Captain Goodvibes: il maiale surfista che fece impazzire l’Australia

Durante la prima metà degli anni Settanta, un pò in tutto il mondo si propaga il virus ribelle della produzione di riviste, fogli, poster e altro materiale underground facendo di un fenomeno fino ad allora di nicchia, una vera e propria scossa tellurica all’interno delle società più o meno di tutto il pianeta.
Nel mare magnum di questi prodotti editoriali, con il tempo, si iniziano ad intravedere alcune principali linee e specificità, da una parte si accentua il filone attivista con partiti ed organizzazioni sempre più strutturate e, dall’altra, quello creativo e underground con la creazione di una cultura alternativa che investe tutti gli ambiti esistenziali e sprigiona lampi di creatività ed innovazione la cui onda lunga è facile da vedere ancora oggi.
Proprio dall’ala creativa emerge la produzione del fumetto underground che mostra le sue prime avvisaglie negli Stati Uniti e, più precisamente, dall’irruzione prepotente di realtà quali Mad Magazine e Zap Comix di Robert Crumb.
Da qui ha inizio la festa…

Mad Magazine
n.1
1952

Una di queste realtà, del tutto sconosciuta in Italia, è la rivista dal titolo Capitain Goodvibes, fumetto australiano pubblicato  dal 1973 al 1981.
Inizialmente lo si trova all’interno della rivista Tracks, magazine fondato nell’ottobre del 1970 da Alby Falzon, John Witzig e David Elfick, in formato tabloid incentrato sui temi classici della controcultura.
Stampato su carta da giornale e prodotto sulle spiagge settentrionali di Sydney, con gli anni è diventato il massimo punto di riferimento della comunità di surfer australiana e ancora oggi esce regolarmente.

Issue 1 Oct 1970

Il titolo Captain Goodvibes originariamente si riferiva  un maiale irriverente, scortese, perennemente lapidato, creato da Tony Edwards. Questo libro, creato dall’ex editor di Tracks Sean Doherty, è una raccolta della corsa di Tracks, così come i numeri speciali che sono stati pubblicati sporadicamente durante questo periodo. Il libro è anche un libro di memorie di Tony, della sua vita prima, durante e dopo il Capitano, e non è troppo difficile immaginare che l’ironia irriverente del Capitano sia eguagliata da quella di Tony. Per quanto riguarda il design del libro, mentre era piuttosto complicato far funzionare il piccolo libro (libro di memorie) all’interno del grande libro (fumetto), questo sembrava davvero disegnarsi da solo.

Tony Edwards 1973

Capitain Goodvibes – noto anche come Pig of Steel – è la creazione del fumettista australiano Tony Edwards ed è un’icona della cultura surfistica australiana fin dagli anni ’70.
Nel 1992 Capitain Goodvibes è stato nominato dalla rivista australiana Surfing Life come uno dei “50 surf magazine australiani più influenti di sempre”.
Il personaggio e più in generale lo stile di Tony Edwards, è ispirato al fumettista underground americano Gilbert Shelton ed alla sua parodia acidissima di Superman che creò nei primi anni Sessanta con il titolo di Wonder Wart-Hog.

Wonder Wart-Hog:
the Hog of Steel
n.1 – 1967

Capitain Goodvibes è la storia di un maiale che subisce una mutazione genetica a causa di un’esplosione di una centrale nucleare e che si caratterizza per le sue epiche sbronze e per il suo amore per le droghe psichedeliche.
Origine e cronologia delle pubblicazioni
La popolarità di Capitain Goodvibes portò alla pubblicazione di numerosi albi autonomi di Goodvibes, incluso Whole Earth Pigalogue (1975), Captain Goodvibes Strange Tales (1975) e Captain Goodvibes Porkarama (1980).

Whole Earth Pigalogue
1975

La popolarità di Capitain Goodvibes portò alla pubblicazione di calendari, spot per grandi marche come la Levi’s, ad un cortometraggio – Hot to Trot del 1977, co-sceneggiato da Ian Watson e Tony Barrell – e un disco dal titolo Mutants of Modern Disco del 1978.
Capitain Goodvibes ha avuto anche un cameo cinematografico nel documentario Crystal Voyager diretto daDavid Elfick del 1973.

Captain Goodvibes veste Levis
1974
Captain Goodvibes Mutants Of Modern Disco 1978
Crystal Voyager
di David Elfick
1973

Nel 2011 il piccolo studio di design con sede a Melbourne Chase & Galley di Stuart Geddes e Tristan Main decide di regalarci una vera e propria perla progettando e realizzando una meravigliosa antologia di Captain Goodvibes dal titolo My Life As A Pork Chop: 1973-1981, pubblicata da Flying Pineapple Media.
Di seguito alcune immagini per massaggiarvi gli occhi..

“Peace News” è uno dei semi da cui sono nate le riviste underground degli anni Sessanta

Uno degli aspetti che studiando la controcultura e nello specifico i suoi terminali cartacei come magazines, newspaper, poster e simili, è il continuo rimando ad esperienze precedenti, come un flusso continuo e interminabile fra realtà, situazioni, idee e rivendicazioni anche a prima vista molto distanti tra loro.
La storia che vi racconto oggi riguarda infatti una delle prime riviste underground nate in Inghilterra negli anni Trenta e che ha come tema il pacifismo, si tratta di “Peace News”, rivista pacifista pubblicata per la prima volta il 6 giugno 1936.
Peace News fu ideato da Humphrey Moore che nel 1933 era il direttore delle pubblicazioni dell’organizzazione pacifista National Peace Council.
Moore e sua moglie Kathleen – che ricopriva il ruolo che oggi si definirebbe di business manager – hanno lanciato Peace News con un numero di prova gratuito nel giugno 1936 attivando una distribuzione poco organizzata fra simpatizzanti e amici ma attirando rapidamente l’attenzione di gran parte degli attivisti di tutta la Gran Bretagna.
Nel giro di sei settimane Dick Sheppard, fondatore della Peace Pledge Union, propose a Moore che Peace News diventasse il documento del PPU che tra i suoi sponsor annoverava personalità di spicco quali Aldous HuxleyBertrand Russell.
Peace News voleva essere di più di un semplice bollettino per gli iscritti, voleva diventare un riferimento popolare a cadenza settimanale con uno stile editoriale molto più vicino ad un quotidiano.
Dalla prima tiratura di 1.500 copie, le dimensioni crebbero rapidamente proporzionalmente al timore per la minaccia di guerra imminente portando Peace News a tirare fino a 35-40.000 alla fine degli anni ’30.
La vita dell’organizzazione e di conseguenza della rivista subisce scossoni traumatici durante il periodo nazista con accuse di vicinanza alle istanze tedesche e vari simpatizzanti che si avvicinarono al nazismo rinnegando perciò le idee fondanti del progetto.
Tra il settembre del 1939 e il maggio 1940 ci furono infatti richieste in parlamento per la messa al bando del giornale e molti intellettuali smisero di collaborare con Peace News ma grazie al tipografo Eric Gill, Moore ha continuato a pubblicare Peace News e ad organizzare la distribuzione in tutto il Regno Unito.
Un discorso a parte meriterebbe la figura proprio di Gill, tipografo, incisore e figura assai controversa, con i suoi oscuri e estremisti punti di vista religiosi fortemente in contrasto con quella che era la sua produzione libraria in tema sessuale tra cui le sue moltissime opere dedicate al tema dell’arte erotica e soprattutto le accuse su di lui di abuso sessuale nei confronti delle sue figlie e delle sue sorelle.

Eric Gill (22 February 1882 – 17 November 1940)

La Seconda Guerra Mondiale ha visto una considerevole diminuzione della circolazione, per diverse ragioni, tra cui le diverse risposte dei pacifisti alla guerra e il rifiuto di stampanti ed edicole di diffondere il controverso giornale.
Peace News comunque sopravvive grazie soprattutto ai venditori ambulanti che sostengono il progetto.
A partire dal 1948 circa Peace News inizia a far circolare le idee gandhiane di resistenza non violenta.

1961

Nel frattempo dal 1955 il nuovo direttore diventa Hugh Brock, obiettore di coscienza durante la Seconda Guerra Mondiale e attivissimo sostenitore di manifestazioni, sit-in e altri tipi di azioni non violente soprattutto contro la proliferazione delle armi nucleari.

Nel 1962 però viene diffusa una versione simile ma curiosamente diversa di Peace News basata dal titolo Peace News Story a cura di Margaret Tims e ha un tono diverso e molto più schietto.
La Tims mostra come dall’esplosione delle prime bombe atomiche nel 1945, Peace News abbia contribuito a creare un nuovo movimento contro la guerra nucleare basato sull’idea di resistenza disarmata alla tirannia.
Siamo quindi pronti per la nascita di un’editoria underground meno estemporanea e ben più organizzata sia nella produzione che nella distribuzione.
Un editoria capace di arrivare ovunque con messaggi molto più chiari e diffusi in una società che dimostra sempre più di essere affamata di cambiamenti.

1968
1972
1972
1973
1974

Negli anni Peace News ha continuato le sue battaglie contro la violenza e la guerra supportando i movimenti degli anni Sessanta e Settanta.
Nel 1971 aggiunse alla sua testata le parole per la rivoluzione nonviolenta ma, anche a causa di difficoltà finanziarie, la pubblicazione è stata sospesa alla fine del 1987 con l’intenzione di rilanciare dopo un periodo di ripensamenti e di pianificazione.
Nel maggio 1989 il giornale riprende la pubblicazione con un durissimo attacco nei confronti degli stati interessati dalla guerra del Golfo in Iraq.
Nel 2005 Peace News diventa un mensile indipendente in formato tabloid.

1978
1980
1980
1982
1987

Oggi Peace News continua a essere pubblicata in formato stampa tabloid e come sito web da Peace News Ltd.
I suoi obiettivi editoriali sono rimasti coerenti e rimangono quelli di sostenere e collegare i movimenti nonviolenti e antimilitaristi di tutto il mondo, fornire uno spazio di discussione per tali movimenti in modo da sviluppare prospettive comuni, promuovere analisi e strategie nonviolente, antimilitariste e pacifiste e stimolare le popolazioni a pensare alle implicazioni rivoluzionarie della nonviolenza.

Novembre 2018
Gennaio 2019

Per tutta la sua esistenza – che continua oggi – Peace News non dimostrò mai un’attenzione particolare alla veste grafica.
Le principali differenze tra i primi numeri e gli ultimi sono essenzialmente tecnologiche – nel 1962 c’erano poster a colori e in altri numeri anche adesivi o spillette, ma non si è mai davvero trattato di una cura particolare per il design editoriale.
Il magazine è da sempre concentrato sui contenuti come nella tradizione dei bollettini e da qui non si è mai discostato.
La sua importanza risiede nel documentare tutte le maggiori campagne antimilitari e pacifiste del XX secolo e – nel secondo dopoguerra – nell’aver creato il terreno per i movimenti controculturali in arrivo un pò in tutto il mondo.

Jauna Gaita è una rivista lettone che dal 1955 crea delle copertine senza tempo

Che bellezza trovare continuamente perle e piccoli gioielli sparsi qua e la nel mondo.. oggi è il turno di una chicca scovata in Lettonia e che sinceramente mi ha colito molto per il suo essere senza tempo.
Jauna Gaita
o The New Course per dirlo in inglese, è una rivista letteraria lettone con sede in Canada, pubblicata a partire dal 1955 da un gruppo di letterati lettoni in esilio.

n.1 – 1955
n. 57 – 1966
n.72 – 1969
n.106 – 1975

Il magazine fu lanciato da un gruppo di intellettuali lettoni esiliati all’estero per promuovere la sopravvivenza della lingua e della letteratura lettoni allora a rischio sparizione in favore del russo ma con il passare degli anni ha acquisito un ruolo significativo nella storia della grafica e del design internazionale e con l’autonomia della Lettonia è rimasto un punto di riferimento per la letteratura ed il design del piccolo stato.
Il design di copertina di questa interessante rivista è infatti decisamente moderno e accattivante con una grafica e dei colori sempre audaci ed ancora oggi modernissimi.
Le copertine sono infatti una miniera infinita di ispirazione per i cultori della grafica editoriale e del cover design e i riferimenti a questi lavori sono rintracciabili in alcuni dei graphic designer che oggi vengono considerati dei mostri sacri, uno per tutti potrebbe essere Scott Hansen, forse ai più conosciuto con il nome da musicista, Thyco, o come grafico con il suo progetto ISO50.

 

Un elenco corposissimo di copertine sperimentali con elementi che rimandano alla tradizione nazionale lettone e attentissime al bilanciamento modenista tra creatività pseudo-amatoriale e alta professionalità.
E’ questo infatti un carattere di Jauna Gaita che mi ha colpito, il suo non essere affatto un magazine di grafica, il suo non appartenere al settore del design ma di sperimentare e ricercare novità stilistiche in maniera del tutto amatoriale.
Il magazine è ancora attivo e potete acquistarlo, e ammirarlo, QUI, sempre che conosciate il lettone..

n.138-139 – 197?
n.142 – 19??
n.128 – 1980
n.58 – 1966
n.200 – 1995

Una rivista interamente dedicata ai profumi fatta di interviste, classifiche e recensioni

Nez, ovvero naso in francese, è la prima rivista interamente dedicata all’olfatto e alla fragranza e nasce nel 2016 dalla collaborazione tra la rivista online Auparfum e la casa editrice Le Contrepoint.

NEZ #1 La revue olfactive
2016
NEZ #1 La revue olfactive 2016

Auperfum è una realtà fondata nel 2007 e gradualmente diventa il sito di riferimento per gli amanti dei profumi con spazio ai critici, alle ultime notizie, e ad interviste che portano il sito ad avere ogni mese più di 120.000 lettori (!).
Auparfum ha aperto la strada ad un nuovo approccio al tema del profumo come visto adesso come arte in sé con proprie recensioni, interviste e focus sui creatori, assimilabile ad altre arti come il cinema, la musica o la letteratura.

NEZ #2 La revue olfactive
2016
NEZ #2 La revue olfactive
2016

La casa editrice Le Contrepoint produce invece da sempre libri spregiudicati e audaci per dare al lettore un’esperienza sempre originale ma con una costante attenzione anche ai costi.
Nez, arrivata oramai al numero 6, si pone l’obiettivo di educare ad un uso consapevole dell’olfatto al fine di  di usare le tue narici per capire il mondo intorno a te.
Nez cerca di esplorare, decodificare, spiegare il senso dell’olfatto attraverso l’utilizzo di sondaggi, incontri, fotografie, illustrazioni… viene data la parola alla scienza, alla storia, alla letteratura e all’arte.
Una collaborazione Auparfum / Contrappunto
Questo progetto è il risultato della collaborazione tra la rivista online Auparfum.com e l’editore Le Contrepoint.

 

Chi ha vinto gli STACK Awards 2018, i premi per i migliori magazine internazionali?

Ed eccoci dunque, come ogni anno, a discutere sugli Stack Awards, i premi organizzati da STACK, il sito inglese specializzato in magazine indipendenti che da anni riunisce tutto o quasi il meglio di questo settore distribuendo premi e segnalazioni che solitamente descrivono perfettamente ciò che nell’anno si è distinto fra una produzione sempre più ampia e diversificata.

Partiamo subito dal premio di Magazine of the Year 2018 andato a Good Trouble, un bellissimo magazine, protesi cartacea dell’interessantissimo sito, guidato dall’ex editor di Dazed & Confused, Rod Stanley.
Progettata da Richard Turley, un giornale di 12 pagine di dimensioni di un foglio di calcolo sull’unione tra creatività e protesta. Trouble celebra con coraggio, grande competenza e ricerca di analisi approfondite la cultura della resistenza pubblicando storie che uniscono l’arte e la cultura con la politica e la protesta.
Bravi Bravi!

Per la categoria Launch of the Year, il premio è andato a Suspiria del team di Studi Fax di cui abbiamo già scritto QUI.
Un progetto coraggioso sul tema della paura realizzato con cura e originalità e che è riuscito a superare addirittura un peso massimo come Eye on Design il magazine di AIGA.
Ottima menzione per i nostro Archivio Magazine di cui però parleremo in seguito..

Il premio di miglior Editor of the Year se lo aggiudica The Skirt Chronicles, rivista con base a Parigi fondata da Sarah de Mavaleix, Sofia Nebiolo e Haydée Touitou come piattaforma collaborativa con l’ambizione di creare una comunità che celebri diverse culture e generazioni. È una pubblicazione fondata da donne che vuole riflettere sulla condizione femminile ma senza escludere dal dibattito.
Quello per il miglior Art Director of the Year va invece a Anxy che vi ho presentato QUI e QUI e che bissa il successo, sia pur in categorie diverse, del 2017.

The Skirt Chronicles vol.3
Anxy No. 4

In entrambi i casi va sottolineato come le giurie hanno segnalato però anche, come prodotto d’eccellenza, uno dei magazine che amo di più e di cui vi ho scritto QUI e cioè Migrant Journal.

Uno dei premi su cui ho da sempre molta curiosità vista l’estrema voglia di sperimentale e l’originalità che i magazine indipendenti mostrano sempre è quello relativo allaCover of the Year che quest’anno se lo aggiudica Eye on Design con il suo occhio composto da testo e profondità.
Quest’anno doveva essere l’anno proprio degli occhi se andiamo a vedere anche la cover di Printed Pages, il magazine del sito It’s Nice That che a mio avviso poteva tranquillamente essere l’altro candidato alla vittoria finale.

Eye on Design magazine – n.02 “Psych”
Printed Pages n.15

Ma arriviamo al ritrovato orgoglio nazionale con il premio ad un magazine tutto italiano che abbiamo segnalato QUI e che vince la categoria Best Use of Photography 2018 battendo Der Greif e Justified, due gran bei progetti.
Complimenti ad Archivio per un progetto interessantissimo e davvero ben realizzato che meritatamente si è imposto all’attenzione non solo italiana ma internazionale.
Aspettiamo il numero del 2019 a questo punto…

Archivio n.1 – The challenge issue
Archivio n.2 – The crime and <power issue

Per il Best Use of Illustration si impone ancora Anxy con la menzione speciale di A Profound Waste of Time che sinceramente io avrei premiato, mi piace un sacco…

A Profound Waste of Time n.1

Per gli altri premi vi rimando direttamente al sito ufficiale di STACK con tutti i vincitori e vi rimandiamo all’edizione 2019 che sarà un altro tuffo fra pagine, grafiche e idee..

L’archivio online come un viaggio delle meraviglie fra il meglio dell’arte tipografica Svizzera

Quello di oggi è uno di quei post che nascono dopo il girovagare selvaggio nei cavi del web, fra grafica, poster, carta e design. Di quelli che non erano previsti ma poi sei felicissimo di scrivere e di condividere..
Quello di oggi è un post che parla di un sito web appunto, un sito che deriva da  ricerca che credo essere stata fantastica da fare e su cui nutro molta, ma molta invidia.
Tutto nasce nel nel 1952, quando tre riviste di grafica e tipografia del cosiddetto stile svizzero decidono di unire le loro forze per dare vita ad un vero e proprio Dream Team del settore.
Si trattava di realtà quali “Schweizer Graphische Mitteilungen” (SGM), la “Revue Suisse de l’Imprimerie” (RSI) e “Typographische Monatsblätter” che unirono le forze in unica rivista mensile intitolata “TM” (Typographical Monthly).
A capo della rivista ci furono il caporedattore Rudolf Hostettler e i collaboratori Emil Ruder e Robert Büchler.
Le pagine di questo vero e proprio manuale visivo di tipografia erano un fiorire di caratteri tipografici fusi con foto, immagini e testi. Una vera avanguardia creativa del secolo scorso e ancora oggi uno dei punti più alti del graphic designer editoriale di tutti i tempi.
La Typographische Monatsblätter ha divulgato ovunque il verbo estetico e stilistico della tipografia svizzera con oltre 70 anni di esistenza.

1960 Issue 3
1962 Issue 3
1964 Issue 1
1967 Issue 8/9
1969 Issue 10

Proprio per questo non si è mai placata la passione di ricercatori e designer verso questo oggetto di culto e per questo Louise Paradis, insieme all’Università di Arte e Design di Losanna, gestisce il sito che raccoglie e cataloga quella fantastica esperienza visiva.
Il sito è interamente dedicato alla Typographische Monatsblätter e si concentra sugli anni 1960-1990 che corrispondono a un periodo di transizione in cui molti fattori come la tecnologia, i contesti socio-politici e le ideologie estetiche hanno profondamente influenzato e trasformato i campi di tipografia e grafica.
Da questa vera rivoluzione stilistica, sono emerse nuove forme e nuovi modelli che ancora oggi sono chiaramente considerati avanguardia o, per dirla in altri termini cool. Basti guardare alle migliori produzioni editoriali dei nostri giorni quanto devono all’utilizzo della tipografia, al rapporto fra testo e immagini e, più in general ed al culto della pulizia visiva delle pagine.
Una delle funzioni del catalogo online che mi ha fatto impazzire è stata quella di archiviazione e ricerca per carattere tipografico di identificazione così come le interviste con molti dei collaboratori della rivista.
Un sito da guardare e riguardare assolutamente ma attenti può creare dipendenza..

1971 Issue 1
1975 Issue 2
1977 Issue 12
1979 Issue 3
1979 Issue 5
1990 Issue 5

Revolution, il Magazine che portò la controcultura in Australia

Revolution è stato un magazine australiano pubblicato da Phillip Frazer, giovanissimo studente della Monash University per 11 numeri tra maggio 1970 e agosto 1971 ed è stata definita come “Australia’s First Rock Magazine”.
Inizialmente dedicata alla musica pop, era di proprietà di tre grandi imprenditori di Melbourne appassionati di musica.

Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(2) June 1970, Go-Set Publications, Waverley, 32p. https://ro.uow.edu.au/revolution/2
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970
DETTAGLIO – Revolution 1(2) June 1970

Con l’ingresso di Frazer, che poi diverrà egli stesso l’editore di Revolution, lo stile comunicativo e l’impronta grafica passa dal rivolgersi ad un pubblico maturo e mainstream ad uno molto più vicino all’esplosivo ambiente underground.
Frazer ha inoltre acconsentito ad ospitare in Revolution – a partire dal numero 4 nel maggio 1970 – il supplemento di 8 pagine della “piccola” rivista musicale americana Rolling Stone.

SUPPLEMENTO Rolling Stone – Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970

Frazer non è mai stato riconosciuto in Australia per l’importanza del suo ruolo nella diffusione delle tematiche libertarie del movimento controculturale australiano.
Il suo continuo e coraggioso lavoro nel portare gli adolescenti australiani fuori dal medioevo culturale verso una nuova consapevolezza sociale.
Attraverso Revolution, Frazer ha portato i suoi lettori nel mondo della consapevolezza sociale sui temi della società e del mondo fuori dall’establishment.

Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(6) November 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(1) May 1970
Frazer, Phillip, (1970), Revolution 1(1) May 1970

Frazer, Phillip; James, Colin; McFarland, Macy; and Woolley, Pat, (1971)

Il nuovo numero di Eye Magazine è una vera bomba

Eye 97 – Magazine special issue two
E’ da poco uscito l’ultimo numero – il 97imo per la precisione –  di Eye Magazine, il secondo di due speciali sul design e l’art direction delle riviste.
Questo è il più grande numero di sempre nei 28 anni di storia di Eye, una delle riviste internazionali di graphic design più seguite ed influenti del panorama editoriale internazionale.
In Eye 97 si legge sia di magazine indipendenti che mainstream, ci sono articoli su The California Sunday Magazine (U.S.A.), ZEIT Magazin (Germania) e l’Obs (Francia) diretto da Serge Ricco.
Il grande esperto di editoria Steven Heller incontra Michele Outland, art director di due riviste di food: il mainstream Bon Appétit e l’indie Gather.
Eye 97 si occupa anche di Works That Work di Peter Biľak e della bellissima rivista sportiva Jock che purtroppo è durata pochissimo tempo.

David Crowley si diletta nell’analisi dei coraggiosi layout e copertine surrealiste del magazine Ty i Ja, un’ambiziosa rivista polacca degli anni ’60 che sinceramente trovo fantastico.

Il logo Eye su ogni copertina di questo ultimo numero è stampato in sei diversi colori: oro, argento, bronzo, ecc. ognuno dei quali è stato distribuito casualmente tra le scatole da inviare agli abbonati.
Buona lettura.

Archivio Magazine piace e ora va alla conquista degli Stack Awards

Gli Stack Awards sono tornati per il loro quarto anno, alla ricerca delle riviste indipendenti più interessanti e stimolanti pubblicate tra ottobre 2017 e settembre 2018.

Dopo i primi exploit delle riviste italiane dello scorso anno (QUI potete vedere come è andata), quest’anno una nuova realtà editoria si è imposta all’attenzione dei giudici di STACK, si tratta di Archivio Magazine, un innovativo progetto editoriale che si basa esclusivamente sulla cultura e la realtà dell’archivio.
Come ricorda lo stesso team dietro al progetto nella propria presentazione, è la prima volta che un’impresa editoriale nasce dall’esigenza di valorizzare questo enorme patrimonio.

ISSUE 1
THE CHALLENGE ISSUE
ISSUE 2
THE CRIME AND POWER ISSUE

Archivio Magazine è il progetto editoriale di Promemoria nato con l’intento di raccontare la ricchezza nascosta tra le hidden memories degli archivi.
Quest’anno è stato nominato nelle shortlist di ben quattro categorie agli Stack Awards 2018. L’innovativa pubblicazione è stata selezionata fra le migliori riviste indipendenti al mondo per Best original fiction, Best use of photography, Cover of the year, Launch of the year.
Fin dal primo numero, infatti, Archivio Magazine ha saputo raggiungere un pubblico di lettori più ampio che va oltre il confine settoriale di archivisti e specialisti degli archivi.
Ogni pubblicazione è costruita attorno a un tema, spaziando dall’arte alla moda, alla cultura, allo sport, al design, al cinema, alla scienza, alla fotografia, ed è caratterizzato da un altissimo livello di cura in ogni sua parte.
Come sempre facciamo gli auguri alle realtà italiane che si ritrovano a sfidare mostri sacri del mondo dei magazine indipendenti.
Oltre ad Archivio, segnaliamo anche quest’anno, la presenza anche di “Cartography” nella categoria Best Use of Photography.
La rivista specializzata in itinerari di tutto il mondo.
Ogni destinazione in “Cartography” viene presentata con un album fotografico, un breve testo, una mappa e un itinerario con le fermate consigliate.
Fondata nel 2016 a Milano da Paola Corini e Luca De Santis, la rivista viene pubblicata a cadenza semestrale.

CARTOGRAPHY N.4
Japan – South Dakota – Venice

Una rivista di moda, molto ma molto alla moda..

“PUSS PUSS” è una rivista internazionale di base a Londra, biennale con una piattaforma online dedicata alla cultura, alla moda, alla musica ed agli amanti dei gatti.
“PUSS PUSS” si ispira alle persone che vanno per la loro strada e non sono influenzate dagli altri..
PUSS PUSS” presenta interviste, articoli e servizi di moda dei più eccentrici e affermati talenti provenienti da tutto il mondo presentati in una lussuosa edizione stampata su carta di altissima qualità che diventa ad ogni numero un nuovo oggetto da collezione.
“PUSS PUSS” è anche un’agenzia che offre servizi creativi tra cui la consulenza ai clienti sul proprio brand, la direzione creativa e la creazione di contenuti per clienti del settore fashion e lifestyle attraverso stampa, digitale, video e social media.
Una realtà a tutto tondo, focalizzata su ogni nuova tendenza e stimolo riguardante l’estetica contemporanea.

Il numero 8, l’ultima uscita, celebra gli spiriti indipendenti partendo dal punto di riferimento simbolo di questo concetto di indipendenza, il gatto.
Fra queste pagine si trova il portfolio di Bunny Kinney con persone che lo ispirano e incarnano quelle caratteristiche appunto da “gatto” o alcuni personaggi che possiedono, o amano particolarmente, gatti come i musicisti Bo Ningen, gli stilisti Matty Bovan & Dilara Findikoglu, stylist Alister Mackie e altro ancora.
Una rivista di moda, molto ma molto alla moda..

The Road Rat è un nuovo, elegantissimo, magazine sulla cultura automobilistica

The Road Rat” è una nuova rivista per gli amanti delle auto e della cultura automobilistica. Questo nuovo magazine oscilla fra la cultura delle auto vintage e i loro affascinanti particolari e le prestazioni di potenza e agilità del nuovo corso.
Il team di Road Rat crede fermamente che ci siano buone storie – storie vere, storie da leggersi con gusto – sia nel vecchio che nel nuovo mondo tenendo sempre viva l’attenzione anche per le corse e il suo mondo.
L’aspetto però che mi piace sottolineare “The Road Rat” è l’amore vivo e palese per la cultura del magazine, nella cosiddetta gloria delle riviste considerate qui come prodotti lussureggianti, preziosi, collezionabili e squisitamente artigianali.
Il nome Road Rat deriva da un detto molto diffuso fra gli scalatori.. “Nutrire il topo” è infatti la necessità, la volontà ferrea di affrontare una di arrampicata.
Per il team di Road Rat una strada libera, una pista da corsa, un vecchio garage disordinato e non una cima di montagna innevata, sono tutti modi di definire appunto il proprio “topo”.
Il numero uno di “The Road Rat” è squisitamente stampato su un mix di carte patinate lucide e opache in 244 pagine che si aprono con una cover dedicata a Lewis Hamilton.. per il resto, affascinanti articoloni longform, splendide ed elegantissime fotografie, illustrazioni e tante, tante auto da ammirare.

I lmagazine è acquistabile QUI.

E’ uscito l’ultimo numero di LÖK ZINE e come sempre è una bomba pronta ad esplodere nelle vostre mani

Su Lök Zine abbiamo già detto e mostrato a suo tempo qua ma continuiamo a seguire questo bel progetto italo-francese perché riesce sempre a sorprendere ed a riempire le pagine di idee, colori e splendide illustrazioni.
Oggi vi presentiamo il numero 10 dal titolo “Dimensions” che si farà apprezzare fin dalla cover di Gloria Pizzilli, per poi continuare con gli articoli del grande ChickenBroccoli.
132 pagine da gustare e da acquistare QUI.

Un nuovo magazine dedicato interamente alla bellezza dell’aviazione

Wings è un magazine con sede nel Regno Unito interamente dedicato al mondo dell’aviazione.
Ogni storia presente nelle pagine di questo nuovo magazine si concentra sulla bellezza e sull’avventura insita nel mondo dell’aviazione ed è accompagnata da una analisa riflessiva e stimolante.

Il gruppo di collaboratori che proviene da tutto il mondo si propone di mostrare la profondità e le emozioni dietro ogni aspetto, anche quelli più originali e nascosti, dell’aviazione.
Nella prima uscita, da poco disponibile, si presenta il documentario di Dirk Braun intitolato “Flying Boat“, si discute della traversata transatlantica di Berlin Express con il pilota Lee Lauderback e si analizza la fotografia mozzafiato di Paul Biddles nella sua collezione “Art Noir I”.

Questo manuale ti insegna ad ideare e realizzare il tuo magazine indipendente

Ogni tanto, anche non volendo, torno a parlare della proposta editoriale della casa editrice Laurence King che, con la consueta classe, sforna regolarmente opere di valore e qualità.
Questa volta vi parlo di un volume un pò datato, risalente infatti al 2016. Un volume di Angharad Lewis scrittrice inglese, da sempre interessata al design e alla grafica.
La Lewis è infatti co-editrice della rivista Grafik, collabora con varie pubblicazioni ed è tutor presso la Cass School of Design di Londra.

Il suo ultimo libro si intitola “So You Want to Publish a Magazine?” ed è una vera e propria guida che tenta di mostrare il percorso per realizzare una pubblicazione indipendente accompagnando il lettore passo dopo passo.
Tutti i dettagli e le fasi del processo che stanno alla base di una rivista indipendente vengono affrontati meticolosamente, dal bilancio economico al design fino alla stampa.
Pieno di spunti ed informazioni utili, questo libro ti fornisce gli strumenti del mestiere portandoti dietro le quinte del mondo editoriale ma restando aperto anche alla lettura di un curioso neofita.
Ritengo che, pur come detto un pò datato, “So You Want to Publish a Magazine?” rimanga ancora oggi un must per chi ama le riviste e soprattutto per tutti coloro i quali sognano di realizzarne una.

Paperback
270 illustrations
168 pages

Arriva Tatanka numero 2: La Danza degli Spettri

Nuovo numero, nuove pagine, nuove storie, nuove illustrazioni.
Mi piace Tatanka con la sua idea delle grandi pagine poster ricche di colori e le sue scelte tematiche differenti ad ogni numero.
Un gran bel progetto da promuovere e sfogliare di cui ho già parlato e di cui continuerò a parlare.
Adesso però lasciamo parlare direttamente chi lavora dietro e dentro a questo bel progetto..

La copertina di questo numero è ispirata al massacro di Wounded Knee, nome con cui è passato alla storia l’eccidio di un gruppo di Lakota Sioux da parte dell’esercito degli Stati Uniti d’America, il 29 dicembre 1890. Massacro scatenato dalla paura della cosiddetta Danza degli Spettri, un rito evocativo con cui gli Indiani credevano di riottenere le terre sottratte ai propri antenati. Non fu così, perché i bianchi decisero di sterminare chiunque adottasse quella pratica pagana.
A Wounded Knee gli Indiani vennero fatti fuori con le mitragliatrici.

Paura, odio, emarginazione, razzismo, sterminio, spari. Parole tornate d’attualità in Italia negli ultimi due mesi. Ogni giorno sui social network sembra di assistere alla guerra dei penultimi contro gli ultimi, descritti come degli intrusi da chi comanda e percepiti come una minaccia da chi si fa comandare, mentre il Paese arranca tra un cambiamento che non arriva (qualcuno dirà “per fortuna”) e la perdita di figure storiche dell’industria italiana (a proposito di sovranismo e Made in Italy).
Sono terminati i Mondiali di calcio (una delle più belle edizioni degli ultimi anni) e sta per ripartire la serie A.
Panem et circenses sono serviti al popolo. Più circenses che panem al momento, ma nessuno sembra lamentarsene. Le grandi capitali dell’Europa meridionale sono in sofferenza ma l’Europa non se ne accorge, e ancora una volta sono le categorie più fragili a subire le violenze di una società che tende a escludere e a lasciare indietro chi non ce la fa.
Esiste ancora la speranza? Forse sì e arriva dal cielo, dove le stelle continuano a brillare. Un po’ come per gli indiani di Wounded Knee che – è vero, non ce l’hanno fatta – ma sono qui, più vivi che mai, sulla prima pagina di Tatanka a danzare con i loro spettri. Noi i nostri – di spettri – dobbiamo ancora disinnescarli.
Del resto la speranza è una trappola inventata da chi comanda.

Grazie ancora al team di Tatanka (acquistatelo QUA) per la loro disponibile collaborazione e avanti tutta!

Il sito archivio dove sfogliare una delle riviste più belle del mondo

Mindy Seu è una designer ed insegnante residente a Los Angeles che negli anni si è specializzata nel tema dell’archiviazione al tempo del digitale.
Intorno al 2013, Mindy Seu era a San Francisco che stava girovagando nel Mission District quando in uno degli infiniti negozietti in zona si imbatté nel quinto volume di una delle più iconiche e adorate riviste egli anni Sessanta:  Avant Garde, la breve pubblicazione degli anni ’60 di Ralph Ginzburg e Herb Lubalin che ancora oggi mantiene uno status di prodotto editoriale di culto tra i grafici e gli art director di tutto il mondo.
Fu l’inizio di un vero e proprio amore che, n el corso degli anni, ha portato Mindy prima a collezionare l’intera serie della rivista e poi, ad elaborare un piano per digitalizzare tutti i numeri per renderli pubblicamente accessibili online.
Il risultato di questo ottimo lavoro è disponibile oggi per tutti con  avantgarde.110west40th.com, un archivio digitale straordinariamente completo ed esteticamente sfogliabile di ogni numero pubblicato della rivista.
Il sito, che Seu ha lanciato in collaborazione con gli archivi del Lubalin Center nel 2016, consente agli utenti di sfogliare ciascun volume e di scorrere tutte le pagine che sufficientemente nitide da poter essere lette online.
Presenta gli indici di tutti i numeri, un sommario con i collegamenti ipertestuali e una avvincente esperienza di navigazione che possiamo a spingerci a dire, rende questo archivio più organizzato e più piacevole da esplorare rispetto a molti archivi fisici.
Potere di internet, potere della condivisione.

“Design Giving” è un nuovo magazine interamente dedicato al design di prodotto ecosostenibile

Il Magazine che vi presento oggi è “Design Giving“, una pubblicazione annuale che presenta sia designer affermati che emergenti, produttori di abiti, gioielli, libri, articoli di cancelleria e accessori per la casa pensati con cura e passione artigiana.
Il team di “Design Giving” seleziona con eleganza i designer solo fra coloro che condividono i loro valori e si impegnano ad avere un impatto sociale e ambientale positivo. Ogni designer che viene presentato opera di volta in volta con un materiale diverso.

L’obiettivo del magazine è quello di fornire una piattaforma dove condividere e supportare designer e creatori indipendenti.
Il nome “Design Giving” deriva dalla compressione della frase “where design thinking becomes thoughtful giving” una definizione concettuale della fondatrice Laura Jane Boast che descrive un processo e un modo di progettare caratterizzato dall’attenzione sia per le persone che per il pianeta.

Il primo numero della rivista “Design Giving” presenta 68 pagine di interviste e storie accuratamente selezionate e appositamente commissionate a designer e produttori indipendenti affermati ed emergenti di varie discipline creative.
Ogni volume della rivista è composto da quattro sezioni:

1 – approfondimenti sul design contemporaneo che indagano i razionali significativi dei designer
2 – interviste ai designer e celebra i loro processi lavorativi
3 – quali sono i pensieri e le idee che stanno dietro alla realizzazione di un prodotto
4 – Approfondimento sul tema delle risorse materiali utili

“Faim” un nuovo e molto strano magazine sui giovani che ci stanno cambiando la vita

FAIM“, che in francese significa “fame”, è il magazine che vuole scoprire e far scoprire la vita di una generazione nuova, giovane, creativa e ambiziosa che si aggira per il mondo. Una generazione affamata di nuovi progetti ed esperienze, di nuovi modi di lavorare e di creare e di nuove possibilità di immaginare il proprio futuro.


Ogni sei mesi, la”FAIM” esce a scovare queste nuove menti per trovarle nelle loro città d’origine, per mostrare come stanno promuovendo i cambiamenti nelle nostre culture e nelle nostre società a livello locale, ma anche a livello globale.
“FAIM” si muove attraverso tre categorie principali – persone, luoghi e cibo – elementi che accompagnano questi giovani nel loro viaggio attraverso le loro città.
E poiché “FAIM” è un magazine  che intende arrivare forte e chiaro a più persone possibili, è pubblicato in due versioni e tre lingue (inglese, francese e spagnolo) ed è distribuito in tutto il mondo.
Nel secondo numero “FAIM” ci porta a Bristol (UK).

E’ arrivato “Tatanka” ed è qui per restarci a lungo

Tatanka” è un periodico indipendente che racconta i principali fatti di attualità nazionale e internazionale.
E’ un supporto mnemonico, un racconto per immagini e un rovesciamento del tradizionale sistema di informazione dove le notizie vengono guardate prima di essere lette.
E’ un diario, dove gli illustratori fermano sulla carta quello che succede nel mondo.
“Tatanka” esce ogni due mesi e ospita 10 notizie, 10 illustratori, 10 manifesti, 24 pagine, 3 colori e 6 fogli sparsi.
“Tatanka” è bello, è fresco come l’aria che entra dalle finestre nei giorni di afa e si fa sfogliare davvero volentieri.

“Jezga” è un magazine sulla nascente scena artistica e creativa della Lettonia

Da quando la Lettonia è uscita dall’Unione Sovietica nel 1991, questo piccolo Stato è cresciuto e si è sviluppato, dimostrando una ricchezza e molte nuove energie che sta sprigionando in diverse forme d’arte. Questa indipendenza relativamente nuova ha portato una diffusa creatività che il nuovo magazine “Jezga” vuole esplorare per definire quella che è una vera e propria nuova identità nazionale che la Lettonia si sta ricavando attraverso l’arte.

L’obiettivo di questo ennesimo nuovo magazine è quello di mostrare il lavoro di pittori, illustratori, fotografi, stilisti, musicisti, attori e molti altri, con l’aiuto di un approccio grafico ed estetico innovativo e molto vicino al mondo del design.
Tutte queste nuove ed originali voci che nascono dalla cultura lettone portano a galla una prospettiva del tutto nuova e diversa che deve ancora essere vista e ascoltata.
Questa massa di idee e creatività è senz’altro una fonte di ispirazione positiva per chiunque voglia alimentare il proprio lato artistico o semplicemente per coloro che amano le arti visive.

Hypebeast riporta in auge gli anni ’90 anche nella grafica editoriale

Continuando a scavare dietro le storie che compongono il panorama creativo di oggi, Hypebeast esplora le ultime tendenze attraverso le lenti di ingrandimento di un team esperto e oramai di primissimo livello.
Pensieri, interviste e guide fanno da anni di Hypebeast un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la moda e più in generale le tendenze estetiche di tutto il mondo.
Oltre al sito, aggiornatissimo e ricchissimo, seguo le scelte del team che cura il magazine arrivato al numero 21.

Hypebeast – numero 21

“Hypebeast 20 – The X Issue” è quindi un’uscita precedente che però mi piace riscoprire per il design editoriale creato dallo studio Hybrid Design.
I designer dietro questo bellissimo progetto sono un vero e proprio super team: Carl-Hampus Vallin, Patchara Charoensiri, Frédérique Gravier, Olivia Ward, Dave Weber.
A mio avviso una delle cose più interessanti di questo progetto sono i rimandi visuali, gli elementi grafici tipici degli anni ’90 e il l’aspetto totalmente decostruito della grafica dell’intero numero. Dal mix del layout editoriale composto da elementi molto classici fino agli elementi tipografici ed al modo in cui le immagini sono state disposte sulla pagina.
Questo progetto mi fa venire il dubbio se, come da più parti sento dire, anche nel mondo della grafica editoriale, gli anni ’90 stiano tornando attuali visto che anche altri progetti condividono la stessa estetica e soprattutto la miriade di film in arrivo che saranno ambientati in quel decennio.
Date un’occhiata..

Un magazine celebra il 550 anniversario della morte di Johannes Gutenberg

Tre lettere tre, per dare una ventata di novità al mercato editoriale spagnolo.
Dal quotidiano EL MUNDO è arrivato da qualche mese il progetto/rivista EME, una grande vetrina di tendenze, stile e arte.
Uno degli ultimi speciali di EME è un progetto per i festeggiamenti del 550 ° anniversario della morte di Johannes Gutenberg che non sto a spiegare che importanza riveste per il sito e immagino per tanti altri…
Probabilmente il buon vecchio Johannes non aveva chiaro in mente che la sua invenzione avrebbe suscitato tanto scalpore mentre perfezionava la tecnica di stampa con caratteri mobili. Da allora infatti, la tipografia si è evoluta strutturando la storia e il pensiero di una grande fetta del mondo occidentale moderno.
Questo viaggio dalla tipografia a piombo alla tipografia contemporanea è l’oggetto del lavoro di EME… dal Basso Medioevo del 12 ° secolo e fino al 15 ° secolo per un progetto di magazine dal fascino che cattura non solo i tecnici.

FRUTE è una grafica sensuale, uno strumento di discussione e una rivista indipendente di cui correte il rischio di innamorarvi

Eccoci di nuovo qua e questa volta vi presentiamo un progetto tutto italiano che ho visto e preso al Fruit di Bologna e che da tempo speravo di avere qua alle Edizioni del Frisco.
Grazie a Cecilia abbiamo oggi la possibilità di presentarvi questo magazine molto rosa e molto interessante sia per i contenuti che intende trattare ma anche per una grafica che a me ha conquistato subito per quel non so che di ricercatezza sfrontata che fa sempre piacere alle pupille ed ai polpastrelli…

Il progetto Frute si occupa di femminismo intersezionale, confini del genere sessuale, relazioni, prevenzione della discriminazione, sessualità e tanto altro, intorno al tema centrale delle pari opportunità di genere.
I temi chiave sono trasformazione e accettazione, e vengono trattati insieme al concetto di identità femminile che gravita intorno al mondo del racconto personale e dell’attivismo.
L’obiettivo è quello di rappresentare una mobilitazione attraverso l’editoria indipendente, per promuovere uno sviluppo culturale in cui le diversità di genere, orientamento sessuale o provenienza non siano affrontate come tali, ma tutelate come valori per arrivare ad una vera inclusione.

Il progetto, di cui è da poco disponibile QUI il secondo numero, parte da una approfondita conoscenza dell’editoria femminile, in ogni sua forma, da quella sbarazzina a quella più tipicamente controculturale e proprio da qui nasce il valore aggiunto che mescola sapientemente l’alto ed il basso, il sociale con l’estetico riuscendo in pieno in questo lavoro di cut up.

Lo si può fare in modo ironico, come per esempio nella pagina Cuori Sfranti che si rifà ad una estetica da teen-magazine (ma aggiungendo un livello di lettura diverso includendo una drag queen), oppure in maniera più seria, come nelle interviste e nelle rubriche che racchiudono racconti vissuti in prima persona.

Frute si basa sulla grande ispirazione che danno le riviste femministe del passato, italiane e internazionali.
Questa grossa ricerca, sia visiva che di contenuto, è affiancata al tentativo di unire una comunicazione fresca, una grafica contemporanea e colorata a contenuti forti e tematiche sociali come la parità di genere, i diritti lgbt+ e la sessualità.
Frute cerca di presentarsi meno come una fanzine ma più come una rivista, a partire dalla distribuzione, nelle librerie indipendenti aderenti, ma soprattutto formandosi grazie non ad amatori ma a giovani autori, illustratori, fotografi e professionisti del mondo editoriale.

Da queste parole di Cecilia si percepisce che l’intento di Frute non è solo quello di trasmettere dei messaggi – in questo caso anche socialmente potenti ed a mio avviso utili – ma di farlo con stile, competenza e passione. Questo potente ed efficace mix produce una rivista che fa piacere. Una rivista che trovo giusto esista in un panorama editoriale che troppo spesso risente di un certo timore – o peggio ancora paura – nel farsi strumento di dibattito sociale preferendo nascondersi dietro ad un’apparenza carina, ricercata ma, in fondo comodamente vuota e sterile.

“Interview” lo storico magazine fondato e curato per anni da Andy Warhol ha chiuso

“Interview” è stata una rivista americana fondata alla fine del 1969 nientepopodimenoche da Andy Warhol insieme all’amico e giornalista britannico John Wilcock, storico fondatore anche del Village Voice di New York e promotore di gran parte delle iniziative più importanti della stampa underground degli ani Sessanta e Settanta in America.
La rivista, soprannominata The Crystal Ball of Pop, ha da sempre presentato conversazioni intime con alcune delle più grandi celebrità del mondo fra cui artisti, musicisti e creativi. Le interviste erano solitamente inedite e facevano parte di questo magazine le cui copertine, curate direttamente da Warhol insieme all’artista Richard Bernstein dal 1972 al 1989, hanno fatto la storia di un certo tipo di editoria indipendente americana e non solo.

Nei primi tempi la rivista veniva distribuita gratuitamente alla folla e ideata e realizzata interamente da Andy Warhol che ne ha curato ogni numero fino alla sua morte accettando con un gran mal di pancia lo stile editoriale ben più convenzionale che “Interview” dovette adottare una volta acquistato dal nuovo editore Bob Colacello. Nonostante questo Warhol ha continuato a diffondere e promuovere la sua rivista creando eventi ad hoc per le strade di Manhattan.
Dopo la morte di Warhol avvenuta nel 1987 la rivista è passata all’editore Brant Publications ed è stata diretta per ben 18 anni da Ingrid Sischy.
Questo duraturo rapporto di lavoro si è interrotto quando è scoppiato un bel colpo di scena visto che proprio Ingrid Sischy, in un’intervista uscita sul The New Yorker a margine di un servizio fotografico del fotografo Robert Mapplethorpe, dall’interessante titolo The Perfect Moment, la stessa Sischy ha dichiarato pubblicamente pubblicamente di essere lesbica. Diciamo che la bomba vera e propria è esplosa quando ha dichiarato candidamente di avere una storia con Sandra Brant, proprio la ex moglie di Peter M. Brant, editore della rivista….
A questo punto le due hanno lasciato “Interview” vendendo la propria quota alla Brant Publications e passando il testimone di capo redazione a Christopher Bollen, poi a Fabien Baron e Glenn O’Brien nel settembre 2008 ed a a Karl Templer nel 2017 quando però la rivista navigava già in bruttissime acque a causa della perdita di identità e caratura stilistica e contenutistica che aveva subito nell’ultimo decennio.
Il 21 maggio 2018 è stato annunciata la chiusura di questo storico magazine.

 

L’ultimo numero della rivista Slanted esplora la scena creativa a Tokyo

Slanted Publishers è una casa editrice indipendente che immagino gli appassionati di editoria e di magazine indipendenti già conosceranno molto bene.

Fondata nel 2014 da Lars Harmsen e Julia Kahl, pubblica la pluripremiata rivista Slanted che analizza il design e la cultura internazionale con 2 uscite annuali.
Inoltre, è da segnalare la quotidiana attività del blog che segnala eventi, magazine e tanto altro e che funge da vera e propria guida per gli appassionati.
Slanted Publishers è anche editore e redattore di progetti interessantissimi come Yearbook of Type, i calendari Typodarium e Photodarium, lo studio tipografico indipendente VolcanoType e altri progetti e pubblicazioni legati al design.     L’ultimo numero – il 31 – di Slanted Magazine è ispirato alla città di Tokyo, in seguito alla visita del team editoriale della rivista proprio nella capitale del Sol Levante dove sono state fatte interviste con i creativi giapponesi come Shin Akiyama, ad aziende tipo la Dainippon, ed a Studi di design Hitomi Sago, Ian Lynam Design e Yosuke Yamaguchi.
Oltre alla normale copia disponibile su slanted.de, è possibile acquistare un’edizione speciale limitata accompagnata da un opuscolo illustrato stampato su risograph.

Emory Douglas è colui che inventò la grafica delle Pantere Nere

Letterform Archive è il centro per l’ispirazione, l’istruzione, l’editoria e la comunità che è stato fondato senza scopo di lucro da Rob Saunders, un collezionista di di libri e riviste da oltre 40 anni. L’obiettivo del centro è quello di condividere la sua collezione privata con il pubblico e offrire l’accesso a una strabiliante collezione contente oltre 40.000 articoli relativi a lettering, tipografia, calligrafia e progettazione grafica.
Perché ve ne parlo proprio oggi? Perché LA ha da pochissimi giorni acquisito ben 121 numeri del magazine “The Black Panther” che risalgono al suo periodo seminale tra il 1967-72, insieme a poster e grafiche di Emory Douglas.
“Riconosciuto nel partito delle Black Panthers per il suo uso impavido e potente del graphic design come strumento di lotta per i diritti civili e contro il razzismo, Douglas è una figura di spicco nel mondo degli artisti che rivendicano i diritti delle minoranze attraverso l’arte.

Come artista rivoluzionario e ministro della cultura per le Black Panthers dal 1967 all’inizio degli anni ’80, Douglas e i suoi compagni di partito hanno subito atti di sabotaggio da parte dell’FBI. Secondo un rapporto del Congresso, quegli atti includevano saccheggi di uffici e  distruzione di giornali che contenevano articoli sulla controversa figura di Douglas.
Cosa doveva temere il governo dal lavoro di Douglas? La sua innata capacità di provocare un risveglio nelle persone più deboli.
Douglas usava i materiali che poteva racimolare come i pennarelli e poco altro con quel poco riuscì a lanciare il giornale ufficiale dl movimento giustamente intitolato “The Black Panther”.
Per Douglas, quello con il Black Panther Party fu solo l’inizio di una carriera basata sulla convinzione che l’arte debba servire per le cause sociali. Negli anni ha continuato i suoi attacchi contro il potere, il razzismo, l’avidità e il sistema carcerario.
Nel 2015 Douglas ha ricevuto una medaglia AIGA. L’organizzazione lo ha riconosciuto per “il suo uso senza paura e potente della progettazione grafica nella lotta per i diritti civili“.

Lo sport come non lo avete mai visto è fra le pagine di Athleta Magazine

Oggi è proprio uno di quei giorni, uno di quei giorni.
Oggi è uno di quei giorni in cui sono felicissimo di ospitare in questo mio sito una delle realtà italiane che stanno emergendo con forza, e soprattutto stile e competenza, nel panorama internazionale dei new magazines.
Si tratta di “Athleta”, un prodotto tutto italiano che vede coinvolti Giovanni Gallio (Editor), Sara Capovilla (Photo Editor) e Alessandra Pavan (Graphics).
Sono felice perché è dal primo numero che li seguo e apprezzo molto il loro lavoro fatto di piccoli passi ma idee chiare che li hanno portati oggi alla terza uscita.
La loro presentazione si sviluppoa dall’etimologia classico latina del termine Athleta ovvero

colui che è proteso nello sforzo di superare la sfida sportiva, ma, ancora di più, nello sforzo di superare sé stesso.

“Athleta” è un magazine indipendente che racconta la cultura dello
sport da un punto di vista non convenzionale spingendo molto sulla qualità del suo perno centrale, la fotografia.
Utilizzando proprio il loro linguaggio, “Athleta” è un viaggio nel principio di resilienza, nella scoperta dei propri limiti attraverso il corpo. E’ un viaggio nella propria identità, nella condizione umana, nei valori della competizione. In nome dello spirito agonistico, ma anche in nome dell’estetica dell’immagine. E’ la luce impressa, essenza di figura, gloria. E’ ombre di anonimato. E’ dove grafica ed equilibrio incontrano la fatica ed il rumore.
Ecco, come spero vi rendiate conto quando sfoglierete questa rivista, “Athleta” è una narrazione visiva di quelli che sono – di volta in volta – gli infiniti aspetti unici ed originali del concetto di sport, una  narrazione che nella terza uscita mostra come lo sport sia un gesto che ti consegna all’eternità.
Buona lettura e complimenti ancora a tutto il team di “Athleta”, vi aspettiamo per il numero 4!

Sta per arrivare il nuovo Lök Zine e noi abbiamo deciso di fargli qualche domanda

Vi avverto, io sono di parte. Seguo il lavoro di Lök Zine oramai da un bel pò di tempo, ho conosciuto Elisa Caroli fra le sedie ed i tavoli di svariati festival e mi è sempre piaciuto l’atteggiamento aperto e sperimentale della rivista.
Ma adesso sta per arrivare fra noi un Lök Zine tutto nuovo, un numero 10 che porterà con se diverse novità tutte da sfogliare.
Si tratterà di un bel volume di 120 pagine completamente a colori con rilegatura brossurata in un formato ampio e moderno da 21,0 × 29,7cm.
Poco altro da dire, se non di farvi un salto sul loro progetto Kickstarter per rendervi conto di quanto sia coraggioso e affascinante questo nuovo Lök Zine.
Mentre scrivevo questo mi è venuta l’idea di chiamare Elisa e chiederle se aveva voglia di fare due chiacchiere prendendo spunto da questa nuova uscita per allargare il perimetro del discorso al panorama italiano dell’editoria indipendente.

Ecco cosa ne è venuto fuori, un breve ma interessante scambio di opinioni  che spero sia solo un primo seme di discussione..

Ciao Elisa, raccontaci cosa sta succedendo a Lök Zine e cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo numero che promette sorprese e cambi di passo..

Era da tanto tempo che avevamo voglia di evolverci, di crescere, usare i colori, avere più spazio, scegliere più autori che amiamo, connetterci con altre persone. Aspettavamo solo il momento giusto: un po’ per superstizione, un po’ per necessità, il numero 10 ci è sembrato un ottimo inizio per cambiare tutto e così ci siamo lanciati.
La campagna di crowdfunding è stata un po’ una sfida, per vedere se quello che facevamo e che stavamo per creare poteva essere interessante per un pubblico più ampio e per raccontare meglio lo sviluppo del numero grazie agli updates che si trovano all’interno della pagina kickstarter.

Descrivi quello che è l’obiettivo di una rivista indipendente come Lök Zine oggi in Italia..

Il nostro obiettivo è sicuramente condividere la nostra visione e la nostra passione per fumetto e illustrazione, raccontare storie e creare una rete senza limiti geografici.

Manteniamo comunque il tutto bilingue per restare collegati alle nostre origini.

Raccontami un po’ del lavoro di questi anni: quando e come è nata la rivista, i momenti bui e quelli pieni di gioia..

Il progetto LökZine è nato nel 2011, eravamo tutti studenti all’accademia di Belle arti di Bologna e avevamo tante idee e voglia di fare, ma ci sentivamo ancora troppo acerbi per qualsiasi forma editoriale definita così scegliemmo la dimensione della rivista dove potevamo sfogarci senza limiti (ci abbiamo messo dentro poesia, fotografia, moda, cucina, racconti brevi, street art…) poi nel tempo siamo diventati sempre meno, abbiamo sperimentato, siamo cresciuti individualmente, abbiamo conosciuto tanti luoghi e persone diverse e abbiamo visto crescere il mondo del fumetto indipendente e dell’autoproduzione che era un po’ assopito quando avevamo iniziato. I momenti bui sono quelli di incomprensione che rallentano, a volte i lavori, e sono dati dall’impossibilità di avere una sede fissa perchè siamo sparpagliati per l’europa, ma questo ci permette anche d arricchiere il progetto delle nostre esperienze.

Come Lök Zine siete da anni un punto di riferimento nel circuito indipendente sempre presente agli appuntamenti di settore ed in contatto con i migliori illustratori. Da questo punto di vista privilegiato, raccontaci cosa pensi del panorama editoriale indipendente italiano: punti deboli, punti di forza, ambiti da sviluppare.

Come ho già detto di realtà come noi all’inizio ce n’erano veramente poche era come se ci fosse stato un assopimento del panorama quando abbiamo deciso di creare LökZine, però poi è stato bellissimo vedere quanti gruppi si assemblavano quante altre idee prendevano forma quanti festival iniziavano ad aprire delle “selfarea” e quanti festival specifici aprivano i battenti. Mi sento un po’ vecchia a dirlo, ma abbiamo visto tutto questo evolversi e adesso mi sembra che il panorama italiano sia brulicante di progetti bellissimi, fantasiosi e sfaccettati: mi sembra ci sia una nuova attenzione per qualcosa che resta sempre di nicchia, ma ha preso sia valore agli occhi di editori e pubblico che una propria identità nel tempo. L’editoria indipendente in ogni caso rimane un ambito dove si può ancora sperimentare, sognare, sentirsi liberi di esprimersi, effettivamente mai farci i soldi, ma non si può aver tutto 🙂

Esiste oramai un vasto ecosistema composto da creativi, editori e illustratori che si muove in tutta Italia attraverso un infinita seria di market molto frequentati ma che, chiusi i battenti, poco incidono sulle opportunità lavorative e sulla distanza esistente fra l’editoria mainstream e quella indipendente. A mio avviso siamo quasi arrivati alla saturazione, quali pensi siano gli scenari futuri e quali potrebbero essere gli aspetti da sviluppare? Penso per esempio ad un maggiore coinvolgimento delle grandi realtà  editoriali, a contest per avvicinare il mondo del lavoro o idee simili…

Sicuramente quello che dici può essere vero, ma rispetto a qualche tempo fa penso che il panorama editoriale indipendente e mainstream sia in ebollizione, non saturo di sicuro (quello francese è molto più pieno). Credo sia un processo di assestamento in cui va educato il pubblico, ad esempio vedo realtà come Eris edizioni, Diabolo edizioni, Grrrzt, ecc, che sono fatti da persone che amano i fumetti e aprono case editrici piccole, piccolissime, ma che ci mettono molta passione e arricchiscono il panorama editoriale, molte volte incrociando autori che si muovono nel sottobosco dell’autoproduzione. C’è una sorta di sinergia nei vari campi artistici che si può tramutare in un lavoro concreto, bisogna solo trovare il modo di non perdere la speranza.

Henry Wolf e l’arte della grafica nei magazine

Henry Wolf è graphic designer e fotografo grafico statunitense di origine austriaca. Nato in Austria, in seguito all’Anschluß del 1938 da parte di Adolf Hitler, fu costretto a lasciare il suo paese insieme alla sua famiglia. Inizialmente trasferitisi in Francia, Wolf poté studiare arte a Parigi, ma in seguito all’occupazione tedesca fu deportato con la famiglia in due campi di detenzione in Marocco, prima del trasferimento definitivo negli Stati Uniti nel 1941.
Il suo stile ha influenzato e stimolato il design e la grafica delle riviste degli anni Cinquanta e Sessanta con i suoi layout audaci, l’elegante tipografia e le stravaganti fotografie di copertina diventando a soli 26 anni uno dei più giovani editorial designer degli Stati Uniti.
Invece di accettare il ruolo tipico di art director come era concepito al tempo, Wolf collaborò attivamente ed incessantemente con gli editori per definire insieme a loro la personalità delle riviste selezionando i caratteri tipografici, commissionando illustrazioni e servizi fotografici da artisti famosi o appena scoperti e soprattutto rivoluzionando le copertine.
Al tempo, l’editore di Esquire era Arnold Gingrich, fondatore della rivista, da poco dopo un periodo di assenza temporanea durante il quale la rivista si era molto spostata verso un target spiccatamente femminile copertina ed interni molto fashion e attente alla moda e un layout generale pieno illustrazioni romantiche. Lo stesso Gingrich decise quindi di intervenire scegliendo come spalla il nuovo talento brillante di Wolf.
Wolf impiegò due anni per ridisegnare la rivista esattamente come voleva, introducendo innovazioni di ogni genere nelle copertine alcune delle quali scattate da lui stesso con un famoso e poi molto copiato vedo/non vedo del famoso marchio della rivista, il baffuto gentiluomo di nome Esky.

All’interno della rivista si era ritagliato uno spazio di ben otto pagine in ogni numero dove presentava tutto ciò che desiderava inclusi reportage sull’automobilismo e il jazz.
Nel 1958 il cambio in favore di Harper’s Bazaar in cui sostituì Alexey Brodovitch. Le sue copertine erano oramai riconoscibili da tutti, tipicamente contraddistinte da un originale spirito pittorico e da un’eleganza impareggiabile.
La copertina di San Valentino del 1963, ad esempio, era una fotografia ad alto contrasto di una donna nuda con una macchina situata proprio sopra del seno che mostrava un cuore rosso.
Wolf ha aperto il suo studio fotografico, Henry Wolf Productions, nel 1971 tenendo corsi di design e di fotografia.
Nel 1976 Wolf fu insignito dell’American Institute of Graphic Arts Medal per il Lifetime Achievement e nel 1980 fu inserito nella Art Directors Club Hall of Fame.

Dai creatori di Polvere ecco adesso “Lei” un altro capitolo tutto italiano che anima l’amore per la bicicletta ed il ciclismo

Ne avevo già dato segnalazione qualche tempo fa qui perché si tratta davvero di un bel progetto e di un lavoro dove,insieme alla passione per il ciclismo, emerge chiara anche la competenza tecnica e la voglia di creare dei prodotti editoriali di livello. Ecco dunque che, dopo le monografie sulla “Fatica” e sulla “Velocità” arriva adesso un terzo volume dal bellissimo titolo “Lei“.
Come si legge nella descrizione del libro, troviamo in queste 120 elegantissime pagine tavole, pensieri, segnalazioni, interviste, progetti e racconti per rimuovere la polvere dai ricordi a pedali e rimanere sempre in sella.
Fra i contributors di questa ultima uscita troviamo: Antonella Bellutti, Attilio Scarpellini, Ausilia Vistarini, Cosimo Cito, Claudia Tifi, Elisa Longo Borghini, Fernanda Pessolano, Francesco Ricci, Giovanna Rossi, Marco Pastonesi, Rosti team, William Fotheringham.
Mentre per la parte grafica: Achille Lepera, Elenia Beretta, Ilona Kamps, Luca Benedet, Marta Pantaleo, Marco Renieri, Paolo Ciaberta, Sebastiano Favaro, Teresa Enhiak Nanni.
Sono prporio felice di vedere che il progetto continua, si evolve e alza il livello sempre di più lasciando sempre accesa la curiosità su cosa ci riservi il team di POUPOU Edizioni per la prossima uscita…

Ecco la preview del numero 16 di “No Cure Magazine”

Ecco il nuovo numero di “No Cure Magazine“, un prodotto che io personalmente amo come dimostrano altri articoli in proposito e che non vedo l’ora sempre di scoprire.
Per questo, non appena i ragazzi hanno tirato fuori la previw del numero 16, eccomi qui a condividerla con voi.
Buona visione…

Un magazine svizzero esce con un numero interamente dedicato alle stazioni ferroviarie ed ai loro elementi imprescindibili

Immersions” è il nome di un magazine svizzero appena arrivato alla seconda uscita che si intitola Gares, ovvero Stazioni.
Ponti di transito per alcuni, luoghi di residenza per gli altri, cornici quotidiane di chi ci lavora e terra prediletta per chi vaga, le stazioni ferroviarie sono anche questo: luoghi familiari pieni di storie dove le vite si incrociano senza mai veramente incontrarsi.
Queste storie sono l’oggetto di questa seconda uscita che si apre con una prefazione firmata Didier Burkhalter, noto politico svizzero.
Il magazine si compone di una serie di racconti dello scrittore francese Jon Monnard; il ritratto della famosa ma non per questo meno anonima, Carole, la voce diffusa in tutte le stazioni della rete ferroviaria svizzera; la storia del leggendario orologio CFF che da sempre è presente nelle maggiori stazioni d’oltralpe con un’incursione nel cuore della fabbrica di Mondaine e molto, molto altro.
Splendido l’apparato grafico con numerosissime fotografie a corredo dei testi a testimonianza della cura del prodotto veramente rilevante.
Un pò come abbiamo già visto in occasione della presentazione di “SUQ”, splendida rivista sulla Sicilia meno conosciuta, anche “Immersions” è un prodotto di pregio e veramente ben realizzato.

“Suspiria” è il magazine sui brutti sogni e sul perché non riusciamo a farne a meno

Oramai sappiamo che questi ultimi anni sono una continua esplosione di carta e grafica. Oramai ne abbiamo viste un numero così imprecisato che a volte capita di non credere nemmeno più di poter sorprendersi ancora ed invece….
Ed invece ecco “Suspiria Magazine”, che fin dal nome risulta un accattivante progetto che non potevo approfondire e presentarvi.
Il progetto nasce dalle menti dei ragazzi della Dreadful Press, già in giro con l’altro progetto editoriale intitolato “Sabat Magazine” che fonde Stregoneria e femminismo come archetipi antichi e arte istantanea.
Capite che stiamo parlando di originalità, visionarietà, provocazione e arte in un mix difficilmente riscontrabile in altri magazine indipendenti.

Sabat 4: Elements

Nel nuovo progetto “Suspiria Magazine” si cerca invece di analizzare ed approfondire alcuni aspetti della psiche umana sempre attraverso una lente tutta al femminile. Partendo infatti dai sogni si vuole gettare una luce su quelli che sono gli archetipi della paura e soprattutto sul perché continuino ad emanare un fascino tutto particolare e, per alcuni, addirittura irresistibile.
Con la grafica assolutamente black e perfettamente in tema a cura degli inglesi StudioFax e la direzione artistica di Valentina Egoavil Medina, regista tedesca di 30 anni, “Suspiria Magazine” mette in scena

Il Black & Report è un prodotto editoriale per lo sviluppo della grafica e del design nelle regioni dell’Africa e del Sud Est Asiatico

B&W è un’organizzazione indipendente che aspira a riconoscere, premiare e coltivare l’eccellenza creativa all’interno della regione MENA acronimo di Medio Oriente e Nord Africa.
La creatività è una delle forze motrici fondamentali che determinano il successo sociale e commerciale di uno stato e di una regione, per questo B&W guida una serie di iniziative ideate non solo per riconoscere e premiare i talenti presenti nelle aree, ma anche per educare e sviluppare i futuri creativi.
La prima iniziativa è il “B&W Report“, pubblicata nel febbraio 2018, che serve per dimostrare e analizzare i progressi reali raggiunti dal lavoro costante di B&W creando così un benchmark dettagliato di riferimento per il futuro.
Da questo documento si possono dunque evidenziare le informazioni su cosa funziona e cosa no e diffondere i dati che sono stati raccolti.
Il rapporto Black & White mira a celebrare quindi le persone, sia clienti che agenzie per valutare ogni anno le prestazioni ed aiutare a misurare il progresso e la crescita di ogni individuo, azienda e marchio basandosi sull’unica cosa che conta: il lavoro.
Il “B&W Report” è il primo capitolo di un progetto molto più ampio per la regione MENA, che consentirà di comprendere meglio le sue prestazioni e creare un ambiente sano dove la competizione fornisce una prospettiva futura per la popolazione interessata agli ambiti creativi.

“Press Fold” il magazine di moda per chi è stanco dei magazine di moda

Press Fold” è una nuova rivista indipendente di moda che mira a esplorare forme di narrazione alternative ed originali. La rivista, che esce con cadenza semestrale, può essere vista anche e soprattutto come uno spazio per i professionisti della moda irregolari, fuori dagli schemi e sperimentatori di spazi e soluzioni nuove ed eccentriche e che quindi decidono di vivere ed operare al di fuori di quello che è lo spazio mainstream del fashion di oggi.
In un momento in cui tutto ciò che è di moda è un continuo flusso di novità, si è molto ristretto lo spazio in cui la moda ed i gusti diventano oggetto di discussioni ed approfondimenti. Nei magazine di settore sempre più spesso il vero obiettivo è quello di venderci più cose possibili, soprattutto più cose di cui non abbiamo realmente bisogno.
Si tratta, oramai è stata analizzata da infiniti punti di vista, di una vera e propria ossessione per il nuovo. “Press Fold” vuole invece discutere e, forse il vero aspetto di rottura del suo progetto, immaginare come sarebbe la moda se togliessimo le patinatissime pubblicità e gli inutili editoriali per concentrarsi invece sulla produzione, sulla presentazione, sul consumo di vestiti e sui contesti in cui tutto ciò avviene.


“Press Fold” si concentra su una realtà della moda che non è basata esclusivamente sul consumo di ciò che sul momento è hype, ma su quelle che sono le nostre esperienze della moda, della ricerca di un discorso fashion alternativo che va oltre il trattare la moda come una merce.
Ai testi di Hanka van der Voet viene quindi affiancato un apparato grafico molto lontano dagli standard attuali del mondo della moda su carta e questo grazie al grafico olandese Beau Bertens che ricerca il contesto e il significato del linguaggio visivo in modo sempre provocante e giocoso.
Un particolare fantastico? La possibilità di scegliere la busta in cui ricevere la rivista….

“Pickles” è un magazine di storie calcio con un nome dalla storia fantastica

Fondata nel 2011, “Pickles” è una rivista indipendente di calcio che celebra il meglio della cultura calcistica e fa luce sulle storie più interessanti cavacando un trend oramai molto diffuso di utilizzare lo storytelling su aspetti a prima vista secondari del mondo del calcio per renderli delle vere e proprie storie da leggere con calma.
Questo approccio lo si può notare anche dal titolo del magazine inglese. Pickles in italiano infatti potrebbe essere tradotto con un normale sottaceti ma non sarebbe davvero troppo facile e banale e quindi andiamo a scoprire il perché di qesto nome a prima vista molto strano per un magazine calcistico.
Siamo nel marzo del 1966, quattro mesi prima del calcio d’inizio della Coppa del Mondo prevista per quell’anno proprio in Inghilterra. Il 20 Marzo per la precisione, il Trofeo Jules Rimet – come allora si chiamava la Coppa del Mondo –  venne rubato mentre si trovava esposto alla Metodista Central Hall di Westminster in pieno centro a Londra.
Fortunatamente la latitanza si concluse dopo qualche giorno ed il colpevole – tale Edward Bletchley – fu arrestato. Il problema però era che non aveva con se il prezioso bottino e quindi la Coppa era sparita.
Dopo sette giorni di panico assoluto che si diffuse in tutta l’Inghilterra e oltre, proprio mentre il signor David Corbett stava portando come ogni giorno il suo cane a fare la passeggiata, ecco che il piccolo a quattro zampe trova dietro una siepe del giardino a Upper Norwood, nel sud di Londra, il tanto ambito trofeo.
Era il 27 marzo 1966 e quel cane dal simpatico nomignolo “Pickles”, passò alla storia per aver salvato il Mondiale, l’unico che ancora oggi è stato vinto proprio dall’Inghilterra.

David Corbett qualche anno fa sulla tomba del suo amato Pickles

“Pickles” si concentra sulla cultura che circonda il gioco, approfondisce le grandi storie di calcio ed i problemi che vanno anche oltre lo sport. Molta attenzione viene data al design, alla fotografia ed all’illustrazione per presentare le storie in modalità più coinvolgenti e originali
Di recente è uscito il numero 14 che, per i veri appassionati di calcio, rimanda ovviamente al genio con i capelli lunghi: Johan Cruyff.
L’impatto del VAR, la caduta e l’ascesa del Parma Calcio e la storia della rivalità calcistica più antica e più combattuta del mondo che si trova in Uruguay quando va in scena il Clásico.

Tra poco sapremo chi vincerà il premio di miglior magazine e miglior brand del 2017 per la Society of Publication Designers

Friday, May 4th at Cipriani 25 Broadway in New York City.

La Society of Publication Designers è una fondazione nata nel 1965 senza scopo di lucro dedicata a promuovere e incoraggiare l’eccellenza nella progettazione editoriale.
Come ogni anno, la Society of Publication Designers (SPD) ha annunciato i finalisti del 53° Annual Design Competition che vedrà la sua conclusione il 4 Maggio prossimo a New York.
Il concorso di progettazione editoriale di SPD celebra l’eccellenza nel design, nella fotografia e nell’illustrazione all’interno delle pubblicazioni cartacee e digitali.

I progetti caricati attraverso il sito on line di SPD sono suddivisi in 85 (!) di appartenenza, vengono giudicati da una giuria (qui trovate l’elenco dei giurati) composta da con due co-presidenti: Copresidenti: Tim Leong (Executive Editor di Entertainment Weekly) e Toby Kaufmann (Direttore esecutivo della fotografia in Refinery29) che sveleranno i vincitori il 4 maggio prossimo.
Rispetto al premio organizzato da STACK si può tranquillamente di re che SPD è molto più incentrato sui magazine statunitensi e soprattutto sulla produzione editoriale mainstream.
Per quanto riguarda l’Italia, facciamo assolutamente il tifo per Wired Italia, oramai semprè più assimilabile al cugino d’oltreoceano e a Rvm Magazine, avventura editoriale sulla “fotografia e altre narrazioni” interessantissima ed indipendentissima portata avanti da Agnese PortoGiammaria De GasperisFrancesca PignataroVeronica Daltri.

I finalisti per i premi di Magazine e Brand dell’anno sono:
The California Sunday Magazine, Garden & Gun, Gather Journal, Harvard Business Review, New York Magazine, The New York Times Magazine, Refinery29 e WIRED.

The California Sunday Magazine

 

Gather Journal

 

Gather Journal

I finalisti per il premio di Magazine cartaceo sono:
5280 Magazine, Accent, AFAR, American Builders Quarterly, APICS, ARCHITECT, Bloomberg Businessweek, Bon Appétit, The California Sunday Magazine, CHAOS, COMMOTION, Cooking Light, Condé Nast Traveler, Departures, Dwell Magazine, Earnshaw’s, Eight by Eight, Entertainment Weekly, ESPN The Magazine, Esquire, Eye Magazine, The FADER, Fast Company, FEED. Jerónimo Martins World’s Magazine, Footwear Plus, Gather Journal, Genome, Golf Digest, GQ, GQ Style, The Hollywood Reporter, Idea Book, In Touch Magazine, The JW Marriott Magazine, Men’s Health, Middlebury Magazine, MIT Technology Review, Mother Jones, National Geographic, National Geographic Traveler, Nature Conservancy Magazine, New York Magazine, New York Weddings, The New Yorker, The New York Times Magazine, Outside Magazine, Pacific Standard, Parents, Profile, Rhapsody Magazine, The Ritz-Carlton Magazine, Rvm Magazine, Smithsonian Magazine, Stanford Medicine, T: The New York Times Style Magazine, Tec Review, Texas Monthly, Vanity Fair, Washingtonian, WIRED, WIRED Italia e WSJ. Rivista.

“Prison Nation” dimostra come la vecchia carta sia molto più avanti della coscienza civile di uno stato considerato civile

Questa primavera, la rivista “Aperture” pubblicherà “Prison Nation”, affrontando il ruolo unico che riveste la fotografia nel creare una didascalia, una legenda visiva di quella che è oramai una vera e propria piaga nella società degli Stati Uniti d’America e cioè l’incarcerazione di massa.
Per chi ancora non la conoscesse, Aperture è una fondazione senza scopo di lucro che collega una vasta community di fotografi di tutto il mondo.
Creato nel lontano 1952 da fotografi e scrittori come terreno comune per il progresso della fotografia, Aperture oggi è un editore e una piattaforma per la comunità fotografica.
Ogni anno vengono prodotti 4 numeri dell’omonima rivista. ognuno dei quali incentrato su un tema diverso ma sempre attuale, tanto per capirci gli ultimi erano Future GenderElements of Style.
Questo coraggioso lavoro sulle carceri americane è progettato dal team di “Aperture” insieme a Nicole R. Fleetwood, studiosa di cultura visiva, fotografia, storia culturale black, studi di genere e femminista. I suoi articoli compaiono su African American Review e American Quarterly
“Prison Nation”, in uscita il 6 marzo 2018, parte dalla constatazione che ben 2,2 milioni di persone sono detenute negli Stati Uniti e 3,8 milioni sono in libertà vigilata e da qui Aperture inizia il suo viaggio fotografico in aulcune di queste storie.
“Prison Nation” dimostra ancora una volta come la carta, strumento considerato oramai superato da molti, riesca ancora ad essere – invece – avanti, molto più avanti di gran parte della società civile che tollera e convive con scempi e vergogne come quelli illustrati in queste pagine.

 

La guida definitiva per realizzare il tuo magazine indipendente

Conor Purcell è uno scrittore e editore che ha realizzato libri pluripremiati in tutto il mondo. I suoi testi e articoli sono apparsi ovunque da Esquire e Rolling Stone, da Foreign Policy a The Guardian.
Nella sua carriera ha creato diverse riviste tra cui la rivista di viaggi indipendente “We Are Here” e il trimestrale “We Are Dublin”.
Ha collaborato con numerosi brand a progetti editoriali tra cui Emirates, The Abu Dhabi Tourist Board, China Airlines, Air Macau, Al Ghurair Center, Jashanmal e Assilah Festival in Marocco.L’ultimo suo progetto è “The Magazine Blueprint“, forse la guida definitiva per creare la tua rivista indipendente. Un manuale pratico che riguarda tutto il processo di creazione e realizzazione di una rivista: dalla scelta del titolo, il supporto cartaceo e le dimensioni. Dal mail marketing, alla distribuzione e il percorso eventuale di crowdfunding.
Il tutto viene condito da interviste con editori, scrittori, designer, rivenditori, distributori e marketer.
Insomma, con questo lavoro Purcell si pone l’obiettivo di dare un punto di riferimento per aiutare chiunque a passare dall’idea all’esecuzione.
Il libro sarà disponibile entro la fine di Marzo e sarà presentato a Offset, la principale conferenza di creatività e grafica irlandese.
Il libro è disponibile per il pre-order qui proprio in questi giorni.
Oramai non avete più scuse.

 

“Backwash” è un magazine sul surf fatto da surfisti per surfisti

Backwash” è un progetto nato, come sempre più spesso succede, dalla passione di alcuni creativi per uno sport, in questo caso per il surf. Il team che sta dietro a questo nuovo magazine di cui è da poco disponibile il terzo numero, è composto da James Bowden, Dan Crockett, Noah Lane, Al Mackinnon, Chris McClean, Matt Smith e Mario Vassiliades.
È una pubblicazione da cui traspare chiaramente l’amore per questo sport che accomuna persone in tutto il mondo arrivando oramai ad essere un vero e poprio stile di vita con le proprie regole, i suoi riferimenti ed i propri stili.
176 pagine di carta accuratamente rilegata che a prima vista può sembrare organizzata in modo caotico e non del tutto leggibile, ma che rappresenta secondo me bene quello che è il mondo e la passione presenti in queste pagine.

“OOF Magazine”, una rivista sul calcio da sfogliare come un ricercato catalogo d’arte contemporanea

Il calcio, si sa, è la quintessenza dell’esperienza comunitaria, della passione condivisa, della fede irrazionale. In tutto il mondo – negli stadi, nei bar e nei salotti di casa – milioni di persone provano emozioni collettive guardando le proprie squadre scendere in campo. Ogni giorno il calcio riesce a realizzare con facilità talvolta data per scontata, ciò che l’arte cerca costantemente di fare con ben altri sforzi: far emozionare le persone.
L’arte de-costruisce il mondo, ci aiuta a capire cosa significa il tutto intorno a noi e tenta di offrire nuove prospettive ai nostri sguardi. per questo oggi vi parlo di “OOF magazine“, questo nuovo progetto inglese che unisce in un modo quasi naturale, arte e pallone.
Gli artisti che vedrete all’interno di “OOF” tentano appunto di semplificare il messaggio e l’esperienza calcistica per ridarle senso, per mostrare i perché questo sport riesca ad infiammare così tante persone in tutto il pianeta.
La pubblicazione londinese ha appena pubblicato il suo primo numero in cui, oltre ai lavori di artisti del calibro di Chris Ofili, Hans Ulrich Obrist, Rose Wylie e Petra Cortright e un’affascinante storia di un murale di Zagabria che raffigura Zvonimir Boban che combatte con la rivolta polizia.
L’idea originale di “OOF Magazine” è del fondatore e direttore Eddy Frankel a cui, in seguito, si sono aggiunti Justin Hammond e sua moglie Jennie, che a Londra gestiscono la grande galleria d’arte moderna J Hammond Projects. Un geniale designer chiamato Simon Whybray ha fatto l’iniziale direzione artistica e Tom Havell, che è il capo del design europeo di Time Out, ha fatto tutto il layout.
“OOF magazine” una via di mezzo fra un catalogo di una sofistica mostra d’arte e un magazine specialistico sul calcio e questa comunione rende le 72 pagine di cui è composto, interessanti, originali e per tutti i gusti.

“New Philosopher” è il magazine che cerca la strada di migliorare la vita attraverso la filosofia

New Philosopher” è una rivista trimestrale indipendente dedicata all’analisi ed alla esplorazione di temi e personaggi della filosofia passati e presenti. L’obiettivo – ambizioso – che si pone la rivista è quello di accompagnare i lettori nella scoperta di nuove modalità e percorsi utili a vivere un’esistenza più felice e libera.
Per questo, nella loro presentazione viene riportato una famosa citazione del filosofo Seneca che, parlando delle difficoltà di vivere felici dice:

Non è che abbiamo poco tempo da vivere, ma che ne sprechiamo molto. La vita è abbastanza lunga e ci è stata donata una quantità sufficientemente generosa di tempo per ricercare e ottenere i massimi risultati, questo però solo se riusciamo a viverla al meglio. Ma quando il nostro prezioso tempo viene sprecato nel lusso o speso in attività frivole, siamo costretti a raggiungere la nostra fine e a rendersi conto che la nostra esistenza è passata prima che sapessimo che stava passando. La vita è lunga se sai come usarla.

“New Philosopher” si rivolge a coloro che hanno studiato e conoscono la filosofia, agli accademici, ma anche a coloro che non hanno basi teoriche o studi approfonditi. Introdurre idee filosofiche che sfidano il pensiero e il condizionamento contemporanei è la sfida di questo magazine che alla base si pone una fatidica domanda:”I nostri pensieri e le nostre aspirazioni sono veramente nostri?”
“New Philosopher” è libero e veramente indipendente visto che si auto finanzia attraverso gli abbonamenti e le vendite. Non ci sono sponsorizzazioni o altri aiuti economici da parte di terzi come orgogliosamente rivendicano nella frase:”Non abbiamo affiliazione con i grandi media o altre società”.
Vincitrice di numerosi premi fra lo Stack Awards 2016  per il miglior uso dell’illustrazione, il magazine è attualmente alla sua uscita numero 19 dal titolo “Life”. Riflettere sul significato della vita non è solo l’attività dei filosofi, lo è anche dei bambini, degli adolescenti con il cuore spezzato e gli ottantenni che sentono piano piano la vita allontanarsi.

 

Un magazine di fotografia parigino che vuole riscoprire l’Europa ed i suoi protagonisti

Anche l’occhio vole la sua parte ed il mondo delle riviste indipendenti questo lo sa bene vista la cura e l’attenzione, in alcuni casi maniacale, che viene posta nei confronti della forma estetica di questi prodotti editoriali.
Il magazine che vi proponiamo oggi, “The Eyes“, proviene da Parigi ed è un progetto fotografico di un team di persone dai percorsi professionali più disparati:

  • Vincent Marcilhacy, editore e fondatore della casa editrice Aman Iman Publishing;
  • Guillaume Lebrun, fotografo ed insegnante;
  • David Marcilhacy, professore in editoria e ricerca nei campi della cultura e della politica all’Università Paris-Sorbonne. Ha vissuto e lavorato in Francia, Spagna e Turchia, sviluppando attività di insegnamento;
  • Remi Coignet, caporedattore della rivista The Eyes dedicata all’Europa e alla fotografia. Nel 2014, ha pubblicato i due volumi di “Conversations” con sue interviste a fotografi, editori e designer;
  • Arnaud Bes de Berc, responsabile di tutti gli adattamenti digitali del progetto The Eyes,
  • Véronique Prugnaud, attraverso Redbox Prod Véronique Prugnaud supporta e consiglia strutture culturali nello sviluppo, produzione, pubbliche relazioni o raccolta fondi per i loro eventi, fiere, festival, riviste e mostre.

Arrivato alla sua ottava uscita, “The Eyes” ha da poco cambiato radicalmente il  proprio impatto visivo, direi quasi la propria concezione di base.
Un riposizionamento drastico per questa pubblicazione annuale dedicata alla fotografia documentaria e artistica che vuole proporre il magazine come un oggetto originale e unico, direi quasi da collezionare.
Una rivista importante, di ben 208 pagine dove ogni anno un curatore viene invitato a lavorare su un argomento specifico, in quest’ultimo numero si tratta di dello storico della fotografia francese, Michel Poivert che si occuperà di «Nuove storie fotografiche».
Nella descrizione della rivista mi ha colpito, soprattutto alla luce dell’aria che sembra tirare, la chiara e testuale dichiarazione d’intenti del magazine dove si legge che “The Eyes”

cerca di rivelare il senso della nostra Europa attraverso la lente di ingrandimento della fotografia con i suoi infiniti e diversissimi approcci alla creazione visiva e all’esplorazione..  mettendo in risalto i collegamenti tra i vari e diversi protagonisti della società in cui viviamo.