiliano di João Farkas a un’intervista con Briar Levit, direttore del documentario Graphic Means. Come sempre, c’è una vasta sezione di recensioni sul design e la cultura visiva in tutto il mondo e una critica fotografica di Rick Poynor.
Come avrete capito, il numero 95, come del resto ogni altra uscita di Eye Magazine è un evento e per tanto consiglierei l’acquisto.

Il magazine lituano “Literatura ir Menas” esce con un numero comletamente vuoto per protesta contro i tagli al settore del governo lituano

La storica rivista letteraria e artistica lituana, Literatura ir Menas – in italiano Letteratura e Arte – nata nell’oramai lontano 1946, è uscita con il suo ultimo numero totalmente in bianco utilizzando cioè il proprio linguaggio per protestare contro i tagli ai finanziamenti per l’arte che imposto il governo lituano. La rivista si presenta quindi totalmente vuota di contenuti, ad eccezione di un bordo nero, un nastro che rappresenta il lutto sulla prima pagina e il logo della rivista nella testata.
Il “The Baltic Times” –  società che gestisce la rivista – ha riferito che sono necessari 1 milione di euro per assicurare la produzione e la distribuzione di pubblicazioni culturali, ma che il Fondo di sostegno stampa, radio e televisione fornisce solo la metà della somma.
Questo fatto dimostra come anche in questo fiorire – che sembra ininterrotto – di magazine, riviste e progetti editoriali più o meno indipendenti, esistono realtà dove lavorare e realizzare è impossibile.
Senza addentrarci troppo in considerazioni politiche, ancor più se provenienti dalla lontanissima Lituania, mi piaceva segnalare il gesto estremo, forte, con cui una copertina, in questo caso l’intero magazine, diventa bandiera, messaggio, strumento, per segnalare una richiesta di aiuto e testimoniare la propria difficoltà.

“Autodidact” è un magazine rigoroso ma creativo che lascia parlare cercando le risposte

E’ successo di nuovo!
siamo ancora qua a parlare di una nuova uscita, un nuovo progetto, una nuova idea. “Autodidact” è infatti una nuova pubblicazione creativa semestrale incentrata sulla narrazione di storie personali attraverso un punto di vista particolare, un tema comune intorno al quale progettare e realizzare questo magazine tutto blu.
In ogni numero infatti sarà indicato un tema centrale intorno al quale saranno chiamati ad esprimersi pensatori e creatori di tutto il mondo per offrire una prospettiva schietta e personale in base alla propria esperienza.
“Autodidact” significa “persona autodidatta”. Sono queste, molto spesso, le figure più interessanti, più curiose, che attraverso una serie di interessi diversi ed eclettici, percorrono cammini e sviluppi per soddisfare la loro fame di sapere e di avventura.

La prima uscita, da poco disponibile, è stata ideata attorno al tema centrale della “dualità“. Contiene 120 pagine di interviste, servizi fotografici, illustrazioni, design, fiction e approfondimenti accuratamente selezionati e appositamente commissionati. Studiando e selezionando una cerchia di talenti che producono lavori originali e coraggiosi da tutto il mondo nasce questa rivista dall’aspetto rigoroso ma ricca di idee e spunti nella lettura.

“Positive News” il magazine di proprietà dei suoi stessi lettori che propone il nuovo giornalismo costruttivo

Finalmente una buona notizia! Chissà quanto volte lo avrete detto leggendo un articolo, per non parlare della mai risolta domanda che da sempre ci attanaglia? “ma perché leggiamo e vediamo solo notizie catastrofiche?”.
La risposta forse è banale e rientra nell’ambito commerciale e dei numeri, ma “Positive News” ha l’obiettivo di mettere in discussione questo assunto.
“Positive News”, come da sua stessa definizione, è la rivista per un buon giornalismo sulle cose buone. Una rivista trimestrale che punta al giornalismo costruttivo e alla verità come forza per un cambiamento generale della condizione della società, come diritto ad essere informati, come voglia di superare il semplice appeal che il tragico, il polemico, il banale, ha da sempre portato cone.
“Positive News” è un magazine indipendente che parla di attualità e politica. Ogni numero discute di eventi in corso in politica, intrattenimento e affari concentrandosi soprattutto su iniziative per la creazione di un mondo sostenibile. Dopo una campagna di crowdfunding che nel 2015 ha permesso all’editore di iniziare la pubblicazione, è stata strutturata una cooperativa di consumatori, la Positive News Publishing Ltd, senza scopo di lucro con sede a Londra, Regno Unito portando oggi a far si che la rivista sia di proprietà dei suoi stessi lettori e non da alcuna figura commerciale esterna. Una meraviglia!
Questa storia dai contorni, solo ad una prima superficiale occhiata, fiabeschi, nasce nel 1993 da Shauna Crockett-Burrows (1930 – 2012) come un giornale trimestrale ed è arrivata viva e (ultra) vegeta fino ad oggi.
(Per chi fosse interessato a saperne di più c’è addirittura una voce dedicata su Wikipedia).
Quello di “Positive News” è il cosiddetto “giornalismo costruttivo” che non è solamente un bel modo di dire, ma un vero e proprio filone del new jounarlism che piano piano sta conquistandosi un proprio spazio nel panorama editoriale (vedi approfondimento di buonenotizie.it). Il team di “Positive News” ha infatti sostenuto la nascita di iniziative editoriali simili in tutto il mondo, tra cui Noticias Positivas, fondata in Argentina nel 2003 da Andrea Méndez Brandam e in Spagna nel 2002 dall’Asociación de Noticias Positivas, e indipendente da Positive News.
Potrebbe bastare questo per dar conto della bontà del progetto, ma “Positive News” è anche altro. E’ un bel magazine a cui proprio non pare mancare niente neppure dal punto di vista grafico ed editoriale.
Costruttivo.

Nasce “Suq”, un nuovo bel magazine tutto italiano che svela una Sicilia mai vista e meravigliosa

Oggi è uno di quei giorni dove scrivervi è davvero molto, ma molto gradevole perché ancora appartengo alla specie di coloro i quali non amano parlare dell’Italia solo per gli aspetti negativi, anzi.
Riuscire a valorizzare, a dare spazio a coloro i quali, così come in tutto il mondo, forse ancora meglio qua da noi, riescono a poggiarsi su un’idea per costruire un progetto e realizzare un sogno mi mette un buon umore diffusissimo che si dispiega per tutti gli arti e mi fa ballare la testa.
Ecco, questo è l’effetto che mi ha fatto scoprire “Suq. Unconventional Sicily” un bel progetto ibrido che sta in mezzo fra magazine e photo book.
Nato dalla mente di un gruppo di fotografi, viaggiatori e grafici siciliani fra cui Alessandra Lucca (art director, fotografa, scrittrice) e Francesco Blancato (coordinatore e direttore commerciale), Suq ha da poco mostrato al mondo il suo primo numero dove viene esplorata una Sicilia nuova, strana, diversa da quella che conosciamo. Un ecosistema vivo e vivace costruito sul rapporto fra persone, aziende, arte, luoghi e tradizione che insieme, regalano un risultato che troppo banalmente viene nascosto dietro luoghi comuni e frasi (tristemente) fatte.

A dimostrazione della giustezza del progetto, mi sono sembrate anche le parole con cui i promotori del progetto editoriale hanno presentato la loro idea di magazine:

“In Suq comunichiamo la bellezza, il territorio, la cultura. Gli elementi tangibili e intangibili, i simboli, le storie, i contrasti, i sogni, le speranze. Scaviamo nel sottosuolo perché ci interessa ciò che è inesplorato, sotterraneo. La zona d’ombra. Lo sguardo sulla diversità e sull’autentico.
Vogliamo evitare la centralità e il protagonismo convenzionale cercando l’esperienza alternativa come nel mercato di periferia delle antiche città arabe, lontano dal lusso e dal lustro delle piazze centrali. Per questo vogliamo camminare verso la soggettività, la profondità, la grandezza delle cose semplici e originali. Contro la tendenza attuale dell’iperdigitalizzazione vogliamo scommettere su un prodotto cartaceo per recuperare la qualità perduta delle cose fisiche che profumano di verità. Obiettivo di Suq è quello di presentare e raccontare il substrato di un’isola che da troppo tempo, ormai, è paralizzata dai simboli e dai suoi stereotipi. Come cacciatori di patrimonio proponiamo nuovi modi di fruire e vivere il nostro continente: la Sicilia.”

Posso tranquillamente condividere ogni singola parola di quanto hai appena letto, per questo siete sul sito Edizioni del Frisco.
“Suq. Unconventional Sicily”, con le sue splendide 160 pagine di storie e belle fotografie, è distribuito nelle librerie di Milano e dei capoluoghi siciliani e all’estero a Ginevra e Barcellona.
Avventuriero.

“Contra Journal”, un nuovo coraggioso magazine che rappresenta la cultura visiva nei conflitti moderni

Il fenomeno delle ondate migratorie, la gestione, il controllo, la convivenza, le regole e molti, moltissimi altri temi, sono oramai da anni all’ordine del giorno del dibattito pubblico sia per quanto riguarda le scelte politiche, sia per le più becere e tristi ricerche di sostegno e risultati elettorali.
Come ho già avuto modo di segnalarvi (qui), il tema dei flussi migratori è al centro di un magazine, “Migrant” per la precisione, che personalmente amo per la scelta di seguire sia un rigore contenutistico, sia una ricerca di nuove strade dal punto di vista grafico.
Da qualche settimana si  unito al gruppo dei magazine indipendenti che possiamo definire più socialmente impegnati, anche il londinese “Contra Journal“, una pubblicazione senza scopo di lucro che esplora la relazione tra l’arte e le varie forme di conflitto sparse, ahimè, per tutto il pianeta.
“La parola contra significa in opposizione a e così è conflittuale proprio per definizione, come sostiene George Brodie, co-fondatore nel 2015 di Contra Journal, insieme a Ben Bohm-Duchen. Avendo entrambi studiato e scritto ampiamente durante il loro percorso universitario sulle rappresentazioni del conflitto, si sono sentiti in dovere di lavorare ad un progetto che diffondesse ai lettori questi concetti e contenuti anche e soprattutto al di fuori del mondo accademico per far riflettere su quanto sia importante e coinvolgente il tema del conflitto se affrontato in modalità trasversali e sperimentali.
Tre anni dopo, la coppia ha costituito un team di sei persone, tutte con sede a Londra e che lavorano nei campi dell’editoria, dei musei, della cucina e del cinema. Con contenuti estratti da vari angoli del mondo creativo, “Contra” è una pubblicazione che, secondo i loro fondatori, si pone l’obiettivo di “accendere una luce una luce sugli artisti e le voci che non sono spesso viste o ascoltate quando si parla di conflitto”, creando così una narrativa alternativa a quello normalmente presente nei media mainstream.
Ogni edizione viene organizzata a a partire da un tema diverso, non a caso il primo numero, intitolato Displacement, esplora le modalità con cui la cultura grafica e visiva, risponde e si modifica in risposta alle attuali immigrazioni dei popoli.
Il progetto si autofinanzia con la vendita e con eventi di presentazione della rivista, esattamente come qualsiasi altro progetto definibile “sociale” e quindi con pochi fondi a disposizione.
Il risultato però è gradevole, pulito, senza fronzoli. Gioca a suo favore la carta della semplicità fornendo al lettore un magazine asciutto e leggibilissimo nelle sue 128 pagine.
La prima uscita presenta due cover: una ripresa da Seba Kurtis e l’altra da Harley Weir. All’interno troverete una panoramica della giungla di Calais attraverso le case di alcuni dei suoi abitanti e altre interessanti approfondimenti sul tema della migrazione.
Attraverso la combinazione di accattivanti saggi fotografici e articoli longform “Contra Journal” utilizza l’arte e il design per creare un luogo cartaceo che riesce a comunicare storie e soprattutto a difendere voci inascoltate.
Progettato da Our Place Studio, “Contra Journal” lancia così una sfida per portare i magazines indipendenti oltre ad una certa frivolezza dando senso, sostanza e autorevolezza a questa nuova splendida stagione dell’editoria cartacea.

Un poster, una rivista, una raccolta di grafiche. Tutto questo è Posterzine

People of print“, per chi ci legge oramai da un pò, sa benissimo che è uno dei punti di riferimento di tutti gli appassionati di editorial design, grafica e simili. Si tratta di un sito web nato a Londra nel 2008 creato originariamente da Marcroy Smith, come directory di illustratori, designer e stampatori sia creativi che commerciali, con lo scopo di educare e ispirare. Oltre a fornire servizi di consulenza editoriale per coloro che ne sono alla ricerca proponiamo un servizio di serigrafia completamente personalizzato per t-shirt e stampe artistiche.
Si tratta di una comunità creativa unica nel suo genere che si diverte a collaborare con brand, aziende e istituti scolastici e infinite altre realtà per realizzare campagne nuove e originali, creare partnership multimediali e organizzare eventi.
Posterzine” è il magazine mensile in cui un poster diventa una rivista (e viceversa) in un magnifico poster in formato A1 (594×841) che si piega in una monografia A4.
Anche se come detto, molti di voi già conosceranno il prodotto, ne parlo perché il ventunesimo numero è stato affidato alle sapienti d affascinanti idee della bella designer francese Malika Favre. Famosa per il suo stile che gioca con lo spazio e la forma e con i negativi del colore, è oggi una dei designer più ricercati del mondo. Da anni impazzisco per i suoi lavori e quindi questo post, diciamocelo, è un mio personale atto d’amore. Me lo concederete.

“Fare” un nuovo magazine per scoprire le più belle città del mondo dagli stessi cittadini che le vivono

Il magazine che vi presento oggi ha è “Fare” e appartiene alla folta schiera di riviste dedicate ai viaggi, alle scoperte di luoghi e paesaggi che portano con se un preciso stile di vita ed un’estetica un pò radical chic forse, ma che appartiene comunque al mondo della cosiddetta nuova riscoperta della carta stampata.
“Fare” aiuta il lettore che se ne sta seduto comodamente in poltrona a scoprire città e culture attraverso storie coinvolgenti introducendo ad ogni uscita una singola città presentata direttamente dai suoi abitanti. Ti accompagna per strade secondarie attraverso storie nascoste, esplorando i quartieri e le istituzioni locali fino alla descrizione del cibo che il luogo può offrire.
Il primo numero 1 è dedicato ad Istanbul, una metropoli straordinaria in bilico tra due continenti. Capitale imperiale di tre imperi, la città è stata modellata e rimodellata da un mix unico di culture migranti che vanno dall’Europa orientale al Nord Africa e al Medio Oriente.

La prima uscita è una raccolta di storie, vignette e bellissime immagini che ti portano in un viaggio a tutto tondo, stimolante e curioso per certi versi. Vieni guidato attraverso le splendide strade tortuose di Istanbul da alcuni dei migliori artisti, musicisti, chef, scrittori e storici della città.
Piccolo formato 170×240, obbligatorio per una rivista per viaggiatori, per queste 196 pagine stampate litograficamente con una cura degna di nota.
Da qualche giorno è possibile prenotare il numero 2 dedicato questa volta ad Helsinki che immagino mantenga le attese nate dalla prima, ottima, uscita.

“Paper” è un magazine prodotto tra Germania e USA per chi davvero ama la stampa tipografica

P98a” è un laboratorio di tipografia sperimentale dedicato ai caratteri tipografici, alla stampa e alla carta che ha sede a Berlino Tiergarten.
Alla base di tutto il lavoro di P98a c’è un gruppo di designer da svariate estrazioni culturali e professionali che amano esplorare le modalità con cui l’arte della stampa tipografica può essere ridefinita nel XXI secolo attraverso un lavoro minuzioso e rigoroso di analisi e ricerca, raccolta e pubblicazione.
Erik Spiekermann, Ferdinand Ulrich, Norman Posselt, Axel Nagel, Jan Gassel, Lilith Zachwieja, Daniel Klotz, R.Jay Magill e Susanna Dulkinys lavorano con macchinari analogici tradizionali cercando il più possibile di farli interagire con le più moderne tecnologie digitali.
Fra i loro mille esperimenti, workshop e ricerche io mi sono imbattuto nella loro pubblicazione dal nome, manco a dirlo, di “Paper” arrivata alla sesta uscita.
“Paper” nasce dal desiderio di pubblicare una rivista moderna che guarda alla parte antica ed artigianale della stampa: una rivista vera e propria, stampata per un pubblico selezionato di persone amanti del genere.
Il sesto numero di “Paper”, dal titolo The Good America, presenta undici contributi sugli Stati Uniti d’America pieni di energia e sperimentazioni. Include anche una illustrazioni e caricature introdotte da un brano di R. Jay Magill e tre storie dedicate a tre diversi caratteri tipografici americani. Il tutto coordinato dal talento grafico e artistico della Designer: Susanna Dulkinys.
Mi sembra quindi che se siete amanti della vera arte tipografica, questo sia proprio il magazine che fa per voi e lo potete acquistare qui.

 

Il nuovo magazine “Clove” vi porta alla scoperta della cultura dell’Asia del sud

Ho già più volte sottolineato come non ci siano limiti contenutistici che riescano oramai ad arginare la cosiddetta nuova golden age dei magazine indipendenti e “Clove” ne è un’altra perfetta dimostrazione. E’ infatti una rivista semestrale dedicata alla cultura dell’Asia del sud – India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal e Bhutan che esplora le forze, le attività, i segreti e le particolarità di questa regione in rapida evoluzione con particolare attenzione al suo rapporto con il mondo dall’arte, della musica, del cinema, della moda, dell’architettura, del design e della letteratura cercando di tenere sempre bene in evidenza i movimenti sociali, politici e tecnologici.


“Clove” fa luce su una regione che sta rapidamente crescendo in termini di influenza nei confronti del resto del mondo – una regione che ospita circa un quarto della popolazione mondiale.
A capo del progetto editoriale di “Clove” c’è un team di professionisti e creativi con una vasta esperienza alle spalle nel mondo dei magazine e dei giornali e in agenzie di comunicazione e design. Il core team ha sede a Londra e attinge al talento di svariati inviati e giornalisti, scrittori e fotografi sparsi in tutta l’Asia meridionale e nel resto del mondo.

Il concetto alla base di “Clove” è che quando diverse persone, culture e punti di vista si incontrano, si mescolano e si evolvono, proprio allora nascono storie avvincenti e perfettamente curate. Nel primo numero di “Clove” troverete il musicista Zohaib Kazi che ha sfidato il pregiudizio metropolitano durante un suo epico viaggio attraverso il Pakistan rurale, il fotografo Juergen Teller e la scrittrice Shumi Bose che hanno scambiato opinioni sull’India e sull’arte. Mentre le antiche culture alimentari dell’Himalaya si adattano a improbabili nuovi contesti, una convergenza di forze internazionali e locali sta plasmando il panorama architettonico del Bangladesh e molto, molto altro.
Il primo numero di “Clove” è disponibile qui.

“Mayday”, un magazine che aiuta ad orientarsi in questi tempi confusi, veloci e pazzi

All’interno di un mondo come il nostro che sta diventando sempre più veloce e estremo nasce il nuovo magazine dal titolo “Mayday“, una rivista indipendente sulle domande e i dubbi che affliggono le persone, la società, gli affari e la cultura. Mayday è aperto, contemporaneo, attento a tutti i tipi di target. E’ per donne e uomini curiosi che sanno apprezzare l’arte tanto quanto la tecnologia, la speranza quanto la disperazione e la creatività tanto quanto la distruzione. Con le sue uscite semestrali, cerca di raggiungere una perfetta combinazione di intelligente e bello, serio e giocoso, lungimirante ma anche attento alle quotidiane scoperte dell’umanità.
Il numero uno, finora l’unico uscito, si basa essenzialmente sul concetto, o la speranza decidete voi, che il futuro appartenga alla creatività, al libero arbitrio e alla chiarezza di intenti. In questo numero si sottolinea l’esistenza e l’importanza dell’anticonformismo, degli eccentrici e di un approccio alla vita che sceglie di essere originale.

“Mayday” lo potete acquistare qui.

“The rolling Home” è il magazine perfetto per chi vive la propria vita sempre in viaggio

Moderni hippie, sognatori incalliti o forse individui che si possono permettere di mandare al diavolo quelle che sono le beghe quotidiane che noi tutti conosciamo per andarsene in giro per il mondo e recitare il mantra di uno stile di vita alternativo. Il dubbio chiaramente viene subito a ben guardare quello che promuovono sul loro sito di riferimento, Stocked ever since dove regolarmente pubblicano materiali, articoli, prodotti e altro che riguardano la vita come la chiamano loro “alternativa”.. Ad ogni modo a me ha colpito la loro rivista, un magazine indipendente chiamato “The Rolling Home” nato nella primavera del 2010 subito dopo aver acquistato un classico furgone Volkswagen T4 dall’aria triste e abbandonata. Con pochi soldi in tasca e tanta fantasia hanno lentamente creato la nostra casa dei sogni su quattro ruote e negli ultimi 6 anni hanno percorso più di 80.000 miglia in tutta Europa proprio a bordo di quella che è stata ribattezzata The Rolling Home. La parte che mi piace è proprio quella di aver trasformato l’amore per il design, il giornalismo e il viaggio in pubblicazioni, oggetti e, più in generale, in un progetto di vita e di lavoro. Questa è la storia che potete trovare nel primo libro, oramai da tempo sold out, che adesso è stato sostituito da un magazine che mi ha proprio fatto impazzire.

I creatori di “The Rolling Home” attualmente vivono nel loro furgone in una piccola azienda in Cornovaglia, nel Regno Unito, di proprietà di 2 amici che hanno incontrato tramite il sito Web Workaways, un progetto di scambio che ti permette di trovare vitto ed alloggio anche al di fuori dell’Italia, in cambio di lavoro.
“The Rolling Home” ha iniziato le sua pubblicazioni trimestrali nel 2016 ed ha da poco festeggiato il primo anno di vita con l’uscita del quarto numero che si presenta assai bene con l’illustrazione di copertina di Filippa Edghill. Sfogliando si trovano storie, interviste, opere d’arte, immagini, conoscenze tecniche e consigli per una essenziale vanlife.
“The Rolling Home”, 136 pagine stampate in offset in un classico formato tascabile acquistabili qui.

“Cured”, il magazine dedicato alla conservazione degli alimenti che ti lascerà a bocca aperta

Nel vasto panorama dei magazine cosiddetti indipendenti una delle qualità che maggiormente fanno la differenza, come del resto in quasi tutti i settori produttivi del mondo dell’informazione, è la riconoscibilità. La capacità di individuare un perimetro circoscritto e ben definito entro il quale approfondire, dettagliare, diventare riferimento. Per capire meglio di cosa sto parlando, oggi vi presento “Cured“, la prima rivista che si concentra esclusivamente sui modi in cui cibo e bevande possono essere conservati.
Mentre la tecnologia continua a spingerci sempre più velocemente verso un futuro ignoto nel futuro, molte persone stanno riscoprendo quelle che sono le tecniche che provengono dal passato soprattutto in tema di artigianato e alimentazione.
Aspettatevi dunque di incontrar nel primo numero di “Cured” il prosciutto, il formaggio comté e le acciughe, certo, ma anche tanto, tanto altro.
“Cured”, che della qualità del prodotto editoriale fa l’altro punto fondamentale del proprio progetto, utilizza il tema della conservazione dei cibi declinandolo però sempre con registri profondamente diversi e sperimentali. C’è l’arte, la scienza e la moda oltre al cibo ed alle bevande.

Darra Goldstein, fondatrice di Gastronomica, la bibbia nerd del cibo che ha decisamente contribuito alla veloce e corposa diffusione delle riviste cosiddette food plus culture, era scettica durante la progettazione della rivista a causa della estrema specificità del target di lettori e soprattutto del tema. Invece ha scoperto che la conservazione del cibo è un’attività con una storia millenaria alle spalle e che abbraccia l’intera storia della sopravvivenza umana, quello sforzo continuo e decisivo per assicurarsi il cibo.
Questo, insieme alla ricercatezza estrema dell’apparato fotografico ed alla cura nella composizione tipografica, fanno a mio avviso di “Cured” un prodotto originale che, come detto in apertura, ha saputo con coraggio scegliersi il proprio destino e inseguirlo.
Il magazine è acquistabile qui.

 

Un magazine che ama l’arte e la provocazione nel suo discutere di democrazia all’interno del mondo dell’architettura

Take Shape” è una nuova rivista con sede a Chicago, USA che si occupa di architettura ideata e realizzata da un gruppo di editori (Nolan Boomer, Cole Cataneo e Julia Goodman) che si definiscono attratti da tutto ciò che è al limite, ai margini, non di facile analisi cercando di individuare le domande giuste più che fornire risposte.
Il direttore artistico del progetto è Sean Suchara.
Il primo numero si incentra sul tema del riuso industriale, con un focus sui loft, spazi residenziali creati da ex spazi commerciale e manifatturieri che vengono talvolta offerti come alloggi a prezzi accessibili. Nel primo numero troverete anche utili consigli di sicurezza illustrati per la creazione di oggetti e spazi fai-da-te, una serie di acquerelli di Jimmy Mezei sul loft del suo defunto suocero e molti altri articoli e approfondimenti tutti tesi a dimostrare come l’architettura abbia bisogno di democrazia nel rapporto fra popolazione residente e chi si occupa di progettare, costruire e gestire le abitazioni e, più in generale, gli edifici.
Oltre alla parte tecnica relativa all’architettura, mi ha colpito moltissimo la cura del magazine per quanto riguarda la grafica e la stampa, una bicromia risograph con inserto colorato che mette al centro di  questa prima uscita il colore oro. Il tutto concorre ha creare una certa atmosfera da rivista patinata anni Settanta che a me proprio non dispiace.
Il primo numero della rivista è andato immediatamente sold out, ma per chi non vuole arrendersi, consiglio di dare un’occhiata ai rivenditori (qui) perché si possono trovare piacevoli sorprese.

SOFFA, arriva da Praga il magazine sulla bellezza del mondo artigiano

SOFFA” è una rivista bimestrale di design e lifestyle con base a Praga pubblicata ogni due mesi in inglese (e ora anche in ceco) in formato cartaceo e online già al suo quarto anno di vita. SOFFA mira a ispirare il lettore presentando la bellezza nascosta nella vita di tutti i giorni tramite il meglio del mondo del design contemporaneo.
Ogni numero è incentrato su un tema unico e presenta fotografie, illustrazioni e articoli longform. Stampato su 160 pagine di alta qualità, la rivista è distribuita in tutto il mondo. Oltre alla rivista pubblicata e ai contenuti online aggiuntivi – blog, mini-numero bimestrale e post sui social network – SOFFA ospita workshop creativi con artisti e specialisti da tutto il mondo che interessano una vasta gamma di tipologie di lavori artigianali, interior design e pelletteria.
L’e-shop SOFFA vende i numeri stampati della rivista, l’abbonamento annuale e i prodotti originali SOFFA, dai poster agli accessori di moda.
Il primo numero in uscita nel 2018 riguarderà il centenario della fondazione della Cecoslovacchia e i ragazzi di SOFFA hanno deciso di onorare la cosiddetta prima repubblica assaporando la bellezza della rivista stampata non solo in inglese, ma come detto anche in ceco.
SOFFA è acquistabile qui.

Ecco la nuova posterzine “Volve”: la piega, il formato e l’avventura del molteplice

Dalla bella esperienza di Moodboard, nasce oggi Volve una posterzine semestrale nata dalle menti creative di Martina ToccafondiClaudio FabbroLucrezia Cortopassi, e con la parte relativa alla redazione dei testi a cura di Samir Galal Mohamed.
Dando un’occhiata alla presentazione del progetto, si legge che Volve è un dizionario visivo, sentimentale, fatto di pieghe, tracce, risvolti, incontri. Un racconto per immagini, semestrale, monotematico. Il tema del primo numero uno è la tristezza, quella prossima e quella «a venire».


I contributi visivi degli autori di questo primo numero, così come per le prossime uscite, sono raccolti attraverso delle open call. Potete già segnarvi in agenda che la prossima è prevista per marzo/aprile 2018.
Stampata completamente in offset, Volve è un poster dalle belle dimensioni 50×70 stampato con stile e attenzione ai dettagli in 250 copie numerate, piegate e tagliate a mano che vi arriva a casa confezionato sottovuoto in una elegante busta trasparente.
Volve può essere acquistata online sul sito Volvezine.

 

 

Chiara Dal Maso – Bonjour Tristesse
Isabella Petricca – The moon, the moon

Il nuovo numero di “B” interamente dedicato al fenomeno Monocle

B” è una pubblicazione coreana pubblicata dalla JOH & Compan che ho scoperto solo recentemente ma che ha una lunga e solidissima storia alle spalle per quanto riguarda il branding aziendale e di prodotto ed in questo ultimo numero, il n.60 dal 2011 ad oggi per capirci, si occupa di un marchio che per gli amanti dei magazine e dell’editoria in genere  è un vero e proprio punto di riferimento, “Monocle“.
Dalla nota dell’editore Suyong Joh si legge che il suo incontro con Monocle risale oramai a 10 anni fa e fu folgorante per la notevole influenza su quelle che erano le sue ambizioni per la nascita del magazine “B”. Gli articoli lunghi e densi da tutto il mondo lo hanno affascinato in un modo impensabile per lo schermo di uno smartphone.
Parlare di “Monocle” è di per se un attività interessante per scoprire cosa, in questi anni, può ancora nascere da un progetto editoriale che si sviluppa sulla produzione cartacea. Lanciato nel 2007 da Tyler Brûlé, Monocle ha nel tempo allargato il suo raggio d’azione producendo una serie di libri, giornali e un canale radio che funziona 24 ore al giorno. Monocle gestisce anche negozi e caffè ed i suoi contenuti pubblicitari, creati in collaborazione con molti marchi, hanno fornito una fonte di reddito costante per quella che oggi è una vera e propria azienda multimediale globale.
“B” presenta dunque un approfondimento su questo che è un vero e proprio caso editoriale tramite approfondimenti sul futuro della stampa e dei mass media Andrew Tuck e Anders Braso, rispettivamente direttore ed editore di Monocle.
Vengono presentati i suoi servizi come la radio, gli shop fisici e on line ed il quartier generale di Londra ed un’interessante punto di vista sul fenomeno Monocle da parte di Steven Watson, fondatore e direttore di Stack.

 

Tutto il numero, come l’intero progetto editoriale di B magazine è molto, ma molto, elegante, direi classico e integrato con fotografie e grafiche molto affascinanti che accompagnano i lettore nei mille punti di vista con cui viene affrontato il tema.
Un progetto che, oltre a informare su un caso – a dir poco – di successo, si pone anche come un gesto d’amore e di speranza verso quello che è un settore che, se sei segui questo sito, anche tu ami
B è acquistabile qui.

ANXY #2, il magazine questa volta esce con un numero alla dipendenza da lavoro

A suo tempo (qui l’articolo) presentai “Anxy” perché mi colpì molto il soggetto stesso della rivista e sono stato molto felice di vedere che questo coraggioso progetto è stato l’unica nuova uscita del 2017 ad essere premiata ai recenti Stack Awards come lancio dell’anno e scelta degli abbonati (qui il pezzo sui premi di quest’anno).
Eccomi dunque a presentare la seconda uscita del progetto ideato dalla designer californiana Indhira Rojas insieme a Jennifer Maerz questa volta dedicato al così detto Workaholism, lo stress tipico di chi diventa dipendente dal lavoro.
Anche in questo caso, leggendo l’intervista fatta da It’s Nice That ad Indhira Rojas, si ribadisce che l’obiettivo della rivista è quello di far aprire le persone, leggerne la vita e le esperienze, dimostrare che nessuno è solo. Mettere le persone a proprio agio nel condividere i propri pensieri scomodi, i sentimenti e le esperienze vulnerabili di cui solitamente si parla solo in contesti chiusi.
La scelta del tema del secondo numero è ricaduto sul workaholism sia per l’esperienza personale di Indhira e Jennifer sia perché sempre più persone usano il lavoro come una forma di evasione e questo porta a non differenziare più il lavoro duro da quello compulsivo.
La splendida cover è a cura di Ori Toor, geniale illustratore di Tel Aviv che ha illustrato l’articolo della psicologa Malissa Clarke sul concetto di workaholism e se volete saperne o sfogliarne di più, accaparratevi la vostra copia qui.

Lo skate come liberazione ed emancipazione in questo nuovo magazine dalla Palestina

Una delle cose che più mi fa impazzire della attuale scena dei magazines italiani, ma soprattutto internazionali, è la sensazione che stia sempre per uscire una sorpresa, quel non sapere mai cosa aspettarti da un settore vivo più che mai, aperto più che mai, curioso più che mai.
Questo continuo movimento oggi mi porta a parlarvi di “Roll With The Punches”, una nuova rivista sullo skateboarding uscita da qualche settimana e proveniente da una zona da dove non arrivano poi tanti magazines, anzi: la Palestina.

Questo bel progetto è stato ideato e realizzato dallo skateboarder, Tom Bird, dopo aver collaborato con SkatePal, un progetto di collaborazione a sfondo sociale cresciuto a dismisura in Cisgiordania.
SkatePal è un’organizzazione senza scopo di lucro che lavora con le comunità Palestinesi per migliorare la vita dei giovani e promuovere la funzione sociale dello skateboarding.
Dal 2013 SkatePal ha realizzato moltissimi progetti che hanno raggiunto centinaia di giovani in tutta la Cisgiordania e ottenuto consensi e riconoscimenti da tutto il mondo.

Un team di volontari locali e internazionali insegnano a ragazzi suddivisi in classi di età lo skateboarding costruendo skatepark e fornendo le attrezzature necessarie. Queste attività stanno consentendo a un numero sempre crescente di giovani skater palestinesi di allargare i loro confini, assaggiare i benefici di uno spirito collaborativo basato sullo sport e soprattutto di essere in gradi di supportare a loro volta quelle chesaranno le future generazioni.

Il magazine contiene un’intervista al fondatore di SkatePal, Charlie Davis, sullo skateboard come “via” verso l’emancipazione, un approfondimento su Nefarious, un prgetto tutto femminile di skaters e come, questo strumento, possa essere utile anche per l’uguaglianza di genere. Una storia illustrata di 16 pagine del conflitto israelo-palestinese e molto altro materiale che, come avrete senz’altro capito, rende questo magazine speciale.
A renderlo ancora più interessante ai miei occhi è che l’intero progetto ha l’obiettivo di supportare le attività di SkatePal e quindi non a scopo di lucro.
Ogni numero sarà stampato in circa 500 copie da 64 pgine per un formato standard di 240mm x 170mm.
Per chi fosse interessato ad acquistare una copia, potete farlo qui.

“Entrose” un magazine sul basket come cultura underground

Chi ama lo sport sa cosa significa esserne onnivoro, appassionarsi anche per l’ultima delle partite di calcio, sudare insieme ai ciclisti nelle salite del Giro d’Italia o svegliarsi di anno in anno alle 3 di notte per seguire fino a mattina le Finals NBA.
Proprio di basket abbiamo già parlato in un articolo su “Franchise” altro magazine fra arte e design, perché stanno, anche se più lentamente di quanto mi aspettassi, iniziando a sbucare anche magazine sullo sport della palla a spicchi ed oggi ve ne presento uno davvero nuovo… “Entorse“.

Intanto, la parola “Entorse” in francese rimanda alla distorsione, forse l’infortunio più comune dei giocatori di basket, ma se allarghiamo il senso del termine vediamo che diventa infrangere le regole o andare contro la norma. È questa doppia interpretazione che ha portato il fotoreporter e fotografo Benjamin Schmuck, redattore capo Stephane Peaucelle-Laurens e lo studio di design Helmo a chiamare così la loro nuova rivista sulla cultura del basket.
La rivista è incredibilmente visiva, molta fotografia e storie illustrate con opere di illustratori come Simon Roussin e Kitty Crowther.
Il design particolare di Entorse è l’aspetto che lo rende più intrigante con una font personalizzata ispirata alle linee di un parco giochi. La pubblicazione è in un grande formato che una volta aperto forma la stessa proporzione di un campo da basket.
Personalmente mi sono innamorato di Entorse per l’idea della copertina che in un bel colore arancio è stampata con il titolo nero in rilievo così da rimandare alla sensazione di tenere in mano una palla da basket.

“No Cure Magazine” ovvero quando è amore è amore vero

Si, quando è amore è amore vero e niente e nessuno può cambiare questo stato di cose.
Amo “No Cure Magazine” dal 2014, anno in cui lo scoprii quasi per caso, partendo da un adesivo trovato per strada in una delle mie trasferte anomale. Da li in poi non ho potuto scegliere, seguirlo, sfogliarlo, aspettarlo, sono stati un appuntamento fisso di mese in mese fino ad oggi, ma lo sarà anche domani visto cosa ci stanno preparando per il nuovo numero.
La quindicesima uscita infatti, dal curioso titolo “Straya”, inzierà a riempire le cassette delle lettere degli abbonati dalla prossima settimana e sarà interamente dedicata a tutto ciò che è confusione, turbolenza, creatività esplosiva con lavori fantastici di gente del calibro di Lauren e The Lost Boys, Cassie Stevens, Russel Ord, Sindy Sinn, Rach Pony Gold, Jack Irvine, Kiel Tillman, Scotty Williams, Chris Nixon, Kentaro Yoshida e altro ancora!

Puoi ordinare la tua copia di Straya cn la splendida cover di Lee McConnell andando qua.

Com’è l’inserto “Playlist” di Internazionale? La recensione

Con molta curiosità sono andato in edicola a prendermi “Playlist”, l’inserto one shot realizzato da Internazionale con l’ormai obbligatoria lista di liste del meglio di questo 2017 che sta andando in archivio.
Come sempre ho misurato prima le mie aspettative anche alla luce di 2 diverse considerazioni:
– la prima è che Internazionale è oramai un must per una piccola – ma nemmeno poi tanto piccola – fascia di lettori. Un ruolo che si è costruito negli anni con coerenza, professionalità e attenzione alla qualità in ogni aspetto della rivista cartacea prima e dell’intero progetto editoriale poi.
– la seconda è che, pur apprezzando i piccoli ma continui aggiustamenti grafici e i lenti adeguamenti a nuovi standard estetici, Internazionale sembra muoversi in maniera pesante e impacciata quasi come se si fosse adeguata al suo standard qualitativo che – ripeto – è eccellente. Questo però ha impedito alla testata di Giovanni De Mauro di presentarsi con novità rilevanti più di forma che di contenuto, oramai da un pò di tempo a questa parte.

Partendo da questi due punti, ho sfogliato “Playlist”….

Il progetto grafico e l’art direction è come sempre del resto, a cura di quel geniaccio di Mark Porter, mentre la bella grafica di cover e gli inserti grafici delle sezioni interne sono tutti di Marco Goran Romano, già attivo protagonista del panorama editoriale italiano prima in Wired Italia e poi con lo studio Sunday Büro in cui lavora con Valentina “Alga” Casali e con il quale ha recentemente contribuito al re design dei font utilizzati dalla storica rivista musicale Il Mucchio Selvaggio.