Con Plastic Paper si esplora il design contemporaneo attraverso i sacchetti di plastica di New York

Plastic Paper esplora le “urban flotsam” della cultura del design dei sacchetti di plastica a New York City

Come spesso accade il bello, l’originale e più in generale l’arte, può trovarsi in luoghi e oggetti che solitamente ci passano per mani, a prima vista anonimi e senz’anima.
Sta proprio qua uno degli aspetti più intriganti del progetto che oggi mi piace presentarvi, un progetto dal titolo Plastic Paper.
L’autore di Plastic Paper è Sho Shibuya – che gestisce lo studio di design a Brooklyn, Placeholder – ed ha concepito l’idea dopo essersi trasferito a New York nel 2011 e sopratutto dopo essere rimasto sconvolto dalla quantità di sacchetti di plastica disseminati per le strade dell’intera città.
Uno degli aspetti assurdi e interessanti che hanno colpito Sho è l’infinita gamma e tipologia dei diversi design e, ancora più particolare, i motivi e gli stili grafici che proprio nei sacchetti si scoprono ricorrenti.
Plastic Paper è divenuto quindi un libro di 144 pagine piene di fotografie iconiche scattate da Vanessa Granda e Henry Hargreaves che catalogano le loro scoperte di questo tipo, raccolte in quasi sette anni.

I sacchetti di plastica sono espressioni anonime di un mondo di design, afferma l’autore Sho, li vedi appesi al manubrio della bici di ogni fattorino, sono impigliati tra gli alberi senza foglie o sono avvolti attorno alle selle di cuoio dei ciclisti.
I sacchetti di plastica dunque come pezzi del paesaggio visivo della Grande Mela tanto quanto il brand I Love New York di Milton Glaser o la mappa della metropolitana di Massimo Vignelli e questo è ancora più chiaro se messi a confronto con lo stesso materiale ritrovato in altre città.
Ma Plastic Paper non è solo una celebrazione del graphic design fatto attraverso i sacchetti di plastica e di come questi testimonino l’importanza delle grafiche che vengono riproposte ancora e ancora negli anni. Si tratta anche però di evidenziare e porre l’attenzione sul problema delle materie plastiche e di come queste stanno distruggendo il nostro ambiente.
Non è infatti un segreto che i sacchetti di plastica monouso stanno soffocando le nostre città e l’intero nostro pianeta.
Questo libro è perciò anche un atto di sensibilizzazione per diffondere una maggiore attenzione verso gli oggetti che usiamo ogni giorno, spronando tutti verso un loro maggiore riutilizzo ed un minore spreco.
Come ulteriore parte del progetto, l’artista Anna Roberts ha ricreato alcune delle fotografie dei sacchetti di plastica di Vanessa Granda, trasformandole in dipinti.
Tutti i proventi della vendita di Plastic Paper andranno devoluti a Parley, un progetto di sensibilizzazione verso la cura degli oceani e del loro habitat naturale.

Un magazine grafico sul mondo del surf ma non solo per surfisti

Oramai le giornate si stanno allungando e la luce del sole illumina sempre più queste settimane che ci accompagnano verso la primavera.
E’ proprio in questo periodo di risveglio generale che si inizia a pensare all’estate e di conseguenza al mare ed alle spiagge.
Ci sono poi coloro i quali al mare non rinunciano mai, giorno dopo giorno, estate e inverno, sempre.
Questi strane figure sono i surfisti, un misto di figure leggendarie e romantici amanti della natura.
Proprio per loro è pensato il magazine che vi presento oggi e che, nonostante sia attivo già da qualche mese, ho scoperto casualmente da pochi giorni: Twenty.
Twenty è una rivista di grande formato che si pone l’obiettivo di raccontare storie del lato più nascosto del surf.
Il primo numero uscito nel Settembre 2018 presenta la spiaggia di Trestles vicino a San Clemente, in California e si mette subito in chiaro l’approccio originale al tema del surf con una breve storia a fumetti dell’illustratore Alvar Sirlin ed un interessante articolo dal titolo Surfer in Chief in cui la parte grafica curata dall’illustratore newyorchese Xiao Hua Yang, mostra di avere molta importanza all’interno del progetto editoriale di Twenty.

Twenty #1
Twenty #1
Twenty #1

Il secondo numero di Twenty Magazine parla invece della spiaggia di North Shore a Oahu, nelle Hawaii e presenta il pezzo intitolato Facing Pipeline illustrato da Ignacio Serrano.

Twenty #2
Twenty 2

Tra pochi giorni è prevista l’uscita del terzo numero di cui è stata da poco svelata la splendida cover e che non vediamo l’ora di sfogliare..

Twenbty #3

Pete Millar e la leggenda dei fumetti hot rod (pt.2)

..ed eccoci di nuovo a parlare di Pete Millar e dei suoi mirabolanti fumetti hot rod.. ripartiamo dunque..

Questo suo progetto lo impegna per tutti gli anni Settanta dove la Millar Publications si espande producendo quella che forse è una delle riviste di riferimento ancora oggi della kustom kulture.
Millar, oltre ad essere un abile disegnatore è da sempre un ottimo scopritore di talenti tanto che con la sua casa editrice produsse anche quattro numeri per la rivista rivista Big Daddy Roth Magazine.

“Big Daddy” Ed Roth pubblicato da Peter Millar – 1964
“Big Daddy” Ed Roth pubblicato da Peter Millar
“Big Daddy” Ed Roth pubblicato da Peter Millar

Il primo numero di Dragtoons ha debuttato nel giugno del 1963 dopo che Millar si è assicurato un accordo con un distributore per coprire i costi editoriali anticipati e le spese di spedizione.
Nel 1966, Millar pubblicò uno degli autori fondamentali di tutto il fumetto underground, quel Wonder Wart-Hog di Gilbert Shelton di cui vi ho già parlato QUI diventando l’anello di congiunzione con la nascente editoria underground di stampo controculturale.
Entrambi i progetti, quello di Ed Roth e di Shelton, non ebbero però i successi sperati, forse perché estremamente innovativi sia per i contenuti che soprattutto per la parte grafica e questo portò all’editore Millar problemi economici.

Dragtoons – 1963
Dragtoons – 1964
Dragtoons – 1964

Nel 1968, Millar, la moglie e le tre figlie lasciarono gli Stati Uniti e viaggiarono attraverso l’Europa, vivendo in Svezia e in Spagna, visitando la Finlandia, l’Unione Sovietica e altri paesi del blocco orientale e del Mediterraneo.
Millar ha finanziato gran parte del viaggio attraverso il lavoro di illustrazione che nel mentre inviava a molte riviste iniziando anche a comentarsi con la pittura ad olio e di scultura con il bronzo.
Tornato negli States dopo 3 anni, Millar riprende la sua attività ma in tono minore, lasciando sempre più spazio ai suoi interessi e passioni.

Peter Millar è quindi una figura fondamentale nella storia dell’editoria underground e un gigante nel mondo del comix hot rod.
Ha saputo ritrarre le personalità ed i caratteri di un mondo – quello delle hot rod – in maniera perfetta e sopraffina, con tutti i loro manierismi e dettagli grafici e caratteriali.
Oltre a questo, come detto, la sua figura si staglia come un gigante nella storia dell’editoria underground americana grazie ai talenti scovati e lanciati, alle numerose avventure editoriali ed alla costante ricerca di nuove strade per diffondere una cultura che prima di lui era marginalizzata agli addetti ai lavori.
L’influenza del lavoro di Millar sui colleghi è enorme. Uno dei suoi più grandi ammiratori è Peter Bagge (leggi QUI), che per tanti lettori incarna molti degli stessi valori artistici di Millar.
Nel 1993 Millar riappare sulla scena delle corse automobilistiche partecipando alla  California Hot Rod Reunion di quell’anno.
Ha inoltre contribuito, al termine della sua carriera, alla presentazione della raccolta di libri del lavoro automobilistico di Alex Toth, One for the rod e ha riunito molti dei suoi lavori in libri indipendenti venduti attraverso il suo sito web con lo slogan promettente Comic Books Are Back.
A testimoniare il suo ruolo di riferimento è stato designato come “il fumettista più venerato di drag racing” dal Museo Hot Rod in Ontario, California dove sono esposti alcuni dei suoi lavori.

Pete Millar è morto il 28 febbraio 2003 e le sue ceneri sono state disperse a Green Hills a Palos Verdes.

Pete Millar e la leggenda dei fumetti hot rod (pt.1)

Pete Millar è stato un fumettista, illustratore e pilota di dragster statunitense.
Una delle sue creature di maggior successo è stata la rivista Cartoons, pubblicazione americana di fumetto satirico dalla grafica hot rod. Ideata e prodotta insieme all’amico Carl Kohler, Cartoons è stata pubblicata come trimestrale a partire dal 1959.

Peter Millar

Cartoons si inserisce in quel filone di editoria underground che comprendeva anche titoli simili quali CYCLEtoons (dal 1968 al 1973), SURFtoons, Hot Rod Cartoons (dal 1965)Choppertoons, rivista oramai leggendaria uscita in soli 3 numeri.

CYCLEtoons 1970
CYCLEtoons 1972
SURFtoons 1967
SURFtoons 1968
Hot Rod Cartoons 1970

Tutti questi prodotti erano pubblicati dalla Robert E. Petersen Publication, una vera leggenda vivente nel mondo della kustom kulture, che nel 1994 ha addirittura realizzato il Petersen Automotive Museum nei dintorni di Los Angeles.

Petersen Automotive Museum – by David Zaitz

Queste riviste erano una vera bomba per il pubblico dell’epoca ed hanno contribuito ad allargare il target di riferimento anche al di la dei soli appassionati di hot rod.
Articoli più o meno curati, fumetti, guide pratiche per creare nuovi fumetti e nuove illustrazioni tipiche del genere e molto altro ancora.

Cartoons – 1959
Cartoons – 1961
Peter Millar su Cartoons

Nel primo numero fa la sua comparsa il fumetto, Rumpsville: The Saga of Rumpville, illustrato da Millar che fu l’inizio di un’interminabile serie di fumetti, personaggi e storie che hanno fatto la storia della kustom kulture statunitense divenendo dei veri e propri cult anche per i collezionisti di oggi.
Rumpsville è un termine che diviene immediatamente gergale nel momndo delle hot rod e sta ad indicare il paradiso dell’hot rod.
Ma cerchiamo di definire la storia di Millar.
Peter Millar nasce il 14 dicembre 1929 e si forma come ingegnere anche se nutre da sempre il sogno segreto di diventare un fumettista e un editore a tempo pieno.
Nel 1953 si trasferisce da San Diego a Los Angeles ma i suoi lavori vengono rifiutati da tutti gli editori a cui li propone.
La prima striscia pubblicata da Millar fu Arin Cee, prodotta per la rivista Rod & Custom a partire dal 1955 e proseguita fino agli anni ’60.

Arin Cee di Peter Millar

Come detto il suo successo iniziale è dovuto a Cartoons, dove insieme a lui, vengono lanciati moltissimi artisti poi approdati a magazine e riviste più conosciute e famose. E’ bene ricordarne alcuni: Alex Toth, Russ Manning, Willie Ito, Dale Hale, George Trosley , John Kovalic, Shawn Kerri (una delle pochissime donne che hanno disegnato per la rivista), John Larter, Robert Williams, William Stout.

Krass & Bernie di George Trosley

Millar ha lavorato a Cartoons fino al 1963 quando la rivista divenne Hot Rod e lui fu sostituito Tom Medley che lo aveva creato il personaggio di Stroker McGurk.

Stroker McGurk di Tom Medley per Hot Rod Magazine

Cartoons è stata senza dubbio una delle storie di successo più improbabili nella storia dell’editoria underground del ventesimo secolo e, da sola, ha garantito a Millar un posto nella storia del fumetto.
Cartoons ha infatti raggiunto numeri di vendita altissimi per il genere ed il periodo offrendo a giovani fumettisti della West Coast spazio e possibilità di sperimentare.
Cartoons ha delineato lo standard per il fumetto umoristico del settore automobilistico, caratterizzato da uno stile di disegno forte tipico della grafica hot rod e che si poneva in netto contrasto con i fumetti d’avventura del periodo.
All’interno di Cartoons comparvero pagine di lettere inviate dai soldati in Vietnam o direttamente dai lettori che catturavano l’umore dei tempi come in seguito avrebbero fatto tutte le pubblicazioni underground.
E’ nel giugno del 1963 la decisione di Millar di fondare la rivista DRAGtoons con la sua casa editrice, la Millar Publications che ne pubblica 49 numeri di  tra il 1963 e il 1968…

..altro, molto altro, vi aspetta domani, ci siete??

Punk magazine ovvero la scena punk sbarca a New York

Punk era una rivista musicale molto vicina allo stile fanzinaro, creata dal fumettista John Holmstrom e prodotta dall’editore Ged Dunn insieme al critico musicale Legs McNeil nel 1975.
Proprio dalle pagine di Punk magazine emerge con tutta la prepotenza del periodo, il genere musicale denominato Punk rock, definizione coniata pochi anni prima dalla rivista di Detroi Creem.
Il gruppo fondante di Punk era la perfetta unione di varie influenze che a metà degli Settanta stavano uscendo dalla penombra: un mix di musica ruvida quale quella degli Stooges di Iggy Pop, The New York Dolls e The Dictators ed un’estetica molto devota al mondo del primo fumetto underground come Zap Comix e Mad magazine.
Solo qualche anno più tardi, fu proprio Holmstrom a consegnarci quella che – a mio avviso – resta la migliore definizione di Punk Magazine, e cioè “la versione stampata di The Ramones”.
Fu grazie a Punk che la scena musicale – e non solo – legata allo storico locale  CBGB di New York cominciò ad essere conosciuta un pò in tutti gli States ed a diffondere vere e proprie tendenze, stili e, senza rischio di esagerare, un nuovo stile di vita indipendente e underground.
Punk ha pubblicato 15 numeri tra il 1976 e il 1979, oltre a un numero speciale nel 1981, più molti altri numeri nella sua seconda vita dopo gli anni 2000.
Le sue copertine comprendevano tutto il meglio della musica del periodo: dai Sex Pistols a Iggy Pop, da Lou Reed a Patti Smith e Blondie.
La rivista divenne in breve tempo uno strumento per far conoscere la scena musicale underground di New York e soprattutto il punk rock che si ascoltava in locali quali appunto il CBGB, ma anche lo Zeppz ed il Max’s Kansas City.

CBGB – New York
Max’s Kansas City – New York

Punk è riuscito a unire alcuni dei migliori fumettisti underground del periodo come lo stesso Holmstrom, Bobby London e un giovanissimo Peter Bagge lasciando però che le pagine fossero completate anche da un giornalismo dallo stile molto pop e diretto che rese la rivista molto diversa dalle altre del periodo che, dopo anni di dura appartenenza al mondo underground, mostravano cenni di stanchezza cercando nuove strade e stili. proprio questo giornalismo ha portato alla ribalta uno nuova generazione di scrittori, artisti e fotografi che non venivano presi in considerazione dalle testate come Rolling Stone e Creem che viaggiavano oramai su tirature di ben altro tipo.
Questi giovani talenti mossero i loro primi passi proprio su Punk magazine, scrittori e registi quali come Mary Harron (Ho sparato a Andy Warhol e American Psycho), la poetessa Pam Brown, artisti com il Buz Vaultz di Vampirella, Anya Phillips ovvero una delle prime ballerine hardcore del CBGB e il grande critico musicale Lester Bangs allora poco più di un ragazzo.
Nel 1977 Dunn e McNeil lasciano il progetto e al loro posto arrivano l’art director Bruce Carleton, Ken Weiner e Elin Wilder, una delle poche personalità di colore coinvolte nella scena punk rock del periodo.
Figura centrale nell’intero percorso editoriale di Punk è senz’altro John Holmstrom.
Nato nel 1954, Holmstrom è un fumettista e scrittore underground americano noto soprattutto per aver illustrato le copertine di band storiche quali Ramones Rocket in Russia e Road to Ruin.

Ramones – Rocket in Russia (1977)
Ramones – Rocket in Russia (1977)
I Ramones con McNeil e John Holmstrom di PUNK

Grande successo ebbero anche alcuni dei suoi personaggi, Bosko e Joe inizialmente pubblicato nella rivista Scholastic’s Bananas.

Bosko
Photo: johnholmstrom.com
Bosko
Photo: johnholmstrom.com

Come detto, all’età di soli 21 anni è tra i fondatori di Punk magazine ed in seguito collabora con altre testate tra cui The Village Voice, K-Power, Heavy Metal e High Times.
Nel 1986, Holmstrom ha lavorato al numero speciale di Spin magazine contribuendo alla creazione della cronologia del punk rock basata sui fumetti che ne hanno accompagnato la storia.Come detto, Punk è uscito per pochi numeri nuovamente nel 2007 ma il tempo era passato e l’underground con lui.

Punk magazine #1 – 1975
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #2 – 1976
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #6 – 1976
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #11 – 1977
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #11 – 1977 interno
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #15 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #15 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com
Punk magazine #16 – 1978
Photo: brucecarleton.com

La vera storia del Flying Eyeball (pt.2)

Eccoci dunque alla seconda parte della storia del famoso flying Eyeball.
Eravamo rimasti addirittura ad una scenografia di Salvator Dalì del 1944 utilizzata anche nella cover di Topolino del 2010 e da li riprendiamo..

Colui che infatti ha lavorato con più continuità nell aprima parte del Novecento sul tema del flying Eyeball è Tomaso Buzzi, disegnatore che utilizzava come strumento una modestissima penna a sfera Bic, ambidestro che disegnava gli schizzi con una mano, correggendoli contemporaneamente con l’altra.
Buzzi scelse, in omaggio a Leon Battista Alberti, come suo emblema proprio l’occhio alato e, all’interno del Theatrum Mundi, un grande anfiteatro in Umbria acquistato da Buzzi per i suoi strani ed affascinanti spettacoli, costruì intorno agli anni Cinquanta un suo mondo dell’assurdo e della simbologia. Eì proprio qua che ritroviamo nuove traccie del flying eyeball, questa volta addirittura in muratura.

Theatrum Mundi – Montegiove in Umbria

Ma è proprio a metà del Novecento che l’occhio alato entra di diritto nella grafica underground e lo fa con uno dei suoi pionieri, Kenny Howard, che molti di voi forse conosceranno per il suo nome d’arte: Von Dutch.
Il famoso logo flying Eyeball diventa ben presto il marchio di fabbrica della sua attività di illustratore con la tecnica del pinstriping.
Von Dutch ha modificato la versione filaretiana dell’occhio alato rendendola vicina ai fumetti di Basil Wolverton ed a tutta la cultura underground vicina alla kustom kulture.

Von Dutch – flying Eyeball
Von Dutch – flying Eyeball

Il flying Eyeball è quindi diventato icona, quasi leggendarie sono le sue diverse declinazioni prodotte dal grande Rick Griffin per poster, fumetti o copertine di riviste.

Rick Griffin – poster
Rick Griffin – Surfer magazine
Rick Griffin – poster

Infinite sono diventate negli anni le illustrazioni riportanti l’occhio alato fino a conquistarsi anche spazio in alcuni media mainstream – basti pensare alla cover di Dylan Dog del 1992 – ma rimanendo orgogliosamente underground e misteriosa.

Angelo Stano – Dylan Dog n. 73 – 1992

Uno degli ultimi casi di utilizzo del flying Eyeball appartiene all’illustratore e fumettista Jesse Jacobs nel suo Safari Honeymoon.

Jesse Jacobs – Safari Honeymoon – 2015

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Yoshihiro Togash in Yu degli Spettri, n. 4 – 2001
Naoto Hattori
Santa Cruz Skateboard
Jim Phillips – flying Eyeball
KUSTOM KULT STUDIO Dave Parmley
Till Bleifuß
Akire Yonekawa

La vera storia del Flying Eyeball (pt.1)

Ci sono delle immagini che diventano nel tempo delle vere e proprie icone ed a cui sembra impossibile fare a meno, questo è il caso, nel mirabolante universo della grafica underground, del famoso Flying Eyeball ovvero l’occhio alato.
Proviamo perciò a ricostruirne un pò la storia, andandop a scavare dall’antichità ai giorni nostri attraverso esempi più o meno conosciuti di utilizzo di questa immagine diventata nel frattempo sinonimo essa stessa di underground.
L’immagine dell’occhio alato viene comunemente fatta risalire all’italianissimo Leon Battista Alberti che rimandando all’iconografia egizia dell’occhio di Horus, simbolo della prosperità, del potere regale e della buona salute, riporta questa effige in una moneta datata 1446-1450 circa accompagnata dalla dicitura Quid Tum – allora dunque – un motto della retorica ciceroniana.

Leon Battista Alberti by Matteo de Pasti (1446-50)

Questo occhio, contornato da ciglia simili a raggi del sole, di due ali e di una strana coda che lo rassomiglia ad un serpente, ritorna anche nell’opra – sempre dell’Alberti – dal titolo Philodoxeos fabula ed ha ricevuto molte interpretazioni ma da sempre rimane il suo mistero del suo significato originario.

Leon Battista Alberti – Philodoxeos fabula

Secondo lo storico dell’arte tedesco Edgar Wind questa immagine rimanda ad un occhio terribile, un occhio giudicante e, quindi, divino, ma siamo anche di fronte a un occhio di forma chiaramente umana e perciò, in quanto tale, limitato e terreno.
Rintracciare dove e come Alberti abbia inventato quest’immagine è materiale ancora oggi di studi, ma è chiaro che nel 1543 – 71 anni dopo la morte di Leon Battista Alberti – nel volume dal titolo Hieroglyphica di Orapollo, compare una nuova immagine simile a quello che noi chiamiamo flying Eyeball.

Hieroglyphica di Orapollo – 1543

Altro riferimento si trova nel 1464 all’interno del Trattato di Architettura di Filarete dove compare quello che effettivamente appare come una delle figure più simili al flying Eyeball che inonda l’estetica underground dal 1960 ai giorni nostri.

Filarete – Trattato di Architettura – 1464

Leggendo il testo di Giuliano Martufi e Ruggero Zanin Sei lezioni su L.B. Alberti e Le Corbusier scopriamo che Filarete presenta due distinte interpretazioni dell’occhio alato: una, con le ali sovrapposte, che possiamo dire albertiana ed un’altra, in cui l’occhio è visto quasi frontalmente e con le ali dispiegate, propriamente sua che verrà definita appunto filaretiana.
Questa seconda immagine è quella che otterrà maggior fortuna nei secoli a seguire e che arriverà dritta dritta fino a noi.
Se proprio vogliamo essere maniacali e approfondire la nostra ricerca davvero ai dettagli ed agli elementi nascosti e misteriosi, scopriamo che in un dipinto di Giorgio Vasari del 1540 dove viene ritratto proprio Leon Battista Alberti, possiamo scovare dei particolari interessanti, un pò in stile trova il particolare…

Giorgio Vasari – Leon Battista Alberti – 1540

Forse non è così chiaro da notare, forse non è nemmeno proprio un occhio alato come lo intendiamo noi, ma da molti studiosi è stato appurato che questo fosse un modo di Vasari per apporre lo stemma scelto per la propria persona dallo stesso Alberti nel ritratto.
E quindi ecco di nuovo il famoso flying Eyeball.

Giorgio Vasari – Leon Battista Alberti – 1540 (particolare)

Andando spediti verso i giorni nostri, troviamo invece una nuova rivisitazione del tema occhio alato da parte del grande incisore Odilon Redon che nel 1878 realizza il dipinto dal titolo Œil ballon dove si vede chiaramente la presenza del nostro misterioso occhio..

Odilon Redon – Œil ballon – 1878

Arriviamo al nostro secolo e troviamo, manco a dirlo, Salvator Dalì che nbel 1945, dipinge un olio per uno studio da adattare per il film di Alfred Hitchcock Io ti salverò.
In questo caso, seppur sprovvisto di ali, l’enorme occhio del re del del surrealismo vola e si muove a pochi metri da terra.

Salvador Dalí – Io ti salverò – 1944

L’occhio di Dalì è stato poi ripreso anche nelle pagine del noto Topolino, che nel numero 2861 del 22 settembre 2010 dal titolo Disney incontra Dalí nelle pagine del fumetto, riporta l’occhio ancora però sprovvisto di ali.

Topolino – n. 2861

Ecco, se siete arrivati fino a quyi, credo proprio che non vi perderete la seconda ed ultima parte di questa storia affascinante che arriva dritta dritta fino a noi ed al nostro mondo attraverso altri personaggi e soprattutto altri occhi alati….

Sex to Sexty è davvero la rivista più volgare mai stata stampata?

Sex to Sexty è stata una rivista di satira per adulti pubblicata ad Arlington, Texas dal 1964 al 1983 da John W. Newbern, Jr. e Peggy Rodebaugh sotto la direzione artistica di Lowell Davis con i rispettivi pseudonimi di Richard o Dick Rodman, Goose Reardon e Pierre Davis.
Vale la pena dedicare due righe aJohn Newton, editore della rivista, che nei primi anni Sessanta gestiva un’azienda in ottima saluta che stampava slogan su posaceneri, penne, tazze da caffè ed altri gadget. Tuttavia è interessato al mondo nascente dei fumetti underground e, con l’ottica di creare una rivistina satirica, acquista per la cifra di 10.000 dollari una collezione privata di libri di barzellette ordinati in schedari e suddivisi in base ai diversi temi trattati come, per esempio, un uomo ed una donna su un’isola deserta, desideri sessuali oppure moglie tradita.
Da questo materiale, e con l’aiuto di altri amici, nasce Sex to Sexty stampato a proprie spese da Newton e diffuso inizialmente sfruttando la rete di distribuzione dei suoi gadget per arrivare negli anni anche ad una tiratura di 250.000 copie in tutti gli Stati Uniti.
Il contenuto di questa strana e per certi versi rivoluzionaria rivista era una miscela di doppi sensi audaci, strambe poesie e brevi scritti a sfondo erotico e satirico.

Sex to Sexty #1 – 1965
Sex to Sexty #2 – 1965
Sex to Sexty #4 – 1965
Sex to Sexty #6 – 1965
Sex to Sexty #8 – 1965
Sex to Sexty #9 – 1965
Sex to Sexty #10 – 1965
Sex to Sexty #11 – 1965
Sex to Sexty #13 – 1965
Sex to Sexty #16 – 1965

La rivista è stata inoltre la palestra per fumettisti quali lo stesso Lowell Davis, ma anche Bill Ward e Bill Wenzel.
Alcuni critici hanno definito Sex to Sexty la rivista più volgare mai stata stampata, altri invece la considerano l’ultimo vero esempio di rivista per adulti mentre per altri ancora era un classico esempio della tipica editoria americana leggera e satirica.
Nata nel 1964 in piena rivoluzione sessuale, quando le menti si stavano aprendo ed i tabù stavano disgregandosi, termina le sue uscite nel 1983 quando invece, in pieni anni Ottanta, il disgraziato politically correct americano di Reagan & co. ha reso questo tipo di satira socialmente inaccettabile.
A prescindere però da come la si pensi in proposito, Sex to Sexty è stato un progetto editoriale coraggioso per la sua provocatorietà, talvolta gratuita certo,  ma certamente coerente con l’obiettivo iniziale di trattare argomenti considerati pruriginosi in maniera leggera e divertente.

Sex to Sexty #30 – 1965
Sex to Sexty #35 – 1969
Sex to Sexty #5 – 1970
Sex to Sexty #35 – 1965

Dopo i primi anni in cui le cover sono chiaramente influenzate dalla grafica psichedelica del periodo, gran parte delle copertine successive di Sex to Sexty erano disegnate da Pierre Davis, dipinte ad olio per ogni numero.
All’interno di Sex to Sexty, nel corso degli anni, hanno scritto e disegnato numerosi nomi in seguito divenuti famosi anche al grande pubblico: il critico e studioso di cultura popolare americana Gershon Legman ed il fumettista Bill Ward, che aveva iniziato la sua carriera professionale illustrando le cosiddette beer jackets, ovvero le giacche da birra, un tipo di giacca di jeans diffusa nelle confraternite universitarie su cui venivano disegnati testo e disegni sul retro.
Proprio Ward avrà negli anni un discreto successo nel mondo dei fumetti per adulti e nell’editoria pulp con il suo stile tipicamente americano fatto di curve e vestiti ridotti all’osso per donne provocanti e irrimediabilmente sexy.

Bill Ward
Bill Ward

Insieme a Ward, l’altro illustratore di punta di Sex to Sexty è Bill Wenzel che invece si contraddistingue da uno stile più vicino all’estetica anni Cinquanta con donne, comunque prosperose e ammiccanti, ma molto più stilizzate e geometriche rispetto a Ward.

Bill Wenzel
Bill Wenzel

Grazie al lavoro di ricerca e studio, oggi è possibile sfogliare gran parte della produzione di Sex to Sexty nell’omonimo volume edito da Taschen ed acquistabile QUA dove vengono riprodotte tutte le 198 copertine della rivista e molti dei dipinti che le accompagnavano.
I due autori, Mike Kelly e Dian Hanson, categorizzano in queste pagine tutti i grandi temi trattati nei fumetti di Sex to Sexty con i loro titoli a metà fra il sensazionalistico e il satirico fra i quali Stinkfinger, Incest on the Best, Cannibal Cuisine, e I Love Ewe!
Crudo, irriverente, sempre sfuggente alla temutissima censura e tipicamente americano nel linguaggio e nella sua estetica sempre sopra le righe, Sex to Sexty non risparmia nessuno dei temi caldi del tempo: il sesso, gli orientamenti  sessuali, l’appartenenza a minoranze etniche.

Frank Rudolph Paul, ovvero il grafico fra il pulp e la fantascienza

Qualche settimana fa vi ho presentato QUI Karel Thole e la sua grafica rivoluzionaria nel mondo dell’editoria di fantascienza.
Il personaggio di oggi appartiene a questo filone della grafica indipendente pur con le sue dovute e specifiche differenze sia stilistiche che soprattutto temporali visto che Frank Rudolph Paul è forse uno dei primi illustratori ad aver dato al genere science fiction le caratteristiche che per molti anni lo hanno caratterizzato.
Paul è stato innanzitutto un illustratore americano di riviste pulp ma appunto sempre sottolineando il suo amore per la fantascienza.
Paul è una scoperta di quel genio di Hugo Gernsback, inventore, editore e scrittore a cui viene generalmente riconosciuta proprio la paternità del genere science fiction con la rivista Amazing Stories.


Paul è stato un illustratore fondamentale nel definire lo stile sia delle copertine che più in generale della grafica degli interni dei nascenti libri di quel sottogenere definito poliziesco di fantascienza che riscuoteva molto successo negli anni ’20.
La storia di Paul inizia il 18 aprile 1884 a Radkersburg, in Austria-Ungheria da padre ungherese e madre Cecoslovacca.
Emigrato negli Stati Uniti nel 1906, nel 1913 sposa Rudolpha Costa Rigelsen con cui ha ben quattro figli.
Studia arte a Vienna, Parigi e New York dove inizia a lavorare per il Jersey Journal dovesi occupa di progettazione grafica.
Proprio Hugo Gernsback lo assume nel 1914 per illustrare The Electrical Experimenter, una delle mie riviste e progetti fuoriusciti da questo interessantissimo personaggio.
Lo stile di Paul si caratterizza subito per i toni drammatici delle sue illustrazioni che spesso comprendono enormi macchine spaziali e futuristici robot dai colori sgargianti e, aspetto singolare per il periodo, la scarsissima presenza di volti umani, addirittura quasi del tutto assenti quelli femminili.
Nella sua carriera Paul dipinge 38 copertine per Amazing Stories dal 1926 al 1929 e 7 per Amazing Stories più una serie interminabile di illustrazioni per gli interni.

Quando Gernsback lascia Amazing Stories nel 1929, Paul lo segue nelle altre avventure editoriali come Wonder Stories dal giugno 1929 all’aprile 1936.
Paul in questo periodo lavora anche alle copertine di Planet Stories, Superworld Comics, Science Fiction magazine fino addirittura al primo numero di Marvel Comics.

Le visioni di Paul mostravano robot, astronavi e alieni ad un pubblico che nemmeno possedeva il telefono e questa suo essere profondamente visionario ha influenzato autori quali Ray Bradbury, Arthur C. Clarke che i seguito avrebbero reso popolare al grande pubblico il genere science fiction.
Un altro aspetto tipico di tutti i lavori di Paul è il suo sguardo tecnico e strutturale all’interno delle illustrazioni dove emergono chiaramente – soprattutto nei lavori in bianco e nero – i suoi studi di architettura.

A Frank R. Paul possono essere accreditate alcune delle novità che poi diverranno elementi fondamentali nell’estetica di fantascienza come la prima rappresentazione di una stazione spaziale in Science Wonder nel 1929 o la prima raffigurazione di un disco volante apparsa quasi due decenni prima dei fantomatici avvistamenti dei primi oggetti volanti.
Frank R. Paul muore il 29 giugno 1963 nella sua casa di Teaneck, nel New Jersey e nel 2009 viene inserito nella Science Fiction Hall of Fame.

Una delle prime riviste culturali australiani e le sue copertine da collezione

Il settimanale The Queenslander era l’allegato culturale settimanale del  Brisbane Courier, ancora oggi vivo e vegeto con il nome di The Courier-Mail, la rivista principale della colonia australiana del Queensland, in Australia dal 1850.
The Queenslander fu lanciato dalla Brisbane Newspaper Company di Thomas Blacket Stephens il 3 febbraio 1866 a Brisbane e cessò la pubblicazione nel 1939.
Dal punto di vista editoriale, la direzione è stata affidata a Gresley Lukin – caporedattore dal novembre 1873 al 21 dicembre 1880 – che punta molto sull’importanza per il The Queenslander di raggiungere anche i quartieri agricoli e periferici.
Gresley Lukin era un funzionario pubblico australiano appassionato di editoria e di giornali che riuscì a trasformare il Brisbane Courier da semplice settimanale di cronaca popolare, in uno stimato settimanale letterario di qualità coinvolgendo alcuni tra i migliori artisti e scrittori disponibili nella colonia del Queensland.
Nella rivista collaborarono scrittori, poeti e saggisti ma soprattutto artisti e illustratori di grande talento quali Joseph Augustine Clarke.

Queenslander Magazine
1879

Uno di questi artisti fu Garnet Agnew, illustratore delle copertine dal 1926 al 1930.
Nel 1924 Agnew partecipò alla fondazione della Society of Australian Black and White Artists, un insolito gruppo che si incontrava per discutere di arte, grafica ed in genere di temi culturali, o nei pub o nello studio del fumettista, Gayfield Shaw, famoso illustratore australiano.

Gayfield Shaw – Sydney Town Hall
joseflebovicgallery.com
1934
Gayfield Shaw – The Sydney Mint
joseflebovicgallery.com
1934

Nel 1926 Agnew tornò a Brisbane per lavorare appunto per il The Courier Mail con incisioni su linoleum e dipinti ad olio dando al The Queenslander
uno stile unico per il periodo.
Con Agnew in The Queenslander compare la testata ed il logo storici del magazine con uno stile handwriting molto classico e simile agli attuali trend di rivisitazione del lettering manuale.
Agnew diventa in breve tempo il vero e proprio art director della rivista a ci collaborano altri artisti in contatto con lui.

Garnet Agnew
1929
Esther Paterson
1937
E. S. Watson
1931
Garnet Agnew
1930
Garnet Agnew
1929
Garnet Agnew – 1928
Garnet Agnew – 1930

Dal 1935, con l’arrivo di Ian McBain iniziano a comparire anche le raccolte annuali di The Queenslander ma il successo cala e con esso il numero delle vendite che portano alla chiusura del 1938.

Cover of The Queenslander Annual featuring a De Havilland DH86A, 1936
cover from The Queenslander annual, November 1, 1937
cover from The Queenslander annual, November 4, 1936

L’intero catalogo del The Queenslander è stato digitalizzato dall’Australian Newspapers Digitization Program della National Library of Australia.

Vaughn Bodē era diverso, diverso da tutto il mondo del fumetto uderground

Uno degli illustratori più sconosciuti al grande pubblico e che invece ha avuto enorme influenza negli illustratori underground della seconda metà del Novecento è senz’altro Vaughn Bodē.
Nato nel 1941 a Utica, piccolissimo paese nello stato di New York, quando nel 1951 i genitori di Bodē divorziano se ne va a vivere con uno zio vicino a Washington, D.C.
A 22 anni si autoproduce il suo primo lavoro dal titolo Das Kämpf, considerato da molti studiosi uno dei primi fumetti underground.

Vaughn Bodē

Das Kampf, creato dopo la breve esperienza di Bodē nell’esercito americano è una sarcastica parodia dell’ambiente militare americano ed è facile ritrovarci gli influssi stilistici di Charles Schulz che l’anno precedente aveva pubblicato Happiness is a Warm Puppy.

Charles Schulz – “Happiness is a Warm Puppy (1962) foto: https://natedsanders.com/lot-17049.aspx
Vaughn Bodē – Das Kämpf (1963)
Vaughn Bodē – Das Kämpf (1963)

Con un pò denaro preso in prestito da suo fratello Vincent, Bod – come si faceva chiamare – produce con un rozzo ciclostile circa 100 copie del Libro di 52 pagine e tenta di venderlo per strada ad Utica con scarso successo.
A metà degli anni ’60 Bodē si trasferisce a Syracuse dove frequenta i corsi l’Università ed inizia a produrre fumetti per la rivista The Sword of Damocles, una rivista di satira gestita dagli studenti ispirata alla ben più celebrata The Harvard Lampoon.
E’ qui che nasce la più famosa creatura fumettistica di Bodē, Cheech Wizard. Cheech Wizard è fondamentalmente un mago il cui grande cappello giallo decorato con stelle nere e rosse copre tutto il suo corpo eccetto le sue gambe e i suoi grandi piedi rossi.

Cheech Wizard
Foto: https://www.pinterest.it/pin/24910604158649834/?lp=true

Cheech Wizard è costantemente alla ricerca di una feste, birra ghiacciata e soprattutto donne, donne, e ancora donne.
Di solito raffigurato senza braccia, non sarà mai effettivamente mostrato interamente per quello che è lasciando la forma costantemente nascosta sotto il grande cappello.
Dopo essere comparso su The Sword of Damocles, Cheech Wizard continua per qualche anno su un’altra pubblicazione underground di Syracuse, il The Daily Orange, giornale scritto sempre dagli studenti della Syracuse University.
Nel 1968, Bodē illustra la copertina e gli interni del romanzo di fantascienza di R. A. Lafferty, Space Chantey.
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, collabora in maniera continuativa con il mondo della fantascienza illustrando le raccolte di fantascienza per Amazing Stories, Fantastic, Galaxy Science Fiction, Witzend e Worlds of If.

Vaughn Bodē – Amazing Science Fiction Stories 1972)
Foto: https://i.pinimg.com/originals/19/af/c3/19afc3fc1741b631ad296543cf60f540.jpg

Grazie a questi suoi lavori viene notato dalla fumettista underground Trina Robbins, Bodē e per questo nel 1969 si trasferisce a Manhattan dove entra staff del giornale underground East Village Other.
E’ qui che Bodē incontra Spain Rodriguez, Robert Crumb e gli altri fondatori dell’underground comix allora in rapida ascesa.
E’ all’East Village Other che fonda Gothic Blimp Works, un supplemento di fumetti underground allegato alla rivista, che  esce per 8 numeri, i primi due editi direttamente dallo stesso Bodē.

Foto: i.pinimg.com/originals
Foto: i.pinimg.com/originals
Foto: i.pinimg.com/originals

Sempre in questi anni fa la comparsa la serie di fantascienza post-apocalittica dal titolo Cobalt-60 in cui un antieroe vaga per una devastata terra post-nucleare cercando di vendicare l’omicidio dei suoi genitori.
Cobalt-60 debutta in bianco e nero nel n. 73 della fanzine di fantascienza Shangri L’Affaires del 1968 e fa parte del periodo più prolifico della carriera di Bodē con numerosi collaborazioni e lavori fra cui: War of Lizards, Deadbone e le storie sul magazine per adulti Cavalier e molti altri.

War of Lizards
Foto: https://comicrazys.wordpress.com/2010/03/30/zooks-the-first-lizard-in-orbit-junkwaffel-5-vaughn-bode/
Deadbone
Foto: https://stuartngbooks.com/bode-deadbone.html
Illustrazione per Cavalier
Foto: https://www.hakes.com/Auction/ItemDetail/66085/BODE-EROTICA-WALLI-ELMLARK-CAVALIER-MAGAZINE-ORIGINAL-ART-PAIR

Nel 1972 Bodē decide di partire per una stramba tournée con uno spettacolo dal titolo Cartoon Concert dove egli dava voce ai suoi personaggi le sue storie venivano proiettate su unop schermo alle sue spalle tramite un proiettore per diapositive.

Cartoon Concert
Foto: https://www.jwkbooks.com/pages/books/15800/vaughn-bode/bodes-cartoon-concert

Sposato Barbara Hawkins all’età di 20 anni nel 1961 e divorziato nel 1972, Bodē ha un figlio che segue le orme del padre continuando anche alcuni dei suoi lavori.
La morte di Bodē fu dovuta all’asfissia autoerotica all’età di 34 anni.
Bodē ha lasciato una ricca collezione di quaderni di schizzi, diari, opere finite e opere incomplete, dipinti e fumetti.

Figura controversa e mai del tutto capita, Bodē ha da sempre espresso un carattere chiuso e pieno di iinterrogativi interiori che nel empo ha cercato di approfondire sia con colloqui con il guru Prem Rawat, sia con la collega fumettista Jeffrey Catherine Jones che lo hanno anche portatoo ad utilizzare travestimenti femminili.
L’arte di Bodē ha fin da subito ispirato moltissimi degli artisti della street art e del graffitismo che hanno riversato dapprima sui treni di New York le loro idee e la loro arte.
Uno di essi, dal nome DONDI, ha addirittura deciso di riprodurre proprio alcuni dei personaggi di Bodē.
I suoi personaggi sono liquidi, androgini, mai del tutto definiti, un pò come il loro creatore.
Il suo stile è totalmente differente da quanto si vedeva allora nella grafica indipendente, non c’erano i tratti marcati e le vibrazioni di Robert Crumb, non la massa di dettagli di Rodriguez; il suo era uno stile intimo, quasi delicato che – forse non consapevolmente – molta influenza ha avuto anche in alcune realtà italiane, se pensiamo ai fumetti di Matteo Guarnaccia o di Max Capa.
La sua diversità era umana e, avendo da sempre scelto di non avere filtri, si è del tutto riversata nei suoi tratti, nelle sue storie e nei suoi personaggi.

 

La grafica delle copertine della letteratura Pulp è una vera bomba

Pulp Fiction non è solo un film, un meraviglioso film.
Pulp Fiction è anche, anzi soprattutto, un fenomeno editoriale emerso nella seconda metà del Novecento a partire dagli Stati Uniti, dove ha avuto un ruolo importantissimo nello sviluppo di molte idee e iconografie della cultura popolare che nel corso dei decenni successivi sono esplose in modi e stili anche assai diversi tra loro.
Gli editori di questo tipo di prodotti editoriali Signet, Horwitz, Olympia e la New English Library, sia pur con alcune differenze specifiche, avevano capito che trovando autori giusti e spingendo al massimo sulla riduzione dei costi di stampa, potevano vendere questi tascabili pieni di omicidi, violenza, belle donne e tipi loschi, in luoghi nuovi, borderline, lontani anni luce dalle librerie mainstream.

Edizioni Signet
Edizioni Horwitz

La distribuzione infatti di questo tipo di editoria avveniva per lo più sugli scaffali dei mini market fuori dal centro, ben nascosti fra birre e stecche di sigarette.
Oramai 2 anni fa ha fatto la sua comparsa, per i tipi della PM Press, il volume dal bellissimo titolo Girl Gangs, Biker Boys e Real Cool Cats, un eccitante e coloratissimo viaggio in questo mondo, spesso brutale ed a volte psichedelico.

Foto: http://www.pmpress.org

Nel volume l’editoria Pulp viene spiegata ed analizzata partendo dal suo periodo d’oro, gli anni’50, fino alla fase di decadenza negli anni’80.
In oltre 300 pagine, il libro fornisce moltissime informazioni grazie ad alcuni saggi e interviste, ma soprattutto mostra moltissime delle accattivanti copertine sfacciatamente violente e/o sexy dei titoli presi in esame.
Questo tipo di prodotti editoriali, spesso effimeri e di materiali scandentissimi, sono sempre più difficili da trovare in uno stato decente di conservazione e quindi il lavoro di ricerca e raccolta acquista ancora un valore maggiore per tutti gli appassionati di storia dell’editoria underground.
Fra le arte opere, ci sono molte delle prime famose edizioni della Permabook di Ed McBain, nome d’arte di Salvatore Albert Lombino, scrittore nato a New York da una famiglia di immigrati italiani originari di Ruvo del Monte in provincia di Potenza, spesso vendute all’interno di sacchetti di plastica chiusi da una cerniera lampo, quindi l’opportunità di vedere il l’opera d’arte di tanti libri diversi riprodotti qui è una delizia.

Uno degli aspetti interessanti del libro è anche quello di estendere lo studio ai prodotti che in seguito sono usciti dai confini statunitensi per approdare in Inghilterra e addirittura in Australia.
Il libro è diviso in sette sezioni tematiche che iniziano dalla cosiddetta Juvenile Delinquency degli anni ’50 per poi svilupparsi in ordine cronologico fino agli anni’80.
In un’epoca in cui i film di Hollywood venivano censurati, l’editoria Pulp in generale assicuravano ai lettori la giusta dose di crimine, sessualità e violenza che venivano mostrate sulle cover sempre più lontane dall’immaginario casto e pudico del periodo.
Le donne diventano sempre più sexy ed ammiccanti nel corso dei decenni e, allo steso tempo, sempre più soggette alle violenze di uomini bruti, rozzi e campioni di un machismo becero e bigotto.
Nei primi decenni del Novecento, agli albori dell’estetica Pulp, questo tipo di grafiche erano prodotti come illustrazioni indipendenti, per poi diventare prodotti stampati in serie come copertine dei libri tascabili.
Gli illustratori Pulp erano spesso di talento e visivamente molto innovativi, ma totalmente trascurati dal mondo dell’arte come successo ad uno dei più importanti di loro come George Gross, illustratore che lavorava nel mondo della moda e che in seguito aprì il suo studio di illustrazione oppure Rafael Desoto che invece lavorava nella pubblicità.

GEORGE GROSS (1909-2003)

RAFAEL DESOTO (1904-1992)

Mentre molti musei dell’epoca si interessavano solo all’arte moderna e astratta, gli artisti e gli illustratori Pulp si facevano un loro pubblico di appassionati del genere rispondendo alla voglia di immagini realistiche e violente, in alcuni casi persino melodrammatiche.
Il volume è acquistabile sul sito della PMPress: QUA.


Tutte le foto del volume: http://www.pmpress.org

La storia di The Masses, la rivista underground prima dell’underground (pt.1)

Piet Vlag era un eccentrico immigrato socialista proveniente dai Paesi Bassi che nel 1911 decide di fondare una rivista avendo delle chiare idee in testa. Il sogno di Vlag è infatti quello di creare un magazine gestito come una cooperativa. Questo suo sogno non si realizzerà mai, ma i sogni lasciano semi e dai semi nascono i fiori e chissà quante altre cose fantastiche..
Questa teoria è dimostrata dall’attenzione che l’idea di Vlag ridesta in un gruppo di giovani tutti più o meno attivi nella zone del Greenwich Village di New York.
Questo progetto prende il nome di The Masses e vede coinvolti artisti e grafici come John French Sloan, Art Young, Louis Untermeyer e Inez Haynes Gillmore.
Nel 1912 Max Eastman, giovane studente della Columbia University, decide allora di seguire il gruppo e di creare una rivista il cui titolo sarebbe stato The Masses.

Max Eastman

Nel primo numero, uscito proprio nel 1912, Eastman scrive il seguente manifesto:

Questa rivista è di proprietà e pubblicata in modo cooperativo dai suoi editori. Non ha dividendi da pagare e nessuno sta cercando di farci soldi. Una rivista rivoluzionaria e non una riforma; una rivista con senso dell’umorismo ma nessun rispetto per il rispettabile. Diretta; arrogante; impertinente; alla ricerca di verità. Una rivista contro la rigidità e il dogma ovunque si trovi;
Stampiamo ciò che è troppo crudo o vero per una stampa che deve fare soldi.
Una rivista il cui obiettivo finale è fare come piace a noi e non far piacere a nessun altro, nessuno, nemmeno i suoi lettori.
C’è uno spazio per questa rivista in America, aiutaci a trovarlo.

Storicamente la nascita di The Masses rappresenta la nascita del Greenwich Village – la zona di New York da sempre più libertaria e fieramente controcorrente – come una comunità consapevole e autonoma.
The Masses – a differenza di molte altre testate di ispirazione socialista come Appeal to Reason, è molto radicata nel tessuto culturale del quartiere e non limitata ad intellettuali e accademici arrivando addirittura a tirare ben 500.000 copie.

Appeal to Reason era un settimanale politico di sinistra pubblicato nel Midwest americano dal 1895 al 1922.

La rivista si è infatti ritagliata una posizione unica all’interno dell’editoria della sinistra americana. E’ la più aperta alle nuove istanze politiche del periodo come il voto alle donne e si scaglia violentemente contro i tradizionali magazine di sinistra come The New Republic, accusato, come avviene tipicamente a sinistra, di essere troppo poco radicale.
Anche se la nascita della rivista coincide con l’esplosione del modernismo The Masses pubblica per la maggior parte delle opere d’arte realistiche che in seguito sono state classificate nella Scuola degli Ashcan. Art Young, che è membro del comitato editoriale della rivista fin dal primo numero è infatti accreditato come il primo ad usare il termine ash can art nel 1916.
Questi artisti tentano di registrare la vita reale creando immagini vere per catturare la sensazione di uno schizzo rapido fatto sul posto e dare una risposta non mediata a ciò che vedono.

John French Sloan, Autoritrato
Gli artisti e gli amici della scuola di Ashcan al John Franklin Sloan’s Philadelphia Studio, 1898

Questo stile di illustrazione divenne meno tipico della rivista dopo lo sciopero del 1916 che nacque in risposta al sempre maggior controllo che Max Eastman vuole mantenere su ciò che viene pubblicato.
Mentre la maggior parte del comitato editoriale sostiene Eastman, alcuni membri dello staff sono contrari a quello che viene visto come il tentativo di Eastman di trasformare The Masses in una rivista personale anziché in un magazine cooperativo.
Lo sciopero, che avviene in piena escalation della prima guerra mondiale, porta all’uscita di John French Sloan, Maurice Becker, Alice Beach Winter e Charles Winter nel 1916.
Durante gli ultimi anni di vita, la rivista si è avvicinata al modernismo. Invece di presentare disegni realistici creati a pastello come tradizione, su The Masses compaiono ragazze spesso vestite con abiti moderni che incarnano appunto il nuovo stile modernista.

The Masses – 1916
The Masses – 1916
The Masses – 1916
The Masses – 1917

Oltre alle opere realistiche e moderniste, la rivista era anche nota per le sue numerose vignette politiche. Art Young è forse il più famoso per questi insieme a Robert Minor.

Art Young – The Masses, 1912-1918
Art Young – The Masses, 1912-1918

Le vignette, specialmente quelle di Young and Minor, erano a volte piuttosto controverse e, dopo che gli Stati Uniti entrarono nella prima guerra mondiale, si schierarono ancora più violentemente contro la guerra.
Grandissima importanza ebbero inoltre i disegni e le copertine disegnate da John Sloan sulla classe operaia, sugli immigrati e sui diritti dei lavoratori.

John Sloan
John Sloan

Il lavoro di Alice Beach Winter enfatizzano invece il lato femminista con lavori sulla maternità e sulla condizione dei bambini lavoratori.
Molte delle illustrazioni di The Masses hanno fatto da sprone feroce al dibattito politico americano sempre con un’attenzione maniacale da parte di Max Eastman al valore estetico e artistico della grafica… ma questo, come si dice in questi casi, lo scoprirete nella prossima puntata..

Una serie di invenzioni strane e visionarie riempiono il libro del progetto indipendente di Lök Zine

Vi ho già parlato in passato del collettivo di Lök Zine QUA, in occasione del lancio dell’ultimo numero dell’omonima – oramai storica – rivista ed oggi sono felice di ritornare sull’argomento perché è sempre piacevole constatare che alcuni progetti camminano oramai sulle proprie gambe ed hanno degli obiettivi ben definiti e chiari.
Molto spesso infatti, a fronte di un’offerta di editoria indipendente oramai diffusa, quello che difetta è appunto un percorso, una strada da intraprendere che faccia crescere e allargare gli orizzonti creando legami e, per dirla con parole altisonanti, faccia cultura in questo settore dove spesso ci si auto reclude negli appuntamenti di vendita.
Il progetto in questione si chiama WWL, ovvero World Wide LÖK e si pone l’ambizioso e onestissimo obiettivo di creare una rete di persone che fanno autoproduzione in tutto il mondo, connetterle fra loro per dare una risonanza maggiore ai loro progetti.
Bene, bravi, bis!

World Wide LÖK

Il team italo/francese è quello oramai consolidato di Lök Zine ed è composto da Elisa Caroli, Salvatore Giommarresi e Lucia Manfredi ed il quarto progetto nato all’interno di WWL è Patent Depending: a collection di Steven M.Johnson acquistabile sul tictail di Lök Zine.

Intanto chi è Steven M. Johnson??
Illustratore ed inventore di idee e progetti tanto strambi quanto assurdamente reali, Johnson è nato nel 1938 a San Rafael, in California, ma è cresciuto a Berkeley e Palo Alto, i luoghi dei visionari e degli inventori, almeno per quanto riguarda l’ultimo secolo di storia. Frequenta la Yale University e l’University of California a Berkeley.

Steven M. Johnson

I suoi Patent depending, in italiano traducibili con Brevetti dipendenti apparvero per la prima volta sul The Siera Club Bulletin nel 1973 e da allora vengono pubblicati su numerosi periodici e articoli on-line.
Nel 2013 presenta un TEDx intitolato: Inventando Senza un Scopo ed il titolo rappresenta al meglio quella che l’attività di Jophnson, immaginare mondi irreali attraverso strumenti ed oggetti di uso comune, ma solo nella sua sfavillante testa.
Il suo primo libro, pubblicato nel 1984, era intitolato What The World Needs Now di cui nel tempo ne sono state pubblicate una seconda e una terza edizione.

What The World Needs Now – 1984

Nel 1991è stato pubblicato Public Therapy Buses ed anche in questo caso sono state pubblicate altre due edizioni.

Public Therapy Buses – 1991
Have Fun Inventing – 2012

Have Fun Inventing è del 2012. Nel 2015.
Seguono altre pubblicazioni sempre del filone strane invenzioni, come Patent Depending: Vehicles, Patent Depending: Armbrella, Sofa Shower, Unzipped Fly Alarm and Other Essential Products e, nel 2017, Patent Depending: The Early Years.
Attualmente Steven M.Johnson vive in un sobborgo di Sacramento, California con Beatrice, sua moglie di 51 anni e suo figlio, Alex S. Johnson.
Il libro Patent Depending: a collection è stato curato da Elisa Caroli ed è un gran bel vedere, sia per la cura del prodotto che non lascia scampo all’attenzione del lettore focalizzandosi esclusivamente sui lavori si Johnson, sia proprio per la scelta di questo autore così fuori dagli schemi e, per alcuni aspetti, così geniale e visionario.
Sono infatti molti gli oggetti da lui immaginati e disegnati dagli anni Ottanta che oggi hanno una loro vera esistenza ed è lui stesso che ne cita alcuni nello scorrere delle pagine. parliamo del brevetto di Amazon per un drone che si attacca ai veicoli elettrici dall’alto e li ricarica durante la guida, o dei fantomatici Google Glass, disegnati da Johnson nel lontanissimo 1992.

La carrellata è suddivisa in quattro sezioni in base all’utilizzo degli oggetti: moda e accessori, ufficio e casa, mezzi di trasporto e tempo libero con una piccola descrizione testuale in italiano ed inglese che accompagna l’illustrazione di Johnson.
Il volume in un comodissimo formato standard A5 è quindi una carrellata di invenzioni che sta in equilibrio perfetto fra lo scherzo, il visionario e l’artistico. Un equilibrio che Johnson bilancia nelle 120 pagine in maniera saggia ed intelligente riuscendo a non esagerare mai in una direzione e disegnando sorrisi beffardi sulle facce dei lettori che si trovano di fronte ad oggetti quali i marsupaloni, gli ombrelli gonfiabili, miniScrivanie vagabonde, cappelli abbronzanti e molto, ma davvero molto, altro.
Un’ottimo segnale di vita e di progettualità del mondo dell’editoria indipendente italiana e non solo che indica una direzione che spero venga seguita da altri.

I ragazzi di Lök Zine hanno da poco inaugurato anche un digital shop dove oltre i vecchi numeri della rivista è possibile acquistare l’antologia gratuita, QUI il link dove andare e vedere!

Il fumetto definitivo che racconta le origini della cultura hip hop guardando ai padri del fumetto underground

Ed Piskor nasce il 28 luglio 1982 a Pittsburgh, Pennsylvania, e fin da bambino si appassiona ai fumetti come The Amazing Spider-Man ma quelli che lo attraggono di più sono soprattutto quelli alternativi, underground, fuori dagli schemi tradizionali.

Ed Piskor

Il colpo di fulmine avviene all’età di 9 anni, quando il giovane Ed vede un documentario in cui Harvey Pekar, fumettista underground statunitense conosciuto specialmente per la serie American Splendor, fumetto autoprodotto che trae spunto dalla vita ordinaria dello stesso Pekar.

American Splendor – Harvey Pekar

Dopo aver terminato la scuola superiore, Pekar frequentato la Kubert School per un anno, dove incontra artisti chiave del fumetto di allora tra cui Steve Bissette, Tom Yeates, John Totleben e Rick Veitch.
I suoi primi lavoro sono Deviant FunniesIsolation Chamber dove già emerge prorompente il suo tipico umorismo molto balck.

Deviant Funnies – Ed Piskor 2003
Isolation Chamber #1 – Ed Piskor 2004
Isolation Chamber #2 – Ed Piskor 2005

Nel 2003 inizia a collaborare con Jay Lynch, e poco dopo con Harvey Pekar. Il primo importante lavoro di Piskor insieme a Pekar è quello di illustrare le storie di American Splendor: Our Movie Year, in cui lo stesso Pekar spiega come ha vissuto l’esperienza della produzione del film con il grande Paul Giamatti tratto dal suo lavoro.
Piano piano perà Piskor si fa conoscere.
Esce la serie Wizzywig in cui Piskor racconta le avventure di Kevin “Boingthump” Phenicle, un giovane prodigio che rimane affascinato dall’hacking del computer e da altre nuove diavolerie che la tecnologia digitale porta con se.

Wizzywig – Ed Piskor 2012

Il personaggio della serie, Kevin, è frutto dell’ammirazione di Piskor nei confronti di molti noti hacker Kevin Mitnick, Kevin Poulsen, Joybubbles e molti altri.
Il disegno di Piskor – come del resto un pò tutto il comix alternativo –  è stato influenzato dalla scena underground degli anni ’60 e degli anni ’70 che vede Robert Crumb come punto di riferimento.
Il lavoro e lo stile di Piskor però ha il grande merito di essersi tolto di dosso questa eredità ed aver cercato ostinatamente, e trovato con il tempo, un proprio modo di esprimersi che guarda si alla tradizione dei padri dell’underground ma senza esserne copia o rifacimento passivo.
Nel 2009 Piskor collabora ancora con Pekar nel libro grafico The Beats: A Graphic History che racconta la storia di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William S. Burroughs e John Clellon Holmes, in pratica una guida illustrata ai leggendari letterati beats.

The Beats: A Graphic History -Harvey Pekar 2009

La rivoluzione culturale dei beat è vista in questo lavoro attraverso gli occhi delle figure chiave del movimento e dei suoi personaggi minori, tra cui Diane di Prima, Carolyn Cassady, Philip Lamantia e altri.
Il lavoro è un misto di graphic novel, saggio storico e reportage giornalistico e procura a Pekar e Piskor la definitiva consacrazione.
Ora che è definitivamente approdato al successo, Piskor si mette al lavoro sul progetto che ha in mente da anni, un lavoro interamente suo su cui investirà tempo e passione.
Si tratta della serie Hip Hop Family Tree, un resoconto storico della cultura Hip Hop e degli artisti che hanno plasmato questo genere che dagli anni Settanta in poi non ha mai smesso di influenzare la cultura non solo musicale.
Hip Hop Family Tree documenta la storia originaria della cultura hip hop.
Pubblicata da Fantagraphics Books, la prima collezione è stata un best seller del New York Times Graphic Books del 2014  ed è stata inserita nei 10 graphic novel del Washington Post del 2013.

Lo stile artistico di Piskor in questo lavoro fa un grande passo avanti anche grazie all’uso dell’effetto denominato Ben-Day Dots, con il quale, a seconda dell’effetto, del colore e dell’illusione ottica necessari, i piccoli punti colorati sono ravvicinati, distanziati o sovrapposti.
I punti magenta, ad esempio, sono ampiamente distanziati per creare il rosa. I fumetti degli anni ’50 e ’60 utilizzavano i punti Ben-Day nei quattro colori di quadricromia (ciano, magenta, giallo e nero) per creare ombreggiature e colori secondari come il verde, il viola, l’arancione e la carnagione sulla carta economica su cui sono stati stampati.
La procedura dei punti Ben-Day differisce dal processo dei punti a mezzitoni in quanto i punti Ben-Day sono sempre di uguale dimensione e distribuzione in un’area specifica.
In generale comunque la grafica di Piskor per Hip Hop Family Tree si riallaccia agli stili di fumetti underground in voga nel periodo di tempo che viene raccontato nell’opera.
Robert Crumb è apertamente citato come fonte d’ispirazione in ognuo dei 4 volumi che compongono il lavoro soprattutto per il suo lavoro sulla storia del blues con le carte collezionabili di Heroes of Blues, Jazz & Country di cui vi parlai QUA un pò di tempo fa.
Un lavoro, quello di Piskor, che unisce divulgazione e arte e che dimostra una volta di più lo straordinario lavoro di ricerca sia storica che stilistica effettuato da Ed Piskor nella sua carriera che saprà sicuramente regalarci altre chicche come queste.

3 ragazze, un bel progetto, 4 volumi in risograph e Polignano a mare

C’è quella strana sensazione quando si tocca della carta che racconta storie di terre e culture che affondano radici lontane, la stessa che a volte provo nello sfogliare prodotti sperimentali e di ricerca.
Quel pizzicore sulla punta delle dita che credo nasca dalla curiosità di scoprire cosa ti riserveranno le pagine successive e che ti accompagna fino alla fine di quello che, in entrambi i casi, un viaggio di scoperta.
Questo viaggio è ancora più interessante se i due mondi, quello della guida da viaggio o della presentazione di terre e luoghi si unisce alla sperimentazione formale e materiale. E’ il caso di questa raccolta di quattro volumi dal titolo “Polignano a Mare” che arriva direttamente dalla Puglia in un elegante mezza busta marrone scura.
Ma partiamo da dire chi sta dietro a questo progetto, chi sono le coraggiose ragazze che hanno trasformato un’idea a prima vista assurda e fuori mercato in un lavoro interessante e sicuramente ricco di pregi.
Si tratta di tre ragazze, Claudia Lamanna, Lilia Angela Cavallo e Silvia Tarantini che nel Luglio 2017, dopo anni di studi, ricerca e approfondimento in giro per l’Italia e non solo, si ritrovano con la voglia di realizzare un progetto di microeditoria che parli e valorizzi il territorio.

Claudia Lamanna, Lilia Angela Cavallo e Silvia Tarantini

Per questo decidono di partecipare ad un bando della Regione Puglia, lo vincono e danno vita all’associazione di promozione sociale ZicZic – che in dialetto significa “perfetto, ma per puro caso” – con l’intento dichiarato di promuovere la cultura del libro, dell’arte grafica e illustrata con particolare attenzione al mondo della tipografia e delle metodologie di stampa artigianali attraverso la programmazione di eventi, mostre, workshop e laboratori.
La sede, inaugurata a marzo 2018, si trova in Via Principe Amedeo 44 a Polignano perché proprio da Polignano parte tutto…

Questo piccolo universo di microeditoria indipendente e passione, di carta, colla, forbici e di idee ha infatti già realizzato alcuni lavori in collaborazione con Legambiente Putignano per i quaderni di Spacca Murgia, organizzazione di trekking guidati alla scoperta della Murgia.
Un altro lavoro che dimostra la fortissima simbiosi che esiste da sempre fra il progetto ZicZic ed il suo territorio è il libro “AGRO. Nuove forme di rappresentazione del paesaggio rurale“, racconto scaturito da 4 giorni di ricerca e immersione nel territorio rurale di Polignano a Mare, guidati da Michele Cera e Mauro Bubbico.

AGRO. Nuove forme di rappresentazione del paesaggio rurale per Polignano
Rilegatura artigianale a filo, 112 pagine, 20 x 27 cm
Stampato in digitale, presso ZICZIC – Polignano a Mare
Stampato in Risograph e serigrafia , presso Pigment Workroom – Bari
Maggio 2018

Il progetto più ambizioso delle tre ragazze di ZicZic, per lo meno fino ad oggi, è senz’altro quello relativo a “Polignano a Mare“, un elegante cofanetto che raccoglie 4 volumi illustrati – acquistabili sul loro sito anche separatamente – interamente dedicati alla città di Polignano a Mare.
Ogni volume, caratterizzato da un colore e da un layout grafico leggermente diverso, si occupa di un aspetto specifico di Polignano:

I testi sono di Lilia Angela Cavallo, Claudia Lamanna, Silvia Tarantini.
Ad ulteriore dimostrazione della qualità e dell’attenzione certosina al prodotto, tutti i volumi – curati graficamente dal collettivo ZicZic – sono stampati su carta riciclata e stampa ecologica Risograph con inchiostri a base di soia e rientrano di un progetto più ampio di una collana editoriale dal titolo Molliche.Tracce da seguire, che con illustrazioni e piccoli racconti intende narrare ai grandi ed ai più piccoli luoghi, storie e paesaggi.

“Flower” un delicato libro che lascia che i fiori parlino

Il primo nome di oggi è quello di Neil Farber, un artista contemporaneo canadese che vive e lavora a Winnipeg in Canada. I suoi lavori sono essenzialmente disegni a inchiostro e acquerelli.
L’altro è quello di Michael Dumontier, anch’egli artista contemporaneo e anch’egli residente a Winnipeg che ha esposto anche in gallerie italiane in passato. È conosciuto in particolare per i suoi dipinti e collage minimali.
Questo duo ha lavorato insieme per oltre 20 anni ed entrambi sono stati membri fondatori del collettivo artistico Royal Art Lodge, gruppo di artisti collaborativo tutti di Winnipeg fondato nel 1996.
Negli ultimi anni il progetto ha perso gran parte del suo slancio iniziale, ma negli anni il gruppo ha prodotto numerosi disegni e dipinti quasi sempre di piccole dimensione che erano caratterizzati spesso dalla presenza di brevi testi.
Questi lavori erano così simili fra loro che per un periodo si è parlato addirittura di Scuola di Winnipeg per definire questo stile particolare di illustrazioni.
Il gruppo si riuniva per diversi anni una volta alla settimana per disegnare insieme seguendo indicativamente la regola secondo la quale almeno tre dei membri collaborano insieme ad un lavoro.
Il gruppo si è sciolto nel 2008 ma Michael Dumontier e Neil Farber hanno continuato a collaborare ed a lavorare con una metodologia collaborativa simile.

The Royal Art Lodge, Explaining Donkey Heaven, 2008
The Royal Art Lodge, Everything, 2008
The Royal Art Lodge, FU, 2008

Proprio dalla collaborazione di questi due artisti è nato il libretto “Flowers“, raccolta di opere dedicata – come suggerisce il titolo – ai fiori.
Le illustrazioni di Dumontier e Farber ed il loro costante incontro stare in bilico fra testo e grafica rivelano un’etica del lavoro incentrata sulla collaborazione e sull’improvvisazione.
Le loro immagini colorate ed a prima vista naif rivelano una giocosità e leggerezza contagiosa e libertaria, che riporta ad una semplicità bambinesca sempre più lontana e sperduta.

Le immagini si colorano di un testo ironico e di un bizzarro umorismo.
Ogni lavoro mostra un fiore differente con un breve testo che lo accompagna e che sembra lasci parlare i petali con voce propria accentuando la delicatezza del lavoro e rendendo questo libro un oggetto tanto semplice quanto profondo e importante.
Il libro è acquistabile QUI.

Karel Thole ovvero la nascita della grafica di fantascienza

Come credo avrete capito se seguite le pagine delle Edizioni del Frisco, la storia della grafica e dell’editoria underground o indipendente è una materia ostica sia per i confini magmatici, sia per la continua e intrinseca voglia di sfuggire a definizioni e analisi di sorta.
Uno dei punti da cui partire parlando di questi temi è infatti la necessità di forzare un pò la mano con le definizioni pur sapendo che sicuramente non sono sempre perfettamente centrate ma sono funzionali allo studio, alla ricerca ed all’analisi necessari per una visione d’insieme del fenomeno underground.
Finita l’intro pallosa ma necessaria soprattutto per i puristi lessicali o di genere, ecco presentare un nome che infatti potrà far storcere il naso se inserito nell’ambito underground ma che, a mio avviso, ne fa parte a pieno titolo, non fosse altro per la marginalità iniziale del genere – la fantascienza – e la sua radicalità visiva e stilistica rispetto a ciò che esisteva prima e durante la sua carriera.
Con Karel Thole inizio a parlarvi della grafica relativa alla fantascienza che credo incontrerà altre figure anche meno conosciute e che – anche qua forzando un pò la mano – passa dalle opere di Hans Ruedi Giger, fino ai contemporanei lavori di Thomas Kuntz ed i suoi automi contemporanei.

Hans Ruedi Giger
Thomas Kuntz automata

Karel Thole nasce il 20 aprile 1914 a Bussum, città dei Paesi Bassi a Sud Est di Amsterdam, in una famiglia che conta ben 11 figli.
Fi da bambino segue la sua vocazione artistica frequentando la facoltà di disegno del “Rijksmuseum” di Amsterdam.
I primi lavori sono nel campo pubblicitario in cui disegna manifesti pubblicitari, esegue ritratti, pitture murali ed illustrazioni in bianco e nero per alcuni libri ed inizia a disegnare le prime copertine di libri.
Nel 1942 sposa Elizabeth e, finita la guerra, si avvicina ancora di più al mondo dell’editoria. Oltre ad illustrare numerosi libri e periodici olandesi, Karel collabora con più di cinquanta editori differenti.
Sue sono le illustrazioni per la versione olandese della celebre saga di Guareschi Don Camillo diventando un affermato illustratore che però stenta a fare il definitivo salto di qualità.
Nel 1958 decide di trasferirsi a Milano – dove il mercato editoriale era in grande espansione – per esplorare nuovi ambiti artistici.
Dopo aver lavorato per alcune case editrici, tra cui Rizzoli, è con Mondadori che Thole raggiunge il grande pubblico.
Gli vengono infatti affidate le copertine della collana di fantascienza Urania che per 25 anni diventa il luogo delle sue infinite invenzioni grafiche.
I suoi sono lavori di fantascienza ma intrise di chiare sfumature horror e humor, supportate da una ragguardevole cifra tecnica e stilistica.
La sua prima copertina è quella del numero 233, pubblicato il 3 luglio 1960.

Urania – 47
L’impossibile ritorno

I famosi “tondi” lo renderanno celebre ad un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo con i suoi numerosi riferimenti al surrealismo di Dalì che tanto influenzerà tutta la grafica musicale del progressive italiano degli anni Settanta italiani, e certi ammiccamenti anche al mondo della sexploitation e dell’hardboiled americano.

Contemporaneamente lavora anche per altri editori europei, tra cui la casa editrice tedesca “Heine”.
Nella seconda metà degli anni ottanta, a causa di un progressivo ed inesorabile peggioramento alla vista, la sua attività si riduce sensibilmente. Nonostante questo problema la sua voglia di disegnare e di scoprire nuove strade del suo lavoro non vengono meno.
Nel 1993 si trasferisce con la moglie a Cannobio, sul Lago Maggiore.
La sua ultima copertina per la collana di “Urania” è quella del numero 1330, pubblicata nel 1998.

Questo post non sarebbe stato possibile senza il lavoro di ricerca di Giuseppe Lippi e del suo sito dedicato a Karel Thole.

PUSS magazine, la rivista più cattiva della Svezia anni Settanta

Quando si parla di controcultura e soprattutto di editoria underground, il rischio che si corre è quello di ridurre il fenomeno ad ambiti territoriali ristretti e più facilmente riconoscibili come la California della psichedelia o la Swingin’ London di IT e OZ magazine.
Errore!
L’editoria underground riuscì infatti a diventare un fenomeno più o meno globale raggiungendo sia l’estremo Oriente di cui casomai parleremo un’altra volta, sia i paesi del Sudamerica che la Scandinavia.
Proprio del Nord Europa ed in particolare della Svezia parleremo oggi fra personaggi e riviste, come sempre del resto.
Una di queste personalità fuori controllo è stata senz’altro quella di Lars Hillersberg, artista, fumettista e politico svedese che molto spesso, nel corso della sua lunga carriera, ha fatto esplodere polemiche e dibattiti.
Hillersberg è la definizione vivente del concetto di agitatore culturale.
Studia alla Stockholm Art Academy nel 1961-1966 ed inizia a disegnare i suoi primi lavori sulla rivista Konstrevy.

KONSTREVY N. 1 – 1963

E’ però il 1968 l’anno decisivo, quando fonda la rivista satirica PUSS magazine insieme al fotografo Carl Johan De Geer e Lena Svedberg a cui poi si aggiunsero Karin Frostenon, Ulf Rahmberg, Leif Katz e quello che veniva definito il corrispondente dagli Stati Uniti, ovvero Oyvind Fahlstrom.

Da sinistra Lars Hillersberg, Lena Svedberg e Carl Johan De Geer

PUSS è stata una vera e propria produzione seriale di provocazioni, satira e attacchi al potere, in qualsiasi forma esso si mostrasse.
Ispirato alle riviste satiriche europee come Masacré in Francia e Simplicissimus in Germania che tanto successo avevano avuto nei primi anni del Novecento, PUSS magazine è uscito dal 1968 al 1974per 24 numeri complessivi.

Cover illustrata da Thomas Theodor Heine Simplicissimus magazine – 1910

Sfogliare PUSS magazine era come assistere ad un’esplosione continua di corpi più o meno vestiti e bandiere di ogni colore e appartenenza prese come obiettivo di caricature, prese in giro e attacchi feroci di sarcasmo che contribuirono in breve tempo ad attirare le ire sia dei partiti di destra che di sinistra svedesi.

PUSS magazine – Nr 4 1968

La rivista, come detto, ha cessato la pubblicazione nel 1974 e Hillersberg ha lanciato la rivista Gatskrikan. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, Hillersberg attirò alcune caricature controverse in cui criticava Israele, il che provocò qualche dubbio sul fatto che lo stesso Hillersberg fosse antisemita o meno.

Progressivo e rivoluzionario sia per quanto riguarda lo scenario politico del tempo che per quanto riguarda tutti gli ambiti della sfera sessuale, PUSS magazine si è più volte scagliato con veemenza contro la politica degli Stati Uniti definita sempre una potenza coloniale e guerrafondaia ma, allo stesso tempo, ha comunque bombardato la sinistra ed il suo essere vicina al potere e mai abbastanza radicale.
Utilissimo il lavoro di Öyvind Fahlström che da New York regalava approfondimenti sulla scena underground americana attraverso le riviste del periodo.
Oltre a Hillersberg, l’altro grande artista che lavorava a PUSS magazine era Lena Svedberg.

Disegnatrice ossessiva, i suoi lavori divennero con il tempo sempre più inquietanti fino a ostacolare il suo successo nel mondo dell’arte che lei per prima cercava ostinatamente di evitare.
I suoi disegni venivano pubblicati e perciò visibili solo su Puss magazine e da qui riuscì ad influenzare la scena politica svedese underground criticando la società dei consumi che veniva resa attraverso varie personalità dipinte con corpi grassi, flaccidi e in decomposizione.
Sofferente di anoressia nervosa, morì suicida gettandosi da una finestra nel 1972, a soli 26 anni.
Su di lei è stato prodotto il documentario dal titolo I Remember Lena Svedberg, un tributo magistrale e malinconico a questa bellissima musa dagli occhi tristi.

I remember Lena Svedberg, Carl Johan De Geer –  2000

Proprio Carl Johan De Geer, artista e fotografo svedese era l’altra figura di spicco della scena underground degli anni ’60 a Stoccolma.
Nato nel 1938, e cresciuto in una tenuta di campagna con i suoi nonni, De Geer  e ha frequentato la scuola d’arte alla fine degli anni Cinquanta quando inizia a scattare fotografie con la sua Leica M4.

Carl Johan De Geer

La fotografia di De Geer è testimonianza visiva di un’epoca di sconvolgimenti sociali e culturali in una Svezia conservatrice.
De Geer divenne famoso non solo come fotografo, ma come cineasta, autore di serigrafia, pittore e illustratore, romanziere e modellista tessile.
Dopo l’esperienza di PUSS magazine e diGatskrikan, per i successivi anni, Hillersberg ha continuato a creare fumetti politici e altre opere d’arte che hanno attirato dure critiche, con alcuni controversi dibattiti soprattutto su Israele che gli hanno anche causato l’accusa di essere antisemita.
Lars Hillersberg è morto nel 2004.

La 2 parte della storia di Oskar Fischinger, inventore della moderna motion graphic psichedelica (pt.2)

Nella prima puntata della storia di Oskar Fischinger eravamo rimasti sul suo arrivo negli Stati Uniti… ripartiamo proprio da qua..

Arrivato a Hollywood nel febbraio 1936, Fischinger realizza alcuni lavori a colori non sapendo che la Paramount prevedeva di pubblicare solo film in bianco e nero e da qui lo scontro immediato che lo porta a stralciare il contratto ancora prima di cominciare.
Fischinger allora compose An Optical Poem (1938) per la seconda rapsodia ungherese di Franz Liszt per MGM senza ricevere il dovuto successo.

Oskar Fischinger – An Optical Poem (1938) – (c) Center for Visual Music

Nella sua ultima parte di carriera americana, Fischinger lavorò per spot pubblicitari e – secondo quanto riportato dal suo biografo William Moritz – fu stipendiato dalla Disney per alcuni degli effetti speciali del film Fantasia del 1940.
Di questo non rimane traccia in quanto Fischinger non era ufficialmente a libro paga.
Negli anni successivi vive grazie a una borsa di studio della Solomon Guggenheim Foundation, dedicandosi alla pittura e girando pochi film, tra cui Radio dynamics (1942), Motion painting no. 1(1947) e Lumigraph 1 (1950).
Muore a Los Angeles il 31 gennaio 1967 lasciando alla storia dell’arte più di 50 cortometraggi e circa 900 tele.


Fantasia – Walt Disney (1940) bozza di lavoro di Fischinger
(c) Center for Visual Music

La suggestione dei mondi astratti dei film si Oskar Fischinger nasce soprattutto dalla sua instancabile propensione all’innovazione: per ogni film girato, Fischinger brevetto un particolare tipo di animazione, adatto a rendere più precisa la sua ricerca estetica.
Negli anni Venti, quando girò Wachsexperimente, progettò un dispositivo per riprendere le venature di un blocco di cera colorata mentre veniva tagliato da una speciale “affettatrice”.
Fischinger crea le sue animazioni usando materiali insoliti e sperimentali come liquidi colorati, filtri, diapositive e cera. I suoi spettacoli sono i precursori del cosiddetto expanded cinema e dei light show degli anni ’60 negli Stati Uniti, come per esempio Exploding Plastic Inevitable di Andy Warhol o gli spettacoli di Bill Ham.

Andy Warhol’s Exploding Plastic Inevitable – Ronald Nameth (1966)


Light Painting – Bill Ham (1968)

In un’epoca come gli anni Trenta in cui i film di animazione si concentrano esclusivamente su animali antropomorfizzati in guanti bianchi, i lavori di Oskar Fischinger si spingono in una direzione completamente diversa.
Il suo lavoro è una danza poetica e visionaria di forme geometriche e forme astratte mai del tutto apprezzato fino alla sua riscoperta negli anni Sessanta.
Immaginate un’opera di Mondrian o di Malevich che si muove a tempo di musica.
I film di Fischinger hanno un’eleganza ipnotica, dove cerchi, rettangoli ed altre figure geometriche saltano, ondeggiano, ballano sullo schermo sulle note della musica di Franz Liszt, tutto questo almeno 50 anni prima dell’avvento delle tecniche digitali e con una precisione nella sincronizzazione tra musica e immagini davvero impressionante.
Per chi volesse trovare echi dell’arte di Fischinger anche nel mondo dell’editoria, forzando un pò la mano, possiamo notare come alcune delle sue opere riportino ad alcune cover di magazine di oggi, pensate un pò alla famosa n.94 di Eye Magazine dello Studio Muir Mcneil

Sono disponibili alcuni interedsanti studi su Fischinger fra cui i volumi Oskar Fischinger 1900-1967: Experiments in Cinematic Abstraction e Optical Poetry: The Life and Work of Oskar Fischinger.
Potete inoltre vedere i suoi lavori nella raccolta di video nel DVD dal titolo “Oskar Fischinger – Ten Films

(c) Center for Visual Music

Le immagini di Oskar Fischinger sono utilizzate grazie alla concessione del (c) Center for Visual Music

Oskar Fischinger negli Anni Trenta inventa la moderna motion graphic psichedelica (pt.1)

Qualche giorno fa vi ho parlato QUI della poster art di Fabien Loris e di come il suo lavoro degli anni Venti e Trenta abbia in molti modi influenzato la grafica successiva.
Uno di quelli che molto si è ispirato alle forme geometriche di Loris, ai suoi colori forti e pieni, ed alla sua concezione dello spazio è senz’altro il grande Oskar Fischinger.
Oskar Fischinger è una delle figure artistiche più importanti del ‘900 e le difficoltà che si incontrano nel presentare i suoi lavori nascono già se si cerca di dare un’etichetta al suo lavoro.. illustratore? Grafico? Regista? Designer?
Innanzi tutto possiamo dire che è stato il primo e più importante innovatore nell’ambito della motion graphic, dell’animazione e del cinema astratto, ma
è davvero impossibile trovare un termine solo per definire la sua carriera.
La sua ricerca nelle arti visive è onnivora e sperimentale, underground nel senso più vero del termine, in quanto totalmente altra rispetto a ciò che lo circonda, connotata sempre da originalità e ricerca del nuovo sia come contenuti che come forma e mai del tutto apprezzata fino in fondo.

Quarto di sei fratelli, nasce in Germania nel 1900 e ben presto si avvicina ai lavori di Walter Ruttmann, da alcuni considerato l’inventore dell’animazione astratta di cui resta affascinato e che grande influenza avrà sulle sue future opere.

Walter Ruttmann
1887 – 1941

I lavori di Ruttman sono eteri, modernissimi per il suo tempo e visionari per il legame che cercano di instaurare fra la musica, i segni geometrici e il movimento di quest’ultimi.
Fischinger rimane estasiato da queste opere e inizia i suoi studi sulla motion graphic.

Walter Ruttmann – Lichtspiel Opus I (1921)

Il cinema è un’arte in piena fase di sviluppo, si sperimenta in ogni direzione, con ogni tecnica e Fischinger si getta a capofitto nello studio di nuovi materiali alla ricerca di effetti mai visti prima di allora.

Oskar Fischinger – (c) Center for Visual Music
1900 – 1967

Fischinger iniziò infatti a sperimentare dapprima con liquidi colorati e poi successivamente con materiali tradizionali, come cera e argilla arrivando ad inventare la Wax Slicing Machine, una macchina da presa che Fischinger ha usato per il proprio lavoro.
Ruttman autorizzò la macchina e la usò per creare effetti speciali per un altro film su cui era stato ingaggiato, un film di Lotte Reiniger. Ma Ruttmann non l’ha usato nei suoi film, ma solo per quegli effetti speciali per cui è stato assunto.
Dal 1926 inizia ad inserire nelle sue prova anche l’accompagnamento musicale che tanta importanza rivestirà nei suoi lavori.
Nel 1927, davanti ad improvvise difficoltà economiche, Fischinger prese in prestito delle somme di denaro dalla famiglia e successivamente anche dalla padrona di casa. Nel giugno del 1927 tentò di sfuggire ai creditori e quindi Fischinger decise di scappare di nascosto da Monaco a Berlino. Prese solamente il poco necessario per camminare quasi 600 chilometri attraverso la campagna tedesca e documentare attraverso un time-lapse il suo viaggio, un filmato che venne poi realizzato nei decenni successivi con il famoso nome Walking from Munich to Berlin.


Oskar Fischinger – Walking from Munich to Berlin (1927) –
(c) Center for Visual Music

Fischinger riuscì a completare la sua opera di musica Komposition in Blue del 1935 che lo fece conoscere anche nel mondo di Hollywood lavorando poi prima con la Paramount Pictures e poi con la Metro-Goldwyn-Mayer.
Nel 1928 fu ingaggiato da Fritz Lang che gli fornì per un periodo delle entrate regolari visto che i soldi per Fischinger saranno sempre un grosso problema.
Nel suo tempo libero continua però a sperimentare sul rapporto fra musica ed animazione.
Questi suoi lavori “Studien numero da 1 a 12” furono accolti bene in tutto il mondo, dal Giappone e al Sud America.
Nel 1932, Fischinger sposò Elfriede Fischinger, una sua cugina di primo grado.
Nel mentre i nazisti arrivarono al potere e di conseguenza le possibilità di sperimentare sulle nuove forme d’arte scomparvero rapidamente in quento considerate “arti degenerate”.

Oskar Fischinger – Composition in Blue – 195 estratto
(c) Center for Visual Music

Per chi intanto fosse interessato, vi consigliamo di dare un’occhiata QUA, dove troverete l’ultimo DVD dediocato ad Oskar Fischinger..

L’immagine in testa all’articolo e tutte le immagini di Oskar Fischinger sono utilizzate grazie alla concessione del (c) Center for Visual Music

I poster di Fabien Loris sono tanto sconosciuti quanto bellissimi

Esistono dei nomi e dei cognomi che per motivi sconosciuti e misteriosi restano nascosti, sconosciuti e diventano dei veri e propri tesori custoditi gelosamente dalla storia.
Uno di questi esempi è senz’altro Fabien Loris il cui nome risulta sfuggente anche ai motori di ricerca che – negli anni digitali del tutto e sempre a disposizione – faticano non poco a restituire risposte utili e complete.
Fabien Loris è un illustratore francese attivo fra gli anni Venti e Trenta del Novecento molto sottovalutato e – come detto – spesso sconosciuto.
Nel pieno dell’esplosione estetica dei motivi e degli stili art nouveau nelle varie declinazioni regionali, Loris dimostra la sua immane abilità nell’applicare motivi geometrici, linee e piani diverse per ottenere illustrazioni e poster davvero interessanti.
Il lavoro di Loris subisce il fascino di molteplici fonti ed ambiti di ispirazione, dall’arredamento al lettering, dalla composizione alle scelte cromatiche forti e vigorose.
La copertina For My Sweetheart è un ottimo esempio di come Loris utilizza audacemente le forme, le linee rette ed i piani colorati per attirare l’attenzione dello spettatore e di come sia chiaro il suo intento di delineare un senso estetico diametralmente opposto al gusto del suo tempo .

For My Sweetheart – 1926

Per altri progetti di spartiti musicali, Loris è andato coraggiosamente oltre verso l’astrazione del soggetto abbandonando quasi del tutto la rappresentazione figurativa.
Quelle di Loris sono immagini fisicamente statiche e rigide che, più o meno un decennio dopo, nel 1938, tornerà con prepotenza nei lavori del mago tedesco di carta e colla chiamato Oskar Fischinger che porterà la relazione tra forma astratta e musica a nuovi livelli estetici.

Fabien Loris – 1925
Fabien Loris – 1925
Fabien Loris – 1926
Fabien Loris – 1926
Fabien Loris – 1925
Fabien Loris – 1927

10 anni del magazine Nobrow disegnati in un volume celebrativo

I compleanno e le celebrazioni sono quasi sempre un buon momento per tirare le somme e fare il punto della situazione, per guardarsi indietro e soprattutto per vedere come disegnare il futuro davanti a noi.
Questo è un pò quello che hanno fatto i ragazzi di Nobrow.
Infatti Nobrow è nato alla fine del 2008 come lo sforzo congiunto di due amici: Sam Arthur e Alex Spiro e fin dalla sua nascita ha cercato di supportare e spingere il design e la grafica indipendente, tutto condito da una sana e genuina coscienza ambientale.
Uno sforzo costante di ricerca di nuovi talenti per diffondere ad un pubblico più vasto una cultura grafica che non sia schiacciata dal mondo mainstream e che riporti alla luce anche artisti e sperimentatori del passato.
Con e per Nobrow hanno lavorato alcuni dei migliori artisti e designer internazionali portando il duo iniziale ad essere oggi una squadra di oltre 14 persone che lavorano ogni giorno per offrire libri e prodotti di grande qualità.
A distanza di 10 anni – il volume è uscito alla fine del 2018 – ecco festeggiare questo glorioso traguardo proprio con un bel volume dal titolo “Nobrow 10: Studio Dreams”.
Si tratta di una versione deluxe dell’omonima rivista in cui incontrare ben 70 artisti che si cimentano con il tema dato e cioè appunto “Studio Dreams”.
Artisti di fama mondiale come la nostra Olimpia Zagnoli, Jamie Jones, Lisk Feng, Molly Mendoza e molti, molti altri si sonomessi a disposizione di questo decennale per creare i loro spazi da sogno – qualsiasi cosa questo voglia significare – in questo numero che non è altro che un’esclusiva vetrina internazionale contenente oltre 100 pagine di bellissime illustrazioni.


La Kustom Kulture non esisterebbe senza Basil Wolverton (pt.2)

Al Capp, il famoso creatore del fumetto Li’l’ Abner, aveva da tempo introdotto nelle sue storie un personaggio invisibile di nome Lena Hyena che veniva descritta come la donna più brutta del mondo ma, per una gag dello stesso Capp, non veniva mai mostrata aumentando a dismisura la curiosità dei lettori.
Per gli amanti degli aneddoti, Lena Hyena è un personaggio che ha preso vita nel film Chi ha incastrato Roger Rabbit?, come alter ego della splendida Jessica.

Lena Hyena di Chi ha incastrato Roger Rabbit?

Dopo aver intrigato il pubblico per diversi mesi, Capp chiese proprio ai lettori di disegnare la propria interpretazione di Lena attraverso un concorso pubblico dove il vincitore avrebbe visto il suo disegno stampato proprio nel fumetto originale.
Scherzando Al Capp sostenne che la giuria sarebbe stata composta da Salvador Dalí, dall’attore di film “Frankenstein” Boris Karloff e dal cantante Frank Sinatra. Il concorso era una perfetta strategia di marketing e vide circa 500.000 lettori inviare disegni delle donne più spaventose che potevano essere immaginate. Anche alcuni artisti professionisti come Carl Barks e Jack Cole parteciparono ma nessuno riuscì a battere la mostruosa Lena Hyena disegnata da Wolverton.
La sua interpretazione di Lena è quella di una strega allampanata con occhi minacciosi, naso enorme, sopracciglia cespugliose, rughe, vesciche, un collo attorcigliato e denti simili a zanne.
Il 21 ottobre 1946 l’illustrazione apparve sui giornali con il nome e l’indirizzo di Wolverton mentre il disegno stava scioccando molti lettori..

Lena Hyena di Basil Wolverton

Wolverton era un maestro nella caricatura del viso e del corpo umano e con Lena ha cominciato il suo lavoro di distorsione delle parti del corpo che lo porterà in seguito a disegnare veri e propri capolavori senza tempo.
I nasi pendono dal collo, le orecchie sporgono dalle orbite oculari, i denti vanno in tutte le direzioni, la pelle è cadente e praticamente tutti hanno vesciche o lentiggini. I suoi personaggi sembrano fatti di plastilina piuttosto che di ossa, ma Wolverton sapeva disegnare tutto con un senso di divertimento, eleganza e innocenza senza pari.
I bambini e gli adolescenti dimostrano di avere un amore istintivo per il suo lavoro forse dovuto al periodo che vivono fatto di molti cambiamenti corporei e che spesso per questo si sentono brutti.. i suoi disegni sono quasi un invito a ridere della condizione della pubertà.
Wolverton utilizza una tecnica diversa dalla maggior parte dei fumettisti professionisti, mentre infatti gli altri usavano i pennelli, Wolverton preferiva sempre la penna e l’inchiostro.
Naturalmente molti liquidarono il suo lavoro come brutto. Alcuni, come William M. Gaines e Jules Feiffer, lo odiarono apertamente, ma l’arte di Wolverton è molto più ricercata di quanto possa sembrare a prima vista, ancora di più se pensiamo che al tempo non c’era nessun altro artista che disegnasse come lui. Dato che Li’l ‘Abner era un fumetto molto popolare, Wolverton ricevette immediatamente un sacco di offerte commerciali e per lui fu un piccolo passo passare da volti mostruosi a mostri reali o alieni extraterrestri.
Nei primi anni ’50 disegnò perciò storie horror e di fantascienza per la Pre-Marvel Atlas di Stan Lee.
Nel 1952 Harvey Kurtzman fondò l’autorevole rivista satirica MAD Magazine e Wolverton non poteva non rientraci in qualche modo. Anche se la sua permanenza è stata breve Wolverton ha comunque lasciato la sua impronta anche in quella che è una delle Bibbie dell’underground comics statunitense e mondiale.

Uno dei suoi disegni è stato utilizzato per la copertina di Mad (maggio 1954) che prendeva in giro la classica cover con la “Bella ragazza del mese” di Life Magazine. L’immagine mostrava una strega dalla faccia da cavallo che rideva a crepapelle. La parodia di MAD, anarchica e pienamente nel nascente spirito underground del tempo, sancì la definitiva immagine pubblica di MAD come punto di riferimento della controcultura. LIFE minacciò di citare in giudizio Kurtzman, ma il capo redattore William M. Gaines promise che non si sarebbe ripetuto, promessa chiaramente non mantenuta.
L’orrenda megera di Wolverton è diventata una delle cover di MAD più famose di tutti i tempi. Sia Robert Crumb che Art Spiegelman hanno più volte ricordato come quella copertina sia stato il loro primo ricordo di MAD e di cosa poteva essere il fumetto underground.
Al termine della sua carriera si è cimentato, come poi farà in seguito anche lo stesso Robert Crumb, con la storia dell’Antico Testamento.
Wolverton ha uno stile molto originale, unico e immediatamente riconoscibile che influenza ancora oggi gli artisti rimanendo il padrino indiscusso di tutti i fumettisti cosiddetti “gross-out”.


Senza lo strappo di Wolverton, senza i suoi guizzi geniali nel disegnare i lineamenti dei suoi personaggi, non sarebbe certo nata gran parte di quell’estetica fatta di creature mostruose e strambe classicamente facenti parte del mondo della Kustom Kulture che, a partire dagli anni 50, inondarono gli Styati Uniti di gadgets e disegni, t-shirt e statuine e di cui Ed Roth sarà il nome di riferimento. Pensate ad alcuni tratti caratteristici di Wolverton, gli occhi spiritati, iniettati di sangue, i denti come zanne, le enormità degli elementi come naso, collo, orecchie e sarà facile riconoscere alcuni dei calssici di “Big Daddy” Roth.

Siete riusciti ad arrivare fino a qua? Credo in pochi, ma sicuramente quelli interessati e questo basta..

Ed “Big Daddy” Roth
Ed “Big Daddy” Roth
Ed “Big Daddy” Roth

La Kustom Kulture non esisterebbe senza Basil Wolverton (pt.1)

La storia della grafica underground, così come un pò tutto del resto, si sviluppa attraverso una moltitudine di strappi e piccole rivoluzioni – di allunghi si direbbe in gergo ciclistico – grazie alle quali si adatta e a volte addirittura anticipa i tempi e gli stili.
Uno di questi strappi è senz’altro rappresentato dall’opera di Basil Wolverton, uno degli artisti più polarizzanti ed estremi della storia del fumetto, ma che – allo stesso tempo – è riuscito ha conquistarsi una bella fetta di seguaci e ammiratori.
Wolverton è famoso per le sue indimenticabili rappresentazioni di personaggi stravaganti, grotteschi e si, si può dire, brutti.
Il suo stile è stato definito con una perfetta metafora culinaria “spaghetti and meatballs” cioè “spaghetti e polpette” e credo sia giusto dedicargli qua nelle pagine delle Edizioni del Frisco un bell’approfondimento.

Basil Wolverton in 1959

Basil Wolverton è nato nel 1909 a Central Point, in Oregon da un padre tuttofare che si stabilì vicino a Washington quando Basil aveva dieci anni.
Nonostante in famiglia fossero cristiani devoti, i genitori di Wolverton divorziarono quando il ragazzo era un adolescente e più o meno nello stesso periodo sua sorella maggiore morì inaspettatamente per la febbre reumatica.
Basil non aveva una formazione artistica, ma amava comunque disegnare e tra le sue influenze grafiche c’erano fumettisti storici come Sidney Smith,E.C. Segar – inventore di Braccio di ferro, e Rube Goldberg, geniale illustratore divenuto celebre per le astruse macchine (inutili o quali) che inseriva nelle sue strisce.

Rube Goldberg machine

Cantante dalla voce baritonale, suonatore di ukelele (come Crumb) e amante del ballo inizia a lavorare come giornalista e fumettista per il Portland News per il quale visita il set del film The General e dove incontra addirittura Buster Keaton. Nel 1926 vende il suo primo cartone animato dal titolo Marco of Mars alla rivista americana Humor ma gli editori credono sia una copia del famoso Buck Rogers di Philip Francis Nowland e Dick Calkins e non lo distribuiscono.
Nel 1937 Wolverton fa domanda ai Walt Disney Studios ma viene respinto.
Nel 1938 riesce finalmente a stampare il suo primo lavoro entrando nel mercato dei fumetti americani, ma a differenza di molti suoi contemporanei, Wolverton non si trasferì a Manhattan, ma rimase nel nord-ovest del Pacifico da dove continuò ad inviare i suoi lavori per posta.
Già dai primi lavori si nota il suo stile bizzarro che si avvicinano ad altri stravaganti come Boody Rogers e Fletcher Hanks.

Stardust the Super Wizard di Fletcher Hanks fumetto proto psichedelico degli anni 40

Il suo fumetto di fantascienza Spacehawks e il comico poliziesco Disk-Eyes the Detective vengono pubblicati nei fumetti Circus e The Comic Riot.
Spacehawks è una folle saga di fantascienza dove un uomo interplanetario combatte contro pirati spaziali e altri malfattori e dimostra la sconfinata immaginazione di Wolverton nel creare esseri assurdi e fantasiosi.
La sua carriera piano piano decolla e i lavori si moltiplicano fino al suo primo grande successo fu Powerhouse Pepper (1942-1948), una serie comica di boxe pubblicata da Timely – futura Marvel Comics.
Pepper è un eroe fantasticamente fuori di testa che picchia tutti quelli che lo infastidiscono anche se spesso sottovaluta la propria forza con risultati disastrosi.

Powerhouse Pepper
Powerhouse Pepper

I personaggi parlavano attraverso allitterazioni, in rima e facevano continuamente stranissimi giochi di parole.
La notorietà nazionale di Wolverton aumentò quando nel giugno 1946 partecipò vincendo il concorso tenuto da Life Magazine quando parleremo della seconda parte della carriera di Basil Wolverton e di altre sue invenzioni, ma su questo torneremo nella seconda parte del pezzo che a breve troverete sempre sulle pagine delle Edizioni del Frisco…………

Captain Goodvibes: il maiale surfista che fece impazzire l’Australia

Durante la prima metà degli anni Settanta, un pò in tutto il mondo si propaga il virus ribelle della produzione di riviste, fogli, poster e altro materiale underground facendo di un fenomeno fino ad allora di nicchia, una vera e propria scossa tellurica all’interno delle società più o meno di tutto il pianeta.
Nel mare magnum di questi prodotti editoriali, con il tempo, si iniziano ad intravedere alcune principali linee e specificità, da una parte si accentua il filone attivista con partiti ed organizzazioni sempre più strutturate e, dall’altra, quello creativo e underground con la creazione di una cultura alternativa che investe tutti gli ambiti esistenziali e sprigiona lampi di creatività ed innovazione la cui onda lunga è facile da vedere ancora oggi.
Proprio dall’ala creativa emerge la produzione del fumetto underground che mostra le sue prime avvisaglie negli Stati Uniti e, più precisamente, dall’irruzione prepotente di realtà quali Mad Magazine e Zap Comix di Robert Crumb.
Da qui ha inizio la festa…

Mad Magazine
n.1
1952

Una di queste realtà, del tutto sconosciuta in Italia, è la rivista dal titolo Capitain Goodvibes, fumetto australiano pubblicato  dal 1973 al 1981.
Inizialmente lo si trova all’interno della rivista Tracks, magazine fondato nell’ottobre del 1970 da Alby Falzon, John Witzig e David Elfick, in formato tabloid incentrato sui temi classici della controcultura.
Stampato su carta da giornale e prodotto sulle spiagge settentrionali di Sydney, con gli anni è diventato il massimo punto di riferimento della comunità di surfer australiana e ancora oggi esce regolarmente.

Issue 1 Oct 1970

Il titolo Captain Goodvibes originariamente si riferiva  un maiale irriverente, scortese, perennemente lapidato, creato da Tony Edwards. Questo libro, creato dall’ex editor di Tracks Sean Doherty, è una raccolta della corsa di Tracks, così come i numeri speciali che sono stati pubblicati sporadicamente durante questo periodo. Il libro è anche un libro di memorie di Tony, della sua vita prima, durante e dopo il Capitano, e non è troppo difficile immaginare che l’ironia irriverente del Capitano sia eguagliata da quella di Tony. Per quanto riguarda il design del libro, mentre era piuttosto complicato far funzionare il piccolo libro (libro di memorie) all’interno del grande libro (fumetto), questo sembrava davvero disegnarsi da solo.

Tony Edwards 1973

Capitain Goodvibes – noto anche come Pig of Steel – è la creazione del fumettista australiano Tony Edwards ed è un’icona della cultura surfistica australiana fin dagli anni ’70.
Nel 1992 Capitain Goodvibes è stato nominato dalla rivista australiana Surfing Life come uno dei “50 surf magazine australiani più influenti di sempre”.
Il personaggio e più in generale lo stile di Tony Edwards, è ispirato al fumettista underground americano Gilbert Shelton ed alla sua parodia acidissima di Superman che creò nei primi anni Sessanta con il titolo di Wonder Wart-Hog.

Wonder Wart-Hog:
the Hog of Steel
n.1 – 1967

Capitain Goodvibes è la storia di un maiale che subisce una mutazione genetica a causa di un’esplosione di una centrale nucleare e che si caratterizza per le sue epiche sbronze e per il suo amore per le droghe psichedeliche.
Origine e cronologia delle pubblicazioni
La popolarità di Capitain Goodvibes portò alla pubblicazione di numerosi albi autonomi di Goodvibes, incluso Whole Earth Pigalogue (1975), Captain Goodvibes Strange Tales (1975) e Captain Goodvibes Porkarama (1980).

Whole Earth Pigalogue
1975

La popolarità di Capitain Goodvibes portò alla pubblicazione di calendari, spot per grandi marche come la Levi’s, ad un cortometraggio – Hot to Trot del 1977, co-sceneggiato da Ian Watson e Tony Barrell – e un disco dal titolo Mutants of Modern Disco del 1978.
Capitain Goodvibes ha avuto anche un cameo cinematografico nel documentario Crystal Voyager diretto daDavid Elfick del 1973.

Captain Goodvibes veste Levis
1974
Captain Goodvibes Mutants Of Modern Disco 1978
Crystal Voyager
di David Elfick
1973

Nel 2011 il piccolo studio di design con sede a Melbourne Chase & Galley di Stuart Geddes e Tristan Main decide di regalarci una vera e propria perla progettando e realizzando una meravigliosa antologia di Captain Goodvibes dal titolo My Life As A Pork Chop: 1973-1981, pubblicata da Flying Pineapple Media.
Di seguito alcune immagini per massaggiarvi gli occhi..

L’ippitsugaki è la tecnica di illustrazione giapponese dove con un tratto che non si stacca mai dal foglio puoi disegnare mondi interi

Come molti di voi, anche io da piccolo sono rimasto affascinato dal lavoro di Osvaldo Cavandoli e dal suo capolavoro di illustrazione e animazione conosciuto come “La linea“.
La fluidità, la creatività e l’eleganza di quel personaggio non mi ha più abbandonato facendomi emozionare tutte le volte che, nel corso degli anni, ho avuto modo di incontrarlo di nuovo.

Osvaldo Cavandoli parla con Mister Linea

La stessa emozione mi ha contagiato quando ho scoperto il termine giapponese ippitsugaki, ovvero la tecnica proveniente proprio dal Sol Levante in cui un disegno viene creato da un singolo tratto continuo senza cioè mai distaccare lo strumento da disegno dal supporto cartaceo.
Uno dei maestri di questa tecnica è l’illustratore e animatore giapponese Kazuhiko Okushita, art director e videoartista nato a Kanazawa, prefettura di Ishikawa nel 1985 e diplomato al Kanazawa College of Art e alla Tokyo University of Fine Arts and Music.
Okushita è arrivato ad una discreta fama a livello mondiale nel 2009 grazie al cortometraggio dal titolo “Akai ito” ovvero Il filo rosso e Bill Gates e James Cameron – insomma, non proprio due a caso – hanno amato così tanto il suo lavoro che gli hanno chiesto espressamente di mostrare il suo lavoro durante i loro rispettivi TED Talks nel 2010.

Le sue opere a tratto singolo non finiscono solo come disegno, ma vanno più lontano. Gli dà una vita come animazione. Guarda questa medusa. È un movimento semplice ma non riesco a smettere di guardarlo come se fossi in un acquario.
La sua opera d’arte colpisce per la sua ingannevole semplicità, sia che si tratti di un’immagine fissa o di un cortometraggio.
Mi diverte tantissimo – lo ammetto – perdermi nel guardare ogni sua immagine soprattutto quando è associata ad un movimento animato che rende il tutto ancora più magico.

I lavori di Okushita sono opere uniche, ipnotiche, impregnate di lirismo e gravità che rapiscono gli occhi come se – almeno per pochi istanti – venissero massaggiati da chi sa finalmente prendersi cura di loro e del loro benessere.

In stampa risografica, ecco tre ricette magiche dal libro dei segreti di Alberto Magno

Oggi vi presento uno degli ultimi lavori di Daria Tessler, giovane fumettista e incisore con sede a Portland, Oregon.
Si tratta di “Three Magical Recipes From The Book Of Secrets Of Albertus Magnus”, un piccolo volumetto stampato in risograph da Matt Davis di Perfectly Acceptable, piccola casa editrice e studio di stampa Risograph di Chicago di cui oni tanto i piace segnalarvi i lavori perché sempre originali e fuori dalle regole, QUI trovate il pezzo su “Gaylord Phoenix” il viaggio onirico di Edie Fake.

Il lavoro di Daria, non solo è straripante fin dalla copertina, ma è un lavoro meravigliosamente e strenuamente straniante, a metà fra l’azzardo grafico fuori controllo e l’arcaico tema che riguarda la figura di Alberto Magno.
E’ un’opera d’arte coloratissima, fantasiosa e avvincente che prende a pugni il lettore con l’abuso di colori quali il rosso, il rosa fluorescente, il giallo e un tono di blu che ho scoperto essere classificato come “federal”.

Chiari i rimandi al mondo alchemico e magico risalenti al Medioevo, dove uno psichedelico Alberto Magno crea artigianalmente pozioni come se fosse una specie di farmacista cosmico.
Daria Tessler ha avuto la temerarietà e la visione di ideare e realizzare un libro assurdo che a mio avviso deve essere premiato.

Il libro può essere acquistato QUI.

“A Book about Hands” è un atto d’amore verso l’editoria indipendente

Iniziamo l’anno con un pezzo che proprio non vedevo l’ora di scrivere, come non vedevo l’ora di scartare la busta contenente un libro che non vedevo l’ora di sfogliare e di tenere fra le mani.
Già, le mani, perché di questo si tratta.
Di una diligente, dettagliata, multiforme e originale opera di ricerca effettuata nel solco che divide – oppure unisce, a voi la scelta – quella che è considerata arte con quelli che sono a tutti gli effetti i nostri terminali fisici preferiti, le nostre estremità più utilizzate, gli strumenti di lavoro forse, che più di ogni altri utilizziamo durante la nostra frenetica vita.
Spesso non ci soffermiamo abbastanza infatti a sottolineare l’importanza delle mani, e non intendo qua la cura ossessiva che in alcune civiltà vi è per le unghie, le linee della vita, il bianco del calcio mancante o il nervoso mordicchiare le unghie…. intendo qua l’infinito utilizzo senza soluzione di continuità che delle mani noi facciamo senza nemmeno accorgersene.
Ecco, i ragazzi di Platò, per la precisione Diego Garbini e Michela Brondi, da tutto questo ne hanno tirato fuori un prodotto editoriale dove ogni particolare è stato curato con attenzione e palese amore per il proprio lavoro.

“A book about Hands” è infatti un atto d’amore verso l’editoria indipendente.

Dico questo perché emerge sfogliando queste belle pagine in carta spessa, l’attenzione ad ogni aspetto editoriale, dalla copertina in tela al piccolo logo che quasi sembra vergognarsi di essere su una pubblicazione così importante.
La qualità di stampa è perfetta ed è un piacere l’andirivieni fra le pagine che ti trovi a fare solo per il piacere di vedere e rivedere immagini che sembrano moltiplicarsi, mutare ogni volta e arricchirsi di nuovi dettagli che non avevi notato prima.

E’ un percorso coerente ed allo stesso tempo straniante quello che “A book about Hands” offre al lettore, un percorso fatto di infinite svolte, di infiniti modi con cui guardare le mani, rappresentarle, distorcerle e farne appunto strumento di lavoro.
Non sto ad elencare gli ospiti del libro, importantissimi e diversissimi fra loro, come diversissimi sono gli stili, gli approcci, le tecniche ed i toni che questa spassosa carrellata propone, accompagnando il lettore in un sali e scendi di gustose impressioni che si integra alla perfezione con la cura dei materiali utilizzati e le scelte tipografiche adottate.
Con questo volume, frutto di una bella e appassionata campagna di crowdfunding di cui vi parlai tempo fa QUI, i ragazzi di Platò dimostrano – e di dimostrazioni di questo genere credo ve ne sia davvero bisogno – che il lavoro ben fatto è possibile – anzi è doveroso – da parte di tutti coloro i quali hanno idee e passione, competenza e voglia.
Evviva l’editoria indipendente dunque, che attraverso progetti coraggiosi e così ben riusciti come questo può davvero rendere le nostre vite più belle, colorate e felici.

Per ordinare la tua copia e costringere Diego e Michela ad una bella seconda edizione scrivi a infoplatoplato@gmail.com !

Un libro vi spiega tutti i passaggi per creare dei favolosi patterns

E quindi anche quest’anno siamo prossimi al Natale e come di consueto le segnalazioni che trovate sulle Edizioni del Frisco possono facilmente diventare dei regali, chiaramente per chi è in grado di apprezzarli !
Quello di oggi io lo gradirei perché innanzi tutto perché si tratta di un lavoro di Paul Jackson che oramai da anni ci abitua a libri fantastici su tutto ciò che riguarda il design applicato alla nostra tanto amata carta.

Secondariamente perché “How to Make Repeat Patterns” è veramente interessante ed in linea con gli standard qualitativi della casa editrice Laurence King.
Il libro spiega, con semplici passaggi ed una terminologia non matematica o sofisticata, come creare pattern partendo da una semplice linea.
Il libro mostra inoltre come realizzare pattern per utilizzli come carta da parati in cui gli elementi del modello si fondono l’uno nell’altro senza soluzione di continuità.
Usando le lettere come elementi di base, il libro dimostra come il concetto di pattern derivi da quattro semplici operazioni: la traslazione, la rotazione, la riflessione e lo scivolamento.
Si tratta di una risorsa completa per la creazione di pattern per designer professionisti ma anche per studenti di tutte le discipline, dal tessile alla moda, alla progettazione grafica e all’architettura.
Il libro è acquistabile QUI.

Il Carta Manent lancia una call per artisti sul tema del cruciverba

Sono molto felice di supportare con le Edizioni del Frisco un progetto molto interessante come quello portato avanti dai ragazzi del Carta Manent Festival.
Nello specifico si tratta di una mostra tematica di illustrazioni e grafiche che sappiano interpretare in maniera originale il tema individuato che con molto coraggio e ricercatezza è nascosto dietro all’enigmatico concetto di cruciverba.
Il cruciverba, o parole crociate come viene altrimenti chiamato, pensato in questo caso nella sua accezione più ampia e schizzofrenica è un obiettivo davvero sfidante e stimolante che sinceramente mi incuriosisce davvero molto… è proprio per questo non vedo l’ora di poter scoprire quello che ne salterà fuori..

Per qualsiasi info non esitate a scrivere alla pagina Facebook del Carta Manent..

La storia si Ver Sacrum, la rivista che ha ispirato gran parte della grafica psichedelica

Ver Sacrum” ovvero La primavera (o la sorgente) sacra in latino, è stata la rivista ufficiale della cosiddetta Secessione di Vienna dal 1898 al 1903. I suoi progressi nella progettazione grafica, tipografia e visuale costituiscono il modello per gran parte della stampa underground che negli anni Sessanta esploderà in tutto il mondo.
Questo rapporto privilegiato fra la Secessione e la grafica underground è da sempre poco studiato ma, a ben guardare, sta alla base di gran parte della poster art californiana dei Sixties e, più in generale, della grafica underground definita psichedelica che, oltre ai poster, investirà nei decenni successivi ogni tipo di prodotto a stampa come flyer e soprattutto riviste.

Il primo numero di “Ver Sacrum” fu pubblicato nel gennaio del 1898 e il suo arrivo venne annunciato nei principali quotidiani austriaci come un vero e proprio evento.
Per i primi due anni la rivista è stata pubblicata come mensile con ogni numero dedicato al lavoro di un artista in particolare chiamato a progettare la copertina. Nel 1898, il numero di luglio fu dedicato al designer liberty Alphonse Mucha, mentre il numero di dicembre fu illustrato dal pittore simbolista olandese Fernand Khnopff.

Per la copertina del primo numero, Alfred Roller ha fornito un’illustrazione di un albero in fiore con le radici che escono dal suo vaso contenitore. La metafora era appropriata: i Secessionisti si erano liberati dai confini del Kunstlerhaus – il circolo più conservatore degli artisti di Vienna – portando il loro messaggio modernista e utopico al grande pubblico.
Nel primo numero si legge: “Il nostro obiettivo è quello di risvegliare, incoraggiare e propagare la percezione artistica del nostro tempo… non conosciamo alcuna differenza tra” grande arte “e” arte intima “, tra arte per i ricchi e arte per i poveri. Ci siamo dedicati con tutto il nostro potere e le nostre speranze future, con tutto ciò che siamo alla Sacra Primavera “.

Il nome scelto per la rivista: Ver Sacrum – Sorgente sacra – è un riferimento classico alla secessione dei giovani dagli anziani per fondare una nuova società. Questa idea di gioventù come simbolo di ribellione e innovazione era il cuore stesso del movimento Jugendstil e rimanda con estrema forza e chiarezza al movimento della controcultura degli anni Sessanta che, proprio sui giovani, poggiava tutta la sua potenza rivoluzionaria.
L’uscita del primo numero non ebbe un’accoglienza entusiastica come ci si poteva aspettare perché pre-matura: erano trascorsi solo pochi mesi dall’apertura della Casa della Secessione di Joseph Olbrich e solo tre dalla loro prima esposizione pubblica. Tuttavia, questa prova generale servì per molte delle idee che sarebbero state sviluppate nelle loro mostre successive.
Ver Sacrum” fungeva da mostra essa stessa, usando le pagine bianche come muri in un museo.
Il principale progettista della rivista, Koloman Moser, ha affrontato il layout con grande creatività, modificandolo costantemente l’interno creando una bellissima armonia di testo e illustrazione. Quando la Secession House di Olbrich cominciò a contenere mostre, questo stesso approccio modulare alla disposizione delle immagini fu adottato da Olbrich attraverso l’uso unico di pareti mobili all’interno della struttura.
Sia nella sua armonia di testo e immagine che nella sua inclusione di molteplici forme d’arte, “Ver Sacrum” è una manifestazione delle idee del compositore Richard Wagner circa il suo concetto di opera d’arte totale.
La rivista in effetti è all’altezza di questo obiettivo, oltre alle belle arti e alle arti grafiche compaiono infatti altre e diverse forme artistiche quali la musica, la poesia ed il teatro. Le poesie di Rainer Maria Rilke sono apparse nei numeri del 1898 e del 1899, giustapposte ai meravigliosi bordi decorativi di Koloman Moser, mentre il numero del dicembre 1901 era interamente dedicato alla musica, con 11 lieder riccamente illustrati.
Un altro degli aspetti rivoluzionari della rivista è senz’altro il formato quadrato, un altro passaggio radicale nella progettazione di periodici.
Il quadrato, e ancor più l’utilizzo della griglia, aveva trovato la sua ispirazione dal movimento art nouveau scozzese, in particolare nel lavoro di Charles Mackintosh che divenne presto membro della Secessione.
Questo formato offriva nuove possibilità nel layout al designer per l’utilizzo di più colonne di testo, bordi decorativi e spazi al negativo e diviene subito il formato ideale del movimento poiché la maggior parte delle loro illustrazioni sono state eseguite in questo formato.
Anni dopo anche il periodico olandese “Art Deco Wendingen” adottò il formato quadrato spingendo ulteriormente avanti i limiti del design tipografico e del layout.
Ver Sacrum” cessa le sue uscite nel dicembre del 1903, probabilmente a causa della mancanza di fondi. Aveva già visto un graduale declino della sua spinta verso la ricerca stilistica dal 1900 quando la produzione aumentò a 24 numeri annuali ed il formato si fece molto più piccolo e più sottile di quelli prodotti nei primi due anni.
Le copertine uniche e sempre diverse dal 1898 al 1999 furono invece sostituite da una testata ripetitiva e il testo sostituì gran parte dei bordi e dei motivi grafici che fecero di “Ver Sacrum” un fenomeno di irripetibile e rivoluzionario.

Geoff McFetridge e l’arte di indagare l’esperienza umana con una sola riga

Il mio amore per il lavoro di Geoff McFetridge, artista e autore multidisciplinare di Los Angeles, risale oramai agli albori delle Edizioni del Frisco.. è un pò come quelle canzoni che senti di aver sempre amato senza nemmeno ricordarti il perché o il quando le hai conosciute.
Proprio per questo attaccamento cerco di non lasciar mai passare senza segnalarla più o meno qualsiasi pubblicazione dei suoi lavori come nel caso di questo “Coming Back Is Half The Trip” da poco pubblicato dalla Nieves Books.

Se vogliamo trovare un comune denominatore nel lavoro di Geoff McFetridge possiamo sostenere che riguarda la condizione umana vista sempre da un punto di vista curioso, pragmatico, poetico e personale.
I suoi dipinti e disegni ruotano attorno a temi come l’inizio e la fine, la relazione e la comprensione, la percezione, il trascendentale e l’inconscio, ma nel lavoro di McFetridge questi temi umani di per se relativamente comuni sono indagati con una leggerezza tutta personale e delicata.
Coming Back Is Half The Trip” consiste negli studi effettuati da McFetridge per dipinti e sculture presentati in occasione della sua quarta mostra personale presso V1 Gallery / Eighteen a Copenhagen.
Il libro offre dunque uno spaccato su alcuni nuovi approcci sul significato dell’esistenza umana, portandoci con lui in un viaggio che possiamo percepire o intuire, ma che a fatica riusciamo a spiegare completamente.

Swifty Funky Typo Grafix, il libro definitivo sull’arte grafica di Swifty

Ian ‘Swifty’ Swift è un grafico e designer attivo fin dagli anni Novanta con particolare interesse per la stampa serigrafica e l’incisione.
Adesso ha progettato e realizzato un nuovo libro che ripercorre la storia del suo lavoro.
Il libro di 374 pagine rivela aspetti del processo di progettazione e realizzazione di Swift, mostrando l’evoluzione dei diversi tipi di lettering e loghi che ha creato, i layout e i modelli per le varie opere d’arte degli album e per i progetti editoriali di vari magazine.
Oltre alla grafica, il volume presenta anche interviste con collaboratori e personaggi del mondo del graphic design come Neville Brody, con le parole e le interviste del giornalista Paul Bradshaw.